Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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PROVARE PER CREDERE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 17.05.2022

Durante il Salone del Risparmio tenuto a Milano la scorsa settimana, ho partecipato con attenzione ad alcune conferenze. In verità alcune si sono dimostrate oltremodo noiose. In questo caso la mia mente è entrata in protezione e mi sono salvato dal tedio cui sembravo condannato, concentrandomi sui tanti editoriali che ho scritto relativamente alla pazienza e al senso del tempo che scorre. Sento già il terrore che si fa spazio sulla schiena dei miei lettori al pensiero che la mia esperienza formativa e conoscitiva possa essere motivo di lungaggini argomentative sul post di oggi. Tuttavia voglio tranquillizzare tutti poiché nella breve esposizione di oggi mi limiterò solo a tre SEMPLICI riflessioni. La prima riguarda gli elementi che sarà necessario tenere sotto controllo per la manutenzione periodica dei portafogli nei prossimi mesi. Tra questi segnalo in particolare il ritorno dell’inflazione, alla quale bisognerà prestare attenzione dato che per anni se ne erano perse le tracce e a questa non siamo più così abituati. Inoltre non bisogna dimenticare il conseguente inasprimento della politica dei tassi di interesse attuata dalle banche centrali, oltre all’impatto sull’economia in conseguenza della guerra tra Ucraina e Russia. A tutti coloro che hanno il (retro) pensiero fisso di possibili crolli dei mercati sulla scorta del motto “questa volta sarà diverso perché la guerra l’abbiamo in casa”, ricordo quella combattuta nei Balcani al di là dell’adriatico tra il 1991 e il 1995. Il conflitto era infatti a meno di un’ora di volo dall’Italia: chi si fosse trovato dalle parti di Milano Marittima poteva vedere e sentire il suono dei bombardieri che partivano da Cervia per colpire a pochi centinaia di chilometri dalle nostre coste. Ora la domanda provocatoria: qualcuno dei miei 4 lettori si ricorda per caso come hanno reagito i mercati in quella occasione? Direi di no, visto che il tempo passato ci ha fatto dimenticare anche quelle situazioni che in quei momenti ci creavano, allo stesso modo di oggi, preoccupazione ed incertezza. Quegli eventi non sono diversi da quelli che stiamo attraversando oggi e che ancora ci costringono a quel pensiero spesso inespresso, se sia o meno arrivato il momento di liquidare l’investimento. Tuttavia la storia ci ha insegnato che dopo ogni crisi i mercati risalgono sempre (SEMPRE), indipendentemente dalla causa che li ha generati. La seconda riflessione riguarda invece un aspetto più emotivo che tecnico. Mi riferisco in particolare alla straordinaria quantità di risparmio detenuto in liquidità sui conti correnti dagli italiani. Da un recentissimo studio del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) emerge che quella liquidità è considerata come un antagonista per contrastare la preoccupazione per la situazione pandemica e per la guerra in corso. Costituisce quindi una rassicurazione per il futuro vista l’incertezza del momento. Questa valutazione legittima e comprensibile oggi deve tenere conto della situazione inflattiva che nel tempo farà ridurre il potere d’acquisto. Vediamo se con una semplice domanda riesco a dare una spiegazione di cosa è l’inflazione. I miei lettori ricordano quando a causa del passaggio all’euro il prezzo della pizza margherita al piatto era passato da 5 mila lire a 5 euro? In un attimo il costo era aumentato ma la conversione della lira in euro ci faceva scoprire che serviva molto più denaro per comprare la stessa pizza, mentre il denaro a disposizione non era più lo stesso a causa della conversione. E se un investimento non porta nel tempo un incremento del capitale a disposizione finiremo che non potremo acquistare quello che prima riuscivamo ad acquistare. Semplificando è come se avessimo sempre i nostri soldi ma fossimo più poveri, perché potremmo comprare meno cose di prima. E non solo una pizza. Per concludere mi sia concessa una riflessione sul tempo, che è uno degli elementi sul quale mi soffermo di più quando scrivo. Investire non è un momento ma piuttosto un percorso, un viaggio. Come tale ha un inizio e una fine, ma anche e soprattutto un durante, che quasi mai è privo di momenti difficili. Se noi continuassimo ad interrompere le fasi del durante per paura, non raggiungeremo mai quella fine percorso che è il proficuo e desiderato compimento del viaggio intrapreso. La storia ci insegna tuttavia che le crisi sono MOLTIPLICATORI di opportunità. Non coglierle sarebbe la peggiore tra le scelte possibili. Quando non c’è inflazione o quando è molto bassa anche il non investire potrebbe essere una scelta accettabile per chi non vuole correre rischi. Il paradosso dell’inflazione è che in sua presenza la perdita è GARANTITA, se non si fa qualcosa per contrastarla. Non si può e non si deve fare finta di non sapere quali siano le conseguenze di investire senza un ritorno che copra almeno l’inflazione. Possibile che la storia non insegni niente? Possibile che non si voglia comprendere che il tempo è un ottimo attenuatore di rischio? E più aumenta il tempo a disposizione e più la pazienza non perde coraggio. Per questo aumentano i guadagni. Provare per credere!

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ALCUNI SUGGERIMENTI PER GLI ACQUISTI SULL’EQUITY

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 02.05.2022

La scorsa settimana abbiamo dato alcuni suggerimenti per gli investitori che continuano a preferire il mercato obbligazionario. Naturalmente è implicito il pensiero che bisogna sempre tenere in considerazione il proprio fattore tempo e rischio, elementi determinanti quando si costruisce un portafoglio strategico in grado di reggere agli impatti di una possibile crisi dei mercati finanziari. Per questo motivo diventa fondamentale costruire una solida struttura di portafoglio che sia rispondente alle preferenze del cliente, al suo grado di rischio realmente accettabile (volatilità) e al tempo realmente concesso per investire. Tutto questo dovrà necessariamente avere un sufficiente grado di diversificazione e decorrelazione. Se questi presupposti vengono rispettati diventa poco consigliabile, a meno di non avere commesso clamorosi errore di progettazione (strumenti sbagliati, non adeguati) ovvero per l’inefficienza dimostrata dagli stessi prodotti, modificare in modo strategico il portafoglio. E ciò in particolar modo quando le modifiche sono dovute ESCLUSIVAMENTE a bias comportamentali e non a modifiche degli obiettivi iniziali. Su questi presupposti le crisi possono essere utilizzate come fattori incrementali di performance o diminuzione del tempo destinato all’investimento, a parità di rendimento atteso. Per questo dovrà essere valutato consapevolmente un possibile aumento del rischio soprattutto in occasione di ribassi molto violenti, senza mai però eccedere il limite di consapevolezza che ci si è imposti sulla massima volatilità tollerabile. Piuttosto che modificare radicalmente il portafoglio, è preferibile quindi lasciare passare la tempesta, invece che intervenire con il rischio di commettere errori che avrebbero potuto essere evitati. A questo punto e passando all’oggi, rileviamo che i fattori critici sono principalmente imputabili al rialzo dell’inflazione e alle manovre di correzione dei tassi delle banche centrali, volte a raffreddare l’economia. Non possiamo poi dimenticare gli effetti derivanti dalla pandemia sul rallentamento della globalizzazione, con l’ormai inevitabile riallocazione dei siti produttivi per motivi non solo rispondenti a criteri economici. Non possiamo poi dimenticare anche la preoccupante situazione geopolitica, innescata dalla guerra Russia Ucraina, che nasconde anche fattori di predominio territoriale e culturale, con una diversa e contrastante visione tra le parti in causa del futuro del pianeta. Tutti questi sono fattori che stanno certamente contribuendo ad una radicale modifica dell’assetto economico mondiale. Oltre a ciò si aggiungono nuovi trend strutturali (economia circolare, nuova energia, domotica e mobilità elettrica, tanto per citarne solo alcuni) che stanno modificando la tradizionale creazione di ricchezza, fenomeno certamente accelerato dalla pandemia. Per questo oggi il profitto non è più considerato come fattore trainante per un investimento se non connaturato anche da fattori ESG, che non sono stati accantonati ma che diventeranno sempre più elementi di una radicale e inesorabile trasformazione dell’economia, a cui bisognerà prestare attenzione non appena la situazione di crisi sarà disinnescata. Fatte le opportune premesse dobbiamo rispondere alla domanda su quali siano i settori equity da preferire oggi, soprattutto in una situazione di mercati ampiamente negativi. Il grafico seguente di BlackRock ci aiuta a comprendere come si siano mosse le varie asset class da inizio anno, in modo da valutare eventuali modifiche tattiche di portafoglio, ovvero per cogliere opportunità derivanti dai forti ribassi. Come possiamo vedere, senza addentrarci nei dettagli che lascio al lettore più attento, sia il Nasdaq che l’indice China Shanghai, passando da quello dei Paesi emergenti e S&P500, sono tra i mercati più penalizzati e quindi proprio per questo, sono da preferire. Se avessi già in portafoglio alcuni tra questi mercati acquistati l’anno scorso, certamente non potrei lasciarmi sfuggire l’occasione di comprare a sconto. Ancora di più, se per scelte poco accorte avessi dimenticato di averne in portafoglio, gli attuali prezzi sarebbero una ghiotta occasione di cui approfittare. Invece sarei cauto su energia derivante da combustibili fossili, destinata a rallentare la sua corsa per un futuro già scritto, e non solo per motivazioni prettamente di tutela ambientale. Da ultimo ancora BlackRock ci aiuta a comprendere cosa non debba mancare all’interno di un portafoglio ottimizzato e ben diversificato. Ponendo dunque a confronto i migliori andamenti settoriali del 2021 con i dati da inizio conflitto Russia Ucraina spiccano appunto energia, tecnologia, healthcare e un interessante MSCI azionario globale. Per questo non possiamo che suggerire di acquistare i settori più penalizzati. Infatti ad eccezione di energia, utilities e i consumi di base, anche l’impatto del conflitto non è stato così devastante e, proprio per questo, non dobbiamo perdere oggi l’occasione di acquistare settori lontani dai massimi raggiunti nel 2021. Tra questi la tecnologia, che è certamente tra i settori più penalizzati e quindi, in una logica anche di medio periodo, questi prezzi sono un’ottima occasione d’acquisto anche per i più duri e resistenti Gufi del mercato. Concludo con un doveroso appello agli amici Gufi che anche in questo periodo parlano di troppa volatilità o di prezzi non ancora sufficientemente bassi per acquistare: quanto vogliamo aspettare ancora per acquistare oggi, con una logica temporale adeguata, tecnologia e new energy, oltre ad altri settori che saranno quelli che più faranno crescere i mercati nel prossimo futuro? Attendo fiducioso dunque i suggerimenti per gli acquisti degli amici Gufi!

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DUE SEMPLICI CONSIGLI PER I PORTAFOGLI CON OBBLIGAZIONI

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 28.04.2022

La domanda più interessante della settimana mi è stata rivolta da un cliente preoccupato dalla situazione che ha compromesso tutti gli asset obbligazionari in portafoglio: “vale la pena liquidare l’intera posizione per aspettare un momento migliore per investire a più alto rendimento, dato che sappiamo che le obbligazioni scendono in modo proporzionale al rialzo dei tassi di interesse, oppure è meglio acquistare titoli indicizzati all’inflazione?”. A questo riguardo ogni domanda diventa interessante e stimolante se non fosse che non sono solito addentrarmi nel campo delle previsioni sul futuro. Tuttavia posso dire che acquistare titoli indicizzati all’inflazione oggi potrebbe anche essere una tra le soluzioni possibili, ma la valutazione dipende da troppi fattori per poterne discutere qui in poche righe. Partiamo allora dal presupposto che la domanda sia più specifica per rendimenti a tasso fisso e concentriamoci qui solo su questi. Cominciamo con il dire che anticipare gli andamenti del mercato con il rischio di sbagliare i tempi di uscita ed entrata, violando la costruzione strategica di portafoglio mediante una serie di radicali modifiche tattiche, potrebbe incrementare le perdite in caso di errore. Tuttavia mi rendo perfettamente conto che vedere il capitale scendere di diversi punti in poco tempo possa amplificare il senso di paura, in particolare per l’investitore obbligazionario. L'attuale contesto sta infatti ponendo sempre maggiori sfide nella gestione della componente obbligazionaria dei portafogli: siamo da poco usciti da una fase di mercato con rendimenti pressoché negativi per entrare in un’altra di forte irripidimento della curva dei tassi, volta a raffreddare l’economia a causa dell’innalzamento dell’inflazione. Il vero problema è che questa situazione genera rendimenti negativi non solo in termini di rendimenti nominali ma anche e soprattutto reali. Il primo trimestre dell’anno è stato per il mercato obbligazionario globale il peggiore negli ultimi 20 anni, caratterizzato principalmente da un ribasso generalizzato ed improvvisto dei rendimenti, come ci evidenzia il grafico fornito da TRowePrice.   Detto ciò, per dare risposta alla domanda devo partire da una premessa necessaria: ogni portafoglio necessita di un intervento specifico quindi le indicazioni che seguono sono solo spunti di riflessione e non modifiche da attuare tout court. Inoltre bisogna precisare che per fondi e sicav in particolare, prima di effettuare qualsiasi cambiamento, è sempre necessario valutare anche l’impatto fiscale. Come infatti ho evidenziato nell’editoriale del febbraio scorso dal titolo “UN BREVE SGUARDO ALLA TASSAZIONE DELLE RENDITE FINANZIARIE”, liquidare una posizione in perdita su fondi o sicav, genera una minusvalenza il cui recupero richiede un aumento del rischio di portafoglio, perché solo la generazione di capital gain derivante da cessione di contratti produttivi di redditi da capitale ne permette la compensazione. Per questo la prima cosa da valutare sarà quella di una riduzione della durata media finanziaria dei titoli o dei fondi in portafoglio, e proprio perché ad un'elevata duration corrisponde un'elevata sensibilità del prezzo del titolo al variare dei tassi determinati dalle banche centrali. Ecco il motivo per cui detenere questi titoli comporta un più elevato rischio di portafoglio in fasi di rialzo dei tassi, con la conseguente diminuzione del valore del capitale investito in modo direttamente proporzionale alla durata. Se si desidera quindi rimanere nell’area di investimenti obbligazionari l’altra valutazione da fare è quella di focalizzare l’attenzione su quei mercati dove il differenziale di rendimento è ancora elevato, il che comporta comunque anche qui un aumento del rischio di portafoglio. Questo è quanto evidenzia la tabella successiva della società americana TRowePrice, dove si evince che solo obbligazioni Paesi Emergenti e High Yield globali riescono oggi parzialmente a calmierare l’effetto inflazione nel tempo, purtroppo però non ad eliminarlo.   Ciò dimostra che ormai bassi rendimenti o liquidità non riescono più, a questi livelli di inflazione, a restituire rendimenti reali positivi. Per questo tutti gli investitori che prediligono il mercato dei bond o che per paura preferiscono la liquidità al rischio, dovranno decidere cosa fare poiché anche la liquidità comporta nel tempo la certezza di perdere in potere d’acquisto. Ciò elimina definitivamente il discrimine tra investimento rischioso e non rischioso. Nel grafico successivo sempre offerto da TRowePrice, è possibile valutare visivamente l’impatto dell’inflazione sul capitale investito nel tempo. Lo studio evidenzia una crescita inflattiva sino al 4% (immaginiamo dunque l’impatto sul capitale per importi più elevati!!!). La speranza è che le manovre sui tassi riescano a contenere i rialzi inflattivi, impedendone il più possibile la crescita. La considerazione finale è che per l’investitore questa situazione deve diventare uno stimolo alla propria proattività, in modo che ogni eventuale intervento di manutenzione tattica della componente obbligazionaria sia valutata con selettività e flessibilità, usando il tempo come fattore determinante di successo, come già sappiamo che deve essere fatto per il mercato azionario. Per qualsiasi approfondimento a riguardo potete contattarmi

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RISCHIO E INFLAZIONE

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  • I beni rifugio
Scritto il 14.04.2022

La domanda più interessante che mi è stata rivolta in settimana è quella relativa al miglior modo per gestire oggi la liquidità depositata sui conti proteggendola da un’inflazione sempre crescente. La risposta più vera che posso dare al momento può apparire piuttosto dura ma scontata: OGGI NON C’è MODO DI PROTEGGERE LA LIQUIDITA’, a meno di non aumentare il rischio, dato l’attuale livello di inflazione che in Italia ha ormai raggiunto il 6,7% annuo. Cio può sembrare scontato ma credo valga la pena di ripetere che questo fenomeno finanziario che sembrava estinto, non erode il valore nominale del capitale sottratto al consumo, ma agisce sul suo potere d’acquisto riducendolo. Questa situazione sta provocando un aumento generalizzato dei prezzi che ci costringerà nel tempo a “consumare” più denaro per acquistare lo stesso bene in un tempo sempre più breve. Ci avevano convinti che il problema fosse di breve durata ma la guerra e l’impennata del prezzo dell’energia e delle materie prime, avvenuto in realtà già ben prima del conflitto, ci hanno ormai svelato l’amara verità che l’inflazione diventerà strutturale ma a livelli più alti del previsto. Questo sappiamo già che porterà alcune tra le più importanti banche centrali ad intervenire per raffreddare l’economia aumentando i tassi, con la probabilità di innescare pericolosi effetti anche sugli investimenti in essere, soprattutto quelli con durate brevi o medie. Se nell’aprile dell’anno scorso, con una inflazione intorno al 1% su base annua, era sufficiente per chi era poco propenso al rischio un rendimento intorno all’1% per il mantenimento del potere d’acquisto, per altro facilmente raggiungibile anche attraverso la semplice sottoscrizione di un conto deposito, al netto della imposizione fiscale, oggi le cose sono molto cambiate. Con quei rendimenti sappiamo già in partenza che oggi la perdita del valore reale del nostro capitale è certa. L’unica via d’uscita per non esserne travolti è quella di assumere più rischio. Ecco perché avevamo sottolineato che oggi è IMPOSSIBILE proteggere il nostro capitale dall’inflazione senza aggiungere rischio al nostro investimento. La soluzione possibile per l’investitore che non vuole rischiare è quella di accettare la perdita consapevolmente del potere d’acquisto del proprio capitale ovvero l’unica alternativa possibile è quella di usare invece il tempo come un fattore di controllo del rischio, al fine di cercare rendimenti di medio – lungo periodo, che siano in grado cioè di battere l’attuale livello inflattivo. E come dicevano i latini appunto “Tertium non datur”. I dati de IlSole24Ore ci aiutano a comprendere infatti che se investissimo un capitale per 12 mesi sul mercato obbligazionario, il miglior rendimento possibile potrebbe essere quello dato dall’obbligazione THYSSEN (Isin DE000A2YN6V1) scadenza 06-03-2023 con cedola 3%, con un rendimento netto a scadenza pari al 2,48%. Come si può notare questo comunque non protegge dall’inflazione. Per andare su rendimenti più alti è necessario evidentemente aumentare il rischio e la durata dell’investimento. L’indice Merrill Lynch che misura l’andamento obbligazionario mondiale, ci aiuta restituendoci a chiusura giornata dello scorso 7.4.2022 i seguenti ritorni: Evidenzio ancora una volta come il paradosso del momento sia che per periodi più lunghi, la curva dei rendimenti è in discesa. Prova di ciò ci viene fornita dal miglior BTP con un rendimento effettivo netto del 2,62%, ma con una scadenza 1.3.2072, cosa che lo rende molto sensibile alle variazioni dei tassi di mercato. Inoltre questo non risolve il problema della protezione dall’inflazione, pur aumentando comunque il rischio. Per questo, senza dilungarci troppo sull’argomento, sottolineo che la mancata protezione dall’inflazione ci riporta con il pensiero a tutto quanto era stato detto sull’opportunità di assumere rischio ma per periodi di tempo sempre più lunghi, al fine di scontare rendimenti sempre più elevati. Di questo abbiamo parlato molte volte, in particolare quando avevamo detto che il dato statistico del mercato azionario Usa conferma che l’investimento con una durata di almeno 15 anni azzera il rischio di perdere in conto capitale. Tuttavia a noi non interessa solo non perdere, ma soprattutto guadagnare. Ecco che allora viene in nostro soccorso quando riportato nell’editoriale di Focus Investitore N. 3 del 31 gennaio scorso, dove avevamo parlato di quel mercato come tra i migliori anche in termini di ritorno: “l'indice S&P 500 ha generato nella storia degli ultimi 93 anni (1928-2021), rendimenti medi annuali di circa il 10%-11%”. Naturalmente vanno rispettate alcune regole che i miei attenti lettori conoscono molto bene e sulle quali non voglio ritornare per non annoiare. Per concludere, questa situazione di mercato può spingere l’investitore, soprattutto quello obbligazionario e poco propenso ad assumere rischi per lunghe durate, a valutare l’opportunità di dare più tempo al proprio investimento al fine di ridurre il rischio, riuscendo così a proteggersi dall’inflazione. E questo è dovuto al necessario diverso approccio da assumere, volto alla ricerca di rendimenti almeno in grado di proteggere il capitale dalla perdita di potere d’acquisto. Ma di questo parleremo ancora nei prossimi post.  

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INFLAZIONE E VOLATILITÀ

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 06.04.2022

Come stiamo osservando in questi giorni l’inflazione ha raggiunto in Europa il 7,5%, livello toccato anche a causa dello straordinario contributo dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime. Vedremo se questo comporterà la replica di quanto già fatto dalla Fed, con l’aumento dei tassi di interesse di un quarto di punto. Non un bel periodo per gli investitori considerando i ribassi degli ultimi mesi che certamente tendono a fiaccare soprattutto la resistenza degli investitori meno resilienti. In verità la domanda che oggi in tanti si fanno riguarda la durata del conflitto e sugli sviluppi futuri di tutto quello che stiamo vivendo; soprattutto ci si interroga su quali possano essere le conseguenze nel lungo periodo. A questo riguardo non ci sono risposte definitive vista la mole di variabili in gioco. Inoltre quello che stiamo vivendo non possiamo controllarlo poiché non dipende dalla nostra volontà, e per questo ben poco possiamo fare per proteggerci o per evitarlo. Sappiamo però che le scelte se modificare o meno i nostri comportamenti quando si investe dipendono esclusivamente da noi, dalla ferrea volontà cioè di raggiungere i nostri obiettivi finanziari nel tempo. Le difficoltà non mancano e l’investitore non può pensare che tutto sia dovuto al caso o alla sfortuna: nei processi d’investimento la regola è quella dell’accettazione condizionata della volatilità. Quello che vogliamo sottolineare è che i cigni neri stanno diventando sempre più grigi, perdendo quel carattere di unicità e rarità di cui Nassim Nicholas Taleb ci ha parlato nel suo famosissimo testo, nel quale ci spiegava come sia l’improbabile a governare la nostra vita. Proprio per questo dobbiamo prestare attenzione a questi fenomeni che sembrano costruiti per distruggere le nostre certezze, proprio perché si manifestano improvvisamente, senza che nulla faccia presagire al loro accadimento. Nel tempo questi eventi stanno diventando però sempre meno rari e unici. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito all’attentato alle Torri Gemelle del 2001 e alla crisi finanziaria globale del 2008. Ora stiamo vivendo in contemporanea uno shock finanziario dovuto ad un’inaspettata pandemia, fenomeno dal quale l’umanità sta cercando di rialzarsi senza per altro ancora esserci riuscita, aggravato da questo terribile conflitto in Ucraina, con le sue insensate violenze a cui assistiamo passivamente. I mercati da mesi rispondono nervosamente a questi eventi imprevedibili, alimentando la preoccupazione degli investitori. Il tutto è stato poi amplificato dai fenomeni inflattivi di cui abbiamo già detto. Sappiamo però che nella storia tutte le crisi, anche quelle più gravi e che sembravano insanabili, si sono risolte, portando l’umanità a fare sempre passi in avanti verso il progresso e il miglioramento della sua condizione. È un percorso lento e doloroso ma inarrestabile, che non sempre riguarda tutti come invece vorremmo. Ma proprio perché crediamo che anche da questa situazione si uscirà come è sempre stato, non dobbiamo permettere alle nostre paure di farci cambiare gli obiettivi d’investimento. Spetta a noi infatti il compito di controllare le emozioni, in modo da potere cogliere tutte le opportunità che da sempre si presentano nei momenti di forte volatilità. Per questo dobbiamo sapere costruire quella solida arca di cui ci ha parlato Buffet, in grado di portarci in salvo in caso di diluvio universale. Dobbiamo forse rassegnarci a considerare questi eventi ormai più appartenenti al campo delle probabilità che a quello delle possibilità. È quindi sempre più necessario non improvvisare quando si investe, adeguando il nostro modo di agire alle regole scientifiche e di processo che già in altre occasioni hanno consentito di trarre il massimo risultato da eventi simili, soprattutto da quelli che parevano essere disastrosi, ma che si sono poi rivelati come delle vere e proprie occasioni da non perdere. Cosa fare in determinati momenti di crisi la storia ce lo ha insegnato. Cerchiamo allora di non perdere le occasioni che inevitabilmente si presenteranno durante il nostro percorso di investimento. La verità è che non si sono mai persi soldi quando si è comprato nei momenti di ribasso, soprattutto in quelli più profondi. L’unica accortezza da seguire è quella di avere pazienza e attendere la fine della tempesta perfetta! Quando l’Arca costruita è solida e c’è il rispetto del tempo dato, nessuno shock di mercato, che si chiami inflazione, guerra o pandemia, sarà in grado di portarci fuori da quella rotta che genera per noi la migliore delle performance possibili, ciascuna calibrata in base alle nostre preferenze e al rischio che abbiamo consapevolmente scelto di assumere.  

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LA FORZA DELLA DIVERSIFICAZIONE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 26.03.2022

È un peccato che il valore e la forza della diversificazione siano dimostrabili solo quando si presentino ipotesi di pesanti default di paesi sovrani, come quello paventato in questi giorni a causa del conflitto che ha colpito l’Europa. Sui media finanziari rimbalzano infatti le notizie sul probabile mancato pagamento di cedole in dollari di obbligazioni russe, con il rischio di un default tecnico causato dal rimborso in rubli anziché in dollari o altra valuta forte, a seguito di un decreto del Cremlino quale ritorsione contro le sanzioni occidentali. Già nel 1998 la Russia era stata sull’orlo del fallimento a causa di un improvviso calo della produttività interna dovuto a problemi finanziari sorti in seguito all’adozione di misure neoliberiste, adottate nel tentativo di spingere il paese verso una veloce transizione al capitalismo. Colpita per questo da una forte fuga di capitali e sottoposta alla pressione finanziaria dovuta alla crisi del fondo americano Long Term Capital Management, che gestiva a leva una quota consistente del suo debito pubblico, la Russia fu costretta a imporre tramite la Banca Centrale limiti alla svalutazione del rublo, ricorrendo a ad un prestito da 22,6 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. Il 17 agosto 1998, non riuscendo a mantenere i suoi impegni, dichiarò in via definitiva il default. Da questi fatti si vennero a determinare i presupposti per la fine del periodo del governo post comunista di Boris Eltsin. Nell'agosto del 1999, iniziata la seconda guerra in Cecenia, Eltsin nominò Vladimir Putin quale nuovo primo ministro, segnando così il suo destino che lo porterà a diventare il Presidente della Federazione Russa per quasi 4 mandati successivi. L’attuale esposizione debitoria della Russia è in verità ben peggiore della precedente, anche e soprattutto a causa del conflitto in corso, ma il sistema finanziario globalizzato difficilmente consentirebbe un suo default tecnico, per le conseguenze negative che questo potrebbe comportare. Oggi la federazione russa ha circa 310 miliardi di dollari di debiti verso l'estero di aziende statali o controllate dallo Stato, 75 miliardi di passivo delle banche e 67 miliardi di bond governativi: si stima che il debito totale sia appunto intorno ai 500 miliardi di dollari. La protezione dal default è data principalmente dagli incassi dell’export di energia e materie prime, che le sanzioni mirano ad indebolire ma non a far collassare. La Banca Centrale russa non può nemmeno attingere alle riserve internazionali, impedendo di fatto la difesa del rublo, che ha subito una significativa svalutazione con il progressivo aumento dell’inflazione ormai difficilmente controllabile. Le sanzioni hanno anche bloccato di fatto la circolazione del rublo e dei capitali russi fuori dai confini del paese. Se a ciò aggiungiamo che dal 25 febbraio scorso, giorno dell’invasione dell’Ucraina, la Borsa di Mosca è ferma comprendiamo quanto la situazione sia estremamente grave. Infatti tutti gli investitori che hanno in portafoglio azioni russe possiedono oggi titoli illiquidi perché non negoziabili.   Per gli obbligazionisti invece c’è lo spettro del mancato pagamento degli interessi e del rimborso dei titoli a scadenza, con la teorica possibilità del definitivo default del sistema finanziario russo, che potrebbe innescare una forte crisi finanziaria internazionale. Nelle prossime settimane vedremo come si evolverà la situazione. Intanto gli strumenti finanziari russi, fondi ed Etf compresi, non sono oggi negoziabili per la mancanza di prezzo di riferimento. E lo rimarranno sino a quando la Borsa riaprirà. Per quanto attiene alla categoria dei paesi emergenti la Russia ha un peso intorno al 4%, ben lontano da quel 10% del periodo pre crisi finanziaria del sub prime e Lehman. Per la quantificazione delle perdite eventualmente subite dagli investitori dovremo quindi aspettare la riapertura del mercato locale anche se in questo caso gli strumenti sono liquidabili, sebbene quei titoli vengano esclusi dalla quotazione. Nella speranza che la guerra finisca presto per evitare l’inutile spargimento di sangue e per limitare il più possibile le conseguenze economiche del conflitto, voglio ricordare l’importanza della diversificazione quale elemento fondamentale per un processo d’investimento volto a protegge l’investitore, soprattutto quando si verificano eventi imprevedibili ed improvvisi che possono mettere in grave crisi l’intero sistema, così come abbiamo potuto recentemente sperimentare anche in occasione della pandemia.  

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MANOVRE TATTICHE O STRATEGICHE SUL PORTAFOGLIO?

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 14.03.2022

Guerra, rialzo dei tassi e inflazione sono sicuramente validi motivi per valutare modifiche da apportare sul portafoglio. Nell’immensa confusione generata dal momento, la cosa importante che suggerisco sempre all’investitore attento, è di ritornare al momento in cui ha deciso di investire sul futuro, ripensando ai motivi della sua scelta. Questa non è mai un’azione che mira al passato o al presente ma sempre al futuro, vicino o lontano che sia. La scelta del tempo dipende sempre da noi e dai risultati che noi vogliamo ottenere, il tutto in funzione del rischio che ci sentiamo di voler accettare. Tutto il resto è indipendente da noi e accede alle situazioni contingenti del vivere e a ciò bisogna rassegnarsi. Noi però possiamo costruire un buon portafoglio in grado di resistere alle inevitabili tempeste che si ripresentano discontinuamente sui mercati. L’invito è di prepararsi all’incertezza quando si investe. Questo non significa rassegnarsi all’imprevedibile o affidarsi alla fortuna, quanto piuttosto seguire rigorosi processi di investimento nella costruzione dell’arca che ci può trarre in salvo nell’eventualità che un diluvio arrivi. E tra gli elementi di questi processi ci sono la diversificazione, il rigoroso rispetto del tempo dato, l’accettazione di un rischio adeguato e ... molta, molta pazienza. Dovremmo ormai avere capito che nel campo che stiamo trattando le certezze non esistono. Un esempio può chiarire le idee su quello di cui stiamo parlando. Tutti coloro che l’anno scorso (o ancora prima) hanno scelto di sottoscrivere strumenti a ferreo controllo del rischio usando uno strumento semplice come il conto deposito, con un ritorno teorico a 10 anni vicino al 2% lordo, si trovano oggi ad avere denaro vincolato nel tentativo di raggiungere un rendimento superiore allo zero. Un anno fa l’inflazione però era così bassa che quei rendimenti erano comunque accettati. Non dimentichiamo che c’era addirittura chi  investiva a rendimenti negativi, per avere certezza di restituzione del capitale! Oggi invece l’inflazione è in aumento e per noi italiani è ormai vicina al 6%, a fronte di un investimento che come il conto deposito ha una resa intorno al 2% lordo. Ditemi ora se quel denaro, investito con bassi rendimenti per tenere il rischio sotto controllo, possa essere considerato come una scelta oculata, sinonimo di tranquillità e assenza di  rischio. Riflettiamo ancora a questo riguardo allo stato d’animo di quel cliente che per paura aveva deciso di rassegnarsi ad un 2% lordo. Mentre vedeva il suo capitale protetto almeno dall’inflazione, osservava intorno a sé l’andamento dei mercati azionari od obbligazionari High Yield, che stavano dando ritorni a doppia cifra. Ben magra consolazione per chi ha anteposto la tranquillità al rischio. Comunque è stata una sua decisione e come tale va sempre rispettata. Questo problema oggi diventa decisivo perché questo investitore deve decidere se accettare la perdita dovuta all’inflazione oppure modificare la strategia di portafoglio. Non stiamo cercando qui di convincere i più timorosi spronandoli all’azione contro i propri principi e comportamenti. Vogliamo piuttosto invitarli ad un pensiero più razionale e meno emotivo. Il suggerimento passa per la formulazione di alcune domande: a. Accettare il rischio di una perdita sul valore reale del capitale o meglio sarebbe cambiare qualcosa per cercare il differenziale di rendimento perduto con l’inflazione? b. Accettare un aumento del rischio per il tempo necessario al fine del recupero del rendimento perduto, e se si per quanto tempo? c. Quale potrebbe essere il grado di sopportabilità del rischio alla pressione dei media che invitano a liquidare tutto per salvare il salvabile? Come si può notare le scelte non dipendono dal mercato ma dall’investitore. Qui si nota la macroscopica differenza tra variazione strategica e tattica di portafoglio, tra chi cioè dovrà ridisegnare tutto suo malgrado (durata, prodotti, rischio), e chi, avendo già diversificato puntando su prodotti diversi, su un tempo più lungo con l’accettazione di un aumento della dose di rischio, dovrà solo correggere in parte quanto già esistente. La verità è che non si può prevedere il futuro e di certo la guerra in Ucraina ha determinato una variazione sulle aspettative, ma solo su quelle di breve. La storia insegna che il rumore del momento (la guerra) non inciderà sui rendimenti del futuro (aspettative). Sono quindi le nostre scelte iniziali che condizionano i risultati, non gli accadimenti di percorso. Abbiamo infatti visto negli editoriali precedenti che vendere quando il mercato scende, è sempre una cosa vincente solo se il rientro è fatto nel momento giusto senza sbagliare, cosa praticamente impossibile. Una tra le risposte sul comportamento sta allora nella resilienza dell’investitore e nella sua reazione alla crisi del momento: se gli obiettivi di rendimento sono distanti nel tempo sarà sufficiente aspettare il passaggio della crisi oppure, meglio ancora, approfittare tatticamente della situazione per comprare ancora a sconto. Questa scelta farà abbassare le medie del costo d’acquisto, aumentando le probabilità di un rendimento atteso più alto. E nel caso in cui non ci siano risorse aggiuntive, la correzione tattica potrebbe essere quella di realizzare su settori con una minore probabilità di recupero, puntando invece su qualcosa le cui aspettative di crescita al momento di fine crisi possano apparire migliori. Tutto ciò dipende da una solida costruzione del portafoglio, nel rispetto di processi di investimento convalidati dai risultati raggiunti nel tempo. Questo è il motivo per il quale è necessario per l’investitore porsi sempre una serie di domande prima di investire: a. Quali tipologie di titoli hanno dato maggiori ritorni nella storia per un determinato periodo di investimento non discontinuo (5, 10 o 15 anni)? b. Con quale probabilità queste performance si sono ripetute anche in presenza di crisi finanziarie, guerre, pandemie, ecc.? c. Quale è stato il punto massimo di drawdown raggiunto nei momenti peggiori della crisi e quali sono stati i periodi di recupero? d. Quali sono da sempre i migliori mercati e le migliori strategie di investimento? e. Come posso attuare la miglior diversificazione possibile in modo da ridurre ulteriormente il rischio? Insomma un poco di studio non può che fare del bene all’investitore, soprattutto in termini di comprensione del mercato e del suo funzionamento. Questo non da certezza di risultato perché impossibile da ottenere, ma sicuramente garantisce un radicale aumento delle probabilità di successo. Vedo già comparire l’obiezione che fa riferimento all’impegno necessario per fare tutto ciò, cosa che rende più dolce la scusa del non volere investire perché non ci si fida di qualcuno o perché si ha paura. Rispondo con una domanda: come mai quando ci si deve curare da una malattia si fa ricorso ad un medico che mette a disposizione tutta la professionalità e l’esperienza necessaria, anche se ciò non punta ad ottenere la certezza della guarigione, quanto soltanto ad un aumento delle probabilità di successo? Come mai ai consulenti finanziari si chiedono invece sempre certezze di risultato, quando sappiamo benissimo che gli accadimenti del mondo, sono fondati sull’imprevedibilità? Ecco che allora sorge la domanda delle domande, la più pericolosa tra quelle che è possibile rivolgere al proprio consulente: “come mai non mi hai disinvestito quando i mercati erano al massimo, prima della crisi degli stessi, soprattutto prima che il mio portafoglio arrivasse a quei livelli di perdita?”. La risposta è già conosciuta dai più ma voglio ribadirla: le statistiche insegnano che bisogna cavalcare i mercati non combatterli sistematicamente. E ancora: gli insegnamenti della storia degli investimenti ci dicono che le modifiche tattiche di portafoglio (quelle che potrebbero essere necessarie in tempi di crisi) incidono solo per il 20% sul risultato totale di performance. Così la costruzione di un portafoglio strategico valido, basato sostanzialmente su di un giusto lasso temporale, con un rischio sopportabile dal cliente senza particolare ansia, con una buona diversificazione di prodotti e strategie, comporta un notevole miglioramento delle probabilità di successo. Il raggiungimento del risultato finale dipende infatti per oltre l’80% dall’individuazione di una giusta strategia di investimento. Ho voluto semplificare per trasmettere il messaggio che voglio ribadire in questo momento: non abbiate fretta di modificare il vostro portafoglio e non fatelo sulla base dell’emotività ma su quella della razionalità. Potrebbe infatti essere utile modificarne tatticamente una porzione vendendo un titolo o un fondo anche in perdita, reinvestendo però l’importo in qualcosa che nel momento della ripresa possa beneficiare di una migliore performance. Un esempio per tutti riguarda la tecnologia che è stata colpita da forti vendite: davvero pensate che quando l’inferno che si è scatenato sui mercati sarà finito, i prezzi dei titoli tecnologici non tenteranno di recuperare il precedente massimo raggiunto? E se lo faranno quanto pensate possa rendere un investimento comprato con uno sconto di oltre il 50%, sapendo che la storia insegna che i mercati si riportano sempre verso il livello massimo raggiunto prima della crisi per poi superarlo?   A voi la risposta!  

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QUELLO CHE LA STORIA DEI MERCATI RACCONTA

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 08.03.2022

Prendo spunto direttamente dalla lettura de Il Sole 24 ore di oggi, sabato 5 marzo 2021, per scrivere di getto il mio editoriale, nel tentativo di porre ancora una volta in evidenza alcuni concetti che non mi stancherò mai di ripetere, specialmente in momenti in cui le prime pagine dei giornali finanziari evidenziano soprattutto titoli come questo: “Venerdì nero in Borsa, Milano -6%. Da Ue e G7 pronte nuove sanzioni”. Così ci risiamo, ogni volta che qualcosa impatta sui mercati finanziari e li condiziona in negativo, ricomincia il bombardamento di notizie volte scientemente a terrorizzare l’investitore, quasi una sorta di invocazione ad agire di pancia e non di testa, stimolandolo cioè a comportarsi in modo tutt’altro che razionale, “aiutandolo” nell’impresa di commettere l’errore più grande che possa commettere, e cioè quello di vendere per paura, non per scelta strategica. Per procurare panico sul mercato non è sufficiente una guerra combattuta vicino a noi ma c’è anche una ridondanza informativa volta a esacerbare il presente, amplificando le criticità, quasi come se il futuro non possa più concretizzarsi in un progresso per l’umanità ma solo in uno scenario distopico. È già la cruda realtà di un conflitto che ci porta sulla porta di casa il pessimismo e che ci rende diffidenti verso il futuro che ci aspetta: non c’è bisogno di amplificarlo con notizie costruite ad arte per colpire come un pugno nello stomaco l’investitore. Quanto coraggio deve avere per resistere a tutte le pressioni del momento?  Che immagine pensate evochi in lui un titolo di giornale che parla di miliardi di dollari o di euro bruciati in borsa? Non vi sentite anche voi più poveri perché siete anche voi investitori colpiti da questo terribile incendio che ci induce il pensiero di essere tutti più poveri, spingendoci dover salvare il salvabile ricorrendo ad una (s)vendita forzata? Ecco che allora io dall’alto dei miei quasi 32 anni di carriera trascorsi senza soluzione di continuità sui mercati, mi sento di essere solidale e vicino all’investitore soprattutto quando si possono commettono gli errori più gravi, quelli a cui difficilmente si ripara, specialmente se spinti dall’emotività di una scelta non razionale. Per questo oggi che la guerra mostra ancora una volta il suo lato peggiore, in particolare per i popoli che ne sono coinvolti direttamente, non posso che essergli vicino per suggerirgli di gestire il suo investimento con calma e razionalità, con pazienza e resilienza, confidando più sui processi di investimento dotati di scientificità, con una adeguata logica temporale, piuttosto che confidare su voci, previsioni o semplici opinioni. È quindi un invito a smettere di vedere miliardi di euro in fumo quando le Borse scendono in modo violento, poiché non c’è distruzione fisica ma soltanto una variazione di un prezzo che prima o poi, tornerà al livello raggiunto per superarlo non appena il momento di crisi sarà passato. È sempre stato così nel tempo e lo sarà ancora per molto, salvo che qualcuno non cominci a credere all’inizio di una terza guerra mondiale, portatrice di morte e distruzione totale. Ma a questo punto la domanda da porsi sarebbe solo quella sul senso del possedere beni o ricchezze in uno scenario da fine del mondo. Per tutti coloro invece che credono in una crisi passeggera e in un futuro di crescita, il suggerimento più utile è quello di fissare al momento dell’investimento un prezzo al quale si è disposti a vendere, poiché il denaro non è mai fine a sé stesso, ma deve avere uno scopo ultimo sia che si tratti della propria tranquillità o di una vecchiaia felice, l’acquisto di una casa ovvero l’istruzione di un figlio. Meglio quindi sarebbe avere vincoli certi in entrata e in uscita, in modo da fissare in anticipo le condizioni dell’impiego di quel denaro durante il corso della vita di ciascun investitore. Naturalmente quando la paura prende il sopravvento quei limiti imposti potrebbero certamente essere violati poiché nessun buon investimento può essere considerato non liquidabile, ma lo sarebbe con una maggiore consapevolezza dell’investitore, evitandogli l’imperdonabile errore di agire sulla spinta della paura. Non dimentichiamo mai che la diversificazione è sempre fondamentale quando si investe e la si usa non per incrementare i guadagni, ma per limitare le perdite. E la diversificazione pone le sue basi sul tempo, sul livello di rischio accettabile alla ricerca cioè del rendimento possibile. Il rischio simmetrico è ormai solo un lontano ricordo a cui l’investitore poco evoluto non ha ancora smesso di credere. Investire quindi senza un obiettivo per l’impiego futuro di quel denaro può rendere ogni scelta di investimento un azzardo, trasformando l’investitore in speculatore.  Per finire è sempre utile ripetere che le crisi di mercato sono sempre delle vere e proprie occasioni per chi sa quello che vuole dal proprio denaro non speso. E in momenti come questo si possono ottenere risultati più che soddisfacenti anche semplicemente cercando di resistere ai ribassi, superando la propria paura di vendere nei momenti più bui. Figuriamoci poi cosa potrà ottenere l’investitore accorto in termini di rendimento se acquistasse nei momenti in cui la paura fa svendere i più, esaltando la sua voglia di acquisto, quando è consapevole del fatto che i mercati ripagano chi crede in loro e nella loro capacità di resilienza e di ripresa. Non mi stancherò mai di ricordare che sui migliori mercati azionari il rischio si riduce in funzione del tempo, generando il paradosso di un rischio zero al raggiungimento dei 15 anni di permanenza sugli stessi.   Un vero investitore sa che c’è sempre una fine per ogni crisi e sa che trasformare la paura in opportunità non è difficile. Questo è quello che racconta la storia dei mercati, non dimentichiamolo mai.  

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QUANTO FA MALE LA GUERRA ALL’INVESTITORE?

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  • Investimenti
Scritto il 28.02.2022

Buone notizie per i Gufi del mercato che sono riusciti in questi giorni a prevedere persino lo scoppio della terza guerra mondiale. Qualcuno ne ha addirittura ipotecato la primogenitura rivendicandone il tipico “io l’avevo detto!”. E dopo un inutile scambio di accuse tra le parti contendenti, ecco che nella notte tra il 23 e il 24 febbraio i carri armati russi sono entrati in Ucraina scatenando le vendite sui mercati, subito rientrate contro ogni pronostico il giorno dopo. Indici del settore energetico in crescita e forti ribassi hanno connotato gli ultimi giorni della settimana, confortati dai poderosi titoli dei giornali e aperture dei TG pieni di scenari catastrofici. La verità è che questo è vero per chi è in quei territori, ma non lo è per noi che vediamo la sofferenza di chi vive a meno di tre ore di aereo da noi, stando al sicuro nelle nostre case. In realtà questa guerra è cominciata nel lontano 2014 con l’annessione della Crimea da parte della Russia, cosa che in molti di noi hanno già dimenticato grazie alla nostra memoria di breve periodo che cancella il passato, facendoci nel tempo diventare indifferenti. Quello che stiamo vivendo è il culmine di qualcosa che è cominciato tempo fa ma che non abbiamo mai considerato tra le nostre preoccupazioni. L’ipocrisia dominante però ci fa dimenticare che alcuni popoli in Europa o in territori più o meno vicini a noi erano e sono da sempre in guerra. La nostra vita comunque continua ad andare avanti e, proprio perché non colpiti direttamente, ci abitueremo anche questa volta, distraendo la nostra attenzione dalla pandemia. I conflitti non sono una novità e mai lo saranno e negli ultimi 100 anni non sono mai mancati. A differenza del secolo scorso però sono stati circoscritti in territori ben delimitati, scatenando comunque la loro forza distruttiva prioritariamente in quei luoghi. La domanda che dobbiamo rivolgerci è se i conflitti militari impattino più sulle nostre emozioni oppure di più sulle nostre tasche. La risposta non è univoca perché i fenomeni bellici, come altri shock che l’umanità ha vissuto, hanno certamente impattato sui mercati nel breve ma senza che questi ne abbiano mai risentito nel medio lungo periodo. Che fare dunque nell’attuale situazione: meglio liquidare le posizioni in attesa di tempi migliori oppure mantenere tutto inalterato, confidando sull’umana resilienza emotiva? Come al solito non avendo tra le mie capacità quella di indovino, cercherò di affidarmi ad una lettura storica di quello che sta accadendo, confidando che i miei 5 lettori comprendano che la mia analisi ha solo lo scopo di cercare di ridurre le conseguenze che decisioni affrettate e sbagliate possano avere sui portafogli. Non è certamente una mia intenzione quella di prevedere il futuro. Tuttavia, in  momenti come questi è molto facile lasciarsi prendere dalla paura. Io consiglio da sempre  di agire sulla base degli insegnamenti della storia, ponderando le scelte su quanto già accaduto in passato,  cercando di capire se sia possibile evitare di commettere errori. Vediamo allora dai dati che seguono quali risposte possiamo ottenere sull’impatto che i conflitti hanno avuto sui mercati. Ho scelto di usare l’indice MSCI World, che rappresenta l’andamento dei mercati mondiali, in occasione di conflitti recenti. ancora più indietro nel tempo potremmo utilizzare l’indice S&P500, sensibilmente più datato del precedente, per osservare l’impatto positivo dei conflitti sul mercato. Osservando la tabella possiamo affermare che mai dopo questi shock, si sono registrati momenti di decrescita: il mercato azionario cresce sempre, anche in presenza fenomeni di particolare violenza. Dai dati sopra riportati possiamo notare come dal 1940, ma anche prima se proprio volessimo essere più precisi, i risultati non cambiano: i mercati si sono sempre ripresi e in particolare la borsa americana, che non dimentichiamo mai, pesa oltre la metà dei mercati azionari mondiali, fornendo sempre ottime occasioni di ripresa.   Prendo a prestito dal sito LPL Research la tabella che ci conferma quanto sopra esposto, fornendoci un quadro preciso della reazione dell’indice S&P500 entro 12 mesi dal verificarsi di eventi geopolitici. Tutto questo riconferma la tesi secondo la quale i mercati finanziari mondiali danno sempre un ritorno positivo nel lungo periodo e dopo ogni crollo, riprendono il livello massimo raggiunto per poi superarlo. Il rischio perdita è sempre concentrato sul breve periodo e cede SEMPRE il passo ad una risalita più o meno rapida. Infatti, nei 37 eventi segnalati sopra, solo 12 volte si sono riscontrati casi negativi di durata superiore all’anno, con una perdita media del 19% e con due picchi negativi intorno al 40%, verificatesi durante la guerra del Kippur nel 1973 e nel 2008 in piena crisi Lehman Brothers. La costante che ci conforta è che tutte le perdite sono SEMPRE RIENTRATE. Comunque non voglio dilungarmi troppo su questi dati che sono difficilmente contestabili. Voglio piuttosto lanciare un’idea di investimento riservata solo a chi è dotato di pazienza e di controllo delle emozioni: COMPRATE SUI RIBASSI E FARETE L’AFFARE DELLA VITA! Per tutti coloro che invece per legittimo timore decideranno di uscire per attendere momenti migliori, le possibilità di guadagno si ridurranno di molto.      

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QUELLA STRANA POLITICA DEL “COMPRA BASSO E VENDI ALTO”

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  • Risparmio gestito
Scritto il 22.02.2022

Capita spesso che i clienti rivolgano al proprio consulente domande per cercare di capire il perché di certe scelte sui loro investimenti, che diventano sempre un utile segnale di interesse verso il lavoro svolto da chi li aiuta a gestire il loro capitale. Proprio per questo non posso esimermi dal dire che la consulenza finanziaria non può che passare attraverso la condivisione di obiettivi tra consulente e cliente. In tempi ormai lontani era facile trovare chi era orientato alla strategia del “faccia lei che mi fido”, salvo poi abbandonarne il percorso quando il risultato, sebbene non negativo, risultasse difforme da quanto ipotizzato. I tempi oggi sono molto cambiati: i rendimenti obbligazionari a tasso negativo indotti dalle politiche delle banche centrali, le tempeste finanziarie causate dalla pandemia, l’inflazione galoppante, la preoccupazione per gli interventi futuri delle banche centrali, i grandi rincari dell’energia e le tensioni geopolitiche, con i marcati in fibrillazione a tendenza negativa lontani dal normalizzarsi e i rendimenti azionari che oscillano in alto e in basso a doppia cifra, sono tutti fattori di tensione sul mercato. Che belli erano i tempi in cui comprare un BTP o una obbligazione a tasso fisso consegnava all’investitore ritorni stellari senza troppa fatica. Purtroppo o per fortuna ormai da anni questa situazione è mutata. La pianificazione finanziaria è diventata necessaria, soppiantando definitivamente quella facile ricerca del rendimento dato da titoli apparentemente facili da gestire in un portafoglio. Oggi invece il fattore rischio non solo è cresciuto ma è diventato inevitabile, con una ridotta possibilità di costringerlo dentro stretti paletti di volatilità mediante l’uso della diversificazione e della de correlazione. Tutti coloro che oggi vogliono investire (non speculare) non possono non assumerne un sovradosaggio, facendo ben attenzione a utilizzare tempo e diversificazione per attenuare il pericolo di perdite. Capita però che se non ben consigliato l’investitore si dimentichi dell’obiettivo per cui quel denaro è stato investito. In particolare mai dovrebbe essere considerato come un deposito temporaneo, utilizzabile in ogni momento senza vincoli quando se ne presenta l’opportunità. Ma questo modo di fare conduce alla perdita solo quando si liquida per paura, non quando la moltiplicazione tra valore e numero quote da un ritorno negativo. Fateci caso, quando i mercati scendono il pensiero unico diventa quello di salvare il salvabile, come se la fine del mondo stesse per avvicinarsi ad una velocità impressionante. Quei momenti dovrebbero invece essere considerati come la miglior condizione per fare affari, comprando a saldo titoli che poi risaliranno ai livelli precedenti per poi superarli. Insomma quelli sono momenti magici dei quali approfittare.  Quando poi i mercati puntano verso l’alto il rischio percepito invece tende a diminuire e la bramosia di un guadagno maggiore prende il sopravvento sulla paura di perdere, trasformandosi in avidità. Solo così per molti investitori il rischio diventa un fattore accettabile con la loro trasformazione in leoni quando tutto sale e in pecorelle smarrite nel caso opposto. Nessuno è in grado di conoscere in anticipo la propria reazione al verificarsi di un pesante ribasso, soprattutto se è la prima volta che lo vive. Ma solo in questo caso la paura può essere consentita, non nel caso in cui una esperienza di ribasso è stata già vissuta. Qui sta il compito fondamentale del consulente, che deve essere il primo ad intervenire affiancando il cliente per trasmettere l’esperienza e la conoscenza dei processi di investimento necessari per affrontare il momento, stimolando la sua resistenza alla tentazione di vendere. Non ci sono per questo motivo momenti giusti o sbagliati per investire, ma solo tempi da rispettare e rischi da assumere in modo consapevole. Per questo la loro accettazione dovrebbe essere misurata non a cuore rilassato e con il mercato in crescita ma, piuttosto, sotto sforzo, ogni qual volta un cigno nero scuota i listini. E tutto questo proprio per testare la resistenza e la resilienza allo stress di ogni singolo cliente, per preparalo ad eventi futuri, rendendolo pronto ad approfittare di ogni opportunità che si possa presentare lungo il percorso tracciato. Ecco allora evidenziato lo scopo di una pianificazione finanziaria basata principalmente sulle preferenze e sul grado di rischio tollerabile dal cliente. I sacri testi insegnano che il 90% del rendimento di portafoglio dipende dalla sua costruzione strategica, operata secondo rispetto di rigorosi processi di investimento, non dagli interventi tattici, che contribuiscono solo per il 10% del risultato. A questo riguardo il giusto compromesso tra avidità e paura dovrebbe diventare un fattore di stabilità del portafoglio, in modo da non accettare troppo o troppo poco rischio quando si investe. A questo riguardo concludo la mia riflessione con la frase attribuita a Sir John Marks Templeton, famoso investitore e banchiere americano, entrato nel 1954 nel mercato dei fondi comuni di investimento con la creazione del famoso Templeton Growth Fund, che ha registrato una crescita media di oltre il 15% all'anno per ben 38 anni di fila: “il bull market nasce nel pessimismo, cresce nello scetticismo, matura nell’ottimismo e muore nell’euforia”. Il senso di questa frase è che quando nessuno vuole comprare e i prezzi scendono, è invece il momento di investire. E chi ha sperimentato questa verità nel tempo ve ne confermerà l’efficacia.  

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COSA FARE QUANDO I MERCATI OSCILLANO

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 17.02.2022

Innanzitutto la premessa: predire il futuro è impossibile, non ci sono dubbi su questo. Tuttavia non si rinuncia mai a fare previsioni, quasi che l’incertezza dei mercati finanziari possa essere risolta con formule o algoritmi. Non so quante volte ho già parlato di queste cose, tuttavia vale sempre la pena di ripetere che investire è una questione di processi, di metodo e di conoscenza, non di previsioni. Non accettare che i mercati siano per loro natura imprevedibili è partire con il piede sbagliato, poiché senza volatilità non esisterebbero le dinamiche di mercato. Per questo, chi non è disposto a correre il rischio che nel breve il portafoglio possa andare in negativo, deve evitare di investire. Questo non riguarda solo il mercato azionario ma anche quello obbligazionario, specialmente in una fase di mercato come quella che stiamo attraversando, dove la probabilità di un rialzo dei tassi di interesse per raffreddare l’economia è ormai una certezza. L’incognita è piuttosto sul quanto e sul quando. E non rendersene conto può risultare pericoloso. Ci troviamo ormai nella situazione in cui, come avrebbe detto il primo ministro inglese Margaret Thatcher negli anni 80, “THERE IS NO ALTERNATIVE” (non c’è alternativa). I tassi dovranno essere alzati. Per questo sarebbe facile lasciarsi prendere dallo sconforto e decidere di vendere TUTTE le attività finanziarie, lasciandosi sedurre dall’illusorio pensiero di potere rientrare al momento giusto, non appena le condizioni lo rendessero possibile. È vero che la fortuna spesso aiuta gli audaci ma è possibile anche, in termini probabilistici, sulla spinta del folle pensiero proposto da quella categoria di veggenti che io chiamo “i gufi del mercato”, che si possano commettere anche gravi errori. Troppo bassa la probabilità di fare centro senza sbagliare, al punto che il più delle volte, diventa meno faticoso e più profittevole dimenticarsi del denaro investito per un congruo numero di anni. A questo riguardo ho alcuni suggerimenti che mi sento di condividere ancora una volta con gli investitori che vogliono aumentare le probabilità di successo del loro portafoglio:          a. Selezionare e combinare gli strumenti finanziari in funzione degli obiettivi e del tempo necessario per il loro raggiungimento, cercando di essere consapevoli delle scelte effettuate, attuando un rigoroso controllo del rischio che può diventare un acceleratore di performance;          b. Evitare di concentrarsi sul rumore delle notizie, molto spesso evidenziate e ingigantite dai giornali o dalle televisioni. Queste non contribuiscono alla tranquillità dell’investitore che deve rimanere il più possibile indifferente anche in caso di pesanti ribassi, specialmente quando si verificano nei momenti iniziali, inducendo il pensiero di essere forse entrati nel momento sbagliato;          c. Considerare sempre i ribassi di mercato come una straordinaria opportunità per acquistare in saldo qualcosa che si rivenderà nel futuro ad un prezzo più alto. Ormai sappiamo che ce ne sono alcuni che crescono sempre nel tempo e che non possono mancare in un portafoglio efficiente, pur in presenza di una loro alta volatilità;          d. Tenere sempre costantemente sotto controllo il proprio investimento, intervenendo solo in rare eccezioni, evitando di correggere solo per paura. È sempre da considerare poi che al trascorrere del tempo la volatilità non può rimanere costante e deve diminuire proporzionalmente più si avvicina il momento della fine del periodo di investimento;          e. Mai dimenticare gli obiettivi per i quali quel portafoglio è stato costruito, poiché da qui si trarrà la motivazione per riconfermare la scelta iniziale e l’alto valore del sacrificio del non impiegare quel denaro prima del tempo previsto. Ritornare al momento iniziale delle scelte serve ad incrementare la voglia di ottenere rendimenti, allontanando i pericolosi pensieri di rinuncia sopravvenuti a causa della paura di perdere. Infine è da ricordare che più è ambizioso l’obiettivo di rendimento atteso più l’investitore dovrà rimanere paziente e fiducioso, cercando il più possibile di non lasciarsi catturare dalla paura generata dalla volatilità. Investire è una di quelle attività umane dove la certezza di rendimento non si sposa con alte performance. E quel tempo è ormai finito. Ecco perché è fondamentale affidarsi a processi di investimento affidabili, basati sulla conoscenza e sul metodo. Dire che il mercato americano ha sempre dato nel tempo risultati ampiamente positivi non significa che nel futuro ne darà altrettanti, ma suggerisce piuttosto che sarebbe un controsenso investire in altri che non abbiano mai dimostrato la stessa resilienza.  

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UN BREVE SGUARDO ALLA TASSAZIONE DELLE RENDITE FINANZIARIE

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  • Consulenza patrimoniale
Scritto il 08.02.2022

Uno degli argomenti sul quale si discute spesso con i clienti in periodo di crisi dei mercati riguarda la tassazione degli strumenti finanziari, in particolare la possibilità di una compensazione tra guadagni e perdite. Il mio scopo oggi è quello di cercare di fare un poco di chiarezza semplificando il più possibile l’argomento. Possiamo dividere la tassazione in due macro aree: le imposte di bollo e sulle plusvalenze maturate. La prima si paga nella misura fissa dello 0,20% in proporzione alla quantità di strumenti finanziari detenuti sul conto titoli, indipendentemente se abbiano o meno prodotto utilità. Proprio per questo può essere considerata a ragione una piccola patrimoniale, proprio perché incide sul patrimonio, indipendentemente dal suo andamento. È stata introdotta dal Decreto Legge n. 16/2012 che ne ha inizialmente previsto l’applicazione nella misura dello 0,10%. Successivamente la Legge di Stabilità 2014 ne ha aumentato l’importo a 0,20%, eliminando l’importo minimo che era stato fissato a 34,20 euro. L’imposta di bollo ammonta a 34,20€ l’anno per conti correnti e libretti di risparmio postali o bancari, se la giacenza media supera i 5.000€. Se la giacenza media è inferiore ai 5.000€, allora l’imposta di bollo non è dovuta. Viene applicata anche ai conti deposito. La seconda invece si applica quando il nostro investimento ci fa guadagnare, e proprio qui cominciano le complicazioni. Il legislatore ha previsto che nel caso in cui venga generato reddito da un capitale ci troviamo davanti a due diverse definizioni: redditi da capitale e redditi diversi. Una prima semplificazione ci impone di definire i redditi da capitale come certi nell’ammontare e nell’esistenza: in questa tipologia possiamo inserire quindi le cedole pagate da obbligazioni e i dividendi azionari. I redditi diversi sono invece incerti sia nell’ammontare che nell’esistenza: tra questi possiamo annoverare sia le plusvalenze che le minusvalenze che derivano dalla compravendita dei titoli. In questo caso quando si realizza la vendita non possiamo definire con certezza se ci sarà un guadagno (plusvalenza) o una perdita (minusvalenza). Questa distinta definizione dei redditi genera l’impossibilità della compensazione tra redditi da capitale e redditi diverse. Tuttavia la normativa prevede un bonus fiscale che permette la compensazione tra minusvalenze pregresse e plusvalenze successive derivanti da redditi diversi, entro il 4 anno successivo alla loro generazione. Importante dire che le perdite sono sempre da considerare come redditi diversi, mentre per i guadagni le cose si complicano, perché ci troviamo davanti alla generazione di redditi diversi o redditi da capitale a seconda dello strumento finanziario usato. Nella tabella che segue una semplificazione ci aiuta a capirne le differenze: Questa differenziazione genera su Fondi ed Etf una situazione paradossale per cui le plusvalenze ottenute dalla loro compravendita sono considerate come redditi da capitale, anche se non sono a priori certi nell’ammontare e nell’esistenza. Per questo non è possibile la compensazione con minusvalenze pregresse, che appartengono invece alla categoria dei redditi diversi.   I guadagni generati dagli investimenti finanziari (cd. capital gain) sono in gran parte assoggettati a una tassazione del 26%. I redditi da capitale sono sottoposti ad una tassazione del 26%, tranne i proventi derivanti da titoli di Stato, risparmio postale, titoli di Stato esteri presenti nella White list (es. Bund, Btp), titoli sovranazionali (esempio obbligazioni della World Bank, della BCE), che sono invece tassati al 12,5%. I redditi diversi sono plusvalenze e sono sottoposti anch’essi ad un’aliquota del 26%, ad esclusione della compravendita di titoli di Stato, titoli di Stato presenti nella White list, i titoli sovranazionali, anche in questo caso tassati al 12,5%. Sono invece esenti i PIR, se mantenuti per un periodo di almeno cinque anni e le polizze vita ramo I a Gestione Separata. I fondi pensione sono invece tassati al 20%. Per concludere, nel tentativo di semplificare la materia, ho riportato nella tabella che segue la possibilità di compensazione tra plus e minusvalenze dei più comuni strumenti finanziari.

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