Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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QUESTIONE DI METODO ... E DI ESPERIENZA (1)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 20.04.2021

Durante i miei primi 30 anni di carriera ho letto molti libri, un'infinità di giornali e riviste, e ho partecipato a molti corsi. Questa attività è ed è sempre stata piacevole oltreché necessaria, per cercare sempre nuovi stimoli di crescita professionale. Durante la mia esperienza di studio e lavoro ho però capito una cosa che mi sento di suggerire ai lettori: evitate di concentrare la vostra attenzione al titolo di un libro o di un articolo finanziario per trarre conclusioni sulle quali basare scelte d’investimento, poiché molte volte è usato principalmente per catturare l’attenzione, talvolta senza rappresentare il contenuto. Per questo il primo consiglio che mi sento di dare è quello di approfondire sempre gli argomenti trattati, cercando di leggere il più possibile tutto il contenuto con uno sguardo attento, in modo da entrare nella notizia o nell’argomento con la consapevolezza necessaria, oltre che con molto spirito critico. Troppe volte tra le parole di un titolo si nascondono insidie che sfuggono al lettore disattento e frettoloso. Confesso che in quel periodo la pagina più interessante per me, giovane consulente alle prime armi, era quella de IlSole24Ore che riportava la valorizzazione degli andamenti delle quote dei pochi fondi comuni commercializzati in Italia, che allora non erano più di una cinquantina. Oggi invece quel numero è cresciuto al punto che in Europa se ne distribuiscono oltre 30mila. In quel periodo era facile studiare e conoscere bene un prodotto, poiché il mono mandato consentiva la distribuzione solo di quelli di casa. Oggi invece, con l’architettura aperta o semi aperta, conoscerli tutti diventa pressoché impossibile. Pertanto vista l’offerta, limitarsi a scegliere solo quelli proposti dalla propria banca, che di solito offre solo quelli di casa, è davvero una cosa che riporta indietro nel tempo, anziché avanti. Si può operare meglio sia in termini di quantità che di qualità, per questo nei portafogli che costruisco sono solito inserire diverse società prodotto, ciascuna delle quali è un'eccellenza negli asset che mi interessa inserire. Altro argomento di paragone tra ieri e oggi è la quantità di dati e informazioni fruibili per il cliente. Allora era già un successo avere dati disponibili, sia per la limitatezza delle fonti, che molto spesso erano anche autoreferenziali e poco diversificate, sia perché le rare informazioni dovevano essere funzionali alla vendita di un prodotto, altrimenti venivano trascurate. Oltre a ciò, le “notizie” fornite dalle società sul prodotto non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelle di oggi. Per questo il vero problema che si affronta ai giorni nostri non è la scarsità dei dati o delle informazioni ma piuttosto, la loro abbondanza. Spesso ciò è causa di confusione per l’investitore che troppo spesso si perde nella selezione di notizie e dati, che molte volte sono fornite anche in modo contraddittorio. In piena pandemia poi, con l'abuso dei sistemi digitali per il distanziamento sociale, il numero delle informazioni è cresciuto esponenzialmente con una distribuzione troppo ravvicinata, spesso anche infrasettimanale, al punto che tutto il materiale diventa difficile da utilizzare in modo efficace. Per questo, il consiglio che mi sento di dare a chi vuole informarsi, è quello di non pescare a caso nella massa, ma selezionare pochi e affidabili “fornitori” che siano di valido supporto nella scelta di un investimento, abituandosi sempre ad adottare un atteggiamento critico nella lettura. [...]    

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IL COMPLICATO MONDO DEI BITCOIN

Scritto il 13.04.2021

Sempre più spesso mi vengono poste domande sui Bitcoin e sull'opportunità di un loro inserimento in portafoglio. Non è il mio campo e me ne intendo molto poco di criptovalute lo confesso, soprattutto mi avvicino con molta prudenza ad ogni investimento che è caratterizzato da una estrema volatilità. Tuttavia non per questo posso dirmi totalmente privo di conoscenza a riguardo. Partiamo dunque con una definizione: il Bitcoin è una moneta digitale che si scambia via internet direttamente tra due persone e cioè senza bisogno di una banca intermediaria. Per ricevere, custodire ed inviare Bitcoin non serve infatti avere un conto corrente, un bancomat o una carta di credito. Bisogna però dotarsi di un cd wallet e cioè di un portamonete digitale in grado di conservare e proteggere il capitale. Per questo possiamo dire che non è una moneta di scambio o un investimento facilmente utilizzabile da chiunque. Monete di questo tipo, dette criptovalute o altcoin, ce ne sono oltre un migliaio. Per chi volesse cominciare ad interessarsi ai loro andamenti può consultare i moltissimi siti che ne offrono le quotazioni.  La cosa che a noi interessa è però quella di dare alcuni suggerimenti a tutti coloro che vogliono cominciare ad avvicinarsi a questo mondo complicato, sia in qualità di investitore che in quella di speculatore, tenendo sempre presente che nessun investimento può essere considerato sbagliato se c'è la piena consapevolezza di quello che si sta facendo. È quindi necessario comprendere che l’approccio alle criptovalute può avvenire in forma di trading, che richiede quindi l’iscrizione ad una piattaforma anche convenzionale dove sarà possibile negoziare Bitcoin sotto forma di contratti derivati che replicano il valore del sottostante, il cui vantaggio è quello di poter operare senza convertire denaro. Se invece l’idea fosse quella di acquistarli per tenerli in portafoglio come un asset alternativo strategico, così come farebbe un investitore di lungo periodo, si può ricorrere agli exchange di criptovalute, cioè servizi online che convertono euro o dollari in valuta digitale come ad esempio eToro oppure Binance. Un’ulteriore possibilità d’acquisto viene offerta dalle piattaforme di investimento che quotano gli ETP(Exchange Traded Products), strumenti d'investimento che replicano la performance del bitcoin come fosse un indice. Il primo ETP in assoluto ad essere quotato sul mercato europeo è stato il BTCetc Bitcoin Exchange Traded Crypto (BTCE), partito nel giugno 2020. Per chi invece volesse approfondire le criptovalute consiglio di andare direttamente sul sito della valuta regina (bitcoin.org/it/), dove l’argomento è trattato in modo semplice e fruibile, soprattutto nella parte in cui viene spiegato l'uso del wallet. Certamente le criptovalute non sono per tutti poiché sono altamente volatili, quindi sconsigliate in particolare a chi è estremamente sensibile alla variazione di prezzi. Pertanto la prima cosa che mi sento di consigliare è di cercare sempre di approfondire il tema, soprattutto quando l'elemento che genera la curiosità è la parola guadagno, termine affascinante in sé ma che talvolta nasconde pericolose insidie, soprattutto nel campo delle piattaforme dove molte sono state le truffe. Come abbiamo già ripetuto diverse volte, investire consapevolmente significa capire cosa si sta negoziando: non bisogna commettere l'errore di fare qualcosa solo perché qualcuno ci prospetta facili guadagni. Ciò vale per ogni investimento in generale, figuriamoci quando parliamo di investimenti ad alta volatilità. Sappiamo quindi che tutte le criptovalute ne sono dotate, ponendosi quindi più come uno strumento di speculazione che come investimento di lungo periodo. Certamente per chi invece preferisce mantenerle in asset per lungo tempo, possono anche diventare fattore di diversificazione, sempre e comunque da inserire nella componente ad alto rischio. Meglio sarebbe quindi investire solo la quantità di denaro che ci si può permettere di perdere senza particolari patemi d'animo. Infine, per l’investitore di lungo periodo ricordo di tenere sempre sotto controllo questo tipo di asset, prestando sempre molta attenzione alle notizie di mercato, eventualmente decidendo in anticipo sul comportamento da tenere in occasione di forti oscillazioni. Nel caso invece dello speculatore, che mette nelle sue capacità di market timing l'ottenimento di un risultato positivo, sarà buona cosa per lui rimanere estremamente concentrato anche sulle minori variazioni di quotazione, soprattutto per non incorrere in ribassi eccessivi. Consiglio quindi un uso massiccio dello stop loss, nonostante tutti i pregi e difetti di questo tipo di operatività.

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IL PUNTO DI NON RITORNO PER GLI INVESTIMENTI ESG

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  • Investimenti ESG
Scritto il 08.04.2021

Lo scorso 10 marzo la Commissione europea ha finalmente pubblicato un nuovo regolamento denominato Sustainable finance disclosure regulation, destinato a disciplinare il mondo degli investimenti ESG. Le nuove regole classificano infatti i prodotti in tipologie specifiche e includono i parametri per valutare gli impatti ambientali, sociali e di governance del processo di investimento per ciascun fondo. Questa normativa impatta sui “partecipanti ai mercati finanziari”, dalle Sgr sino ai consulenti finanziari, senza naturalmente escludere l’investitore. La ratio è quella di stabilire regole armonizzate che regolino in tutta Europa le rendicontazioni dei cosiddetti “rischi di sostenibilità” nei portafogli dei gestori. In particolare punta a modificare il regolamento Mifid II nella parte in cui prevede l’obbligo di considerare anche le preferenze ambientali, sociali e di governance (Esg) degli investitori nell’ambito della valutazione di adeguatezza, nel servizio di consulenza in materia di investimenti e nella gestione dei portafogli. Non spaventatevi, la cosa è per l’investitore molto più semplice di quello che sembra poiché implica che nella futura compilazione del questionario Mifid, verranno inserite anche domande dirette alla valutazione delle sue preferenze Esg. La nuova normativa infatti modifica l’articolo 54.2 del Regolamento Mifid, nella parte in cui è previsto che le imprese di investimento ottengano dai clienti tutte le informazioni di cui necessitano per comprendere le loro caratteristiche essenziali, al fine di raccogliere una base sufficiente di dati per valutare se la specifica operazione da raccomandare o realizzare nel servizio di gestione del portafoglio, corrisponda ai suoi specifici obiettivi di investimento e alle sue caratteristiche. Con la normativa quindi saranno aggiunte domande relative alle preferenze ESG. Naturalmente queste nuove informazioni saranno necessariamente raccolte nella fase terminale del processo Mifid, senza per questo compromettere la definizione degli obiettivi di investimento, la tolleranza al rischio, l'orizzonte temporale oltre che tutte quelle altre circostanze individuali e specifiche dell’investitore. Queste infatti resteranno comunque parte fondamentale del processo di valutazione di adeguatezza ed appropriatezza, poiché solo a tal punto si passerà poi alla valutazione delle preferenze ESG. I nuovi questionari dovranno quindi essere compilati in conformità con l'obbligo degli intermediari di agire nel migliore interesse del cliente, tenendo conto di elementi oggettivi e soggettivi, adeguandoli appena possibile alla sua nuova manifestazione di preferenza nell'ambito della sostenibilità. Il nuovo Regolamento accoglie anche alcune l’indicazione che Esma, l'Ente europeo che sovrintende alla tutela degli investitori e al corretto funzionamento dei mercati, aveva già fornito nell’ambito delle proprie linee guida, specificatamente in materia di requisiti di adeguatezza e di Product Governance, nella parte in cui suggeriva, al fine di accrescere la protezione degli investitori, che fossero tenute in considerazione le tematiche ESG addirittura nella fase di ideazione e creazione del prodotto, non solo al momento della firma del contratto. Per questo aveva indicato che, nell’ambito delle “esigenze ed obiettivi dei clienti”, un determinato prodotto fosse direttamente concepito con caratteristiche particolari per conseguire obiettivi d’investimento specifici quali «investimento verde» o «l’investimento etico», cioè facilmente riconoscibili per il loro connotato Esg. La normativa entrerà in vigore non prima del 1° gennaio 2022, per questo avremo modo di parlarne ancora più nel dettaglio nei prossimi post.

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L'IMPORTANZA DEL PROCESSO DIAGNOSTICO IN CAMPO FINANZIARIO

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 31.03.2021

Ditemi la verità, vi mettereste nelle mani di un chirurgo anche di fama, solo perché ritenete di avere un problema fisico non ancora diagnosticato? E ancora, vi è mai capitato di provare un medicinale perché un amico o un parente ve lo ha consigliato o solo perché a lui ha fatto molto bene, senza però soffermarsi troppo sulle rispettive situazioni cliniche? Lo so che possono sembrare domande fuori luogo, ma è quello che accade a molti investitori quando comprano prodotti finanziari senza sapere il perché li hanno sottoscritti o a cosa servono, talvolta semplicemente perché qualcuno gliene ha parlato. Dite la verità, quante volte vi è capitato di avere in portafoglio uno strumento finanziario di cui nemmeno conoscete il nome, le caratteristiche e, soprattutto, il perché lo avete comprato? Certo, spesso viene consegnato il fantomatico KIID, quello strano foglietto obbligatorio che contiene molte utili informazioni sul prodotto, in particolare dove e su cosa investe, chi lo emette o lo gestisce, il grado di rischio, riportato in una scala crescente che va da 1 a 7. Li ci sono anche specifiche indicazioni sulla durata consigliata di mantenimento in portafoglio, i costi di ingresso e annui, il benchmark e la categoria di appartenenza. Possibile che dopo averlo letto integralmente ci siano ancora delle incomprensioni sul tipo di investimento sottoscritto? La risposta è affermativa poiché non è attraverso quelle informazioni che si investe consapevolmente e coerentemente con i propri bisogni finanziari. Infatti, essendo alla stregua di un bugiardino di un farmaco, dovrebbe essere letto e compreso prima della posologia., ma si sa, meglio che sia qualcuno di esperto a vendere quel prodotto. In fondo anche la legge dice che così bisogna procedere. Solo a quel punto poi, riponendo frettolosamente nella cartelletta griffata il prezioso documento con il contratto, l'investitore sarà pronto e legittimato a lamentarsi se il funzionamento dell’investimento non fosse soddisfacente rispetto alle aspettative sorte prima e durante l’acquisto. Il tutto naturalmente sollevandolo da eventuali sue responsabilità per quell’incauto acquisto. Detto questo diciamo subito che il problema del fallimento di un prodotto finanziario non è nella conoscenza più o meno approfondita dello stesso ma, piuttosto, nel processo psicologico che porta alla sua sottoscrizione. Ritorniamo allora sull’esempio iniziale provando ad interrogarci se noi daremmo fiducia ad un medico che fosse pronto a somministrare una terapia, senza avere prima diagnosticato una patologia, e quindi non basando il trattamento su di una corretta anamnesi, una visita o sul riscontro oggettivo di esami clinici. Eppure se ci pensiamo bene, questo è quello che accade il più delle volte quando si sottoscrive uno strumento finanziario. Ora mi sembra di sentire le voci che mi urlano “guarda che non è così, io ho sempre chiesto informazioni prima di sottoscrivere prodotti in banca o dal mio consulente di fiducia”. Ma qui sta il punto che intendo evidenziare oggi. La consulenza finanziaria non dovrebbe essere dissimile da quello che in campo medico è il processo diagnostico (anamnesi, esami obiettivi e strumentali) e, soprattutto, non dovrebbe MAI essere sminuita ad una vendita pura e semplice. Questo processo fondamentale è racchiuso dentro quella tanto odiata procedura Mifid (questionario e adeguata verifica), che spesso viene considerata come un’inutile incombenza burocratica, priva di valore e ladra di tempo, quando invece è il momento fondante di una corretta e proficua gestione del capitale investito. Spesso poi, quando il consulente tenta un timido approccio ponendo domande, queste vengono addirittura considerate dall’investitore alla stregua di un’invasione della privacy, come se fossero solo una sua maliziosa curiosità, da soddisfare con superficialità. In realtà è proprio su queste domande che si fonda e si realizza il processo consulenziale. Queste informazioni diventano basilari per la costruzione di un portafoglio multi obiettivo, la cui costruzione, attraverso la sottoscrizione di prodotti finanziari, diventa vera e propria terapia finanziaria, da somministrare e da tenere sotto controllo. Appare così evidente che tutto questo non può prescindere da un approfondito processo di indagine finanziaria, tenuto costantemente vivo e aggiornato, per permettere che la terapia funzioni, in modo da intervenire con dei correttivi in caso di effetti collaterali imprevisti esogeni ed endogeni. Ho pertanto ritenuto doveroso dedicare queste poche righe alla bistrattata procedura Mifid, per aiutare l'investitore a comprendere l’importanza del tempo dedicato alla perfetta compilazione della Mifid e al suo costante aggiornamento, in modo che la terapia finanziaria sia in grado di risolvere ogni sua esigenza presente e futura.  

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SU QUALI MERCATI PUNTARE OGGI

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 24.03.2021

In settimana ho ricevuto una mail di un lettore che con molta cortesia, mi invitava a parlare con maggiore enfasi di mercati e di prodotti, in modo da “avere delle indicazioni più precise sulle scelte da effettuare, non solo delle indicazioni generiche sugli errori da evitare o su come diversificare teoricamente un portafoglio. Questo per dare modo a tutti di rendere più fruibili i suoi consigli, un poco troppo teorici”.   Per fare ammenda di questa mia mancanza volevo brevemente ribadire che il mio approccio è quello di parlare di farmaci solo in presenza di una patologia reale, poiché altrimenti si correrebbe il rischio di dare consigli su di un farmaco citato senza una specifica diagnosi. Nella mia esperienza troppe volte ho visto purtroppo inseriti in portafoglio prodotti che nulla avevano a che fare con le reali esigenze, acquistati solo perché qualcuno ne aveva parlato o li aveva consigliati. La colpa di ciò è certamente di chi li consiglia senza un'approfondita analisi delle esigenze, ma non dimentichiamo però che anche l’investitore stesso non può per questo non assumere le proprie responsabilità. Provate per un istante a leggere il bugiardino di una semplice aspirina e poi ditemi l'effetto che vi fa. Spaventati, chiamereste il medico oppure accettereste di assumerla lo stesso senza preoccuparvi degli effetti collaterali? Possibile che non si usi la stessa metodica quando si legge il KIID di un prodotto finanziario, sul quale il rischio, il costo e la durata consigliata dell'investimento sono chiaramente indicati? Eppure troppo spesso è quello che accade, quando al “bugiardino finanziario”, non viene nemmeno posta attenzione.   Tornando alla richiesta iniziale cercherò di indicare qualcosa di più specifico, tenendo però conto che stiamo parlando di un portafoglio che non ha definito informazioni sul grado di rischio accettabile, sul tempo a disposizione e, cosa non secondaria, sulle preferenze dell'ipotetico cliente. Per quanto attiene il mercato azionario privilegerò quello Usa e Cina, che mai dovrebbero mancare in un portafoglio, proprio perché rappresentano le più grandi economie planetarie, attuali e future. Per quanto attiene l’Europa ne userei invece con un leggero sottopeso, per lo meno sino a quando non saranno vaccinati un numero maggiore di cittadini, sufficienti quindi ad innescare una netta ripresa. Tra i paesi emergenti privilegerei di gran lunga l'area asiatica piuttosto di altre zone. Sui settoriali invece il ventaglio delle scommesse è ampiamente aperto quindi mi limiterò ad indicare i miei preferiti: la robotica, la digitalizzazione e la sicurezza informatica, i settori relativi alla demografia, particolarmente farmacologia, bioingegneria e il benessere dell'uomo in generale. Di nuovo indicherò quali settori interessanti quelli relativi alle nuove tecnologie e quelli delle energie rinnovabili, volti allo sviluppo di un'economia circolare. Non tralascerei poi le infrastrutture in generale, da cui dipenderà in gran parte l'accelerazione verso il 5g, oltre a tutto ciò che è legato al turismo che certamente sarà settore in grande ripresa appena la diffusione del virus terminerà. Naturalmente tutto quanto riportato appena sopra dovrà mirare a scelte ad elevato tasso Esg, volte al contenimento del rischio e all'aumento della performance nel tempo.   Più difficile entrare nell’ambito obbligazionario che nasconde pericoli non più evitabili, pur in presenza di rendimenti prossimi allo zero o addirittura negativi. Puntare sui governativi oggi comporta il rischio di non contenere l’inflazione e una sua ripresa, potrebbe costituire invece una vera e propria sconfitta per il capitale investito, soprattutto per duration superiori ai 36 mesi. Nei corporate bond il valore è molto contenuto, con un rischio troppo elevato per le duration lunghe, le prime ad essere impattate da un eventuale rialzo dei tassi a livello globale. Se siamo alla ricerca di valore possiamo certamente parlare delle obbligazioni High Yield globali oppure dei paesi emergenti, con particolare attenzione sempre per i mercati asiatici, Cina in particolare. Anche per le obbligazioni non deve mancare l'attenzione ai fattori Esg che diventano trainanti sia per questioni di rendimento che di volatilità.   Per quanto attiene la gestione della liquidità si possono trovare ottimi prodotti che, a bassa volatilità, consentono di avere rendimenti con segno positivo. Avendo tempo ci si potrebbe orientare anche obbligazioni a scadenza non superiore ai 18-24 mesi, con una volatilità lievemente superiore alla liquidità, in modo da raggiungere rendimenti vicini a quelli del conto deposito, magari con meno vincoli in caso di liquidazione.

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TEMPO E NON TEMPISMO SUL MERCATO

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di
Scritto il 15.03.2021

Il successo dei portafogli d'investimento di lungo termine dipende da alcuni fattori base quali una buona diversificazione, un rigido controllo del rischio e, soprattutto, il fermo proposito di non lasciarsi mai distogliere da distrazioni di breve termine. Il rumore dei mercati nel breve è infatti in contrasto con il suono armonico che esprimono nel lungo periodo. Proprio per questo provate ad immaginare il comportamento di un investitore che, preoccupato dalla situazione del febbraio 2020, ha messo in liquidità tutto il suo portafoglio, naturalmente distruggendo tutto il piano costruito magari con estrema razionalità, per affrontare anche le peggiori turbolenze del mercato. Pensate davvero che sui minimi di mercato questo investitore sia rientrato, comprando sui minimi? Certamente non lo ha fatto a giugno e nei mesi successivi, nemmeno quando tutti gli indicatori davano ormai per scontata la veloce risalita dei mercati obbligazionari e azionari. In quella fase ha infatti smesso di credere nei suoi obiettivi quando ha liquidato, condizionato dalle sue convinzioni di avere salvato il portafoglio da un imminente disastro. La sua idea di follia era rimanere in quel mercato! Fateci caso ma questo investitore vuole sempre avere ragione, specialmente quando le cose vanno male, ed entra con forza nell'elenco dei pessimisti che vogliono battere il mercato con una ritirata. In questi casi si innesca in lui un meccanismo mentale che lo porta a ritenere che il mercato non si riprenderà mai più, ovvero sino a quando LUI deciderà di rientrare. Importante però è avere conservato il valore del portafoglio, meno di occuparsi di un eventuale successivo rientro. Questo comportamento, che sembra razionale ma che invece è frutto dell'emozione, gli ha fatto perdere la migliore ripresa di mercato di tutti i tempi, in termini sia di performance e che di velocità di risalita. Eppure lui è convinto che abbia fatto la cosa migliore per sé e per il suo denaro, che sia riuscito a battere tutti con quel suo comportamento da genio del market timing. Ma attenzione, non ammetterà mai di avere commesso un errore fatale: cercherà di convincerti che non c'era altra soluzione se non quella di uscire al momento giusto! Non mi stancherò mai di dire che quando si sceglie un orizzonte temporale (e nella composizione di un portafoglio di asset temporali possono essercene anche diversi), questo va sempre rispettato, qualsiasi siano le condizioni avverse che si manifestano nel durante. Va cambiata strategia solo se si manifestano necessità di modifiche endogene di portafoglio dovute a variazione di obiettivi e di tempi relativi all’investitore e alle sue condizioni personali, oggettive o soggettive che siano. Per rispettare il proprio portafoglio va utilizzata sempre anche un’ampia diversificazione, sia di tempo che di asset, in modo che il rischio venga contenuto laddove serve farlo. Sappiamo infatti che la diversificazione non serve per aumentare il rendimento ma per ridurre il rischio. Conosciamo poi l'andamento tipico dei mercati azionari, che salgono sempre anche se con diverse dinamiche di tempo: per questo il paradosso è che quando i rendimenti sono alti, bisognerebbe ridurre il rischio vendendo, anziché aumentarlo. Lo so che è anti intuitivo ma quando si guadagna più della media bisognerebbe avere la forza di consolidare i rendimenti e fare l'opposto in occasione di crolli. Ma questa si chiama variazione tattica, non già strategica, che comporta un azzeramento della pianificazione dell'investimento. C’è poi sempre l'annoso eco dei media che diffondono vaticini o notizie che creano apprensione, soprattutto rendendo l’investitore facile preda delle emozioni. Bisognerebbe quindi non lasciarsi mai influenzare dai rumori di fondo, guardando al domani con maggiore ottimismo, visto che i mercati azionari si riprendono sempre e quelli azionari tornano in equilibrio, sempre se non si è scelta una duration troppo lunga. Uno dei segreti è anche quello di spegnere le informazioni e dedicarsi alla lettura di un buon libro oppure alla visione di un film. Questo aiuta l'investitore più del controllo ferreo sugli andamenti giornalieri di un investimento di 10 anni di durata! Un altro tra gli errori più evidenti nella gestione di portafoglio, è quello relativo alla tendenza a modificare la propria propensione al rischio. Quando tutto sale alcuni investitori vestono i panni di abili speculatori, pronti a tutto pur di accollarsi qualsiasi rischio, salvo poi trasformarsi in persone in cerca di riparo. Cambiare la propria propensione al rischio in funzione dell'andamento del mercato, è uno degli errori più comuni e più facili da evitare, ma solo sulla carta. Difficile è farlo soprattutto durante le fasi di ribasso. Ammettiamolo, durante l'inizio della pandemia alzi la mano chi non era preoccupato dalla situazione di picchiata dei mercati? Dall'elenco di chi ha alzato la mano non tolgo certamente gli stessi consulenti finanziari, in particolari quelli che sono stati così teneri con i propri clienti accecati dalla paura, da aderire alle loro folli richieste di liquidare tutte le posizioni. In verità, se si legassero maggiormente gli investimenti ad obiettivi reali, comprensivi di coerenti durate, anche l’investimento più volatile sarebbe meno faticoso da portare avanti. Per concludere vorrei rivolgere ai lettori una domanda. Se tutte le statistiche ci dicono che sul mercato azionario in generale il rischio di perdere denaro in 15 anni tende allo zero, qualcuno sarebbe così cortese da spiegarmi perché quasi il 95% dei portafogli dei fondi pensione in cui mi sono imbattuto recentemente, costruiti per clienti con un'età media tra i 30 e i 40 anni, sono mediamente investiti, nella migliore delle ipotesi, come dei fantastici fondi bilanciati 50% azioni e 50% obbligazioni. Questo è un altro dei misteri che prima o poi dovrà essere svelato: chi può essere cosi folle da consigliare delle obbligazioni quando il tempo di maturità di un investimento supera i 20 anni, in particolare se quel capitale è indisponibile per tutto quel periodo? Un ultimo pensiero ossessivo lo voglio dedicare a tutti quei potenziali clienti che tengono il conto pieno di liquidità in attesa di quel “qualcosa di magico” che li spinga ad investire. Il punto è che in verità nemmeno loro sanno bene in che cosa consiste questa opportunità anche se sperano arrivi presto. L'augurio che faccio a tutti questi non investitori indecisi è che non arrivi mai il momento di un rialzo duraturo dell’inflazione.  

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IL RITORNO DELL'INFLAZIONE

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di
Scritto il 09.03.2021

Partiamo con una definizione: “con inflazione si indica l'aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, che genera una diminuzione del potere d'acquisto della moneta”. Qui forse siamo troppo complicati. Banalizzando si può dire che l'inflazione è quel fenomeno che ci fa acquistare lo stesso prodotto ad un prezzo superiore, trascorso un dato periodo di tempo. Si lo so la semplificazione è eccessiva, ma vale la pena soffermarsi sul concetto. E questo perché da qualche giorno i mercati hanno effettuato un timido tentativo di presa di beneficio, in particolare spinti dal timore che una sua ripresa possa indurre le banche centrali ad intervenire con un progressivo aumento dei tassi. Per questo soprattutto i mercati obbligazionari, specialmente quelli Usa, ne hanno subito il contraccolpo.  In realtà come possiamo vedere dal grafico qui sotto, sono anni che l'Italia in particolare e il mondo in generale, tranne rarissimi casi dovuti a fattori endogeni, vedono l’inflazione scendere, contenendo una ripresa dei prezzi. A questo naturalmente sono corrisposte emissioni obbligazionarie a tassi sempre più bassi, sino agli attuali negativi, stimolo continuo e progressivo per l’economia in crescita.   Questa diminuzione generalizzata dell’inflazione mondiale è dovuta principalmente a fattori tra i quali spiccano la stabilità degli attuali sistemi economici e sociali mondiali, con una progressiva riduzione degli elementi di destabilizzazione quali guerre, colpi di stato e carestie, oltre all’aggiunta di una graduale ottimizzazione dei prezzi di produzione e di distribuzione, accompagnate da un'accorta gestione delle finanze pubbliche e della moneta da parte della maggior parte degli Stati. Questo il motivo per cui non si registrano shock di sistema pesanti come quelli avuti nei periodi bellici o di instabilità politica e sociale, dove vengono persino a mancare generi di prima necessità. Per altro gli interventi sui mercati da parte delle banche centrali per il contenimento dell'inflazione, come nell'ultima crisi finanziaria mondiale, sono stati immediati e non differiti come in periodi più lontani. Non ci interessa qui sviscerare i motivi per i quali i sistemi economici sono più efficienti quando l'inflazione è sotto controllo, ma soltanto evidenziare gli effetti di un suo ritorno sui portafogli investiti. L'inflazione è infatti sempre un fenomeno monetario che si basa sul rapporto tra moneta in circolazione e volume di beni e servizi prodotti e scambiati, rapporto messo però sotto scacco durante la pandemia, anche a causa della globalizzazione. Se la moneta aumenta mentre beni e servizi restano stabili, chi li detiene vorrà una quantità di moneta maggiore per alienarli, creando un generale aumento dei prezzi. Per questo nelle condizioni attuali post pandemiche, un suo aumento sarà inevitabile, anche se non sarà possibile quantificare l’entità. Da qui si comprende l'importanza del ruolo delle banche centrali, impegnate da una parte a stimolare l'economia per una rapida ripresa, dall'altro a contenere l'aumento dei prezzi.  Nei portafogli quindi, non potranno mancare opportuni bilanciamenti tra obbligazioni con tassi in aumento sulle nuove emissioni, per sterilizzare i ribassi di quelle emesse che ne saranno colpite. Bisognerà poi tenere sotto controllo i settori dell’economia reale più impattati dalla ripresa, abbandonando eventualmente quelli destinati ad un rapido declino. E il risparmio gestito con la sua naturale propensione alla diversificazione non solo per categorie ma anche per stili di gestione e settori, potrà essere un fattore determinante per il successo dei portafogli.  Ci aspettano momenti di volatilità ma che, come è sempre stato e come sempre sarà, determineranno la netta separazione tra chi gioca per vincere e chi si ritira senza minimamente approfittare delle occasioni che il mercato presenta e che presenterà. Tuttavia una cosa è certa: il tempo per tenere denaro improduttivo sul conto è davvero finito!

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GLI INSEGNAMENTI DELLA STORIA

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 02.03.2021

Chi mi legge da tempo conosce la mia predisposizione a considerare la storia come un validissimo insegnante, che non rivela mai direttamente le sue verità, ma che ci stimola alla loro scoperta. Cosa dunque abbiamo imparato da questa crisi, dopo un anno dal suo inizio? Innanzitutto l’occidente ha finalmente compreso che i dogmi in economia non esistono e che fare previsioni è inutile. Dopo questa pandemia sono stati rinnegati gli standard operativi che ritenevamo necessari per una crescita stabile e duratura, fondati sui principi dell'ortodossia monetaria e fiscale, cioè sul rigore di spesa e austerità. Questo vale in generale per tutto l'occidente, ma in particolare per la nostra tanto martoriata Europa, che è passata repentinamente dall’affannosa teoria del necessario decremento dell'indebitamento statale, ad una spesa massiva per sostenere l’economia, così duramente colpita dal lockdown. Siamo stati spettatori delle mosse imprevedibili del Fondo Monetario Internazionale, passato in un lampo dall’imporre ai vari governi dalle rigorose riforme fiscali, ad una successiva ampia libertà di spesa per il sostegno dell’economia. Di questo segno sono stati tutti gli stimoli fiscali pari a 12.000 mld di dollari, quasi il 15% del PIL mondiale. E come se non bastasse abbiamo anche avuto 9 mila mld di dollari di incremento della massa monetaria disponibile, tre volte quanto erogato nella precedente crisi finanziaria, che è riuscita ad impedire che si abbattesse sull'umanità una vera e propria catastrofe economica, dettata più dall'emotività del momento, piuttosto che da una vera e propria distruzione della capacità produttiva e finanziaria. Persino la FED, la BCE, la PBC e la BOJ, comprese altre banche centrali del pianeta, si sono tutte mosse per sostenere l'economia, arrivando persino ad acquistare obbligazioni societarie e non solo statali, che erano state declassate a titoli spazzatura. Da qui anche il forte segnale che l'Europa non è affatto in pericolo dopo l'uscita della Gran Bretagna, ma necessita di riforme per un suo efficientamento. Altra lezione appresa è stata quella della veloce ripresa a V dei mercati. Da qui abbiamo imparato che una profonda recessione, simile a quella della crisi Lehman, certamente di più breve durata ed esogena al sistema, lascia infinitamente meno danni di una più lunga, anche se di minore intensità. In realtà anche in piena pandemia, l'economia non ha mai cessato di crescere, anche se ha notevolmente rallentato. A causa della grande riduzione dei rendimenti obbligazionari mondiali, molti capitali sono dunque confluiti verso settori più remunerativi di altri, facendone crescere alcuni ed implodere altri. Ormai i mercati azionari e quelli obbligazionari hanno una correlazione positiva, questo dovrebbe spingerci a migliorare la diversificazione usando nuovi paradigmi. Ora sappiamo anche che le guerre si combattono non solo con i cannoni ma anche con la ricerca scientifica. Infatti segnalo come la velocità di ripresa dell'economia cinese, la prima ad essere uscita da una situazione di lock down, sia stata impressionante. Il vaccino è diventato il necessario punto di svolta da cui dipende la ripresa economica, determinata solo dal definitivo raggiungimento dell’immunità di gregge: chi prima lo raggiunge, prima riparte. Altro punto da non trascurare è la spinta verso una nuova visione della globalizzazione, sempre più orientata alla ricerca di una capacità produttiva più localizzata, autonoma e vicina, soprattutto in tutto ciò che riguarda il benessere fisico e psichico della popolazione. La pandemia ha accelerato la spinta già in corso verso una economia sostenibile e circolare, che sappia anche soddisfare la fame di energia pulita e rinnovabile, cioè sempre meno a danno dell'ambiente, che settori come la demografia, il progresso tecnologico, sanitario e produttivo, tanto per citarne solo alcuni, oggi richiedono. Le raccolte record sugli attivi dei fondi ESG dimostrano che ormai questo trend è inarrestabile. Non si può poi dimenticare che la crisi ha fatto emergere molte delle disuguaglianze sociali ed economiche che, nascoste sotto la sabbia, sembravano inascoltate da chi governa le leve del potere e che ormai dovranno essere affrontate. Ho lasciato per ultimo lo sforzo che la scienza medica ha profuso alla ricerca di un vaccino, dimostrazione che quando l'umanità si muove sinergicamente per la soluzione di un problema di sopravvivenza, i tempi per la soluzione si accorciano e le risorse non tardano ad arrivare, allontanando così il pericolo di eventuali scenari distopici. Certamente questa pandemia ha colto tutti impreparati: da questa pesante lezione dobbiamo capire che ciò che il futuro ci riserva dipende anche dalle nostre scelte di investimento. E tutti noi possiamo contribuire con queste nostre scelte, alla costruzione di un pianeta sempre più in equilibrio, per noi e per le generazioni future.    

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L’INCERTEZZA, LA PAZIENZA E L’INVESTITORE

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 24.02.2021

  Lo sappiamo che a nessun investitore piace l’incertezza. Soprattutto quella che ci portiamo addosso a causa della pandemia, che è riuscita a sconvolgere l'equilibrio di tutti noi, rischiando di inoculare anche quell’altro pericoloso virus che si chiama “paura di perdere”. Tuttavia nel campo degli investimenti, ci sono cose che l’investitore avrebbe già dovuto interiorizzare da tempo, in modo da trovare sostegno nei momenti di crisi. Invece ad ogni ribasso la storia si ripete. Possibile che non si sia ancora compreso che quando i mercati azionari scendono, poi risalgono sempre? Possibile che non si sia capito che è solo questione di tempo? Questa ricerca di certezza, tanto desiderata dall’investitore, dovrebbe basarsi sulla volontà di conoscere e approfondire, piuttosto che su quella di non volersi interessare, rinunciando del tutto ad investire oppure delegando ad altri la scelta di un portafoglio ultra difensivo, ancorché basato sulle proprie preferenze. Inoltre queste non sempre sono dotate di oggettività e spesso dipendono da scelte emotive, il più delle volte fondate su opinioni. Spesso infatti mi confronto con investitori che non conoscono nemmeno la funzione dei prodotti del loro portafoglio, troppo attenti alle aspettative di rendimento e dediti alla credenza che sia facile uscire prima che il mercato crolli, rientrando con agilità e maestria sui rialzi. In realtà il vero difetto nel comportamento dell’investitore sta nella mancata volontà di usare le norme previste per la sua tutela. Quante volte ho sentito trattare il questionario Mifid con sufficienza e con noia, persino quando era necessario per comprendere il tempo da dedicare all'investimento o il grado di sopportazione del rischio. Certamente non si richiede al cliente di studiare finanza ed economia, ma almeno di partecipare alla costruzione di uno o più portafogli strategici. Possibile che dedicare tempo ed impegno alla costruzione del proprio futuro sia chiedere troppo? Possibile che la paura di investire sia così difficile da analizzare? Eppure quando si sceglie un prodotto finanziario non bisognerebbe prioritariamente partire dalla richiesta del suo potenziale di rendimento, che come sappiamo è molto spesso impossibile da definire a priori con certezza matematica, se non tenendo in considerazione molte variabili impossibili da calcolare tutte ex ante. Il tempo, il rischio e l'obiettivo però devono venire sempre prima del rendimento, che sono poi gli elementi che lo identificano e lo determinano. Se poi l'incertezza del risultato spaventa, la storia ci può sempre indicare per lo meno in quale direzione è possibile volgere lo sguardo per ispirarsi prima di decidere. Ma non diamo colpa al mercato quando mancano gli obiettivi d'investimento, da cui dipendono tempo, rischio e rendimento. L'analisi del passato aiuta sempre a tracciare le linee guida su cui basare le nostre scelte. Per questo mi sento di consigliare la lettura dello studio Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook 2020, facilmente reperibile online, che aiuta a capire cosa la storia insegna in materia di investimenti. Il testo ci dice che “Le azioni rimangono il miglior investimento finanziario di lungo periodo prima di obbligazioni e titoli di stato. Negli ultimi 120 anni, le azioni globali hanno fornito un rendimento reale annualizzato (cioè dopo l'inflazione) del 5,2% contro il 2,0% per le obbligazioni e lo 0,8% per i titoli. Nell'ultimo decennio, le azioni globali hanno registrato performance particolarmente positive con un rendimento reale annualizzato del 7,6% rispetto a un rendimento reale ancora robusto del 3,6% dalle obbligazioni”. E questa forbice, dopo il drawdown (momento di panico) e il successivo rialzo (momento di euforia), si è ulteriormente allargata, anche grazie al supporto delle banche centrali. Questo prezioso studio ci evidenzia anche un'altra importante verità: il tempo deve necessariamente essere considerato come un vero e proprio asset di posizionamento strategico di portafoglio, come ben esemplificato dal grafico che segue, tratto dal Corriere della Sera L’Economia di lunedì 15 febbraio 2021.    E ora che avete guardato questi dati, provate a pensare alla quantità di azioni da inserire in portafoglio, considerato che i 2/3 dei rendimenti obbligazionari sono negativi o prossimi allo zero. Tenuto conto di ciò e avendo a disposizione del tempo, dato che il sostegno all'economia da parte delle banche centrali sarà ancora lungo, considerate ogni mese di mantenimento sul conto corrente della liquidità a zero rendimento, come un regalo che fate a quell’animaletto crudele ma vorace, che in molti chiamano inflazione. Pensiamo invece che alla nostra paura a come entrare adesso in quel mercato così remunerativo, perché i prezzi alti di oggi saranno i prezzi bassi tra 5, 15, 20 o 25 anni. E ogni mese in liquidità sarà solo l'ennesima occasione persa per approfittare delle opportunità che mercato azionario ci riserva oggi, se affrontato con fiducia, pazienza e metodo.  

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QUELLA STRANA PAURA DI INVESTIRE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 16.02.2021

In settimana ho ricevuto da un lettore di MoneyController una lunga mail contenente un’interessante domanda, posta alla fine di una sua approfondita analisi di portafoglio: “Ma se il mercato azionario ha raggiunto livelli di prezzo ormai troppo alti per comprare, mentre quello obbligazionario ha un rendimento troppo basso per giustificare l'assunzione di un rischio, non sarebbe meglio rimanere liquidi sul conto, in attesa di tempi migliori, anziché investire adesso?”. La premessa necessaria è che la persona era reduce da una serie di delusioni nel campo della consulenza che hanno via via diminuito la sua resistività allo stress da drawdown. Certamente al suo stato d'animo ha contribuito anche la progressiva diminuzione del flusso cedolare da reddito fisso e, in particolare, la progressiva scadenza senza rinnovo dei BTP dati gli scarsi rendimenti. Infatti, con la chiusura di ieri dei mercati, il BTP decennale ha toccato un rendimento dello 0,48%, con lo spread ad un livello record 91,5 sul bund tedesco. È certo ormai per tutti gli investitori a reddito fisso che, con la ricerca di sicurezza senza rischio, il rendimento offre ben poche soddisfazioni. Siamo ormai entrati in una lunga epoca di rendimenti con i tassi negativi o prossimi allo zero. Allo stesso modo, Il mercato dei corporate bond non offre che pochi spunti per ottenere rendimenti che gravitano a pari scadenze a rendimenti intorno al 2%. Tutto questo a causa della pandemia ma anche del grande sostegno all’economia offerto delle banche centrali, che di certo non sarà di breve periodo. Questi sono i motivi per cui anche chi si avvicina al risparmio gestito obbligazionario non ha miglior sorte poiché, anche affidandosi ai più abili gestori, vede consumare la maggiore performance, rispetto al fare da soli, dalle commissioni di gestione. Non resta dunque altra via che aumentare il grado di rischio, puntando anche su obbligazioni High Yield, che offrono certamente rendimenti più elevati con però un maggiore rischio. Lo stesso si può dire dei governativi di paesi emergenti, che se acquistati in valuta locale, possono dare nel tempo delle ottime soddisfazioni. Ottimi rendimenti sono presenti sui mercati asiatici, specialmente se legati alla Cina, questo perché siamo qui in presenza di economie in crescita, sia per il forte contenimento attuato sulla diffusione del contagio pandemico e per la forte spinta alla vaccinazione. Non dimentichiamo poi dell'opportunità di acquistare direttamente obbligazioni cinesi, titoli che non possono mancare in un portafoglio alla disperata ricerca di rendimenti, comunque con un rischio inferiore all’azionario. Certamente il tutto con l’accortezza di rivolgersi sempre ad abili gestori che nel tempo hanno dimostrato di saper generare valore con continuità e qualità, in presenza di una forte diversificazione. Tuttavia, dalla domanda che mi è stata rivolta, ho compreso quanto la paura fosse l'elemento trainante per quella scelta di trovare quante più scuse possibili per rimandare l’investimento. Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che è sempre tempo per investire, ma che per farlo dobbiamo sempre partire da una serie di elementi che troppo spesso dimentichiamo di considerare. Un portafoglio di successo non può mai prescindere dagli obiettivi, usando un metodo, filtrando il tutto attraverso il tempo. Senza di questi pilastri fondamentali qualsiasi investimento è sicuramente in pericolo. Pertanto l'invito che ho rivolto a chi mi scriveva, è stato quello di considerare l'universo degli investimenti come una serie di opportunità che vengono offerte a chi le voglia cogliere a piene mani, a seconda del rischio assunto con consapevolezza e impegno. Se poi la paura di sensibili variazioni di prezzo, può ingenerare diffidenza, disinteresse o paura, specialmente su di un mercato come quello azionario caratterizzato da un'alta volatilità, la soluzione consigliata rimane sempre quella di utilizzare la strategia PAC. Questa infatti consente comunque di cogliere nel lungo periodo tutte le opportunità offerte da un futuro che è meno lontano di quanto si possa immaginare, trasformando le oscillazioni in guadagni. Mai cedere al rammarico di non avere creduto nelle potenzialità di questi nuovi business, destinati per vocazione ad offrire grandi ritorni all’investitore che con fiducia si avvicina con attenzione alle grandi opportunità offerte dal futuro di crescita che ci aspetta.

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INVESTIRE PER VINCERE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 09.02.2021

Questa settimana volevo parlare di pianificazione finanziaria e ho trovato su YouTube un video di Julio Velasco, vincente allenatore della nazionale italiana di pallavolo, che tra le altre cose pronunciava una frase che volevo sottoporre alla vostra attenzione: "VINCERE ... VOGLIONO VINCERE TUTTI, POCHI SONO DISPOSTI A FARE TUTTO QUELLO CHE CI VUOLE PER VINCERE". Così, dopo averla scoperta, mi sono posto una domanda: siamo davvero sicuri che gli italiani vogliano davvero vincere nella gestione del loro denaro, facendo tutto quello che serve, oppure cercano solo scorciatoie pur sapendo che così non vinceranno mai? Già sappiamo che una buona pianificazione finanziaria necessita di un rigoroso processo di investimento, che non può prescindere da alcuni fondamentali elementi di partenza. Tra questi volevo evidenziare la necessaria esplicitazione degli obiettivi dell'investimento, la quantificazione del tempo a disposizione e la scelta del rischio implicito sopportabile. Troppo spesso nella costruzione di un portafoglio, per colpa della fretta o per l’imprudente necessità di passare senza approfondire dalle parole ai fatti, si saltano alcuni passaggi fondamentali, che possono impattare negativamente sulla capacità di un portafoglio di raggiungere gli obiettivi per i quali è stato costruito. Partiamo da un esempio per spiegare il senso del discorso. Un ipotetico cliente, parlando con un consulente che gli è stato presentato da un amico, risponde alle domande che gli vengono rivolte per capire come mai quel denaro è stato accumulato sul conto: “Voglio sempre tenere una riserva per eventuali imprevisti, gestendo però l'eccesso di surplus con investimenti mirati ma brevi, oltre che accantonare denaro per il mio futuro da pensionato. Non rinuncerei mai alla liquidabilità del denaro investito perché non amo il rischio: ho avuto nel recente passato una brutta esperienza, che mi ha segnato e reso diffidente verso ogni tipo di investimento”. A questo punto rivolgo ai lettori la solita domanda provocatoria: le informazioni ricevute sono sufficienti per la costruzione di un buon portafoglio strategico, mirante al raggiungimento degli obiettivi sommariamente indicati? La risposta è NO, non lo sono affatto! In realtà gli obiettivi devono sempre essere filtrati mediante la loro esatta esplicitazione e quantificazione, la cui realizzazione deve passare per un tempo dato, che deve sempre essere esplicitato. Qualora mancassero tali quantificazioni, ci troveremmo solo davanti ad una dichiarazione di intenti. E costruire un portafoglio sulla base di semplici desideri non solo è un errore ma è anche pericoloso, poiché sbagliando prodotto si può anche incorrere in perdite. Qualsiasi prodotto è idoneo a impiegare denaro, ma solo quelli giusti lo sono per investirlo! In verità si passa dai desideri agli obiettivi solo quando si usano parole che rappresentano progetti da realizzare mediante quantità misurabili. Detto questo, provate a confrontare i desideri espressi sopra, con le parole che seguono, espressione di un’analisi più attenta e approfondita: “... e vorrei tenere sempre sul conto almeno 10mila euro per eventuali imprevisti. Il resto invece vorrei investirlo ma senza vincoli sulla liquidabilità. Tra un paio di anni mi serviranno almeno 30mila euro per acquistare un'auto. Altre risorse voglio destinare per il mio futuro pensionistico poiché, vista la mia età e l'attuale normativa, andrò in pensione tra 20 anni con una rendita non molto alta. Il mio obiettivo è quello di riuscire ad accantonare almeno 200 mila euro, per mantenere il mio attuale tenore di vita. Mi piacerebbe poi accumulare almeno 100mila euro per ciascuno dei miei due nipoti per aiutarli negli studi. Loro hanno rispettivamente 6 e 8 anni. Da ultimo, vorrei poi acquistare una casa vacanza per trasferirmi là quando sarò in pensione. Oggi non ho ancora quei 200mila euro che sarebbero necessari. L'avverto però che ho paura del mercato azionario a causa di un investimento sbagliato che mi ha fatto perdere molti soldi nel 2008, quando il mercato azionario è crollato”. Troppe cose? Può essere ma questo riguarda il tema della fattibilità e della capacità reddituale, non quello della possibilità di investire per obiettivi. È vero, qui stiamo semplificando. Tuttavia l’esplicitazione di variabili di un tempo definito, la quantificazione di un capitale di partenza o finale, l'esternazione di una necessità lontana ma sentita tanto da indicarne una quantità, rendono necessaria la costruzione di un portafoglio multi obiettivo, cioè composto da un insieme di portafogli, ciascuno diretto a risolvere una diversa esigenza chiaramente manifestata. Infatti, non è difficile costruire un portafoglio di portafogli, ciascuno con durate diverse e con rischi diversi per ogni compartimento. Per questo ora forse risulta più chiara la frase da cui eravamo partiti: tocca a noi investitori voler vincere quando si investe denaro. Ma per farlo bisogna impegnarsi e usare il giusto metodo, seguendo rigorosi processi di investimento, dove rischio, performance e durata, diventano i veri protagonisti della partita se vogliamo davvero giocare per vincere.

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LA Sostituzione scientifica di un fondo

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 02.02.2021

Una delle domande più interessanti a cui mi piace sempre rispondere è quella riguardante il perché della necessità di sostituire un fondo all'interno di un portafoglio. Non ho sufficiente spazio qui per entrare nel dettaglio della cosa ma cercherò di semplificare il discorso, senza per questo perdere di efficacia. La cosiddetta "sostituzione scientifica", chiamata così perché si basa su rigorosi criteri oggettivi, può essere effettuata per due ordini di motivi che riguardano la variazione strategica o tattica di portafoglio, ovvero il decadimento qualitativo di un prodotto. La prima necessita la liquidazione o lo switch per passare ad altro di diversa categoria, alla ricerca di qualcosa che risponda meglio alle nuove esigenze di portafoglio. Normalmente si tratta di un fattore esogeno, come ad esempio un prolungamento o una riduzione del tempo dell'investimento, oppure una variazione tattica della volatilità di portafoglio. Si tratta in sostanza di una ridefinizione di portafoglio, che in taluni casi potrebbe anche consentire non la sostituzione piena ma anche una semplice riduzione delle percentuali del prodotto interessato. Di tutt'altra natura sono invece tutte quelle variazioni che hanno per oggetto la sostituzione di un prodotto con altri della stessa categoria di appartenenza, in modo da ottenere un miglioramento della qualità del portafoglio, senza una modifica strategica dello stesso. La qualcosa può aversi sia per il decadimento nel tempo della qualità del prodotto oppure, caso per certi versi più preoccupante, perché questo è stato inserito nell’asset, nonostante fosse sin dall’origine inefficiente.  Da quanto detto comprendiamo come la sostituzione nel primo caso, sia funzionale alla modifica dell'andamento di portafoglio, mentre nel secondo, si rende necessaria per il mantenimento o per il miglioramento della sua qualità. In questo secondo caso, per effettuare questa operazione è sempre opportuno avvalersi di alcuni parametri oggettivi per la verifica tra il vecchio e il nuovo prodotto. Certamente un valido punto di partenza può essere il rapporto rischio rendimento, che tutti facilmente possono comprendere. A questo riguardo l’enunciato della Modern Portfolio Theory “maggiore rendimento a parità di rischio e minor rischio a parità di rendimento” ci può aiutare. Valutare i prodotti appartenenti alla stessa categoria sulla base del più alto rendimento e minore volatilità nello stesso periodo, ovvero sulla base del medesimo rendimento in presenza dello stesso rischio, è sicuramente un buon punto di partenza per chi vuole migliorare l'efficienza di portafoglio. Tuttavia le cose potrebbero complicarsi nel caso in cui una pluralità di prodotti rispondano alle caratteristiche ricercate. In questo caso dobbiamo necessariamente affidarci al supporto di altri utili indicatori numerici detti appunto indici, che possono diventare dirimenti per la nostra ricerca.  Senza addentrarci troppo nel tecnico, scegliendo tra i tanti che si possono usare, citerei l'Indice di Sharpe, che ci aiuta a comprendere quale tra i fondi in analisi abbia generato più extra performance rispetto ad una attività risk free a parità di rischio, e il Maximum drawdown, che ci suggerisce quanta è stata la perdita massima realizzata dai fondi in analisi nel periodo considerato. Non da ultimo importante può diventare anche l'Information ratio, che è simile allo Sharpe, ma con l’indicazione dell’extra performance realizzata calcolata non su di una attività risk free ma bensì rispetto al benchmark della categoria dei fondi considerati, con però al denominatore la volatilità dello stesso benchmark. Così rimanendo sull’esempio, per la mia scelta preferirò quello con Sharpe e Information ratio più alti ma con un drawdown più basso. Certamente si potrebbero fare molti esempi a riguardo ma a noi interessa solo illustrare il principio generale, senza entrare in casi particolari.  La validità di quanto detto sopra non è diminuita dal fatto che non ci sono certezze sulla continuità di performance e di mantenimento della qualità, a parità di rischio di un prodotto. Suggerisco però all’investitore attento al proprio portafoglio, di non esimersi mai dal considerare nella scelta anche la credibilità dei risultati passati dei fondi analizzati. Se una “casa di investimento” nella stessa categoria ha infatti sempre dato nel tempo risultati interessanti rispetto ad un'altra, va da sé che sarebbe logicamente preferibile la prima. Purtroppo però non tutti gli investitori la pensano allo stesso modo, poiché c’è anche chi mantiene il proprio investimento su quella inefficiente, nonostante una serie di indicatori gli suggeriscano di cambiare senza perdere ulteriore tempo. Concludo con un test che sottopongo ai miei fedeli lettori, sottoponendo alla loro attenzione una tabella di confronto tra l'andamento di due fondi di investimento appartenenti alla stessa categoria (Bilanciati equilibrati globali Euro), valutati in un periodo di 5 anni. Osservando gli indici indicati quale scegliereste tra i due fondi per il vostro portafoglio, sapendo che il fondo blu ha reso negli ultimi 5 anni la metà di quello rosso, con il doppio del rischio?    Sono sicuro che dopo quanto ci siamo detti, nessuno di voi terrebbe ancora nel portafoglio il fondo blu. Tuttavia mi chiedo come mai proprio in quel fondo, gestito da un importante gruppo bancario italiano, ci siano ancora investiti 390 mln di euro nonostante la sua inefficienza gestionale. Quel denaro è certamente di proprietà di qualche investitore che non ha tempo, voglia o informazioni sufficienti per decidere di cambiare, rinunciando così a migliorare la qualità complessiva del suo portafoglio, aggiungendo cioè rendimento e abbassando il rischio.  

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