Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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-
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06/09/2016

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PROBLEMI E OPPORTUNITÀ NEL COLLOCAMENTO DI UN PRODOTTO FINANZIARIO

Scritto il 29.10.2020

Cosa accade nella mente di un investitore quando decide di valutare l'andamento del suo portafoglio solo sulla base dei numeri, non sugli obiettivi per i quali quel denaro è stato investito? In un momento di forte ribasso, nel primo caso viene assalito dai dubbi sulla bontà del prodotto, mentre nel secondo sarà concentrato sulla capacità del “sistema” di portarlo verso la meta. Il modo con il quale uno strumento finanziario viene collocato è fondamentale per generare sul cliente resilienza o fragilità emotiva in caso di forte ribasso. Qui ci interessa suggerire quale sia il miglior modo per acquistarlo. Innanzitutto il cliente deve sempre essere coinvolto nel processo decisionale d’investimento, ancorché non comprenda esattamente nel dettaglio il funzionamento e la combinazione di tutti i prodotti che compongono quel portafoglio. Per questo l'intermediario ha sempre l'obbligo di fornirgli conoscenze, dati e criteri valutativi che possano aiutarlo in questa scelta. Un esempio ci chiarirà il concetto. Sappiamo che tenere troppo denaro sul conto corrente senza averne una esigenza immediata, è chiaramente una decisione sbagliata. Spetta al consulente fornire tutte le argomentazioni che supportino il cliente a preferire altro, usando una sintonia fine (grado di sopportazione del rischio, tempi di impiego, preferenze). Le tecniche di vendita, sfruttando l’avidità del cliente, possono facilitare il consulente a fornire argomentazioni in base alle quali appaia inadeguato stare liquidi. Tuttavia il problema è che la gestione del cliente con forte avversione alle perdite, in caso di forte ribasso diventerà molto difficile, specie quando l'avidità lascia spazio al rammarico per la perdita. Il guadagno nel lungo periodo deve essere frutto di scelta consapevole e condivisione, mai di improvvisazione o forzatura. Per questo motivo, se il cliente PREFERISCE tenere la liquidità, il consulente DEVE accettare e rispettare la scelta ancorché questa non ottimizzi la gestione. Per questo è tanto sbagliato sostituirsi al cliente quanto lo è non leggere un KIID, nel quale sono indicati alcuni dati fondamentali di funzionamento dello strumento finanziario. Diventa così sconveniente e pericoloso non indagare sulle motivazioni di acquisto, ma ancor peggio lo è non approfondire indicazioni basiche (tipo di investimento, periodo consigliato, grado di rischio, parametri di costo). Ecco perché è sempre richiesta la collaborazione tra cliente e consulente durante il processo di investimento. Scegliere per lui è sempre una forzatura così come lo è collocare strumenti finanziari senza indagare e rispettare le sue necessità, i suoi bisogni e le sue caratteristiche. Da questo ne deriva che non è mai colpa del prodotto la perdita di denaro, quanto piuttosto il suo cattivo impiego se dovuto a scelte sbagliate. Mifid obbliga il consulente a non assumere mai il ruolo di venditore ma, piuttosto, quello di facilitatore delle sue scelte, aiutandolo e supportandolo in queste, al punto da diventare un dissuasore quando queste siano palesemente inadeguate al raggiungimento dello scopo. È il consulente che dovrà fornirgli tutto il sapere necessario perché LUI possa effettuare una scelta consapevole nel rispetto delle SUE preferenze, delle SUE aspettative di guadagno, della SUA propensione al rischio e del SUO orizzonte temporale. Solo così gli alti e bassi del mercato, motivo di costante preoccupazione per il cliente e per il consulente, cesseranno di essere un problema trasformandosi davvero in reali opportunità.    

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Dialoghi sugli investimenti del futuro

Scritto il 22.10.2020

DIALOGO SUGLI INVESTIMENTI DEL FUTURO Su cosa è meglio investire oggi? Sono mesi che racconto di quello che stiamo vivendo e, interrogato spesso sull'argomento, cerco di trasmettere ottimismo in attesa di quel vaccino che ci riporterà alla nuova normalità, che sono certo non coincide con il ritorno al passato. Prima però di sviluppare il discorso che ho in mente devo fare una premessa. Ciascun investitore ha con il proprio denaro obiettivi da raggiungere ed ha anche una sensibilità al rischio, oltre ad una personale idea di guadagno che dovrebbe tendere a soddisfare le sue aspettative. Per questo motivo bisognerebbe porre fine all’inutile e dannosa abitudine di parlare di prodotti, dando maggiore attenzione ai motivi per i quali quel denaro sarà speso in un momento diverso nel tempo. La scarsa attenzione agli obiettivi è infatti una delle maggiori cause di insoddisfazione dell’investitore. Come dico spesso, “un ottimo callifugo non è efficace per guarire un’otite”: una diagnosi assente o errata è dannosa se porta all'uso di un farmaco sbagliato. Eppure basterebbe seguire alcune semplici regole per ritrovare la retta via nel campo degli investimenti, evitando errori banali, come le scommesse sul breve per ottenere risultati che si conseguono normalmente nel lungo periodo, oppure addirittura senza avere obiettivi precisi. Anche una sana e robusta diversificazione evita di trovarsi in condizioni negative qualora il denaro servisse prima del tempo stabilito. Tutto ciò richiede che il cliente diventi parte attiva negli investimenti: questo riduce l'asimmetria informativa con l'intermediario che genera errori difficili da correggere. Capitolo a parte meriterebbe poi il controllo del portafoglio nel tempo, attività in molti casi mai suggerita all’investitore ma che è l’unico vero strumento che dia risposte sulla validità delle scelte effettuate. A questo punto, evidenziate le ragioni della premessa necessaria da cui siamo partiti, rispondere alla curiosità dell’investitore attento non è difficile. Alcuni asset non dovrebbero mai mancare oggi, tanto più nel prossimo futuro, nella costruzione e nella manutenzione tattica di un portafoglio. Anche in questo caso l'elenco non è esaustivo ma solo indicativo di alcune tra le tante opportunità, tenendo primariamente conto che asset deve tenere conto del tempo, delle preferenze e delle caratteristiche di ogni singolo Investitore. Innanzitutto gli italiani sono molto poco investiti sul mercato asiatico, che sarà il vero motore della crescita economica del futuro, partendo da Cina e India, ancorché i loro andamenti siano oggi diversi. Altro elemento irrinunciabile è il mercato azionario Usa, uno dei pochi, anche nella stagione del coronavirus, che ha sempre mantenuto le promesse di rendimento nel tempo. L'Europa è pronta per una prova di forza sui mercati mondiali e l'esperienza Covid ci dirà se saprà sfruttare l'occasione che si è presentata. Per quanto attiene i settori economici suggerisco invece quelli relativi al cambiamento delle abitudini dei consumatori e quelli orientati allo sviluppo di tematiche demografiche (salute ed healthcare, bioingegneria, invecchiamento della popolazione). Non possiamo non porre l'attenzione sulle telecomunicazioni (con una previsione di investimenti nei prossimi 5-7 anni sul 5G di oltre 700 mld). Non dimentichiamoci dello sviluppo del cloud e dei servizi internet (gioco, istruzione, socializzazione, lavoro, consumi). Altre scommesse difficili da perdere sono quelle relative alla 4a rivoluzione industriale (robotica e cibernetica), quelle sull'intelligenza artificiale e sullo sfruttamento dei Big Data. Non possiamo evitare di citare il cambiamento climatico, definito nel 2017 dalla maggioranza dei grandi investitori mondiali (Asset Owner Disclosure Project) come un vero e proprio rischio finanziario da controllare e sul quale è impossibile non investire oggi. Ancora, il passaggio dall'energia fossile a quella green, la domotica che guiderà il futuro dell’urbanizzazione, la mobilità elettrica in tutte le sue declinazioni. Non da ultimo segnalo la sempre maggior attenzione degli investitori alla tutela dei diritti umani, sociali e dei lavoratori, per una diversa distribuzione della ricchezza, per un nuovo e più sostenibile ordine economico e finanziario. Insomma, i temi per investire non mancano e questa pandemia ha semplicemente accelerato macro trend già esistenti e ben definiti da tempo. Per dirla usando le parole del Prof. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia 2001 “Il Covid-19 ci ha fatto comprendere più chiaramente l’importanza della pianificazione a lungo termine degli investimenti responsabili sia nel settore pubblico che in quello privato e della creazione di una società con il giusto equilibrio tra mercati, Stato e società civile”. Questo è l'insegnamento che deriva dall’esperienza che stiamo vivendo: a tutti noi, investitori, consulenti e ad ogni stakeholder che partecipa al sistema, spetta il compito fondamentale di non sprecare nulla degli insegnamenti che stiamo ricevendo, per il nostro quotidiano, per il bene del nostro unico pianeta e per quello delle generazioni future.

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INVESTIRE OGGI NEL MERCATO IMMOBILIARE

Scritto il 15.10.2020

Stavo cercando dati statistici relativi alla decrescita del valore degli immobili in Italia per rispondere alla domanda di un cliente che mi chiedeva se non valesse la pena investire in immobili, visto il basso valore del momento di questi asset, piuttosto che su titoli, fondi o strumenti del mercato mobiliare. Certamente la richiesta di flussi cedolari spinge l’investitore a ricercare forme di investimento che possano dare delle certezze in un momento di estrema incertezza dei mercati. Per questo ho scelto di usare alcuni dati del settore immobiliare. L’Istat ci dice che nel 2019 quasi il 78% degli italiani possedeva una prima casa, per il 20% gravate da mutuo. Intorno al 15% invece la percentuale di nostri connazionali che ha “in portafoglio” anche una seconda casa. L'insieme dei dati ci conferma che tale scelta è, insieme a quella per i Titoli di Stato, tra gli asset preferiti dagli italiani. Il pensiero comune è infatti che l’investimento immobiliare sia sempre stato interessato da una crescita continua di valore nel tempo. A questo riguardo però l’Ufficio Studi di Tecnocasa ci dice che, pur aumentando il numero delle compravendite, la variazione media percentuale dei prezzi degli immobili ha subito una decisa decrescita concentrata nel decennio 2009 – 2019. Se analizziamo i numeri osserviamo che mediamente i prezzi delle case a Milano sono calati quasi del 10%, a Bologna del 24%, a Roma del 36%, a Napoli del 42%, fino ad arrivare al 53% di Genova. Sono molte le cause che hanno innescato tale fenomeno di disinnamoramento immobiliare. Tra queste annoveriamo l’inarrestabile calo delle nascite con riduzione progressiva della domanda di case, che sappiamo porterà entro il 2050 ad una popolazione italiana di almeno 10 milioni di unità meno numerosa, la diminuzione del prezzo degli affitti, derivante dalla notevole offerta di unità immobiliari, con conseguente decadimento del tasso di riempimento. Non secondario è poi il fenomeno dell'aumento di proprietari di seconde case che preferiscono tenere sfitto il proprio immobile per non rischiare di imbattersi in costose cause per il recupero delle morosità, aumentate di oltre il 40% solo nell'ultimo anno, o per sfratto. Come non considerare poi l’invecchiamento delle case esistenti a cui corrisponde anche una diminuzione della costruzione di nuove. Nel 2018 il rendimento medio derivante dall'affitto è stato del 3,9% a Milano, del 4,7% a Verona e del 3,3% a Firenze, il tutto al netto della cedolare secca. Risulta evidente quali pensieri inneschi questa diminuzione del ritorno di questi asset, se si pensa che questi valori devono essere diminuiti anche da altri costi non predeterminabili, quali le spese di manutenzione straordinaria cui gli immobili invecchiando sono sottoposti (caldaie, tubature, balconi) oltre a quelle per l'adeguamento a normative per la sicurezza e il risparmio energetico. Non dimentichiamo poi che bisogna sommare anche le spese per le ristrutturazioni dell'appartamento in caso di fine locazione, costi non calcolabili a priori che dipendono direttamente dallo stato dell'immobile al momento del rilascio. Da ultimo aggiungiamo il calcolo delle imposte di registro gravanti sulle seconde case, l'imposta catastale, le spese notarili oltre ad eventuali costi di intermediazione. Tutto ciò impatta negativamente sulla presunta redditività dell'investimento anche perché vendere al meglio potrebbe comportare anche lunghe attese. A questo punto non sarò certo io a consigliare cosa sia meglio tra un investimento immobiliare od uno mobiliare poiché in base a questi numeri, ciascuno sarà in grado di trarre le sue conclusioni una volta acquisita la conoscenza di quelli che sono i valori in campo, naturalmente considerando anche le proprie preferenze ed il proprio trade off tra rischio e rendimento di un asset così complesso come quello immobiliare. Tuttavia, stando che l'investimento di lungo periodo di un mercato azionario, come abbiamo già ripetuto innumerevoli volte, paga sempre con un segno ampiamente positivo nel lungo periodo, pur se toccato da momenti di crisi momentanee, voglio concludere il discorso con due domande provocatorie rivolte a chi preferisce l’investimento immobiliare:quale triste destino avrebbe colpito il consulente finanziario che avesse fatto perdere al proprio cliente tanto quanto hanno perso le case negli ultimi 10 anni, facendogli pagare anche tutti i costi sopra descritti? Inoltre, perché lo stesso rammarico non colpisce invece chi negli ultimi dieci anni ha investito (e perso) acquistando asset costituiti da prime e seconde case?  

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OGGI È MEGLIO LA STRATEGIA PAC O QUELLA PIC? DIPENDE ... 

Scritto il 08.10.2020

Viste le elezioni americane, certamente caratterizzate da una campagna elettorale piuttosto accesa, con ripercussioni sull'andamento dei mercati, non sarebbe meglio investire la parte azionaria del portafoglio a rate anziché predisporre un piano di investimento in formula PIC, anche se ben diversificato? Se fossi un veggente potrei rispondere suggerendo l'una o l'altra soluzione a seconda dell'andamento futuro dei mercati. Veggente però non sono, così ho pensato di approfittare dell’occasione per ribadire come nel tempo i mercati efficienti, cioè quelli che fanno crescere il loro valore nel tempo senza troppa discontinuità, danno sempre risultati molto interessanti. In verità la scelta della strategia dovrebbe dipendere esclusivamente dal cliente: dai suoi obiettivi, dalla sua predisposizione al rischio, dal suo patrimonio e dalla capacità reddituale, dal tempo a disposizione dalle sue conoscenze in termini di investimento, oltre che dal grado di sopportabilità del rischio. Tuttavia guardare al passato ci aiuta a prendere delle sagge decisioni, specie quando bisogna scegliere tra PIC e PAC. Per affrontare l’argomento ho scelto di verificare le due strategie prendendo come benchmark il fondo JPMorgan F Gb Socially Resp A USD Acc  (LU0210534813), un azionario globale che incarna in sé molti dei pregi che tutti vorrebbero in un investimento: ottimi rendimenti e persistenza dei risultati nel tempo, buona diversificazione e gestione, bassa volatilità e, cosa che non dovrebbe mai mancare in un prodotto d'investimento dall'era Covid, un’ampia esposizione alle tematiche ESG. Cosi, usando la piattaforma fornita da Quantalys, ho ipotizzato che questo fondo, nel periodo 4 ottobre 2010 - 2 ottobre 2020, sia stato sottoscritto da due clienti con diverse caratteristiche. Il primo, più timoroso ha scelto la formula PAC, investendo un totale di 120 mila € con versamenti periodici mensili di 1.000 €; il secondo invece, dotato di più capitale iniziale e più propensione al rischio, ha investito 120 mila € una tantum. Il risultato finale dice molto sul potenziale delle due strategie: con il PAC il rendimento è stato di +89,30%, con un capitale finale pari a 227.160 € e un guadagno di 107.160 €; con PIC invece l'incremento è stato del +178,19, con un capitale finale pari a 333.827 €, con un guadagno totale di 213.827 €!!! Visto con il senno del poi appare scontato quale delle due scelte sia meglio adottare, facendo però molta attenzione a quando si guarda solo rendimento. Tutto dipende infatti dalle preferenze del cliente e dalla sua patrimonialità ma anche e soprattutto, dalla capacità di sopportare quelle sgradite situazioni, impossibili da evitare, che in molti chiamano ribassi. Infatti, nel periodo considerato ci sono stati diversi drawdown (violente e improvvise discese del capitale dal punto più alto raggiunto). Allora provate per un momento a mettervi nei panni del cliente più portato al rischio che, in poco più di un anno dalla data d'inizio del suo investimento, ha visto il capitale investito scendere del 30,87%. Avrebbe resistito senza liquidare ciò che rimaneva se non fosse stato dotato di profonda resilienza e fede nell'economia reale? Quel decennio non è stato così facile come i rendimenti lascerebbero far credere. Quella salita è stata spesso interrotta e spezzata da diversi momenti di crisi che hanno impattato sui mercati, quindi anche sul capitale investito (quella del debito sovrano del 2011, quella del rublo russo nel 2014, il crack del mercato cinese nell’agosto 2015, passando poi per il crollo dei mercati mondiali della seconda metà del 2018. Vogliamo poi dimenticare la crisi che stiamo ancora subendo?). Certamente entrambi i clienti nel tempo sono stati ripagati dello sforzo, in particolare quello che ha potuto scegliere la strategia PIC. Per concludere, possiamo dire che nelle fasi più positive di mercato la strategia PAC è meno efficiente rispetto all'altra, mentre lo è quando siamo in presenza di forti ribassi prolungati nel tempo, in modo da permettere lunghe e profonde meditazioni. Certamente però l’investitore avverso al rischio che ha scelto il PAC dovrebbe tenere presente che nel tempo la capacità di mediazione della quota mensile versata cala progressivamente all'aumentare del capitale investito, aumentando progressivamente il rischio. Infine all'avvicinarsi della scadenza del completamento del piano decennale, non importa se con modalità PIC o PAC, bisognerebbe avere l’accortezza di valutare una diminuzione del rischio, magari consolidando almeno l'utile realizzato, in modo da non subire pericolosi ed improvvisi crolli di mercato.   

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L’oro come asset di portafoglio è davvero così consigliabile durante le crisi?

Scritto il 29.09.2020

Si parla spesso di investimenti in oro nei momenti di crisi. Che si tratti di crisi finanziaria, sanitaria o per fattori legati ad instabilità politica o per terrorismo, il consiglio dei massimi esperti per gli investitori è da sempre quello di proteggersi acquistando oro. Ma davvero è sempre così conveniente farlo? Siamo davvero sicuri che avere in tasca il lingotto sia la panacea di tutti i mali? Forse analizzando alcuni dati numerici possiamo dare una risposta alla nostra domanda. Intanto però alcune avvertenze necessarie: quando si investe è sempre meglio evitare le concentrazioni su di un unico asset, poiché sappiamo che una buona diversificazione aiuta a contenere non solo la volatilità del mercato, ma anche il rischio di grosse perdite. Inoltre è sempre sconsigliato investire seguendo l’istinto poiché è sempre necessario avere consapevolezza di quello che si sta facendo, assumendosene poi eventualmente la responsabilità in caso di errore, senza dare la colpa a qualche consiglio sbagliato. Cominciamo allora con il dire che acquistare oro nei momenti di massima richiesta, può essere un errore perché i prezzi possono essere ormai troppo alti. Ma questo non vale solo per l’oro dato che sappiamo quanto possa essere dannoso per il portafoglio investire con un market timing sbagliato. Inoltre alcuni dati forniti da T. Rowe Price, ci aiutano a valutare con attenzione la capacità dell’oro di proteggere davvero l'investitore quando i mercati vanno in crisi. Partiamo con il dire che negli ultimi 47 anni, l'oro ha battuto l’inflazione soltanto 24 volte, cioè nel 50% dei casi, rivelandosi una scommessa non sempre vinta. Inoltre, se è vero che l’aumento improvviso del suo prezzo in momenti di instabilità economica e politica ha permesso forti guadagni, lo è stato solo per chi già lo deteneva in portafoglio. Per dare tranquillità agli investitori più preoccupati, diciamo che passata la tempesta e ripresa la marcia verso l'alto delle borse, le azioni hanno ottenuto rendimenti anche molto superiori a quelli dell'oro, con una volatilità decisamente inferiore. Questo è capitato non solo negli ultimi mesi ma si è ripetuto sempre nel tempo. Infatti la sua volatilità media storica annua dal 1972 al 2018 è del 27%, contro il 18% dello Standard & Poor 500. Se vogliamo stare poi sulle crisi profonde subite dai mercati che stiamo confrontando, nel 1982 l'oro ha perso il 41% contro il – 40% realizzato dallo S&P500 nel 1974. Sappiamo anche poiché lo abbiamo appena vissuto, che i mercati azionari hanno una rapida capacità di ripresa, diversamente da quanto accade per l'oro. Certo è che un aumento dell'inflazione attesa potrebbe spingere ulteriormente gli investitori verso l'oro determinandone ancora, come accaduto nel marzo scorso, un ulteriore forte aumento di prezzo. A questo rialzo improvviso ha contribuito anche una maggiore richiesta di oro fisico conseguente all'esercizio dei derivati, con la necessità della consegna fisica del metallo prezioso, in presenza di una diminuita offerta relativa al rallentamento delle attività estrattive. Diciamo però come è andata davvero: quell’aumento di valore è stato pienamente profittevole solo per chi lo aveva già in portafoglio, piuttosto che per chi lo ha acquistato successivamente. Naturalmente non saremo noi a negare il tradizionale ruolo di bene rifugio tanto caro a chi, in presenza di alta volatilità, vorrebbe qualcosa di de-correlato dai mercati azionari, soprattutto quando entrano in crisi. Ma noi qui vogliamo parlare anche di un altro aspetto che riguarda l’etica delle scelte degli asset di portafoglio. Non bisogna infatti dimenticare che l'attività estrattiva in generale, in particolare quella dell'oro, non rientra tra gli investimenti sostenibili e responsabili, proprio per le condizioni di lavoro dei minatori, costretti a lavorare a profondità sempre maggiori oppure in squallide miniere a cielo aperto, dove il rispetto delle condizioni di lavoro, della dignità dell'uomo e della sicurezza del lavoratore sono spesso inesistenti. Inoltre non possiamo dimenticare che l’attività di estrazione dell'oro è tra le più inquinanti per il pianeta. Di conseguenza, per noi che siamo sempre più convinti che scegliere investimenti socialmente responsabili sia il meglio che si possa fare per il nostro futuro, oltre che naturalmente per contribuire ad una riduzione della volatilità del nostro portafoglio aumentando la performance nel tempo, investire in oro diventa un'opzione che non ci sentiamo di consigliare.

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COVID-19: LE OPPORTUNITÀ DI UNA CRISI ANNUNCIATA 

Scritto il 24.09.2020

Abbiamo sperato tutti durante l'estate che il virus stesse finalmente finendo la sua carica virale ed invece rieccolo qui che ritorna, pronto a colpire nuovamente durante i primi freddi autunnali. La paura resta, nonostante oggi sappiamo come comportarci per ridurre il rischio di infettarsi. Tutto questo non può che riverberarsi sui mercati mondiali, specialmente su quelli azionari. Da qui la domanda dell'investitore preoccupato “cosa succederà nei prossimi mesi?”. Israele ha già posto in essere il secondo lock down e i contagi, secondo i dati dell'OMS sono in aumento in tutto il mondo. Niente regressione, anzi. Del vaccino poi se ne sente parlare con molta prudenza, come se la soluzione non fosse così vicina.  I miei lettori sanno che non mi piace scommettere, specialmente quando si tratta di investimenti. Niente pronostici dunque poiché a seconda del tipo di persona che ti trovi davanti dovresti dare una risposta diversa per tranquillizzarla. C'è infatti chi avendo venduto al ribasso sta consumandosi nel rammarico di averlo fatto e c'è chi, pur essendo stato liquido nel momento del crollo, non ne ha approfittato. Cosa dovrei dire a loro di diverso da quello che ho già detto o scritto? Noi sappiamo ormai che i mercati azionari crescono nel lungo periodo, nonostante nel breve possano essere soggetti ribassi normali o a quelli a forma di cigno nero. Non importa la causa, la ripresa c'è sempre stata!  In verità, sapete qual è l’investitore che non soffre in questo momento? È colui che ha posto in essere una strategia dentro la quale con saggezza pazienza e metodo, è riuscito a proiettare nel tempo il risultato atteso del suo investimento, vendendo in caso di rialzo improvviso o comprando in caso di ribasso. Questo investitore è fermo nelle proprie scelte perché consapevole di quello che sta facendo e che deve fare nel tempo dell’investimento. Non importa se lo ha fatto mediante formule PAC o PIC perché lui, l’investitore previdente che ha diversificato sul mercato mondiale, sa che il tempo riduce la volatilità aumentando la performance. Ha scelto anche i prodotti giusti per l'impiego nel tempo di quel denaro, talvolta rinunciando al rendimento pur di essere coerente con il tempo che ha dato alla resa di ogni prodotto scelto. Questo investitore crede non solo nel futuro dell’umanità ma anche nel presente, perché è previdente e non ha concentrato tutto il suo patrimonio alla ricerca di quel totem pericoloso e crudele che è la performance slegata dal tempo. Lui è tranquillo perché sa che il mercato e il tempo stanno lavorando per lui e con lui, non contro di lui.  Io so anche a cosa stanno pensando coloro che hanno un portafoglio carico di obbligazioni, che pur rendendo poco più di niente fa rischiare molto: “quando arriverà la scadenza naturale cosa compreremo?”. Intanto, vista la variabilità del mercato del reddito fisso l'investitore italiano carico di BTP avrebbe dovuto agire vendendo, visto l'improvviso rialzo, quei titoli in portafoglio. Le occasioni ci sono sempre, altro che no! Sono segnali che non vanno lasciati cadere e che devono servire per decidere di cambiare rotta. In vece c’è chi ancora ha comprato al rialzo un titolo con una cedola prossima allo zero se non addirittura negativa. Possibile che i rendimenti a doppia cifra su alcuni settori azionari non facciano scattare almeno la molla della curiosità avvicinando a questo mercato anche l’investitore più prudente? Sappiamo dunque che comprando azionario e dando tempo al tempo, riduciamo la volatilità guadagnando sulla crescita economica mondiale che è irreversibile e inarrestabile. Non dobbiamo però cadere nell'errore di attribuire solo aspetti negativi al duro monito lanciato all'intera umanità da questo virus. Da qui dobbiamo trovare spunti interessanti per indirizzare i nostri investimenti verso la ricerca assoluta dei fattori ESG come elemento determinante ormai universalmente riconosciuto per una crescita sostenuta e sostenibile (Environment, Social e Governance). Sappiamo che indirizzare le nostre risorse verso questa tipologia di investimenti aumenta di molto la crescita del nostro portafoglio nel tempo, riducendo contemporaneamente la volatilità. Naturalmente si parla sempre di una visione di lungo periodo che non può che diventare la nuova strada maestra per la ricerca di valore. Non dimentichiamo poi di quanto abbiamo già detto: acquistare azioni ci trasforma in imprenditori e, proprio per questo, diventa fondamentale scegliere dove investire, su quali megatrend, con una visione che rispetti la società in senso generale e la governance aziendale, alla ricerca di risultati e rendimenti a favore di un ambiente economico e finanziario globale più sostenibile.    In realtà quello che era un obiettivo di lungo periodo è diventato, grazie al covid-19, qualcosa a cui dobbiamo tendere entro i prossimi 5-10 anni. Non approfittare oggi delle opportunità di investimento che si presentano sarebbe una tra le peggiori scelte di impiego del nostro denaro.     

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DELL'INVESTIMENTO E DELLA SPECULAZIONE 

Scritto il 18.09.2020

Durante le mie vacanze, nel relax ho ripensato ad uno scambio di idee che ho avuto con un cliente sull'imprevedibilità dei mercati e sulla differenza tra investire e speculare. Così mi sono dilettato nella ricerca di un esempio semplice per spiegare come si comportano gli speculatori e gli investitori quando i mercati crollano. Una premessa è però necessaria: perdere denaro non è l’obiettivo dell’investitore e nemmeno dello speculatore. Forse non lo è nemmeno per l’investitore che spaventato, si trasforma suo malgrado in uno speculatore perdente. Tuttavia sappiamo che lo speculatore mette in conto la possibilità di perdere anche tutto il suo denaro a fronte di un guadagno irraggiungibile con altri mezzi. L’investitore no, non può e non deve permettersi di perdere il proprio denaro. Per chi non accetta l'idea di perderlo la speculazione è l'unica frontiera da non superare mai. Eppure ogni giorno si leggono notizie di investitori che hanno aderito a proposte di guadagni mirabolanti e che poi lanciano strazianti grida di dolore delusi dalle perdite, attribuendo ad altri la responsabilità di tali scelte.    Un altro elemento attiene al concetto di tempo: lo speculatore non segue le dinamiche dell’orizzonte temporale ma cerca le proprie opportunità di guadagno “continuamente”, senza preoccuparsi degli obiettivi sottostanti per i quali quell'investimento è stato fatto (casa, vacanze, istruzione dei figli, ecc.). Per lui l’unico scopo è il guadagno fine a sé stesso, indipendentemente dal rischio. L’investitore invece deve preoccuparsi di non perdere denaro quindi necessita di una strategia, di tempo e di metodo; deve usare la ragione alla ricerca del rischio accettabile, consapevole che il risultato potrebbe anche tardare a causa di un eventuale “cigno nero. In particolare un investitore dovrebbe costruire il proprio portafoglio in base al proprio profilo di rischio, seguendo un criterio di diversificazione basato anche e soprattutto sul tempo a disposizione (più tempo più rischio, meno tempo meno rischio). Questo perché ormai conosciamo le straordinarie doti di attenuazione del rischio che ha il tempo.    Per questo non si dovrà mai prescindere dalle scelte dell’investitore anche qualora volesse mantenere nel suo portafoglio una maggiore presenza di prodotti meno rischiosi e un peso maggiore di altri dotati di maggiore volatilità, accettando a priori risultati inferiori. Non si comprende come mai allora, quando i mercati crollano, alcuni investitori che sino a qualche attimo prima avevano accettato la costruzione di un portafoglio dotato di tempo e rischio adeguato, diventino improvvisamente speculatori, votati al tutto dentro o tutto fuori, dimentichi in un solo istante di paura, di tutte quegli insegnamenti che sino a prima del crollo erano stati ampiamente condivisi. Essere investitore in un mercato azionario è diventare imprenditore, accettando le regole.    Ma è più facile dirsi imprenditori piuttosto che dimostrarsi tali. Vediamo di capirci meglio. Immaginate per un istante di essere un imprenditore che ha acquistato nel gennaio di quest'anno delle macchine per produrre un bene che oggi ha una scarsa domanda, ma che sino al febbraio 2020 andava a ruba. Pensate davvero che questo imprenditore, colpito come tutti dalla crisi, abbia cercato di svendere la “sua creatura” sui livelli minimi del marzo scorso, cercando di salvare il salvabile? La differenza sta nella coerenza dei comportamenti: chi vuole fare l’investitore o l'imprenditore deve accettarne il rischio e le sue conseguenze, anche a costo di dilatare i tempi del ritorno economico: infatti qui non si tratta di perdere ma semplicemente di accettare i nuovi tempi del giusto rendimento.    Rispondo immediatamente all'obiezione che è scattata nella testa del lettore: quando si acquista un fondo comune o una sicav si investe su una moltitudine di aziende e il rischio che tutte falliscono contemporaneamente è praticamente nullo. Quindi rimaniamo su quanto detto sopra: chi decide di condividere il percorso dell’imprenditore deve comportarsi da imprenditore e non da speculatore solo perché spaventato del crollo del mercato o perché ha guadagnato molto il poco tempo. A ben vedere lo speculatore esce al ribasso ma è pronto a rientrare, accettando il rischio di un tempo di rientro che può rivelarsi sbagliato. L’investitore spaventato quando esce non rientra sino a che il mercato non ha pienamente ripreso il suo corso, trasformando l'attività in un errore quasi mai rimediabile. Ancora, l’investitore che ha paura dovrebbe allora accettare di non essere nemmeno chiamato investitore perché di fatto accetta i guadagni e rifiuta le perdite. Per questo meglio sarebbe per lui stare lontano dai mercati che danno rendimento, rassegnandosi ad accettare rendimenti nulli o residuali.   La cosa giusta da fare per ogni investitore è allora quella di sforzarsi di mettersi in discussione, cercando di capire le dinamiche del mercato e le sue regole, accettando anche quelle che non piacciono, costruendo il suo impegno sulle proprie preferenze. Gli strumenti e i professionisti che possono aiutare in queste scelte ci sono. E come abbiamo già detto molte volte, queste scelte dipendono esclusivamente da noi.    

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Covid-19 e il potere delle nostre scelte d’investimento

Scritto il 04.09.2020

  È difficile trovare le parole giuste per terminare il ciclo di Focus Investitore in occasione della pausa estiva, soprattutto nella situazione in cui una causa inattesa ed imprevedibile sta tentando di modificare la nostra vita. Sappiamo che le forze in campo per sconfiggere questo virus sono notevoli. È consolatorio osservare come quasi tutti i paesi del mondo scambino tra loro informazioni per trovare la migliore terapia possibile per garantire alte percentuali di guarigioni. Il mio ottimismo mi porta anche a ritenere che il tempo necessario per scoprire il vaccino sia prossimo.   Paradossalmente gli ambienti che professionalmente frequento sono preoccupati non tanto per la salute della popolazione ma piuttosto per la crescita globale dei mercati che tuttavia, contrariamente alle previsioni più accreditate, hanno reagito molto bene alla crisi. Ben sappiamo infatti che in finanza queste contano quanto gli oroscopi all’inizio dell’anno e hanno l’unico scopo di rafforzare a posteriori le convinzioni di chi cerca conferme alle proprie pessimistiche tesi.   In questi giorni la diffusione incontrollata del virus, in particolare in India, Stati Uniti e Brasile, sembra però indebolire le convinzioni che la ripresa possa continuare, alimentando l’attesa di un nuovo ed imminente crollo dei mercati. Cosa succederà nei prossimi mesi nessuno lo sa e, per questo, vorrei invitare i lettori a non credere alle voci di sventura che fanno parlano di un futuro incerto e terribile, dominato dalla paura di infettarsi. Non bisogna mai rassegnarsi a cedere al catastrofismo imperante del momento. Mai, soprattutto quando si parla di investimenti.   Per questo motivo voglio consigliare la lettura del libro “Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo”, scritto da Anna Rosling Rönnlung, Hans Rosling, Ola Rosling e pubblicato da Rizzoli. Si tratta di un vero antagonista del pregiudizio che il mondo vada sempre peggio con l’aumentare degli anni. Qui scopriamo che molte delle convinzioni che noi abbiamo sono ingenerate da pensieri non corrispondenti alla realtà dei fatti. Ad esempio sulla povertà scopriamo che negli ultimi 20 anni, la sua percentuale si è dimezzata; allo stesso modo l’età media dell’umanità è aumentata a 70 anni mentre oggi oltre l’80% dei bambini di un anno è vaccinato contro il morbillo. Questi sono solo alcuni dei tanti esempi che vengono riportati, dai quali deriva che credere ad un mondo in declino è impossibile.   Certamente è vero che le medie dicono poco se le mettiamo in relazione a chi vive al di sotto di queste ed è proprio per questo condannato a livelli di povertà o di esclusione che ne limitano la vita. Infatti stiamo parlando qui di sociologia e non di etica. E sapendo che ci sono popolazioni intere che restano sotto la soglia di povertà, così come ce ne sono altre la cui l’aspettativa di vita è abbondantemente sotto i 70 anni oppure che non sanno neppure cosa sia una vaccinazione, certo diventa difficile pensare positivo. Tuttavia la crescita dei mercati è generata dal progresso economico che crea inevitabilmente ricchezza: negli ultimi 20 anni certamente le cose sono migliorate,certamente non abbastanza, ma sono comunque migliorate per molti, anche se non per tutti.   Oggi sappiamo invece che spetta anche a noi investitori cercare di “sfruttare” il Covid-19 a vantaggio nostro e dell’intera umanità. Dobbiamo cogliere il messaggio di cambiamento che ha voluto darci, senza che la negatività possa impossessarsi delle nostre scelte, confidando invece sul futuro e sulle capacità dell’essere umano di tendere sempre e comunque al miglioramento della propria condizione di vita. La storia dell’umanità ci insegna però che migliorare dipende dalle nostre scelte. Nessuno deve sentirsi escluso e tutti dobbiamo sentirci responsabili per l’accelerazione di questo processo che tende a ridurre le distanze tra noi, l’uomo medio e l’ultimo tra gli uomini. Spetta quindi anche a noi dare un contributo fattivo perché questo possa avvenire il prima possibile, attraverso una scelta sempre oculato dei nostri investimenti, per il nostro bene e per quello dell’intero pianeta.     Giovanni B. Donini

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L’ora delle scelte

Scritto il 28.08.2020

L’ora delle scelte    “Cosa succederà se i casi di contagio dovessero ancora aumentare? Ce la faremo ad uscire dalla crisi innescata dal virus?”. Queste sono alcune tra le domande più gettonate del periodo che stiamo attraversando. Certamente i media non ci aiutano con la loro continua evidenziazione di notizie negative, che pesano infinitamente più di quelle positive che emergono a fatica e che non ottengono mai la stessa rilevanza. Certo non bisogna abbassare la guardia, ma perché non cominciare a respirare per uscire dall’apnea cui siamo stati obbligati dai gravosi mesi di lock down? Perché non gioire per qualcosa di positivo, invece che rassegnarci sempre e comunque alla negatività?   In questo senso dobbiamo interpretare la domanda che l’investitore oggi si pone dopo avere vissuto i pesanti ribassi di mercato, seguiti dalla veloce ripresa che ancora non si è esaurita. E ciò vale soprattutto per coloro che hanno abbandonato la lotta spaventati dai ribassi e che vivono il rammarico per i rialzi che hanno perso. L’interrogativo verte proprio sulla consistenza della ripresa, cioè se l’attuale fase sia di “calma prima della tempesta” oppure di un vero e proprio ritorno alla normalità.   A questo riguardo sappiamo che quando si parla di futuro non ci sono mai risposte scontate o facili, proprio perché la maggior parte delle attività umane si fondano sull’incertezza. L’economia è una tra queste ma ha un’evidenza che è indiscutibilmente consolidata dall’esperienza: nessuna crisi dovuta a pandemia o a conflitti bellici ha mai fermato il progresso e, quindi, l’ascesa dei mercati.   Il lock down non ha eliminato la crescita mondiale e nemmeno l’ha rallentata, anzi. Paradossalmente ha semplicemente accelerato l’ascesa di alcuni settori, determinandone la trasformazione, la decrescita o la fine di altri. Pensiamo infatti alla tecnologia e ai servizi collegati, all’aumento della richiesta di sanità e servizi collegati, alla farmaceutica, alla robotica. Come dimenticare il progresso improvviso della comunicazione digitale con webinar, riunioni, incontri virtuali e Smart Working a farla da padrone. Che dire poi della guerra scatenata sul 5G dagli Usa verso la Cina, che sappiamo sta già lavorando su tecnologia 6 e 7G. Infatti sapendo di questa sperimentazione cinese, il nostro 5G diventa inesorabilmente passato. Per questo non investire su questi settori sarebbe follia, specialmente per tutti quegli investitori che hanno tempo e obiettivi da realizzare a medio e lungo periodo.   A queste accelerazioni e trasformazioni dobbiamo abituarci, cosi come dobbiamo accettare l’estrema e rapida volatilità dei mercati, senza dimenticarci dei tassi obbligazionari sempre più tendenti allo zero o alla negatività. Ormai ci troviamo davanti ad un inesorabile scelta: accettare finalmente di applicare un metodo per investire oppure affidarsi alla fortuna o all’approssimazione nelle scelte, con un rischio che può diventare non più sopportabile. Meglio sarebbe allora non investire nemmeno, rimanendo liquidi sul conto, in attesa che l’inflazione o una patrimoniale intacchi il capitale.     Giovanni B. Donini  

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L’imposizione fiscale nel risparmio gestito 

Scritto il 21.08.2020

  Capita qualche volta che un cliente si stupisca di un disallineamento sui fondi comuni, sia per quelli di diritto italiano che per quelli esteri, tra gli importi valorizzati prima di un disinvestimento e quelli accreditati sul conto corrente. L’effetto è dovuto all’imposizione fiscale generale che grava sui guadagni, sia che si tratti del pagamento di cedole o di rimborso totale o parziale delle quote in portafoglio. Abbiamo poi anche la cosiddetta imposta di bollo annuale, la quale colpisce la consistenza patrimoniale, indipendentemente da guadagni o perdite. A questo punto vediamo a quanto ammontano queste imposte da versare allo Stato, tenendo sempre presente che sarà l’intermediario finanziario a provvedere per nostro conto in qualità di sostituto d’imposta.   Le plusvalenze (guadagni) realizzati dai fondi di diritto italiani e delle Sicav estere armonizzate sono tassati nella misura del 26%, ad eccezione delle parti investite in alcuni strumenti finanziari che sono ancora assoggettati al 12,5%. Tra questi ricordiamo i Titoli di Stato italiani, i buoni postali e le emissioni di regioni, province e comuni, ovvero Titoli di Stato esteri emessi da nazioni presenti nella White List oltre a obbligazioni di enti sovranazionali riconosciuti. Come abbiamo già detto la tassazione viene applicata con la realizzazione per cassa, cioè incide al momento della liquidazione totale o parziale delle quote, compresi i pagamenti di importi distribuiti sotto forma di cedole. Si parla di realizzo non solo quando c’è una vendita ma anche quando chiediamo uno spostamento tra comparti diversi della stessa famiglia di fondi. Anche in questo caso l’imposta verrà calcolata e versata dall’intermediario.   Qualora dalla vendita delle quote si abbia una plusvalenza (guadagno) saremo nella categoria fiscale dei redditi da capitale mentre, in caso di minusvalenza (perdita) ci troveremo in presenza di qualcosa che rientra in quella dei redditi diversi. Prestiamo però attenzione a questa differenza di denominazione perché proprio su questo si fonda l’impossibilità nel risparmio gestito di compensare minusvalenze e plusvalenze. Il fisco infatti non permette la compensazione tra redditi di diversa natura. Da ciò ne consegue che le perdite da fondi comuni di investimento possono essere compensate solo da plusvalenze derivanti da “redditi diversi”, ottenuti cioè da altre forme di investimento come obbligazioni, azioni, certificates, ecc. A questo fine, a chiusura del rapporto di deposito o amministrazione, l’intermediario è tenuto a rilasciare apposita dichiarazione dalla quale risultino i dati necessari per consentire la deduzione delle minusvalenze con eventuali altre plusvalenze, naturalmente sempre e comunque in un diverso rapporto ma parimenti intestato. In caso di contestazione la certificazione viene rilasciata pro-quota a ciascun cointestatario. La minusvalenza (redditi diversi) così certificata potrà essere portata in deduzione dalle plusvalenze (redditi da capitale) realizzate nei periodi di imposta successivi, ma non oltre il quarto, sia nel regime amministrato, anche presso altro intermediario, sia nel regime della dichiarazione. Non è ammessa invece la deducibilità nel regime opzionale gestito.   Di altra natura è il prelievo conosciuto come imposta di bollo che colpisce sia il conto corrente (34,20 euro) e gli altri strumenti finanziari depositati sul conto titoli (0,20%). Si tratta di una vera e propria tassa sul risparmio di carattere patrimoniale, introdotto dal Governo Monti. Anche in questo caso l’investitore si avvale per il versamento dell’intermediario finanziario che diventa sostituto d’imposta. Il pagamento avviene attraverso l’addebito sul conto corrente sul quale gli investimenti sono depositati. Interessante è osservare che, a differenza della tassazione sulle rendite finanziarie che colpisce solo gli utili, l’imposta di bollo incide invece indipendentemente dal guadagno o dalla perdita. Colpisce quindi la consistenza patrimoniale e non la tipologia di prodotti presenti sul conto titoli al momento della rendicontazione. Il quantum viene infatti calcolato sul controvalore totale del deposito titoli (azioni, obbligazioni, fondi comuni d’investimento e altri strumenti finanziari, sugli eventuali altri importi vincolati e sulla consistenza del conto per la parte che eccede i 5.000 euro. Il periodo di riferimento per il calcolo dell’imposta dovuta è l’anno civile e avviene al momento della rendicontazione. Se le comunicazioni sono inviate periodicamente nel corso dell’anno, ovvero in caso di estinzione o di apertura dei rapporti in corso d’anno, l’imposta è rapportata al periodo rendicontato.   Anche sulle polizze assicurative la tassazione delle plusvalenze avviene al momento del riscatto totale o parziale, cioè al momento del realizzo. Le aliquote applicate sono quelle già viste sopra del 26% e del 12,5% a seconda del tipo di strumento finanziario considerato. Un regime di favore è riservato alle polizze di ramo III Unit Linked, che consentono la compensazione tra i vari comparti e fondi, permettendo quindi una migliore ottimizzazione fiscale. Questo tipo di polizze, a differenza di quelle di Ramo I che ne sono esenti, sono comunque soggette all’imposta di bollo dello 0,20%, ma il cui versamento è posticipato al momento del riscatto totale o parziale        

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Il peso del rammarico di una vendita sbagliata

Scritto il 12.08.2020

  I post che scrivo su MoneyController hanno da sempre la presunzione di voler essere validi supporti formativi e informativi per aiutare l’investitore che non ha troppa voglia di essere coinvolto nel processo decisionale ma che deve per Mifid avere consapevolezza di quello che fa quando investe. È infatti la legge che impone a noi consulenti e intermediari finanziari in generale, di coinvolgere sempre e comunque il cliente nelle scelte d'investimento, nel rispetto delle sue preferenze, competenze e volontà, in modo che sia sempre vivo il principio di consapevolezza. Certamente non pretendo che il mio noioso post venga sempre e comunque letto. La speranza è che ci sia almeno la lettura di “quel tanto che basta segnato dall’ogni tanto”, proprio per rinfrescare alcuni concetti che non si dovrebbero mai dimenticare, soprattutto quando il mercato si trasforma da lago calmo in fiume impetuoso che sembra trascinare tutto a valle.   Sappiamo per esperienza che vendere nel momento in cui il mercato crolla può essere giusto o sbagliato solo alla luce del senno del poi. Chi ha letto i miei precedenti post sa che sbagliare il momento di ingresso o d'uscita in un investimento, soprattutto in momenti di alta volatilità, può diventare un errore determinante, spesso difficilmente risolvibile. Per questo le esperienze passate devono essere usate sempre per valutare i nostri comportamenti da investitori. Oggi ad esempio sappiamo grazie al senno del poi, che uscire dai mercati nel mese di marzo senza più rientrare, è stato un gravissimo errore.   Per restare nell’analogia che mi piace sempre usare, sarebbe bello che i pazienti seguissero le cure dei loro medici magari interagendo con loro anche prima dell'importante momento della diagnosi. Lo stesso vale naturalmente anche nel rapporto tra consulente e cliente. Il punto nodale sta proprio qui e prendo il coraggio necessario per scrivere quanto segue: siamo davvero sicuri che tutti coloro che investono, per il solo fatto di farlo, siano solo per questo meritevoli di ricevere il premio per il rischio scelto o sperato? Non è sufficiente investire per avere diritto all'ambito premio, ma è necessario anche seguire TUTTI i consigli che vengono dati, ammesso e non concesso che siano quelli giusti. Ma io sono per dare sempre fiducia ai professionisti, sino a prova contraria. Poi però, quando la prova viene data, positiva o negativa che sia, è necessario agire senza tentennare.   Facciamo un esempio per spiegare meglio il concetto. Io paziente accetto l'intervento che il mio medico mi prescrive per la cura della mia malattia e con questo, divento consapevole della prognosi e dei tempi di guarigione. Certamente come si sa dei correttivi potranno essere decisi, proprio per calibrare le cure nel tempo. Se però il paziente rinuncia a curarsi perché perde la fiducia e il medico non fa nulla per farlo ragionare sulle conseguenze della scelta, nulla potrà essere imputato al medico, se non la colpa di non avere coinvolto sufficientemente il paziente. Infatti per metafora, qualunque consulente che in un momento di ribasso non sia fermo dallo sconsigliare al proprio cliente la vendita di un asset, oppure proceda senza coinvolgerlo in un successivo reingresso sul mercato al primo calo di tensione, dichiara la sua scarsa professionalità ed incompetenza.   Dando risposta alla domanda posta appena sopra possiamo dire che se l'investitore consapevole e informato, liquidasse la sua intera posizione nonostante la contrarietà del suo consulente, certamente sarebbe colpevole per quella scelta, meritando di perdere denaro proprio per il non rispetto del patto di partenza. Infatti va da sé che quando si sceglie di investire il cliente va sempre coinvolto nel processo decisionale e a lui vanno sempre spiegate integralmente le condizioni che sottendono all’impegno da assumere. Quando non si comprende cosa si sta per firmare è sempre meglio non firmare. Detto ciò, una volta accettate e condivise le scelte, l'errore non è più dolosamente imputabile al consulente. Semmai potrà trattarsi di colpa grave, commessa per non avere approfondito maggiormente il limite della sopportazione del rischio tollerabile. Altra cosa è invece la responsabilità del cliente che durante la “cura” decide volontariamente di interrompere l’investimento, senza rispettare quei parametri che si erano delineati. Questo è ciò che accade quando per la paura di perdere si liquida un investimento senza che quel denaro serva davvero: dare sempre e comunque la colpa al consulente è troppo facile cosa che spesso accade al cliente per sgravarsi dalla condivisione della responsabilità di una scelta.    Concludo ricordando che il rammarico di avere venduto quando il mercato risale ha lo stesso peso della paura per la perdita di un mercato in discesa. A questo riguardo, riporto l'attento lettore a quanto avevo scritto già nel post del 13 marzo scorso dal titolo ” Il mondo non finirà, facciamocene una ragione!”:   “In una fase di mercato come questa, è molto semplice farsi prendere dal panico e svendere. I veri eroi, cioè coloro che giustamente verranno ricompensati con il premio al rischio, per il sacrificio e la fatica di resistere, saranno tutti coloro che non si lasceranno distrarre dalle sirene negative che in questi giorni trasmettono immagini di sciagure e che hanno lo scopo di fare felici gli speculatori. Chi vende solo per la paura, senza rispettare il tempo che si è dato per cogliere i frutti del suo sacrificio, certamente avrà meno risultati se riuscirà a rientrare, poiché lo farà solo in un momento successivo, quando magari sarà tardi. Lo sconfitto sarà solo chi ha avuto paura, colui che ha accettato di svendere per zittire le urla che lo spingono ad abbandonare il campo. Chi lo farà è condannato a non rientrare più, se non a fine ciclo, vittima dell'illusione che entrare (o uscire) al giusto momento paghi sempre e comunque”.     GB Donini    

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Una modifica tattica di portafoglio

Scritto il 29.07.2020

  Tutti ormai ci siamo fatti una ragione di quanto questo virus sia riuscito a cambiare le nostre abitudini, sino al punto da convincerci che “nulla potrà più essere come prima”. Ammesso e non concesso che questo possa corrispondere al vero, in attesa che la pandemia venga definitivamente superata, puntiamo la nostra attenzione su alcune costanti che non sono affatto cambiate. Tra queste spicca certamente la capacità di recupero del mercato Usa, che era e resta comunque la più grande e solida economia al mondo. Dopo l'intenso ribasso del marzo scorso, abbiamo registrato una straordinaria capacità di recupero di Wall Street, grazie anche agli intensi sforzi messi in campo dalla Fed e dal Governo Usa. Peccato che non si possa dire lo stesso per noi europei, troppo vincolati da decisioni fatte di preconcetti miste a burocrazia. In attesa che altre economie seguano la stessa strada degli Stati Uniti è arrivato il momento in cui l’investitore non può più aspettare ad apportare modifiche tattiche al suo portafoglio, proprio in virtù dell’accelerazione dei cambiamenti indotti dalla pandemia, specialmente se l’asset è particolarmente aperto alla componente obbligazionaria. La tabella qui sotto riportata è stata tratta dal sito https://advisor.visualcapitalist.com/top-performing-sectors-2020-ytd/ Come possiamo vedere da inizio anno sul mercato americano, il settore più interessante è stato quello dell'Information Technology, che ha registrato un grande balzo in avanti, con una repentina ripresa a V che ha dato un rendimento medio pari al 13,5%, rafforzato soprattutto dalla crescita delle più grandi aziende quotate nell'indice S&P 500. A questo riguardo risulta significativo il commento del Ceo di Microsoft Satya Nadella che ha dichiarato "Abbiamo visto due anni di trasformazione digitale in due mesi". I cambiamenti che si pensava potessero essere realizzati in anni si sono manifestati in pochi mesi, cosa che induce a ritenere che i rialzi non siano finiti, seppure in presenza di una volatilità molto alta. Meno esplosivo è stato invece il dato di crescita dei consumi discrezionali, all'inizio penalizzati dal lockdown e poi in successiva netta ripresa, soprattutto per le società di vendita online. In questo caso si sono raggiunti livelli di crescita mai raggiunti prima con incrementi superiori al 7% dai livelli pre covid. Molto reattivi anche i settori dei servizi di comunicazione e dell’assistenza sanitaria, che hanno registrato rispettivamente incrementi medi del 3% e dello 0,50% YTD. Merita una particolare attenzione il dato che riguarda le otto aziende di biotecnologia quotate su S&P che stanno sviluppando il vaccino anti covid: la loro capitalizzazione è passata in pochi mesi da 160 ad oltre 600 miliardi di dollari. Tutti questi settori meritano infatti di essere inseriti in un portafoglio destinato alla crescita. Tra i peggiori risultati è da segnalare il – 30% toccato dal settore energia, in parte causato dall'improvviso crollo del prezzo del petrolio, il -19% dei servizi finanziari, con particolare rilevanza negativa imputabile principalmente alla scarsa reattività delle banche per la risoluzione della crisi di liquidità Per quanto attiene il settore industriale registriamo il –12%, determinato dall'interruzione della catena di approvvigionamento che ha rallentato la produzione. Il tutto è stato poi acuito dalla difficoltà dei trasporti e certamente anche dal temporaneo e naturale crollo della domanda interna. Proprio a causa dei notevoli ribassi, questi settori potrebbero diventare una straordinaria occasione d’acquisto se effettuati prima della riapertura completa delle diverse attività economiche. Non voglio dilungarmi oltre perché le indicazioni su come modificare e potenziare la crescita del portafoglio appaiono molto evidenti anche ai non addetti ai lavori. Piuttosto Il suggerimento che mi sento di dare è di adottare sempre una grande diversificazione mediante l'uso non di indici ma di fondi a gestione attiva che sappiano cioè anche adottare una selezione oltre l'indice di riferimento. Non dimentichiamo mai che si diversifica per ridurre il rischio non per cercare rendimenti assoluti più alti mediante una scommessa.  

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