Marco Renaudo

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14/01/2021

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Ruolo delle Polizze vita nella Successione

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  • Polizze Vita
Scritto il 07.06.2021

Il patrimonio personale di una persona può essere trasferito agli eredi in diversi modi. Uno strumento spesso usato per finalità successorie è però rappresentato dalla classica polizza vita. Tale strumento finanziario gode infatti di una notevole flessibilità, sia dal punto di vista dell’investimento stesso (abbiamo varie tipologie di polizze più o meno difensive: gestioni separate, unit linked, multiramo…) sia per quanto riguarda la possibilità di trasferire il proprio patrimonio (tutto o in parte) al di fuori del classico asse ereditario (il beneficiario della polizza può infatti sia essere un erede legittimo sia un qualsiasi soggetto terzo). Infine, caratteristica da non sottovalutare, il capitale inserito all’interno di una polizza vita, non rientrando nell’asse ereditario, non è soggetto all’imposta di successione. Uscendo poi dal discorso successorio, è giusto ricordare che le polizze vita godono anche di ulteriori benefici: Differimento dell’imposta sul capital gain al momento del riscatto/decesso Possibilità di convertire il capitale assicurato in una rendita vitalizia, anche reversibile Impignorabilità e insequestrabilità secondo i termini di legge Possibilità di proteggere il patrimonio mediante la sottoscrizione di una gestione separata che “garantisce” il capitale assicurato al verificarsi del caso morte.   Proprio in virtù di tutti questi vantaggi, le polizze vita sono sempre più diffuse nel mondo del risparmio italiano. D’altronde, perché non approfittarne?

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La successione e le sue aliquote

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  • Consulenza patrimoniale
Scritto il 31.05.2021

Ad oggi, in tema di imposte di successione, la legge prevede l’applicazione di un’aliquota: del 4%, per i trasferimenti effettuati in favore del coniuge o di parenti in linea retta (ascendenti e discendenti) da applicare sul valore complessivo netto, eccedente per ciascun beneficiario, la quota di 1 milione di euro; del 6%, per i trasferimenti in favore di fratelli o sorelle da applicare sul valore complessivo netto, eccedente per ciascun beneficiario, 100.000 euro; del 6%, per i trasferimenti in favore di altri parenti fino al quarto grado, degli affini in linea collaterale fino al terzo grado, da applicare sul valore complessivo netto trasferito, senza applicazione di alcuna franchigia; dell’8%, per i trasferimenti in favore di tutti gli altri soggetti da applicare sul valore complessivo netto trasferito, senza applicazione di alcuna franchigia. Paragonando tali aliquote con quelle applicate nel resto dell’Europa, è possibile notare come l’Italia rappresenti ancora oggi un vero e proprio paradiso fiscale in termini di imposte successorie. Una domanda sorge però spontanea, sarà ancora così a lungo? Molto probabilmente no. Dati Istat alla mano, nei prossimi 20 anni si assisterà al più grande trasferimento di fondi, tra una generazione e l’altra, mai registrato. Ciò rappresenta una grandissima opportunità fiscale per il nostro Paese. In aggiunta a quest’ultimo punto, sia l’Unione Europa sia il Fondo Monetario Internazionale hanno più volte suggerito all’Italia di allinearsi agli altri Paesi Sviluppati e, quindi, di andare a ritoccare al rialzo le aliquote di successione attualmente in vigore.  Alla luce di tutto ciò, cosa possiamo fare per tutelare al massimo il nostro passaggio generazionale? Per prima cosa dobbiamo avere bene in mente quali beni vengono tassati e quali no. Possiamo così notare come ci siano tutta una serie di strumenti finanziari che, ancora oggi, non rientrano nel cosiddetto “asse ereditario”, sfuggendo cioè alle varie aliquote di successione. Perché non approfittare di tali strumenti per ottimizzare la propria successione?    

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Successione e fiscalità

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  • Consulenza patrimoniale
Scritto il 25.05.2021

Negli ultimi giorni, uno dei temi più discussi in Italia è stato quello riguardante la cosiddetta “Successione”. Più nel dettaglio, si è molto discusso della fiscalità ad essa legata. In generale, la pressione fiscale italiana è fra le più elevate in Europa. Nonostante ciò, la tassa di successione si muove in una direzione diametralmente opposta: risulta infatti essere una delle più contenute all’interno del panorama europeo. Sulla questione è intervenuta anche l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) chiedendo a più riprese di incrementare il peso delle tasse di successione. La ragione? Tassare poco le eredità tende a mantenere intatte, se non ad accrescere, le diseguaglianze sociali. L’Ocse ha infatti affermato che “La tassazione delle successioni può svolgere un ruolo particolarmente importante nel contesto attuale. La disuguaglianza nella ricchezza è elevata ed è aumentata in alcuni paesi negli ultimi decenni. Le eredità sono anche distribuite in modo diseguale tra le famiglie, ed è probabile che crescano in valore e in numero. La crisi del Covid-19 metterà i paesi sotto maggiore pressione per aumentare le entrate aggiuntive e affrontare le disuguaglianze, che si sono aggravate dall’inizio della pandemia”. Che cosa succederà quindi all’imposta di successione italiana nei prossimi anni? E se la tanto agognata “Patrimoniale” vestisse proprio questi panni?

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Come il Recovery Plan cambierà economia e investimenti

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 03.05.2021

Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) mira a riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica per affrontare le debolezze strutturali dell’economia italiana. Tra i capitoli previsti, la digitalizzazionee la transizione energeticarivestiranno un ruolo primario. Un dispiegamento di energie senza precedentiche creerà ottime opportunitàanche in ottica di investimento.   Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, è strategico per dare una risposta alla crisi pandemica e rilanciare la ripresa economica. Riforme e investimenti che si inseriscono all’interno di un progetto economico a lungo termine, con implicazioni rilevanti anche per gli investimenti. Il Recovery Plan è uno strumento programmatico pensato per centrare due obiettivi chiave: riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica e contribuire ad affrontare le debolezze strutturali dell’economia italiana, ulteriormente rallentata dalla crisi sanitaria. Il programma di snoda in sei missioni, stabilite da Bruxelles, per le quali sono stanziati fondi specifici con l’obbligo di rendicontazione all’Unione europea. I sei capitoli sono: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura Rivoluzione verde e transizione ecologica Infrastrutture per una mobilità sostenibile Istruzione e ricerca Inclusione e coesione Salute   In totale all’Italia arriveranno 222,1 miliardi di euro, comprensivi dei 191,5 miliardi finanziati da Bruxelles (PNRR e Fondo React-EU) e 30,6 miliardi di euro provenienti dal Fondo nazionale complementare. Nello specifico, 68,9 miliardi sono sovvenzioni, mentre la parte più consistente, 122,6 miliardi di euro, sono prestiti che andranno rimborsati. Tra i sei obiettivi del Recovery Plan, a quelli climatici dovrà essere destinato almeno il 37% degli investimenti, mentre per la digitalizzazione la quota non può essere inferiore al 20%. La transizione energetica e la digitalizzazione, due trend che già stanno caratterizzando il mondo degli investimenti, diventeranno ancora più centrali. Nella transizione energetica, primeggiano energia rinnovabile, riqualificazione degli edifici, elettrificazione della mobilità, economia circolare e idrogeno. Sul fronte della digitalizzazione, si punterà a potenziare le reti di comunicazione, grazie al 5G e alla fibra, ma anche cloud computing e ammodernamento delle pubbliche amministrazioni. L’Italia, insieme alla Spagna, è il Paese a cui toccherà la quota più alta come finanziamento a fondo perduto (68,09 miliardi di euro). Anche il capitolo "Istruzione e ricerca" potrebbe ricoprire un ruolo importante nel rilancio del Paese. L’Italia, infatti, ha dovuto rinunciare al contributo di molti laureati che si sono trasferiti all’estero. Il Recovery Plan potrebbe essere un’occasione per ridurre il gap con i Paesi più votati alla ricerca, aumentando attorno al 2% la quota del Pil per le spese per la ricerca. Una peculiarità di questo piano d’azione è legata ai tempi di attuazione. Se come auspicabile le tempistiche saranno rispettate entro il 2026, un’enorme quantità di risorse affluirà nel sistema Italia e non solo, offrendo grandi opportunità di crescita ma anche di investimento.   Fonte: Fineconomi 

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Ieri e oggi, un anno di Covid

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 23.04.2021

A poco più di un anno di distanza dall’inizio della pandemia da Covid-19, com’è cambiato lo scacchiere delle più grandi superpotenze mondiali? Se, da un lato, possiamo dire che tutti i Paesi del mondo hanno subito un fortissimo contraccolpo iniziale dallo scoppio della crisi sanitaria, dall’altro non si può affermare con altrettanta facilità che le varie economie abbiano risposto allo stesso modo al proseguire della pandemia. Ancora oggi, nonostante si cominci a vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel, le superpotenze mondiali si trovano in situazioni diverse per quanto riguarda la ripresa: alcune economie, Cina e USA su tutte, hanno ripreso la corsa e viaggiano veloci verso i livelli pre Covid-19; l’Europa fatica tra un lockdown e l’altro; i “Paesi Emergenti” si trovano ancora in una situazione di crisi con numeri in aumento e sempre più malati. Nel 2019 la classifica delle più grandi economie era la seguente: Nel 2020 qualcosa è cambiato… È facile vedere come le prime quattro superpotenze siano rimaste ai loro posti: gli USA rimangono saldamente al comando, la Cina continua la sua rincorsa (le ultime previsioni parlano di un possibile sorpasso da qui al 2030) e la Germania si conferma la prima potenza europea al mondo. La prima differenza è data dall’India che perde una posizione a discapito del Regno Unito. L’India è stata infatti fortemente colpita dal Covid-19: basti pensare che nel primo trimestre del 2020 il Pil del paese si è contratto del 23,9% su base annua. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, l’India non recupererà la sua posizione sino al 2023, sempre che il continuo aumentare dei casi Covid-19 non porti ad un nuovo blocco del Paese (l’India ha recentemente superato il Brasile diventando così il secondo paese al mondo per casi di positività al virus). Altra differenza si ha in chiusura della classifica: il Brasile infatti lascia il posto alla Corea del Sud. Anche in questo caso non dobbiamo essere stupiti di questo cambio: il Brasile è infatti il terzo paese per numero di contagi, ancora oggi il sistema sanitario è all’orlo del collasso e la sua economia continua a risentirne. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, non rivedremo il Brasile nella top 10 fino al 2026 (Covid-19 permettendo). Al contrario, la Corea del Sud è stato uno dei primi Paesi ad armarsi contro l’arrivo del virus e questa sua pronta reazione ha sicuramente limitato gli effetti negativi sull’economia interna (l’export di semiconduttori ha poi giocato un ruolo fondamentale nella crescita del Paese e continuerà a farlo anche nei prossimi anni). L’Italia, nonostante i numerosi problemi interni ed i continui lockdown, rimane comunque all’ottavo posto della classifica.

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Quanto ci costa la liquidità?

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  • Banche e prodotti bancari
Scritto il 06.04.2021

Analizzando la composizione dei portafogli delle famiglie italiane, è possibile notare un forte peso delle componenti Liquidità (31,4%) e Titoli Obbligazionari (8,6%) a discapito degli strumenti che vengono solitamente ricondotti al mondo del risparmio gestito (Fondi comuni e/o strumenti Assicurativi e Previdenziali). Tale composizione è sicuramente dettata dalla grande influenza che il mondo bancario ha nel nostro paese: non a caso i depositi sono lo strumento maggiormente diffuso. In altri paesi, come Stati Uniti e Regno Unito, dove la componente bancaria è meno forte e impatta meno sulle scelte di investimento delle persone, ecco che vediamo emergere il mondo del risparmio gestito. Ma come impatta questa differenza di strategia nella vita di tutti i giorni? Prendendo in considerazione il decennio 2006-2016 e ipotizzando di investire la liquidità italiana seguendo le strategie di investimento di Canada, Regno Unito e Stati Uniti, possiamo notare una grandissima differenza sul piano dei rendimenti: Investendo il 7,3% di liquidità in azioni globali, ovvero la differenza tra la quota media di liquidità italiana (31,4%) e quella media canadese (24,1%), il portafoglio delle famiglie italiane avrebbe beneficiato di un rendimento aggiuntivo del +12,5%. Investendo il 10,4% di liquidità in azioni globali, la differenza tra la quota media di liquidità italiana (31,4%) e quella media britannica (21%), il portafoglio delle famiglie italiane avrebbe avuto un extra rendimento del +17,5%. Investendo il 17,8% di liquidità in azioni globali, la differenza tra la quota media di liquidità italiana (31,4%) e quella media statunitense (13,6%), il portafoglio delle famiglie italiane avrebbe avuto un rendimento aggiuntivo del +30,2%. Fonte: Financialounge.

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Strategie di lungo termine e Risparmi

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  • Investimenti
Scritto il 29.03.2021

A livello europeo, gli italiani possono vantare di essere la popolazione che più risparmia anno su anno. Il grande problema però è dato dal fatto che questi risparmi non vengono investiti, ma dimenticati e abbandonati sui conti correnti. Un comportamento di questo tipo è sicuramente dettato da un desiderio di protezione e da una fortissima avversione alla paura: paura di perdere denaro, paura di non essere pronti alle avversità della vita, paura di non riuscire a soddisfare i propri bisogni un domani. Certamente le incertezze generate dalla pandemia di Covid-19 hanno giocato un ruolo attivo nella tendenza al risparmio degli italiani, ma l’assenza di una strategia d’impiego di questi capitali è di lunga data. Un ragionamento di questo tipo non è affatto sbagliato, è però inefficiente. Una strategia finanziaria, assicurativa e previdenziale di lungo termine potrebbe infatti permettere di raggiungere i medesimi obiettivi ma in maniera più proficua. L’immagine mostra la percentuale di persone che dichiarano di avere obiettivi finanziari a lungo termine sforzandosi di raggiungerli. Appare abbastanza chiaro il gap tra l’Italia e gli altri paesi (sia quelli più sviluppati sia i cosiddetti “paesi emergenti”). Tale divario dovrebbe anche aiutarci a cogliere il nostro enorme potenziale inespresso negli ultimi anni in termini di pianificazione e gestione dei risparmi.

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“Due strategie a confronto: PIC e PAC”.

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  • PAC Piano accumulo capitale
Scritto il 02.03.2021

Entrando nel mondo degli investimenti potremmo imbatterci in due “sigle” particolari: PIC e PAC. Questi due acronimi tanto simili hanno in realtà un significato completamente diverso: nel primo caso si parla di Piano di Investimento di Capitale, nel secondo di Piano di Accumulo di Capitale. Sottoscrivendo un PIC decidiamo di investire i nostri soldi tutti in un’unica volta; scegliendo un PAC, invece, andiamo a diluire il nostro investimento nel tempo (ad esempio possiamo decidere di investire ogni mese una determinata somma per un determinato periodo). Come scegliere l’uno o l’altro? Molto dipende dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità. Chi ha un capitale sul conto corrente potrebbe essere più interessato ad un PIC così da entrare sul mercato e approfittare di possibili rialzi; chi invece non possiede una somma di partenza potrebbe essere intenzionato a crearsela e quindi sottoscrivere un PAC per mettere da parte tutti i mesi una certa somma (anche “solo” 50 euro). I più “coraggiosi” potrebbero scegliere un PIC per entrare nel vivo sin da subito; i più “indecisi” potrebbero preferire un PAC per investire in più momenti ed essere così sicuri di star facendo la scelta giusta. Insomma, la scelta tra PIC e PAC non è un qualcosa di prefissato o di prestabilito. Nella vita di tutti i giorni, queste due strategie sono molto spesso complementari e la loro unione si sposa bene con i diversi bisogni dell’investitore. L’importante è decidere di fare qualcosa: mantenere la liquidità sul conto corrente è purtroppo dannoso, mentre questa doppia strategia di investimento ci permette di entrare nei mercati come meglio crediamo. PIC per chi non vede l’ora di togliersi la liquidità dal conto, PAC per chi ha bisogno di una conferma in più prima di lanciarsi.

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Volatilità sui mercati finanziari

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 25.02.2021

Nelle ultime settimane i mercati finanziari sono stati caratterizzati da un forte ritorno della volatilità: si sono alternati giorni in cui sembrava non potessero far altro che salire e giorni in cui, invece, sembravano destinati a crollare. Le previsioni ci dicono che questo periodo di volatilità (per quanto quest’ultima sia sempre esistita nei mercati e sempre esisterà) non sarà poi così breve. Nell’anno in cui ci si aspetta una ripresa economica ed un attenuarsi della crisi sanitaria causata dal Covid, la nostra emotività continuerà a giocare un ruolo chiave sulle scelte finanziarie. Già nel 2020 gli investitori sono stati messi alla prova dal punto di vista emotivo a causa del crollo generale dei mercati a cui abbiamo assistito a fine febbraio. Crollo breve ma sicuramente intenso: per quanto poi la ripresa sia stata veloce, un evento del genere lascia una gran paura che possa succedere di nuovo. Questo ricordo torna alla mente ogniqualvolta sui mercati si scende con forza. E non importa che poi si possa tornare a salire e riprendere a guadagnare: quella paura sarà sempre presente nella nostra mente. Come combattere quindi quell’irreprensibile voglia di vendere tutto e non pensarci più?   FOCUS SULLA NOSTRA ASSET ALLOCATION. Perché abbiamo investito in quel settore piuttosto che in un altro? Quali sono le prospettive future di quel settore? Essere consapevoli delle scelte fatte e delle previsioni sul nostro investimento rappresenta il primo passo per non farsi prendere dall’ansia in tempi di crisi. FOCUS SUL NOSTRO ORIZZONTE TEMPORALE. Bisogna sempre essere consci di dove vogliamo arrivare: un portafoglio costruito per resistere nel tempo non teme le intemperie di breve periodo. Non ha senso giudicare dopo 6 mesi un investimento fatto in un’ottica di medio-lungo periodo (ad esempio 5 anni) solo perché il mercato sta scendendo o perché si teme il peggio. NON GUARDARE TUTTI I GIORNI I RISULTATI OTTENUTI, ci pensa il consulente. Guardare tutti i giorni la variazione del proprio portafoglio genera di solito euforia quando tutto sale e paura quando si scende. Nel primo caso si è felici e contenti, nel secondo, oltre a non chiudere occhio la notte, non si vede l’ora di vendere tutto e non rientrare mai più.

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Perchè investire nei certificati

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  • Cosa sono i Certificates
Scritto il 10.02.2021

Che cosa sono i Certificati o Certificates? Borsa Italiana ci dice che “i certificates sono strumenti finanziari derivati cartolarizzati negoziati sul mercato che replicano, con o senza effetto leva, l’andamento dell’attività sottostante.” In altri termini, i certificati non sono altro che strumenti il cui valore/prezzo dipende dall’andamento del sottostante (azioni, indici, materie prime e così via). Ipotizziamo di comprare un certificato il cui sottostante è rappresentato dalla Società X: il suo prezzo andrà ad aumentare nel momento in cui la Società X aumenterà di valore e, viceversa, scenderà di prezzo nel momento in cui la Società X perderà valore. Negli ultimi anni questa tipologia di prodotto sta trovando sempre più spazio all’interno dei portafogli degli investitori e sempre più persone ne conoscono il funzionamento. Cosa spinge questi investitori ad affrontare il mercato dei certificati? Come sempre le motivazioni sono le più svariate e ogni investitore ha la propria strategia personale. Proviamo però ad analizzarne qualcuna: DIVERSIFICAZIONE DEL PORTAFOGLIO (si introducono strategie differenti dal classico acquisto di Fondi o Etf) CREAZIONE DI UN FLUSSO CEDOLARE (moltissimi certificati permettono di ricevere delle cedole durante la vita del prodotto. Scegliendo i prodotti migliori e/o più sicuri è possibile garantirsi un flusso cedolare anche nei periodi più volatili e difficili di mercato) INTELLIGENZA FISCALE (i certificati permettono di recuperare eventuali minusvalenze accantonate sia in caso di vendita in gain, a differenza di Fondi ed Etf, sia in caso di stacco delle cedole, a differenza di azioni e obbligazioni. Quindi, dal punto di vista fiscale, sono dei prodotti pressoché perfetti) POSTICIPAZIONE DELLE MINUSVALENZE (come è noto le minusvalenze possono essere compensate per un periodo massimo di quattro anni, al termine del quale vengono perse. Alcune tipologie di certificati prevedono una maxi-cedola iniziale che permette così di compensare eventuali minusvalenze o almeno di ritardare la loro scadenza di altri quattro anni) * *Si parla di posticipare la cedola nel momento in cui compriamo un certificato, incassiamo la cedola e rivendiamo immediatamente il certificato. Attuando un’operazione di questo genere è difficile riuscire ad ottenere un guadagno dalla compravendita del certificato e quindi si chiude l’operazione iscrivendo una nuova minusvalenza nel nostro zainetto fiscale.

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Diversificazione, rischio e rendimento

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 29.01.2021

La relazione rischio-rendimento ed i mercati In finanza vige una regola che dovrebbe essere chiara a tutti quelli che intraprendono un percorso, breve o lungo che sia, all’interno del suo mondo: rischio e rendimento sono tra di loro legati. In che modo? Positivamente. Già, più vogliamo guadagnare e più ci toccherà rischiare. Più siamo disposti a rischiare e maggiore sarà il nostro rendimento atteso sull’investimento. La loro relazione non è però un qualcosa di definito e fisso (sarebbe troppo facile!!): è infatti possibile avere due investimenti con medesimo rischio ma rendimento atteso diverso o, viceversa, con medesimo rendimento ma rischio diverso. In quest’ultimo caso entra in gioco la cosiddetta diversificazione. Come? Andando a modificare proprio la relazione rischio-rendimento. Diversificare i propri investimenti ed il proprio portafoglio, infatti, ci permette di ridurre il rischio a fronte di un medesimo rendimento atteso. Ma nel dettaglio, cosa significa “diversificare”? Immaginiamo di avere 1000 euro da investire e di volgere il nostro sguardo al mercato azionario: Mettere tutto su un’unica azione non è diversificare; Comprare 2/3 azioni di società dello stesso settore non è diversificare; Acquistare azioni di società che operano in settori diversi ma nello stesso paese (ad esempio l’Italia) non è diversificare. Tutti questi esempi hanno un comun denominatore: sono esposti ad un solo rischio. Nel primo caso, il rischio è che la nostra società abbia problemi economici; nel secondo che il settore delle nostre società vada in crisi; nel terzo che il paese in cui si investe possa attraversare momenti difficili. Diversificare significa invece allargare il proprio orizzonte, guardare al mercato in maniera più ampia andando a selezionare società di diversi paesi, di diversi settori, di diversa natura e con diversi obiettivi. Il primo obiettivo di ciascun investitore deve essere quello di capire il proprio rischio, ovvero capire quanto si è disposti a rischiare pur di raggiungere un determinato rendimento atteso. Il secondo obiettivo deve essere quello di diversificare, così da ridurre il proprio rischio sul mercato e ottimizzare i propri investimenti.

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Liquidità e conto corrente

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 25.01.2021

Tutti i giorni, tutti i mesi, tutti gli anni, ognuno di noi accumula del denaro tramite stipendi, rendite, eredità, “paghette” dei genitori, lavori fissi o momentanei e in mille altri modi diversi.  Tutti i giorni noi italiani risparmiamo.  Secondo uno studio condotto da Euler-Hermes, dal 2003 al 2017 gli italiani sono diventati sempre più ricchi: di questa maggior ricchezza l’87% deriva dal risparmio, il 13% da investimenti vari.  Nel 2020 la liquidità totale nazionale parcheggiata sui conti correnti ha superato la soglia dei 1.700 miliardi di euro, con un aumento di più di 150 miliardi solo nell’ultimo anno.  Certo il Covid in tutto questo ha detto la sua: crisi, maggiore insicurezza, maggiore paura. Tutti ottimi motivi per risparmiare e per sentirsi più sicuri pensando al domani.  Tenere il denaro sul conto corrente ci fa dormire bene e ci fa fare sogni tranquilli, siamo però sicuri che sia la scelta migliore?  Probabilmente fino a qualche anno fa la risposta a questa domanda poteva essere messa in discussione, oggi purtroppo questo non è più possibile.  Oggi, la risposta è NO.  Mantenere un’eccessiva liquidità sui conti correnti significa, da un lato, perdere la possibilità di godere di eventuali guadagni sui mercati e, dall’altro, assicurarsi una perdita di valore del proprio denaro a causa dell’inflazione e dei vari costi di conto corrente (costi diretti e indiretti).  Inoltre, mantenere un’eccessiva liquidità sui conti correnti oggi è controproducente anche perché, nel 2021, sono ormai disponibili innumerevoli servizi che permettono di investire i propri capitali ad un rischio estremamente basso. Servizi il cui obiettivo è quello di permettere all’investitore di proteggersi almeno dall’inflazione conservando comunque una protezione sul capitale.

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