Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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Il KID prende il post del KIID per i fondi

Scritto il 18.01.2023

Quasi nessuno tra gli investitori di fondi comuni e sicav se ne è accorto, ma con l’inizio del nuovo anno sono cambiate le regole di informazione sintetica che i fondi comuni devono fornire agli investitori. Infatti, dal primo gennaio 2023, secondo le ultime modifiche al Regolamento Emittenti (delibera n. 22551 del 21 dicembre 2022) e approvate dalla Consob in attuazione della disciplina comunitaria, il cosiddetto Kid (Key Information Document), già adottato per i prodotti finanziario-assicurativi e per i Fia (fondi di investimento alternativi) chiusi, rivolti agli investitori al dettaglio, sarà adottato obbligatoriamente anche per le altre categorie di fondi, ossia per gli Oicvm (organismi di investimento collettivo in valori mobiliari) e i Fia aperti destinati alla clientela retail, sostituendo in via definitiva il vecchio Kiid (Key Investor Information Document). PRINCIPALI DIFFERENZE TRA KIID E KID La differenza fondamentale tra KIID e KID si concretizza in una migliore comprensione del documento da parte del cliente, aumentando la sua consapevolezza sul rapporto rischio/rendimento del prodotto prima della sottoscrizione. Questo documento, la cui consegna al cliente è obbligatoria, passa dalle due pagine del vecchio KIID, alle tre del nuovo. La stessa normativa obbliga le società di gestione degli OICVM a garantire che tutti i loro KID siano approvati dalla CONSOB prima della loro pubblicazione, facendo in modo che tutti i requisiti, in occasione di eventuali modifiche, siano prontamente trasmessi attraverso i propri canali di distribuzione. A tale riguardo, per facilitarne la comprensione, ho pensato di semplificare il discorso condensando in tre punti fondamentali le differenze.  PROFILO DI RISCHIO E RENDIMENTO Nella nuova versione la determinazione del profilo di rischio e rendimento risulta più precisa, poiché l’indice sintetico IRRS (Synthetic Risk Reward Indicator) tiene conto per la sua determinazione anche della specifica variabile tempo, che per ogni singolo prodotto viene espressamente indicata come il periodo di detenzione minima in portafoglio. Più precisamente il rischio in questo caso viene rappresentato dalla deviazione standard dei rendimenti settimanali del fondo, su un orizzonte di osservazione temporale di due anni, cioè sulla misura statistica di oscillazione attorno al loro valore medio, come si può vedere nella figura che segue.   Nel caso in oggetto quindi, la classificazione secondo l’SRRI in classe 2 ci dice che il fondo, nell’arco dei precedenti 2 anni ha registrato delle oscillazioni di prezzo comprese tra lo 0,5% e il 2% rispetto alla sua media. SCENARIO DI PERFORMANCE Come già previsto anche per prodotti assicurativi pre-assemblati con una componente di investimento particolarmente legati alla fluttuazione del mercato (PRIIPS), viene reso obbligatorio anche lo scenario di performance del prodotto di un capitale di 10.000 euro, esattamente per il periodo consigliato di mantenimento in portafoglio. Come possiamo vedere sono indicati 4 scenari possibili dal peggiore al migliore (Stress, Sfavorevole, Moderato e Favorevole), con l’espressa indicazione dell’andamento del capitale investito e l’esplicitazione del quando questi scenari si sono eventualmente realizzati nel recente passato. SEMPLIFICAZIONE NELLA LETTURA DEI COSTI Viene anche offerta una migliore semplificazione per quanto riguarda la diminuzione del rendimento (Reduction in Yield — RIY) dovuta all’impatto dei costi sostenuti per la sottoscrizione e detenzione del prodotto in portafoglio, naturalmente sempre per il periodo consigliato. Il costo indicato è quello totale e comprende la somma di quelli una tantum, i ricorrenti e gli accessori. Nel caso di prodotti con tunnel verrà indicato anche il costo per l’uscita anticipata.   CONCLUSIONE Mi auguro che questa breve sintesi sulla novità del KID, serva da stimolo per ogni investitore ad approfondire maggiormente tutto ciò che riguarda il rapporto rischio/rendimento in rapporto alla durata dell’investimento, al fine di aumentare la propria consapevolezza prima della sottoscrizione.  

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ULTIME DAI MERCATI

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 09.01.2023

Come abbiamo già detto più volte, siamo certamente in presenza di un cambiamento di paradigma economico, che condurrà probabilmente ad un ulteriore periodo di instabilità sui mercati. Troppe sono le variabili in gioco perché tutto possa risolversi in poco tempo, visto che nessuno ama l’incertezza. Una forte tendenza alla deglobalizzazione, l’aumento dei rischi geopolitici, una crisi energetica così violenta da fare aumentare di molto l’inflazione, tanto da richiedere un deciso intervento delle banche centrali per raffreddare l’economia mondiale, sono solo alcuni tra i fattori scatenanti che hanno contribuito ad uno dei maggiori ribassi sui mercati degli ultimi 40 anni. Sappiamo però che le banche centrali, Fed e Bce in testa, stanno lavorando non tanto per evitare una recessione, ormai probabile al 90% in Europa e intorno al 60% per gli Usa, quanto piuttosto l’innesco del ben peggiore fenomeno della stagflazione, cioè di un mercato che decresce in presenza di inflazione. Una situazione simile a quella che stiamo vivendo è quella già vista nell'ottobre 1973, con l’inizio del conflitto del Kippur in Medio Oriente: in quel caso un embargo fece salire i prezzi del petrolio di ben 3,5 volte, ma in quel caso di energia alternativa non se ne parlava affatto. Nel 1974/75 il Pil USA vide una contrazione per 5 trimestri consecutivi, con un’inflazione al 10% e tassi all’11%. La combinazione di economie deboli, inflazione elevata e tassi di interesse alti avevano determinato conseguenze negative su tutti i mercati azionari anche in Europa. Dopo la stagflazione sappiamo però com’è andata! L’INEVITABILITÀ DEI CIGNI NERI Da allora molti “cigni neri” si sono succeduti nel tempo, nessuno tra loro è però mai riuscito a generare crisi globali insuperabili, nonostante le pesanti conseguenze economiche del momento che si stava attraversando. Mai nella storia, nemmeno in presenza di conflitti mondiali, l’economia si è fermata al punto da impedirne la crescita. Quello che allora possiamo affermare è che da ogni crisi economica (esogena o endogena) i mercati si sono sempre ripresi, superando poi i massimi precedenti. Di questo abbiamo parlato molte volte e non intendo riportare alla memoria quanto già detto. Sono convinto che ci sia grande consapevolezza ormai sul fatto che, anche in questo caso, il futuro rialzo dei mercati sia solo una mera questione di tempo. GLI IMPERDIBILI INSEGNAMENTI DELLA STORIA Come sappiamo ormai molto bene nessuno può prevedere con certezza il futuro. Tuttavia la storia ci insegna che alcuni comportamenti, se ripetuti nel tempo per analoghe circostanze, portano frutti. Per questo comincio il nuovo anno prendendo a prestito una mia frase pubblicata in data 6.4.2022. Credo che riproporla dopo i recenti ulteriori ribassi assuma ancora più valore: “Cosa fare in determinati momenti di crisi la storia ce lo ha insegnato. Cerchiamo allora di non perdere le occasioni che inevitabilmente si presenteranno durante il nostro percorso di investimento. La verità è che non si sono mai persi soldi quando si è comprato nei momenti di ribasso, soprattutto in quelli più profondi. L’unica accortezza da seguire è quella di avere pazienza e attendere la fine della tempesta perfetta! Quando l’Arca costruita è solida e c’è il rispetto del tempo dato, nessuno shock di mercato, che si chiami inflazione, guerra o pandemia, sarà in grado di portarci fuori da quella rotta che genera per noi la migliore delle performance possibili, ciascuna calibrata in base alle nostre preferenze e al rischio che abbiamo consapevolmente scelto di assumere”. Scommettiamo che anche questa volta andrà così?  

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UNO SGUARDO AL FUTURO CHE CI ASPETTA

Scritto il 29.12.2022

È sempre difficile trovare un nuovo argomento di cui parlare, specialmente dopo avere scritto molte pagine che hanno cercato di spiegare dal punto di vista finanziario il 2022, anno caratterizzato dai mercati che hanno restituito all’investitore tra i peggiori risultati di sempre. Le grandi perdite contestuali su azionario e obbligazionario hanno fatto saltare tutte le regole della diversificazione efficiente, mettendo a dura prova gli insegnamenti della finanza classica. Tutto questo però non deve indurre al pessimismo quanto piuttosto deve servire per ridare fiducia, specialmente a tutti quegli investitori pazienti e resilienti, che hanno lo sguardo orientato al futuro. Non voglio distrarre nessuno dalle problematiche che stiamo attraversando, tra guerre e crisi energetiche, il (quasi) inaspettato ritorno dell’inflazione, con le banche centrali che non smettono di rialzare i tassi per innescare una recessione controllata per invertirne la crescita. Tutto ciò non può che incidere pesantemente sulla psiche dell’investitore, portandolo qualche volta addirittura a commettere errori fatali.   INVESTIRE IN CRIPTOVALUTE Tuttavia per l’ennesima volta vorrei qui ribadire che le crisi finanziarie sono una cosa normale sui mercati, non l’eccezione. Quello che è anormale invece è la loro forza dirompente che talvolta si manifesta in modo inaspettato ed improvviso. Anche i rialzi troppo evidenti e prolungati possono creare problemi, perché fanno dimenticare all’investitore che i soldi facili non esistono, poiché investire è sempre una questione di metodo, non di fortuna. Ne sanno qualcosa tutti coloro che hanno acquistato cripto valute, in particolare chi ha trattato il risparmio attraverso la borsa Ftx, miseramente fallita da poche settimane. Questo ha provocato un terremoto nel settore cripto e, con tutta probabilità, le scosse di assestamento non sono ancora finite. Eppure in un anno di rendimenti così negativi non sono stati rari i casi di chi si è concentrato sull’andamento di questo curioso fenomeno finanziario, alla ricerca di qualcosa in cui rifugiarsi. Il Bitcoin, una tra le oltre 200 cripto valute esistenti, è sempre stato considerato come l’investimento perfetto, l’unico che fa davvero arricchire. In pochi però ne conoscono il vero funzionamento: ciononostante molti ne sono diventati investitori, dimenticando invece i fondamentali di molti tra i titoli che hanno perso molto negli ultimi mesi. Sono questi e non i Bitcoin, le vere e solide opportunità di guadagno, se solo si riuscisse a guardare al futuro con la giusta prospettiva, sfruttando gli attuali sconti sul mercato. IL PASSATO, IL PRESENTE E IL FUTURO CHE CI ASPETTA Sarebbe facile per me ora parlare della resilienza dell’investitore e della ripresa dei mercati, tuttavia per non dilungarmi troppo su argomenti di cui abbiamo già parlato sin troppo, vorrei usare uno spunto diverso. L’idea l’ho avuta durante un recente incontro organizzato da Consultinvest Sim con Komorebi Invest Suisse SA, società indipendente di servizi di gestione e di consulenza con sede a Lugano. Da qui ho tratto tra le tante proposte, due immagini che hanno colpito particolarmente la mia fantasia. Voglio riproporle in sequenza di seguito cosi come io le ho viste, e ciò perché in modo incredibilmente efficace, sanno spiegare il vero motivo per il quale i mercati ritornano sempre sui loro massimi per poi superarli. La prima di queste immagini rappresenta un passato che non può più tornare; la seconda invece parla di oggi e di quello che aspetta l’investitore nel prossimo futuro.      

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LE OCCASIONI IMPERDIBILI PER L’INVESTITORE

Scritto il 20.12.2022

Volevo finalmente riprendere il mio percorso da perfetto stalker finanziario prendendo come mio punto di partenza una domanda: “perché si controllano così spesso i propri investimenti, sapendo che il tempo che si è scelto è di lungo periodo, nella consapevolezza che i mercati salgono in modo non lineare nel tempo?”. Naturalmente ci riferiamo ai mercati azionari, sui quali non mi soffermerò perché ne abbiamo già parlato troppe volte. Questa domanda, che ha una serie di risposte tutte diverse per ogni investitore, mi porta ad una considerazione che non riguarda gli investimenti ma il buon senso. L’evidenza dimostra che quando i mercati scendono la paura diventa compagna di chiunque abbia deciso di investire, proprio perché si stanno perdendo soldi. Quando invece i prezzi salgono, ci si comporta nel modo opposto: nessuno tende a vendere perché si pensa che farlo sia qualcosa di sconveniente. Tuttavia già sappiamo che i migliori affari si fanno quando i mercati scendono e si compra a sconto. OCCASIONI D’ACQUISTO Altra cosa che ogni investitore dovrebbe non dimenticare mai è che conviene sempre rispettare il tempo che si è dato all’investimento. Ciò naturalmente che l’asset sia progettato per il raggiungimento di rendimento e di rischio per il quale si è costruito. In senso generale chi investe sull’azionario pensando di guadagnare l’indomani o in pochi anni, si può definire speculatore; chi invece investe sull’obbligazionario per un decennio, normalmente acquistando titoli e mantenendoli in portafoglio per un periodo non inferiore a 10 anni, può anche essere definito folle. Certo conosco già l’obiezione che riguarda la paura del rischio e che ti fa acquistare un titolo con cedola nulla o tendente allo zero, solo perché la paura limita la visione verso un futuro che offre molte più possibilità. È questo lo stesso demone che fa perdere oltre il 20% ad un detentore di BTP acquistati pochi mesi prima quando l’inflazione è in rialzo. Oggi è persino troppo rischioso tenere liquidità sul conto, sapendo che l’inflazione sta erodendone il potere d’acquisto. In questo caso la perdita è certa e non probabile. A questo riguardo suggerisco una riflessione molto breve su quanto è invece consigliabile acquistare una parte i quei titoli. Certamente suscitano timore solo se si guarda il loro andamento grafico dell’ultimo periodo, ma che diventano appetibili per tutti coloro che hanno l’esperienza e la cultura finanziaria sufficiente per fiutare l’affare. Ma come qualcuno nel novembre del 2021 ha comprato a 100 un BTP scadenza 2032 (IT0005466013) con cedola allo 0,95% accontentandosi, oggi potrebbe ridurre la sua perdita mediando il primo acquisto. Infatti quello stesso titolo oggi sul mercato quota intorno a 74 offre una cedola netta di poco inferiore al 4% se tenuto sino a scadenza. Lo sento forte il coro degli scettici e io sono solidale con loro, essendo un investitore che crede nell’incertezza del risultato di ogni investimento. In particolare questo è valido oggi visto che le variabili in gioco sono molte. Tuttavia se ci si pensa di testa e non di pancia, questo BTP acquistato ad un prezzo di 74, darà a scadenza se tenuto in portafoglio, quel rendimento che sa di quasi certezza. Certamente poco con una inflazione superiore al 10%. Se solo però questa dovesse rallentare quel titolo tenderebbe a ritornare rapidamente verso quota 100, portandoci un guadagno molto prima della sua scadenza naturale. ALTRE OPPORTUNITA’ PER CHI SA ASPETTARE Ma proprio perché bisogna usare la storia come guida (spirituale) per ogni investimento, io sarei più tranquillo da investitore sapendo che esiste statisticamente un’alta probabilità che un mercato fosse portatore di maggiori ritorni rispetto ad altri, magari ancora maggiore di quel 4% che offre attualmente quel BTP decennale. Magari anche a parità di periodo. La statistica e la storia ci dicono che nel tempo dagli investimenti azionari, si possono ottenere risultati molto superiori a quelli obbligazionari, specialmente se lo si fa in momenti bui come quelli che stiamo vivendo. Perché non osare dunque? Naturalmente ciò nei limiti del rischio tollerabile, si intende. In questo caso possiamo comprare con ampio sconto e anche se il mercato tornasse alla pari senza crescere, non potremmo che esserne soddisfatti. Per questo però bisogna adottare qualche accorgimento quando investiamo, seguendo rigorosi processi d’investimento consolidati nel tempo, seguendo il nostro grado di rischio preferito e con una giusta tempistica, usando una diversificazione intelligente. Chi ha pazienza e metodo viene sempre ripagato per le scelte fatte. COSA CI SUGGERISCONO I GRAFICI Detto ciò, sapendo che i mercati azionari recuperano sempre e che oggi quelli obbligazionari, poveri di risultati sino a pochi mesi fa, oggi ora pagano cedole interessanti, possiamo trarre le opportune conclusioni. Per questo ci aiuteranno i due grafici che seguono, aggiornati al novembre scorso e forniti da T Rowe Price. Il primo rappresenta il mercato obbligazionario attraverso il Bloomberg US aggregate Index, che è un indice obbligazionario ponderato per la capitalizzazione di mercato a grande diversificazione (Obbligazioni investment grade a medio termine negoziate negli Stati Uniti). La base dati tiene conto del periodo 1° gennaio 1988 a fine novembre 2022: da qui possiamo notare come l’andamento con riga nera sia nettamente il peggiore risultato degli ultimi 34 anni, se confrontato con la media dei migliori (verde) e dei peggiori (rossa). Ma proprio perché è il peggiore questo può diventare un momento molto interessante per acquistare, perché le mosse delle banche centrali tenderanno a frenare ancora l’inflazione alzando i tassi. Il punto nodale sta proprio qui: sino a quando potranno permettersi di farlo? Nel caso dovessero riuscire nel loro intento quella linea nera tenderà sicuramente a flettere verso il punto zero, portando interessanti guadagni a chi anche in questo mercato sta comprando a forte sconto. Stessa situazione è rappresentata dal grafico che segue dell’indice MSCI AC WORLD, che valuta l’andamento dei mercati azionari mondiali. Anche in questo caso come nel precedente ci troviamo in una fase anomala, anche se peggiore dell’attuale si è riscontrata durante il periodo della crisi sub prime e del fallimento Lehman Brothers (2007-2009). Se ritorno con la mente in quel periodo rilevo come le cose non andarono male per chi decise di investire nel momento peggiore. La storia ci insegna che furono proprio quelli che uscirono dal mercato a perdere in modo pesante, non certo chi aveva deciso di rimanere comunque investito. Per concludere, rispettando i criteri appena suggeriti (diversificazione, metodo, rispetto del tempo e scelta di un rischio tollerabile) credo che oggi, contrariamente al pensiero comune, si possa affermare di essere in un ottimo momento di mercato, specialmente per chi ha risorse nuove da investire, ma anche per chi sa approfittare dei ribassi per attuare opportune correzioni tattiche sui portafogli già esistenti. Lo sconto oggi sul mercato è notevole sia per la componente azionaria che per quella obbligazionaria, perché non approfittarne?  

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SPUNTI DI RIFLESSIONE SUI RIBASSI

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 13.12.2022

Ancora oggi la domanda più gettonata che mi rivolgono le persone che incontro, è relativa al quando potrebbe finire questa fase di incertezza dei mercati. Nessuno può sapere la data del quando ma tutti noi sappiamo che quel seavverrà, non è poi così lontano. Le variabili in gioco sono difficilmente quantificabili e sono oltremodo imprevedibili. Investire con un orizzonte temporale di lungo periodo, con l’aggiunta di una buona diversificazione, evita all’investitore di commettere gravi errori basati sull’emotività, che spesso si concretizzano con la vendita di asset durante le fasi di forti ribassi. Certo molti elementi ci dicono che quella che stiamo vivendo è una situazione molto diversa da altre, perché in questo caso la negatività ha colpito contemporaneamente sia asset azionari che obbligazionari, rendendo inefficace buona parte delle strategie della tradizionale diversificazione. Questo 2022 costituisce un unicum forse nella storia degli investimenti, talmente eccezionale da essere considerata una tempesta perfetta, scatenatasi sui mercati per una serie di concause. Tuttavia quello che sembra eccezionale non sempre lo è. Per cercare di rispondere alla domanda iniziale, assumerò ancora una volta il mio consueto ruolo di stalker finanziario. Comincerò l’analisi della storia del mercato finanziario americano, soprattutto perché fornisce la più lunga serie di dati sui quali basare una validità statistica. L’intenzione è quella di cercare di interpretare l’attuale situazione dei mercati, alla luce del passato, in modo da poterne trarre degli spunti operativi.   94 ANNI DI STORIA DEI MERCATI FINANZIARI USA Analizzando i dati scopriamo che in 94 anni di storia del mercato americano, in particolar dal 1928 al 2021, comprendendo anche l’anno che sta per concludersi, una situazione simile all’attuale si è manifestata altre 4 volte. Ciò è avvenuto nel 1931 e nel 1941, nel 1969 e nel 2018. La statistica ci aiuta a comprendere che in circa meno del 5% del tempo, azioni e obbligazioni hanno chiuso l’anno in perdita con una correlazione negativa. E ancora, rispettando questa analisi, notiamo come una volta su venti, i tassi salgono e le borse perdono, infliggendo minusvalenze ai portafogli degli investitori. Dalla che segue vediamo questi dati. A noi però, da bravi stalker finanziari quali siamo, interessa portare avanti l’idea che il lungo periodo sia sempre un ottimo attenuatore di rischio, oltre che un fantastico generatore di opportunità. E questo specialmente in momenti in cui i ribassi portano sofferenza all’investitore. Infatti, come possiamo vedere nella tabella, i rendimenti dopo 10 anni, escludendo l’anno 2018 il cui decennio non si è ancora concluso, il segno è sempre in ogni caso positivo, restituendo sempre risultati nettamente interessanti. Immaginiamo poi quali performance si sarebbero potute raggiungere se, con coraggio e disponibilità finanziaria, si fosse comprato a sconto. La tabella ci aiuta a comprendere il beneficio del lungo periodo.   Certamente l’incognita sta nell’analisi del decennio 2018-2028 non ancora concluso, ma vogliamo per tradizione e cultura storica essere ottimisti, visto che nella storia dei mercati mondiali, in particolare quello americano, gli indici sono sempre cresciuti. In tutti i casi anche le performance decennali sono comunque risultate sempre positive. Come sosteniamo da tempo, basta avere pazienza e il tempo gioca sempre a favore dell’investitore. Possibile che questa volta tutto sia diverso? Certamente è qui che la probabilità prende il sopravvento sulla possibilità.     L’INCIDENZA DELL’INFLAZIONE SUGLI INVESTIMENTI A questo punto però conosco già l’obiezione che riguarda l’incidenza dell’inflazione sui rendimenti. Poniamoci allora la seguente domanda: quanti sono stati gli anni in cui azionario e obbligazionario hanno chiuso insieme in perdita in termini reali, quindi al netto dell’inflazione? I casi di performance negativa reale, in contemporanea per bond e equity dal 1928, sono stati 13, escludendo l’anno 1931, che paradossalmente esce da questo novero. Infatti in termini nominali aveva fatto si registrare un contemporaneo calo azionario e obbligazionario, ma a causa della deflazione al 9%, aveva reso l’investimento obbligazionario nominalmente perdente, ma vincente in termini reali per il 7%. I casi di performance negativa reale, in contemporanea per bond e equity dal 1928, sono stati 13, escludendo l’anno 1931, che paradossalmente esce da questo novero. Infatti in termini nominali aveva fatto si registrare un contemporaneo calo azionario e obbligazionario, ma a causa della deflazione al 9%, aveva reso l’investimento obbligazionario nominalmente perdente, ma vincente in termini reali per il 7%. Analizzando ancora il nostro periodo di 94 anni di storia, possiamo dire che Il 14% del tempo le principali asset class di investimento americane lo hanno passato storicamente in negativo nello stesso anno, come risulta dalla tabella di fianco. Lavorando sulle medie di inflazione di tutti gli anni con rendimenti cumulativi negativi di entrambi gli asset, troviamo che il tasso di inflazione medio di questi 13 casi risulta essere del 7,7%, che, per puro caso, si avvicina di molto a quello attuale americano. La media del ribasso per lo S&P500 di tutte le rilevazioni in analisi, risulta quindi intorno al 15%, mentre quella del TBond intorno al 6%.   COSA DICE LA STORIA QUANDO I MERCATI AZIONARI E OBBLIGAZIONARI SONO CONTEMPORANEAMENTE NEGATIVI A questo punto, poniamoci la domanda finale che è molto simile a quella che ci siamo posti all’inizio di questo nostro viaggio: cosa succede a distanza di 10 anni se acquisto un asset, quando la combinazione equity e bond chiude con una performance ampiamente negativa? Senza perderci troppo nella verifica dei numeri, dalla tabella qui sotto possiamo osservare come l’indice S&P500 in media ha visto salire di quasi tre volte il suo valore nominale, compresi i dividendi nell’arco di una decade. Per le obbligazioni il valore di partenza sostanzialmente invece raddoppia. L’INSEGNAMENTO STATISTICO CHE DOVREBBE GUIDARE IL CAMMINO DELL’INVESTITORE Con questa analisi non intendo affatto affermare che nei prossimi 10 anni si potranno raggiungere i risultati che abbiamo appena analizzato. Inopportuna parrebbe l’idea di ritenere possibile raddoppiare i rendimenti dei bond, se non altro pensando all’andamento storico dei tassi degli ultimi 10-15 anni. Per quanto riguarda l’azionario americano, che nell’ultimo decennio ha sempre abbondantemente ripagato gli investitori, abbiamo poco da dire e chi mi legge da tempo non ha bisogno di ulteriori conferme. Da qui però possiamo consolidare un “insegnamento statistico” che dovrebbe essere preso in grande considerazione: LA  STORIA CI INSEGNA CHE NEL MEDIO LUNGO PERIODO, NON SI SONO MAI PERSI SOLDI COMPRANDO ANCHE QUANDO SALTANO LE TRADIZIONALI CORRELAZIONI TRA OBBLIGAZIONI ED AZIONI, SOPRATTUTTO QUANDO SIAMO IN PRESENZA DI GRANDI RIBASSI.   Questo appena proposto è uno spunto di riflessione da cui partire e dedicato a tutti quegli investitori che vogliano usare la storia come benchmark per la costruzione del proprio portafoglio. Il paradosso è che questo momento è anche molto favorevole per ragionare di medio periodo. Io sono pronto a discuterne e voi?

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LA PREVIDENZA INTEGRATIVA: UNA SCELTA NECESSARIA

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 29.11.2022

Abbiamo visto negli editoriali precedenti, come gli interventi di riforma dell’INPS effettuati negli ultimi 30 anni, non siano comunque stati in grado di riportare in equilibrio il sistema pensionistico italiano. Se infatti le pensioni vengono pagate con i contributi previdenziali versati da chi lavora, risulta evidente che meno lavoratori ci sono e meno contributi vengono versati. Pertanto la struttura a ripartizione non è ormai più in grado di funzionare, proprio per la diminuzione dei lavoratori e per l’aumento dei pensionati. Sono anni ormai che quanto versato non viene più capitalizzato e fatto fruttare per generare flussi in entrata. Ciò ha determinato un disavanzo che ogni anno deve essere compensato da interventi da parte della fiscalità generale. Si stima infatti che entro il 2046 resterà a suo carico ben il 31% dell’intera spesa pensionistica. Saranno quindi inevitabili ulteriori interventi volti a ridurre questo disavanzo, inevitabilmente attraverso un aumento della contribuzione media e un necessario Allungamento dell’età lavorativa. Per questo motivo, chiunque ambisca ad un futuro sereno al momento del pensionamento, non potrà che concordare sulla necessità di agire. La costruzione di una pensione integrativa è diventata ormai una assoluta priorità per tutti coloro che sono attualmente in età lavorativa. I PREGIUDIZI SUL RISPARMIO PREVIDENZIALE I numeri di cui abbiamo parlato sono spietati e non mentono, basta informarsi per avere conferma di ciò. L’invito è di provvedere senza indugio, evitando di nascondersi tra le pieghe di inutili pregiudizi sull’argomento. Ricordo di seguito quelli più comuni in cui mi sono spesso imbattuto: i prodotti con finalità previdenziali sono molto costosi. La realtà è che alcuni lo sono, ma non tutti. Generalizzare non è una cosa che aiuta poiché basta informarsi e, confrontando le varie offerte, la scelta più conveniente è possibile. In Italia alla fine del 2021 erano collocati un totale di 349 fondi, divisi tra le varie categorie presenti (aperti, negoziali e pip); la loro tassazione non è così favorevole. In realtà per chi conosce bene la materia dimostrare il contrario è facile. Infatti i fondi pensione hanno una tassazione agevolata rispetto a qualsiasi altra forma di investimento con finalità previdenziali. Se poi si cominciassero ad usare questi prodotti anche per sfruttarne la fiscalità per finalità di investimento, se ne otterrebbero ulteriori vantaggi; i versamenti in un fondo pensione non sono immediatamente disponibili in caso di bisogno. Nello schema riportato nella pagina successiva vedremo che ci diversi casi in cui è possibile il riscatto; troppo giovane per pensarci, troppo tardi per iniziare. Sappiamo che anche in questo caso l’investimento è in funzione del tempo e del rischio. Proprio perché l’obiettivo finale è di particolare rilevanza risulta fondamentale ottimizzare le risorse disponibili che sono proprio il tempo e il denaro destinato a questo scopo, senza indugiare oltre.   LE RAGIONI DI UNA SCELTA NECESSARIA Le soluzioni a disposizione per la costruzione di una integrazione pensionistica sono diverse. Noi ci limiteremo qui a trattare i fondi pensione e il Pac. Infatti pur dovendo affermare che la previdenza complementare è lo strumento principe, diventa però fondamentale individuare i limiti e le peculiarità caratteriali di ciascun lavoratore che decide di aderire a questa forma di risparmio. La scelta tra strumenti così diversi dipende dalle sue preferenze, dalle sue competenze e dalla propensione al risparmio maturata nel tempo. Forzando un po’ la mano mi si perdonerà se cerco con passione di trasmettere il concetto di urgenza nell’approfondire l’argomento. Per questo mi sento di affermare che ogni strumento è valido, purché si accantoni per il futuro. La scelta tra l’uno o l’altro verterà piuttosto su questioni di ottimizzazione, non già di opportunità, perché già sappiamo quanto sia necessario pensarci qui ed ora. Basta perdere ulteriore tempo! IL CONFRONTO Nel grafico che segue sono riportate le caratteristiche peculiari dei fondi pensione e dei Pac. Lo scopo non è quello di esaurire l’argomento ma piuttosto quello di per stimolare tutti i lavoratori, indipendentemente dall’età, a volerne sapere di più.

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PENSIERI E PENSIONI

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 18.11.2022

Nel precedente post abbiamo analizzato le riforme che hanno tentato, pur senza successo, di riportare in equilibrio il sistema previdenziale italiano. Mi auguro che tra i lettori non ci sia ancora chi è convinto che l’Inps sarà in grado di garantire ai futuri pensionati prestazioni di alto livello, rispetto all’ultimo stipendio percepito. Nel Bollettino economico BCE (2/2018) troviamo una parziale risposta alla domanda sul futuro previdenziale che ci attende. Un grafico ci svela un aumento progressivo nel tempo del numero degli ultra sessantacinquenni, con una diminuzione del numero dei lavoratori. Nel lungo periodo questo fattore produrrà pesanti conseguenze sulle prestazioni pensionistiche future. Nello stesso documento la BCE prevede che “… le dinamiche demografiche avranno implicazioni macroeconomiche e fiscali fondamentali per l’area dell’euro; in particolare, l’invecchiamento della popolazione comporterà un calo dell’offerta di lavoro e avrà probabilmente effetti negativi sulla produttività. Ci saranno anche ulteriori pressioni al rialzo sulla spesa pubblica per pensioni, assistenza sanitaria e cure a lungo termine. In questo quadro, molti paesi hanno adottato riforme pensionistiche a seguito della crisi del debito sovrano, benché la rapidità di attuazione di tali riforme sia recentemente diminuita. L’implementazione di ulteriori riforme in questa area si rivela essenziale e non deve essere differita, anche in vista di considerazioni di economia politica”. Inoltre, “… mentre le riforme previdenziali concorreranno a ridurre l’effetto fiscale dell’invecchiamento della popolazione, le loro implicazioni macroeconomiche precise potrebbero variare considerevolmente a seconda della natura specifica di questi provvedimenti di riforma. In particolare, l’aumento dell’età di pensionamento potrebbe ridimensionare gli effetti macroeconomici negativi dell’invecchiamento, grazie all’effetto favorevole sull’offerta di lavoro e sul consumo interno. Al contrario, la riduzione del tasso di sostituzione tenderà a contrastare in misura molto limitata tali effetti macroeconomici, mentre l’aumento delle aliquote contributive tenderà di fatto ad esacerbarli”. LA REALTÀ E IL FUTURO CHE CI ATTENDE Da qui possiamo trarre la realtà che ci attende: ogni altra futura riforma del sistema previdenziale non potrà che tendere ad un innalzamento dell’età pensionabile e quindi dei contributi da versare. Naturalmente non si potrà prescindere da una diminuzione delle prestazioni. Di tutto questo troviamo ulteriore conferma nel Rapporto n.8 dell’anno 2021 IL BILANCIO DEL SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO, a cura del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali. Tutte le riforme che si sono susseguite non sono riuscite a ridurre la spesa per le pensioni e questo non solo per motivi prettamente demografici, ma anche a causa di un radicale mutamento della struttura del mondo del lavoro che ha modificato l’assetto della contribuzione. Il grafico che segue lo illustra chiaramente. Dando per acquisito che sarà comunque necessario provvedere ad integrare la pensione statale, sarà necessario decidere quanto accantonare e per quanto tempo. Il principio fondamentale che governa ogni investimento è che meno tempo si ha a disposizione, più sono le risorse che dovranno essere impiegate allo scopo e minore dovrà essere il rischio da assumere. Il paradosso di questa situazione è che solo i fondi pensione, potendo essere intestati anche ai figli minorenni, potranno essere aperti al momento della nascita di un figlio o di un nipote, diventando così il vero regalo destinato alle future generazioni, che potranno usare il tempo come risorsa per ridurre l’impatto dell’impegno annuo. E questo non solo per beneficiare dell’aspetto fiscale sul quale qui non ci soffermeremo, ma anche per sfruttare la capitalizzazione composta. Sappiamo già che con versamenti anche molto piccoli per molto tempo, si possono ottenere notevoli risultati a scadenza. Considerando poi che questi capitali dovranno essere usati al termine dell’attività lavorativa, possiamo solo immaginarne l’impatto positivo a scadenza! QUANDO ACCANTONARE? La risposta sul quanto accantonare sta invece nella giusta valutazione del tasso di sostituzione, che è la misura della copertura pensionistica garantita ai lavoratori dall’ordinamento previdenziale vigente, calcolata nella forma di rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo stipendio. In ogni caso, i tassi di sostituzione dipendono da vari fattori: età, tipologia di lavoro svolto (dipendente o autonomo), andamento del PIL, anni di contribuzione, periodi in cui si colloca la contribuzione (contributivo vs retributivo), dinamica della carriera lavorativa, inflazione, etc. Per questo è impossibile definire a priori quanto mettere da parte, essendoci in gioco molte variabili. Quello che possiamo dire è che usando un sistema ad accumulo di natura previdenziale, sarà possibile godere di maggiori risorse, proprio sfruttando l’impatto fiscale, rispetto a qualsiasi altra forma di accumulo prettamente finanziario. LIMITI PSICOLOGICI ALL’INVESTIMENTO PREVIDENZIALE Conosco già l’obiezione che riguarda i presunti vincoli cui è soggetto il sottoscrittore di un fondo pensione, in particolare quelli relativi ai limiti imposti alla disponibilità di quel denaro. Tuttavia se ci si sofferma sui motivi per i quali si ricorre ad un tale accantonamento, non si può dimenticare che in gioco c’è l’integrazione della pensione. Pensare ad un impiego diverso prima del tempo è possibile, ma non è conveniente e non è nemmeno saggio farlo, salvo per casi eccezionali. Quei vincoli poi non sono così stringenti, perché la disponibilità di quel denaro è comunque garantita in alcuni casi quali l’acquisto della prima casa, per spese mediche ovvero per un’eventuale inoccupazione, tanto per citare quelli tra i più conosciuti. Per questo invito i lettori a non rimanere affascinati dall’idea di quella piena disponibilità garantita da un piano di accumulo. Una volta incassati quei capitali per finalità diverse dalla previdenza, l’esigenza della copertura del tasso di sostituzione non verrebbe risolta per magia, venendo meno le risorse necessarie. Certamente quello che conta sono sempre le preferenze del cliente: per questo consiglio vivamente chi desidera accantonare per il futuro pensionistico di scegliere lo strumento che gli dà più tranquillità. Per questo, nel prossimo editoriale tracceremo i confini dei due metodi di accantonamento, lasciando poi al lettore la facoltà di scelta dello strumento che preferisce.  

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UN BREVE EXCURSUS SULLE RIFORME PREVIDENZIALI IN ITALIA

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 02.11.2022

Ogni volta che ripenso alla mia carriera, la memoria mi riporta ad una delle prime serate clienti, organizzate nell’ufficio di Programma Italia di Cologno Monzese. Erano i tempi in cui non era difficile invitare persone, trascinandole letteralmente fuori di casa per parlare di investimenti e risparmio, con la scusa presentare le reti televisive al massimo del loro splendore, oppure per parlare della neonata Telepiù (la prima televisione a pagamento in Italia). Per l’occasione il discorso andava spesso su argomenti che molti dei miei coetanei ricorderanno, quali ad esempio l’operato del governo Amato, con il famoso prelievo del sei per mille dai conti correnti datato 9 luglio 1992 e la svalutazione della lira, con la fuoriuscita dell’Italia dallo Sme, il 16 settembre 1992. In quelle serate le occasioni di discussione erano molte, anche perché noi risultavamo essere una fonte di informazione attendibile. Ricordo ancora un simpatico siparietto avvenuto tra me e un partecipante ad un incontro organizzato per parlare del sistema previdenziale. La sua mano alzata era la provocazione in risposta al mio invito a formulare domande sull’argomento, dopo avere terminato la mia relazione: “ma che bisogno ho di farmi una pensione tanto ci penserà comunque lo Stato a pagarmi la pensione”, disse un signore di mezza età seduto a metà della sala riunioni dove si svolgeva l’incontro. Come dargli torto visto che nei primi anni ‘90 il sistema pensionistico era ancora orientato al calcolo retributivo, garantendo sino ad allora almeno l’80% dell’ultimo stipendio. In effetti quella domanda era sensata: perché mai un lavoratore avrebbe dovuto accantonare risorse aggiuntive, oltre ai contributi versati per il proprio futuro pensionistico, quando c’era lo Stato che garantiva prestazioni di alto livello? Sino ad allora per costruire una pensione “alternativa o supplementare gli strumenti non erano molti e si ricorreva per lo più alle famigerate polizze vita rendita, vendute troppo spesso con pressapochismo e leggerezza, sottoscritte però con l’obiettivo dichiarato di sfruttare unicamente il vantaggio fiscale, non certo per risolvere una vera e propria esigenza previdenziale. I fondi pensione, così come oggi li conosciamo, sono infatti stati introdotti nel nostro ordinamento solo successivamente dal decreto legislativo 124 del 1993. Quelle riunioni erano però lo spunto perfetto per riflettere sul futuro della previdenza, poiché già si intravedevano chiari segnali che quel sistema non sarebbe stato sostenibile ancora per molto. UNA STORIA DI RIDUZIONI CHE COMINCIA DA LONTANO Molto tempo è trascorso e siamo oggi in una condizione di non ritorno: stiamo vivendo un’inevitabile e progressivo peggioramento del trattamento pensionistico, con una diminuzione delle prestazioni ed un aumento del numero di anni di contribuzione per accedere alla pensione di vecchiaia o a quella di anzianità. A conferma di quanto stiamo dicendo ripercorriamo brevemente le variazioni che il sistema Italia ha subito negli ultimi 30 anni, tutti interventi peggiorativi delle prestazioni e mai migliorativi. È nel 1992 che con la riforma Amato comincia la lunga serie di modifiche al sistema previdenza al fine di garantirne la sostenibilità nel tempo. Viene innalzata l’età per la pensione di vecchiaia e si estende gradualmente, fino all’intera vita lavorativa, il periodo di contribuzione valido per determinare l’importo della prestazione, con una rivalutazione automatica delle pensioni limitata alla dinamica dei prezzi, non a quella dei salari reali. Ciò inevitabilmente ha determinato una prima riduzione del grado di copertura pensionistica rispetto all’ultimo stipendio percepito. Due anni dopo, con la riforma Dini del 1995, viene sancito il passaggio dal regime retributivo, nel quale la pensione corrisponde ad una percentuale dello stipendio del lavoratore e dipende direttamente dall’anzianità contributiva e dalla retribuzione, in particolare da quelle corrispondenti all’ultimo periodo della vita lavorativa che è quello più favorevole, a quello contributivo, dove l’importo della pensione dipende invece dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco dell’intera vita lavorativa. La pensione viene però direttamente rivalutata in ragione del tasso di inflazione del momento. Naturalmente questi cambiamenti hanno sancito una prima consistente diminuzione del rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo reddito da lavoro percepito, rispetto a quello fino ad allora corrisposto. Con la riforma Maroni del 2004 vengono stabiliti incentivi salariali per chi ritarda il periodo di pensionamento di anzianità, mediante l’introduzione di un super bonus che consisteva nel versamento in busta paga dei contributi previdenziali che invece avrebbero dovuto essere versati all’ente di previdenza. Si prevedeva inoltre che dal 1° gennaio 2008 si potesse accedere alla pensione di anzianità con almeno 60 anni di età (61 per i lavoratori autonomi) e 35 anni di contributi oppure con 40 anni di contributi indipendentemente dall'età. Dal 2010 l'età richiesta sarebbe salita a 61 anni, a 62 nel 2014. Con la riforma Maroni del 2004 vengono stabiliti incentivi salariali per chi ritarda il periodo di pensionamento di anzianità, mediante l’introduzione di un super bonus che consisteva nel versamento in busta paga dei contributi previdenziali che invece avrebbero dovuto essere versati all’ente di previdenza. Si prevedeva inoltre che dal 1° gennaio 2008 si potesse accedere alla pensione di anzianità con almeno 60 anni di età (61 per i lavoratori autonomi) e 35 anni di contributi oppure con 40 anni di contributi indipendentemente dall'età. Dal 2010 l'età richiesta sarebbe salita a 61 anni, a 62 nel 2014. Nel 2007 il sistema viene sottoposto a nuove variazioni proprio per garantirne ulteriormente la sostenibilità. È il momento della riforma Prodi dove si introducono per la prima volta le cosiddette “quote” per l’accesso alla pensione di anzianità, determinate dalla somma degli anni lavorati con l’età: dal 2009 la quota da raggiungere è 95, con almeno 59 anni di età, mentre dal 2013 il sistema prevederà quota 97 con almeno 61 anni di età. Da qui si rende inoltre automatica ogni tre anni la revisione dei coefficienti di calcolo della pensione obbligatoria in funzione della vita media calcolata su dati ISTAT. L’invecchiamento della popolazione oltre al sostanziale cambiamento del mondo del lavoro rendono necessari negli anni a venire altri interventi concretizzatisi con la legge 214/2011, con la cosiddetta manovra Salva Italia ad opera del governo Monti. Infatti con la famosa riforma Fornero dal 2012 viene modificato il calcolo delle pensioni: il metodo contributivo pro rata si estende anche a tutti coloro che, avendo maturato a dicembre 1995 almeno 18 anni di contributi, potevano godere del più favorevole regime retributivo, estendendolo anche a tutti i versamenti successivi al dicembre 2011. Quello che più rileva sono i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia, con l’obbligo di contribuzione di almeno 20 anni e, per la prima volta, l’equiparazione tra lavoratori dipendenti pubblici, privati e autonomi. Per tutti i lavoratori e le lavoratrici l’età salirà dal 2012 in modo graduale per arrivare nel 2018 a 66 anni e 7 mesi di età. In questo momento cambiano anche i requisiti contributivi per la pensione di anzianità che arriva a compimento dopo 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 5 mesi per le donne. La stessa riforma ha previsto che dal 2019 i requisiti anagrafici vengano allineati per tutte le categorie di lavoratori, parificandoli a 67 anni di età. Negli anni successivi i governi che si sono succeduti hanno cercato di mediare alla rigidità del sistema attraverso eccezioni, introdotte per favorire l’uscita dal mondo del lavoro di alcune categorie di lavoratori e lavoratrici. A ciò appartengono le più recenti determinazioni sull’Ape sociale, sulla quota 100 e sull’opzione donna, tutte tendenti a favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di lavoratori più giovani, in grado cioè di versare sempre più contributi al sistema, favorendo la fuoriuscita di quelli più anziani. Forse questa è una delle più importanti prove del fallimento dell’attuale sistema organizzativo del lavoro che certamente dovrà essere riformato. È anche la conferma che i prossimi governi in carica non potranno che continuare questa riduzione delle prestazioni sino a quando non si sarà trovato l’equilibrio dell’intero sistema previdenziale in Italia.   CONCLUSIONE   Per concludere, dalle mie riunioni a Cologno Monzese ad oggi, molta acqua è passata sotto i pilastri della previdenza. Tutto però conduce alla necessaria presa di consapevolezza da parte di tutte le categorie di lavoratori, che il sistema è sempre più in disequilibrio. Non si sentirà più la voce di chi crede che sarà unicamente lo Stato ad erogare una pensione sufficiente per garantire a ciascuno lavoratore un futuro dignitoso. Di questo parleremo nei prossimi POST, in modo da sviscerare l’argomento per dare modo a tutti di riflettere su quello che vorremmo fosse il nostro futuro da pensionato.  

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THE LAST CALL (L’ULTIMA CHIAMATA)

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 26.10.2022

Comunico ai miei lettori che questa settimana sarà l’ultima in cui parlerò di questo ribasso di mercato, L’argomento del prossimo editoriale saranno le pensioni. Lo so cosa state pensando adesso: “ma se non sappiamo cosa succederà nelle prossime settimane, perché pensi a qualcosa che è per molti ancora un miraggio lontano?”. In verità pensare al futuro spesso aiuta a compensare l’ansia del presente, a meno che questa non venga artificialmente alimentata da qualcosa che stiamo vivendo e che non ci dà pace. Le notizie di stampa aiutano a peggiorare lo stato mentale di molti investitori scontenti e delusi, in particolare quando rileggono i numeri relativi all’andamento del portafoglio. Ne volete una ulteriore prova che riguarda presente e futuro? Il 15 ottobre scorso Milano Finanza, l’articolo a firma di Paola Valentini dal titolo NOVE MESI PER DIMENTICARE, riporta una frase che è tutt’altro che rassicurante: “… i fondi pensione italiani sono al riparo dallo tsunami che si è abbattuto su quelli inglesi MA il rialzo dei tassi ha fatto finire in rosso i rendimenti. I negoziali da gennaio fanno -9,4%, gli aperti -11%”. E anche in questo caso siamo al solito errore per il quale osservare, con la prospettiva di un anno l’andamento di qualcosa il cui risultato non serve domani, non aiuta a rasserenare gli animi. Figuriamoci poi quando si parla delle nostre pensioni, specialmente in una situazione come quella italiana dove si preannunciano prestazioni sempre meno attrattive. Ma è proprio perché gli investimenti vanno pianificati nel tempo e negli obiettivi, una situazione come quella che stiamo vivendo se ben compresa, può essere di stimolo per aumentare la fiducia nel futuro. Quando i mercati tenderanno a recuperare il terreno perduto ricordatevi delle mie parole, o voi che mi leggete! RECESSIONE E  GUADAGNI Per questo motivo oggi vorrei essere più breve del solito, cercando di usare lo spazio che mi rimane per approfondire i dati di una tabella che segue la logica della deterrenza e che tende a tenere gli investitori lontani dal mercato. È tratta da un articolo pubblicato a pagina 40 del Corriere della Sera Economia di lunedì 17 ottobre, a firma Pieremilio Gadda. Il titolo è BORSA E BOND: GUADAGNARE CON LA RECESSIONE. Avviso in anticipo gli attenti lettori: se siete deboli di cuore passate al paragrafo che trovate dopo la tabella. Se invece volete comunque conoscere come stanno andando le cose, preparatevi a vivere il presente. Suggerisco però di usare una logica controintuitiva, altrimenti sarà quasi impossibile comprenderne il contenuto.   Dall’analisi dei dati emerge che un solo numero è positivo, in particolare quello relativo alle materie prime energetiche. Questo settore segna infatti un entusiasmante +49%, che è tra le cause scatenanti di questo dell’innalzamento dell’inflazione. TUTTI gli altri sono asset invece contraddistinti dal segno meno e colorati di rosso, situazione indigesta per l’investitore. Si va infatti dal -4,5% del Titoli di Stato Usa al -23,4% di quelli italiani. Addirittura i Titoli di Stato tedeschi, sempre tanto rinomati per la loro sicurezza, lasciano sul terreno un -17,7%. Mi pare opportuno qui fare notare come le cose possano essere viste anche in modo opposto. Un attento lettore potrebbe da ciò trarre lo spunto per riconoscersi in quell’investitore, tanto esaltato dall’economia neoclassica, che trae vantaggio dalla propria razionalità, in modo da massimizzare il proprio profitto. E ciò è ancora più vero quando si parla dei mercati azionari mondiali, quasi tutti segnati pesantemente da un intenso colore rosso. GUADAGNARE CON I BOND Per sostenere la mia tesi, che si basa sul presupposto che l’attuale fase di mercato non possa comunque essere considerata così negativa per l’investitore, partirò dalla componente obbligazionaria del portafoglio. Un esempio chiarirà il mio pensiero. Premessa necessaria è che un Titolo di Stato viene emesso con una quotazione pari a 100 e, man mano che si avvicina la sua scadenza, il suo valore tende a ritornare a 100, indipendentemente dalla condizione del mercato in cui si trova. Naturalmente la remunerazione di questi titoli sta anche nel loro flusso cedolare il quale, negli ultimi anni, ben poca consolazione ha dato agli investitori. Va da sé comunque che oggi, per tutti gli amanti dei Titoli di Stato, l’occasione è davvero ghiotta, se confrontata ai rendimenti di pochi mesi fa. Infatti, quel negativo va letto da chi investe oggi come fosse positivo. Quel -23,4 dei BTP decennali rappresenta un rendimento intrinseco minimo, tra l’altro garantito dallo Stato. Chi avrà la pazienza di soffermarsi sul ritorno effettivo netto di un BTP decennale scadenza 2032 (che sia di marzo, giugno o dicembre non importa), decidendo ti tenerlo sino a fine periodo, vedrà un ritorno netto superiore al 4%, comprensivo di una cedola fissa che pur oscilla tra lo 0,95% e il 2,50%. Ecco perché dire che per gli amanti dei rendimenti garantiti dallo Stato le cose stanno andando male, è un’eresia. Certamente sappiamo che questo rendimento non protegge totalmente dall’inflazione. Ciò è però sempre meglio che lasciare il denaro in liquidità, subendone gli effetti indiretti. Se poi l’inflazione dovesse scendere, quel titolo arriverà in breve tempo a prezzare molto più della pari, rendendo ancora più felice il suo compratore nel caso in cui volesse disfarsene. E CON LE AZIONI? Senza dilungarmi in discorsi troppo complicati, anche per l’investitore azionario è tempo di gioie. In particolare per tutti coloro che hanno metodo, tempo e pazienza, i prezzi sono oggi particolarmente convenienti. In questo caso, per sostenere la mia tesi, prenderò come riferimento la tabella de Il Sole 24 ore di sabato 22 ottobre a pagina 31, di cui riporto l’immagine.   Leggiamo insieme i valori dei mercati e facciamoci la domanda, se sia mai possibile per un investitore ignorare simili sconti sul prezzo. Sui ribassi di indici quali il Nasdaq (-30,70%), lo S&P 500 (-21,26%) e il Dow Jones -14,46%, non pensate che un acquisto sia vantaggioso? E ancora, perché non sentirsi tranquilli e fiduciosi nell’inserire in portafoglio un MSCI World scontato del 24%, oppure un EuroStoxx 50 colpito da un ribasso del 19,12%? Certo posso comprendere che il timore che tutto scenda ancora di più, sia di fatto un valido motivo bloccante. Per questo, proviamo a proiettarci indietro nel tempo sino ad arrivare al febbraio del 2009, quando in piena crisi finanziaria post fallimento Lehman Brothers, gli stessi indici gravitavano intorno ad -50%. Da lì, quando nessuno se lo aspettava, hanno poi cominciato la loro cavalcata che li ha portati, ancorché con discontinuità, sino al gennaio 2022. Ma il punto sta proprio qui: quanto sarebbe stato bello potere comprare nel 2009 a quei prezzi, in attesa del successivo rialzo? Impariamo quindi dalla storia per adeguare il nostro comportamento nel presente. INVESTIRE CON IL SENNO DEL POI Certo che con il senno del poi, siamo tutti capaci di investire. Forse però, proprio per quello che ripetiamo da tempo, non dovremmo perdere questa occasione di ribasso, proprio perché una ancora migliore, di certo non cancellerà di certo la profittabilità dell’attuale. Anche questa con un – 30% è comunque una grande occasione d’acquisto. E se il timore che nelle prossime settimane il mercato possa scendere ancora più in basso, poniamoci in una diversa prospettiva: cosa accadrebbe se tra qualche giorno si registrasse un improvviso ed inatteso ribasso dell’inflazione ovvero la fine della guerra tra Russia e Ucraina? Come pensate reagirebbero le Banche Centrali? La storia insegna che i mercati tendenzialmente, dopo forti ribassi, ricominciano la loro corsa e questo è solo questione di tempo. Se ne avete usatelo nel giusto modo senza timore, e questo anche se dovessero arrivare ribassi ancora più profondi, perché bisogna sempre essere dentro il mercato, mai fuori del tutto.      

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SUI MERCATI AZIONARI REGNA UNA CERTEZZA DENTRO L’INCERTEZZA

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 20.10.2022

Ora da bravo stalker finanziario, avvezzo ad indurre gli investitori a scommettere sul rialzo dei mercati dopo le fasi di ribasso, volevo per nemesi assumere le sembianze di un catastrofista professionale, cioè di chi tenta di spaventare a tutti i costi l’investitore. Userò per questo scopo due dichiarazioni ufficiali, una di matrice europea e l’altra statunitense. La prima è presa dai verbali dell’ultima riunione della BCE che recita “… l’inflazione è troppo alta è dunque opportuno compiere un ulteriore passo sulla via della normalizzazione della politica monetaria”. Ciò significa che la Banca Centrale Europea ritiene meno pericoloso il rialzo dei tassi, con il rischio che ciò inneschi una recessione, rispetto al mantenimento di un alto indice di inflazione. La seconda è di Neel Kashkari, Presidente della Federal Reserve Bank di Minneapolis in carica dal lontano 2016, il quale, in merito al rialzo dei tassi Usa, ha così sentenziato “Mi aspetto di vedere perdite e fallimenti in giro per il mondo con i tassi che salgono … l’asticella in grado di far cambiare idea alla FED è alta …”.  Anche qui l’unica cura individuata per combattere l’inflazione pare essere un raffreddamento dell’economia. Sappiamo già che la controindicazione è l’inizio di una recessione, considerata comunque un male minore rispetto all’inflazione stessa. Se ci limitassimo a quanto letto, non potremmo che concordare con tutti quelli che si aspettano un ancora più grave crollo del mercato. Da qui nascono le domande, che si pone l’investitore, sul come resistere alla tentazione di liquidare l’investimento in attesa di tempi migliori. LA RIPRESA CERTA DEI MERCATI Dopo avere letto le due dichiarazioni, scommetto che state pensando che vi farebbero comodo dosi massicce di previsioni rassicuranti. Tuttavia, chi mi legge da tempo sa ormai che indossare i panni del catastrofista non è quello che voglio fare. E dopo avere pagato il mio debito per lo stalkeraggio compulsivo, reciterò ancora una volta il mio solito mantra. E lo farò con ancora maggior forza e convinzione: “i mercati si riprenderanno con certezza”. Quello che non sappiamo è quando ciò avverrà, soprattutto adesso che la recessione sembra ormai inevitabile. Cercherò allora di rasserenare gli animi prendendo spunto da uno studio effettuato da T. Rowe Price, Società statunitense fondata nel 1937, che spesso uso come fonte affidabile per scrivere i miei editoriali. Lo scopo è cercare di rispondere alla domanda che riguarda l’intensità dei ribassi vissuti nel recente passato e a quella, ancora più importante, che riguarda i tempi di recupero dei listini. L’INTENSITÀ DELLE CRISI FINANZIARIE NEL TEMPO Il grafico che segue risponde alla prima delle nostre domande e riguarda l’andamento dell’indice Standard & Poor’s 500. Infatti ci aiuta a scoprire l’intensità delle crisi più profonde che abbiamo attraversato dal 1960 ad oggi. Le peggiori sono state registrate nel 2007, nel 2000 e nel 1973. Quest’ultima in particolare ha delle analogie con l’attuale perché è stata scatenata dalla prima crisi petrolifera della storia, innescata dalla Guerra del Kippur. Ricordo ai lettori che nei primi anni ’70, in particolare tra il 1973 e il 1974, la parola più gettonata era Austerity. A causa di quel conflitto molti governi dei Paesi occidentali, in particolare quelli europei, furono costretti ad emanare disposizioni volte al drastico contenimento del consumo energetico. Chi ha vissuto quegli anni non può aver dimenticato le domeniche a piedi e nemmeno quei momenti della giornata dove era sconsigliato l’uso dell’ascensore, a causa di possibili interruzioni dell’energia elettrica. Nonostante tutto il grafico ci rivela che l’attuale fase di ribasso è più vicina a quella del marzo 2020, che è stata molto violenta in termini di intensità, ma di brevissima durata. Anche se in termini di tempo questa crisi non è lontana, di questa ricordiamo molto poco, poiché eravamo concentrati sulla pandemia. Proprio perché eravamo distratti da altro, e la salute viene certamente per molti prima del denaro, non c’è stato nemmeno il tempo di soffrire.   I TEMPI DI RECUPER DELLE CRISI FINANZIARIE Per rispondere invece alla domanda relativa ai tempi di recupero successivi a pesanti ribassi, ho pensato di riassumere i tanti grafici presenti nello studio T. Rowe Price in una singola tabella. Mi sono concentrato sui ribassi a noi più vicini, in particolare quelli della crisi del 2000 e a quelli, ben più pesanti, del periodo 2007 2009. I dati in oggetto riguardano il mercato azionario mondiale, quello statunitense ed europeo, e i paesi emergenti. Ecco dunque di seguito i ribassi raggiunti e i relativi tempi di recupero: Sapendo che nel passato il mercato, anche nella peggiore delle condizioni, ha sempre recuperato siete ora più tranquilli? E sento la vostra domanda ma non so rispondere su quali saranno i tempi di recupero di questa crisi. Anche questa passerà, questa è l’unica cosa che posso dirvi con certezza. Prendendo come benchmark gli insegnamenti del passato, possiamo dire che è sempre sconsigliabile investire sul mercato azionario, se non si ha a disposizione un periodo di almeno 5 anni. Meglio però sarebbe considerare un periodo di 10 anni. Seguendo questa logica possiamo quindi usare il tempo come un attenuatore di rischio: più se ne ha a disposizione, maggiori sono le probabilità di guadagnare senza perdere. COSA È MEGLIO FARE IN CASO DI RIBASSO Certamente oggi non possiamo prevedere quanto ancora durerà questa volta la crisi. Nemmeno possiamo spingerci ad affermare che i ribassi sono ormai finiti. Tuttavia dovremmo avere imparato che i maggiori guadagni si ottengono agendo soprattutto nelle fasi di ribasso, convincendoci del fatto che un migliore affare non cancella la bontà del precedente. In poche parole si può continuare a comprare con fiducia anche quando il mercato continua la sua fase di discesa, proprio perché arriverà la risalita. Tuttavia non bisogna mai dimenticare che non tutti gli investitori sono in grado di sopportare pesanti ribassi. Infatti una cosa è parlarne sostenendo di esserne in grado, altro è invece viverli. Per qualcuno forse è più opportuno fermare gli acquisti, evitando comunque di liquidare le posizioni, nell’attesa che i mercati riprendano. Per i più coraggiosi invece questo è un momento da non lasciarsi sfuggire. GLI INSEGNAMENTI DELLA STORIA Voglio però tentare di tranquillizzare ancora di più i miei lettori più fedeli mostrando loro una immagine tratta dal sito di Morningstar, che riporta il titolo di un articolo a firma di Sala Silano “Cosa insegnano 150 anni tra panico ed euforia a Wall Street”.   Da qui prendo volentieri a prestito parte dell’incipit riportato nel sottotitolo che recita esattamente “Ma la borsa ha sempre recuperato ed è andata oltre”. Detto questo, a sostegno della mia tesi da perfetto stalker finanziario che parla sempre di mercati che salgono sempre, vi consiglio di osservare anche l’andamento del grafico. Come si può notare la curva è sempre in salita, interrotta soltanto da ribassi, che vengono poi comunque riassorbiti nel tempo. Non ditemi allora che siete ancora preoccupati per il vostro investimento. Ora sapete che il perdere o guadagnare non dipende dalla fortuna, ma dalla durata e dal rischio assunto con il vostro investimento, oltre che da altri elementi come la strategia di portafoglio adottata e la capacità di resistere allo stress indotto dalle fasi di ribasso. CONCLUSIONI I mercati si fondano sulle aspettative degli investitori, in termini di valutazione tendono cioè a guardare avanti dai 6 ai 12 mesi. In parole povere tutto questo funge da indicatore di previsione. Ciò può significare che nel momento in cui si entrerà in recessione, mentre noi ci aspettiamo ulteriori ribassi, potrebbero invece addirittura cominciare ad essere prezzati lievi segnali anticipatori di ripresa. Ecco il motivo per il quale chi non vende e aspetta, sarà ripagato per l’attesa. Tuttavia non possiamo esimerci dal dire che solo chi avrà la forza di continuare a comprare nei momenti in cui la maggior parte degli investitori vede nero, riuscirà a cogliere le migliori opportunità, trasformando il sacrificio dell’attesa in successiva euforia.    

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IL PREVEDIBILE FUTURO DI UN MERCATO ORSO

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 11.10.2022

Prendo spunto per l’editoriale di oggi da un recente incontro con un cliente durante il quale sono stato simpaticamente definito “stalker finanziario”. La persona di cui parlo legge quello che scrivo e certamente riconoscendosi, starà sorridendo sapendo che mi sto riferendo a lui. Il mio stalkeraggio consiste nella mia ossessione di ripetere alcuni concetti che sembrano essere ormai stati compresi da tutti. Mi riferisco riducendo al minimo l’elenco, al rispetto del tempo stabilito come fedele compagno di viaggio, alla diversificazione come fattore di riduzione del rischio, all’uso della pazienza come attività di resilienza ai ribassi del mercato, intesi tutti come fattori di controllo dello stress a cui siamo sottoposti durante le fasi di ribasso. In realtà il mio intento ha lo scopo di contrastare l’ansia crescente provocato dai media o da un eccessivo controllo del valore di portafoglio. Parto dalla convinzione che quando si investe, diventi necessaria un’opportuna permanenza della ridondanza della memoria sul come comportarsi in occasione dei ribassi, specialmente per concetti non ancora pienamente assimilati. E questo principalmente per combattere le tante voci urlanti (stampa, amicizie, parentele varie) che cercano di minare le convinzioni dell’investitore, suggerendogli la pericolosa via della liquidazione delle posizioni, come via d’uscita per la riduzione dello stress indotto dal vistoso calo del valore di portafoglio. UN TEMPESTA PERFETTA Tuttavia, uno dei principali fattori di successo di un processo di investimento, si basa sulla consapevolezza che l’investitore debba sapere come comportarsi durante le fasi di ribasso. È come quando, saliti su di un aereo, le hostess prima della partenza ci illustrano il comportamento in caso di pericolo! Cercare di fare ricordare all’investitore i motivi per i quali ha deciso di investire, diventa così un fattore di successo. Riportare le lancette dell’orologio al momento della scelta, quando cioè la motivazione ad agire era al massimo, aiuta molto di più che parlare di mercati e delle sue dinamiche. Ciò è utile per tranquillizzare e dovrebbe essere considerata come una normale fase di passaggio specialmente in determinati momenti critici. Non dimentichiamo però che ogni investitore quando investe ha motivi propri e una propria resistenza, condizione unica e non sovrapponibile a quella di altri. Questo è uno dei motivi per i quali qui vengono dati consigli generici, con la riserva però di valutare quelli personali al momento del contatto con ogni singolo investitore. Ecco il vero motivo della presuntuosa continua somministrazione generica di pillole di conoscenza. Ormai lo sappiamo, da tempo siamo entrati in una fase di mercato orso in cui l’insieme di tante concause hanno generato una tempesta perfetta, tanto potente da sembrare in apparenza un assembramento di cigni neri. Viviamo dallo scatenarsi della pandemia del ripetersi di situazioni rare, anche se da qualcuno sono considerate non totalmente imprevedibili. Potremo allora definire questa situazione come la scoperta di una nuova normalità, nella quale la volatilità diventa fattore destabilizzante per l’investitore. Nonostante tutto, abbiamo già ripetuto sufficientemente che il passato è pieno di crisi di mercato, spesso molto simile a quella che stiamo attraversando. Sono tutte diverse probabilmente nelle cause scatenanti, ma con un unico fattore comune: tutte si sono risolte in tempi non estremamente lunghi. Per questo non posso sbilanciarmi sul quanto potranno essere ancora profondi i ribassi che stiamo subendo o sul quando tutto questo finirà. QUANDO TUTTO FINIRÀ ? Tuttavia continuo a non volermi convertire all’ormai imperante pessimismo diffuso che si nasconde dietro la famosa frase “questa volta è diverso”. Per supportare il mio pensiero mi avvarrò di un grafico, tratto da Milano Finanza dell’8 ottobre, in un articolo a firma Paola Valentini dal titolo L’Orso si affronta a rate, che riporta dati elaborati da Pictet AM. La tesi è che la crisi attuale sia solo un normale passaggio verso nuovi massimi. Si rassegnino i catastrofisti perché nella storia della finanza I mercati si sono sempre ripresi, quale siano stati i motivi della crisi, anche quelle più profonde: è sempre successo e cosi sarà ancora una volta.   Non ho una risposta sul quando potremo finalmente ritornare a sorridere nel vedere valori di portafoglio colorati di nero anziché di rosso. Nessuno può dirlo con certezza, nemmeno istituzioni come la Fed o la Bce oppure enti sovranazionali che governano il mercato. Tanto meno lo può un essere vivente, a meno che non sia stato dotato da qualche divinità di particolari doti profetiche. Tutto dipenderà da un insieme di variabili tra cui l’andamento dell’inflazione, l’eventuale ed auspicata fine della guerra Russia Ucraina, compresa la stabilizzazione della situazione geopolitica mondiale, la soluzione della crisi energetica e il calo del costo delle materie prime. E questo limitando l’analisi solo ad alcuni elementi. UN EVIDENTE PARADOSSO Per parlare dell’imprevedibilità dei marcati mi sia consentito ricordare uno tra i molti paradossi del periodo: l’economia degli Stati Uniti è sottoposta a tenui segnali di rallentamento dovuti al rialzo dei tassi. Tuttavia gli utili aziendali rimangono alti così come i salari, che crescono per eccesso di domanda ma con una disoccupazione che è scesa a meno del 4%, segnando nuovi record di una piena occupazione. Sappiamo che questa recessione è stata innescata artificialmente, allo scopo di generare una contrazione dell’inflazione mediante il rallentamento dell’economia. L’obiettivo è di farla ripartire il prima possibile, in modo da generare ricchezza mediante nuova crescita del Pil. Per questo motivo, senza dovere assumere le sembianze di uno stalker finanziario, concluderò con una provocazione sotto forma di domanda, rivolta principalmente a chi pensa che questa crisi sia unica nel suo genere. Una sorta di tempesta perfetta così potente da essere in grado di ridurre, una volta per tutte, la ricchezza mondiale. Ecco la domanda: “cosa pensate possa accadere al mercato azionario il giorno in cui la guerra sarà finita, quando l’inflazione si posizionerà sui livelli medi storici, con i consumi ritornati a pieno regime?”. Senza fare il veggente io credo che usciti dalla recessione il Pil mondiale riprenderà senza indugio la sua corsa. CONCLUDENDO Non dimentichiamo mai che i mercati anticipano sempre l’economia e quindi stanno forse già incorporando il valore di un rallentamento mondiale. Forse non tutto ma buona parte lo hanno già scontato!. Ricordando i ricorsi storici, consiglierei vivamente a tutti i lettori di non smettere di credere nel futuro e ancora di più, di non perdere l’occasione per approfittare di questi ribassi. Per tutto questo, mi sento di sostenere che essere oggi fuori dal mercato è una scelta sbagliata, perché quando ripartirà, sarà troppo tardi per coglierne appieno l’opportunità che ci viene offerta.    

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RESISTERE ALLA TENTAZIONE DI LIQUIDARE UN INVESTIMENTO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 05.10.2022

È molto facile investire quando i mercati azionari sono in salita e segnano giorno dopo giorno nuovi record. Lo è ancora di più quando le obbligazioni danno rendimenti negativi o nulli, come è stato sino al primo semestre dell’anno scorso. Qualcuno tra coloro che ha deciso di farlo prima o subito dopo la pandemia, inizialmente confortato da un mercato che dava segni di ottimismo nonostante la temporanea crisi di brevissima durata, ha cominciato a mettere in discussione quella scelta. E lo ha fatto osservando di lontano chi in quel periodo, preso dal timore di crollo imminente dati gli alti livelli raggiunti dagli indici finanziari mondiali, ha pensato di rimanere liquido oppure di acquistare impegnando solo minime quantità di capitale. Da qui il primo pensiero latente di avere sbagliato strategia. Con il senno del poi, questa categoria di NON investitori viene da molti definita come quella degli “illuminati”, poiché hanno saputo prevedere il futuro. Confidando in apparenza sull’istinto e sulle conoscenze, sono lodati perché hanno resistito alle voci di chi li spingeva a non lasciare il denaro improduttivo sui conti correnti, evitando così il baratro in cui è caduto tutto il resto dell’umanità. In realtà costoro risultano appartenere a chi da sempre rinuncia ad investire per la paura di perdere. Sono coloro che pensano di battere sistematicamente il mercato uscendone al momento giusto rinunciando alla lotta, in attesa di una opportunità che non sfrutteranno davvero mai. Si riconoscono per la particolarità di raccontare sempre di quanto hanno evitato di perdere, non dell’immensa quantità di occasioni che non sono mai riusciti a cogliere. Poi certo loro sanno sempre quando uscire ma anche quando rientrare, perché loro sì che sono veggenti!   IL RAMMARICO PER UNA SCELTA SBAGLIATA A questo riguardo la domanda, che si pongono tutti coloro che invece hanno deciso di investire e sono stati colti dalla paura che l’investimento fatto sia stata una sventura occorsa a seguito di consigli sbagliati, oppure sia attribuibile alla malasorte che colpisce inesorabilmente l’investitore imprudente, è: “maledizione, perché l’ho fatto?”. Il pentimento, definito da chi si occupa di finanza comportamentale come il rammarico per una scelta sbagliata, è quell’emozione che fa ripensare ad una azione come biasimevole, nella certezza che se si tornasse indietro quell’errore non si commetterebbe più. Il punto è che questa emozione è la stessa che colpisce l’investitore sia quando esce dal mercato nel momento sbagliato senza più rientrare, oppure quando entra e non sa più come uscirne, perché la tensione è alle stelle per la continua perdita di denaro. Le due condizioni sono per altro molto simili, poiché si ha la tendenza a dimenticare tutto quello su cui si fonda un solido investimento, soprattutto si trascurano i presupposti da cui si era partiti (obiettivo, tempo, grado di rischio oggettivo e soggettivo, preferenze). In sostanza si cancella il ricordo di quello che può essere stato un corretto processo di investimento, che ha grandi probabilità di restituire il giusto rendimento. PERDERE DI VISTA L’OBIETTIVO Ma perdere denaro quando non c’è un obiettivo che dia solidità all’impalcatura di quella scelta, non è la cosa più grave che possa capitare all’investitore. Investire non è soltanto rinunciare al denaro per un certo periodo di tempo ma è molto di più. Per questo perdere denaro è grave ma non è la cosa più rilevante. Quando quelle risorse sono state investite per un obiettivo non rilevante per la propria vita, comportano un peso del rammarico ancora più profondo proprio perché quella scelta, non era stata veramente motivata dallo stimolo di raggiungere qualcosa di importante. Per questo quell’investimento non aveva sufficienti ragioni per essere fatto. E la paura di non raggiungere l’obiettivo è solo una scusa poiché il tempo deve sempre essere concesso per ottenere il risultato sperato. Rinunciare perché una crisi di mercato rende il terreno scivoloso, significa ripudiare consapevolmente tutti i presupposti di tempo e di obiettivo per cui si è deciso di investire. Un esempio faciliterà la comprensione di quanto sto sostenendo. Prendiamo allora spunto dal comportamento di coloro che acquistano una casa con un mutuo.  Immaginiamo che questo sia l’obiettivo di una giovane famiglia che formatasi, vuole crescere nel tempo. Qui non spaventa la lunghezza dell’investimento (impegno) e nemmeno la rata poiché l’obiettivo è più grande del sacrificio. Certamente preoccupa l’inflazione che cresce e la guerra che modifica molti dei comportamenti a cui ci si era abituati: non per questo però si abbandona ciò che si è deciso di fare, nonostante la preoccupazione del momento. Non si rinuncia al sogno divenuto obiettivo, cedendo alla paura. Perché invece NON viene fatto quando si investe per qualcosa di altrettanto importante? CREDERE NEI PROPRI OBIETTIVI Quando si crede in qualcosa si lotta sino allo stremo perché si confida nel futuro. Questo perché la motivazione che sorregge il sacrificio, supera il sacrificio stesso rendendolo sostenibile. È la motivazione è data dalla ferrea volontà di acquistare quella casa. Allo stesso modo nel campo degli investimenti bisogna fare forza sugli obiettivi per resistere, specialmente in occasione delle crisi finanziarie, esogene od endogene che siano. Rinunciare per la paura di perdere, liquidando l’investimento nel peggiore dei momenti, è la più imperdonabile tra le sconfitte che un investitore possa subire. Se la porterà dietro per sempre, soprattutto se quella scelta lascia la ferita di una perdita irrimediabilmente senza recupero. I mercati risalgono sempre neltempo e non c’è scusa valida per rinunciare quando l’obiettivo è ben chiaro nella mente. Lo sconfitto fingerà di non avere visto che se avesse mantenuto l’investimento senza liquidare, le perdite non ci sarebbero state. Magari quella situazione l’ha già vissuta ma finge di averlo dimenticato. La ripresa non è una mia idea ma lo insegna la storia dei mercati! Possibile che non si riesca mai ad imparare dagli errori passati? COME RESISTERE AI CROLLI DEI MERCATI Il segreto per resistere in situazioni come quelle che stiamo vivendo sta appunto nell’avere obiettivi chiari e determinati sull'uso del proprio denaro. Ciò aiuta nella costruzione di piani finanziari solidamente fondati sulla realtà e non su di una sua indeterminata percezione. Se si avesse ben chiaro cosa è un obiettivo, si eviterebbe di confonderlo con un desiderio o una aspettativa non quantificata o quantificabile, pericolosa condizione che apre la strada alla liquidazione di un portafoglio. Trattasi di quel bias comportamentale di noi italiani a investire tanto per farlo, condizione prodromica che fa sgretolare un piano di investimento alle prime difficoltà. A questo riguardo molti editoriali fa, avevo scritto che troppo spesso gli investitori nella loro vita hanno desideri che non riescono neppure a quantificare in termini di impegno finanziario, forse perché non sanno nemmeno quello che desiderano davvero. Così facendo però l’investimento parte depotenziato perché la motivazione, che sempre deve sostenere la resilienza, viene meno più l’indice di mercato scende. Così, desiderare una casa al mare è diverso che pianificarne nel tempo l'acquisto mediante una concreta valutazione di tutti presupposti necessari per una corretta valutazione dell’affare (tempo, risorse, rischio, ecc.). Una cosa è proiettare nel futuro la visione del piacere e la soddisfazione generata dal conseguimento della laurea di un figlio, ben altra è invece chiedersi quanto tempo e capitale siano necessari per conseguire quel tanto bramato titolo di studio presso quella prestigiosa università. I RIBASSI NASCONDONO SEMPRE OPPORTUNITÀ  Inutile ricordare poi che ogni ribasso trascina con sé l’opportunità di anticipare i tempi o incrementare i ritorni, questo proprio in virtù dello sconto sui prezzi dei titoli. Per questo un ulteriore segreto quando si investe sta nel pensare al tempo come un valido alleato. È necessario sempre “ascoltare” con attenzione le opportunità che sono offerte lungo tutto il percorso d’investimento. Noi umani siamo macchine emotive (The emotion machine, Marvin Minksy, 2006), che sono per questo molto lontane dal concetto di quell’investitore razionale a cui la scuola economica classica ci ha fatto credere di dover appartenere. Non impariamo dal passato perché l’emozione del momento ci porta talvolta a rimuovere l’esperienza, facendoci rinunciare ai nostri obiettivi quando questa prende il sopravvento. Bisognerebbe allora indagare sul perché lo facciamo, pur avendo la consapevolezza di commettere un errore. Tuttavia, colpiti dalle tempeste finanziarie che si abbattono sul nostro percorso di investimento, dovremmo imparare che la vita va avanti e i mercati salgono verso l’alto con una dinamica oscillatoria discontinua. L’impegno per ogni singolo investitore sarà quello quindi di trovare la forza di resistere nell’attesa di nuovi massimi. L’esperienza mi ha aiutato a capire però che non tutti hanno la forza di comportarsi così. Compito del consulente deve essere allora quello di aiutare l’investitore a ricordare gli obiettivi personali per i quali ha scelto di investire, riportando la sua memoria al momento iniziale di quella scelta. Il compito non è facile, ma bisogna farlo!

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