Gianpiero Magliano

Gianpiero Magliano

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Consulenza Finanziaria solo 1su 5 è disposto a pagarla

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 05.10.2017

Solo un italiano su tre riceve consigli in materia di investimenti da esperti e crede, inoltre, che questo servizio a valore aggiunto sia completamente gratuito. Il dato emerge dal Rapporto 2017 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane della Consob. Riguardo alla fruizione di servizi di consulenza finanziaria, lo studio rileva che quasi un terzo degli investitori beneficia di raccomandazioni personalizzate ai sensi MiFID, mentre i restanti ricevono consulenza passiva o generica. Nell’ambito dei vari modelli di servizio, rimane residuale la consulenza “indipendente”, riferita a un’ampia gamma di prodotti e remunerata esclusivamente dal cliente (7% degli investitori), mentre prevalgono la consulenza ristretta, che è riferita a un insieme limitato di strumenti finanziari generalmente e messi dallo stesso istituto di credito che eroga consulenza, e quella avanzata, che è applicata a un insieme più ampio di strumenti finanziari e con una valutazione periodica dell’adeguatezza dell’investimento. Considerando le esigenze che più frequentemente spingono ad avvalersi di un professionista, il Rapporto mette in cima alla lista la pianificazione finanziaria di lungo periodo e la protezione del patrimonio. Nella scelta del consulente, invece, rivestono un ruolo importante sia la fiducia nel professionista sia l’indicazione da parte dell’istituto finanziario di riferimento (rispettivamente, 35% e 34%), mentre le competenze rilevano per una percentuale più contenuta del campione (19%). Ma non è solo una questione di fiducia: le capacità relazionali ed empatiche sono le abilità che più frequentemente gli investitori ricercano nel proprio consulente dopo quelle attinenti al conseguimento di buone performance, rispettivamente al 29% e 35% dei casi (29%). Diverso è tuttavia l’atteggiamento nei confronti dei costi del servizio: il 45% degli investitori non sa indicare come sia remunerato il proprio consulente, mentre il 37% crede che il servizio sia gratuito. Alla bassa consapevolezza dei costi sostenuti, prosegue il Rapporto, si lega anche la bassa disponibilità a pagare. “In particolare, dopo la sfiducia negli intermediari (indicata nel 40% circa dei casi) i costi si annoverano tra i principali fattori che scoraggiano la domanda di consulenza. Tra i fruitori del servizio, inoltre, in media solo il 20% si dichiara propenso a remunerare il professionista, sebbene il dato aumenti con il grado di personalizzazione delle raccomandazioni ricevute, raggiungendo il 43% tra gli investitori assistiti da consulenza MiFID”. D’altra parte, le rilevazioni della Consob evidenziano la difficoltà a valutare la qualità del servizio ricevuto, oscillando tra il 40% e il 70% la percentuale di intervistati che non sono in grado di indicare alcun elemento di giudizio. Non solo. Tra gli investitori retail emerge “una diffusa riluttanza a informare il professionista degli elementi che egli deve (o può) acquisire ai fini della valutazione di adeguatezza della proposta di investimento”. In particolare, il 14% degli investitori che ricevono consulenza non ritengono di dover fornire alcuna informazione, mentre nei casi restanti la percentuale di intervistati che indica uno specifico elemento non supera il 36% (il dato è relativo, in particolare, all’obiettivo di investimento). Tale evidenza è coerente con la scarsa attitudine, già ri cordata, a strutturare il processo decisionale in modo da tener conto dei fattori che più rilevano ai fini di scelte di investimento corrette e consapevoli.

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I Clienti Italiani non sanno come vengono remunerati i CF

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Scritto il 05.10.2017

Il livello di educazione finanziaria degli italiani e la loro capacità di strutturare il processo decisionale che sta alla base delle proprie scelte di investimento sono ancora scarsi. Questa è la fotografia scattata dalla Consob, nel suo report pubblicato oggi sulle scelte di investimento delle famiglie italiane. Cautela nella rilevazione della propensione al rischio Gli Italiani si confermano impreparati in materia di investimenti finanziari. Il 20% degli Italiani non ha familiarità con alcun prodotto mentre il restante 80% dichiara di conoscere depositi bancari, titoli di Stato e obbligazioni bancarie, in linea con le consolidate abitudini di investimento orientate dall’ importante offerta di titoli del debito pubblico. Ridotta è anche la capacità di valutare la rischiosità delle opzioni di investimento che può essere minata dalle modalità di rappresentazione dell’informazione o dai deficit cognitivi derivanti da errori di sopravalutazione capaci di incidere sul livello di avversione al rischio. Queste circostanze dovrebbe imporre cautela nell’interpretazione delle rilevazioni sulla propensione del rischio degli investitori. Il quadro prevalente dell’italiano medio resta, comunque, caratterizzato da un’elevata avversione alle perdite ed una bassa propensione al rischio e registra un livello di consapevolezza nelle scelte di investimento scarso, leggermente in aumento per gli investitori con un livello di “literacy” maggiore. La resistenza alla domanda di consulenza, frutto di scelte inconsapevoli Dal report emerge che sono un terzo gli investitori che beneficiano di raccomandazioni personalizzate ai sensi Mifid. Tra questi solo il 7% degli investitori sceglie il modello di consulenza indipendente, ossia remunerata esclusivamente dal cliente. I restanti preferiscono il modello di consulenza ristretta, riferita ad un insieme limitato di strumenti finanziari genericamente emessi dallo stesso istituto di credito che eroga consulenza e quella avanzata, applicata a un insieme più ampio di strumenti finanziari e con una valutazione periodica dell’adeguatezza dell’investimento. L’investitore che si rivolge al consulente finanziario è alla ricerca della pianificazione finanziaria a lungo periodo e la protezione del patrimonio. Significativo è l’atteggiamento dell’investitore nei confronti dei costi del servizio che continua a rappresentare un motivo di resistenza alla richiesta di domanda di consulenza. Ciò che, però sorprende, è che questa resistenza, per la maggior parte dei casi, non è accompagnata da una piena consapevolezza dell’incidenza dei costi del servizio. Il report rileva, infatti, che il 45% degli investitori non sa indicare come venga remunerato il proprio consulente, mentre il 37% crede che il servizio sia gratuito. Non solo, non pare neppure legata ad una valutazione sulla qualità del servizio ricevuto dal consulente poiché l’investitore non è in grado di indicare alcun elemento di giudizio. La disponibilità a remunerare il professionista legata alla capacità di cogliere il valore aggiunto della consulenza cresce con il grado di personalizzazione delle raccomandazioni ricevute, raggiungendo il 43% tra gli investitori assistiti da consulenza MiFID. Saper sfruttare le nuove regole MifiD Gli Italiani non seguono il passo delle evoluzioni normative in atto. Persiste, una riluttanza ad informare il professionista degli elementi che deve e può acquisire ai fini della valutazione di adeguatezza della proposta di investimento. L’investitore dimostra ancora una scarsa attitudine a partecipare al processo decisionale del quale non ne comprende l’importanza e gli effetti. Tra la fascia dei clienti che ricevono consulenza, il 14% ritiene di non dover fornire alcuna informazione e il 36% è in grado di fornire informazioni limitate però a un solo elemento l’obiettivo di investimento. Ciò che si percepisce dal report è che gli investitori italiani hanno una scarsa capacità di cogliere gli aspetti delle nuove regole MiFID che mirano alla loro protezione attraverso varie forme, prime tra tutte, la trasparenza informativa. Solo la metà degli investitori, infatti, non acquista un prodotto se non ne comprende i documenti informativi e tra questi, circa la metà preferisce fare consultare i documenti informativi dal consulente perché non è sicuro di saperli leggere. E tra quest’ultimi, la scelta del consulente a cui affidare la lettura dei documenti informativi, gioca un ruolo prevalente la fiducia e la reputazione dell’intermediario. Questo conta più delle competenze. In buona sostanza la relazione empatica con il consulente è al primo posto nonostante la Consob, in recepimento alle linee guida Esma, abbia alzato l’asticella delle competenze richieste ai consulenti attribuendo un’importanza rilevante ai titoli di studi più elevati che riducono il periodo di esperienza maturata. Tuttavia per l’investitore il criterio più rassicurante resta la fiducia, che per quanto aspetto essenziale nelle relazioni, dovrebbe essere, anche, accompagnato da una valutazione della capacità del consulente di guidarlo nella comprensione dei rischi e del monitoraggio degli investimenti al fine di mitigare gli effetti distorsivi che basse conoscenza finanziarie e deficit cognitivo possono esercitare sul processo di elaborazione dell’informazione finanziaria. La chiave di lettura, l’educazione finanziaria? Le carenze registrate dal report sembrano, tuttavia, attenuarsi, in presenza di investitori che possiedono un livello più elevato di conoscenze finanziarie. Quelli che consultano i documenti in autonomia e partecipano attivamente alle scelte di investimento facendosi affiancare da un consulente al quale, però, non delegano passivamente. Forse la chiave di lettura delle risultanze del report è che occorre investire nell’educazione finanziaria perché le norme a tutela dell’investitore possano essere comprese nella loro pienezza ed esplicare la loro massima efficacia.

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Pecore, Struzzi o Lazzaroni

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 06.09.2017

La domanda può apparire provocatoria o irriverente se posta, come sto facendo, a migliaia e migliaia di risparmiatori. Nulla di tutto questo per le migliaia di risparmiatori che si possono sentire urtati nella loro sensibilità, il titolo vuole essere uno spunto di riflessione. Pochi ammetterebbero, almeno pubblicamente di riconoscersi in una PECORA, qualcuno forse ammetterebbe di riconoscersi in uno STRUZZO, non foss'altro per la simpatia dell'animale, NESSUNO MAI COMUNQUE DI ESSERE UN LAZZARONE. Tuttavia, chi come me da anni opera nel settore sa benissimo che questa è la fotografia del risparmiatore medio italiano. E sino qui poco male, SE NON FOSSE che alcuni operatori privi di scrupoli, etica e coscienza CI MARCIANO E FANNO BUSINESS sulle spalle dei malcapitati. E' ora di SMETTERLA, CARI COLLEGHI. Adesso basta!!!!! Vogliamo metterci in testa che i risparmiatori non sono carcasse sulle quali avventarci come avvoltoi? Vogliamo capire che il vero nostro unico patrimonio è la nostra reputazione? Ed allora cosa fare? Io un'idea ce l'avrei e da anni ormai ne sto facendo il mio cavallo di battaglia: FORMIAMO I NOSTRI CLIENTI. Impariamo ad ascoltare i loro sogni, DISTINGUERE i desiderata dalle reali necessità ed obiettivi. Aiutiamoli nel comprendere che pianificare val molto più di una commissione scontata o di un prodotto la cui performance passata è a tre cifre. Basta RAGAZZI: IL FILM E' FINITO! Non avremo tutti i risparmiatori ai nostri piedi, ad alcuni staremo pure antipatici, ad altri SEMBREREMO visionari. Non importa! Facciamo il nostro mestiere: SIAMO CONSULENTI e NON PIAZZISTI. Ed al risparmiatore, fosse uno solo che legge questo articolo suggerisco di diffidare di chi dice che tutto è facile, che pensa lui a tutto, che guarda caso tira fuori un PRODOTTINO e FA CREDERE SIA LA SOLUZIONE AD UN BISOGNO CHE STA FACENDO NASCERE IN VOI. Nossignori: NON FUNZIONA COSI'! Non siate NE' PECORE, NE' STRUZZI E MEN CHE MENO LAZZARONI, NON LO SIETE! Cercate di capire se chi sta davanti a voi è sincero, lo comprenderete facilmente. Un indizio? Se parla più di quanto ascolta ..... è L'AVVOLTOIO, se ASCOLTA e VOI VI RACCONTATE CON SERENITA E' UN CONSULENTE. Quasi certamente quello giusto. A presto.

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ZUCK 2020

Scritto il 08.06.2017

Intanto i nomi. “California” deriva da una mitologica regina Kalifa, che tenne un ideale Califfato nella fantasia di scrittori cinquecenteschi. Seicento anni dopo però il genius loci di San Francisco, nuova capitale morale, continua a essere imperiale, un califfato dei talenti, un’oligarchia dei migliori. A comandare, un’aristocrazia globale, una nuova misteriosa classe a-sociale, che non si mischia con le masse, e oggi si deve confrontare col first burino alla Casa Bianca. Tanti atteggiamenti, e posizioni: tra gli apocalittici (la maggior parte) il cofondatore di LinkedIn, Reid Hoffman, che in campagna elettorale si è offerto di dare in beneficenza cinque milioni di dollari se Trump si fosse deciso a presentare la sua documentazione fiscale. Trump è «la cosa peggiore mai successa nella mia vita» ha detto Sam Altman, presidente del giga-incubatore Y Combinator. Dave McClure, il fondatore di 500 Startup: «Se non sei incazzato in questo momento, che problema hai?». Tutti hanno minacciato di emigrare in Canada, come degli Umberto Eco con Berlusconi, nessuno naturalmente l’ha fatto. Dall’altra parte ci sono gli integrati, capeggiati da Peter Thiel, ex fondatore Paypal, grande azionista Facebook, principe delle tenebre di Silicon Valley, che è diventato il consigliere principe di Trump per la tecnologia, qui naturalmente assai vituperato. Gli altri califfi stanno alla finestra: Apple coi suoi 250 miliardi di dollari tenuti all’estero per non pagare tasse (come un tempo gli aristocratici nelle società feudali), aspetta: sia mai che da un male ne venga fuori un bene, con un maxi-rientro dei capitali da parte del presidente odiato. Sotto ai califfi c’è il popolo, che è rivitalizzato: non passa giorno senza manifestazioni, proteste, sit-in. Cinquant’anni dopo la rivolta a Berkeley e la Summer of Love, si ritirano fuori striscioni, si riscopre l’antica arte del boicottaggio (tutti a rimproverare Uber e downloadare Lyft). Si pensa al solito tormentone della California Republic, ci si ripete che da sola sarebbe il sesto Pil del mondo, però nessuno ci crede davvero: è un po’ come l’Alto Adige, non vogliono veramente andare via dall’Italia, vogliono solo sentirsi speciali. E poi in mezzo c’è lui, c’è Mark Zuckerberg. Potrebbe essere la terza via. Zuck 2020 potrebbe non essere follia. Ha tutte le carte in regola: non è un sociopatico come molti dei siliconvallici, non è trucido come un Brian Chesky di Uber, non ha i tic nervosi di Elon Musk, non ha capelli improbabili come Peter Thiel (vabbè, i capelli improbabili non sono mai stati un ostacolo in politica, diciamo). Non il grigiore di un Tim Cook. È il Veltroni della Valle, piace a tutti, è ebreo e religioso, è perfino etero, però ha sposato una solida dottoressa asiatica, sforna figli, è la force tranquille, ha un business che aderisce perfettamente alla nostra vita, anzi è la nostra vita; non progetta isole fantasiose, non costruisce razzi o tunnel, non è flamboyant come altri startuppari rampanti e viziosi come Evan Spiegel di Snapchat (ma quella è Los Angeles, è Silicon Beach, è un’altra storia). Ha «l’energia di un ragazzo ma l’esperienza di un uomo», per dirla con Alberto Sordi in “Guglielmo il dentone”. A Zuck piace la politica. Il suo gioco preferito è sempre stato Civilization, cioè fondare imperi. Zuck non si limiterà a Facebook. «Vuole lasciare il segno, ha progetti molto più ampi», ha scritto Vanity Fair in un recente profilo. «Vuole essere imperatore», sempre VF. «Non entrerà mai in politica, non è nel suo stile, non gli piace stringere mani» mi dice convinto un top manager Facebook a cena (il bello di San Francisco è che a cena incontri persone che mediamente lavorano a Facebook, Google, Tesla, come a Roma da Zara). Stai tranquillo, non ti cito. «Sono tranquillissimo, non puoi citarmi», mi dice l’uomo Facebook, sorridente e minaccioso. Zuck in realtà ha stretto mani molto importanti negli ultimi anni, quelle di tutti i governanti del globo, e adesso è partito per questo roadshow americano, trenta Stati uno per uno, tipo Romano Prodi col pullman o Matteo Renzi col camper, su altre scale. Visita chiese e palestre, scuole e governatori. Con la scusa di averne già visitati gli altri venti. «Quello è una cosa sua tipica, ogni anno si dà degli obiettivi e poi li porta avanti», dice l’uomo Facebook. Mark Zuckerberg Un ritratto di Mark Zuckerberg nella prima sede di Facebook a Palo Alto Un altro indizio potrebbe essere il fatto che nelle ultime due elezioni ha vinto chi ha saputo usare i social media. Obama nel 2008 e poi Trump nel 2016 (senza considerare quelle di mezzo). Si è molto parlato del ruolo del genero Jared Kushner e della squadra messa su in Texas, lontano da Washington, chiamata in codice “Project Alamo”, più un sistema di micropagamenti trasmessi proprio su Facebook, dove Facebook è stata sì fondamentale, ma non, come molti credono, per creare bolle e microbolle, bensì per portare soldi al presidente. Duecentocinquanta milioni di dollari pagati da utenti Facebook, per la campagna più risparmiosa della storia di un presidente che di suo non ha sborsato nulla. «Facebook è stato il nostro più grande incubatore di soldi» ha detto Brad Parscale, manager digitale che ha gestito la campagna (dell’agenzia che cura la strategia digitale di tutti gli hotel di Trump). Se vincono grazie alla mia piattaforma – potrebbe essere il ragionamento basic – perché non correre in proprio? Una vittoria parrebbe scontata, se il 79 per cento degli americani è su Facebook, perché uno su due non dovrebbe votarlo? C’è poi la prova schiacciante, quella della clausola societaria fatta apporre negli ultimi mesi al regolamento societario per cui Zuck potrà mantenere il controllo dell’azienda anche se dovesse «assumere qualche incarico governativo». «Una prassi» dice sempre l’uomo Facebook, e considera chiuso l’argomento. Un’educazione siliconvallica Zuck è il più grande testimonial della California del nord. Il suo attaccamento non è nostalgico, lui non ci è nato, qui, a differenza di Jobs che ha innalzato il suo monumentale falansterio nei luoghi dell’infanzia. Zuck è cresciuto a White Plans, nello Stato di New York, figlio di un dentista e di una psichiatra ebrei (l’ebraismo di Zuck è un altro tema interessante; a lungo si è detto ateo, mentre recentemente ha ritrovato la fede dei padri, secondo molti sarebbe un ulteriore indizio della sua volontà di sbarcare alla Casa Bianca, essere atei non è proprio un asset). Zuck è arrivato in Silicon Valley al secondo anno di università. Zuck non se n’è più andato. Zuck fa un uso moderato della famiglia, come se la stesse testando per le prossime campagne elettorali. Tenta una narrazione spesso dalla cucina di Palo Alto. Gli arredi sono minimalisti e sfumati in non-colori come la sua maglietta grigia onnipresente, sul fisico ormai muscoloso (guardando le vecchie foto di famiglia si ha la conferma di una nostra vecchia teoria, cioè che la ricchezza estrema porti a un mutamento anche cellulare di chi ne è detentore. Da studente paffuto e goffo Zuck è adesso un trentaduenne in forma e sexy, anche i lineamenti del viso sono come spianati). La moglie compare spesso, la dottoressa Priscilla Chan, laureata in biologia e pediatria, già in servizio all’ospedale della città, già San Francisco General Hospital e oggi semplicemente Zuckerberg General Hospital dopo una donazione di 75 milioni da parte del marito (hanno proprio cambiato il nome dell’ospedale, da un giorno all’altro). Buddista, figlia di rifugiati cinesi scappati in Vietnam, perennemente prima della classe, studentessa modello a Harvard dove incontra Zuck, si sono sposati il 19 maggio 2012, il giorno dopo il collocamento in borsa di Facebook. Lei a differenza del marito l’università l’ha finita. Priscilla Chan si occupa di una cosa molto locale e di una cosa molto globale. Della Primary School, scuola elementare con 300 bambini a Palo Alto, cui gli Zuck hanno donato milioni, e dove manderanno presumibilmente le loro figlie (la prima, Maxima detta Max, nata il 1 dicembre 2015, della seconda è stato appena annunciato il concepimento). La scuola è gratuita, aspira ad avere un approccio naturalmente nuovo, «un modello che sia replicabile e sostenibile», come spiega il sito, punta a rafforzare il senso di comunità delle famiglie locali (anche negli annunci di lavoro, dove cercano maestri, è sottolineata l’importanza di essere del posto), dà assicurazione e assistenza sanitaria gratuita ai bambini dai 3 ai 15 anni. La scuola zuckerberghiana si colloca in uno dei temi principali del discorso siliconvallico, quello dell’istruzione, perché uno dei discorsi più dibattuti qui è cosa fare dei figli; una volta che si è deciso di togliergli dalle spalle il peso di eredità miliardarie: se erediti milioni è un regalo, se erediti miliardi ti ammazzo, secondo la visione di Bill Gates, che forse un giorno verrà rivalutato rispetto a colleghi in dolcevita. Cosa fare di questi eredi imperiali? I veri califfi, quelli del petrolio, mandano i figli nelle accademie militari inglesi o almeno a Harvard. Qui si pongono altre domande. L’università americana è al collasso, con mostruoso debito studentesco (1,16 trilioni di dollari, quasi il doppio dell’intero indebitamento degli americani con le carte di credito). Pone questioni etiche, troppo cara, troppo poca diversity. La cultura del dropout è quella dei padri: tutta la mitologia brufolosa-abbandonica che da sempre considera l’accademia come un buon posto da cui andarsene, a partire dal grande umorista sanfranciscano Mark Twain («non ho mai lasciato che la scuola interferisse con la mia educazione») per seguire con illustri “ritirati”, da Steve Jobs sempre affamato e folle, e mai in classe; e poi Travis Kalanick di Uber, e il solito Peter Thiel che addirittura oggi offre borse di studio a chi si ritira, e fonda una società. Fino a Zuck. Infine lo Stato, o comunque l’apparato, l’esistente, viene ormai visto come piattaforma smontabile di cui individuare inefficienze e possibilmente “disrupt”; dunque a San Francisco alle scuole normali e pur costosissime da 30 mila dollari l’anno non ci va più nessuno, è tutta una corsa alla scuola speciale, dalla 826Valencia dello scrittore Dave Eggers, per bambini geniali ma poveri, alla “Scuola” in italiano nel testo fondata da Valentina Imbeni, figlia del mitico sindaco di Reggio Emilia, fino all’home schooling che riporta direttamente ai precettori delle famiglie dabbene tipo abate Parini (e incrocia la piattaforma ideologica trumpista con un cortocircuito). La scuola è dunque uno dei due pilastri della Chan-Zuckerberg Initiative, il colossale veicolo di beneficenza della famiglia che avrà in dote il 99% della loro quota di Facebook, cioè circa una quarantina di miliardi di dollari. Uno dei primi investimenti (24 milioni) è andato ad Andela, un acceleratore di imprese basato in Africa che forma studenti locali iperqualificati per insegnare loro la programmazione, garantendo l’inserimento poi nelle migliori aziende tecnologiche del mondo. Il secondo pilastro è la sanità. Il San Francisco Magazine ha messo in copertina qualche tempo fa la coppia Chan-Zuckerberg ritratti come due supereroi dopo la costituzione del Biohub, mega centro di ricerca interamente finanziato dalla famiglia, con dotazione di 3 miliardi di dollari affidata a Mark De Risi, direttore del centro di biochimica della University of California-San Francisco, uno degli scienziati più importanti d’America. È lui a guidare questa specie di uber-ministero della Sanità che ha l’obiettivo molto semplice e vagamente ambizioso di «sconfiggere tutte le malattie» in 83 anni, cioè entro la fine del secolo. Sbertucciato da molti per questi toni trionfalistici, lo scienziato racconta che i costi della ricerca attuali, se incrociati con le tecnologie migliori disponibili, possono diminuire molto, e che le scoperte mediche possono essere anche migliaia di volte più veloci che in passato grazie alle onnipresenti intelligenze artificiali. Soprattutto, il Ministero Zuck non ha i costi di personale né le lungaggini burocratiche di un apparato statale. Investe in startup, non in appalti con le regioni e le province autonome. E sceglie i migliori professionisti del mondo. Per la loro fondazione, gli Zuckerberg hanno appena annunciato di aver scelto come capo operativo Brian Pinkerton, ex capo ingegnere degli algoritmi di Amazon. Se si mettono insieme Stanford e Berkeley, cioè due dei migliori centri di ricerca d’America con cui la fondazione lavora, ai migliori programmatori del mondo, e a un fondocassa di 40 miliardi di dollari, è possibile immaginare Silicon Valley come l’ospedale più efficiente della storia. Mark Zuckerberg Mark Zuckerberg A settembre, alla presentazione di Biohub, Zuck ha detto ai presenti (tra cui Bill Gates, il suo padre spirituale e ispiratore di beneficenze), che «si può prendere l’esistente e renderlo migliore: che sia un codice, una tecnologia, un’azienda. O un governo». E la sanità, che passa dalla fondazione, riporta al tormentone politico. Altri indizi: come capo delle relazioni istituzionali della fondazione gli Zuckerberg hanno chiamato David Plouffe, ex responsabile della campagna di Obama 2008; e Kenneth Mehlman, responsabile della ri-elezione di George W. Bush nel 2004, segue pure i public affairs. Un’altra nomina in questo governo tecnico Zuckerberg è quella di Campbell Brown, volto televisivo di Cnn ed esperta di educazione, oltre che vicina all’attuale segretario all’Istruzione Betsy DeVos (altro cortocircuito trumpista), moglie di un consigliere di Tim Romney, seppur fiera oppositrice del Presidente. È stata nominata come responsabile dei rapporti coi media di Facebook, e sta portando avanti una serie di incontri ai massimi livelli con i direttori dei grandi giornali e network, forse per ricucire dopo le accuse di fake news, nel delicato momento di trasformazione di Facebook da editore che non osa pronunciare il suo nome a media outlet in proprio. A metà febbraio, dopo che tutti i califfi e sotto-califfi della valle hanno scritto ai loro dipendenti tranquillizzandoli che Trump e le sue truppe no pasaran, Zuck ha pubblicato una lunghissima lettera su Fb che però è diventata manifesto globale; qui, promette maggior controllo su verità e false verità ma soprattutto ribadisce la portata globale e politica della sua piattaforma: «Le nostre sfide richiedono risposte globali, come mettere fine al terrorismo, combattere il cambiamento climatico, prevenire le pandemie». Un linguaggio presidenziale, anti-trumpista. «Sono stato eletto presidente dell’America, non del mondo», ha detto Trump. Per Zuck potrebbe valere proprio il contrario. Oltre a saper stringere mani, Zuck è poi anche discretamente diplomatico (o paraculo): quando Trump ha precettato tutti i califfi a New York, nel summit più imbarazzante degli ultimi anni, Zuck stretto tra andare o esimersi (come altri), ha spedito la sua numero due operativa, Sheryl Sandberg. Le mani su Palo Alto Partire per la valle del silicio è un’esperienza. Si prende uno di quei trenoni americani da Una poltrona per due, tutti d’alluminio, bombati e rinforzati eccessivamente solidi e tough, come a compensare complessi americani per la ferrovia. Le fermate sono mitologia: Menlo Park, Palo Alto, Stanford, Mountain View. Scendiamo alla seconda, tra cartelli di annunci di assunzioni (assumono tutti, ferrovieri, telefonisti, tramvieri). Ci avviamo. Una campagna incredibilmente curata, piatta, con villette ognuna che imita uno stile; c’è il finto chalet, il finto cottage, la finta o vera villa vittoriana, ma tutto piccolo, in miniatura, tipo plastico del trenino. La terra è la risorsa più limitata che c’è qui, nella valle imperiale in cui la materia prima scarseggiante non sono certamente i soldi né i talenti, bensì il mattone. Zuck qui ha investito come un furbetto del quartierino; quattro case nel quartiere dei ricchi, off University Avenue, stradone che taglia in due Palo Alto, per complessivi trenta milioni di dollari. Un vicino ci racconta che un agente immobiliare gli ha fatto causa, a Zuck, perché lui aveva promesso che gli avrebbe presentato tutti i suoi amici ricchi come possibili clienti, e non l’ha fatto. Mancato traffico di influenze in Silicon Valley. Lo stesso vicino (che ha venduto, lui pure, casa a Zuck) racconta della figlia che nel momento del delicato trapasso di proprietà si è soffermata una sera a fumare una sigaretta e si è trovata quattro uomini della sicurezza zuckerbergiana con torce elettriche e tutto a interrogarla. Per capire il valore della terra qui bisognerebbe rivedere il video di Steve Jobs che va in consiglio comunale a Cupertino a presentare il suo progetto del nuovo campus Apple, e dice «potevamo andare da tante altre parti ma siamo venuti qua». Si trova online con le insegne della tv del Cupertino City Council, e qui Jobs rivela di aver comprato nove diverse proprietà per permettere a Norman Foster di costruire l’anellone gigante che ospiterà i 40 mila dipendenti Apple, e ora siamo contenti «perché abbiamo la terra» («e dovreste esserlo anche voi, perché siamo i primi contribuenti del comune», dice ai consiglieri comunali a cui brillano gli occhi per gli oneri di urbanizzazione). «Il prezzo per ettaro del terreno qui arriva a 7,5 milioni di dollari» ci dice un imprenditore che abita in questo quartiere di ricchi e ci mostra molto orgoglioso la sua villa in stile provenzale, con un orto e una piscina che sono la metà di quella che avevano i nostri compagni di scuola a Brescia figli di elettricisti affluenti. I soffitti sono bassi, ai limiti dell’agibilità, tutto è minuscolo in queste ville e suscita serie riflessioni su cosa spinga questi magnati a fare fantastilioni, se poi si deve abitare qui. Non ci sono limousine ma neanche suv bestiali, ci sono invece quasi davanti a ogni villetta delle macchine europee vintage, molte Alfa Romeo Giulia, molte Bmw anni Settanta, giocattoli per questi trenta-quarantenni che hanno fatto fortuna e devono esibirla con giudizio Di nuovo: in questo nugolo di vialetti molto ben tenuti, l’erba è ben tagliata ma un po’ secca – l’erba è un indicatore sociale sempre molto importante; l’erba qui è ben rasata come nei quartieri middle class, ma non insopportabilmente verde come a Palm Beach; perché i nuovi masters of the universe sono anche naturalmente ecologisti. È interessante anche notare gli altri contrasti: non ci sono naturalmente limousine ma neanche suv bestiali, Bentley e Rolls Royce bandite, ci sono invece quasi davanti a ogni villetta delle macchine europee vintage, molte Alfa Romeo Giulia (una versione giardinetta, rarissima), molte Bmw anni Settanta, giocattoli per questi trenta-quarantenni che hanno fatto fortuna e devono esibirla con molto giudizio. Al 1456 di Edgewood Drive, una via asfaltata circondata di ville (una bianca, addirittura in vendita) le case sono un po’ più grandi e apparentemente non c’è nessuno a guardia del quinto uomo più ricco del mondo e certamente del millennial più influente. Neanche macchine di scorta. Apparentemente. Occorre passare un paio di volte per notare che, non neri ma uno bianco e uno argento, i suv ci sono, uno a sinistra e uno a destra, con dentro degli omoni che trafficano su molti monitor collegati forse a delle domotiche misteriose di casa Zuckerberg. Anche i muri della casa sono stati rialzati con della plastica nera, evidentemente per proteggere la privacy di questo complesso. Il centro di Palo Alto è anche più deprimente; tutto moderno, con basse palazzine, porticati che imitano un po’ lo stile floridiano, con risultati però più da Tirana: l’ufficio postale e quello dello sceriffo, tutte le banche possibili e immaginabili. Cemento. Sotto un porticato di cemento armato ecco il ristorante Il Fornaio, che pare essere il preferito di Zuck. Stessa grafica di una celebre catena di panetterie bresciane (El Forner) e sembra infatti di stare a Brescia negli anni Ottanta, anzi in provincia di Brescia, nel paese di Rezzato, con molte rotonde, e le signore che arrivano come qui oggi per il lunch al Fornaio scendendo da Range Rover con le loro kelly e l’aria contenta (avranno degli amanti, dei personal trainer, si spera, mentre i mariti trafficano con le loro startup planetarie). Al Fornaio, che come claim ha «authentic Italian restaurant», i camerieri non capiscono una parola di italiano, e però il carpaccio è abbastanza buono, ci sono dei tavoli di fondamentali venture capitalist, e appunto tante signore che dovranno aggiornarsi sulla loro vita a Palo Alto (a Rezzato però chi faceva fortuna scappava, oppure si comprava la villa secentesca affrescata). Se fosse stato di qui, Zuck avrebbe fatto forse il liceo alla Palo Alto High School incrociando i fratelli Franco (James, Tom e Dave): sarebbe bello un film su un’adolescenza a Palo Alto. Forse stanchi della vita di campagna, Zuck e signora si sono comprati casa a San Francisco, nel quartiere della Mission, un rione Monti sanfranciscano, già pericoloso e sgarrupato, oggi popolato di negozi di bici a scatto fisso, la libreria di Dave Eggers, molti negozi di zaini hi-tech, caffe Ritual e Four-Barrel e tutte le declinazioni del coffee-shop (rigorosamente senza Starbucks). Sui pali dell’elettricità molti cartelli in questo inizio di 2017 (i pali elettrici di legno sono storicamente una bacheca più anziana di quella Facebook, migliaia di chiodini arrugginiti testimoniano epoche di affissioni) inneggiano contro Mark Zuckerberg. C’è faccione di Zuck con una scritta, «Aloha», e poi «tech fascist!». A rébours: San Francisco oggi è scissa tra essere San Francisco e la Daqqa dell’Arabia Saudita, e la Mission ospita queste contraddizioni. Un grande Pigneto globale, con startupper e unicorni al posto degli spacciatori. Generazioni di consigli comunali tendenza Sel impediscono di costruire alcunché, salvo poi lamentarsi che gli homeless numerosissimi soffrono in strada. Ogni tanto viene costruito qualche project cioè edilizia sociale, e tutti fanno in modo che non sia nel proprio giardino. Tutti imputano a Airbnb la salita folle dei prezzi, oppure a Zuck e ai suoi derivati. In un’altra parte di città, a Richmond, zona tranquilla, un vecchio editore sanfranciscano amico di Lawrence Ferlinghetti ci fa il suo lamento: «Noi non abbiamo niente contro di loro, per carità, però almeno se ne stessero nella loro Silicon Valley», dove loro sono appunto Zuck e gli altri; i travet che la mattina salgono a bordo dei famigerati torpedoni che li portano giù verso la Valle, creando traffico (nessuno dice che il combinato disposto di questi pullman insieme a Uber e Lyft che hanno moltiplicato le auto ha reso il traffico sanfranciscano ormai molto simile a quello romano. Anche con comportamenti simili: trionfa la doppia fila e la società civile sanfranciscana ha imparato a usare il clacson, con l’entusiasmo dei neofiti. Come a Roma poi non si sa come comportarsi con quel misterioso fenomeno atmosferico chiamato pioggia. Appena cadono due gocce, il traffico si paralizza, del resto non pioveva da sei anni, qui per eccesso di zelo chiudono anche l’aeroporto (mentre Zuck, insieme a Thiel e pochi altri non militari, sono gli unici autorizzati a decollare e atterrare dall’aeroporto militare della Nasa, conferma di uno status aristocratico, comunque sovraordinato). Mark Zuckerberg Mark Zuckerberg nel 2016 a Berlino (Getty Images) Zuck ha comprato casa sulla Ventunesima all’incrocio con Dolores, vicino al parco immortalato mille volte da Looking in giù, tra la drogheria più cara del mondo (Bi-Rite) e la pasticceria aspirazionale Tartine Bakery e il caffè Ritual con vivaio di piante grasse. Per le solite esigenze di privatezza Zuck ha rilevato varie case, unendole, e la classe media riflessiva naturalmente è insorta. Un vicino di casa ha scritto una lettera alla polizia perché i due soliti suv di scorta non-neri occupano il marciapiede (come quelli che a Roma hanno il vicino onorevole). Una storia più interessante riguarda il signor William Gordon Kinzer, sessantuno anni, originario della Florida, l’anno scorso ha avuto un’ordinanza restrittiva dopo aver deciso di trasferirsi (in un’auto) di fronte a casa Zuckerberg, per più comodamente molestare le maestranze che stavano ristrutturando la magione. «Come ci si trova a lavorare come schiavi di un criminale?» era una delle cose più gentili che diceva agli operai, e quindi è stato allontanato, e subito i vicini hanno protestato sui maltrattamenti inflittigli (al molestatore). È una storia molto sanfranciscana: il signor Kinzer, che soffre di disturbo bipolare, era venuto a San Francisco a stare dal suo vecchio amico Bill Kennedy, che abita a cinquanta metri da casa Zuckerberg, poi dopo qualche mese se n’era andato perché stava meglio, poi è tornato devastato in città ma si vergognava a farsi vedere nuovamente sbroccato dall’amico, così ha preferito dormire vicino all’amico, ma in macchina, e non gli sarà parso vero di avere una vittima così perfetta come Zuckerberg (normalmente quando si hanno attacchi psicotici ce la si prende col papa, coi presidenti, si issano bandiere a caso; non capita a tutti di avere uno Zuckerberg sotto casa). A parte il povero signore bipolare, non si sono registrati però altri attacchi: forse perché la casa, con astuta mossa padronale, è stata scelta in cima a una delle salite più ripide di San Francisco, e richiede polmoni e polpacci d’acciaio. Arrivarci mette alla prova la pazienza di stalker provetti. Ci sono distrazioni sul percorso, anche: vicino c’è la casa di Tom & Jerry, inserita in tutte le guide della città, non per i due personaggi dei cartoni con cui non c’entra niente, ma perché ospita le più incredibili decorazioni e luminarie natalizie, opera dei padroni di casa, il neurologo Tom Taylor e il vetrinista Jerry Goldstein, che vi abitano amorevolmente insieme da 43 anni. La possibilità di un’isola «Aloha» recitano i cartelli anti-zuck. Perché gli Zuckerberg recentemente hanno comprato un’altra casa, alle Hawaii, cioè qualche centinaio di ettari, e anche qui molte polemiche. Accusato di sfruttare le popolazioni locali, di aver comprato per un tozzo di pane, Zuck ha dovuto smentire, ovviamente su Facebook, rassicurare, che «amiamo le Hawaii e vogliamo essere buoni membri di quella comunità», e qui Zuck parrebbe in linea con gli altri magnati siliconvallici, da sempre sensibili alle isole. Isole possibilmente sovrane come quelle prodotte dal Seasteading Institute, organizzazione di San Francisco un tempo partecipata da Peter Thiel e diretta dal nipote di Milton Friedman, il papà del liberismo. L’idea è di costruire atolli artificiali eliminando quella fastidiosa inefficiente entità chiamata Stato. Realizzando così il sogno di Ayn Rand, curiosa figura di scrittrice-saggista-ideologa, propalatrice e inventrice dell’idea aristocratica e un po’ Brokeback Mountain dell’esistenza siliconvallica. Pochi umani che dominano materia e natura senza fastidiose presenze statali come nella Rivolta di Atlante, dove un gruppo di singoli cittadini si rivoltano alla società del welfare e fondano uno Stato basato sui talenti e sull’unico mezzo di remunerarli, l’oro. Ai siliconvallici piacciono tanto gli spazi aperti. Ma a differenza degli altri califfi, Zuckerberg potrebbe volere le Hawaii solo per le vacanze. La sua vera isola è chiaramente il mondo.

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COSI' LA VITA PRIVATA DEL CLIENTE PUO' INFLUENZARE IL MODO DI FARE CONSULENZA

Scritto il 08.06.2017

Per un cliente private, in tema di investimenti, è fondamentale affidarsi a un banker che sia non solo competente professionalmente, ma anche in grado di ascoltarlo, capace di comprenderne le esigenze e che lo sappia consigliare nelle scelte. Questo bisogno scaturisce dal fatto che i patrimoni in questione sono molto complessi, così come molto complesse sono le necessità di chi li possiede. Secondo uno studio portato avanti nel Regno Unito da Pershing (Digital Horizons report 2015), la necessità di un wealth manager per i clienti è determinata dalla combinazione di 13 eventi cruciali della loro vita personale (grafico 1). Da ciò ne deriva che la conseguente scelta del wealth manager sia influenzata anche dall’età dell’investitore, strettamente collegata a tali eventi cruciali. “Nel rapporto professionale banker-cliente, il momento migliore perché emergano anche questi aspetti è senza dubbio la fase di profilazione del cliente da parte del private banker, fase che a questo punto viene a ricoprire una grande e riscoperta importanza, al fine di ottenere una migliore gestione degli investimenti – spiega Aipb - È vero che il cliente dichiara che la reportistica sull’andamento dei suoi investimenti è chiara e completa, ma è necessario, soprattutto, che il banker attraverso di essa faccia il punto della storia di investimento del cliente, degli andamenti storici del suo portafoglio e patrimonio, del guadagno nel tempo, del rischio, e che contestualizzi scelte e obiettivi anche sulla base della vita ‘personale’ del cliente”. Un cliente su due, infatti, considera importante disporre di un documento che riassuma come e quanto si sta avvicinando al raggiungimento degli obiettivi di vita/familiari. A ben guardare, se anche le scelte strettamente personali dei clienti svolgono un ruolo determinante nella pianificazione degli investimenti, vista in questa prospettiva, la personalizzazione del servizio alla clientela acquisisce un significato ancora più profondo. Infatti, per gli addetti ai lavori, tenere presenti questi elementi potrebbe essere un’occasione ulteriore per rafforzare il contatto con la clientela e continuare a portare avanti ancora più consapevolmente il ‘mantra’ del private banking.

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Europa post Macron

Scritto il 23.05.2017

Accordo OPEC sul petrolio, le parlamentari francesi a giugno e il voto anticipato nel Regno Unito sono gli eventi più di impatto per l'Europa Fattibilità e realizzazione della Brexit, nonché gli impatti delle misure annunciate da Donald Trump LA NEWS Il quadro geopolitico mondiale tira un sospiro di sollievo dopo le presidenziali francesi e la vittoria di Macron. Accantonato per il momento il rischio geopolitico, la palla passa ora ad eventi “minori”, tra cui l’accordo OPEC sul petrolio, le parlamentari francesi a giugno e il voto anticipato nel Regno Unito. Quali sono dunque i principali nodi da sciogliere? Per i partner di Advisor Professional*, dei quali abbiamo raccolto commenti e prospettive, sono la fattibilità e la realizzazione della Brexit, nonché gli impatti delle misure annunciate da Donald Trump. Eurizon, accantonato il rischio politico europeo, concentra l’attenzione su crescita globale e banche centrali, indicando tra i fattori da monitorare la tenuta dell’economia cinese e le dinamiche del petrolio. Concorde sull’importanza dell’impatto che il prezzo del greggio può avere sui mercati è Edmond de Rothschild, che si auspica un’estensione dell’accordo sul tetto alla produzione, discussa nel prossimo meeting OPEC del 25 maggio. "Un risultato delle elezioni nel Regno Unito che non porti a un governo forte, sarebbe un fattore negativo che si ripercuoterebbe principalmente in una rinnovata debolezza della sterlina" evidenziano da AXA IM. Per la società di gestione “la minaccia più grave per le finanze britanniche e per la stabilità dei mercati proviene dall’interno e non dall’esterno”. Il rischio è quello di una dissoluzione dello stato sovrano legato al tentativo di un secondo referendum sull’indipendenza scozzese e ai rapporti ostili tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Ad Occidente, le misure di riduzione ed agevolazione fiscale annunciate da Trump dovrebbero, nell’ottica di Pioneer Investment, metter nuova carne al fuoco per l’azionario USA, che ad ora non ha scontato del tutto gli effetti dei tagli fiscali proposti; la crescita degli utili aziendali è attesa in crescita del 25-30 per cento in tre anni; rialzo parallelo che dovrebbe interessare l’equity. M&G pone il focus sulla tenuta del sistema europeo: “Da una prospettiva d’investimento, qualsiasi diminuzione dei pettegolezzi circa la disgregazione dell’Unione dovrebbe incoraggiare gli investitori a concentrarsi sul miglioramento dei fondamentali economici”. Per Fidelity pollice in su per l’Europa: “Le valutazioni europee sono ancora prossime ai minimi di lungo termine, mentre la crescita degli utili e le stime sono attualmente superiori rispetto agli Stati Uniti”. Nella view di Schroders, invece, “i titoli bancari hanno fatto bene dall’ultimo trimestre del 2016 e la vittoria di Macron dovrebbe essere un risultato positivo per il comparto”. Franklin Templeton ribadisce come sul medio termine “i titoli di stato francesi inizieranno ad essere venduti col passare dei mesi”, col mercato che preferirà titoli corporate e ciclici. In termini di strategia, a beneficiare del risultato elettorale saranno principalmente titoli legati all’energia pulita e alla ricerca e sviluppo. Bene anche tecnologia, healthcare e i nuovi progetti infrastrutturali. Secondo BlackRock, l'elezione di Macron appariva già scontata e, come tale, non ha prodotto impatti significativi di breve. Il focus rimane quindi su 3 fattori: gli utili del secondo trimestre, i potenziali segnali di rallentamento del ciclo economico cinese, le decisioni della Fed per il prossimo rialzo dei tassi di interesse. Infine, il venir meno del rischio politico nell’Eurozona e le pressioni sulla Banca Centrale Europea spingono GAM a confermare l’esposizione azionaria, con preferenze in Europa, Giappone e Paesi Emergenti rispetto agli Stati Uniti. “Come singoli temi azionari meritano attenzione i settori del lusso e della sanità, sostenuti dai movimenti demografici di lungo periodo”. *L'articolo prende in considerazione le dichiarazione e i commenti espressi e realizzati dal 5 maggio al 17 maggio.

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P.I.R.

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  • PIR - Piani Individuali di Risparmio
Scritto il 23.05.2017

Il DL 50/2017 ha apportato una serie di modifiche ed integrazioni alle disposizioni contenute nella legge di bilancio 2017 che, a decorrere dal 1° gennaio 2017, hanno introdotto nel nostro ordinamento importanti incentivi fiscali attraverso i piani individuali di risparmio a lungo termine (PIR). Si tratta principalmente di ritocchi di natura formale volti a risolvere alcuni dubbi interpretativi che il testo normativo, nella sua originaria formulazione, poneva. In merito alle modifiche apportate alla normativa PIR, si rileva la correzione del refuso contenuto nel comma 101. Ed infatti, il rinvio al “comma 90” contenuto nel citato comma 101 ai fini della individuazione degli investimenti qualificati da effettuare nel piano era errato, ed era da intendersi al “comma 102”. Viene quindi finalmente eleminato ogni dubbio: al fine di beneficiare del regime di non imponibilità dei redditi derivanti dagli investimenti detenuti nel piano, le somme o i valori conferiti nel piano devono essere destinati ad investimenti qualificati di cui al comma 102, anche nel caso di investimento diretto, nel rispetto ovviamente dei vincoli di composizione e concentrazione del patrimonio del PIR e al vincolo di detenzione di cinque anni degli strumenti finanziari in cui è investito il piano. Pertanto, in ciascun anno solare di durata del piano, per almeno i due terzi dell’anno stesso, le somme o i valori destinati nel PIR dovranno essere investiti, per almeno il 70%, in strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese italiane od estere (UE o SEE) con stabile organizzazione in Italia che svolgono attività diverse da quella immobiliare. Di questo 70%, il 30% (che equivale al 21% del valore complessivo degli investimenti del piano) deve essere investito in strumenti finanziari di imprese italiane od estere (UE o SEE) con stabile organizzazione in Italia diverse da quelle inserite nell’indice FTSE MIB della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati. Resta fermo che i suddetti investimenti possono essere effettuati anche indirettamente per il tramite di OICR. In particolare, ai fini della normativa in esame, assume rilevanza anche l’investimento indiretto effettuato per il tramite di OICR italiani od esteri (UE o SEE), qualora l’organismo di investimento investa il proprio attivo nel rispetto dei vincoli e dei limiti disposti dalla normativa (cc.dd. OICR PIR compliant). Oltre alla correzione del refuso, è stato riformulato il comma 113 per meglio chiarire che l’intermediario o l’impresa di assicurazione presso cui è stato aperto il PIR deve tenere separata evidenza delle somme destinate nel piano in anni differenti nonché degli investimenti qualificati effettuati. La separazione contabile è necessaria, da un lato, per tenere memoria delle movimentazioni degli strumenti finanziari contenuti nel piano (acquisti o sottoscrizioni, conferimenti, cessioni, rimborsi a scadenza), dei redditi derivanti dagli stessi e delle eventuali minusvalenze conseguite, dall’altro, per verificare l’osservanza dell’obbligo di detenzione degli strumenti finanziari per almeno cinque anni. Al riguardo preme evidenziare che la normativa PIR non prevede l’obbligo di aprire un rapporto ad hoc in cui destinare le somme o i valori. L’intermediario finanziario o l’impresa di assicurazione deve quindi garantire anche la separazione contabile delle somme o valori destinati nel PIR e dei loro impieghi, rispetto agli altri strumenti finanziari eventualmente detenuti presso lo stesso intermediario. Un’ulteriore modifica ha riguardato il comma 106 dell’art. 1 della legge di bilancio 2017. E’ stato previsto, per le persone fisiche titolari di un PIR, un termine più ampio di 90 giorni (anziché di 30 giorni) per reinvestire le somme conseguite a seguito del rimborso a scadenza degli strumenti finanziari detenuti nel piano. Ciò, in linea, tra l’altro, con quanto previsto per le forme di previdenza complementari e gli enti di previdenza obbligatoria.

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Polizze vita, niente più capitale garantito

Scritto il 29.03.2017

ADDIO 100% – Il capitale sarà protetto al 90-95% ma non più garantito al 100%. E’ la novità che potrebbe riguardare le polizze del ramo I, quelle che investono nelle gestioni separate assicurative, fondi con un portafoglio composto per lo più da titoli di stato. Secondo il quotidiano Mf, l’associazione di categoria Ania e l’istituto di vigilanza Ivass sono vicini a un’intesa per abbassare appunto dal 100% al 90-95% la garanzia sul capitale di questi prodotti, che stanno diventando molto costosi per le compagnie, soprattutto da quando i tassi d’interesse sono a zero. Inoltre, secondo Mf, per le polizze del ramo I potrebbe arrivare un’altra novità: l’eliminazione dell’obbligo oggi in vigore di distribuire agli assicurati le plusvalenze ottenute con i titoli presenti nella gestione separata, consentendo alle compagnie di reinvestirle nel fondo.

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Fee Only un'armata con l'ingresso dei Commercialisti

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 22.03.2017

Da piccola armata, quella dei consulenti fee only potrebbe diventare un esercito da far invidia sia ai private banker sia ai consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (il nuovo nome assunto dagli ex promotori finanziari). Stando alle note interpretative della disciplina delle incompatibilità assunte nel marzo 2012 dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, la professione di commercialista ed esperto contabile è incompatibile con la professione di promotore finanziario, con quella di sub agente assicurativo e con quella di agente in attività finanziaria, ma risulta compatibile con quella di consulente finanziario, se consideriamo quest’ultimo come un “professionista incaricato direttamente dal cliente di studiare i mercati finanziari e prospettare le alternative migliori di investimento, illustrando i vantaggi, costi e rischi di ogni soluzione” come si legge in un documento dell’Ordine dei Commercialisti di Roma. La consulenza finanziaria, quindi, può rientrare tra le attività del professionista solo se intesa in senso stretto e se quindi non si esplica in un'attività di intermediazione e non è retribuita con provvigioni. Ne abbiamo parlato con Massimo Scolari (nella foto), presidente di Ascosim, l’associazione delle società di consulenza. La qualifica di consulente finanziario indipendente può interessare anche i commercialisti che potrebbero così allargare la gamma di servizi? Ne sono assolutamente convinto. La consulenza finanziaria indipendente, per sua natura, abbraccia un perimetro più ampio che confina con materie (fiscali, successorie eccetera) nelle quali i commercialisti già svolgono un’assistenza professionale alla propria clientela. Si aggiunga la profonda conoscenza del dottore commercialista delle circostanze e delle caratteristiche del cliente imprenditore e della sua azienda. Estendere il servizio professionale del dottore commercialista alla pianificazione finanziaria e agli investimenti può accrescere in modo sostanziale la qualità ed il perimetro del servizio reso al cliente. La professione di commercialista è compatibile con quella di consulente fee only? È possibile l’iscrizione a entrambi gli albi? La compatibilità della professione del dottore commercialista e del consulente finanziario va esaminata da entrambi i punti di vista. Nel Regolamento Consob 17130, all’art. 13 che disciplina le cause di incompatibilità con l’attività del consulente finanziario, non vi è alcun ostacolo. Per i Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili le norme in vigore (D. Lgs. del 28 giugno 2005, all’art. 4, ndr), contengono le disposizioni in merito alle incompatibilità, tra le quali è compresa l’attività del promotore finanziario, ma non quella del consulente finanziario autonomo. Non sembrano quindi sussistere ostacoli allo svolgimento da parte dei dottori commercialisti dell’attività di consulenza finanziaria autonoma, in particolare a fronte di un incarico ricevuto direttamente dal cliente. Nel caso un professionista potrebbe indossare entrambe le “casacche”. O forse è preferibile associarsi a un fee only per offrire questa tipologia di servizi? Credo che la collaborazione tra studi professionali di commercialisti e consulenti finanziari autonomi o società di consulenza finanziaria sia un’opportunità per entrambi i soggetti al fine di integrare le attività e le conoscenze specialistiche necessarie per un servizio di elevato standard qualitativo. Quanti commercialisti potrebbero iscriversi alla sezione “autonomi” dell’albo unico? A questa domanda sinceramente non saprei rispondere. Posso senz’altro testimoniare che l’interesse da parte di numerosi soggetti ci è già stato manifestato. Tuttavia, come in altre occasioni, si assisterà inizialmente all’avvio di iniziative sperimentali dalle quali si potranno comprendere e valutare i vantaggi e gli svantaggi della collaborazione tra le due aree professionali. Come associazione siamo comunque pronti a fornire tutto il supporto e le informazioni che ci verranno richieste.

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Una spia d’allerta sul mercato dei bond (e non solo)

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 13.03.2017

L’8 dicembre 2016 un giornalista, al termine della conferenza BCE, chiedeva al Presidente Mario Draghi: “Ha sottolineato che la BCE può aumentare i volumi e la durata del programma se gli sviluppi cambiano. Questo significa che, se gli sviluppi sono migliori delle attese, la BCE potrebbe rallentare o tagliare la durata del programma? Se no, perché no, dato che la BCE dice sempre di essere un’istituzione guidata dai dati?”. Il Presidente Draghi ha tagliato corto, ironizzando: “Non ne abbiamo proprio parlato oggi. Siamo ancora ben lontani da problemi di alta classe come questo”. Le previsioni fatte in dicembre 2016 dalla BCE vedevano l’inflazione all’1.3% nel 2017, all’1.5% nel 2018 e all’1.7% nel 2019. A meno di tre mesi dalla conferenza di dicembre, l’inflazione ha già raggiunto in febbraio il 2%. In Germania, l’inflazione è al 2.2% superiore a quella degli altri Paesi europei. Ben al di sopra delle previsioni. Tuttavia, l’inflazione al netto delle componenti più volatili, alimentari ed energia, è ancora allo 0.9%, cosa che spiega il perché la BCE nella riunione di ieri ha mantenuto i tassi d’interesse invariati: tasso zero sulle operazioni di rifinanziamento principali, 0.25% sulle operazioni di rifinanziamento marginali e -0.4% sui depositi presso la banca centrale. Gli acquisti di attività da parte della BCE continueranno al ritmo di 80 miliardi di euro fino alla fine di marzo. Poi 60 miliardi al mese fino a dicembre 2017 o oltre, se necessario. La BCE ha preso atto del balzo dell’inflazione (headline inflation) in febbraio, legato alla risalita dei prezzi di energia e alimentari, sottolineando tuttavia che le pressioni al rialzo dell’inflazione al netto delle sue componenti più volatili (underlying inflation) rimangono moderate. Ha aggiornato di conseguenza le previsioni per l’anno in corso e per i prossimi sull’inflazione: 1.7% nel 2017, 1.6% nel 2018, 1.7% nel 2019, prevedendo un prodotto interno lordo dell’1.8% nel 2017, 1.7% nel 2018 e 1.6% nel 2019. Il prodotto interno lordo europeo è cresciuto dello 0.4% nel quarto trimestre e in maniera analoga nel terzo trimestre 2016.

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Consulenti del futuro

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Scritto il 28.02.2017

di Massimo Donato È in corso una rivoluzione copernicana nel mondo bancario, finanziario, assicurativo e previdenziale. Dovrebbe essere un fatto assodato. Eppure c’è ancora chi ignora gli effetti, chi non vuole immaginare una nuova radicale trasformazione e chi preferisce credere che tutto questo sia frutto esclusivamente di catastrofiche previsioni e di assurde macchinazioni politiche. In realtà gli scettici o gli ostinati cultori di un modello rodato, seppur scricchiolante, sembrano voler preferire un sistema obsoleto, con qualche tecnologia a supporto, piuttosto che sforzarsi di anticiparne il futuro. Forti soprattutto dei numeri che sembrano darne ragione. Pare infatti che seguendo il “risiko” della mappa di distribuzione in Italia, il risparmio sia attualmente in mano - nella misura di circa l’87% - agli istituti di credito tradizionali e poco più del 13% alle reti dei “consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede”. Il balzo in avanti di questi ultimi, che hanno finalmente portato a casa la doppia cifra, è un fenomeno recentissimo che potrebbe avere almeno una duplice matrice: i risparmiatori più accorti hanno “esigenze maggiori” e contemporaneamente un flusso migratorio di bancari (i primi ad aver rinunciato in toto o in parte al proprio stipendio) è sbarcato da una riva a quella opposta. “Esigenze maggiori” vuol dire anche dimestichezza con soluzioni ed approcci diversi dai banalissimi titoli di Stato e dalle obbligazioni bancarie, facenti parte sempre più spesso delle cronache dal titolo “risparmio tradito”. Eppure ogni “regola” del mercato attuale non ha una corrispondenza univoca. I motivi non sono da ricercarsi esclusivamente nelle efficienze dei modelli di business. Hanno semmai motivazioni sia intrinseche che estrinseche. Le banche tradizionali hanno visto i loro margini piombare verso il basso e sono più impegnati alle ristrutturazioni interne piuttosto che a quelle relative al sistema. Al controllo dei costi piuttosto che all’efficienza e alla rimodulazione del servizio offerto. Compreso il blocco o con una significativa trascuratezza delle strategie comunicative, informative e soprattutto formative verso la propria rete di collocamento e distribuzione. Le banche dei consulenti combattono il problema di voler a tutti i costi conferire una maggiore efficienza e/o funzionalità ad un processo in continuo divenire, pensando ognuno, con esagerata presunzione, che la propria organizzazione sia meglio di quella altrui. Eppure il mercato indiscutibilmente non ha scelto il modello vincente. Questo se da una parte mantiene vivo il potere della concorrenza (aspetto benefico) con un conseguente alto mantenimento del livello di attenzione (ne usufruisce l’utente finale), dall’altra manipola il sistema dall’interno, provocando dei flussi periodici di professionisti come fossero su una giostra. Praticamente non si è accresciuto il numero dei consulenti (fenomeno avvenuto per almeno un decennio consecutivo), la quota di mercato è rimasta fluttuante su un range costante (fatto salvo l’ultimo anno) e l’età media della categoria è cresciuta al decorrere del tempo. Ed ecco allora presentarsi un tentativo di coltivare idee fuori dal coro: l’ anticipata perfino alle regole. È diventato un numero corposo, per niente trascurabile, quello dei consulenti finanziari indipendenti. Hanno deciso di sbarcare il lunario e di prendere il coraggio a quattro mani (saranno precursori?). Uscendo – dicono - da un chiaro binario “commerciale”, anche laddove supportato da modernissime tecnologie e soluzioni di consulenza, per cercare di costruire una più efficiente offerta di consulenza priva, il più possibile, di conflitto di interesse, con un raggio d’azione ancora più profondo. L’idea sarebbe sicuramente quella più corretta. Eppure non decolla neanche questa. Le statistiche peraltro non supportano nessun dato significativo e le ragioni sono la sintesi di un monitoraggio non regolato, frutto di interpretazioni individuali e di un esercizio praticamente avulso ad un consolidato e accreditato sistema. Attenzione poi al trascurato pericolo “fiduciario”. Il mercato è possibile che non sia ancora pronto verso queste frontiere? Allora le idee più dinamiche e più facilmente radicabili potrebbero essere impiantate da un insieme di professionisti costituenti uno studio associato con diversificazione di specializzazione. Qui però sarà necessario sopportare e supportare una “non omogeneità” di difficilissima gestione. Il «futurismo» della finanza infine vorrebbe privilegiare anche le scelte mediante l’utilizzo esclusivo della robotica. Fintanto che le emozioni - che derivano dalla costruzione di un qualunque progetto - riusciranno a muovere il mondo (sarà una sorta di regola perpetua?), i robot potranno rubare per un tempo limitato delle marginali fette di mercato (nuova modalità di comportamento) ma al primo grave shock si rivelerebbero inefficienti ed inefficaci. Perché le regole dei robot si scontrerebbero immediatamente con le paure dei risparmiatori e nessuno algoritmo potrà saper comunque controllare l’emotività, senza una educazione finanziaria che tarda a crescere e svilupparsi.

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Avant-Garde

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Scritto il 26.02.2017

Nasce Avant-Garde: la nuova frontiera della Gestione Patrimoniale firmata Banca Consulia: un sistema di gestione patrimoniale aperto che, oltre a Banca Consulia, comprende deleghe di gestione ai più importanti e qualificati Istituti Finanziari e SGR presenti sui mercati. Più stili di gestione con un unico contratto, un approccio innovativo ed efficace alla gestione dei patrimoni personali, aziendali e istituzionali.

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