Roberto Aprile

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Volatilità una tigre che va cavalcata!

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 15.10.2019

Cos’è la volatilità?   È la conseguenza delle reazioni ai cambiamenti inaspettati del contesto economico dei mercati. Essa però viene percepita in genere come un evento esterno, sconosciuto, che presenta un quadro incerto e pertanto pericoloso.    Sfugge il fatto che essa è il risultato globalizzato delle scelte generali di investimento, a cui il risparmiatore stesso partecipa, cercando di affrontarla come fosse una improvvisa tempesta da cui mettersi al riparo, spesso reagendo con contro-scelte talvolta poco oculate, perché effettuate in preda all’emotività.       Nell’avvicendarsi delle condizioni dei mercati, non mancano colpi di scena dovuti ad improvvise inversioni del loro andamento. Probabilmente, la questione vera non sta tanto nell’affrontare i mercati, nel loro eterno modificarsi, quanto nell’affrontare i propri stati emotivi: si dovrebbe capire che il problema vero non risiede nei corsi di borsa, ma nell’atteggiamento che il risparmiatore assume davanti ad essi; più che al suo portafoglio, egli dovrebbe evitare di incappare nella trappola della sua emotività.   Ed è proprio questa la grande sfida: acquisire il giusto distacco, per preservare la razionalità delle scelte! Per realizzare questo distacco, occorre porre tra sé stessi e l’evento sufficiente spazio che consenta di guardare le cose con razionalità. Questo significa porsi davanti ai propri investimenti in una prospettiva temporale adeguata, di lungo termine, anche perché solo il lungo termine permette di superare l’aleatorietà, soprattutto se di breve periodo.    I prezzi delle azioni, benché nel breve periodo possono risentire di variazioni momentanee dovute a scelte di politica economica, sono determinati dagli utili aziendali e, in termini reali, tendono a superare altri tipi di investimento.   Dando uno sguardo al passato, possiamo riscontrare come ai peggiori cali dei mercati azionari sono seguiti sempre importanti rimbalzi che hanno velocemente portato le quotazioni in equilibrio; questo a riprova il fatto che il comportamento migliore da tenere davanti al fenomeno della volatilità è il mantenersi saldi alla propria strategia di lungo periodo, perché ciò consente di beneficiare delle tendenze storiche al rialzo dei mercati che sono, appunto, di lungo periodo.   Viceversa, cercando di operare sul mercato, uscendone e rientrandovi sperando di cogliere il migliore momento possibile, il rischio che davvero si corre è perdere le opportunità di ingresso a valori scontati, ma soprattutto di perdere le fasi di recupero che hanno la caratteristica di essere repentine, e perciò difficilmente intercettabili!   Come cavalcare quindi la tigre della volatilità?    La prima cosa da fare è suddividere il rischio associato ai singoli comparti, settori o mercati, in modo tale da evitare la concentrazione delle perdite dovute alle flessioni: combinare attività rischiose con attività difensive permette infatti di ottenere rendimenti più stabili e alla lunga soddisfacenti.    E’ poi consigliabile inserire in portafoglio prodotti gestiti con un approccio di tipo “Value”, che tende a selezionare mercati e aziende di alta qualità, i cui dividendi sono sostenibili, e godono di un buon posizionamento, che non sono (ancora) apprezzati o “scoperti” dal mercato, ma che per gli investitori possono rappresentare nel tempo un business solido e affidabile.   Tuttavia, l’investimento non va mai considerato come un’azione “una tantum”, piuttosto come un “cantiere a cielo aperto”.  Questo significa che in termini prospettici, l’investimento andrebbe affrontato impegnando con regolarità (mensile o trimestrale) moderate quantità di denaro.    Si tratta quindi di approcciare i mercati puntando non tanto sulla performance assoluta, quanto sul tenere il più possibile basso il costo medio degli acquisti; il che, pur non garantendo un profitto certo o non proteggendo da flessioni di mercato più o meno importanti, permette di neutralizzare l’effetto “montagne russe”, contrastando la volatilità, ed evitando di cedere spazio ad atteggiamenti euforici o pessimistici che possano offuscare la valutazione personale e indurre ad errori.

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Consulenza finanziaria e tutela patrimoniale

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 30.09.2019

Quasi sempre le persone accumulano denaro un po’ per abitudine (perché si è sempre fatto così), un po’ perché… “non si sa mai: il futuro può riservare brutte sorprese e quindi meglio tenere una riserva per i tempi difficili.”   Ora, paradossalmente, benché il bisogno di cautelarsi da possibili eventi negativi costituisca la motivazione più comune del risparmio, quando si valuta un investimento, l’attenzione viene focalizzata sul rendimento atteso, e sui conseguenti rischi di mercato.   Ci si dimentica invece delle sorprese sgradite che il futuro potrebbe riservare in virtù di quei rischi che non hanno nulla a che fare con il mercato finanziario, ma che potrebbero intaccare il patrimonio in modo ben più grave e totalizzante di quanto possano esserlo i rischi finanziari che sono in genere limitati alla quantità di denaro investito…   Questo succede anche perché esiste una spinta inconscia a cercare la sicurezza nell’accrescimento: “più ho, più sono sicuro”! Vien da sé che il risparmio è per lo più considerato nella sua dimensione accrescitiva, qualcosa destinato ad aggiungersi a quanto già posseduto.   Però, se si è troppo focalizzati sull’accrescimento della ricchezza, si perde di vista il fatto che esso non può prescindere dalla funzione di protezione: l’investimento dovrebbe essere in realtà considerato l’elemento attivo di una pianificazione finalizzata al consolidamento del patrimonio, dove l’elemento tutela e protezione costituiscono una condizione fondamentale che permette all’investimento di espletarsi nella maniera più efficace. Il risparmiatore dovrebbe avere una consapevolezza più ampia delle proprie necessità, e cioè dovrebbe passare dalla mera valorizzazione delle disponibilità liquide, alla tutela del patrimonio nel suo complesso, cosa fondamentale per poter pianificare, con tutta tranquillità, gli investimenti destinati all’accrescimento del valore.   Tutela e protezione del patrimonio.   Parlare di pianificazione finanziaria nella gestione del patrimonio non avrebbe senso se non si prende in adeguata considerazione la protezione dei propri beni da eventi che potrebbero intaccarli e addirittura distruggerli. Da tali rischi nessuno è esente!   Si parla qui di rischi “patrimoniali”, in quanto potrebbero coinvolgere l’intera patrimonialità della persona, o della famiglia: secondo l’art. 2740 c.c, avere una responsabilità significa doverne rispondere con i propri beni, presenti e futuri. Si tratta di responsabilità spesso sottostimate, come quelle banalmente derivanti per esempio dalla committenza di lavori di ristrutturazione del proprio appartamento: il committente ha la responsabilità della sicurezza del cantiere, e quindi anche dei lavori di ristrutturazione svolti in casa sua… se un operaio si fa male, ne è responsabile!   Si pensi ai rischi legati alla responsabilità civile relativa all’attività professionale (tipici dell’ingegnere, dell’avvocato, del medico, che potrebbero generare richieste di risarcimento anche molto importanti); anche il lavoratore dipendente può incorrere nelle stesse sgradevoli conseguenze se gli sono riconosciute colpe gravi a seguito di errori commessi nel suo operare…   Ci sono poi i rischi imprenditoriali, non importa se derivanti da mala gestio, o da situazioni dovute a crisi macroeconomiche, o a causa di sinistri accaduti in conseguenza dell’inosservanza dei doveri imposti dalla legge. Nelle S.r.l., per esempio è riconosciuta la possibilità di ciascun socio, indipendentemente dalla quota di capitale sociale partecipata, di promuovere azioni di responsabilità nei confronti degli Amministratori…    Infine esistono altri rischi ai quali proprio non viene naturale pensare, e che quindi non sono mai presi in considerazione: per esempio, quelli che conseguono in genere alle crisi coniugali, con impatti patrimoniali anche di forte rilevanza.   A questo punto va precisato che la protezione non è data da un prodotto: la protezione patrimoniale necessita di un progetto! E’ necessario anche precisare che parlare di pianificazione patrimoniale non significa occuparsi della mera entità finanziaria, ma occuparsi innanzitutto della persona, perché un rischio che colpisce il patrimonio, colpisce di fatti la sicurezza e la serenità della persona e del suo nucleo familiare.   Per quanto questa affermazione sia pleonastica, vediamo però anche che della necessità di sicurezza non si è mai sufficientemente consapevoli; così, come ho già detto, spesso, chi investe si dimentica di tutelare aspetti importanti della propria vita. Per questa ragione è necessario che l’investitore si faccia aiutare da un consulente finanziario che non si limiti ad affiancarlo solamente nella pianificazione dei propri investimenti, ma lo aiuti a mettere a fuoco quelle condizioni che se dovessero verificarsi, potrebbero mettere a rischio l’integrità dell’intero patrimonio, che definisca le strategie migliori per realizzare il piano di protezione, e ne organizzi la trasmissione, pianificando la successione. Il consulente finanziario in grado di fare questo è il “consulente patrimoniale”.   Il valore aggiunto del consulente patrimoniale si comprende nel momento in cui si prende consapevolezza del fatto che non è sufficiente possedere beni, ma che questi devono essere organizzati in via preventiva, per poterli tutelare e trasmettere.   In concreto, la consulenza patrimoniale è l’attività finalizzata a pianificare la messa in sicurezza del patrimonio familiare, non solo finanziario, e la sua successione. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, esistono strumenti, criteri e modalità per evitare la litigiosità e l’indebolimento dell’unità familiare attorno a questioni ereditarie.   Per il resto, il nostro ordinamento consente la tutela preventiva dei patrimoni, per la quale sono previsti appositi strumenti giuridici, purché, naturalmente, vi si sia acceduto in bonis, cioè preventivamente e inequivocabilmente prima del conclamarsi degli eventi negativi e delle relative pretese di risarcimento.   Esistono strumenti utili a proteggere soprattutto patrimoni immobiliari, e mobiliari registrati, come il fondo patrimoniale, oppure l’atto di destinazione; ed esistono strumenti adatti a proteggere sia il patrimonio immobiliare che finanziario, come il trust. Per quanto riguarda invece le disponibilità liquide, lo strumento più indicato è il contratto assicurativo sulla vita, declinato nelle diverse forme, al quale affiancare la previdenza complementare.   Dal punto di vista operativo, la consulenza patrimoniale si declina sostanzialmente in tre fasi: prima di tutto si parte dalla raccolta di alcune informazioni fondamentali che riguardano il nucleo familiare, (il tipo di unione, legittima o civile, piuttosto che di convivenza; la condizione economica del nucleo; la presenza o meno di figli; la professione dei coniugi o la presenza di imprese, e quant’altro. Vanno poi individuati i beni da proteggere e le finalità).   Quindi, si passa ad individuare i rischi per i quali costruire la protezione. Questi rischi possono essere di tipo esogeno (l’aggressione da parte di soggetti terzi, in genere creditori); e di tipo endogeno (quando l’aggressione proviene dall’interno della famiglia, come nei casi connessi alla crisi coniugale, o al trasferimento generazionale della ricchezza, laddove per esempio sia stato leso il diritto di legittima di qualche erede. A questo punto l’attenzione va focalizzata sui soggetti e sulle condizioni da cui possono scaturire situazioni di crisi.   Infine si affronta la problematica del trasferimento della ricchezza nella donazione e successione, anche dal punto di vista fiscale…   Purtroppo, si tende a pensare alla successione come un passaggio automatico della ricchezza! Così, nella maggioranza dei casi l’eredità viene affidata al codice civile. Pochi riflettono sul fatto che in questo modo, la trasmissione avviene in forma di proprietà indivisa; dovranno poi essere gli eredi, una volta aperta la successione, ad accordarsi sulla sua suddivisione.   Qui spesso succede che davanti a un quadro di difficile accordo, l’unione familiare entra in crisi: i tribunali sono pieni di questi casi, anche perché gli interessi personali vanno poi ad intrecciarsi con l’inevitabile valutazione dei beni, dal momento che mancano al riguardo norme precise sui criteri da adottare… e qui la cosa si complica!   Con un semplice testamento olografo, invece, la persona può esercitare il diritto e la libertà di decidere come distribuire i beni, naturalmente rispettando il diritto di legittima, agli eredi, e non lasciare una simile decisione allo Stato.   Rapporto tra Consulente patrimoniale e altre figure professionali   Proprio a causa del fatto che si è poco avvezzi alla prevenzione e alla pianificazione patrimoniale, quando ci si trova in difficoltà, si spera nella salvezza all’ultimo momento, rivolgendosi appunto a singoli professionisti come avvocati, commercialisti, notai, purtroppo solo dopo che l’errore è stato commesso e ci si trova ormai davanti all’inevitabile epilogo.   Rispetto alla proattività del consulente finanziario, gli altri professionisti svolgono un ruolo più legato alla specifica problematica per la quale la persona si è loro rivolta: essi non possiedono cioè tutte le informazioni sulle caratteristiche relative al patrimonio complessivo, per cui, pur fornendo nel loro campo indicazioni e soluzioni corrette e altamente qualificate, non essendo in grado di riferirle ad un quadro poliedrico e necessariamente complesso, si fermano ognuno al proprio specifico campo di pertinenza.   Ora, il ruolo del consulente patrimoniale non è tanto quello di scegliere caso per caso la combinazione funzionale degli strumenti necessari, ma quello di assumere le informazioni utili a ricostruire la cornice prospettica in cui si colloca la realtà patrimoniale del cliente, acquisire la visione anticipata degli effetti che una situazione di crisi può avere sull’integrità del patrimonio, e avendone individuata la possibilità di verificarsi, renderne il cliente consapevole, ponendo il problema sul tavolo, e stabilire un piano di tutela e difesa preventiva, richiamandosi per ciò che non è di sua specifica competenza, alla professionalità altrui.   In rapporto agli altri professionisti, tutti bravissimi, il Consulente patrimoniale rappresenta l’elemento di connessione che permette a tutte le figure professionali coinvolte di lavorare in sinergia, offrendo al cliente il grande vantaggio di ottenere una visione completa in tutte le sue articolazioni. Il campo di azione si prospetta in termini sinergici dove l’interazione dei ruoli diventa decisiva per svolgere al meglio l’intervento sulla patrimonialità del cliente.   In tal modo, il cliente evita di spendere tempo e denaro alla ricerca dei singoli professionisti, che opererebbero separatamente, per cui il cliente, pur ricevendo informazioni corrette, dovrebbe poi integrarle tutte per conto proprio, operazione tanto difficile e costosa da indurlo ad abbandonare l’impresa stessa. E’ così che il consulente patrimoniale diventa un punto di riferimento fondamentale al quale la famiglia si rivolge prima di intraprendere determinate attività o addivenire a determinate decisioni che riguardino la stabilità e la sicurezza del proprio patrimonio.

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Quale risparmio e quali progetti di vita in una società in trasformazione

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 23.09.2019

Ancora oggi c’è chi, disponendo di una quota eccedente di reddito, mi chieda: “Dove la metto?” Questo significa che ancora si pensa al risparmio come a qualcosa di estemporaneo, scollegato da tutto ciò che fa parte della vita ordinaria, che si traduce in un semplice accantonamento indifferenziato di risorse; quando invece il risparmio è il risultato di un processo perfettamente individuato: il risparmio va investito, l’investimento va pianificato, la pianificazione va progettata!   Questi tre momenti interdipendenti rappresentano in sostanza le tre azioni attraverso cui corrono tutti i programmi e i progetti personali di vita: tutelandosi dai rischi che possono compromettere lo status socio-economico, vengono liberate risorse che possono essere impiegate in investimenti secondo un progetto di pianificazione efficiente.   Generalmente, il comune risparmiatore non sa affrontare la gestione del risparmio pianificando una strategia… magari neanche sospetta che con il suo bisogno di risparmiare si delinea la necessità di seguire un metodo efficace di investimento, molti non realizzano neppure il fatto tanto ovvio che la stessa raccolta del denaro da investire necessita di una pianificazione. Il risparmio avverrebbe quindi come attività collaterale spontanea, tesa a “mettere da parte” quote residue di reddito non speso… “per quando ce ne sarà bisogno” (qualsiasi sarà la natura di tale necessità). Da questo atteggiamento dipende la mancanza di una strategia orientata all’investimento.    Una volta era tutto più semplice: c’erano i titoli di Stato che rendevano bene, quello immobiliare si presentava come un investimento sicuro e poco tassato, e anche il nucleo familiare italiano tradizionale era ancora tale da garantire una rete sociale forte che tutelava i membri qualora avessero bisogno di sostegno.   Oggi la realtà economica e sociale non è più la stessa e le poche sopravvivenze del passato non fanno testo! Eppure sembra che la gente si comporti come un tempo, non avendo chiaro il rapporto tra il rischio a cui è esposto l’investimento finanziario (la volatilità) - che è pur sempre gestibile, tanto che è possibile addirittura sfruttarlo ai fini dell’investimento stesso - e i rischi di natura patrimoniale che colpiscono il patrimonio o la persona, e che non è possibile controllare poiché dipendono da fattori fortuiti e accidentali.   Così, anche l’investimento pianificato può essere inficiato da rischi che nulla hanno a che fare con le dinamiche di mercato. Allora è necessario che nel pianificare gli investimenti, si prendano anche in considerazione questi rischi, per proteggere – ove necessario – l’investimento stesso e il suo esito, rendendolo per altro più efficiente.    Quindi risulta evidente che nel dar corso ad un investimento, non è sufficiente limitarsi alla mera tutela dal rischio finanziario, ma occorre partire da una visione ben più ampia che riguarda il patrimonio nella sua globalità.    Le fonti di rischio che andrebbero considerate ai nostri fini non sono solo quelle derivabili da pura casualità, ma anche quelle connesse ai fenomeni socio-demografici in corso. Il cosiddetto “invecchiamento della popolazione” per esempio non è una banale variabile statistica: il fatto che si vive più a lungo produce conseguenze nella realtà patrimoniale di ognuno.    Si pensi al fatto che l’avanzare dell’età comporta l’aumento costante delle spese sanitarie, che diventeranno perciò insostenibili dal sistema pensionistico e sanitario nazionale, andando così a gravare sempre più direttamente sui cittadini. Altro fenomeno legato all’invecchiamento della popolazione è la riduzione del tasso di fecondità, per cui i figli vengono concepiti in fasce di età via via sempre più avanzata (oggi oltre i 30 anni).   Cosa c’entra tutto questo con i rischi? Moltissimo, perché, per garantirsi il mantenimento del proprio tenore di vita, sarà necessario accumulare molte più risorse di un tempo, e dal momento che l’allungamento della vita media allontana ulteriormente l’età del pensionamento, anche l’orizzonte temporale di investimento si allunga, così come anche il tempo necessario per portare i figli alla indipendenza finanziaria, cosa che quindi potrebbe arrivare quando la madre e il padre sono già in fase di pensionamento…   Insieme a tutto ciò, sta rapidamente cambiando l’intera struttura sociale, a cominciare dalla famiglia: aumentano le convivenze mori uxorio, aumentano le separazioni e i divorzi, sempre più persone decidono di vivere da sole e probabilmente tali rimarranno! Con il crescere della famiglia mononucleare, composta da una sola persona, l’individuo non potrà più contare su quel sostegno che un tempo la struttura famigliare tradizionale garantiva, sulla cui base poggiava il principio solidaristico intergenerazionale.    Queste tendenze inevitabilmente impattano in modo pesante sullo stile di vita e quindi sui consumi, perciò sui mercati, e sul generale stato di sicurezza delle persone; ed è difficile pensare che una tale trasformazione non comporti conseguenze sulla pianificazione del risparmio, sia nelle motivazioni, che nei criteri d’investimento, dove la componente assicurativa diventerà sempre più importante, e sarà sempre più integrata alla componente finanziaria: va da sé che la costruzione di un portafoglio finanziario non possa limitarsi alla mera considerazione dei canonici principi di diversificazione, di gestione del rischio, di orizzonte temporale adeguato, ecc… ma debba inglobare in maniera funzionale la pianificazione della sicurezza senza cui un portafoglio anche se ben diversificato servirebbe a poco!   E’ un processo già iniziato e in avanzamento veloce; è già diventato fondamentale per le persone, sempre più single, capitalizzare risorse per essere domani – in tarda età – in grado di sostenersi, tanto più e proprio in quanto si è soli e si resterà soli!  Ciò che un tempo era un “optional” legato alla necessità di valorizzare nel tempo una quota di reddito eccedente, distinta e straordinaria rispetto all’ordinarietà del proprio stile di vita, oggi   è diventato indispensabile ed entra a far parte dell’ordinarietà delle cose che vanno programmate; è il caso di strumenti specifici delle coperture welfare, come i prodotti Long Term Care a vita intera, e le coperture per le spese sanitarie.    Alla luce di quanto detto, anche la funzione della consulenza finanziaria andrebbe ridefinita. Tale ridefinizione dovrebbe passare attraverso il superamento della tradizionale barriera che pone da un lato i Consulenti finanziari come gestori della "performance", e dall'altro i Consulenti assicurativi come gestori della "paura", e approdare ad un nuovo paradigma per un più corretto principio di gestione, nel quale la pianificazione del risparmio rientra nella più ampia gestione dell'intera patrimonialità della persona, a cominciare dalla necessità della sua messa in sicurezza. in quest'ottica, ciò che conta non è la "performance" di un investimento, ma la tutela dell'intero patrimonio e la sua stabilità finanziaria, in quanto condizione necessaria e funzionale al pieno espletamento dell'investimento stesso.

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LA RESPONSABILITA’ DEL FUTURO È SEMPRE NELLE MANI DEL PRESENTE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 13.09.2019

Si è conclusa l’era del sistema previdenziale retributivo, è iniziata quella del sistema contributivo, che garantisce pensioni commisurate ai contributi versati e all’età di pensionamento (più tardi si va in pensione, maggiore è l’importo della rendita pensionistica). Ormai dovresti aver capito: oggi il risparmio previdenziale non è più un optional: è una necessità e va considerato come una spesa inderogabile. Non è più un servizio da ricevere, ma uno strumento da costruire… Oggi quindi ti scopri responsabile del tuo futuro previdenziale: hai cioè facoltà di scegliere il tuo livello di pensione, puoi quindi personalizzarlo, naturalmente in base alle tue disponibilità ma anche in base alle esigenze, nonché adattarlo alla loro evoluzione.   La prima cosa da fare è capire se le risorse che sei in grado di accantonare oggi saranno sufficienti e in che misura potranno integrare la tua pensione, o se possono finire quando ancora ne avrai bisogno. Nel qual caso dovresti individuare l’ammontare del reddito necessario, non coperto dal sistema previdenziale pubblico, e pianificare l’opportuno programma per integrarlo.   Per decidere però devi essere informato sulla tua posizione previdenziale. A questo scopo, l’INPS ha predisposto un programma che ti dà contezza dell’ammontare dei tuoi contributi accantonati e del livello di pensione che puoi attenderti alla luce della tua storia contributiva. Puoi quindi verificare se quando andrai in pensione potrai contare su un reddito adeguato, e decidere di accantonare risparmio calcolando l’ammontare della contribuzione, il carico e il vantaggio fiscale, e scegliere lo strumento di previdenza complementare per te più idoneo per raggiungere lo scopo.   E’ un percorso non semplice, pieno di ostacoli, con possibilità di errori e necessita di conoscenze poco diffuse. Non è necessario però che tu sia esperto della materia, ma è indispensabile che tu ne sia consapevole.

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LA TUTELA DEL PATRIMONIO È IL PRIMO OBIETTIVO DEL TUO INVESTIMENTO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 09.09.2019

Prendere decisioni a lungo termine sui soldi può essere difficile ed emotivamente stressante. Dopotutto il mondo degli strumenti finanziari è troppo vasto, ed è difficile considerarne i differenziali tecnici, rapportandoli alle caratteristiche dei mercati di riferimento, date le loro prospettive, capire insomma dove il rischio costituisca davvero un’opportunità, o dove l’opportunità celi in realtà un rischio non allineato all’obiettivo che intendi conseguire.   Eppure queste difficili decisioni devono pur essere prese, tenendo conto delle effettive risorse finanziarie di cui disponi (cosa rappresentano in rapporto al tuo patrimonio, considerato nella sua globalità), ciò ti aiuta a considerare oggettivamente il livello di rischio che sei disposto ad affrontare – o che è necessario – in rapporto al progetto d’investimento.   Ricorda che i tuoi desideri sono una cosa fumosa e aleatoria, ma diventano obiettivi concreti se riesci a costruire intorno ad essi un progetto in termini di risorse, di modalità di impiego e di tempo! Ma attenzione: nel progettare l’investimento, accertati per prima cosa di aver messo al sicuro il tuo patrimonio e la tua famiglia.   Attorno a questi fattori ruotano molte delle stesse necessità di investimento, ma non c’è rendimento che tenga se basta un incidente a compromettere il capitale umano che rappresenti o a distruggere il tuo patrimonio, costruito in anni di lavoro e sacrifici.   Sia il patrimonio della tua famiglia, che della tua azienda sono infatti soggetti al rischio di essere intaccati da fattori accidentali o aggrediti in qualsiasi momento da creditori: insieme alla scelta degli strumenti finanziari (e non solo), fattore fondamentale di ogni progetto di investimento, quindi, è quello di identificare le soluzioni più adeguate per tutelare la tua sicurezza presente e futura.

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DA PROMOTORE A CONSULENTE: UN CAMBIAMENTO DI RUOLO. UNA RIVOLUZIONE DELLA MENTE PRIMA CHE DELLA FUNZIONE

Scritto il 04.09.2019

L’identità del vecchio promotore finanziario è ormai obsoleta. Dal momento che la MIFID ha formalmente esautorato la funzione meramente commerciale della precedente figura, abbiamo finalmente conseguito la nuova identità di “consulenti”, con tutto il rispetto dovuto alla precedente, che ha ormai giocato il suo ruolo storico, contribuendo in maniera significativa allo sviluppo del mercato finanziario, ma che non risulta più adeguata alla nuova funzione che proprio esso richiede già da oggi, per il futuro.   Tuttavia, al di là delle scelte lessicali, non mi sembra che la trasformazione in “consulenti” abbia cambiato davvero qualcosa, non ancora! Sicuramente oggi è avvertita la necessità di maturare competenze nuove, più allineate alle esigenze oggettive che il mercato esprime sempre più consapevolmente, via via che si compie la separazione dall’identità commerciale focalizzata sul prodotto, per acquisire quella nuova, sinceramente focalizzata sul cliente, trasformandolo nel vero soggetto-oggetto della consulenza…   Ciò che differenzia il consulente finanziario dal promotore sta nel fatto che il consulente non “fa raccolta”, non gestisce il denaro, ma le problematiche di persone con le quali stabilisce un patto fiduciario; un patto che necessariamente deve poggiare su un principio di relazione fondamentale: l’etica e la trasparenza da parte del consulente e il riconoscimento e il rispetto della sua professionalità da parte del cliente. Ora, o il consulente è capace di imporre questo tipo di rapporto, o la cosa finisce necessariamente lì.   E’ chiaro che questa nuova base di relazione implica una presa di responsabilità non solo in termini genericamente etici, ma anche della propria visione professionale, secondo il proprio stile, e la consapevolezza della propria capacità di vedere oltre l’orizzonte che il cliente è in grado di percepire, per potergli essere da guida.   In ciò si palesa quella rivoluzione in atto la cui caratteristica non è tuttavia l’improvviso insorgere del nuovo status e dell’abbattimento del vecchio, come il significato lessicale di “rivoluzione” farebbe intendere, ma una trasformazione evolutiva che, per quanto veloce, si protrarrà per gradi, e richiederà tempo, anche perché – con buona pace della MIFID – la ragion d’essere dell’intera industria del risparmio è e resta commerciale… e qui si forma un naturale iato nella coscienza del consulente, che da una parte si trova a svolgere un oggettivo ruolo di vendita, mentre dall’altro matura la necessità soggettiva di una evoluzione di ruolo, dal collocamento di prodotti finanziari alla gestone delle esigenze patrimoniali.   Né chiare e univoche sono le impostazioni strategiche delle mandanti, in quanto condensano in sé la stessa contraddizione tra la storica funzione commerciale e la nuova funzione consulenziale, cercando ancora con difficoltà la pietra filosofale con cui trasformare l’una nell’altra.   Comunque stiano le cose, noi consulenti dovremmo smettere di pensare agli aspetti tecnico-gestionali inerenti all’attività di investimento, riconoscendo in ciò la esclusiva prerogativa del gestore, ma dovremmo prescrivere azioni da intraprendere nell’impegnare risorse finanziarie e patrimoniali per fini legati al ciclo di vita, necessarie cioè a garantire welfare e protezione.   Una volta, alla preistoria del mercato finanziario come lo conosciamo oggi, per spiegare al cliente in cosa consistesse la professione di consulente finanziario, successivamente definito per legge “Promotore”, si ricorreva alla metafora del medico: ciò che fa il medico per la salute del corpo, il consulente finanziario faceva per il risparmio del cliente. Allora la figura metaforica del medico era necessaria perché mancava una coscienza specifica della professione dalla connotazione esclusivamente commerciale, occorreva perciò chiamare in soccorso una figura professionale che nell’inconscio del cliente fosse la più vicina possibile alla sua esperienza privata; ma anche dal punto di vista lessicale, quale figura poteva maggiormente esprimere il concetto di “cura” del risparmio?   Oggi, possiamo dire che proprio questa metafora del Consulente come “medico del risparmio” ha guadagnato legittimità perché, anche se non è ancora compiuto, è in atto il passaggio verso la figura professionale del consulente finanziario e l’oggettiva consapevolezza della necessità del suo specifico ruolo istituzionale.   Infatti, insieme al mercato e ai suoi strumenti, si è sviluppata e va sviluppandosi sempre più, da parte del risparmiatore-investitore, il bisogno di essere “guidato” nelle decisioni di investimento, progettato in relazione alle proprie necessità patrimoniali e in funzione dei propri progetti di vita, che implicano la realtà intera della sua persona: relazioni, lavoro, affetti, patrimonio… questo disegna la nuova mission del consulente finanziario la quale, lo svincola definitivamente dalla funzione commerciale della “raccolta”, proiettandolo finalmente verso la funzione consulenziale vera e propria.   Dal momento che per lo più il cliente non è in grado di prendere decisioni razionali, anche a causa della sua scarsa educazione finanziaria, il consulente deve assumersi la responsabilità del proprio ruolo, che è quello di dare al cliente le indicazioni per le quali a lui si rivolge, e deve perciò seguire, proprio come segue le indicazioni del suo medico curante, altrimenti il consulente non può che lasciarlo libero di cercare i consigli che desidera presso qualsiasi altra fonte.   Rimanere dunque meri collocatori di fondi e polizze non offre più prospettive professionali per il futuro e non corrisponde più alla nuova identità di consulente: va cercata davvero la pietra filosofale che trasformi l’azione commerciale nel valore aggiunto del nuovo ruolo storico!   E questo non può avvenire senza un adeguato sforzo soggettivo, per arrivare prima possibile a maturazione, seguendo percorsi di crescita professionale per acquisire nuove competenze nella rilevazione e comprensione di ciò che il cliente esprime non in termini di generiche “esigenze” – concetto troppo compromesso dalla sottostante funzione commerciale – ma in termini di realtà patrimoniali e cercare soluzioni concrete ed efficaci, dedicati alla persona, colte nella sua realtà dotata di senso, e cioè esistenziale!   Oggi, le informazioni relative al ciclo di vita del cliente e del suo patrimonio, ai suoi interessi e alla sua persona, anche dal punto di vista privato, sono ancora per lo più utilizzati ai fini della vendita di prodotti finanziari. Ancora non è stata realizzata quella “rivoluzione”, attesa e paventata allo stesso tempo, che trasformi la promozione nella consulenza, ma che al di là dei dettati normativi, dovrebbe innanzitutto prendere abbrivio nella mente del professionista della finanza, senza la quale, per quanto tenti di affrontare tematiche legate alla patrimonialità, egli non sarebbe oggettivamente in grado di fornire consulenza.   Quindi per prima cosa il consulente dovrebbe lavorare sulla propria forma mentis e sui propri paradigmi, fino a maturare una visione nuova e chiara del proprio ruolo. Ma questa trasformazione non sarà mai servita da alcun percorso formativo, pur necessario per l’acquisizione dei contenuti e la preparazione tecnica, ma del tutto inadeguato alla formazione psicologica ed identitaria del nuovo professionista. Invece, è proprio l’esercizio di autoconsapevolezza ciò che costituisce la base di partenza per la vera trasformazione, verso la rifondazione del concetto stesso di questa professione e della nuova capacità di ruolo.   Massimo Perini – avvocato patrimonialista, uno dei maggiori esponenti di questa linea di discorso – afferma che “patrimonialisti lo si diventa nella testa: perciò occorre prima di tutto lavorare sulla propria mente”… il resto è solo conseguenza.   “Lavorare sulla propria mente” è fondamentale non solo per acquisire la capacità di ruolo, ma anche per gestire il processo di comunicazione con il cliente, facilitandolo e smussandone le asperità; lavorando sulla consapevolezza dei propri schemi mentali e sulla tendenza alla manipolazione – sia propria che del cliente – imparando a sintonizzarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, seguendolo con attenzione e rispetto nei suoi percorsi interiori, da dove emergono i contenuti emozionali e autoreferenziali della persona, riguardo ai propri valori, alle manifestazioni caratteriali e ai meccanismi di “difesa” che il soggetto inevitabilmente mette in atto nel momento in cui viene portato a misurare i propri sogni con le proprie paure (a questo proposito invito alla lettura di quanto elaborato nel merito da Maria Grazia Rinaldi e Raffele Galasso nel loro ottimo lavoro “L’intelligenza emotiva del consulente finanziario” edito da Franco Angeli).   Entrato in sintonia con l’interlocutore, il Consulente può accedere alla cassetta degli attrezzi professionali, e attingere all’ampio panorama di competenze tramite cui è in grado di comprendere le reali necessità patrimoniali del cliente, ricostruire la “mappa” della sua patrimonialità e di conseguenza individuare gli interventi necessari che potranno richiedere l’apporto qualificato di altri professionisti (avvocato, notaio, commercialista, fiscalista, assicuratore, immobiliarista, e quant’altri necessari), che potranno essere riuniti dal consulente, che ormai potremmo definire “patrimoniale”, in  un “power team”, attorno alla poliedricità del caso del cliente, che sarà oggetto di dialogo interconnesso tra i professionisti stessi. Nel costituire il collettore di tutte le professionalità coinvolte, il consulente patrimoniale, esprime valore aggiunto rendendo possibile, in una unità di discorso, il necessario dialogo tra tutti quei professionisti che altrimenti sarebbe difficile ottenere, ma che solo permette di trovare la risposta più pertinente e corretta in cui possano essere soddisfatti tutti i vari livelli di discorso coinvolti. Realizzare questo significa oggi giocare un ruolo d’avanguardia in un mondo che cambia ad alta velocità, ma che non possiamo attendere, e che dobbiamo rappresentare!   Molti brand si stanno organizzando per fornire questo tipo di risposta, ma troppo spesso ciò si esaurisce nell’approntamento di un servizio standard nel quale però al consulente finanziario non viene riconosciuta la funzione vera e propria di consulente patrimoniale, ma ad esso viene demandata, ancora una volta, la funzione prettamente commerciale e di relazione con il cliente.

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Il fenomeno ICO: fino a che punto rappresenta una opportunità, quando l’opportunità rischia di trasformarsi in truffa

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Scritto il 13.06.2019

La Consob ha recentemente incontrato i professionisti legati al mondo delle ICO. Tale incontro è storico, perché rappresenta l'inizio di un dialogo teso finalmente a stimolare un intervento normativo per l’inserimento delle ICO nei mercati regolamentati.   Ma cosa sono le ICO e come funzionano?   Le ICO rappresentano una nuova frontiera dell’economia moderna. L’abbreviazione ICO sta per "Initial Coin Offering" ovvero letteralmente “offerta iniziale di moneta”, una innovativa modalità di crowdfunding basata sulle cryptocurrency. In pratica si tratta del lancio sul mercato di una nuova moneta, nel caso specifico di una criptovaluta con cui si partecipa al finanziamento di un progetto, generalmente legato alla block chein.   Le ICO si differenziano dalle IPO (Initial Public Offering, letteralmente: “Offerta Pubblica Iniziale”) perché non sono regolamentate e non sono sottoposte ad alcun tipo di controllo. Inoltre, a differenza delle IPO tramite le quali si partecipa al capitale sociale, con le ICO non si diventa soci e non sempre si partecipa agli utili.    Quanto investito, infatti, non viene scambiato con pacchetti azionari della società, ma con “token” espressi in criptovalute da questa emesse, che si attiveranno alla fine della ICO. Come per le azioni, i token che si ricevono in cambio, una volta entrati nel Coin Market Cap, ovvero nel borsino ufficiale delle criptovalute, e accettati da una Exchange, possono essere scambiati sui mercati e possono crescere o diminuire il loro valore nominale sulla base dei risultati dell’azienda, o anche dall’andamento della criptovaluta scelta.    I token ricevuti possono essere utilizzati per godere dei servizi innovativi erogati dalla start-up oppure possono essere rivenduti, ottenendo margini di profitto in genere molto elevati.   Esistono tre tipi i ICO: Il primo tipo raggruppa quelle ad alto impatto tecnologico i cui progetti riguardano sistemi tecnologici destinati a rivoluzionare quelli esistenti; l’investimento in queste ICO può essere interessante in un’ottica di lungo termine.    Il secondo tipo raggruppa gli ICO che hanno alle spalle una community o un’azienda conosciuta dal mercato, attraverso cui l’azienda cerca di implementare un nuovo progetto di prodotto o servizio.    Infine, la terza tipologia, la più comune, comprende le ICO che nascono intorno ad idee che non hanno Community, né implicano impatti tecnologici di rilievo, ma che cercano di portare nella block chein servizi comunemente offerti nel mondo reale.    I Founders e i professionisti che lavorano in queste Start-Up redigono un "Whitepaper" (una sorta di business plane), nel quale sono indicate le informazioni fondamentali circa il progetto della Start-Up: la sua mission, a cosa serve, la cosiddetta "Road Map", vale a dire la linea temporale lungo la quale verranno sviluppate le attività programmate, la durata della società e i termini temporali dell'offerta iniziale di coin, e il relativo rapporto di scambio tra la criptovaluta offerta dall'investitore e il token della Start-up.   Praticamente, il White-Paper riporta tutte le informazioni necessarie per capire se il progetto abbia una solida idea alla base (il prodotto o servizio che viene immesso sul mercato è utile? Apporta un reale beneficio alla comunità?) e se dietro di esso ci sia un team esperto, interessato a creare qualcosa di nuovo e duraturo.   Per capire se una ICO può essere valida oppure no, è buona norma verificare che l’azienda che la propone sia reale, che abbia una sede fisica, un telefono e una e-mail per poter contattare qualcuno in caso di necessità.    Se i promotori dell’iniziativa sono persone o aziende di rilievo, è probabile che il progetto abbia un futuro. Se invece qualcosa nell’informazione non tornasse e i profili risultassero generici e fumosi, se il team che cura il progetto proposto rimanesse sconosciuto, se non si riuscisse a capire chi sono gli Advisors, chi gli Sviluppatori, se dietro al progetto vi sia o meno un’azienda, se la roadmap non fosse sufficientemente credibile.    Molto importante infine avere l’immagine chiara del “token model”, ossia come i token vengono distribuiti (quanti rimangono in mano all’azienda? Quanti vanno agli Advisors, quanti agli Sviluppatori e quanti al mercato?), allora sarebbe opportuno starsene alla larga, perché potremmo avere a che fare con una truffa, caso purtroppo molto frequente, dal momento che la normativa del settore è purtroppo scarsa e carente.    Anche la visibilità dell’offerta in questione va attentamente valutata, quindi è utile: cercare i testimonials (chi ne ha parlato?); conoscere l’opinione degli esperti (cosa è stato scritto di importante riguardo alla ICO?); verificare l’atteggiamento del mercato nei confronti dell’offerta (c’è interesse o viene ignorata?)   L’acquisto dei token viene effettualto su base contrattuale (smart contract).  Questi Smart Contract garantiscono la proprietà dei token a pagamento effettuato. Tuttavia, non è facile prevedere quali aziende avranno successo e quali invece potrebbero rivelarsi dei Flop: partecipare ad una ICO è sempre un’operazione “al buio”.    Difficile dire quanto si possa guadagnare. Il guadagno può aumentare di migliaia di volte il capitale investito, ma ci si può anche rimettere tutto (è da tenere ben presente il dato statistico secondo cui quasi il 90% dei progetti in ICO, per quanto buoni, finiscono male: nella migliore delle ipotesi, con un deprezzamento del token, o nei casi più sfortunati, con la perdita totale di valore).    Morale: anche qui vale la regola, come per tutti gli investimenti, di praticare sempre la diversificazione. Mai investire su una unica ICO. L’investimento va sempre suddiviso in più ICO completamente differenti, così che quelle che avranno successo andranno a compensare, probabilmente anche in larga misura, quanto perso con le altre.  Questa forma di investimento è senz’altro molto interessante, ma non è trasparente, a causa, come dicevo, della mancanza di una specifica regolamentazione, senza la quale in effetti non è possibile garantire alcuna forma di tutela per gli investitori.   Bene accolta quindi l’iniziativa della Consob che con l’evento del 21 maggio scorso ha voluto stimolare un dibattito sul tema, muovendo così i primi passi verso una definizione di questa forma di investimento, indirizzandola verso l’intervento normativo che con la regolamentazione permetterebbe di tracciare e controllare l’attività degli operatori del settore, dando così garanzia di affidabilità. I vantaggi per gli investitori e per il mercato sarebbero davvero significativi.

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Investire: rischiare per avidità, o rinunciare per paura?

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 06.06.2019

Decidere di investire, magari proprio quando i mercati sono “ai massimi” è una situazione terribilmente ansiogena: da un lato vuoi evitare il rischio che l’operazione si trasformi in una perdita, e qualcosa ti dice di stare alla finestra a guardare – appunto – i treni che passano! Treni che d’altro canto non vorresti perdere, correndo il rischio di salirci sopra proprio quando “è troppo tardi”!   Ma questo dilemma è la lente con cui l’investitore guarda gli investimenti.   Il fatto è che il rischio viene osservato sempre e solo da una direzione. In realtà esso è sempre legato ad una condizione di scelta. Guardiamo la questione in un altro modo: a pensarci bene, non è vero che ogni scelta è anche una rinuncia? Posta la questione in questa prospettiva, un guadagno mancato non è forse equivalente ad una perdita subita? Una perdita subita rappresenta un guadagno mancato, tanto quanto un guadagno non realizzato equivale a subire una perdita!   Certamente, investire comporta il rischio anche di perdere. Questo va accettato… perché “non è possibile acquistare botti di buon vino, tenendo il grano in cascina” diceva mio nonno contadino (la vecchia saggezza contadina di un tempo che sembrava ormai perduta), quindi la possibilità di perdere va sempre tenuta nel dovuto conto.    Un mio cliente era terrorizzato dalla possibilità che il suo patrimonio potesse subire perdite. Attendendosi da lì a poco un crollo dei mercati, decise di aspettare. E aspettò a lungo, mente i mercati continuavano imperterriti a salire, ricordo ancora l’espressione afflitta sul suo volto.   La paura di perdere è altrettanto pericolosa della smania di guadagnare: questa induce a commettere imprudenze, ma quella paralizza e impedisce di prendere decisioni che potrebbero accresce il capitale disponibile, mentre invece rimane improduttivo, e non c’è perdita più garantita di quella derivante da un capitale tenuto inerte.   Naturalmente, non è possibile esaurire l’argomento in poche battute, ma alcune riflessioni possono aiutare ad evitare di commettere gli errori più comuni, quelli che fanno gli investitori improvvisati… quelli che perdono, invece di guadagnare.   Investire comporta in sé dei rischi,si sa! Ma la questione non si riduce alla decisione se correre o non correre rischi, semmai si tratta di capire quanto rischio si è in grado di assumere per poter affrontare serenamente l’investimento nel suo volatile processo di crescita nel tempo.   Ci sono momenti nei quali i mercati salgono e continuano a salire lasciandoci increduli che la cosa possa andare avanti ancora a lungo… E quando alla fine traiamo la conclusione che siano ormai sopravvalutati, non è affatto detto che le probabilità siano tutte in favore delle nostre attese.   Ma cosa significa veramente “essere ai massimi”? I mercati tendono a crescere nel tempo, nonostante le battute di arresto e le cadute anche verticali dei prezzi, di quando in quando. Perciò è normale vedere raggiungere sempre nuovi massimi… tra un certo numero di anni le quotazioni saranno sicuramente più alte di quelle attuali, e questo non significa che saremo “in bolla speculativa” (che è altro genere di fenomeno che va analizzato secondo altre categorie di riflessione)…   Certo, ci saranno ciclicamente crisi, ribassi anche violenti, e sempre di nuovo i mercati ripartiranno … verso nuovi massimi!    Del resto non è in questo che confidiamo quando investiamo?… non è una speranza, è una certezza perché questo è il destino dei mercati, almeno finché vivremo in un sistema economico capitalistico.    Non tutti i mercati vanno nella stessa direzione, alcuni possono superare record su record, spinti dalla continua crescita economica, altri faticano o restano per qualche tempo (breve o lungo) in stallo, a causa di una crisi economica generale o di settore, per motivi economici quindi, ma anche politici… in questi casi è chiaro che quei mercati sono ben lontani dai loro “massimi” storici.   L’Analisi tecnica è la disciplina che dall’osservazione dell’andamento storico dei mercati, inferisce leggi statistiche che ne descriverebbero il comportamento, rendendolo – rilevate determinate condizioni – in un certo senso “prevedibile”. Questo, ancorché affascinante, è pericoloso! Tra “trend (veri o falsi) principali o secondari”, “supporti” o “resistenze” l’unica cosa che si avvicina alla certezza è la possibilità – molto concreta – di perdersi, soprattutto se non si è specialisti della materia… e anche loro non ci prendono un gran ché!   In realtà, al di là di saper padroneggiare o meno una certa tecnica, è il fatto stesso di investire sulla base delle previsioni che può portare a rischiare per avidità o rinunciare per paura nei momenti sbagliati: non dovrebbe essere l’andamento dei mercati a farci decidere come investire i soldi, né tanto meno consigliarci di cambiare strategia, in base alla direzione che essi possono prendere. La strategia di fondo, quella di lungo periodo, non va mai modificata in funzione dell’andamento capriccioso dei mercati.   Ogni investimento deve essere ben pianificato, il che significa che deve essere chiaro da dove partire, quale percorso seguire, e dove arrivare per ottenere quanto…. Questo significa che l’investimento deve partire da esigenze ben individuate, e attivare comportamenti coerenti con esse. Con la pianificazione, va anche stabilito un programma di verifiche nel tempo, proprio come quando si acquista una macchina nuova, si fanno i tagliandi, così con gli investimenti si controlla nel tempo, monitorandolo, l’efficienza del portafoglio; adattandolo talvolta alle situazioni che i mercati possono determinare, senza però mai stravolgere la sua composizione di base, modificando il sottostante in termini di adeguatezza e appropriatezza rispetto al profilo di partenza; perché facendo ciò, si finisce fatalmente col correre rischi eccessivi rispetto a quelli che effettivamente si è disposti a tollerare, e questo è davvero pericoloso!

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Bitcoin: cos'è e come funziona

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 30.05.2019

“Il rischio nasce dal non sapere cosa stai facendo.” Questa massima di Worren Buffet dovrebbe essere impressa nella mente di chiunque stia per effettuare un investimento. Purtroppo le scelte sono troppo spesso motivate dall’euforia e dalle mode e molti investitori fai-da-te ne pagano un prezzo enorme. Così succede – ed è successo – per i Bitcoin, molti investono in questo asset, convinti che esso rappresenti una delle migliori opportunità d’investimento oggi disponibili, pur non sapendo esattamente cosa siano. Cerchiamo allora di farcene almeno un’idea.   Il Bitcoin è una criptovaluta, è cioè una valuta virtuale, realizzata digitalmente come mezzo di scambio, crittografata per proteggere e verificare le transazioni. Le criptovalute sono dei record di database immodificabili, basati su una tecnologia rivoluzionaria chiamata blockchain. Si tratta di un complesso sistema creato per impedire la duplicazione delle informazioni. I Bitcoin infatti sono appunto informazioni, rappresentate da codici numerici, che per rendere impossibile la loro  duplicazione o falsificazione, sono concatenati l’uno all’altro in una struttura dati condivisa e immutabile, detta blockchain (letteralmente "catena di blocchi"). Questa opera come un registro digitale le cui voci sono raggruppate in "pagine" (dette blocchi), concatenate in ordine cronologico, e la cui integrità è garantita dall'uso di chiavi crittografiche. Una volta che la transazione viene inserita nei blocchi, e confermata con la chiave crittografica, non è più modificabile né eliminabile, quindi diventa irreversibile.    La blockchain si presenta come un Data Base utilizzabile da chiunque, quindi pubblico, che però non ha un server unico che lo controlli. Infatti, diversamente dalle normali valute, il Bitcoin non ha dietro una Banca centrale che distribuisce nuova moneta, ma si basa fondamentalmente su un network di nodi, cioè di pc, che la gestiscono in modalità “distribuita”, secondo il criterio delle reti peer-to-peer, nelle quali ogni computer che vi partecipa costituisce un anello avente in sé le stesse identiche informazioni di tutti gli altri anelli della stessa catena: questo la rende inviolabile, in quanto per poter modificare la blockchain in uno qualsiasi dei computer, sarebbe necessario riprodurre la stessa modifica anche in tutti gli altri innumerevoli computer, e questo è praticamente impossibile.    Dal punto di vista dell’uso pratico, le cripto valute non possono essere usate per fare direttamente acquisti di beni così come è invece possibile con una normale moneta: prima la criptomoneta deve essere acquistata e depositata su un conto virtuale, dal quale poi è possibile fare scambi.  Per adesso, tutte le valute virtuali non hanno una vera commerciabilità: non esiste alcun luogo fisico nel quale sia possibile scambiare moneta reale con Bitcoin.    Per poter investire sui Bitcoin, acquistandoli, e scambiando le monete virtuali con denaro tradizionale, oppure speculando sull’andamento del prezzo, sono necessarie piattaforme informatiche che svolgono una funzione simile a quella delle borse valori: gli “Exchange”. Attenzione, bisogna distinguere tra Exchange centralizzati ed Exchange decentralizzati, Il termine “centralizzato” sta a indicare che sono gestiti da un ente singolo, e ovviamente terzo rispetto ai fruitori. Questo costituisce un ambiente di scambio efficace ma, dal momento che il gestore è libero di agire autonomamente, è scarsamente trasparente e potrebbe presentare casi di mala gestio o gestione fraudolenta. Al contrario, gli Exchange decentralizzati non prevedono alcun soggetto terzo gestore: si affidano ad automatismi che in quanto tali, prevengono le truffe e gli attacchi informatici, ma presentano lo svantaggio di essere molto più lenti nel processare le transazioni. Da questa differenziazione deriva che la scelta tra Exchange centralizzati ed Exchange decentralizzati è soggettiva: dipende da quanto è più importante l’efficacia, rispetto alla sicurezza.    Comunque l’uso dell’Exchange ha la sua validità se l’obiettivo è creare un portafoglio, diversificarlo, aspettare il momento giusto per vendere. Se invece l’intenzione è di fare trading, allora non ci siamo: perché per fare trading occorrono strumenti ad altissima velocità, e gli Exchange non possono essere così veloci. Dunque, chi volesse fare trading speculativo, si dovrà affidare alle piattaforme tradizionali, e quindi ricorrere ai broker. Ma in questo caso non investirà sulle criptovalute “vere” bensì su prodotti derivati, chiamati CFD (abbreviazione di contratto per differenza, stipulato con il broker in base al quale il sottostante viene scambiato nei momenti di apertura e chiusura del contratto, permettendo di trarre beneficio dall’oscillazione di prezzo).    Sta di fatto che il Bitcoin, come in genere tutte le cripto valute, è un investimento ad altissimo rischio, e non solo perché molto volatile; ma anche perché non è un settore ancora sufficientemente normato e potrebbe costituire per le organizzazioni criminali e terroristiche una efficace forma di finanziamento illecito e di riciclaggio di denaro sporco. Per questa ragione, e per difendere la stabilità finanziaria, è possibile che il sistema venga attaccato dai governi, come è il caso della Cina dove è proibito alle banche di usare Bitcoin per i loro scambi. Le criptovalute sono invece state riconosciute ufficialmente dall’UE con la Direttiva 2018/843, la quale però è diretta a porre fine all’anonimato, stabilendo l’obbligatorietà per tutti i provider di servizi di portafoglio digitale di applicare controlli sistematici sulla propria clientela.   La gestione del Bitcoin, e quindi il suo valore di cambio, è affidato al libero mercato, cioè all’incontro tra domanda e offerta; perciò la fortuna di questa moneta si fonda sulla fiducia dei suoi utilizzatori: l’eventualità di un fallimento del sistema “criptovalutario” potrebbe quindi dipendere da semplici ragioni legate alle dinamiche di mercato, come la caduta sostanziale della domanda e la conseguente svalutazione di queste monete.   Effettivamente, qualcuno è diventato milionario, ma molti di più sono quelli che hanno riportato perdite difficilmente recuperabili. Basti dare uno sguardo allo sviluppo storico della quotazione: il Bitcoin nato nel 2009, a marzo 2017 quotava 990 $. Sei mesi dopo, settembre 2017, la quotazione è di 4.538 $ (+358% in soli 5 mesi). Secondo il ben noto principio del cosiddetto “effetto gregge”, ovvero quando la gente fa una determinata cosa solo perché la maggioranza delle persone la sta facendo, acquista Bitcoin in massa, determinandone la strepitosa salita del prezzo fino a raggiungere l’11 dicembre 2017 i 19.884 $ (+338% in soli tre mesi).  Immagino che, davanti all'irrefrenabile ascesa del  Bitcoin, molti si siano sentiti come viaggiatori che hanno perso l'ultimo treno e che stanno fermi in panchina ad osservarlo passare ...! In effetti, in questi casi, capita di sentirsi un po' stupidi e invidiosi… E’ il motivo per cui nascono tutte le “bolle” che proprio perché “bolle” sono destinate a scoppiare! E di fatti… arriva sempre il momento in cui qualcuno decide di vendere, ma non trova più chi sia disposto ad acquistare …le quotazioni cominciano a precipitare, toccando dapprima, ad aprile 2018, i 6.766 $ (-66%) e poi a dicembre 2018 i 3.300 $ (un altro -51%), per poi ricominciare finalmente e lentamente a risalire: il prezzo al 18 marzo ultimo scorso è di 3.878 $....    Emozionante, vero? Si, alcuni sono diventati ricchi realizzando performance incredibili, ma molto più numerosi sono coloro che hanno lasciato per strada l’80% - 90% del capitale! Già all’origine del fenomeno,  Warren Buffet sconsigliava di investire in questo asset, in quanto lo reputava “un miraggio”! Infatti, a parte le differenze di prezzo, su cui è possibile speculare, riteneva le monete digitali prive della capacità di generare valore, mentre – secondo la sua ben nota visione – il valore sta solo nelle attività economiche produttive. Più recentemente, lo stesso presidente della Fed, Jerome Powell, pur riconoscendo l’opportunità rappresentata dalle criptovalute, come sistema di pagamento più veloce, più efficiente e più sicuro, mette in guardia gli investitori dai possibili rischi derivanti dalla mancanza di un loro intrinseco valore.

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Scegliere i fondi giusti non è questione di stelle: guardandole troppo, si perde la rotta

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 29.04.2019

Mettere insieme una ampia gamma di fondi, non significa ottenere portafogli efficienti, soprattutto se a mancare è la cultura specifica, il Know-how, la tecnica e la tecnologia adeguata per la loro selezione e l’analisi, condizioni indispensabili per poterli assemblare: sarebbe troppo bello poter risolvere la complessa questione della funds selection mettendo insieme i fondi che sembrano i “migliori” solo perché presentano le performance più elevate. Laddove viene seguito, questo criterio di scelta risulta in tutta la sua illusorietà e pericolosità, perché porta a creare portafogli altamente inefficienti che finiscono col generare, prima o poi, perdite consistenti durante le necessarie fasi di rintracciamento dei mercati. Numerose ricerche dimostrano infatti che chi segue quest'approccio strategico, al contrario delle aspettative, mediamente dopo una trentina di mesi, si trova a fare i conti con performance negative.   Purtroppo, l’investitore comune è cronicamente attratto dai fondi che presentano le performance migliori, magari osservate su diversi intervalli temporali. E trova facile individuarli, anche perché sono contraddistinti con le cinque stelle Morningstar!    Ora, i fondi presi singolarmente possono presentare performance eccellenti, ma messi insieme a formare un portafoglio, contrariamente alle aspettative del nostro furbacchione, possono rappresentare una vera e propria trappola: infatti il più delle volte, questi fondi sono fortemente correlati tra loro – non è un caso che si presentano tutti insieme in vetta alle classifiche – così, lungi dall’aver realizzato una diversificazione, il nostro sagace eroe in realtà non si è accorto di aver investito tutto nello stesso settore, o comparto, o stile di gestione, benché su fondi di case di gestione diverse.    Questo accade perché egli pensa ingenuamente che la differenza tra le performance la faccia il gestore…  in realtà la performance di qualsiasi fondo è il risultato dell’andamento dei mercati nei quali ESSO è investito, ancor più della generale attività gestionale (oltre l’80% della performance dipende proprio dall’esito dei mercati di riferimento). Di conseguenza, è certamente responsabilità del gestore puntare in particolare su determinati comparti, settori economici, aree geografiche, o valute, ma di fatto il comportamento del fondo dipenderà proprio dall’andamento che nel medio o lungo termine essi avranno.    Una vera diversificazione si ha invece quando si utilizzano fondi che hanno differenti stili e strategie di gestione, ma soprattutto i cui rispettivi portafogli esprimono scelte di mercato non correlate tra loro. Perciò, nel costruire un portafoglio, per prima cosa più che le stelle e i vari rating, bisognerebbe che il nostro solerte investitore “fai-da-te” andasse ad accertare quali siano i sottostanti strategici dei fondi che tanto lo interessano, e investisse in quelli che, a prescindere dal numero delle stelle, tra loro presentino sottostanti non correlati o correlati il meno possibile, o preferibilmente con correlazione negativa.    Infatti è presumibile che se qualche settore economico ha “tirato” molto bene nella precedente fase di mercato, in quella che seguirà, per effetto della ciclicità dei settori, più probabilmente non sarà altrettanto vincente, e finirà che il nostro bravo eroe vedrà scomparire da quei fondi le promettenti stellette che tanto avevano attirato la sua attenzione, neanche fosse stato una gazza ladra; mentre di contro vedrà probabilmente crescere proprio i fondi che di stellette, poverini, al tempo ne avevano proprio pochine, e che aveva scartato! Purtroppo lo stesso criterio di scelta viene tendenzialmente praticato anche per i comparti obbligazionari… infatti, ciò che dirige la scelta dell’investitore medio è, banalmente, la cupidigia e quindi il maggior rendimento possibile, per questo motivo, il nostro eroe, nell’illusione di completare la diversificazione di portafoglio, finirà con lo scartare fondi risk-free dai rendimenti più modesti, per  scegliere quelli che presentano rendimenti maggiori e che guarda caso sono correlati con l'equity (obbligazionari corporate, high yield, ecc..). L’illuso crede di aver messo insieme la squadra vincente e non si accorge di aver innestato la bomba a tempo che finirà molto probabilmente con lo scoppiargli in faccia, al primo giro di boa.   Quindi, attenzione! Realizzare una diversificazione in base alle case di investimento e alle strategie di gestione, dando la caccia ai “migliori” fondi, è un approccio perdente, destinato a dare non pochi dispiaceri; proprio perché non rappresenta una vera diversificazione. Tradisce invece un atteggiamento altamente rischioso poiché può dare esito ad un potenziale rintracciamento elevatissimo, ed esprimere una volatilità che oltre ad essere inefficiente, risulterebbe il più delle volte disallineata con il grado di tolleranza psicologica del risparmiatore medio.     In ogni caso, i fondi che presentano elevati extra-rendimenti rispetto alla categoria di appartenenza vanno presi - come si dice? – “con le molle”, in quanto, per ottenere tali risultati, il gestore deve aver necessariamente assunto rischi addizionali che, per loro natura, sono difficilmente controllabili e ampliano eccessivamente l’area di inefficienza, e pertanto il range di volatilità.   Purtroppo, per scopi commerciali e semplicità di sintesi, le società prodotto tendono a focalizzare l’attenzione sulle stellette dei propri fondi, ben consapevoli che tale informazione può trarre in inganno gli investitori sprovveduti. Ma alla conta dei fatti, il vero problema non sta nemmeno in questo; il vero problema sta nella capacità di mettere insieme i fondi per costruire un asset allocation realmente adeguata al proprio profilo di rischio/rendimento, e non illusoria dove a farla da protagonista sono le mode. 

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Quali fattori considerare e quali strategie adottare per gli investimenti nei prossimi mesi

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 16.04.2019

Dall’autunno scorso ad oggi siamo passati dalla visione fortemente negativa del futuro dell’economia, che ha dato avvio al rintracciamento di fine anno, ad una meno preoccupante, dovuta anche alle attese di una riconferma di politica monetaria espansiva da parte delle banche centrali, innanzitutto quella americana, che presenta una dinamica dei tassi di sconto tendenzialmente stabile, ma che potrebbe addirittura tornare a scendere. A questo proposito la BCE in autunno probabilmente darà avvio ad ulteriori manovre per tenere bassi i tassi ancora per molto tempo. Quello che stiamo osservando è quindi uno scenario in evoluzione che può essere approcciato solo in modo flessibile. Si tratterebbe dunque di giocare di tattica, sfruttando il rally azionario tutt’ora in corso per poi, eventualmente, nella seconda parte dell’anno, assumere posizioni prevalentemente difensive, alleggerendo i comparti azionari, soprattutto quelli che sono cresciuti molto, come quello americano. Molti operatori inoltre si dichiarano positivi sui mercati emergenti, sia per il comparto obbligazionario, che quello azionario.  Come sempre, in tema di valutazioni borsistiche le opinioni divergono perché divergenti sono le interpretazioni dei segnali. In effetti, sui mercati finanziari è possibile riscontrare sia motivi per essere ottimisti, sia motivi che inducono al pessimismo: molti rilevano che i prezzi delle azioni sono prevalentemente bassi rispetto agli utili, il che premierebbe la scelta azionaria dell’investimento; altri obiettano che se l’economia dovesse rallentare in maniera significativa, ciò avrebbe un effetto negativo sull’attuale livello degli utili, che pertanto non risulterebbero poi così alti rispetto agli attuali prezzi, e quindi consigliano una gestione prudente. Molti ritengono le obbligazioni poco interessanti perché non offrono grandi rendimenti, mentre sconterebbero probabilità recessive più elevate di quanto non siano quelle delle azioni, quindi sarebbero più rischiose. Eppure, anche nel comparto obbligazionario – a ben vedere - si possono scorgere opportunità, sia sui governativi che sui corporate, rappresentate dagli alti spread gonfiati dall’incertezza dei mercati, ma che oggi risulterebbero ingiustificati.  Ci sarebbe quindi spazio per la loro riduzione. Questo significa che i fondi che hanno acquistato titoli ad alto spread, hanno incorporato in portafoglio un valore potenziale sicuramente interessante.  Ora, in tutto questo, qual è il giusto atteggiamento da tenere? A questa domanda si può rispondere con una considerazione generale: tutti tendono sempre a seguire gli stessi trend, e quindi quando i mercati scendono, tutti vendono, quando invece salgono, tutti comprano. Esiste dunque un modo vincente per stare sul mercato? Si, esiste un modo vincente per stare sul mercatoed è tanto logico, quanto banale: vendere quando tutti comprano e comprare quando tutti vendono: quando ci sono buone opportunità di recupero, cercare di coglierle e quando si ritiene che queste siano esaurite, ridurne l’esposizione: è uno stile di investimento, si chiama “Contrarian”.

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PIR: Che roba è?

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  • PIR - Piani Individuali di Risparmio
Scritto il 30.10.2018

Il PIR, acronimo di “Piano Individuale di Risparmio”, costituisce una opportunità per investire sulle aziende italiane, portando a casa il beneficio di una totale esenzione fiscale e dalle tasse di successione. Vale la pena qui rammentare che, ad eccezione dei titoli di Stato emessi dallo Stato italiano e dagli Stati Sovrani (White List), tassati al 12,5%, l’aliquota attualmente applicata agli strumenti finanziari in generale ammonta al 26%! Ma ora cerchiamo di capire cosa è il PIR, a che cosa serve e se conviene davvero. Il PIR nasce con l’obiettivo di far incontrare le necessità di risparmio e il bisogno nazionale di dare sostegno alle imprese: una forma d’investimento che spinge verso la formazione di una più evoluta consapevolezza tra i risparmiatori in termini di significato e finalità della gestione del proprio risparmio: non si tratta semplicemente di un investimento con vantaggio fiscale; esso implica l’accostamento dei temi personali come il futuro dei propri soldi, al più vasto orizzonte sociale dello sviluppo e della sostenibilità dell’economia, delle aziende italiane e quindi dell’occupazione. Il PIR rappresenta la scoperta dell’investimento che da fatto personale diventa azione sociale propulsiva e responsabile dello sviluppo del territorio, fa del PIR non solo un espediente di enorme utilità pratica nel dare una spinta all’economia delle piccole e medie imprese, aprendo per esse un nuovo canale di finanziamento, ma anche il mezzo per costituire un diverso rapporto tra mercato dei capitali e attività produttive, tra finanza e territorio. In buona sostanza, il PIR è un contenitore giuridico (un fondo comune, una SICAV, una gestione patrimoniale, ma anche un dossier titoli) nel quale sono collocati gli strumenti finanziari e i titoli ammessi per legge. E’ uno strumento di investimento riservato alle sole persone fisiche, che – per ora - possono essere titolari di uno e un solo PIR. Per godere dell’incentivo fiscale, l'investitore deve accettare determinati vincoli previsti per questo strumento: Almeno il 70% del portafoglio deve essere investito in azioni o obbligazioni di aziende italiane quotate (o anche non italiane, benché europee con “stabile organizzazione” in Italia); il 30% di quel 70% ( il 21% dell’investimento complessivo) deve essere composto da titoli di società medio-piccole, quindi non presenti nell’indice FTSE-MIB, ma quotate sui listini alternativi, come l’AIM; la quota massima investibile nel PIR sono 30mila euro l’anno, per un totale impegnato di 150mila euro nei successivi 5 anni di investimento; la durata di ogni singolo investimento non può essere inferiore a 5 anni. Naturalmente, è possibile disinvestire in qualsiasi momento, ma in tal caso si rinuncia ai benefici fiscali e si deve restituire quanto fino a quel momento esentato, ovviamente aumentato degli interessi. A questo punto, dovremmo chiederci se l’esenzione fiscale sia condizione sufficiente per decidere di investire in un PIR, domanda alla quale possiamo rispondere solo tenendo presenti alcuni fattori tecnici: * Sottoscrivere un PIR significa, per definizione, effettuare un investimento non diversificato su scala geografica, ma concentrato, per la maggior parte, sul rischio paese Italia! * Si tratta di un portafoglio i cui titoli che compongono come abbiamo visto la soglia minima del 21%, presentano un elevato rischio di liquidità (sia per le azioni che per le obbligazioni). Del resto, le società con bassa capitalizzazione di mercato – la cui caratteristica tipica è di essere altamente volatili – occupano nel portafoglio una proporzione piuttosto ampia, sicché conferiscono ad esso una pronunciata instabilità. * Benché siano previsti limiti di concentrazione (max 10% per emittente), il rischio emittente rimane piuttosto elevato. * La percentuale complessiva di azioni e obbligazioni naturalmente può variare da portafoglio a portafoglio; questo significa che occorre portare attenzione su cosa c’è all’interno del PIR, in quanto ce ne saranno alcuni di orientamento più dinamico, altri meno, con differenti prospettive in termini di rischio e redditività. Alla luce di tutto ciò, capiamo che la convenienza fiscale è si un elemento importante, ma non sufficiente! Quindi come per le altre tipologie di investimento, anche con il PIR occorre essere ben consapevoli della sua natura ed effettuare l’investimento rispettando dosaggi coerenti con una buona diversificazione del portafoglio, considerato globalmente, in linea con il proprio profilo di rischio, e con un orizzonte temporale di medio-lungo termine. Perciò, se non si crede nel mercato azionario italiano, in particolare quello delle small-cap o nelle obbligazioni societarie la cui illiquidità potrebbe creare motivi di dubbio, probabilmente è il caso di abbandonare l’idea del PIR, nonostante i benefici fiscali! Se invece si considerano le obbligazioni societarie e le azioni italiane (specie quelle small-mid cap) un investimento che può risultare interessante, avendo valutato positivamente le prospettive di ripresa del mercato azionario italiano nel medio-lungo periodo, allora il PIR inserito in portafoglio nelle giuste proporzioni, può costituire una componente strumentale tanto più interessante, considerando il risparmio fiscale per essa previsto. In questo caso, investire in un PIR potrebbe rappresentare davvero una occasione storica, da non sprecare.

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