Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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COME COSTRUIRE OGGI UN PORTAFOGLIO SOLIDO (PARTE 3)

  • 45
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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 27.07.2021

Siamo arrivati alle considerazioni finali. Abbiamo visto come il tempo possa essere usato necessariamente come un valido alleato per la costruzione di un asset coerente con le nostre aspettative di rendimento di periodo, nel pieno rispetto del nostro grado di tolleranza al rischio. Questo permette anche di far fronte ad eventuali imprevisti che possono anticipare l’impiego del capitale e per questo, usando una diversificazione anche temporale, viene ridotto il rischio totale di portafoglio. La matematica ci consegna poi altri fattori che non vanno sottovalutati e che sono determinanti, non già nella costruzione del nostro portafoglio, ma piuttosto nella sua gestione. Abbiamo infatti notato che la fase del NON SI SA MAI (0-12 mesi) si ripete per 10 volte in 10 anni, quella del FORSE MI POSSONO SERVIRE (13-36 mesi) 3,3 volte, NON ESAGERIAMO CON GLI ANNI (37-60 mesi) 2 volte e, naturalmente, 1 sola nella fase del CHISSÀ DOVE SARÒ E SE CI SARÒ ANCORA (61-120 mesi). Da questi elementi deriviamo alcuni insegnamenti tra cui quello che la somma di tanti periodi più corti, non potrà mai eguagliare il risultato di uno più lungo, costruito sin dall'inizio con una più alta volatilità, in quanto questa è fattore determinante per ottenere un più alto rendimento. Perciò non è mai consigliabile avere un portafoglio costruito strategicamente con scadenze corte e ripetute per tenere basso il rischio, ancorché mantenuto per una durata lunga. Neppure davanti alla stessa manifesta paura dell’investitore di possibili perdite in conto capitale, bisognerebbe costruirlo sempre senza mai dimenticare che il rendimento dipende sempre dalla volatilità. Molto meglio quindi diversificare imputando al giusto periodo una volatilità crescente, poiché sappiamo che è il tempo uno tra i migliori attenuatori del rischio. Naturalmente per quanto detto sopra, apparirà quindi opportuno, senza per questo essere obbligatorio, cercare di inserire in portafoglio periodi lunghi a più alta volatilità, magari per importi contenuti. Potrà essere fatto anche mediante l'uso di una strategia PAC che, pur attenuando il rendimento del portafoglio nel lungo periodo, darà l’opportunità all’investitore avverso al rischio di abituarsi alle oscillazioni del mercato, percependo così i vantaggi di un acquisto automatico in momenti di ribasso. Questo è sempre consigliabile per due motivi determinanti: il primo perché l'effetto della partecipazione all'economia reale (mercato azionario) è come un moltiplicatore del rendimento di portafoglio dell'investitore, che permette di uscire dall'impasse dei bassi rendimenti del mercato del debito. Inoltre abituarsi a piccole dosi di quel “veleno” che alcuni chiamano volatilità o rischio, che invece io chiamo opportunità, aiuta certamente a comprendere con un’esperienza a basso impatto emotivo, che è la volatilità l'unica via per dare rendimento agli investitori. Concludendo, non esistono più come un tempo pasti gratis sul mercato degli investimenti e la volatilità è la via maestra per per ottenere soddisfazioni. Per questo la pazienza dell’investitore può contribuire in modo notevole ad abbattere la paura di perdere denaro quando si investe, pur assumendo un rischio maggiore.    

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COME COSTRUIRE OGGI UN PORTAFOGLIO SOLIDO (PARTE 2)

  • 73
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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 15.07.2021

Dove eravamo rimasti? Si, ora ricordo, stavamo parlando di un portafoglio multi compartimentale, ripartito in 4 parti, ciascuna dotata di un suo sviluppo temporale dotata di una diversa volatilità. I lettori sanno già che è sempre necessario qualificare e quantificare le preferenze dell'investitore, prima di procedere alla costruzione di un asset. Per semplificare, visto il breve spazio che abbiamo a disposizione, ipotizziamo che il fruitore di questo portafoglio sia un investitore particolarmente avverso al rischio, predisposto a subire psicologicamente i ribassi di mercato, ma comunque intenzionato a non accumulare troppo capitale sul conto corrente. Uno dei punti critici quando si costruisce un portafoglio, è dato dall’assenza per l'investitore di particolari obiettivi di periodo da raggiungere. Queste costituiscono sempre delle ottime leve per evitare di lasciarsi colpire dal panic selling, che colpisce molti quando i mercati crollano, portandoli, anziché a comprare, a vendere. La richiesta di investire in prodotti liquidabili senza particolari vincoli, mi hanno portato ad inserire nella tabella, a parità di periodo, una diversa volatilità, in modo da coinvolgere l'investitore nella scelta del SUO rischio, cioè quello che si sente di potere e volere correre durante il periodo dell’investimento. Infine, prima di parlare di prodotti e della loro volatilità, va lasciata all’investitore la scelta delle percentuali del suo capitale da ripartire in ciascuno dei 4 comparti, senza mai dimenticare di ricordargli sempre il SUO impegno a non liquidare prima del tempo dato. Ecco dunque la SUA scelta di ripartizione di tempo del portafoglio da cui partire per la sua costruzione:   NON SI SA MAI (0-12 mesi): 30%; FORSE MI POSSONO SERVIRE (13-36 mesi): 40%; NON ESAGERIAMO CON GLI ANNI (37-60 mesi): 20%; CHISSÀ DOVE SARÒ E SE CI SARÒ ANCORA (61-120 mesi e oltre): 10%. Già da questa diversificazione, fatta di tempi e di peso di capitale, scelta libera e autonoma  dell’investitore, siamo in grado di percepire la SUA bassa tolleranza al rischio che, come abbiamo già detto, non essendo legata ad obiettivi specifici, pone il portafoglio in una condizione di pericolosa precarietà. In queste fasi delicate è fondamentale che invece si senta a suo agio, supportato da chi lo ha aiutato a costruirlo oppure, in caso abbia provveduto in autonomia, deve ritrovare le motivazioni da cui era partito, poiché questo è il perno fondamentale per riportare la paura ad un livello meno intenso. Come si può osservare, la tabella successiva è stata costruita con due prodotti a diverso rischio inseriti nel medesimo comparto, proprio per lasciare la libera scelta del rischio da assumere all’investitore. Naturalmente i prodotti selezionati sono stati scelti da me, in base alla mia conoscenza e competenza, in base alla loro qualità e funzione rispetto ad altri appartenenti naturalmente alla stessa categoria. Tale scelta è legata al caso di specie qui trattato e rappresenta solo un caso di scuola da discutere. Non deve essere considerata come una proposta di portafoglio, solo un suggerimento operativo per l’uso di un metodo, che tra i tanti possibili, può essere seguito per costruire un portafoglio anche in autonomia.   A questo punto, una volta scelto quale prodotto utilizzare sulla base della volatilità e della performance oltre che dal rischio SRRI, sarà facile assegnare a ciascun periodo, una quantità di capitale da investire. Va comunque ricordato che i rendimenti e la volatilità non sono indicatori predittivi, ma lasciano solo intravedere il loro passato andamento, in modo che sia confrontabili con altri appartenenti alla stessa categoria. La tabella aiuta anche a valutare l’impatto ESG sul portafoglio, mediante l’analisi SFDR dei prodotti scelti. Da ultimo, risultando poi l’investitore particolarmente avverso al rischio, sarà consigliabile utilizzare una strategia PAC anziché una PIC, in modo da rendere la volatilità ancora più contenuta nel lungo periodo, salvo diversa SUA scelta. L'insieme di tutti i comparti sarà dunque il portafoglio definitivo, destinato a costruire la performance totale e in grado di affrontare in modo solido ogni condizione di mercato. E come dico spesso ai miei clienti: è il tempo il nostro migliore alleato per costruire un portafoglio in grado di affrontare ogni tipo di mercato.

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COME COSTRUIRE OGGI UN PORTAFOGLIO SOLIDO (PARTE 1)

  • 76
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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 07.07.2021

L'inflazione sale o scende? Cosa è meglio fare con i titoli obbligazionari che ho in portafoglio? Per quanto ancora i mercati azionari continueranno a salire? Adesso è meglio investire in obbligazioni o in cosa? Cosa prevede per i mercati nel prossimo futuro? Queste sono le domande ricorrenti contro le quali noi consulenti ci troviamo a lottare ogni giorno, nel tentativo spesso inutile di fare comprendere che in campo finanziario nessuno conosce la verità o è dotato di poteri predittivi in grado di garantire la certezza di un risultato a priori. E tutto ciò sulla stessa falsariga di un avvocato che non può garantire a priori una sentenza favorevole al proprio assistito. In assenza di indovini affidabili e di certezze impossibili, ci si potrebbe impegnare a costruire portafogli solidi usando logica e competenza, in grado di dare alte probabilità di non subire perdite da qui ai prossimi 10 anni e guadagni interessanti. Per rimanere coerente con il mio modo di agire darò un suggerimento preventivo a tutti coloro sono già in grado di fare da soli, soprattutto a quelli che pensano che il market timing sia la migliore soluzione in assoluto: questo post non fa per voi, evitate di perdere tempo nel leggere ciò che segue. A tutti gli altri chiederò di perdonarmi se racconterò cose delicate ma importanti, usando per tutelare il mio buon nome usando lo schermo dell’ironia. Innanzitutto, se crediamo davvero che il tempo per chi investe sia un alleato affidabile, fidiamoci di lui e confidiamo sul suo prezioso sostegno. Per fare ciò, suggerisco di dividere il tempo che abbiamo deciso di dedicare alla gestione e alla crescita del nostro capitale in 4 sotto periodi, avendo cura di dare a ciascuno di questi un nome o una definizione che possa descrivere l’intento per cui quel denaro viene investito, se proprio non siamo in grado di assegnargli un preciso obiettivo di impiego a fine periodo. Per quanto mi riguarda userò qui delle definizioni incontrate durante la mia attività professionale, invitando nel contempo il paziente lettore a fare lo stesso, usando ciascun periodo come uno scomparto nel quale inserire la parte del capitale da investire secondo il tempo che è stato scelto per ciascuno, a seconda del suo gradimento: * periodo del NON SI SA MAI (0-12 mesi): qui metteremo la nostra liquidità nel caso in cui qualcosa di imprevedibile si manifesti e tocchi la nostra tranquillità, dalla quale attingeremo nel breve periodo; * periodo del FORSE MI POSSONO SERVIRE (13-36 mesi): qui invece consideriamo quel capitale che siamo quasi sicuri che non utilizzeremo se non entro quel periodo, dal quale però non riusciamo a separarci, pur sapendo benissimo che così rinunceremo a rendimenti più interessanti; * periodo del NON ESAGERIAMO CON GLI ANNI CHE POTREBBERO SERVIRE PRIMA (37-60 mesi): in questo caso la somma da investire è accantonata con rimpianto, soprattutto perché si prende atto a malincuore che quel denaro verosimilmente non lo si potrà usare che al termine, potendosi realizzare perdite se usato prima della scadenza; * periodo del CHISSÀ DOVE SARÒ O SE CI SARÒ ANCORA (61-120 mesi e oltre): difficile che un periodo così lungo venga scelto come modalità principale di allocazione delle risorse disponibili. Da queste ci si dovrà separare per un lungo periodo, con il rischio di causare in molti dei pentimenti, specialmente in tutti coloro che pensano che i grandi guadagni dipendono dalla fortuna e non dalla strategia. La cosa curiosa e ricorrente è che di questo denaro spesso se ne rivendica prima della scadenza la restituzione, di solito per la sopravvenienza di affari improvvisi a cui è difficile resistere. Il tutto naturalmente si verifica nei momenti di crollo di mercato, raramente nelle fasi di pieno rialzo. A questo punto, per la costruzione di un solido portafoglio il più è fatto. Per tutti coloro che sapessero usare in modo egregio quei fantastici supporti chiamati KIID, che per legge dal 2012 affiancano l'offerta di qualsiasi fondo comune commercializzato in Europa e che sintetizzano le informazioni più rilevanti per un investitore, sarebbe incredibilmente facile agire in perfetta autonomia. Infatti, incrociando il grado di rischio, definito con una scala graduata da 1 a 7, con il periodo di tempo consigliato per il suo mantenimento in portafoglio, non sarà difficile ripartire il capitale da investire per percentuali, ciascuna propria per ciascuno dei 4 comparti proposti sopra. Forse la difficoltà più grande è in verità quella di decidere quali mercati e quali strategie di gestione preferire tra le tante, soprattutto quali prodotti scegliere tra i migliaia disponibili, facendo però attenzione a scegliere quelli che a parità di categoria sono stati tra i più performanti e meno rischiosi, dando un preciso segnale di efficienza, tenendo sempre presente che le performance realizzate appartengono solo al passato e non devono essere prese come indicatori di andamenti futuri. Proprio per questo, violando una mia modalità operativa che punta a costruire sempre e solo portafogli personalizzati, sarà mia cura inserire nell’editoriale della settimana prossima la proposta di un portafoglio, comprensivo dei codici ISIN, costruito secondo le indicazioni di cui abbiamo parlato oggi.  

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IL BISOGNO DI CERTEZZE DELL’INVESTITORE

  • 48
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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 25.06.2021

La domanda più semplice e ricorrente che faccio quando mi trovo a parlare con un nuovo cliente che vuole investire, è quella che riguarda l’obiettivo per cui quel denaro viene investito e non speso. Come i miei lettori sanno bene, considero assolutamente necessario per costruire un portafoglio, conoscere anche alcuni elementi quali la durata dell'investimento e il livello di rischio massimo accettabile per quel cliente. E questo perché conoscere ciò che spinge l’investitore a non consumare quel denaro nell'immediato destinandolo ad un futuro impiego, è il vero fattore critico su cui basare la strategia di portafoglio. Conoscere questi elementi è come per il medico conoscere perfettamente l’anamnesi del suo paziente per stilare la diagnosi e somministrare la terapia. Questo deve essere il comportamento naturale del consulente finanziario che ha davvero cura del proprio cliente. Tuttavia, il più delle volte nella mente del cliente ricorrono alcuni pensieri non sempre dichiarati e spesso sottaciuti. Tra questi i più ricorrenti sono “non ho molto tempo, non ho un vero obiettivo, non voglio vincoli, non voglio correre rischi, potrei averne bisogno molto presto”. Queste dichiarazioni, spesso basate sulla paura di perdere il controllo del proprio capitale, sono vere e proprie richieste di aiuto che se non sono risolte prima della costruzione di portafoglio, potrebbero determinare problemi di gestione. Il più delle volte i problemi insorgono per il ricordo di passate dolorose esperienze (perdita derivante da vendite di titoli avvenute nel momento sbagliato) oppure in occasione di messaggi veicolati dalla stampa e dai telegiornali in determinati periodi di turbolenza (... oggi bruciati 2mila miliardi in borsa!!). Certamente rafforzano questa condizione anche i pregiudizi dovuti alla scarsa conoscenza del settore, soprattutto quando questi consigli sono erogati da amici o parenti, soprattutto quando si dicono grandi conoscitori della materia. La paura è comprensibile, fa parte del bisogno dell'uomo di soddisfare il suo bisogno di certezza, che anche in campo finanziario, come per la maggior parte delle attività umane, non sempre sono una realtà facilmente riscontrabili, anzi. Da qui deriva la pericolosa associazione rischio = possibilità di perdita, che tanti danni ha prodotto nel corso degli anni agli investitori. Da qui si scatena la paura che oggi attanaglia molti investitori, troppo coinvolti dal pensiero che il futuro sia ormai da considerare realtà inaccessibile, come se una imminente fine del mondo fosse giunta. Cosi questo timore per il rischio porta al paradosso di realizzare una perdita certa che però si finge di non vedere. L'inflazione infatti erode il capitale senza mostrare il segno negativo che disturba, poiché quello che viene toccato non è il capitale nella sua determinazione numerica, che sembra erroneamente invariata nel tempo, ma bensì il suo potere d’acquisto. Ecco perché avere obiettivi chiari e determinati sull'uso del proprio denaro aiuta sempre a costruire piani finanziari solidamente fondati sulla realtà e non su di una sua indeterminata percezione. Se si avesse ben chiaro cosa è un obiettivo, si eviterebbe di confonderlo con un desiderio. Quante volte abbiamo sognato qualcosa ma senza esserne davvero convinti di renderla realtà? Desiderare una casa al mare è diverso che pianificarne nel tempo l'acquisto, mediante una concreta valutazione dei presupposti necessari per l’affare, stando l'attuale capacità reddituale, patrimoniale e di risparmio. E ancora, una cosa è proiettare nel futuro la visione del piacere generato dal conseguimento della laurea di un figlio, ben altra è invece chiedersi quanto capitale sia necessario per conseguire la laurea in quella determinata prestigiosa università. Per il raggiungimento di un obiettivo sarà quindi necessario porsi una serie di domande che toccano alcuni punti fondamentali della realtà che stiamo vivendo e che vogliamo per noi, quella a cui concretamente aspiriamo. Tra queste citiamo l’esatta identificazione di quello che si vuole davvero, avendo cura di ordinare in fila indiana tutte le motivazioni che spingono a farlo, la sua concreta raggiungibilità, le risorse disponibili e il tempo che stimiamo necessario per arrivare all’ambita meta. Questo è il modo giusto per pianificare ogni tipo di investimento. Naturalmente più l'obiettivo è misurabile, raggiungibile e motivante, più quell’impegno di non cambiare strategia sarà saldo nel tempo e non modificabile dalla paura di non riuscire a raggiungerlo. Così si comprende come l'aiuto della figura del consulente finanziario possa diventare supporto dell'investitore soprattutto nei momenti di crisi, in modo da diventare pilastro fondamentale per la strategia di investimento che mira a ridurre al minimo il rischio di non raggiungere l'importante obiettivo cui l'investimento è destinato.    

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IL COMPITO DELL’INVESTITORE ATTENTO, CURIOSO E ... SOSTENIBILE

  • 53
  • 1
  • Investimenti ESG
Scritto il 18.06.2021

Nel mio post pubblicato in data 8.4.2021 avevamo cominciato ad accennare al nuovo regolamento denominato Sustainable finance disclosure regulation, uscito il 10 marzo 2021 che ha stabilito una serie di regole armonizzate, valide in tutta Europa, volte a determinare i requisiti delle rendicontazioni dei cosiddetti “rischi di sostenibilità” nei portafogli dei gestori. Lo scopo era ed è quello di ampliare la trasparenza sulla tematica ESG, in modo da stimolare la consapevolezza dei clienti sui rischi e sulle opportunità offerte da un approccio maggiormente sostenibile agli investimenti, il tutto con il fondamentale ruolo giocato dalle stesse società prodotto e dal consulente finanziario. Per questi ultimi la novità più rilevanti saranno introdotte in occasione della prossima modifica della Mifid 2, dove verranno meglio definiti gli obblighi di gestione del target market e di product governance, che i consulenti dovranno rigorosamente rispettare nell’offerta dei prodotti a quei clienti che richiederanno espressamente che i propri investimenti rispettino rigorosi standard di sostenibilità. A questo riguardo ricordo agli investitori meno sensibili al problema che persino la Banca d'Italia ha modificato le modalità di gestione dei propri investimenti finanziari, attribuendo un peso maggiore ai fattori che favoriscono una crescita sostenibile, attenta alla società e all'ambiente. Sul sito istituzionale si può infatti leggere: “Poiché le imprese attente ai fattori di sostenibilità sono generalmente meno esposte a rischi operativi, legali e reputazionali, e sono più orientate all'innovazione e all’efficienza nell'allocazione delle risorse, come confermato da un’ampia letteratura e da numerosi studi empirici, i risultati economici degli investimenti in queste imprese sono generalmente migliori rispetto agli indici rappresentativi dei mercati finanziari”. A noi qui interessa però mettere in evidenza gli obblighi informativi (disclosure) derivanti dal SFDR e cioè che le società di gestione e i consulenti finanziari devono rendere noto sui propri siti web e sull’informativa precontrattuale, tutte le informazioni relative alle politiche intraprese per integrare i rischi di sostenibilità nei loro percorsi di investimento. Per quanto attiene invece le informative contrattuali, queste devono evidenziare chiaramente i possibili effetti che i rischi di sostenibilità potrebbero avere sul rendimento dei prodotti finanziari proposti alla clientela. Naturalmente non viene posto a carico di tali soggetti anche l'obbligo di collocare il patrimonio raccolto in investimenti sostenibili, ma soltanto di comunicare se questo viene fatto. In altri termini, in tal modo i gestori che non propongono alla clientela investimenti sostenibili, obbligati come sono a darne adeguata spiegazione, potrebbero essere disincentivati a farlo. Per raggiungere gli obiettivi dell SFDR e migliorare la finanza sostenibile aumentando la trasparenza, le società di gestione degli investimenti e i consulenti hanno cominciato a divulgare il modo in cui considerano i rischi di sostenibilità e principali impatti negativi derivanti. Il termine rischi di sostenibilità fa esplicito riferimento a eventi o condizioni ambientali, sociali o di governance, come i cambiamenti climatici, che potrebbero causare un impatto negativo sul valore di un investimento. L’esempio tipico potrebbe essere quello di esplicitare un investimento in una società con operazioni commerciali che contribuiscono in modo significativo alle emissioni di anidride carbonica ovvero che ha pratiche scadenti per la gestione dell'acqua, dei rifiuti o del territorio. La parte più interessante del regolamento è però quella dove viene sancita una sorta di classificazione dei prodotti ESG in due categorie principali, che aiutano l'investitore a meglio comprendere se sono presenti o meno nei suoi investimenti: 1. rientrano nella prima categoria, individuata e disciplinata dall’art. 8 del regolamento, tutti gli strumenti finanziari che “promuovono caratteristiche ambientali o sociali, o una combinazione di tali caratteristiche, a condizione che le società in cui vengono effettuati gli investimenti seguano buone pratiche di governance, anche se non hanno gli investimenti sostenibili come obiettivo principale; 2. rientrano nella seconda categoria, individuata e disciplinata dall’art. 9 del regolamento, tutti quelli che si prefiggono di investire principalmente in società sostenibili o che dimostrano il miglioramento delle caratteristiche sostenibili che contribuiscono positivamente a un determinato risultato, come un'economia a basse emissioni di carbonio. Appare quindi evidente che tutti quei prodotti che non rientrano tra queste due categorie non potranno in nessun caso essere classificati come investimenti sostenibili! In particolare è l'art. 6 che ci aiuta a capirlo nella parte in cui li considera come "altri" prodotti di investimento, che integrano considerazioni o spiegano perché il rischio di sostenibilità non è rilevante, ma che sicuramente non soddisfano i criteri aggiuntivi delle strategie Articolo 8 o 9. A questo punto ecco il vero compito dell’investitore curioso, attento e sostenibile: chiedere al proprio consulente di svelare quanto sia ESG il suo portafoglio, potendo così scegliere in modo consapevole la dose di sostenibilità desiderata.

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I LIMITI DEL RISPETTO DELLE PREFERENZE DEL CLIENTE

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  • Consulenti finanziari
Scritto il 10.06.2021

Qualche volta ricevo critiche relative al fatto che raramente parlo di prodotti e che normalmente evito di dare consigli generici su modifiche tattiche di portafoglio, soprattutto in momenti delicati di mercato. Chi mi conosce sa che non è mia abitudine non rispondere alle domande, ma sa che ho la tendenza a rispettare le esigenze dell'investitore e le sue preferenze, anche se questo talvolta può comportare limiti nella costruzione dell’asset. Ciascuno è un mondo a sé stante, ecco il motivo per cui non amo parlare di terapie finanziarie in generale, cosa che faccio però quando sono con ogni singolo cliente. Qualche volta questi limiti sulle scelte sono dovuti a pregiudizi o scarsa conoscenza della realtà, spesso anche a causa dall’amaro calice bevuto in occasione di esperienze passate fondate su erronee scelte. In questi casi sarebbe troppo semplice accontentare il cliente suffragando il rapporto su di una cura palesemente sbagliata, ma per lui oltremodo tranquillizzante, invece che insistere per somministrare la giusta terapia. L'esempio è semplice: lavorare con prodotti di liquidità, per un tempo infinito con un cliente che dichiara esplicitamente la sua avversione al rischio, è palesemente un errore. Tuttavia non è rinunciando al proprio ruolo che il consulente agisce per il bene del cliente quando si sente dire “faccia lei, mi fido”. Troppo spesso ciò si trasforma in un'arma a doppio taglio, specialmente se di questa fiducia si abusa inducendolo ad acquistare qualcosa che non si è in grado di comprendere e che poi non produce il risultato sperato. Compito del consulente è quello di prendere per mano il cliente e aiutarlo a comprendere cosa significa davvero investire, rendendolo partecipe del processo di costruzione dell’asset. Lo so che tutto questo sembra tempo sprecato ma vi assicuro che non lo è mai quando si lavora per fare comprendere il perché di certe scelte, magari all'inizio non condivise. Questo richiede la pazienza e la costanza di chi non usa violenza attraverso un uso spregiudicato dell’asimmetria informativa, ma che cerca piuttosto di coinvolgere il cliente nel processo decisionale, facendogli acquisire il più possibile consapevolezza e cultura finanziaria. Non dimentichiamo poi che dalla parte del cliente c’è la normativa Mifid, che tutela e protegge dalle leggerezze o dagli abusi di cui spesso sentiamo parlare. Un esempio ci aiuta a comprendere la cosa: mai dovrebbero essere usati prodotti ad alta volatilità quando c'è un ridotto periodo di tempo, soprattutto quando c'è una aperta e convinta dichiarazione di avversione al rischio. Uno dei compiti più affascinanti riservati a noi consulenti è quello di togliere dalla parola rischio quell’aura negativa che induce l'idea di potenziali perdite, sostituendola con quella infinitamente più positiva di opportunità, che possono e devono essere colte dal nostro cliente, nella consapevolezza che ogni situazione umana è preda dell’incertezza. Ma non per questo ciò deve diventare la scusa per non vivere e non investire, facendoci dominare dalla paura delle conseguenze che ogni scelta che comporta un rischio ha in sé.    

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L'USO DEL TEMPO PER IL CONTROLLO DEL RISCHIO

  • 46
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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 03.06.2021

Non è poi così difficile costruire un asset in grado di affrontare le maree, le tempeste e le bonacce a cui siamo sempre esposti quando investiamo. Non lo è perché basterebbe usare alcuni semplici accorgimenti nella costruzione di un portafoglio, che ci permettano di affrontare nel migliore dei modi tutte le fasi di mercato, shock compresi. Non dimentichiamoci mai che la performance dipende quasi interamente dal posizionamento strategico iniziale, mentre la parte tattica incide molto poco. Continuare a cambiare in funzione del momento può essere talvolta molto dannoso. La prima cosa da tenere presente per costruire una strategia vincente parte direttamente dalla nostra onestà intellettuale, in particolare quando rispondiamo alla domanda “per quanto tempo vogliamo o possiamo investire?”. Ammettiamolo, il rischio maggiore è di nasconderci dietro la più classica delle risposte “voglio investire per il minor tempo possibile, avere il più alto guadagno ma senza correre rischi”. In realtà sappiamo benissimo che investire non è affidarsi alla fortuna o ai miracoli, ma richiede piuttosto idee ben chiare sul tempo che possiamo permetterci di usare, soprattutto sul rischio che possiamo e vogliamo correre. È vero che siamo diversi nel considerare il rischio, ma non possiamo non sapere che è questo che genera opportunità, che sono maggiormente raggiungibili quanto più usiamo il tempo come nostro fedele e prezioso alleato. Il denaro è uno strumento utile per raggiungere i diversi obiettivi della nostra vita, per questo motivo accumulare senza pensare ad un suo impiego futuro, difficilmente aiuta a difenderlo davvero. Il più delle volte come scusa si usa la tipica frase "risparmio perché non si sa mai cosa può succedere", senza poi fare veri ragionamenti sui veri rischi della vita, in particolare su quanto denaro ci servirebbe davvero se si concretizzassero i peggiori scenari ai quali in verità nemmeno osiamo pensare. Abbiamo però la certezza che quando si risparmia per la paura del domani stiamo pagando un prezzo che al rialzo dell'inflazione non potremmo più permetterci. Ecco quindi che nella fase di progettazione di un asset, un chiaro e definito obiettivo d’impiego aiuterebbe meglio a definire il tempo che abbiamo davanti. Se per esempio volessi accumulare del denaro per gli studi universitari di mio figlio, avendo lui 6 anni, ipotizzando che si iscriva a 19 anni all'università, quell'obiettivo non necessiterebbe di grandi riflessioni sul tempo: quel denaro, già accumulato o in accumulo, potrà lavorare per un periodo di almeno 13 anni! Risulta pertanto chiaro che se non ho un obiettivo, il tempo diventa un fattore casuale non vincolante,modificabile per qualsiasi ragione, soprattutto quando questa ragione si chiama paura. Per questo suggerisco di costruire un portafoglio forte e resistente dividendolo sempre in 4 parti, ciascuna dotata di un suo tempo per generare performance, ma l'una funzionale all'altra: il breve termine (1-24 mesi), quello medio (36-60 mesi), il lungo (72-120 mesi) e il lunghissimo termine (oltre i 120 mesi). Seguendo questa logica potremmo usare una volatilità crescente per assumere il rischio per ciascuna di queste parti, in modo da usare il tempo come un attenuatore di rischio, dandoci appunto la possibilità di assumerne in funzione del tempo che abbiamo a disposizione. Questo ci permetterà di usare quel denaro in caso di bisogno, liberandoci da ansie da impiego sul lungo periodo, caricando maggiormente le aspettative su quelli di breve e medio. Se siamo investitori ansiosi privilegeremo maggiormente periodi più brevi, mentre se siamo più lungimiranti e più fiduciosi verso il futuro che ci aspetta, useremo un peso maggiore concentrandoci maggiormente sul terzo e quarto periodo. E Il raggiungimento continuo degli obiettivi di breve e medio ci daranno la serenità necessaria per confidare sul buon esito per quelli relativi a periodi più lunghi. Per definire poi quali siano i prodotti giusti da inserire in portafoglio, prenderemo a riferimento ciascuno dei sottoperiodi, attribuendo a ciascuno un rischio specifico quale fattore discriminante di limite e preferenza, usando l’indice SRRI del KIID. In tal modo il breve periodo NON potrà contenere livelli di rischio superiore a 1 e 2, mentre i sottoperiodi lungo e lunghissimo dovranno necessariamente contenere prodotti a indicatore di rischio massimo 6 e 7. E dato che il livello di rischio è vincolante verso l'alto ma non verso il basso, potranno essere inseriti liberamente nei vari periodi tutti quelli con rischio inferiore, a condizione però che il loro peso non superi quelli a rischio più elevato. Se riuscissimo a diversificare in tal modo il nostro portafoglio strategico, avremmo evitato l'errore comune di trovarsi troppo esposti ad un rischio che non vogliamo correre. Ciò eviterebbe di trovarci con un portafoglio contenente prodotti di cui si ignora il rischio e la loro potenziale performance nel tempo, ma soprattutto la loro funzione. Quindi non aspettiamoci miracoli se le nostre preferenze sono anti rischio, perché ormai abbiamo capito che la performance dipende direttamente da questo. Ricordo sempre che da un prodotto con SRRI 2, pur mantenuto per 10 anni in portafoglio, non si potrà mai ottenere la stessa performance di un altro con SRRI 6, a cui si concedono 10 anni per la performance! Suggerisco a questo riguardo di provare a sostituire la parola rischio con la parola opportunità, in modo da rendere più comprensibile le ragioni per le quali si usa il tempo per generare performance. Questo permette di non lasciarsi sopraffare dall’ansia del momento che si crea soprattutto nei momenti di ribasso. E tutti noi sappiamo per esperienza che, durante il tempo del nostro investimento, sarà impossibile non trovarsi in una situazione di crisi. Tuttavia se partissimo dal presupposto che il prezzo attuale di un mercato azionario è sempre più basso di quello che sarà tra 5 anni o 10 anni, perché non approfittare dei saldi che si presentano durante o subito dopo una crisi, quando se ne presenta l'opportunità? La storia ci insegna che sono i momenti di ribasso che generano le migliori performance, non facciamo finta di non averlo ancora capito!    

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SCEGLIERE DI NON AVERE PAURA DI INVESTIRE

  • 56
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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 26.05.2021

In un momento come questo dove in molti accumulano denaro sul conto corrente, ho deciso unilateralmente di eleggere quale “domanda della settimana” quella che mi è stata rivolta da un lettore di MoneyController, che mi chiedeva se in una fase come questa fosse consigliato investire in un prodotto PIC oppure PAC. Partendo da qui, comincerò con il dire che PIC e PAC non sono la rappresentazione di prodotti, ma bensì di una strategia. E come abbiamo detto più volte, questa viene sempre prima del prodotto. Per questo motivo è impossibile definire a priori quale delle due strategie sia di gran lungo la migliore. In realtà la parola che rappresenta la soluzione è “dipende”. Approfitto dell'occasione per ribadire che parlare di prodotti senza definire in via preliminare un obiettivo d'investimento è un errore. Quello che voglio evidenziare è che l'obiettivo di un investimento, cioè la ragione per cui quel denaro non è destinato alla spesa, non è mai la crescita in sé ma, piuttosto, è la scelta di destinare quel capitale per raggiungere uno scopo, che non può e non deve essere soltanto quello di conservarlo o incrementarlo. Invece una prima cosa da fare è proprio quella di riconoscere e separare le preoccupazioni per liberare gli obiettivi futuri, tornando a concentrarsi sui veri motivi per i quali si era deciso di accantonare quel denaro, in modo da poterli realizzare nel tempo, cosa che non avverrà se ci lasciamo frenare dalla paura e dalle preoccupazioni, dato che il tempo è l'altro fattore determinante per un investimento. Rimandare a domani quello che deve essere fatto ora può essere motivo di fallimento. Alcuni obiettivi tra i più comuni sono costruire una carriera scolastica per i figli, l'acquisto della seconda casa, garantire una protezione alla famiglia in caso di incidenti, oppure avere a disposizione sempre della liquidità, per fare fronte ad una eventuale perdita del lavoro; o ancora per la serenità concessa dal fatto di avere sempre disponibile denaro utile per affrontare le eventualità legate alla vita di tutti i giorni (rottura dell'auto, sostituzione di un elettrodomestico, spese di ristrutturazione di una casa per le vacanze). Se così si riuscisse a fare, il denaro tornerebbe a diventare quello che deve essere e cioè uno strumento che può e deve essere usato per raggiungere un fine dichiarato, qualcosa cioè dai contorni ben definiti in termini di tempo e di quantità. Solo così saremo in grado di entrare nel fantastico mondo della pianificazione finanziaria, luogo da cui nessuno di noi dovrebbe estraniarsi, specialmente quando si decide di organizzare e controllare la nostra vita, senza diventare soggetti passivi.   Un semplice esempio mi aiuterà allora a fare meglio comprendere la mia tesi. Chiunque abbia comprato una casa attraverso un mutuo sa di essere stato costretto dalla banca a pianificare in parte il suo futuro, tramite il piano di ammortamento che obbliga a rimborsare nel tempo il capitale ottenuto, mediante il pagamento per un certo numero di anni di una rata proporzionale al reddito disponibile. A fine periodo, a conclusione del piano di investimento e in ossequio al mantenimento dell'impegno preso, viene trasmessa la piena proprietà dell’immobile. Questa è una pianificazione finanziaria molto simile a quella che viene fatta quando si predispone un investimento: la quantità di denaro disponibile, il tempo destinato all'investimento, una quantità finale attesa proporzionale al rischio assunto. E come per il mutuo la variazione dei tassi costituisce il rischio da correre (per questo si sceglie un tasso fisso o uno variabile), allo stesso modo per un investimento si dovranno considerare le stesse variabili: tempo, quantità iniziale e rendimento atteso, oltre che la valutazione del rischio accettabile. Va naturalmente detto che i risultati devono essere sempre coerenti con quello che è possibile realizzare, non con quello che si vorrebbe accadesse, altrimenti saremmo in presenza di un miracolo atteso, non di un investimento. Tutto questo, chissà perché, risulta semplice quando si acquista una casa con un mutuo, ma diventa impresa titanica quando si tratta di identificare gli obiettivi per cui quel denaro viene investito. Naturalmente non voglio credere che sia solo la paura quel demone dispettoso che induce l’investitore a rinunciare ai suoi sogni, facendogli accantonare sul conto risorse improduttive, così da accettare passivamente la sconfitta di vedere remunerazioni nulle e perdite dovute all’inflazione. Possibile che la paura sia così potente al punto da causare un comportamento che lo danneggia, anche quando in gioco c'è la sua felicità e il suo futuro? In realtà se ci pensiamo bene, pianificare non è affatto un compito arduo, anzi aiuta a superare la paura. Se solo poi si usasse la conoscenza dei mercati sarebbe più facile, facendo uso anche di semplici nozioni di buon senso ed esperienza, costruire portafogli destinati a dare frutti nel tempo richiesto, breve, medio o lungo che sia. Non serve un master universitario per gestire un investimento poiché è sufficiente concentrarsi sugli obiettivi, lasciando alla competenza e conoscenza degli specialisti la costruzione di un portafoglio che sia in grado di trarre dai mercati il giusto rendimento, per il tempo e il rischio che l’investitore sia disponibile a concedere. Non ci sono rendimenti senza rischio ma il rischio, se tutte le condizioni di tempo e di volatilità sono rispettate, può e deve essere considerato come una opportunità con valenze positive.  

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IL RISCHIO PENSIONE

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 19.05.2021

Volevo ancora una volta ritornare su di un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Parlo del futuro pensionistico di noi italiani, in particolare di tutti coloro che hanno cominciato da poco tempo a lavorare. Da quando nel 1996 è stato introdotto il sistema contributivo, abbandonando definitivamente quello retributivo basato su di una percentuale dell'ultimo stipendio, la prestazione pensionistica ha cominciato ad essere “calcolata” sulla base dell’accumulo dei contributi versati, il cui montante è rivalutato sulla base della media quinquennale del PIL. Con questa riforma, il rischio che alla fine del periodo di accumulo il primo pilastro non sia sufficiente per mantenere il tenore di vita al raggiungimento dell'età pensionabile, ha cominciato a crescere diventando ormai certezza. Questo è il motivo fondamentale per cui è oggi fondamentale e doveroso impegnarsi a risparmiare, per costruire una prestazione previdenziale supplementare cui beneficiare al termine del periodo lavorativo, destinata a ridurre il disavanzo tra l'ultimo stipendio e la prestazione erogata dal sistema previdenziale pubblico. Questo è vero per tutti i lavoratori, maggiormente per i più giovani, il cui sbilancio contributivo tra inizio e fine carriera determinerà certamente un abbassamento progressivo della prestazione. Ciò deriva da molti fattori e tra questi possiamo citare l’invecchiamento della popolazione, con il conseguente allungamento dell'aspettativa di vita con la crescente necessità di più risorse, ma anche la nuova flessibilità del lavoro, che produce e produrrà carriere sempre più discontinue, con possibili interruzioni degli accantonamenti. Sfruttare quindi il tempo a proprio vantaggio per godere dei benefici della capitalizzazione composta, in modo da ottenere una crescita esponenziale di quanto risparmiato per un futuro lontano, diventa, con i vantaggi fiscali, un obiettivo non solo necessario ma anche conveniente dal punto di vista finanziario. Per questo mi preme ricordare che all’ADESIONE si ottiene una deducibilità fiscale annua sino a 5.164 euro, che consente appunto di ottenere uno “sconto” su quanto accantonato, con la restituzione di una quota pari alla propria aliquota fiscale di riferimento; nel DURANTE invece, i rendimenti maturati dal fondo pensione sono soggetti all'imposta del 20%, quindi con aliquota più favorevole rispetto al 26% che si applica alla maggior parte delle forme di risparmio finanziario. A ciò si aggiunge la non applicazione della patrimoniale, introdotta nel 2011 dal governo Monti e che grava su molti altri strumenti finanziari. Al TERMINE del periodo di riferimento c'è una significativa riduzione di imposta sulla prestazione erogata che, dopo 15 anni di permanenza all'interno di un fondo, scende di uno 0.30% annuo, sino ad arrivare all’aliquota del 9%, che spetta a tutti coloro prolunghino la loro partecipazione sino ai 35 anni.   Ce ne sarebbero molti altri di vantaggi da raccontare ma non è il mio scopo di oggi. Quello che voglio sottolineare è che in molti giovani oggi c’è l’atavica resistenza a parlare di un futuro troppo lontano, come se quelle somme, non essendo facilmente accessibili, perdessero di colpo il loro valore relativamente all'obiettivo per cui vengono accantonate, percependole  quasi come denaro che inesorabilmente sfugge al controllo. In realtà sappiamo che in alcuni casi speciali, quel denaro può ritornare ad essere disponibile totalmente o parzialmente (disoccupazione, spese mediche, acquisto o ristrutturazione prima casa). Ciò però tende a distogliere dall’obiettivo primario per il quale quel sacrificio viene fatto, che è quello di garantire un futuro sereno al momento della pensione. Ecco la ragione del perché quel capitale dovrebbe diventare accessibile solo per quei motivi davvero importanti e irrinunciabili. Ma la mia intenzione qui non era quella di parlare specificatamente di previdenza, quanto piuttosto quella di sensibilizzare i miei lettori a dedicare tempo per approfondire l'argomento pensioni. In particolare voglio rivolgermi a tutti quelli che si sentono molto lontani dal quel momento: chiedete ai vostri genitori con quanta velocità il tempo sia passato dal loro impiego ad oggi, magari vicini come sono pensionamento. Davvero pensate che quel momento non arriverà anche per voi? Ma non sono solo gli indiscussi vantaggi fiscali e finanziari che dovrebbero indurre i giovani ad avvicinarsi con maggiore fiducia a questi strumenti, quanto piuttosto l'accettazione della verità che il futuro previdenziale dipende sempre più da noi e dai nostri sacrifici. Non interessarsene, facendo finta che il problema per ora non esista, può davvero diventare il più grande rischio che nessuno dovrebbe correre: non avere sufficienti risorse per mantenere il livello di vita raggiunto al momento della pensione.

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COSA ACCADE E COSA FARE QUANDO L'INFLAZIONE SALE

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 10.05.2021

È bastato il lieve sussurro di un possibile aumento dei tassi Usa, per evitare il surriscaldamento dell'economia americana, pronunciato dal Segretario al tesoro degli Stati Uniti d'America Janet Yellen, per fare fibrillare le borse mondiali. In realtà il suo discorso era molto più compassato e ragionato di quello esposto in prima battuta, ma sappiamo quanti danni può causare l’asimmetria informativa ai mercati. In realtà il suo discorso era molto più compassato e ragionato di quello esposto in prima battuta, ma sappiamo quanti danni può causare l’asimmetria informativa ai mercati. Naturalmente una politica monetaria restrittiva della Banche centrali, dopo tutti gli interventi effettuati a sostegno dell’economia, sarà inevitabile, ma con molta probabilità quel momento non è ancora arrivato. L’aumento dell’inflazione genera però nervosismo tra gli operatori di mercato, poiché per il suo controllo la leva è appunto quella di un aumento dei tassi di interesse, con la conseguenza di ridurre anche la convenienza dell'investimento in azioni, da sempre considerate, a torto e a ragione, più rischiose delle obbligazioni. Agire sul credito è da sempre l'espediente delle Banche centrali per raffreddare l'economia, azione necessaria per tenere sotto controllo l'inflazione. Un radicale aumento dei tassi, volto al controllo dell'inflazione, produrrebbe una violenta diminuzione dei prezzi delle obbligazioni in circolazione, con la inevitabile rotazione dei portafogli dai titoli azionari a quelli obbligazionari di nuova emissione, con conseguente calo di tutti i mercati mondiali. Quindi l'inflazione, che di fatto era scomparsa negli ultimi anni, ha ripreso a spaventare gli operatori di mercato, specialmente quelli che detengono titoli obbligazionari con durate superiori ai 10 anni. In realtà oggi quello che spaventa di più, non è tanto un aumento tout court ma programmato dei tassi di interesse, ma, piuttosto, quello dell’inflazione, specialmente se dovesse manifestarsi in modo violento. In questo caso, per mantenere un sufficiente tasso reale di rendimento, gli operatori venderebbero titoli obbligazionari a più lunga scadenza e azioni. Infatti, nell’attuale contesto ci troviamo nella delicata situazione in cui le azioni sono ai loro massimi mentre le obbligazioni hanno scarsi rendimenti. Ed è per questo motivo che la Fed e le altre Banche centrali continuano a ribadire che, anche in caso di rialzo dell'inflazione, i tassi rimarranno comunque sotto controllo, possibilmente senza rialzi. Continuerà così il sostegno all’economia mediante l'acquisto di titoli obbligazionari statali e corporate, anche se un lieve rallentamento degli acquisti sarà inevitabile in presenza dell'attuale crescita economica post pandemia che determina l'aumento dei prezzi. Il punto piuttosto non è se, ma quando avverrà. Tutto questo porta ad un grande paradosso: rimanere troppo liquidi con l’inflazione in lieve aumento, determina una diminuzione del potere d'acquisto, mentre avere obbligazioni con scadenze lunghe porterebbe a pesanti perdite in caso di un violento e improvviso rialzo dei prezzi. Oltre a ciò, avere azioni esporrebbe comunque a rischi, poiché un eventuale rialzo improvviso e non programmato dei tassi, necessario per controllare il surriscaldamento dell'economia, porterebbe a preferire le nuove emissioni obbligazionarie alle azioni, con le conseguenze che tutti possiamo immaginare. La soluzione è quindi quella di costruire portafogli strategici diversificati, con obiettivi di tempo e di rischio ben definiti, in grado così di restituire all'investitore nel tempo sempre ritorni adeguati. Agire sulla base di previsioni sbagliando il momento di ingresso o uscita dal mercato, rimane sempre un rischio comunque non accettabile. Questo è l'insegnamento della storia, questo è anche quello che ho appreso dalla mia esperienza per affrontare momenti come questi.

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IL COSTO DELLA PAURA È QUANTIFICABILE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 05.05.2021

Uno degli elementi che si tiene poco in evidenza quando si pianifica un investimento, è l'impatto che un aumento dell'inflazione potrebbe avere sul rendimento finale. Questo accade in generale per tutti gli investimenti, specialmente per quelli obbligazionari che sono penalizzati in questo periodo da bassi rendimenti. Premessa necessaria è che oggi l'inflazione è comunque presente e anche se bassa, è in grado nel tempo di diminuire il valore reale del nostro capitale, in particolare se lo teniamo liquido. L’inflazione indica la variazione generalizzata e continua dei prezzi registrata in un anno da un paniere di beni e servizi, rivisto periodicamente dagli istituti nazionali di statistica. Se ci limitiamo al nostro paese, Il livello più alto toccato è stato nel 1974 dove ha raggiunto il 24,50%. Da lì una lenta discesa nel tempo: 9,37% nel 1984, 4,87% nel 1992, 2,83% nel 2002, sino al valore record negativo dello 0,19% segnato a fine 2020 (fonte dati www.inflation.eu/it/tassi-di-inflazione/italia). Negli ultimi tre mesi c'è stata un'inversione di tendenza che ha portato il nostro livello inflattivo allo 0.6% su base annuale, in tendenziale crescita. Sempre più a livello mondiale oggi si parla di un ritorno dell'inflazione, destinata a determinare pesanti ribassi sui titoli obbligazionari di più lunga durata, inevitabile quando le banche centrali cominceranno le loro manovre di tapering, per ridurre l'acquisto di titoli obbligazionari. Il basso livello segnato dall’inflazione negli ultimi anni, ha fatto dimenticare come sia da sempre considerata come un elemento fondamentale per il successo di ogni investimento. Proprio per questo andrebbe sempre calcolata come un “costo silenzioso”, che il più delle viene ritenuto ininfluente, se rapportato al rischio volatilità di un titolo. Per questo oggi possiamo certamente dire che tutta l'enorme massa di liquidità contenuta sui conti italiani sta subendo progressivamente una perdita reale annua dello 0.60%, pur mantenendo inalterato il valore nominale. Per tutto quanto detto, il tasso di rendimento che deve interessare l’investitore o il risparmiatore, non deve essere quello nominale ma quello reale, cioè quello che tenga conto dello sconto dell'inflazione, che va sempre considerata. Pertanto, quando questo è nullo, come sui conti correnti o su molte obbligazioni, il ritorno è comunque negativo. Sul tasso di rendimento reale incidono però anche altri fattori, come i costi e le imposte. Se infatti investissimo in un titolo con un tasso nominale dell’1% dovremmo a questo punto togliere non solo la commissione d'acquisto e di mantenimento sul conto, ma anche le imposte e l’inflazione. Investire significa appunto andare alla ricerca di un incremento reale del capitale, che tenga conto nel calcolo di tutti quegli elementi citati sopra (costi, imposte, inflazione). Sapendo che questi sono ineludibili, chiunque voglia garantire la crescita del proprio capitale nel tempo non potrà far altro che puntare ad una sua crescita reale, garantita oggi solo da quegli investimenti il cui rendimento nel tempo supera l'impatto dei costi, delle imposte e dell'inflazione stessa. Immaginare o convincersi che tenere il denaro sul conto corrente sia garanzia di non perdere è solo pura illusione, poiché la matematica non mente. Forse è più facile fare finta di non intendersi di investimenti oppure convincersi che investire equivalga a rischiare di perdere, quando in realtà se non si impiega quel denaro, la perdita è quella sì oggettivamente garantita.  

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QUESTIONE DI METODO ... E DI ESPERIENZA (2)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 26.04.2021

Non posso mai esimermi dal parlare delle previsioni, soprattutto quando qualcuno mi chiede di raccontare qualche aneddoto relativo alla mia carriera. Tra le ultime alle quali ho creduto c'è n'è una che risale al 1992. Era stata lanciata dal vincitore del Premio Nobel per l'economia del 1985 Franco Modigliani, durante un collegamento via satellite al quale assistevo dal Jolly Hotel di Milano Due, in compagnia di colleghi della società di cui allora facevo parte. Per l’occasione l’esimio professore si era lasciato andare ad una apocalittica previsione sull’imminente declino dell’economia Usa che per lui, aveva già dato tutto il possibile. L’invito riservato a noi consulenti era stato quello di modificare i portafogli, guardando verso altri mercati. In fondo il consiglio veniva da un Premio Nobel, perché non credergli? Tuttavia dopo quella previsione il Dow Jones aveva continuato inesorabilmente a salire sino alla crisi conosciuta come dotcom bubble dell'anno 2000. In quei momenti ho finalmente capito che prevedere è davvero uno sport riservato alle divinità più che ai Premi Nobel o agli economisti! Così ho deciso di cambiare approccio ed assumere, in costanza di previsioni, un atteggiamento critico: la scelta sarebbe stata quella di ascoltare tutti, ma di basare le mie convinzioni sulla conoscenza professionale dei mercati e sulla storia economica, fatta anche di racconti e vita di vissuta. L’esperienza del passato poteva diventare così una affidabile guida per la costruzione di strategie di investimento, sia di lungo che di breve periodo. Oggi la mia più grande convinzione è che proprio durante le fasi di tempesta sui mercati si producono le condizioni per generare ricchezza, che si può però distruggere lasciandosi andare a vendite emotive. Sarà anche controintuitivo ma è così che ci si deve comportare. Sempre. Infine prendo spunto dalle discussioni che molti anni fa avevo con clienti parlando di Inps, per una riflessione sulle pensioni. Già allora si percepiva chiaramente che il sistema aveva delle evidenti carenze che dovevano essere assolutamente sanate. Le prime crepe nel sistema previdenziale avevano cominciato a manifestarsi palesemente con la riforma del 1990, che per la prima volta toccava i lavoratori autonomi fissando un’iniziale quota fissa di versamenti contributivi pari al 12% del reddito lordo, seguita subito dopo da quella Amato del 1992, dal nome del presidente del consiglio dell'epoca che l'aveva posta in essere. Si, proprio quello stesso Amato che aveva applicato dalla sera alla mattina il famoso prelevamento del "seipermille" sui conti correnti! Nell’anno successivo avevamo assistito poi al varo del DL 34/1993, che accorpando varie gestioni previdenziali per tentarne il salvataggio, apriva la stagione non ancora esaurita dell'innalzamento dell'età pensionabile, dell'aumento dei contributi e del taglio delle prestazioni pensionistiche, introducendo il passaggio da un sistema retributivo ad uno contributivo (riforma Dini e seguenti). Tutti questi fattori mi hanno spinto allora all'azione per aiutare i clienti a decidere del loro futuro. Oggi, certamente più di allora, abbiamo le prove reali e tangibili che l'Inps non sarà in grado di garantire il mantenimento del tenore di vita dei pensionati del domani, specialmente di quelli che oggi cominciano a lavorare. Da qui la domanda: perché, se siamo davvero consapevoli di questa nostra situazione, perché non ci si adopera per costruire le basi per un pensionamento più sereno mediante un accantonamento volontario, in grado di garantire il tenore di vita futuro? Perché si è così restii ad accumulare risorse quando non saremo più produttivi? Per chi poi ha la fortuna di avere molto tempo davanti per accumulare, può utilizzare il miracolo della capitalizzazione composta che aiuta ad ottenere grandi risultati, con impegni relativamente modesti, se continuativi nel tempo. Poiché tutti i dati ci dicono che è nullo il rischio di perdere denaro sul mercato azionario, in un periodo di tempo superiore ai 15 anni, ci si chiede perché ci si ostini a preferire la sicurezza dei rendimenti quasi nulli o negativi, offerti dai titoli di Stato o simili. La morale è quindi sempre la stessa: più tempo a disposizione ho e più rischio posso prendere. Come sappiamo molto bene, più rischio prendo e più risultato certamente avrò. E questo se vale per gli investimenti, deve essere a maggior ragione linea guida per la pensione che verrà.    

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