Maximiliano Travagli

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LE COMMISSIONI SUI FONDI COMUNI, IL VIRUS DEI VOSTRI INVESTIMENTI

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Scritto il 24.08.2021

Oltre due terzi dei risparmiatori sono convinti di non pagare alcuna commissione in banca o sui loro prodotti assicurativi per il semplice fatto che l’intermediario ha azzerato le commissioni di sottoscrizione. E’ chiaro che la trasparenza è stata messa da parte a fronte di ricche e onerose commissioni finalizzate a centrare budget di filiale agli impiegati, ai commerciali e consulenti della banca. Ma vediamo quali sono le commissioni sui prodotti finanziari: Commissioni di sottoscrizione Commissioni di gestione Commissioni a tunnel di uscita Commissioni di performance Costi di copertura Commissioni di negoziazione Commissioni di switch Spese di revisione: le spese dovute alla società che rivede il bilancio annuale dei fondi; Spese di pubblicazione del valore della quota, in quanto la legge prevede che la quota venga pubblicata su un giornale con ampia diffusione; Compenso per la banca depositaria: costi collegati al deposito dei titoli presso una banca; Spese legali e giudiziarie: tutte le spese collegate all’istituzione o modifiche legali legate al fondo; Commissioni di distribuzione: commissioni pagate al distributore del fondo. Costi di liquidità (cash drag) Commissioni di sottoscrizione Le commissioni di sottoscrizione sono il prelievo trattenuto dalla banca al momento della sottoscrizione del prodotto finanziario, sia esso si tratti di un fondo comune, una sicav, una gestione patrimoniale, una polizza vita. E’ una percentuale compresa tra zero e 5% e che a volte viene, ma non sempre, azzerata dalla banca dando la sensazione al cliente di aver fatto un affare e di non aver sostenuto nessun’altra commissione. Come a dire che la banca lavora gratis per voi. Beata ignoranza. Commissioni di gestione Le commissioni di gestione è quella percentuale trattenuta anno per anno per remunerare la società di gestione per la costruzione dell’asset allocation ovvero per la scelta dei titoli che secondo il collocatore  dovrebbeottenere risultati migliori rispetto al suo mercato riferimento. Ho sottolineato dovrebbe perché è statisticamente impossibile ottenere risultati migliori in maniera sistematica nel tempo ma di questo ne parlerò in un altro articolo. Su un singolo fondo possono essere applicate commissioni fino anche al 3,5% all’ anno, ma la media tra tutti i fondi si attesta a circa il 2,10% (fonte ufficio studi Morningstar), si tratta di uno sproposito assoluto nel panorama mondiale dell’industria del risparmio gestito. Se poi pensiamo che è una media tra fondi monetari, obbligazionari e azionari, ciò significa che spesso ci troviamo davanti a fondi che investono nell’ obbligazionario a rendimento zero e con commissioni dell’ 1-2%. Strumenti ideati dagli intermediari non per creare valore per il cliente ma solo per la banca. Commissioni di uscita Molti prodotti sono costruiti con le commissioni a tunnel di uscita, vediamo come funzionano. Al cliente viene proposto di sottoscrivere un prodotto senza costi in entrata ma con una commissione commisurata in base al periodo di permanenza del cliente nel prodotto. Il cosi detto tunnel in uscita. Per fare un esempio il cliente se disinveste il primo anno paga il 3%, entro il secondo anno il 2%, entro il terzo anno 1% e da quarto anno anche la commissione di uscita si azzera. Anche se il cliente non paga nulla al momento della sottoscrizione, l’intermediario che ha venduto il prodotto percepisce ugualmente e immediatamente la provvigione di vendita. La società di gestione la finanzia attraverso un ulteriore incremento delle commissioni di gestione, di norma un ulteriore aggravio dell’1% all’anno. E’ chiaro che il cliente nel caso abbia necessità di rientrare dei suoi soldi per un esigenza imprevista, perché vuole cambiare investimento o cambiare banca, si trova in qualche modo vincolato a meno che di non pagare una salata commissione di rimborso. Ma cosa succede aspettando la fine del tunnel? Che si sarà fatto proprio il gioco della banca stessa. Infatti se il prodotto finanziario ha oneri annuali complessivi del 3%, dopo 3 anni avrete pagato in ogni caso il 9% di commissioni complessive. Se foste incappati su uno di questi prodotti inconsapevolmente, il suggerimento è quello di fare due conti e scegliere il male minore che di solito coincide con il disinvestimento immediato pur con la gabella della commissione di uscita. Infatti se si disinveste dopo 6 mesi, avrete sostenuto il rateo della commissione di gestione dell’1,50% + il 3% della commissione di uscita, totale esborso 4,5%. In questo modo potrete passare a strumenti di investimento decisamente più efficienti grazie ai costi ridotti di venti trenta volte come i fondi a gestione passiva. Commissioni di switch Alcune classi di fondi prevedono le commissioni di switch, ovvero la possibilità di migrare all’interno della stessa società di gestione da un fondo obbligazionario ad un fondo azionario e viceversa. Anche in questo caso potendo scegliere tra tutti gli strumenti di risparmio gestito offerti in Italia si può tranquillamente optare per un intermediario che non prevede questi costi aggiuntivi. Commissioni di performance Le commissioni di performance vengono calcolate se il fondo fa meglio di un indice di riferimento, il benchmark, o se registra un guadagno in termini assoluti. Queste fee non sono una componente criticabile a priori. Spesso allineano l’interesse del cliente (che è quello di ottenere il maggior rendimento con il minor rischio) a quello del gestore (che dovrebbe essere quello di garantire all’ investitore il miglior rendimento possibile al minor rischio). Ma spesso non va proprio in questo modo, soprattutto quando i criteri di calcolo possono favorire il cosiddetto azzardo morale da parte del gestore. È facilmente dimostrabile, infatti, che la modalità di applicazione di queste commissioni incide moltissimo sull’entità della spesa per il risparmiatore: i fondi domiciliati all’estero (che hanno regole meno stringenti) possono applicare le performance fee con cadenze più ristrette rispetto all’anno (ad esempio trimestrale). Con l’effetto di aumentare i costi per la clientela. O, addirittura, di far pagare delle commissioni di performance nonostante il rendimento complessivo sia stato negativo. Come si può vedere dal grafico, nel caso di un andamento laterale di borsa, si potrebbe verificare l’innesco della commissione di performance ogni qualvolta il mercato sale e fin qui nulla di strano. Il problema nasce quando il mercato successivamente scende per poi risalire al punto iniziale. La banca può applicare nuovamente la commissione di performance anche se per il cliente non vi è stato un vantaggio concreto. La Banca d’Italia, conscia di queste pratiche, ha deciso di fissare alcuni paletti all’ applicazione delle commissioni di performance. Che però valgono solo per i fondi domiciliati in Italia. Costi di copertura Particolare attenzione bisogna porre ai costi di copertura (hedged) per tutti quei fondi che investono in valuta diversa dall’euro. Ad esempio in alcuni periodi, il costo di copertura del cambio euro / dollaro è del 2/3% all’anno. Quindi se acquistate un fondo che investe sui titoli di stato americani attratti dal rendimento del 1,65% del treasury decennale, se sottraete il 3% più i costi di gestione del fondo stesso potreste scoprire di avere un rendimento effettivo negativo tra 1 e il 2%. Se mantenete questa posizione aperta per dieci anni, solo di copertura cambio potreste trovarvi a pagare il 30% del vostro capitale. Forse su periodi molto lunghi vale la pena risparmiare questa commissione e prendersi il rischio dell’oscillazione della valuta che a livello probabilistico nel 50% dei casi può essere a vostro favore. Mentre nel caso negativo, fino ad una svalutazione del dollaro del 30% sarete in ogni caso in vantaggio grazie ai soldi che avrete risparmiato dai costi di copertura.   Commissioni di intermediazione Le spese di un prodotto finanziario non sono finite, infatti vi sono anche le commissioni di intermediazione che derivano da gestori di fondi comuni di investimento quando acquistano e vendono i titoli del fondo. Scoprire le spese aggiuntive dovute al turnover di portafoglio può essere uno sforzo difficile quasi impossibile. Questo compito può essere svolto facendo stime basate sulle informazioni contenute nella dichiarazione di informazioni aggiuntive, un documento che le società di fondi comuni di investimento devono mettere a disposizione su richiesta, ma che generalmente non distribuiscono agli investitori. Uno studio di Edelen, Evans e Kadlec ha rilevato che i fondi comuni azionari statunitensi hanno una media dell’1,44% all’anno dei costi di transazione titoli . Costo di liquidità Un ulteriore costo che inficia sui rendimenti è il costo di liquidità. Vediamo di cosa si tratta: ogni fondo di investimento mediamente ha una perdita aggiuntiva rispetto al mercato di riferimento. Ciò dipende dalle scelte del gestore che per le sue politche di investimento detiene una parte del portafoglio non investita. Su questo aspetto è stato possibile effettuare una statistica che rivela che le performance hanno un peggioramento medio del 0,83% rispetto al proprio mercato di riferimento. Io non so che fondo di investimento voi abbiate ma dando per scontato che non abbiate pagato commissioni di entrata e non pagherete commissioni di uscita ne di performance, mediamente sosterrete: 2,19 % di costo medio del fondo 1,44% di costo di transazione 0,83% di cash drag (costo di liquidità) Su un unico strumento finanziario stai sostenendo un totale commissioni annuali al 4,46% e il tutto senza saperlo. Ma come si sa le banche non si accontentano e allora al peggio non c’è mai fine. Infatti i maggiori strumenti collocati in Italia sono le gestioni patrimoniali e le polizze vita Unit linked che con la scusa del minor impatto fiscale sulle imposte di successione vengono allegramente inserite in ogni pianificazione finanziaria.  Vediamo più nel dettaglio di cosa si tratta. Sono dei contenitori finanziari dove il cliente incarica il gestore della banca di costruire l’asset allocation più adeguato alle esigenze del cliente in base al suo profilo di rischio e agli obiettivi di vita. Il cliente sottoscrive una gestione patrimoniale o una polizza con costi che arrivano fino al 2% solo per selezionare i migliori titoli o fondi di investimento (dice la banca) sul mercato. Se andiamo a leggere i prospetti informativi ci accorgiamo che quasi sempre il cliente paga profumatamente un gestore che invece di fare gli interessi del cliente fa esclusivamente gli interessi dell’intermediario per il quale lavora. Vi è scritto chiaramente che il gestore ha l’obbligo di acquistare una percentuale di fondi della banca stessa (di media il 50% del capitale del cliente). Ed ecco il paradosso: un cliente con 1 milione di euro paga 20.000 euro alla banca ogni anno solo per delegare la scelta dei fondi con i costi sopraelencati, ASSURDO. Peraltro non sceglie nemmeno i migliori ma ti vende i suoi. In questi casi non è raro vedere costi annuali ben al di sopra del 4-5% annuo!  Vediamo come impattano queste commissioni nel lungo periodo, per fare cifra tonda prendiamo in esame un investimento di un milione di euro investito in prodotti di risparmio gestito della banca con una diversificazione bilanciata e quindi con un rendimento medio annuo del 5% su un periodo di durata di 20 anni. Calcoliamo una commissione media pagata dall’investitore pari al 3,63% (senza aggiungere il cash drag). Per non infierire, diamo per scontato che i fondi non si trovino all’interno di contenitori assicurativi e gestioni patrimoniali che come già detto aggraverebbero ulteriormente i risultati. Come si può notare dalla Tabella 1, il risparmiatore si troverà dopo 20 anni, un capitale al netto delle imposte pari a 1.231.450 euro, tuttavia la banca avrà macinato commissioni per ben oltre 800.000 euro e senza correre nessun rischio.  In parole povere il cliente si è assunto il 100% del rischio di mercato, ma si è preso meno di un quarto dei profitti.Tuttavia la banca, in soli 20 anni ha già trasferito nelle proprie tasche, per mezzo delle commissioni, un patrimonio quasi pari alla totalità dei risparmi del cliente. Vediamo ora la Tabella 2. Se abbassiamo le commissioni annuali dell’investimento dal 3,63% ad una media dello 0,20% per mezzo dell’utilizzo di strumenti efficienti come l’acquisto di ETF o di azioni e e obbligazioni dirette, a parità di condizioni e rendimento di mercato, ci accorgeremo che dopo 20 anni il cliente avrà più che raddoppiato il suo capitale, mentre tra banca e società di gestione si saranno sostenuti costi QUASI 20 VOLTE INFERIORI. Una differenza annuale di poco più del 3% di costi superflui, ha un impatto enorme sul compounding dell’investimento. Ovvero la capitalizzazione composta degli interessi che maturano altri interessi per la rivalutazione del vostro capitale. Ecco perchè bisogna prestare particolare attenzione a questo aspetto. Infine un cenno sull’applicazione dell’imposta capital gain se applicata anno per anno o al momento della vendita degli strumenti finanziari. Come si può notare da entrambe le tabelle, se l’imposta viene pagata annualmente, a fine periodo si avrà un risultato inferiore rispetto a strumenti finanziari che pagano l’imposta solo al momento della vendita. Ciò accade perchè i contributi fiscali, se pagati a fine periodo, durante l’investimento generano a loro volta interessi. Molti risparmiatori sono preoccupati della repentina perdita del 20-30-40% sui propri risparmi a causa di una crisi di mercato, ma hanno avuto un virus molto più subdolo che ha eroso i loro risparmi nel tempo senza accorgersene: IL VIRUS DELLE ELEVATE COMMISSIONI E DEL CONFLITTO DI INTERESSI CHE NEGLI ANNI HA SOTTRATTO VALORE BEN PIU’ DI QUALSIASI CRISI FINANZIARIA.   N.B. tutto ciò descritto nel presente articolo si tratta di una opinione personale, ogni risparmiatore è libero di verificare, informarsi ed avere una propria idea nel merito dei temi trattati. Le informazioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta di vendita di titoli o una sollecitazione all’acquisto di prodotti finanziari.  

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Polizze Unit Linked: quando la borsa sale si guadagna poco, quando la borsa scende si perde il doppio!

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Scritto il 20.08.2021

Le polizze unit linked sono prodotti d’investimento oramai diffusi sia tra gli assicuratori, ma soprattutto presso gli sportelli bancari e le reti di consulenza finanziaria. Molto apprezzate dagli italiani perchè il nome polizza evoca da sempre sicurezza e stabilità. Sembra quindi essere lo strumento ideale per proteggere i propri risparmi. Tra le leve di vendita troviamo l’esenzione dalle tasse di successione nel caso il cliente possieda asset superiori al milione di euro, l’impignorabilità e insequestrabilità delle somme, nel caso in cui il sottoscrittore abbia delle noie di tipo legale e in ultimo ma non meno importante il rendimento garantito.  Da qualche hanno tuttavia le polizze cosidette a gestione separata, per intenderci quelle a capitale e a rendimento garantito hanno lasciato spazio alle nuove polizze ramo 3, le polizze UNIT LINKED. UNIT LINKED significa che la polizza è un contenitore di altri strumenti finanziari ovvero fondi comuni d’investimento e sicav che a loro volta acquistano azioni e obbligazioni sul mercato. Proprio per questa configurazione, le polizze UNIT LINKED sono soggette all’andamento dei mercati come qualsiasi altro strumento finanziario e quindi non hanno più quella caratteristica di protezione del capitale dal saliscendi dei mercati.  Ma perché spesso le polizze sono tra gli strumenti meno efficienti? Se si effettua un analisi su 10 polizze unit scelte a caso facendo una rapida ricerca su Google(e vi invito ad effettuare una vostra ricerca autonoma), sul documento KID (key information document) obbligatorio per legge si potrà notare che hanno costi ricorrenti che variano tra il 3% e 5% all’anno, mantenendo l’investimento per 5 anni. Ogni polizza solitamente prevede vari profili di rschio, moderato, equlibrato e aggressivo e che avranno rispettivamente una quota azionaria del 30%, 50% 70%. A questo punto per semplicità ipotizziamo che il cliente scelga un profilo equilibrato con costi medi del 3,5% all’anno. Come sappiamo la parte obbligazionaria area EURO ad oggi su tutte le durate fino a 10 anni con rating INVSTMENT GRADE (superiore a BBB) ha rendimenti pari a zero o negativi, quindi sul 50% dei vostri rispami avrete un rendimento negativo del 3,5% determinato dalle commissioni. Va da se che per pareggiare il conto, le borse mondiali devono crescere almeno ogni anno del 7% per rivalutare l’altra metà dei vostri risparmi. Quindi con un mercato favorevole per 5 anni consecutivi e una borsa che cresce del 35%, il cliente avrà semplicemente coperto i costi dell’intero portafoglio senza aggiungere valore. Il cliente per iniziare a guadagnare qualcosa i mercati dovrebbero crescere almeno di una percentuale superiore all’7%, ma statisticamente negli ultimi 200 anni crescono mediamente del 6,7% all’anno al netto dell’inflazione. Ma cosa succede se le borse vanno male? In un periodo sempre di 5 anni, il pesante aggravio commissionale su tutto il portafoglio pari almeno al 17,5% si andrebbe ad aggiungere alla perdita di valore delle borse. Ecco perché spesso con prodotti di questo tipo anche in un contesto di borsa favorevole va già bene se il sottoscrittore si riprende i soldi propri. A nulla vale la motivazione di vendita relativa all’agevolazione fiscale sul prodotto. Le tasse di successione in linea diretta fino a 1 milione sono esenti e sull’eccedenza vi è un imposizione del 4% sul patrimonio. Quindi per avere un beneficio dal punto di vista fiscale, in via esemplificativa l’assicurato dovrebbe morire entro il primo anno, perché per ogni anno aggiuntivo ci sarebbe una ricorrenza di costi ingiustificata. E naturalmente non ci si augura che ciò possa accadere. Stesso discorso per la caratteristica di impignorabilità e insequestrabilità che difronte a problemi di tipo penale diventa nulla. Tra l’altro vi sono anche delle sentenze che dicono che per essere impignorabile la polizza non deve avere un carattere finanziario altrimenti viene assimilata a tutti gli altri depositi bancari, ma deve necessariamente appartenere alla categoria ” Ramo 1” oramai introvabili.  In conclusione la compagnia assicurativa e/o la banca in ogni caso avranno prodotto importanti fatturati commisionali, ecco perché in realtà le polizze UNIT LINKED sono molto apprezzate dagli intermediari, ma alla scadenza molto meno dagli Italiani.  N.B. tutto ciò descritto nel presente articolo si tratta di un opinione personale del titolare del sito, ogni risparmiatore è libero di verificare, informarsi ed avere una propria idea nel merito dei temi trattati. Le informazioni contenute in questo sito web non costituiscono un’offerta di vendita di titoli o una sollecitazione all’acquisto di prodotti finanziari.   

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CERTIFICATI, EMISSIONI IN AUMENTO, A VANTAGGIO DEI CLIENTI O DELLE BANCHE?

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Scritto il 02.08.2021

Negli ultimi 3 anni il volume dei certificati di investimento è passato da 64 mln di euro a 3,6 miliardi nonostante la pandemia. In un contesto di bassi rendimenti obbligazionari, è esploso il collocamento con l’illusione di poter in qualche modo ottimizzare i portafogli. Di generare redditività senza assumersi rischi, come se un prodotto che investe in titoli a reddito zero potesse generare plusvalenze superiori. È del tutto evidente che il certificato è di fatto un contenitore con delle proprie regole prestabilite dalla banca non può moltiplicare un rendimento senza trasferire dei rischi al sottoscrittore. Ed ecco allora che la maggior parte dei certificati sono costruiti su singoli titoli azionari, su panieri o indici di titoli azionari, cercando proprio attraverso questi strumenti finanziari di ridurre il rischio intrinseco alla tipologia di ogni singolo titolo o mercato. Purtroppo, si tratta solo di una intenzione, ma la realtà è esattamente opposta a quanto rappresentato dagli intermediari finanziari per almeno tre ordini di motivi. Imprevedibilità del mercato Il primo motivo è che per quanto si possano mettere condizionalità e protezione ad eventi futuri, il mercato fa il suo mestiere e per sua natura è imprevedibile, quindi a fronte di scenari previsti dal confezionatore del prodotto, si possono poi verificare scenari non coperti dalle garanzie del certificato e proprio per questo il cliente potrebbe subire un danno maggiore. Durante dei certificati troppo brevi Il secondo motivo è che i certificati hanno spesso una durata compresa tra 12 e 24 mesi, di fatto troppo corta per poter rispecchiare a pieno l’orizzonte temporale che per l’azionario puro dovrebbe essere tra 7 e 10 anni. Il cliente si troverebbe ad avere in scadenza un prodotto con una durata troppo breve e a prendersi ob torto collo un risultato che non da nessuna garanzia, nemmeno probabilistica di essere coerente con gli obiettivi di investimento programmati. Immaginiamo tutti i certificati con scadenza lo scorso anno in piena pandemia. Il cliente si è trovato a non poter continuare a detenere lo strumento e a dover obbligatoriamente consolidare le perdite. Costi dei certificati spesso troppo elevati Il terzo motivo, che poi ha determinato il successo dei certificati di investimento è la commissione anticipata caricata sul prodotto. Come scritto sul sole 24 ore di sabato 31 luglio 2021, alcuni certificati possono arrivare ad avere costi di emissione anche oltre l’8%, peraltro su prodotti con durate molto brevi, anche inferiori ai 12 mesi. È del tutto evidente che il cliente si trova ad acquistare un titolo che crede possa valere 100 e invece il giorno dopo l’acquisto vale 92 pagando in via anticipata tutta il caricamento sul prodotto. Una sorta di commissione di uscita espressa nel minor valore di mercato, di fatto molto penalizzante anche in caso di rimborso anticipato. Questi prodotti dalle durate così brevi generano continue commissioni di rinnovo a tutto vantaggio della banca e dei relativi consulenti. Tuttavia, per ammortizzare costi così elevati in epoca di tassi zero, i clienti si espongono ad ulteriori rischi, spesso senza esserne consapevoli. Ciò accade in virtù della firma del modulo ESECUTION ONLY che consente di aggirare il questionario MIFID e di dare seguito all’acquisto anche in presenza di un cliente non propriamente consapevole del funzionamento di questi strumenti.  

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L’IMPORTANZA DELLA PROPOSTA DEL NASDAQ SULLE DIVERSITÀ DI GENERE E MINORANZE PER LE AZIENDE QUOTATE

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  • Investimenti ESG
Scritto il 27.05.2021

Il Nasdaq ha presentato una proposta per la diversità di genere che prevede che le società quotate debbano avere in ogni consiglio di amministrazione almeno una donna e un rappresentante della LGBTQ. Le aziende che non aderiranno alle nuove linee guida non saranno cancellate dal listino ma dovranno spiegare perché non hanno aderito. Ecco perché tutto ciò potrebbe avere un impatto enorme sulle oltre 3000 società quotate. In molti hanno sostenuto a Wall Street ma non solo in America che troppo poco si è fatto rispetto agli investimenti sulla giustizia razziale e parità di genere soprattutto dopo l’uccisione di George Floyd e Breonna Taylor. Il sistema deve essere orientato sempre di più alle Best Practice che forniscono un ecosistema di buona crescita secondo cui la diversità fa bene alle imprese. Già dal 2003 le femministe norvegesi hanno fatto grande pressione a livello legislativo affinchè potesse svilupparsi un rapporto più equo tra uomini e donne all’interno delle imprese e nei relativi consigli di amministrazione. Da quel momento almeno altri nove paesi in Europa hanno ottenuto il 25% di donne ai vertici e nei consigli delle imprese e la Francia guida questo risultato raggiungendo il 40%.   Non è solo questione di etica ma la diversità fa anche bene agli affari. Un rapporto della Boston Consulting Group ha dimostrato che se il team di gestione è diversificato, i fatturati aumentano del 19%, proprio perché sono maggiormente orientati all’innovazione. Quindi il progresso sulla parità fa bene non solo alla diversità di genere e alle minoranze ma anche alla crescita e alla sostenibilità delle aziende. Secondo la CNN quattro delle cinque maggiori società quotate sul Nasdaq, Apple, Microsoft, Google e Facebook sono gestite da un team in cui gli uomini bianchi eterosessuali sono una minoranza.   Quali implicazioni per i consulenti finanziari. E’ molto probabile che il neo presidente Biden, tramite il nuovo capo della SEC farà approvare la proposta del NASDAQ. Si tratta di un forte messaggio verso i consulenti finanziari e family office per incentivarli a valutare con la propria clientela di inserire società e strumenti finanziari sensibili a questa importante battaglia per la parità sui diritti umani. Un salto verso il futuro per una governance più inclusiva e più equa che si spera possa intensificare la pressione al cambiamento anche nel resto del mondo.  

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Trasferire denaro tra coniugi e figli, donazione gratuita o tasse da pagare?

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  • Consulenza patrimoniale
Scritto il 26.05.2021

Sono molteplici i casi della vita con cui ognuno di noi prima o poi si trova ad aver a che fare. Un bonifico sul conto di nostro figlio/a per acquistare una casa oppure lo stesso bonifico effettuato direttamente al venditore. Il versamento periodico su un conto corrente di un nostro nipote per finanziargli gli studi oppure un viaggio. Queste operazioni sono esentasse oppure no? Fino a quale importo? E se fossero finanziate da un estraneo?   In qualsiasi caso è un atto di liberalità senza un atto scritto. Anche se alcune sentenze si sono pronunciate a favore dell’applicazione dell’imposta di donazione, vi sono alcuni punti fermi tra i trasferimenti di denaro tra familiari.  Le franchigie, ovvero l’importo in cui non scatta la tassazione donazione tra coniugi e parenti in linea diretta, 1 milione di euro; donazione tra fratelli e sorelle, 100.000 euro; donazione a favore di persona con handicap grave 1,5 milioni di euro. Le donazioni non tassabili donazioni di modico valore come un piccolo bonifico; le spese di mantenimento, educazione, malattia che risultino congrue alle necessità del ricevente così come alla situazione economica del donante; alla liberalità in ordine ai servizi resi e in conformità all’uso; alla liberalità di pagare il prezzo di un contratto del donatario soggetto ad imposta di registro, come ad esempio il costo della casa comprata al figlio. Negli ultimi 30 anni, tra abolizione e ripristino dell’imposta di donazione, vi sono state molteplici interpretazioni e regolamenti non sempre univoci, fino a d arrivare all’attuale franchigia di 1 milione di euro e aliquota marginale dell’8%, mentre in alcuni casi nelle donazioni indirette si fa ancora riferimento alla vecchia franchigia di 350 milioni di lire e un’aliquota marginale del 7%.   Il problema delle donazioni indirette è restato in ombra fino alla voluntary disclosure del 2015 e alla determinazione della Cassazione in merito ad un paio di casi specifici: applicazione dell’imposta di donazione a un bonifico di 12 milioni di euro dalla moglie al marito (ordinanza n.27665 del 7 ottobre 2020); non applicazione dell’imposta di donazione a un bonifico di 75.000 euro effettuato a favore di persona non legata da legame di parentela da un donante residente in svizzera su un conto svizzero (sentenza n.8175 del 24 marzo 2021). In conclusione ci sono ancora molti dubbi sulla liberalità di donazione tra parenti e soggetti estranei. In ogni caso vale sempre la pena chiedere in anticipo il parere a un esperto.  

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