Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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Una modifica tattica di portafoglio

Scritto il 29.07.2020

  Tutti ormai ci siamo fatti una ragione di quanto questo virus sia riuscito a cambiare le nostre abitudini, sino al punto da convincerci che “nulla potrà più essere come prima”. Ammesso e non concesso che questo possa corrispondere al vero, in attesa che la pandemia venga definitivamente superata, puntiamo la nostra attenzione su alcune costanti che non sono affatto cambiate. Tra queste spicca certamente la capacità di recupero del mercato Usa, che era e resta comunque la più grande e solida economia al mondo. Dopo l'intenso ribasso del marzo scorso, abbiamo registrato una straordinaria capacità di recupero di Wall Street, grazie anche agli intensi sforzi messi in campo dalla Fed e dal Governo Usa. Peccato che non si possa dire lo stesso per noi europei, troppo vincolati da decisioni fatte di preconcetti miste a burocrazia. In attesa che altre economie seguano la stessa strada degli Stati Uniti è arrivato il momento in cui l’investitore non può più aspettare ad apportare modifiche tattiche al suo portafoglio, proprio in virtù dell’accelerazione dei cambiamenti indotti dalla pandemia, specialmente se l’asset è particolarmente aperto alla componente obbligazionaria. La tabella qui sotto riportata è stata tratta dal sito https://advisor.visualcapitalist.com/top-performing-sectors-2020-ytd/ Come possiamo vedere da inizio anno sul mercato americano, il settore più interessante è stato quello dell'Information Technology, che ha registrato un grande balzo in avanti, con una repentina ripresa a V che ha dato un rendimento medio pari al 13,5%, rafforzato soprattutto dalla crescita delle più grandi aziende quotate nell'indice S&P 500. A questo riguardo risulta significativo il commento del Ceo di Microsoft Satya Nadella che ha dichiarato "Abbiamo visto due anni di trasformazione digitale in due mesi". I cambiamenti che si pensava potessero essere realizzati in anni si sono manifestati in pochi mesi, cosa che induce a ritenere che i rialzi non siano finiti, seppure in presenza di una volatilità molto alta. Meno esplosivo è stato invece il dato di crescita dei consumi discrezionali, all'inizio penalizzati dal lockdown e poi in successiva netta ripresa, soprattutto per le società di vendita online. In questo caso si sono raggiunti livelli di crescita mai raggiunti prima con incrementi superiori al 7% dai livelli pre covid. Molto reattivi anche i settori dei servizi di comunicazione e dell’assistenza sanitaria, che hanno registrato rispettivamente incrementi medi del 3% e dello 0,50% YTD. Merita una particolare attenzione il dato che riguarda le otto aziende di biotecnologia quotate su S&P che stanno sviluppando il vaccino anti covid: la loro capitalizzazione è passata in pochi mesi da 160 ad oltre 600 miliardi di dollari. Tutti questi settori meritano infatti di essere inseriti in un portafoglio destinato alla crescita. Tra i peggiori risultati è da segnalare il – 30% toccato dal settore energia, in parte causato dall'improvviso crollo del prezzo del petrolio, il -19% dei servizi finanziari, con particolare rilevanza negativa imputabile principalmente alla scarsa reattività delle banche per la risoluzione della crisi di liquidità Per quanto attiene il settore industriale registriamo il –12%, determinato dall'interruzione della catena di approvvigionamento che ha rallentato la produzione. Il tutto è stato poi acuito dalla difficoltà dei trasporti e certamente anche dal temporaneo e naturale crollo della domanda interna. Proprio a causa dei notevoli ribassi, questi settori potrebbero diventare una straordinaria occasione d’acquisto se effettuati prima della riapertura completa delle diverse attività economiche. Non voglio dilungarmi oltre perché le indicazioni su come modificare e potenziare la crescita del portafoglio appaiono molto evidenti anche ai non addetti ai lavori. Piuttosto Il suggerimento che mi sento di dare è di adottare sempre una grande diversificazione mediante l'uso non di indici ma di fondi a gestione attiva che sappiano cioè anche adottare una selezione oltre l'indice di riferimento. Non dimentichiamo mai che si diversifica per ridurre il rischio non per cercare rendimenti assoluti più alti mediante una scommessa.  

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Paura della patrimoniale?

Scritto il 20.07.2020

Quanto pesa la paura della patrimoniale? Direi moltissimo al punto che in questi giorni i media diffondono a profusione interventi di economisti e giornalisti, politici ed esperti vari che, insieme a veggenti e manipolatori d'informazione di ogni tipo, inducono a ritenere che TUTTI gli italiani a breve ne saranno inesorabilmente colpiti. Nemmeno ha aiutato a calmare gli animi il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, nella seconda giornata di lavori degli Stati Generali, aveva solennemente dichiarato, con parole tutt'altro che rassicuranti, che la patrimoniale non ci sarebbe stata: "Il risparmio privato è una forza del nostro Paese, ma non in termini di una tassa patrimoniale ma di coinvolgimento in progetti". Cosa avrà mai voluto dire con questa frase? Lo scopriremo nei prossimi mesi. Intanto però sappiamo che a fine 2019 sui conti correnti erano presenti quasi 1,6 trilioni di liquidità, certamente incrementati a causa del lockdown. È infatti bastato sollecitare l'antico ricordo del 1992, quando gli italiani furono colpiti dal prelievo del 6 per mille sui conti correnti, per scatenare l'impulso di azzerarli, nel tentativo di evitare di commettere lo stesso errore di allora. A questo punto la provocazione è inevitabile: siamo davvero così sicuri che se ci sarà una patrimoniale, questa colpirà i depositi e non altro? Dal 2011 il governo Monti, supportato da gran parte del parlamento, ha già inaugurato una patrimoniale annua sugli asset finanziari investiti pari allo 0,20%, oltre all'imposizione corrente del 26% sui proventi da attività finanziarie. Restano invece tassati solo al 12,5% i titoli di Stato italiani e quelli esteri inseriti nell’elenco white list, comprese le polizze assicurative di ramo I. La prima casa è salva ma non tutti gli altri immobili. Pertanto, a causa del coronavirus, è molto probabile che “qualcosa” colpirà il portafoglio degli italiani, ma sapere cosa, è per ora difficile da dire. In realtà questa paura di una tassazione può diventare una pessima motivazione per spostare gli asset investiti o liquidi verso diverse tipologie di strumenti, verosimilmente con costi che potrebbero addirittura essere superiori alla patrimoniale stessa, rendendo di fatto inutile l'operazione. Da qui si rincorrono le idee più incredibili per la conversione di asset in oro e monete, diamanti o gioielli, opere d'arte, auto d’epoca e soprattutto contanti. In quest'ultimo caso sappiamo già che dal primo di luglio diventerà molto difficile usarlo per soglie di spesa sopra i duemila euro, limite destinato a scendere a mille entro il primo gennaio del 2022. Inoltre questi movimenti comportano accertamenti, autocertificazioni, antiriciclaggio e antiusura, che potrebbero diventare oggetto di indagine da parte dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza. Per la conversione invece in monete d’oro od oro c'è il limite che per importi uguali o superiori a 12.500 Euro è necessario denunciarne l’acquisto all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF). Il diamante invece presenta indubbi vantaggi poiché è al portatore, consente l’anonimato al suo possessore, è esente da tassazione sia sul valore che sulle plusvalenze e non prevede obbligo di dichiarazione successoria. Tuttavia ha costi di intermediazione molto alti e ha una scarsa trasparenza nella determinazione del prezzo, oltre ad una scarsa liquidità che ne rende la compravendita complicata. Stesso discorso per le auto d'epoca e per le opere d'arte, il cui acquisto e mantenimento, oltre ad una eventuale liquidazione, necessitano sempre di costose expertise. Che dire poi dei costi di conservazione di gioielli, oro e monete, in particolare quando si usano cassette di sicurezza, con la necessità di denunciarne il contenuto in modo da essere garantiti in caso di furto. Insomma quello che vogliamo dire è che modificare un asset finanziario o di liquidità, potrebbe comportare costi materiali ben superiori all'incidenza di una patrimoniale. Il punto sta proprio qui e riguarda il fatto se sia davvero cosi salvifico tentare l'azzardo di modificare il proprio asset in funzione delle aspettative future, senza per altro avere certezze a riguardo. Certo è che la paura porta troppo spesso a scelte irrazionali che spesso sono più dannose dell’inerzia, nell’attesa che tutto si compia.

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Il valore della diversificazione

Scritto il 14.07.2020

Un lettore mi ha chiesto di esplicitare meglio il concetto di diversificazione tra asset 50% azionario e 50% obbligazionario, di cui ho parlato la scorsa settimana. Il principio è semplice e viene utilizzato per il controllo del rischio. Si basa sul vecchio concetto dell’andamento opposto di un asset azionario rispetto ad uno obbligazionario. Essendo sempre stati due asset decorrelati, cioè con una volatilità inversa nello stesso momento, era facile immaginare uno scenario dove la possibilità di minusvalenze sulla combinazione in percentuale dei due asset bilanciati tra loro fosse ridotta. L’effetto coronavirus ha fatto comprendere molto bene come la correlazione tra questi due asset finanziari fosse ormai da tempo quasi perfetta: oggi scendono entrambi, seppure con una diversa intensità. Naturalmente non c’è da spiegare che l’azionario in generale tocca sempre limiti di ribasso più elevati di quelli obbligazionari. A fine aprile il ribasso azionario globale era intorno al 13 % contro un 4% di quello obbligazionario. Attenzione però stiamo ragionando sulle medie, poiché alcune attività finanziarie ad esempio del settore energetico sono scese ben oltre quel livello. Lo stesso è successo per le obbligazioni high yield sono sprofondate quasi al - 25%, più in basso di qualsiasi altra della stessa categoria. Oggi sappiamo fortunatamente che tutti i settori si sono ripresi, anche se non totalmente. Questo durerà sino al definitivo recupero? Non possiamo saperlo ma da quanto accaduto possiamo trarre un importante insegnamento: l’errore più grave nella costruzione di un portafoglio è la concentrazione dell’asset su poche attività finanziarie, poiché è in grado talora di aumentare la resa nei momenti positivi, ma a cagione di un notevole aumento della volatilità, soprattutto se si sbagliano le scelte dei settori e dei loro paesi. Ecco che allora per non sbagliare, è sempre consigliabile un’ampia diversificazione, che ci consenta di stare più sereni durante eventuali shock di mercato, poiché non tutte le asset class reagiscono al medesimo evento allo stesso modo. Tuttavia, a differenza di quanto può sembrare, la diversificazione ha lo scopo primario di diminuire il rischio, non già quello di aumentare il rendimento. Quale è dunque la migliore ripartizione di pesi tra azioni e obbligazioni all'interno del portafoglio? Come potete immaginare non esiste una risposta univoca che vada bene per tutti, poiché ciascuno di noi ha una propria soglia di sopportazione del rischio, che è poi la capacità di resistere ad oscillazioni negative che impattano sul capitale investito. Per vedere cosa ci può insegnare la storia ho scelto di usare una tabella tratta dal sito awealthofcommonsense.com che tiene conto dei rendimenti dal 1926 al 2020, con una modalità rolling, su una combinazione di asset azionario (indice S&P 500) e obbligazionario (S&P U.S. Treasury Bond Index a 5 e 10 anni), incrementata del 25% di quota azionaria fino al raggiungimento del 100% della stessa. Da questi dati possiamo osservare quale è l'effetto della diversificazione sui rendimenti di portafoglio. Un asset totalmente azionario è sempre quello più performante, ma a condizione che il tempo venga utilizzato come attenuatore della volatilità. Viceversa, usando più quota azionaria ma con meno tempo, aumentano le probabilità di incorrere in periodi a più alta volatilità, con la possibilità quindi di generare minusvalenze. Ecco perché uno degli errori più gravi nella costruzione del portafoglio è quello di puntare su asset totalmente azionari o totalmente obbligazionari, seguendo una logica slegata dal tempo dell'investimento, che è un fattore determinante. La tabella ci insegna che puntare tutto il capitale sulle obbligazioni per periodi di investimento molto lunghi è pari all'errore di scommettere su quello azionario per periodi molto brevi.  

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QUESTIONE DI METODO E DI VOLONTÀ

Scritto il 03.07.2020

  “Come si immagina lei il futuro degli investimenti per noi piccoli investitori?” è stata la domanda che mi ha rivolto in settimana un investitore, alla fine di una sua saggia dissertazione sul cambiamento delle sue abitudini determinate dal Covid-19. Al virus dobbiamo infatti il più grande intervento della storia delle banche centrali a sostegno dell’economia, così come gli dobbiamo l'aumento smisurato dell'indebitamento di Stati sovrani. Fattori esclusivamente negativi? Questo non direi poiché il lockdown ha comunque avuto un impatto sull'ambiente e sulla nostra vita, facendoci comprendere in modo rapido che qualche modifica inevitabilmente andava fatta. Ci ha fatto anche capire come l'umanità sia pronta a cambiamenti improvvisi, anche se a cagione del sacrificio di molte vite, così come è stato nel passato.   Quale futuro attende quindi l’investitore? Certamente bisognerà che si rassegni ad un livello di tassi di interesse obbligazionari molto bassi e ad un aumento della correlazione tra obbligazioni e azioni, che di fatto spezza l'antico legame del portafoglio 50% e 50%, ripartito tra asset azionari ed obbligazionari, costruito sulla prudenza e la de-correlazione, per abbattere la volatilità. Per quanto riguarda i rendimenti azionari non mi azzarderei in ipotesi volte ad un futuro fatto di bassi utili: nei miei primi 30 anni di carriera troppe volte ho visto esperti e premi Nobel arrampicarsi sugli specchi per essere stati poi smentiti dai fatti. Quello che possiamo dire è piuttosto che, salvo rare eccezioni di alcune attività finanziarie, tutto scende o sale in modo correlato. Come affrontare dunque il futuro che ci attende? Una delle soluzioni è proprio quella di aumentare la diversificazione su attività finanziarie di diversi settori specifici e su diverse localizzazioni geografiche, che offrano quindi diverse prospettive di rendimento e volatilità. Oltre a ciò non bisogna dimenticare il tempo che va considerato come un vero e proprio asset, nella sua classica declinazione di breve, medio e lungo periodo. Tutto ciò va poi miscelato rispettando le proprie preferenze di investitore, in modo da dettare le personali regole di portafoglio. Ormai l’investitore non può più fingere di non avere capito che i rendimenti delle attività finanziarie, semplici o complesse che siano, sono tutti subordinati al tempo e al rischio. I pasti gratis del passato sono ormai finiti e oggi per ottenere rendimenti bisogna impegnarsi molto di più! Un altro suggerimento è quello di integrare nei portafogli investimenti che permettano una de-correlazione da quelli che sono gli eventi macroeconomici che muovono i mercati nel breve periodo, puntando invece su macro trend riconducibili ad una serie di necessità reali per l'intero pianeta. Genericamente possiamo semplificare la cosa ipotizzando un futuro sempre più sospinto dall’innovazione tecnologica, per una sempre maggiore sostenibilità ambientale sorretta da una economia circolare, la cosiddetta green economy, in grado di fornire non solo ritorni costanti ma anche concreti vantaggi per tutti, puntando appunto su criteri ESG. Pensiamo ancora ai cambiamenti demografici, tra invecchiamento della popolazione nei paesi sviluppati e crescita delle nuove generazioni in quelli emergenti, all'assistenza sanitaria con la necessità di nuovi farmaci e il ricorso alle nanotecnologie mediche, lo sviluppo della diagnostica a distanza e un sempre più facile accesso alla telemedicina. Come dimenticare poi il tema della “società digitale” con l'accesso diffuso allo smart working, alla nuova scuola e alla formazione a distanza, tutti elementi che incidono direttamente anche sulla mobilità dei cittadini. Che dire poi sulla nuova rivoluzione industriale: la robotica, l'automazione, 5G e la gestione dei cosiddetti “big data”, l’intelligenza artificiale, ormai punti fondamentali per uno sviluppo economico. Non da ultimo, in un mondo sempre più connesso, assume un ruolo centrale la sicurezza, sia dei dati che fisica, con lo sviluppo di aziende nel mondo della cybersecurity ma anche attive per promuovere la sicurezza delle persone mediante di sistemi di allarme innovativi per ogni attività umana. Insomma non si può disconoscere come il futuro degli investimenti sia stato profondamente segnato in positivo da questa pandemia. La vera difficoltà è piuttosto quella di riuscire a percepire Il futuro come qualcosa di inevitabile in cui tutti siamo coinvolti: nessuno può e deve sentirsi escluso. L'adattamento ai cambiamenti veloci è un must per l’investitore di oggi, che non può più affidarsi all’obsoleto “ci devo pensare”, sino a qualche tempo fa usato come muro protettivo dietro il quale nascondersi per la paura di perdere. Oggi, forse più di ieri, le opportunità sono infinitamente di più e sempre più aperte ad un’ampia platea di individui: è l’investitore che deve scegliere dove collocare le proprie risorse mettendo attenzione, dedizione e impegno, anche quando si affida ad un consulente. La profittabilità degli investimenti non si è estinta a cagione del coronavirus ma necessita di una sempre maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti che partecipano alla crescita dell’economia, inclusi gli investitori. Ecco perché guadagnare dai propri investimenti non è mai una questione di fortuna ma di metodo e volontà.  

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Benvenute siano le tematiche ESG

Scritto il 23.06.2020

In una fase come quella che stiamo attraversando siamo più attenti al contagio, alla possibilità di fare le vacanze oppure siamo solo preoccupati per l’andamento dell’economia dell’intero pianeta? Ciascuno ragiona a seconda delle proprie visioni ed interessi, anche se dal punto di vista tecnico, come ci dice l’ultimo report di maggio di M&G Investments, che ho selezionato tra i tanti disponibili online: “... tutti i mercati si trovano attualmente al di sotto dei recenti massimi ma, ciò nonostante, molti di essi hanno recuperato un terzo (e alcuni oltre la metà) delle perdite subite, in modo particolare le azioni globali. Il mercato creditizio investment grade, invece, offre ancora spread interessanti e adatti a remunerare gli investitori in modo più che adeguato per il rischio assunto. Allo stesso modo il debito emergente di categoria high yield presenta degli spread particolarmente interessanti soprattutto perché la negatività che circonda il debito sovrano è già scontata nei prezzi delle stesse asset class...”.   In realtà non sappiamo cosa ci riserverà futuro e la crisi sembra essere più profonda di quanto ci potessimo immaginare. In realtà i mercati reagiscono sempre e comunque sulle aspettative future, chi con maggiore velocità e chi con un progresso più lento nel tempo ma inesorabile. La certezza è che tutto riprenderà a crescere e le opportunità non mancheranno. Il punto fondamentale è prestare attenzione al modo e alla velocità con la quale il sistema economico tornerà a crescere. Per questo l’umanità si sta indebitando e questi costi si stanno trasferendo sulle future generazioni. Da qui la necessità di ripartire secondo nuovi principi, che non possono prescindere da una nuova etica di sviluppo per la crescita e la cooperazione tra i popoli, dato il fallimento della globalizzazione a tutti i costi.   Il virus ci ha lanciato il suo inquietante messaggio che deve necessariamente essere preso come il punto di non ritorno, contro lo sfruttamento intensivo del pianeta. In quanto investitori, tutti indistintamente colpiti da ribassi più o meno significativi sui capitali investiti, non dobbiamo pensare ad una perdita irreversibile ma piuttosto ad una doppia opportunità che ci viene offerta. La prima è quella di un recupero per riportare il capitale alla quota in essere nel febbraio 2020, senza cedere allo sconforto e al rammarico di non potere più recuperare le minusvalenze. La seconda, più stimolante, è quella di trarre finalmente profitto dal nostro capitale riportando il pianeta in un equilibro economico e sociale sostenibile attraverso investimenti mirati a generare ricchezza, senza cioè il suo sfruttamento intensivo.   È necessario quindi che la nuova fase economica riparta mediante la riduzione delle emissioni di CO2 e di tutte quelle che impattano negativamente sul cambiamento climatico, per il rispetto della biodiversità e della sicurezza alimentare, per una sana crescita della popolazione mondiale. Ma non dobbiamo solo accontentarci di questo perché il Covid-19 sta facendoci percepire le troppe disuguaglianze sociali ed economiche. Per questo bisognerà intervenire per aumentare il rispetto dei diritti umani, dell’uguaglianza sociale e della tolleranza tra culture diverse. L’occasione dovrà essere favorevole anche per il miglioramento delle condizioni di lavoro, sancendo definitivamente l’abolizione del lavoro minorile, ampliando il diritto allo studio. A livello invece di governance aziendale bisognerà procedere verso una migliore qualità e diversità degli organi di controllo, adottando misure di contrasto alla corruzione, verificando che le retribuzioni dei dirigenti siano conformi a standard qualitativi e non solo quantitativi, nel rispetto del diritto di tutti gli azionisti.   Insomma quello che tutti noi dobbiamo fare è di evitare che la lezione coronavirus ci riporti esattamente al mondo di prima, senza che qualcosa cambi. Questa conversione non sarà priva di conseguenze immediate sull’economia dato che ci sarà un forte impatto di breve termine sull’occupazione e sulla società. Sarà quindi un processo lento che necessiterà di pazienza e sacrificio ma che porterà certamente ad un miglioramento della sostenibilità della crescita anche economica del nostro pianeta. Per questo c’è bisogno del contributo di tutti.   Diventa quindi necessario che gli investitori siano più responsabili e consapevoli delle loro scelte di investimento, indirizzando le loro risorse verso quei settori e quei soggetti che, operando nel rispetto delle tematiche sopra esposte, siano portatori di vantaggi per tutti, certamente non solo economici ma anche sociali, in quello che dovrà essere il necessario passaggio dal puro individualismo alla cooperazione e interdipendenza tra le nazioni.   Per questo siano benvenute le (vere) tematiche ESG negli investimenti.    

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Le emozioni e l'inutile ricerca del momento migliore per investire

Scritto il 16.06.2020

Spesso abbiamo parlato di quanto le emozioni giochino un ruolo fondamentale nella gestione del denaro e di quanto influenzino le nostre scelte. Sappiamo che  non sono eliminabili, per questo risultano spesso determinanti in senso negativo, specialmente in momenti di ribasso del mercato. Ancora, sono loro che ci tengono lontano dalle opportunità inducendoci in errore, fomentando la nostra paura di perdere. Se tutto questo è vero dobbiamo cercare di governarle e controllarle, in modo che non risultino cattive consigliere per noi e per i nostri interessi, specialmente quando le nostre preferenze ne sono condizionate e limitate. Il timore di perdere il capitale gioca infatti un ruolo fondamentale nel tenerci lontano da mercati che sono remunerativi, dei quali spesso riusciamo a coglierne le opportunità solo quando ormai è già troppo tardi.   Tra i tanti modi che l’investitore ha a disposizione per controllare le emozioni senza rinunciare ai rendimenti, c’è quello dell’uso della strategia Pac (Piano di Accumulo Capitale). Si tratta di un programma d’investimento che attraverso il versamento nel tempo di una quota di capitale, effettuato con cadenza regolare e automatica per una durata predeterminata, di solito non inferiore ai 5 anni, consente di acquistare sistematicamente quote di un fondo comune a valori diversi, sfruttando i saliscendi del mercato, cioè la sua volatilità. Quello che normalmente non si dice è che questa strategia non è utile solo per chi deve costruire un capitale nel tempo, ma anche per chi vuole gestirne uno già costruito. In questo caso si combinerà un decumulo nel tempo da una linea di investimento più prudente e conservativa (es. monetaria od obbligazionaria) verso una più aggressiva (bilanciata e azionaria). Naturalmente sono due le condizioni richieste: rispetto del tempo d’investimento, di solito non inferiore ai 5 anni, oltre alla sistematicità ininterrotta dei versamenti periodici, mediante lo spostamento di quote di capitale dal sistema meno volatile a quello più volatile.   Questo approccio è stato suggerito oltre 70 anni fa dal padre dell’analisi fondamentale, il professor Benjamin Graham. Infatti nel suo libro The Intelligent Investor, pubblicato negli Stati Uniti nel 1949, ha dimostrato l’impossibilità di indovinare sistematicamente il giusto market timing. Questi errori di valutazione possono causare pesanti conseguenze in termini di mancati guadagni e perdite. Graham suggerisce quindi l’impiego di una strategia chiamata Dollar Cost Averaging, che si basa sul tempo e sulla sistematicità dei versamenti, indipendentemente dall’andamento del mercato sottostante. Per guadagnare non bisogna preoccuparsi di individuare il momento adatto, quanto piuttosto di investire in modo regolare e sistematico. Oggi la finanza comportamentale ci insegna che l’automatismo permette di controllare meglio le emozioni, perché così non si dà importanza al momento di mercato e a tutti i suoi rumori di fondo, che possono indurre ad errori di valutazione.   Immaginiamo l’impatto negativo del Covid 19 su un investitore poco propenso al rischio entrato sul mercato all’inizio del 2020, magari con un asset troppo sbilanciato sulla componente azionaria, quella che sembrava averne risentito di più. Spaventato dal profondo ribasso avrebbe certamente disinvestito in preda al panico, nonostante avesse inizialmente deciso di investire per 10 anni. Subito dopo avrebbe visto il mercato risalire senza rientrare perché in preda alla paura di perdere ancora. In questo caso sarebbe stato vittima del rammarico di avere venduto e di avere perso il momento giusto per rientrare. E noi sappiamo bene quanto la perdita sia dolorosa per l’investitore! Viceversa, una strategia ad accumulo più graduale sull’azionario gli avrebbe consentito di superare meglio lo shock.   Ritornando alla strategia, bisogna evidenziare come la sua profittabilità dipenda da fattori a noi già noti:  la sistematicità degli acquisti nel tempo senza interruzioni, indipendentemente dalle condizioni di mercato;  la scelta di mercati volatili ma sempre crescenti (es. azioni Usa meglio di azioni Europa);  mantenimento del potere di mediazione della quota aggiuntiva sull’intero capitale versato (es. la quota costante di versamento aggiuntiva media proporzionalmente meno più aumenta il capitale totale versato);  eventuale incremento della quota versata in occasione di particolari momenti di ribasso o quando il potere di mediazione scende;  rapporto ottimale di trade off tra prodotto e suo costo nel tempo (scegliere un prodotto molto buono ma costoso è meglio che sceglierne uno dal costo inferiore ma dalle qualità scadenti).   Il rispetto di quanto appena sopra enumerato, determina la strategia perfetta per fare avvicinare l’investitore più avverso al rischio a mercati che altrimenti mai prenderebbe in considerazione. Certamente il Pac non farà sempre sfruttare appieno i rialzi e i cicli positivi del mercato, perché la sua funzione primaria è quella di limitare l’oscillazione del capitale. Ma tra rinunciare e limitare c’è una profonda differenza. A questo punto possiamo dire che attendere liquidi sul conto il momento opportuno per investire è solo una tra le mille scuse che dissimulano l’ingiustificata paura di investire.

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Pianificare in tempo il "dopo di noi"

Scritto il 09.06.2020

In questo periodo di Covid che ci ha avvicinato al dolore per la perdita di una persona cara o di un conoscente, certamente ci siamo posti la domanda “... e se fosse toccato a me?”. Certo la scaramanzia in Italia è sempre dominante nelle scelte. Noi come popolo siamo sempre propensi a dilatare i tempi delle decisioni: lo vediamo fare da parte del governo in momenti di urgenza, figuriamoci quando siamo noi stessi a dover decidere del futuro di chi rimane dopo di noi. Per questo volevo lanciare una provocazione: siamo davvero sicuri che al momento della nostra dipartita, il nostro patrimonio venga effettivamente distribuito tra le persone a cui noi vogliamo che vada, soprattutto nel rispetto delle nelle quote che abbiamo deciso? Siamo altresì consapevoli dei costi da sostenere? Da sempre noi italiani siamo un popolo che pensa più al presente che al futuro, se non altro perché non è sempre facile affrontare questi argomenti in “anticipo”. Recenti statistiche ci dicono che solo il 10% degli italiani ha messo in atto strategie di controllo sulla propria successione. Resta quindi una grandissima quota che non ci ha pensato. Mio compito è di lanciare segnali di fumo con l’intento di aiutare tutti coloro che oggi o domani vorranno affrontare l’argomento. L’aliquota massima per una successione in Germania, Usa e Francia può arrivare sino al 50%, 55% e 60%. Visto che le normative europee tendono ad uniformarsi nel tempo, chissà che prima o poi qualche governo si troverà costretto all’impopolare modifica delle nostre aliquote. La situazione italiana in termini di successione è da paradiso fiscale poiché la tassa è limitata solo all’8% del patrimonio, percentuale che scende in relazione a vincoli di parentela: 6% tra fratelli, con una franchigia di non tassazione sino a 100 mila euro, parenti fino al quarto grado (un cugino) e affini fino al terzo grado (lo zio della moglie); 4% nel caso di eredi diretti (figli, coniuge, compagno unito civilmente), con franchigia non tassabile sino ad 1 milione di euro. Gli immobili invece pagano sempre una tassa di trascrizione e catastale sino ad un massimo del 3%. Se invece si tratta di prima casa si scende sino a 200 euro. Sono invece sempre esenti da imposizione i titoli di Stato italiani e tutti quelli equiparati.   Non sempre però le cose sono lineari e ci si può trovare davanti a contenzioso tra gli eredi al momento della successione, anche e soprattutto in assenza di testamento o in caso di violazione di quota di legittima. Si sa le cause legali sottraggono molte energie, specie se sono tra parenti: costi per perizie, avvocati o per pesanti indagini finanziarie volte alla ricerca di eventuali donazioni da parte del de cuius. Pianificare in anticipo a chi destinare i beni spesso aiuta a salvare i rapporti tra chi rimane. Caso importante poi è il passaggio generazionale dell’azienda di famiglia. A questo riguardo la statistica è davvero impietosa: in un recente studio appare che solo il 24% delle aziende supera il primo passaggio generazionale, il 14% il secondo ed il 5% il terzo. I litigi tra eredi potrebbero poi condurre addirittura alla chiusura o al fallimento, nel caso in cui l’erede che succede non abbia le capacità sufficienti per continuare l’attività. In questo caso ovviamente, la perdita potrebbe essere molto ingente per gli eredi ma anche per i lavoratori che dipendono dall’azienda: ecco perché pensarci prima diventa molto rilevante. In ordine alla successione tra conviventi, con la nuova legge Cirinnà lo scenario è radicalmente mutato. Infatti se il superstite di una coppia di conviventi di fatto continua a non maturare alcun diritto nella successione del convivente defunto, salvo un generico diritto all’abitazione, invece il partecipe di una unione civile acquisisce la stessa posizione che nel matrimonio compete al coniuge superstite. Però questo bisogna saperlo e volerlo. Infine, nel caso di successione di beni immobili, in assenza di un capitale da parte dell’erede, si potrà arrivare addirittura alla liquidazione del bene per coprirne i costi.   Infatti, se non decido nulla in merito a come verrà destinato il mio patrimonio alla mia morte, la legge deciderà per me. Per esempio potrebbe esserci un parente che vorrei escludere ma, non pianificando nulla, per legge, potrebbe ritrovarsi ad ereditare una fetta del mio patrimonio, mentre potrei escluderlo del tutto dalla successione, qualora non appartenesse a soggetti legittimari. Al contrario, potrebbe esserci qualcuno che per legge è escluso dalla successione del mio patrimonio e pianificandolo, potrei invece destinargli parte della quota disponibile.   Per concludere, progettare il dopo di noi significa infatti decidere di come disporre dei beni PRIMA che l’evento morte ci precluda questa possibilità. È arrivato il momento di pensarci perché possiamo essere direttamente noi a decidere del futuro del nostro patrimonio, tenendo sempre in considerazione che le nostre disposizioni possono sempre essere modificate sino alla morte.

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La responsabilità del mercato e ... quella dell'investitore

Scritto il 03.06.2020

“Mi raccomando che tutto quello che sottoscrivo sia sempre liquidabile in ogni momento. Non voglio avere vincoli sui miei investimenti!”. Questa è la richiesta che mi ha fatto un potenziale cliente durante un incontro per la definizione del suo investimento. Il punto fondamentale però sta proprio qui: è davvero sempre conveniente che un investimento sia sempre e comunque liquidabile? La verità è che talvolta un vincolo può salvare l’investitore dal peggiore degli errori, quello che si concretizza nel disinvestire per la paura di perdere. Difficile alle volte fare comprendere che una preferenza non è sempre un vantaggio. Abbiamo visto che la tranquillità per l’investitore passa sempre per il grafico di lungo periodo dei mercati azionari. La storia ci insegna che un investitore fedele al suo piano di investimenti è sempre ripagato per la pazienza che dimostra. La liquidabilità è però spesso un rischio che si aggiunge a tutti gli altri, in particolare quando la paura dei ribassi di mercato fa perdere la razionalità. Da qui la mia provocazione: La volatilità non piace a nessuno ma immaginiamo per un istante di fare scrivere all’investitore su di un foglietto, al momento della firma del contratto, il periodo per il quale intenda investire e il rendimento atteso, cioè quel prezzo al raggiungimento del quale lui sarebbe disposto a vendere. Mettendo poi in una busta quel documento con la scritta “non aprire sino a.…” lo obbligheremo a non considerare l’andamento sino a scadenza. Sapendo che il tempo concede sempre rendimento nel tempo, per l’investitore non sarebbe più importante l’oscillazione del mercato negli anni ma solo la data sottoscritta, che diviene l’unica discriminante, anche in momenti di ribasso. Ma se è così, perché noi investitori ci facciamo sopraffare dalla paura in presenza di un mercato in calo? Perché decidiamo volontariamente di vendere in un momento sbagliato, quando sappiamo invece che è proprio quello il momento migliore per comprare? In realtà è sempre il momento di comprare se vengono rispettati i vincoli di tempo. Capisco che la cosa può risultare controintuitiva, ma vendere in un mercato azionario in discesa è come disinvestire una somma da un conto deposito vincolato in prossimità della data di scadenza, con la conseguente perdita certa di tutti gli interessi maturati. Sapendo questo chi sarebbe mai interessato a disinvestire prima del tempo se avesse un vincolo per farlo? Forse nemmeno guarderebbe più l’importo del suo investimento se non in prossimità della data di scadenza! Diversa cosa è invece quando l’investitore deve vendere perché quel denaro è diventato necessario in quel preciso momento. Anche in questo caso il prezzo di mercato non ha più rilevanza perché la necessità di quel denaro lo obbliga ad agire superando i propri interessi futuri, concentrandosi sul presente. La liquidabilità deve sempre essere considerata, a seconda del tempo di impiego, come facoltà concessa per la gestione di un imprevisto in cui il cliente si può trovare per eventi indipendenti dalla sua volontà. L’imprevisto non è conseguenza dell’andamento del mercato come invece lo è la paura. È un errore gravissimo, spesso irreversibile, quello di liquidare esclusivamente per questo. Questo è l’ambito in cui dovrebbe concretizzarsi pienamente l’attività di consulenza, che consiste nell’aiutare il cliente ad essere coerente con gli obiettivi che si è dato, soprattutto in termini di tempo. Diventa fondamentale però usare in modo corretto gli strumenti scelti poiché alcuni sono sin dall’inizio inadatti: uno strumento di breve o di medio periodo può non essere soddisfacente in termini di rendimento, ma forzare la mano provando a speculare nel breve con strumenti di lungo periodo è cosa sbagliata. In questo caso è normale che la paura porti a liquidare tutto prima del tempo.   La storia ci ha insegnato che si perde quando non si rispetta il tempo dato o quando questo non è coerente con il tipo di strumento scelto: inutile andare poi ad incolpare il mercato o lo strumento di responsabilità che non ha.

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Pandemia e cambio di abitudini

Scritto il 22.05.2020

Nella settimana appena trascorsa ho avuto modo di parlare spesso con clienti del riposizionamento di portafoglio dopo ribassi e rimbalzi di mercato. Alla domanda se il peggio è ormai alle spalle non sono in grado di rispondere. Quello che so è che dopo ogni crisi di mercato c’è sempre una fase di ripresa, che non sappiamo se sarà lunga o breve, cioè a U o a V. A seconda della sua lunghezza dovrà quindi essere impostata una variazione tattica del portafoglio, sempre però in modo compatibile con le preferenze in termini di rischio di ogni singolo cliente. Ma ciò non deve essere fatto semplicemente sottopesando o sovrappesando il settore azionario rispetto a quello azionario e viceversa. È arrivato il momento di puntare non solo sulla qualità dei prodotti all’interno del portafoglio, nel rispetto certamente delle sue dinamiche di costruzione, ma anche ai macro trend del futuro, privilegiando cioè quelli che appaiono più interessanti dal punto di vista del loro sviluppo e dell’impatto positivo sulla società.   Certamente una pandemia non è cosa che capita tutti i giorni e l’ultima, che ha colpito l’umanità nel secolo scorso, era costata milioni di morti che purtroppo si sommavano a quelli dovuti alla prima guerra mondiale. La situazione era però molto diversa da quella attuale poiché erano state compromesse sia le infrastrutture che la forza lavoro. Nel nostro caso la frase “il mondo non sarà più lo stesso” è esagerata poiché una volta sconfitto il virus, che non ha avuto effetti apocalittici, i cambiamenti dipenderanno dalle scelte effettuate alla luce del lockdown, che ha certamente modificato le nostre consolidate abitudini. Quello che possiamo dire è che qualsiasi sarà la forma e la forza di questo ritorno alla normalità, non potremo smarcarci da una maggiore attenzione verso temi ambientali e di sostenibilità dell’economia.   Per questo motivo la cosa ideale è quella di considerare il momento attuale non già come una sciagura, ma come una nuova opportunità offerta all’umanità per attuare quei cambiamenti che non sono più differibili nel tempo. Se non fosse per l’alto numero di decessi e per l’impatto negativo sull’economia si potrebbe dire che il virus è arrivato nel momento giusto per farci cambiare passo. Minore inquinamento dell’aria e dell’acqua, ampliamento delle attività lavorative di smart working, un sempre maggior utilizzo della tecnologia in campo dell’e-learning, sperimentazione clinica e medica accelerata con lo sviluppo di nuove tecnologie per affrontare l’emergenza, sperimentazione di nuovi farmaci, una nuova organizzazione dei trasporti mediante un aumento della flessibilità degli orari di lavoro, sono solo alcune delle nuove abitudini cui siamo stati costretti e alle quali difficilmente rinunceremo nel futuro. La pandemia è stata anche fattore di accelerazione verso l’uso più diffuso della tecnologia nel campo medico, con la telemedicina e la diagnostica diffusa, verso la domotica, per fare vivere l’abitazione in modo sempre più pieno e intelligente. Insomma tutto questo deve spingere l’investitore ad un suo necessario riposizionamento alla luce delle trasformazioni che il Covid-19 ha reso necessarie.   L’uomo non cambia fisicamente a causa di una pandemia ma possono cambiare le sue abitudini. Il distanziamento sociale finirà e a quel punto tutto tornerà come prima solo se dimenticheremo l’insegnamento ricevuto. Dobbiamo pertanto sforzarci di migliorare almeno alcuni dei nostri comportamenti. L’investitore può e deve fare la sua parte in questo inevitabile processo di cambiamento, mediante un riposizionamento tattico verso dinamiche di scelte d’investimento più orientate alla sostenibilità, verso cioè criteri sempre più Esg. Andranno pertanto premiate con l’acquisto solo le aziende che si stanno muovendo in tal senso o che lo meritano più di altre, evitando di investire su quelle che non si attengono a questi criteri, seguendo la meritocrazia. Questo non solo per un senso squisitamente etico ma soprattutto economico: investire in questi settori aumenta la profittabilità di portafoglio e il controllo del rischio.   Insomma, nella seppur difficile situazione in cui ci troviamo, non possiamo non trovare anche spunti positivi. Questa emergenza ha ribadito con forza quanto questi nuovi criteri di selezione dei prodotti all’interno del portafoglio siano ormai fondamentali anche per disegnare la società del futuro, sulla base di una nuova dinamica interpretativa più votata al profitto come conseguenza di una strategia ESG.

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L'investitore tra il CIgno nero e l'Antifragile

Scritto il 13.05.2020

Nei giorni scorsi sono stato amabilmente rimproverato da un lettore di Focus Investitore che mi ha accusato di non avere spiegato l’uso delle parole Cigno nero alle quali ho fatto riferimento in alcuni passati editoriali di Focus Investitore. Ho cosi deciso di fare ammenda descrivendo con maggiore attenzione la provenienza e l’uso del termine che viene erroneamente usato in finanza per descrivere eventi estremamente negativi. In realtà tra questi rientrano anche quelli di segno opposto e di pari intensità, che però quasi mai vengono ad essere presi in considerazione. Uno degli ultimi è infatti il rialzo effettuato dal mercato americano dopo il crollo verticale di metà marzo oppure, questo molto evidenziato, del ciclo infinito di rialzo di mercato dal 2009 al gennaio 2020. La definizione di Cigno nero è latina ed è tratta da una frase del poeta Giovenale, vissuto nel primo secolo d.C., con la quale soleva indicare tutti quei fatti impossibili o improbabili, come vedere un cigno nero in natura (rara avis in terris nigroque simillima cygno). Nel XVI secolo esploratori europei invece scoprirono in Australia il cigno atratus, che è appunto di piumaggio nero. Rimase quindi come idea di un fenomeno di estrema rarità, improbabile ma non impossibile, sino a che nel 2007 Nassim Nicholas Taleb, saggista e matematico libanese naturalizzato statunitense, esperto di matematica finanziaria, usò questo termine come modello per descrivere gli accadimenti rari e significativi in termini di conseguenze che si verificano in natura e, quindi, anche in finanza. L’autore ne ha parlato per la prima volta nell’opera The Black Swan (Il Cigno nero, 2007), nel quale ha sostenuto tra l’altro anche l’impossibilità di anticipare gli eventi economici mediante previsioni. L’uscita del libro ha curiosamente coinciso con la crisi del subprime del 2007, precedendo di un anno esatto il fallimento di Lehman Brothers. Nel testo Taleb sostiene che gli eventi Cigno nero sono impossibili da prevedere appunto a causa della loro estrema rarità. Questi in economia posso poi determinare anche conseguenze catastrofiche. Per questo è importante che gli investitori mettano in preventivo la possibilità del loro verificarsi, indipendentemente dalla previsione della loro causa scatenante, in modo da potere agire di conseguenza. La certezza nel mondo della finanza in particolare è infatti irraggiungibile: ogni previsione è sempre confermata solo a posteriori, ricorrendo al facile uso del senno del poi. A questo riguardo mi sia consentito un esempio per chiarire meglio il concetto. Proviamo a pensare alla prevedibilità delle conseguenze derivanti da questa epidemia che, scoppiata nella lontana Cina, sta travolgendo l’intera umanità. Nella mancata previsione sono incorsi sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità e tutti i capi di Stato. In un attimo siamo passati dallo stato di epidemia a quello di pandemia e nessuno lo ha previsto o evitato. Questo Cigno nero, come altri lo sono stati in passato, era impossibile da prevedere. Ricordiamo ancora che eravamo stati rassicurati che niente sarebbe accaduto! Dire dopo che era prevedibile e controllabile equivale a non essere sul fatto ma sul senno del poi. Partendo dall’attuale Cigno Nero (che non è il primo e non sarà di certo l’ultimo), è importante soffermarsi sulle linee guida di cui abbiamo spesso parlato per la costruzione di un portafoglio che sia il più anti fragile possibile. Per questa definizione ho preso spunto dal titolo di un altro libro di Taleb Antifragile, edito nel 2012. Qui l’autore sostiene che “privare i sistemi di stress vitali non è necessariamente una buona cosa e può essere decisamente dannoso”. I cigni neri non solo sono imprevedibili ed inevitabili, ma sono addirittura utili. La resilienza di una economia la rende si resistente agli shock ma non la migliora, cosa che avviene invece quando la forza dello shock colpisce con grande forza e all’improvviso. Banalizzerò il concetto per migliore chiarezza facendo l’esempio di un atleta che si sottopone sempre a maggiori stress fisici e mentali per puntare al miglioramento dei propri limiti. Ecco che allora l’evento di cui stiamo parlando diventa elemento necessario per rafforzare il sistema (economico) che altrimenti rimarrebbe uguale a sé stesso, senza migliorarsi mai nel tempo. Da qui derivano i motivi per i quali quando si investe bisogna sempre concentrarsi sull’obiettivo, sul tempo e sulle preferenze dell’investitore, senza mai dimenticare il suo personale grado di sopportazione del rischio finanziario. Bisogna per questo sempre condividere con il cliente anche e soprattutto le eventuali debolezze del sistema in cui sta entrando, per prepararlo ad un eventuale shock, seppure possa apparire improbabile. Questi eventi possono causare danni catastrofici ad un’economia e poiché non possono essere previsti, possono essere preparati solo attraverso la costruzione di sistemi robusti e anti fragili. Allo stesso modo bisogna fare per costruire un portafoglio che deve essere robusto e anti fragile per l’investitore. Ecco la conseguenza del ricorso alle fallaci previsioni che possono solo aumentare la vulnerabilità dei portafogli in caso si presentasse un altro Cigno nero. Per questo, uscire dal mercato per scelta o per paura, affidandoci a previsioni o notizie, pensando di rientrare in tempi migliori o proteggerci, è il maggiore errore che un investitore possa fare.

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Questione di rotta, NON di patrimoniale

Scritto il 30.04.2020

  Non so cosa accadrà nelle prossime settimane sui mercati. Non so nemmeno se il governo deciderà di applicare una patrimoniale e su cosa potrebbe gravare. La più terribile tra queste capitò nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992, mentre si rincorrevano le voci di un possibile consolidamento dei titoli di Stato Italiano. Mentre gli italiani si interrogavano su questo rischio, il governo Amato, nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1992, fece uscire la lira dall’allora “serpente monetario”. Operò quindi un prelievo forzoso ed improvviso del 6 per mille su tutti depositi bancari, mediante un decreto legge di emergenza, prevaricando, anche se legittimamente, il parlamento. In quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla Lira, erano state inserite tra le altre, misure per l’aumento dell’età pensionabile, la patrimoniale sulle imprese, la minimum tax, l’introduzione per la prima volta dei ticket sanitari, una tassa sul medico di famiglia, un’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono circa 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso “stra” per diventare una imposta ordinaria: l’imposta comunale sugli immobili, detta Ici. Un poco di storia non guasta mai, specie in questi momenti convulsi in cui pare che questo virus sia la sola causa scatenante dei nostri problemi, che in verità vengono da molto più lontano.   Da allora ce ne furono altre di patrimoniali, come si può evincere dalla tabella che ho inserito a pagina 4 di Focus Investitore. Infatti le patrimoniali sono una specialità dei governi italiani, che si sono impegnati per la risoluzione dei problemi improvvisi mediante un’imposizione fiscale una tantum, che poi si trasforma inesorabilmente in qualcosa di perenne. Purtroppo però mai queste soluzioni sono state decisive per il miglioramento della condizione economica, sociale e politica del nostro paese. Perché mai dovrebbe essere diverso oggi? Rassegniamoci.   Comunque sia, il problema per noi non è quello di cercare di evitare a tutti i costi la patrimoniale. Innanzitutto perché non sappiamo ancora se ci sarà e poi perché non sappiamo nemmeno cosa andrà a colpire. Inutile quindi preoccuparci per trovare un sistema per evitarla. Basterà aspettare ed il tempo ci dirà se ne saremo colpiti. Siamo italiani e siamo bravissimi nelle emergenze. Questa volta è diverso solo perché il nostro problema principale è un virus, non una situazione economica. Ma la soluzione è la stessa: chiedere a chi già paga le tasse di pagarne ancora.   Una cosa però l’ho notata: da quando i mercati hanno tentato una risalita, l’attenzione si è concentrata non tanto sulle perdite subite e sulle modifiche tattiche per riportare verso l’alto il capitale investito, sfruttando i ribassi come opportunità e non come sventure, ma sull’eventuale applicazione di questa PATRIMONIALE. La cosa è ravvisabile nei mille e uno articoli che ne parlano sempre più spesso. Se poi con questa imposta si riuscissero a risolvere i nostri problemi, sono certo che gli italiani l’accetterebbero. Temo però che non sarà così anche stavolta e non abbiamo armi per difenderci. E per il momento, vendere tutto e trasferirci in un altro continente è impossibile.   Quello che però possiamo fare è preoccuparci dei nostri investimenti dato che non è per nulla prevedibile se la salita verso il punto di massimo, che certamente ci sarà, ci sorprenderà con una veloce V oppure con una più lenta U. Non so nemmeno se il mondo dopo questa pandemia sarà diverso, anche se la storia ci insegna che l’umanità difficilmente cambia i propri comportamenti nel breve periodo. Certamente quando il cigno nero prende possesso del nostro presente trasformandolo in un futuro incerto, l’uomo perde la testa. La dimostrazione l’abbiamo avuta a metà del mese di marzo.   Sicuramente la pandemia cambierà alcuni nostri comportamenti e l’esperienza aiuterà l’umanità a non ripetere certi errori. Ci evolveremo ancora come è sempre stato. Non dimentichiamo però che i fondamentali dei mercati finanziari sono rimasti intatti, perché non siamo in presenza di una guerra termonucleare totale, e il loro funzionamento non ne è rimasto compromesso per sempre ma soltanto sospeso. In ogni fase di panic selling si crea una cortina di fumo che viene sospinta da coloro che alimentando la paura. Gli stessi che poi ne approfittano avidamente. A questo riguardo ricordiamoci quanto insegna Warren Buffet “Dovresti avere paura quando le persone diventano avide. Dovresti essere avido quando le persone hanno paura”.   Per concludere, qualcuno ha calcolato quando avrebbe guadagnano se avesse investito durante i peggiori momenti di mercato della storia, quando i più vendevano e i pochi compravano. Ne abbiamo già parlato sin troppo di questo. Ricordiamoci però di questi numeri nei prossimi mesi qualora dovessero esserci altri improvvisi terremoti. Non dimentichiamo di tenere sempre la barra del timone sulla rotta iniziale, perché molte volte il ritornare in porto può diventare più pericoloso che affrontare la tempesta.      

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Niente sarà più come prima ma ...

Scritto il 27.04.2020

Si discuteva sino a qualche mese fa di quanto gli italiani fossero poco attenti nella gestione del proprio denaro, della troppa liquidità giacente sui conti e di quali problemi innescasse quell’enorme massa di obbligazioni a tassi negativi o prossimi allo zero. Ci si preparava da tempo ad una possibile recessione dovuta agli utili troppo alti, sempre però rimandata e nemmeno forse cosi ciclicamente necessaria. Poi improvvisamente la grande ombra del cigno nero è riuscita ad avvolgere l’intera umanità, colpendola non dal punto di vista economico ma da quello sanitario. Qui sta il punto più spigoloso: l’uomo in economia è da sempre alla ricerca di certezze sul proprio futuro. Chi mai si poteva aspettare che una pandemia portasse l’intera umanità alla situazione che stiamo vivendo? Eravamo partiti da pochi casi in Cina. La Cina sembrava così lontana, mentre ora aspettiamo la Pasqua in assetto da guerra batteriologica, chiusi in casa per decreto del Presidente del Consiglio, impossibilitati a qualsiasi spostamento e privati della nostra libertà di movimento. Chi tra i tanti “emettitori di sventura” avrebbe potuto immaginare tutto questo? Da qui è lecito porsi delle domande sul quando finirà davvero e su quali potrebbero essere i costi sociali, economici e sanitari che dovremo sopportare.     Non vogliamo nasconderla questa verità: certamente il virus ha alterato il nostro modo di vivere. Bisogna però ribadire che la sua forza non ha però distrutto la nostra voglia di normalità, che è fondamentale per la ripresa futura. Cosa intendiamo per normalità? È forse venuto meno il desiderio di uscire di casa per andare al cinema o prendere un mezzo di trasporto, che permetta a tutti noi di trascorrere un week spensierato? Proviamo a riflettere sulla volontà o meno di acquistare un bene di nostro interesse che desideravamo qualche mese fa. Siamo davvero sicuri che potendolo acquistare, in una situazione di ritrovata normalità ci rinunceremo? Qualcuno ha poi forse immaginato di poter lavorare in via definitiva da casa oppure di rinchiuderci i propri figli, per obbligarli a seguire delle noiose lezioni on line? Non dimentichiamo poi degli sforzi messi in campo da tutti i governi e dalle loro banche centrali per supportare l’economia. Ho semplificato e forse banalizzato ma non sarà sfuggito il mio messaggio: non voglio fare previsioni ma non è azzardato dire che l’incerto non sarà il SE succederà, ma il QUANDO questo potrà accadere. E non stiamo parlando di anni ma di mesi. Ancora una volta la pazienza deve esserci d’aiuto. Si, ritorneremo certamente alla normalità della nostra vita. Ricorderemo però le tante persone che a causa di questa pandemia non sono più con noi e del modo terribile con il quale ci hanno lasciati. Questa è l’unica cosa che ci cambierà per sempre.     Chi mi legge da tempo sa quanto io sia contrario alle previsioni, non perché non ne possa azzardare qualcuna per essere in buona compagnia, ma, piuttosto, perché queste sono di una tale inutilità che farlo mi porterebbe a contraddire il mio pensiero. Cosa possiamo dire allora che non sia previsione ma che possa essere, con la ragione di chi riflette su ciò che vede, che sa o che ha studiato, di conforto per gli investitori? L’intento è di lenire i danni derivanti dai portatori di sventura che in questi giorni lanciano segnali di catastrofe per l’umanità. Semplificando, è vero che niente sarà più come prima? Pensate davvero che i mercati si comporteranno in modo diverso da come hanno reagito in passato? La storia ci ha insegnato che le crisi, una volta risolte, portano solo un aumento del benessere e della ricchezza per un sempre maggior numero di uomini. Che poi ci siano abitanti del pianeta al di sotto della soglia di povertà, ai quali non sono nemmeno riconosciuti i fondamentali diritti umani è altra cosa e attiene alla giustizia sociale e politica, discorso che esula dal nostro. Qualcuno certamente subirà questi cambiamenti e ne soffrirà; per altri invece sarà solo una fase di passaggio, che ricorderà con tristezza quando tutto sarà finito. Come uomini siamo abituati da sempre a subire le cose che ci stanno accadendo, salvo poi dimenticarci di queste non appena ce ne viene data la possibilità. Come pensate risponderà l’umanità una volta trovata la cura o il vaccino? Come risponderanno i mercati? Molte saranno quindi le cose che cambieranno ma in positivo. Bisognerà per questo essere pronti con fiducia ad approfittarne, soprattutto per quanto riguarda i nostri investimenti, lontani il più possibile dal cinismo di cui l’uomo è spesso vittima.   Certamente questa pandemia ha innescato come punto critico una crisi economica mondiale che avrà come effetto determinante una riduzione degli occupati, il fallimento delle aziende meno solide il cui vuoto verrà riempito da quelle più competitive. In breve tempo però il mercato in espansione riporterà l’economia al punto di equilibrio per poi farlo ripartire con sempre maggiore vigore. Non dobbiamo dimenticare che non c’è stata una guerra, con la morte e riduzione della forza lavoro e la distruzione della capacità di produzione, ma solo una chiusura. Ci saranno settori che soffriranno di più e altri che invece si riprenderanno più rapidamente, profittando della situazione che si è venuta a creare, così come è sempre accaduto nella storia del mondo. Cambierà certamente anche il modo di globalizzare l’economia, evitando la concentrazione attraverso nuovi modelli di produzione e di distribuzione, alla ricerca della riduzione dei costi per aumentare i profitti.   Molte saranno quindi le cose che cambieranno ma in positivo. Bisognerà per questo essere pronti con fiducia ad approfittarne, soprattutto per quanto riguarda i nostri investimenti, lontani il più possibile dal cinismo di cui l’uomo è spesso vittima.  

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