Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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IL MOMENTO GIUSTO PER INVESTIRE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 15.10.2021

In settimana un potenziale cliente mi ha chiesto quali potessero essere i pericoli di investire, soprattutto in un momento in cui la situazione dei mercati mondiali non sembra essere più così favorevole. In realtà se ne parla da tempo di questa impennata inflattiva, del pericolo del tapering, della immensa liquidità depositata sui conti correnti sottratta all’economia reale, destinata forse ad aumentare in modo spaventoso, nel caso di imprevedibili ulteriori violenti ribassi. Non da ultimo citerò il caso Evergrande che ha innescato il timore di un’altra Lehman Brothers. Di occasioni per essere preoccupati nell’immediato ce ne sono tante a volerle cercare. Tuttavia non lasciamoci catturare dallo sconforto che eventi finanziari catastrofici possano abbattersi su di noi, scatenando cosi scenari distopici. Senza predire il futuro, possiamo a ragione ritenere che il momento attuale sarà certamente diverso da quelli più lontani che ci aspettano, dove i mercati saranno prevedibilmente in un punto molto più alto di quello attuale.   Un esempio mi aiuterà a chiarire quello che intendo dire. Negli anni 70 il mondo sembrava sull’orlo di una grandissima crisi e forse lo era davvero, molto più di oggi. L’Italia non se la passava molto bene, i dati lo raccontano. Eppure oggi ci lamentiamo ancora della nostra situazione. E voi che mi leggete, come vi immaginate tra 5, 10 o 15anni? Più ricchi o più poveri di oggi? Pensate davvero che l’economia possa peggiorare nel tempo? Forse tutto cambierà ancora, come lo è stato con la pandemia, ma cambiare non è necessariamente peggiorare! La storia ci ha insegnato che il progresso aumenta il benessere e, anche se la povertà è ancora alta, non c’è mai stato un periodo simile a questo, con una povertà diffusa così bassa e una ricchezza media così alta. I dati finanziari ci aiutano a comprendere che i mercati non finiranno mai di crescere, aiutando così i nostri investimenti. Ormai questo lo sappiamo, cerchiamo di non dimenticarlo. Ritornando a dove eravamo partiti, confesso di essermi soffermato con il mio futuro cliente in particolare sul mercato cinese, che lui riteneva oggi molto rischioso. Gli ho rivelato che se quel mercato avesse per ipotesi perso ieri il 10%, sarebbe comunque da comprare, non certo da vendere. Quando i mercati scendono, se si può bisogna comprare e se non lo si fa, si commette un grave errore. Quando si acquista un bene, per noi necessario o desiderato, il nostro sorriso può rivelare al mondo di averlo fatto magari ad un prezzo scontato, facendoci felici per il grande affare fatto. Perché non dovrebbe essere lo stesso in finanza? Siamo consapevoli che se i prezzi scendono al di sotto del nostro prezzo di acquisto, potremmo credere di avere perso l’occasione della vita. In realtà, in campo finanziario così non è: un buon affare fatto, comprando con uno sconto del 10%, non compromette un affare ancora migliore se quel prezzo scende ancora di un altro 10%, proprio perché sappiamo che nel tempo i prezzi risalgono sempre. Abbassare quindi il costo medio è qualcosa di auspicabile che può solo farci del bene, proprio perché i mercati non salgono sempre in modo continuo ma discontinuo, con inclinazioni sempre diverse. Ma sappiamo che cambiano i rendimenti, ma non le gratificazioni per avere scelto di investire sull’economia reale acquistando azioni. L’andamento in rosso dell’indice azionario MSCI World dal gennaio 1999 all’ottobre 2021, dimostra quanto affermato poco sopra. Come si può osservare, pur in presenza di momenti di forte ribasso, il mercato nel tempo si è sempre ripreso, superando ampiamente i precedenti punti di minimo. Immaginiamo invece di avere comprato sui massimi e di avere rafforzato l’acquisto, comprando ancora sui minimi. Si può forse dire che tutta la performance sia stata frutto della fortuna di essere entrati al momento giusto? Di quanto avrebbe potuto incrementarsi il guadagno comprando nei momenti di massima paura? Comprare al rialzo è facile, provate a farlo quando il vostro investimento è sceso del 50%, come accaduto nel periodo 2007- 2009!   In un precedente post ho già fatto una provocazione che voglio ripetere. Coprite il grafico dell’indice MSCI World con un foglio bianco e lentamente scopritelo da sinistra verso destra. Ora ditemi se voi nei periodi cosiddetti di stress finanziario, avreste comprato o venduto. E non barate sulla risposta, perché da qui al futuro non abbiamo che l’insegnamento della storia a confortarci e a supportarci, rivelandoci quello che è stato, non quello che sarà. Quanti tra voi avrebbero comprato nei punti di minimo? Quanti avrebbero invece venduto giurando di non investire mai più? Certo ora è facile dire che cosa avreste fatto, soprattutto in virtù della scelta razionale fondata sul senno del poi. Io che c’ero vi assicuro che è stato sempre difficile convincere i clienti a non liquidare posizioni nel momento sbagliato, motivandoli invece ad incrementare la quota investita. E quando lo facevo non mi chiedevo se fosse stato raggiunto il famoso limite inferiore che rappresentava il miglior punto per investire. Lo facevo perché sapevo che tutto sarebbe cambiato e tornato a quella situazione di normalità che si chiama crescita. Per questo, devo confessarvi che ho imparato molto più dai ribassi che dai rialzi, perché i maggiori guadagni si realizzano quando tutto scende e non viceversa. Chi mi legge sa quanto io sia affezionato alla storia, la cui analisi non amplifica affatto le mie capacità di prevedere il futuro. Questa invece mi aiuta a non commettere errori imperdonabili, soprattutto verso chi si avvale del mio lavoro per raggiungere nel tempo i suoi obiettivi di investitore.      

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IL RITORNO DELL’INFLAZIONE TRA INVESTIMENTI E SPECULAZIONE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 07.10.2021

Ci stavamo preoccupando per nulla quando negli ultimi anni ci preoccupavamo per la scomparsa dell’inflazione. Ora è finalmente tornata per dare il suo valido contributo alla crescita del Pil mondiale e per riportare l’economia alla normalità mediante l’accelerazione del tapering. Parliamo qui di quella manovra di cui tanto si sente parlare, che tende a ridurre e azzerare l’azione delle banche centrali nell’acquisto generalizzato obbligazioni, che mira a supportare l’economia nei momenti di crisi. Questa situazione inflattiva disegna Il nuovo paradigma, che prevede futuri scenari con possibili ribassi anche delle azioni, con un rialzo sempre più deciso del ritorno dei titoli obbligazionari di nuova emissione. Le conseguenze non saranno indolori, soprattutto per i tanti appassionati dei mercati obbligazionari. Questo perché un loro rialzo procura una discesa automatica della quotazione dei titoli emessi. Quello che stiamo vivendo oggi è proprio l’anticipazione di scenari futuri, dato che le aspettative degli investitori sul mercato sono fattori determinanti per la determinazione del prezzo attuale. Quando c’è un’inversione dei tassi verso l’alto, le obbligazioni a cedola fissa, specialmente quelle a più lunga scadenza, diventano una sorta di prigione per chi le detiene in portafoglio. Infatti il loro corso scende maggiormente rispetto a quelle di durata più corta, diventando pressoché invendibili se non con sacrifici in conto capitale. Diverso destino invece per le obbligazioni a tasso variabile, le quali subiscono oscillazione più limitate grazie alle cedole che si adeguano al rialzo. Grande festa invece per tutti i possessori di obbligazioni indicizzate all’inflazione, che regalano rendimenti in linea con la sua crescita. Da ciò risulta evidente come oggi, guardando al prossimo futuro, sia più opportuno mantenere in portafoglio obbligazioni a tasso fisso con scadenze corte oppure a tasso variabile. Per chi volesse avvicinarsi a quelle indicizzate all’inflazione, consiglio di fare una attenta valutazione del loro corso prima dell’acquisto. La conseguenza del movimento dei tassi non lascerà indenne nemmeno il mercato azionario, ma con effetti diversi, data la sua diversa natura e funzione. Tutti noi sappiamo infatti che il ritorno azionario nel lungo periodo è sempre positivo. Per il mercato USA, considerato il più evoluto, il ritorno è stato negli ultimi 100 anni mediamente del 7,5% annuo. L’indice MSCI World, che ci restituisce una media basata su diversi paesi evoluti, ci restituisce un significativo 4,78%, calcolato sugli ultimi 20 anni (fonte Quantalys). Naturalmente non vogliamo nascondere che a volte si possono registrare momenti di forti ribassi, come quelli del periodo 2000-2003 che hanno toccato livelli vicini al – 20% o, ancora peggio, nel periodo 2007-2009, con ribassi sino al -50%. Tuttavia mi piace sempre controbattere agli amici gufi dei mercati, che i momenti di ribasso sono infinitamente più rari dei rialzi. La cosa affascinante è che nella storia i recuperi ci sono sempre stati e le perdite più consistenti, sono state realizzate solo da coloro che si sono lasciati prendere dalla paura, liquidando il proprio capitale nel momento (SBAGLIATO PER VENDERE) di massimo ribasso. Chi invece ha avuto pazienza e la forza di non cedere alla paura, ha SEMPRE RECUPERATO, quindi ha anche GUADAGNATO. La pazienza e la resilienza hanno sempre determinato lo spartiacque tra chi vince e chi perde sui mercati. Ecco perché è consigliato, a chi non ha le doti descritte, di stare sempre lontano da investimenti che possono per lui, e solo per lui, costituire un azzardo. La MIFD 2 quando è impiegata nel giusto modo, consente di impedire che investitori non idonei, per condizione oggettiva o soggettiva, si avvicinino al mercato del rischio, che non è solo quello azionario, come erroneamente si tende a credere. Ritorniamo ora all’inflazione e poniamoci la domanda delle domande per concludere il nostro discorso: cosa fare oggi della liquidità accumulata sui conti correnti, in presenza di una inflazione italiana che oggi è del 3%? Naturalmente tutti noi siamo sempre alla ricerca di certezze che però nell’esperienza umana sono spesso chimere. Ecco perché si parla di rischio e probabilità, soprattutto in finanza. Una certezza però esiste: chi non ha il coraggio di investire seguendo le indicazioni di cui abbiamo parlato nei post precedenti, vedrà materializzarsi la perdita del 3% in valore nominale sul capitale tenuto sul conto, perdita che andrà sommata a quella realizzata negli anni passati, ancorché l’inflazione sia stata bassa. Per tutti gli scettici che non credono all’inflazione consiglio di leggere l’articolo di Riccardo Sorrentino pubblicato sul Sole24Ore di sabato 2 ottobre dal titolo “Eurozona: balzo dell’inflazione ai massimi da 13 anni (+ 3,4%). È auspicabile quindi che l’investitore che non si sente pronto ad affrontare i mercati, sia consapevole che perdere è una scelta che può essere evitata SOLO usando nel giusto modo il tempo e la pazienza, naturalmente quando se ne sia dotati. Ogni altra realtà che venisse chiamata INVESTIMENTO, ma che non fosse dotata di quantificazione temporale, assumerebbe connotati diversi più simili all’AZZARDO e alla SPECULAZIONE.

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IL CASO EVERGRANDE E LA FORZA DELLA DIVERSIFICAZIONE

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  • Investimenti
Scritto il 28.09.2021

Eppure i gufi dei mercati erano già pronti a rispondere alla mia provocazione lanciata dal mio post della scorsa settimana. Al primo rintocco di campane a morto, scatenato dalla “ben arrivata” crisi finanziaria innescata dalla crisi del big immobiliare cinese Evergrande, le borse mondiali avevano cominciato a lasciare sul terreno percentuali importanti (Hong Kong -3,3%, Nasdaq -2,2%, Milano -2,6% e Francoforte -2,3%, bitcoin - 7%). Purtroppo però, ancora un nulla di fatto, per i nostri amici pessimisti. Infatti già dal giorno dopo le borse hanno cominciato il loro recupero, ancorché in ordine sparso. Pazienza, sarà per la prossima volta, cari gufi dei mercati, il vostro momento di vittoria non è ancora arrivato. Naturalmente i più colpiti da questa nuova crisi sono stati gli investitori, i finanziatori e i fornitori, oltre che naturalmente tutti gli acquirenti degli immobili costruiti da Evergrande. Tutti loro, certamente ciascuno con le proprie posizioni ed esposizioni, non passeranno indenni da questa crisi. Tuttavia, come infatti abbiamo potuto leggere nell’articolo di spalla a pag. 8 del Sole 24 Ore del 24 settembre scorso, dal titolo Domande & Risposte, <<a differenza della banca statunitense (Lehman Brothers) il rating della società cinese è inferiore alla categoria “sicura” definita “investment grade”. Quindi chi vi ha investito ha deciso in partenza di imbarcarsi un rischio più elevato. Se il fallimento di Lehman - che fino al 15 settembre 2008 continuava ad avere un rating “A” - per certi verso è stato un fulmine a ciel sereno, le attuali difficoltà di Evergrande erano in un certo qual modo già prezzate dagli elevati tassi delle obbligazioni>>. Alcuni fondi comuni e sicav distribuiti nel nostro paese, avevano in pancia questi titoli, ma la loro esposizione percentuale non ha superato l’1 o il 2% del portafoglio totale investito. In particolare i più esposti sono stati Ubs, Hsbc, Pimco, Blackrock, Allianz e Fidelity, con perdite che non faranno certamente pentire gli investitori pazienti di averli comunque sottoscritti, tante sono ancora le opportunità che offrono questi prodotti. Qui sta la forza della diversificazione, attività capace di fare cogliere ad ogni investitore le occasioni offerte dai mercati, senza il rischio di perdere molto o troppo di quanto investito. Per coloro che sanno aspettare, dando il giusto tempo agli investimenti per produrre risultati, le lievi perdite saranno certamente sanate, ricompensando ampiamente l’investitore che sa attendere il giusto momento per consolidare i risultati ottenuti. Questo perché, come abbiamo spiegato più volte, le crisi offrono sempre delle grandi opportunità. Il caso di cui stiamo discutendo non è che la conferma della regola sopra esposta. Il sito InvestireOggi, nell’ articolo del 16 settembre scorso dal titolo “Bond Evergrande a rischio default e i rendimenti arrivano al 1.300%”, metteva infatti in grande evidenza che << il bond Evergrande con scadenza aprile 2022 e cedola 9,5%, la cui quotazione è scesa a soli 22 centesimi e poco più, sfiora il rendimento del 1.300%. La scadenza di giugno 2023, invece, scende a un più pacato (si fa per dire) 200%. E se estendiamo lo sguardo al bond giugno 2025, il rendimento si attesta al 75%. In ogni caso, parliamo di numeri compatibili con uno scenario atteso di forte stress finanziario>>. Da qui l’idea che, anche in questo, caso il coraggio potrebbe riservare gioie a chi sa assumere un rischio in modo consapevole diversificando, pur sembrando oggi quei titoli una pura operazione da speculatore, più che un calcolo ponderato. Che curiosa che è la natura umana quando rende noi investitori protagonisti di opposti atteggiamenti verso il medesimo fatto oggettivo: da una parte chi vuole svendere quei titoli poiché li considera una vera sciagura da cui allontanarsi a qualsiasi costo il prima possibile, dall’altra invece chi li vorrebbe acquistare perché li ritiene una grandissima opportunità da non lasciarsi sfuggire . A noi non interessa qui parteggiare per l’una o per l’altra posizione poiché sarà il futuro a rivelare chi avrà avuto ragione. Quello che ci preme invece è dire che la diversificazione insegna a non concentrare tutte le risorse disponibili sullo stesso titolo, poiché il rischio di rimanerne pesantemente colpiti in caso di default, diventa molto alto quando vengono concentrate troppo le risorse disponibili per investire. Non mi stancherò mai di ripetere che la diversificazione non ha la funzione di moltiplicare i guadagni ma, invero, di diminuire il rischio di perdita o default. E dopo avere pontificato sulla sempre necessaria e provvidenziale diversificazione, resto in attesa del prossimo tentativo dei gufi dei mercati di indicarmi al pubblico ludibrio, per non avere saputo salvare i clienti che seguo il prossimo tracollo di mercato, confidando io non sui loro insensati e inutili vaticini, ma, piuttosto, sul fedele aiutante chiamato TEMPO, figlio legittimo della pazienza e della pianificazione finanziaria.  

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IL MIO MANTRA PER IL MERCATO CHE NON VUOLE (PURTROPPO) SCENDERE

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di
Scritto il 23.09.2021

Ci eravamo lasciati con la preoccupazione di come si sarebbero comportati i mercati durante l’estate, affascinati dalle parole degli esperti catastrofisti che indicavano come imminente un crollo verticale degli indici azionari, per loro saliti troppo per potere dare ancora soddisfazioni. Erano gli stessi che, in piena pandemia, come esperti veggenti pronosticavano anni bui per l’umanità, invitando gli investitori a vendere i propri asset, anche se in perdita, pur di rimanere fermi e liquidi. Oggi la condizione non è mutata di molto, visto che abbondano le preoccupazioni per le nuove varianti Covid, con il pericolo di una ripresa inflattiva strutturale globalizzata, prodromica di un inevitabile intervento anticipato di tapering da parte delle banche centrali, volto a raffreddare l’economia e in grado di innescare un futuro crollo dei mercati globali. Eppure, ancora una volta, tutte le previsioni sono state smentite. Gli unici motivi di negatività hanno interessato i mercati emergenti, in particolare quello cinese, cresciuto comunque quando l’occidente era in piena pandemia. Durante le vacanze ho pensato molto a tutti coloro che parlando con me nei mesi scorsi, avevano cercato di mettermi di cattivo umore indicandomi indici ormai troppo alti per potere crescere ancora, quale fattore determinante per non investire. E più pensavo a quelle parole densamente intrise di disfattismo e pesantemente avvinghiate all’errato pensiero che quello non fosse il momento giusto per investire, più emergeva dalle profondità della mia mente il titolo dell’editoriale con cui ci eravamo lasciati nel numero 29 di Focus Investitore che recitava “QUANDO IL MERCATO COLLASSA NON SI VENDE MA SI COMPRA!”. Non mi stancherò mai di ripetere che per investire ci vuole pazienza e non tempismo: io non ho mai voluto essere complice del fallimento di coloro che vivono costantemente il loro essere investitori, alla ricerca della conferma dell’utopia che racconta di come sia sempre possibile uscire ai massimi per rientrare sui minimi. E mentre loro aspettano ancora il momento giusto per rientrare, il mercato si prende la giusta rivincita continuando a crescere. Solo un folle può non comprendere che comprare in momenti di ribasso è più conveniente che comprare quando il mercato cresce, ma anche che un buon affare non cancella un affare migliore. Per questo, seguendo alcune semplici regole, è sempre il momento di investire, rispettando i propri bisogni presenti e futuri, senza farsi imporre regole da chi dice di conoscere i futuro. Ed ancora, come si può credere che i prezzi del mercato azionario di oggi siano possano essere più bassi rispetto a quelli che saranno tra 10 anni? Il tempo è un nostro prezioso alleato che ci aiuta a ridurre la volatilità solo se lo sappiamo rispettare. In verità quando non si investe è perché si vive nella paura che il mercato prima o poi cessi di crescere e l’economia si ribelli all’uomo, creando scenari distopici. Fatevene una ragione voi che non credete: i mercati azionari salgono sempre nel tempo. Sempre. Per questo comprare sui ribassi è sempre conveniente. Sempre. Li immagino tutti quei catastrofisti pronti a rivendicare la paternità del prossimo inevitabile ribasso, salvo poi vederli ancora attendere prima di rientrare poiché per loro non è mai il momento giusto per farlo. Intanto mi permetto di dare un consiglio a tutti coloro che attendono il prossimo ribasso: il mercato tornerà poi a crescere come ha sempre fatto, superando e battendo i limiti cui si era adagiato, quindi siate pronti ad approfittarne. Mentre voi ribassisti e catastrofisti aspettate con presunzione il momento giusto per rientrare (o per uscire!!!), pensate alle opportunità che avete già perso per non avere seguito il consiglio di chi ha sempre scelto il tempo e non il tempismo, come alleato per ottenere risultati!      

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QUANDO IL MERCATO COLLASSA NON SI VENDE MA SI COMPRA!!!

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 03.08.2021

Dite la verità, vi siete spaventati lunedì scorso quando i mercati hanno cominciato a picchiare verso il basso? Tutti i TG hanno aperto con la solita frase fatta che descriveva quanti miliardi di euro e dollari erano stati bruciati in poche ore. Sulle pagine digitali de Il Sole 24 Ore potevamo leggere La variante Delta affonda le Borse, Milano la peggiore. Tonfo di Wall Street. Dello stesso tenore altri siti altrettanto autorevoli, che non si risparmiavano nella diffusione del panico. L'indomani il Sole 24 Ore titolava in prima pagina riportando quanto fossero pesanti le perdite della giornata precedente con l'occhiello IL TRACOLLO. E ancora a pagina 6, sei colonne riprendevano le litanie delle perdite dal titolo Il Covid travolge ancora le Borse. Nella stessa giornata, a tutta pagina, MF apriva con il titolo La Delta stronca le borse, con un catenaccio che, dopo avere evidenziato le perdite, ci informava che È corsa all’acquisto di titoli di Stato. Un evidente invito subliminale a liquidare le posizioni per rifugiarsi altrove, il tutto graficamente incorniciato in rosso, con l’occhiello in maiuscolo recitante LUNEDÌ NERO SUI MERCATI. Questo è stato l'effetto scatenante di alcune telefonate che ho ricevuto da clienti che mi chiedevano preoccupati, se fosse opportuno liquidare le posizioni nel periodo estivo, per evitare eventuali pesanti correzioni del mercato azionario. Chi mi conosce sa già quale è stata la mia risposta in questi casi: quando i mercati collassano si compra, non si vende!!! Da qui allora sono partite alcune riflessioni che vorrei condividere con i lettori, prima della pausa estiva. La prima riguarda il rumore prodotto dal tonfo dei mercati e il silenzio generato dalla ripresa, come se i miliardi bruciati producessero più refrigerio del calore prodotto dalla ripresa. Quel ribasso era forse la vendetta attesa da tutti coloro che, usciti dai mercati in occasione della pandemia, non erano più rientrati, accumulando sui conti grande liquidità nel tentativo di proteggersi da scenari distopici. La finanza comportamentale ci ha insegnato a capire che il dolore di una perdita è più doloroso rispetto alla gioia di un guadagno. Tuttavia ci ha anche aiutato a comprendere che il rischio di una emozione non controllata amplifica il rammarico di non avere saputo gestire il crollo del mercato, davanti alla sua inevitabile crescita nel tempo. La seconda è invece relativa alla facilità con la quale si può perdere il controllo delle proprie emozioni, abbandonandosi all'idea di non riuscire a vedere altra via di salvezza che non liquidare il proprio investimento, nell'inutile tentativo di salvare il salvabile, rinnegando i propri progetti futuri, a causa della paura di perdere. A questo riguardo, per non tediare oltremodo il lettore, invito a rileggere quanto ho scritto sul mio post del 15 marzo 2021 dal titolo TEMPO E NON TEMPISMO SUI MERCATI. Vendere e non rientrare sul mercato in attesa di tempi migliori è sempre e comunque sconsigliato. Per questo è fondamentale prestare sempre la massima attenzione non tanto a quando si investe ma, piuttosto, per quanto tempo lo si fa. Abbiamo infatti visto diverse volte che è impossibile prevedere l'andamento dei mercati e così i momenti di ribasso o di rialzo. Pertanto non mi stancherò mai di dire che la cosa fondamentale è rimanere sempre investiti per il periodo scelto, in modo da cogliere tutti i momenti migliori, senza così subire quelli peggiori, che nel tempo, sono numericamente inferiori. Ecco perché la statistica ci aiuta a comprendere che più il tempo dell'investimento è lungo, tanto meno attenzione bisogna dare all’investimento. Lo so, sembra un paradosso, ma fateci caso: tanto più un investimento viene dimenticato, tanto meno fa paura il suo risultato nel durante, specialmente in momenti come quelli occorsi lunedì scorso. La differenza viene fatta non tanto dal momento più o meno fortunato di ingresso sui mercati ma, piuttosto, dalla quantità di tempo in cui si rimane investiti. E più si tende a proteggere l'investimento, tanto meno saranno i risultati, perché la riduzione della volatilità nel tempo riduce il rendimento.      

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COME COSTRUIRE OGGI UN PORTAFOGLIO SOLIDO (PARTE 3)

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 27.07.2021

Siamo arrivati alle considerazioni finali. Abbiamo visto come il tempo possa essere usato necessariamente come un valido alleato per la costruzione di un asset coerente con le nostre aspettative di rendimento di periodo, nel pieno rispetto del nostro grado di tolleranza al rischio. Questo permette anche di far fronte ad eventuali imprevisti che possono anticipare l’impiego del capitale e per questo, usando una diversificazione anche temporale, viene ridotto il rischio totale di portafoglio. La matematica ci consegna poi altri fattori che non vanno sottovalutati e che sono determinanti, non già nella costruzione del nostro portafoglio, ma piuttosto nella sua gestione. Abbiamo infatti notato che la fase del NON SI SA MAI (0-12 mesi) si ripete per 10 volte in 10 anni, quella del FORSE MI POSSONO SERVIRE (13-36 mesi) 3,3 volte, NON ESAGERIAMO CON GLI ANNI (37-60 mesi) 2 volte e, naturalmente, 1 sola nella fase del CHISSÀ DOVE SARÒ E SE CI SARÒ ANCORA (61-120 mesi). Da questi elementi deriviamo alcuni insegnamenti tra cui quello che la somma di tanti periodi più corti, non potrà mai eguagliare il risultato di uno più lungo, costruito sin dall'inizio con una più alta volatilità, in quanto questa è fattore determinante per ottenere un più alto rendimento. Perciò non è mai consigliabile avere un portafoglio costruito strategicamente con scadenze corte e ripetute per tenere basso il rischio, ancorché mantenuto per una durata lunga. Neppure davanti alla stessa manifesta paura dell’investitore di possibili perdite in conto capitale, bisognerebbe costruirlo sempre senza mai dimenticare che il rendimento dipende sempre dalla volatilità. Molto meglio quindi diversificare imputando al giusto periodo una volatilità crescente, poiché sappiamo che è il tempo uno tra i migliori attenuatori del rischio. Naturalmente per quanto detto sopra, apparirà quindi opportuno, senza per questo essere obbligatorio, cercare di inserire in portafoglio periodi lunghi a più alta volatilità, magari per importi contenuti. Potrà essere fatto anche mediante l'uso di una strategia PAC che, pur attenuando il rendimento del portafoglio nel lungo periodo, darà l’opportunità all’investitore avverso al rischio di abituarsi alle oscillazioni del mercato, percependo così i vantaggi di un acquisto automatico in momenti di ribasso. Questo è sempre consigliabile per due motivi determinanti: il primo perché l'effetto della partecipazione all'economia reale (mercato azionario) è come un moltiplicatore del rendimento di portafoglio dell'investitore, che permette di uscire dall'impasse dei bassi rendimenti del mercato del debito. Inoltre abituarsi a piccole dosi di quel “veleno” che alcuni chiamano volatilità o rischio, che invece io chiamo opportunità, aiuta certamente a comprendere con un’esperienza a basso impatto emotivo, che è la volatilità l'unica via per dare rendimento agli investitori. Concludendo, non esistono più come un tempo pasti gratis sul mercato degli investimenti e la volatilità è la via maestra per per ottenere soddisfazioni. Per questo la pazienza dell’investitore può contribuire in modo notevole ad abbattere la paura di perdere denaro quando si investe, pur assumendo un rischio maggiore.    

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COME COSTRUIRE OGGI UN PORTAFOGLIO SOLIDO (PARTE 2)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 15.07.2021

Dove eravamo rimasti? Si, ora ricordo, stavamo parlando di un portafoglio multi compartimentale, ripartito in 4 parti, ciascuna dotata di un suo sviluppo temporale dotata di una diversa volatilità. I lettori sanno già che è sempre necessario qualificare e quantificare le preferenze dell'investitore, prima di procedere alla costruzione di un asset. Per semplificare, visto il breve spazio che abbiamo a disposizione, ipotizziamo che il fruitore di questo portafoglio sia un investitore particolarmente avverso al rischio, predisposto a subire psicologicamente i ribassi di mercato, ma comunque intenzionato a non accumulare troppo capitale sul conto corrente. Uno dei punti critici quando si costruisce un portafoglio, è dato dall’assenza per l'investitore di particolari obiettivi di periodo da raggiungere. Queste costituiscono sempre delle ottime leve per evitare di lasciarsi colpire dal panic selling, che colpisce molti quando i mercati crollano, portandoli, anziché a comprare, a vendere. La richiesta di investire in prodotti liquidabili senza particolari vincoli, mi hanno portato ad inserire nella tabella, a parità di periodo, una diversa volatilità, in modo da coinvolgere l'investitore nella scelta del SUO rischio, cioè quello che si sente di potere e volere correre durante il periodo dell’investimento. Infine, prima di parlare di prodotti e della loro volatilità, va lasciata all’investitore la scelta delle percentuali del suo capitale da ripartire in ciascuno dei 4 comparti, senza mai dimenticare di ricordargli sempre il SUO impegno a non liquidare prima del tempo dato. Ecco dunque la SUA scelta di ripartizione di tempo del portafoglio da cui partire per la sua costruzione:   NON SI SA MAI (0-12 mesi): 30%; FORSE MI POSSONO SERVIRE (13-36 mesi): 40%; NON ESAGERIAMO CON GLI ANNI (37-60 mesi): 20%; CHISSÀ DOVE SARÒ E SE CI SARÒ ANCORA (61-120 mesi e oltre): 10%. Già da questa diversificazione, fatta di tempi e di peso di capitale, scelta libera e autonoma  dell’investitore, siamo in grado di percepire la SUA bassa tolleranza al rischio che, come abbiamo già detto, non essendo legata ad obiettivi specifici, pone il portafoglio in una condizione di pericolosa precarietà. In queste fasi delicate è fondamentale che invece si senta a suo agio, supportato da chi lo ha aiutato a costruirlo oppure, in caso abbia provveduto in autonomia, deve ritrovare le motivazioni da cui era partito, poiché questo è il perno fondamentale per riportare la paura ad un livello meno intenso. Come si può osservare, la tabella successiva è stata costruita con due prodotti a diverso rischio inseriti nel medesimo comparto, proprio per lasciare la libera scelta del rischio da assumere all’investitore. Naturalmente i prodotti selezionati sono stati scelti da me, in base alla mia conoscenza e competenza, in base alla loro qualità e funzione rispetto ad altri appartenenti naturalmente alla stessa categoria. Tale scelta è legata al caso di specie qui trattato e rappresenta solo un caso di scuola da discutere. Non deve essere considerata come una proposta di portafoglio, solo un suggerimento operativo per l’uso di un metodo, che tra i tanti possibili, può essere seguito per costruire un portafoglio anche in autonomia.   A questo punto, una volta scelto quale prodotto utilizzare sulla base della volatilità e della performance oltre che dal rischio SRRI, sarà facile assegnare a ciascun periodo, una quantità di capitale da investire. Va comunque ricordato che i rendimenti e la volatilità non sono indicatori predittivi, ma lasciano solo intravedere il loro passato andamento, in modo che sia confrontabili con altri appartenenti alla stessa categoria. La tabella aiuta anche a valutare l’impatto ESG sul portafoglio, mediante l’analisi SFDR dei prodotti scelti. Da ultimo, risultando poi l’investitore particolarmente avverso al rischio, sarà consigliabile utilizzare una strategia PAC anziché una PIC, in modo da rendere la volatilità ancora più contenuta nel lungo periodo, salvo diversa SUA scelta. L'insieme di tutti i comparti sarà dunque il portafoglio definitivo, destinato a costruire la performance totale e in grado di affrontare in modo solido ogni condizione di mercato. E come dico spesso ai miei clienti: è il tempo il nostro migliore alleato per costruire un portafoglio in grado di affrontare ogni tipo di mercato.

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COME COSTRUIRE OGGI UN PORTAFOGLIO SOLIDO (PARTE 1)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 07.07.2021

L'inflazione sale o scende? Cosa è meglio fare con i titoli obbligazionari che ho in portafoglio? Per quanto ancora i mercati azionari continueranno a salire? Adesso è meglio investire in obbligazioni o in cosa? Cosa prevede per i mercati nel prossimo futuro? Queste sono le domande ricorrenti contro le quali noi consulenti ci troviamo a lottare ogni giorno, nel tentativo spesso inutile di fare comprendere che in campo finanziario nessuno conosce la verità o è dotato di poteri predittivi in grado di garantire la certezza di un risultato a priori. E tutto ciò sulla stessa falsariga di un avvocato che non può garantire a priori una sentenza favorevole al proprio assistito. In assenza di indovini affidabili e di certezze impossibili, ci si potrebbe impegnare a costruire portafogli solidi usando logica e competenza, in grado di dare alte probabilità di non subire perdite da qui ai prossimi 10 anni e guadagni interessanti. Per rimanere coerente con il mio modo di agire darò un suggerimento preventivo a tutti coloro sono già in grado di fare da soli, soprattutto a quelli che pensano che il market timing sia la migliore soluzione in assoluto: questo post non fa per voi, evitate di perdere tempo nel leggere ciò che segue. A tutti gli altri chiederò di perdonarmi se racconterò cose delicate ma importanti, usando per tutelare il mio buon nome usando lo schermo dell’ironia. Innanzitutto, se crediamo davvero che il tempo per chi investe sia un alleato affidabile, fidiamoci di lui e confidiamo sul suo prezioso sostegno. Per fare ciò, suggerisco di dividere il tempo che abbiamo deciso di dedicare alla gestione e alla crescita del nostro capitale in 4 sotto periodi, avendo cura di dare a ciascuno di questi un nome o una definizione che possa descrivere l’intento per cui quel denaro viene investito, se proprio non siamo in grado di assegnargli un preciso obiettivo di impiego a fine periodo. Per quanto mi riguarda userò qui delle definizioni incontrate durante la mia attività professionale, invitando nel contempo il paziente lettore a fare lo stesso, usando ciascun periodo come uno scomparto nel quale inserire la parte del capitale da investire secondo il tempo che è stato scelto per ciascuno, a seconda del suo gradimento: * periodo del NON SI SA MAI (0-12 mesi): qui metteremo la nostra liquidità nel caso in cui qualcosa di imprevedibile si manifesti e tocchi la nostra tranquillità, dalla quale attingeremo nel breve periodo; * periodo del FORSE MI POSSONO SERVIRE (13-36 mesi): qui invece consideriamo quel capitale che siamo quasi sicuri che non utilizzeremo se non entro quel periodo, dal quale però non riusciamo a separarci, pur sapendo benissimo che così rinunceremo a rendimenti più interessanti; * periodo del NON ESAGERIAMO CON GLI ANNI CHE POTREBBERO SERVIRE PRIMA (37-60 mesi): in questo caso la somma da investire è accantonata con rimpianto, soprattutto perché si prende atto a malincuore che quel denaro verosimilmente non lo si potrà usare che al termine, potendosi realizzare perdite se usato prima della scadenza; * periodo del CHISSÀ DOVE SARÒ O SE CI SARÒ ANCORA (61-120 mesi e oltre): difficile che un periodo così lungo venga scelto come modalità principale di allocazione delle risorse disponibili. Da queste ci si dovrà separare per un lungo periodo, con il rischio di causare in molti dei pentimenti, specialmente in tutti coloro che pensano che i grandi guadagni dipendono dalla fortuna e non dalla strategia. La cosa curiosa e ricorrente è che di questo denaro spesso se ne rivendica prima della scadenza la restituzione, di solito per la sopravvenienza di affari improvvisi a cui è difficile resistere. Il tutto naturalmente si verifica nei momenti di crollo di mercato, raramente nelle fasi di pieno rialzo. A questo punto, per la costruzione di un solido portafoglio il più è fatto. Per tutti coloro che sapessero usare in modo egregio quei fantastici supporti chiamati KIID, che per legge dal 2012 affiancano l'offerta di qualsiasi fondo comune commercializzato in Europa e che sintetizzano le informazioni più rilevanti per un investitore, sarebbe incredibilmente facile agire in perfetta autonomia. Infatti, incrociando il grado di rischio, definito con una scala graduata da 1 a 7, con il periodo di tempo consigliato per il suo mantenimento in portafoglio, non sarà difficile ripartire il capitale da investire per percentuali, ciascuna propria per ciascuno dei 4 comparti proposti sopra. Forse la difficoltà più grande è in verità quella di decidere quali mercati e quali strategie di gestione preferire tra le tante, soprattutto quali prodotti scegliere tra i migliaia disponibili, facendo però attenzione a scegliere quelli che a parità di categoria sono stati tra i più performanti e meno rischiosi, dando un preciso segnale di efficienza, tenendo sempre presente che le performance realizzate appartengono solo al passato e non devono essere prese come indicatori di andamenti futuri. Proprio per questo, violando una mia modalità operativa che punta a costruire sempre e solo portafogli personalizzati, sarà mia cura inserire nell’editoriale della settimana prossima la proposta di un portafoglio, comprensivo dei codici ISIN, costruito secondo le indicazioni di cui abbiamo parlato oggi.  

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IL BISOGNO DI CERTEZZE DELL’INVESTITORE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 25.06.2021

La domanda più semplice e ricorrente che faccio quando mi trovo a parlare con un nuovo cliente che vuole investire, è quella che riguarda l’obiettivo per cui quel denaro viene investito e non speso. Come i miei lettori sanno bene, considero assolutamente necessario per costruire un portafoglio, conoscere anche alcuni elementi quali la durata dell'investimento e il livello di rischio massimo accettabile per quel cliente. E questo perché conoscere ciò che spinge l’investitore a non consumare quel denaro nell'immediato destinandolo ad un futuro impiego, è il vero fattore critico su cui basare la strategia di portafoglio. Conoscere questi elementi è come per il medico conoscere perfettamente l’anamnesi del suo paziente per stilare la diagnosi e somministrare la terapia. Questo deve essere il comportamento naturale del consulente finanziario che ha davvero cura del proprio cliente. Tuttavia, il più delle volte nella mente del cliente ricorrono alcuni pensieri non sempre dichiarati e spesso sottaciuti. Tra questi i più ricorrenti sono “non ho molto tempo, non ho un vero obiettivo, non voglio vincoli, non voglio correre rischi, potrei averne bisogno molto presto”. Queste dichiarazioni, spesso basate sulla paura di perdere il controllo del proprio capitale, sono vere e proprie richieste di aiuto che se non sono risolte prima della costruzione di portafoglio, potrebbero determinare problemi di gestione. Il più delle volte i problemi insorgono per il ricordo di passate dolorose esperienze (perdita derivante da vendite di titoli avvenute nel momento sbagliato) oppure in occasione di messaggi veicolati dalla stampa e dai telegiornali in determinati periodi di turbolenza (... oggi bruciati 2mila miliardi in borsa!!). Certamente rafforzano questa condizione anche i pregiudizi dovuti alla scarsa conoscenza del settore, soprattutto quando questi consigli sono erogati da amici o parenti, soprattutto quando si dicono grandi conoscitori della materia. La paura è comprensibile, fa parte del bisogno dell'uomo di soddisfare il suo bisogno di certezza, che anche in campo finanziario, come per la maggior parte delle attività umane, non sempre sono una realtà facilmente riscontrabili, anzi. Da qui deriva la pericolosa associazione rischio = possibilità di perdita, che tanti danni ha prodotto nel corso degli anni agli investitori. Da qui si scatena la paura che oggi attanaglia molti investitori, troppo coinvolti dal pensiero che il futuro sia ormai da considerare realtà inaccessibile, come se una imminente fine del mondo fosse giunta. Cosi questo timore per il rischio porta al paradosso di realizzare una perdita certa che però si finge di non vedere. L'inflazione infatti erode il capitale senza mostrare il segno negativo che disturba, poiché quello che viene toccato non è il capitale nella sua determinazione numerica, che sembra erroneamente invariata nel tempo, ma bensì il suo potere d’acquisto. Ecco perché avere obiettivi chiari e determinati sull'uso del proprio denaro aiuta sempre a costruire piani finanziari solidamente fondati sulla realtà e non su di una sua indeterminata percezione. Se si avesse ben chiaro cosa è un obiettivo, si eviterebbe di confonderlo con un desiderio. Quante volte abbiamo sognato qualcosa ma senza esserne davvero convinti di renderla realtà? Desiderare una casa al mare è diverso che pianificarne nel tempo l'acquisto, mediante una concreta valutazione dei presupposti necessari per l’affare, stando l'attuale capacità reddituale, patrimoniale e di risparmio. E ancora, una cosa è proiettare nel futuro la visione del piacere generato dal conseguimento della laurea di un figlio, ben altra è invece chiedersi quanto capitale sia necessario per conseguire la laurea in quella determinata prestigiosa università. Per il raggiungimento di un obiettivo sarà quindi necessario porsi una serie di domande che toccano alcuni punti fondamentali della realtà che stiamo vivendo e che vogliamo per noi, quella a cui concretamente aspiriamo. Tra queste citiamo l’esatta identificazione di quello che si vuole davvero, avendo cura di ordinare in fila indiana tutte le motivazioni che spingono a farlo, la sua concreta raggiungibilità, le risorse disponibili e il tempo che stimiamo necessario per arrivare all’ambita meta. Questo è il modo giusto per pianificare ogni tipo di investimento. Naturalmente più l'obiettivo è misurabile, raggiungibile e motivante, più quell’impegno di non cambiare strategia sarà saldo nel tempo e non modificabile dalla paura di non riuscire a raggiungerlo. Così si comprende come l'aiuto della figura del consulente finanziario possa diventare supporto dell'investitore soprattutto nei momenti di crisi, in modo da diventare pilastro fondamentale per la strategia di investimento che mira a ridurre al minimo il rischio di non raggiungere l'importante obiettivo cui l'investimento è destinato.    

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IL COMPITO DELL’INVESTITORE ATTENTO, CURIOSO E ... SOSTENIBILE

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  • Investimenti ESG
Scritto il 18.06.2021

Nel mio post pubblicato in data 8.4.2021 avevamo cominciato ad accennare al nuovo regolamento denominato Sustainable finance disclosure regulation, uscito il 10 marzo 2021 che ha stabilito una serie di regole armonizzate, valide in tutta Europa, volte a determinare i requisiti delle rendicontazioni dei cosiddetti “rischi di sostenibilità” nei portafogli dei gestori. Lo scopo era ed è quello di ampliare la trasparenza sulla tematica ESG, in modo da stimolare la consapevolezza dei clienti sui rischi e sulle opportunità offerte da un approccio maggiormente sostenibile agli investimenti, il tutto con il fondamentale ruolo giocato dalle stesse società prodotto e dal consulente finanziario. Per questi ultimi la novità più rilevanti saranno introdotte in occasione della prossima modifica della Mifid 2, dove verranno meglio definiti gli obblighi di gestione del target market e di product governance, che i consulenti dovranno rigorosamente rispettare nell’offerta dei prodotti a quei clienti che richiederanno espressamente che i propri investimenti rispettino rigorosi standard di sostenibilità. A questo riguardo ricordo agli investitori meno sensibili al problema che persino la Banca d'Italia ha modificato le modalità di gestione dei propri investimenti finanziari, attribuendo un peso maggiore ai fattori che favoriscono una crescita sostenibile, attenta alla società e all'ambiente. Sul sito istituzionale si può infatti leggere: “Poiché le imprese attente ai fattori di sostenibilità sono generalmente meno esposte a rischi operativi, legali e reputazionali, e sono più orientate all'innovazione e all’efficienza nell'allocazione delle risorse, come confermato da un’ampia letteratura e da numerosi studi empirici, i risultati economici degli investimenti in queste imprese sono generalmente migliori rispetto agli indici rappresentativi dei mercati finanziari”. A noi qui interessa però mettere in evidenza gli obblighi informativi (disclosure) derivanti dal SFDR e cioè che le società di gestione e i consulenti finanziari devono rendere noto sui propri siti web e sull’informativa precontrattuale, tutte le informazioni relative alle politiche intraprese per integrare i rischi di sostenibilità nei loro percorsi di investimento. Per quanto attiene invece le informative contrattuali, queste devono evidenziare chiaramente i possibili effetti che i rischi di sostenibilità potrebbero avere sul rendimento dei prodotti finanziari proposti alla clientela. Naturalmente non viene posto a carico di tali soggetti anche l'obbligo di collocare il patrimonio raccolto in investimenti sostenibili, ma soltanto di comunicare se questo viene fatto. In altri termini, in tal modo i gestori che non propongono alla clientela investimenti sostenibili, obbligati come sono a darne adeguata spiegazione, potrebbero essere disincentivati a farlo. Per raggiungere gli obiettivi dell SFDR e migliorare la finanza sostenibile aumentando la trasparenza, le società di gestione degli investimenti e i consulenti hanno cominciato a divulgare il modo in cui considerano i rischi di sostenibilità e principali impatti negativi derivanti. Il termine rischi di sostenibilità fa esplicito riferimento a eventi o condizioni ambientali, sociali o di governance, come i cambiamenti climatici, che potrebbero causare un impatto negativo sul valore di un investimento. L’esempio tipico potrebbe essere quello di esplicitare un investimento in una società con operazioni commerciali che contribuiscono in modo significativo alle emissioni di anidride carbonica ovvero che ha pratiche scadenti per la gestione dell'acqua, dei rifiuti o del territorio. La parte più interessante del regolamento è però quella dove viene sancita una sorta di classificazione dei prodotti ESG in due categorie principali, che aiutano l'investitore a meglio comprendere se sono presenti o meno nei suoi investimenti: 1. rientrano nella prima categoria, individuata e disciplinata dall’art. 8 del regolamento, tutti gli strumenti finanziari che “promuovono caratteristiche ambientali o sociali, o una combinazione di tali caratteristiche, a condizione che le società in cui vengono effettuati gli investimenti seguano buone pratiche di governance, anche se non hanno gli investimenti sostenibili come obiettivo principale; 2. rientrano nella seconda categoria, individuata e disciplinata dall’art. 9 del regolamento, tutti quelli che si prefiggono di investire principalmente in società sostenibili o che dimostrano il miglioramento delle caratteristiche sostenibili che contribuiscono positivamente a un determinato risultato, come un'economia a basse emissioni di carbonio. Appare quindi evidente che tutti quei prodotti che non rientrano tra queste due categorie non potranno in nessun caso essere classificati come investimenti sostenibili! In particolare è l'art. 6 che ci aiuta a capirlo nella parte in cui li considera come "altri" prodotti di investimento, che integrano considerazioni o spiegano perché il rischio di sostenibilità non è rilevante, ma che sicuramente non soddisfano i criteri aggiuntivi delle strategie Articolo 8 o 9. A questo punto ecco il vero compito dell’investitore curioso, attento e sostenibile: chiedere al proprio consulente di svelare quanto sia ESG il suo portafoglio, potendo così scegliere in modo consapevole la dose di sostenibilità desiderata.

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I LIMITI DEL RISPETTO DELLE PREFERENZE DEL CLIENTE

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  • Consulenti finanziari
Scritto il 10.06.2021

Qualche volta ricevo critiche relative al fatto che raramente parlo di prodotti e che normalmente evito di dare consigli generici su modifiche tattiche di portafoglio, soprattutto in momenti delicati di mercato. Chi mi conosce sa che non è mia abitudine non rispondere alle domande, ma sa che ho la tendenza a rispettare le esigenze dell'investitore e le sue preferenze, anche se questo talvolta può comportare limiti nella costruzione dell’asset. Ciascuno è un mondo a sé stante, ecco il motivo per cui non amo parlare di terapie finanziarie in generale, cosa che faccio però quando sono con ogni singolo cliente. Qualche volta questi limiti sulle scelte sono dovuti a pregiudizi o scarsa conoscenza della realtà, spesso anche a causa dall’amaro calice bevuto in occasione di esperienze passate fondate su erronee scelte. In questi casi sarebbe troppo semplice accontentare il cliente suffragando il rapporto su di una cura palesemente sbagliata, ma per lui oltremodo tranquillizzante, invece che insistere per somministrare la giusta terapia. L'esempio è semplice: lavorare con prodotti di liquidità, per un tempo infinito con un cliente che dichiara esplicitamente la sua avversione al rischio, è palesemente un errore. Tuttavia non è rinunciando al proprio ruolo che il consulente agisce per il bene del cliente quando si sente dire “faccia lei, mi fido”. Troppo spesso ciò si trasforma in un'arma a doppio taglio, specialmente se di questa fiducia si abusa inducendolo ad acquistare qualcosa che non si è in grado di comprendere e che poi non produce il risultato sperato. Compito del consulente è quello di prendere per mano il cliente e aiutarlo a comprendere cosa significa davvero investire, rendendolo partecipe del processo di costruzione dell’asset. Lo so che tutto questo sembra tempo sprecato ma vi assicuro che non lo è mai quando si lavora per fare comprendere il perché di certe scelte, magari all'inizio non condivise. Questo richiede la pazienza e la costanza di chi non usa violenza attraverso un uso spregiudicato dell’asimmetria informativa, ma che cerca piuttosto di coinvolgere il cliente nel processo decisionale, facendogli acquisire il più possibile consapevolezza e cultura finanziaria. Non dimentichiamo poi che dalla parte del cliente c’è la normativa Mifid, che tutela e protegge dalle leggerezze o dagli abusi di cui spesso sentiamo parlare. Un esempio ci aiuta a comprendere la cosa: mai dovrebbero essere usati prodotti ad alta volatilità quando c'è un ridotto periodo di tempo, soprattutto quando c'è una aperta e convinta dichiarazione di avversione al rischio. Uno dei compiti più affascinanti riservati a noi consulenti è quello di togliere dalla parola rischio quell’aura negativa che induce l'idea di potenziali perdite, sostituendola con quella infinitamente più positiva di opportunità, che possono e devono essere colte dal nostro cliente, nella consapevolezza che ogni situazione umana è preda dell’incertezza. Ma non per questo ciò deve diventare la scusa per non vivere e non investire, facendoci dominare dalla paura delle conseguenze che ogni scelta che comporta un rischio ha in sé.    

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L'USO DEL TEMPO PER IL CONTROLLO DEL RISCHIO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 03.06.2021

Non è poi così difficile costruire un asset in grado di affrontare le maree, le tempeste e le bonacce a cui siamo sempre esposti quando investiamo. Non lo è perché basterebbe usare alcuni semplici accorgimenti nella costruzione di un portafoglio, che ci permettano di affrontare nel migliore dei modi tutte le fasi di mercato, shock compresi. Non dimentichiamoci mai che la performance dipende quasi interamente dal posizionamento strategico iniziale, mentre la parte tattica incide molto poco. Continuare a cambiare in funzione del momento può essere talvolta molto dannoso. La prima cosa da tenere presente per costruire una strategia vincente parte direttamente dalla nostra onestà intellettuale, in particolare quando rispondiamo alla domanda “per quanto tempo vogliamo o possiamo investire?”. Ammettiamolo, il rischio maggiore è di nasconderci dietro la più classica delle risposte “voglio investire per il minor tempo possibile, avere il più alto guadagno ma senza correre rischi”. In realtà sappiamo benissimo che investire non è affidarsi alla fortuna o ai miracoli, ma richiede piuttosto idee ben chiare sul tempo che possiamo permetterci di usare, soprattutto sul rischio che possiamo e vogliamo correre. È vero che siamo diversi nel considerare il rischio, ma non possiamo non sapere che è questo che genera opportunità, che sono maggiormente raggiungibili quanto più usiamo il tempo come nostro fedele e prezioso alleato. Il denaro è uno strumento utile per raggiungere i diversi obiettivi della nostra vita, per questo motivo accumulare senza pensare ad un suo impiego futuro, difficilmente aiuta a difenderlo davvero. Il più delle volte come scusa si usa la tipica frase "risparmio perché non si sa mai cosa può succedere", senza poi fare veri ragionamenti sui veri rischi della vita, in particolare su quanto denaro ci servirebbe davvero se si concretizzassero i peggiori scenari ai quali in verità nemmeno osiamo pensare. Abbiamo però la certezza che quando si risparmia per la paura del domani stiamo pagando un prezzo che al rialzo dell'inflazione non potremmo più permetterci. Ecco quindi che nella fase di progettazione di un asset, un chiaro e definito obiettivo d’impiego aiuterebbe meglio a definire il tempo che abbiamo davanti. Se per esempio volessi accumulare del denaro per gli studi universitari di mio figlio, avendo lui 6 anni, ipotizzando che si iscriva a 19 anni all'università, quell'obiettivo non necessiterebbe di grandi riflessioni sul tempo: quel denaro, già accumulato o in accumulo, potrà lavorare per un periodo di almeno 13 anni! Risulta pertanto chiaro che se non ho un obiettivo, il tempo diventa un fattore casuale non vincolante,modificabile per qualsiasi ragione, soprattutto quando questa ragione si chiama paura. Per questo suggerisco di costruire un portafoglio forte e resistente dividendolo sempre in 4 parti, ciascuna dotata di un suo tempo per generare performance, ma l'una funzionale all'altra: il breve termine (1-24 mesi), quello medio (36-60 mesi), il lungo (72-120 mesi) e il lunghissimo termine (oltre i 120 mesi). Seguendo questa logica potremmo usare una volatilità crescente per assumere il rischio per ciascuna di queste parti, in modo da usare il tempo come un attenuatore di rischio, dandoci appunto la possibilità di assumerne in funzione del tempo che abbiamo a disposizione. Questo ci permetterà di usare quel denaro in caso di bisogno, liberandoci da ansie da impiego sul lungo periodo, caricando maggiormente le aspettative su quelli di breve e medio. Se siamo investitori ansiosi privilegeremo maggiormente periodi più brevi, mentre se siamo più lungimiranti e più fiduciosi verso il futuro che ci aspetta, useremo un peso maggiore concentrandoci maggiormente sul terzo e quarto periodo. E Il raggiungimento continuo degli obiettivi di breve e medio ci daranno la serenità necessaria per confidare sul buon esito per quelli relativi a periodi più lunghi. Per definire poi quali siano i prodotti giusti da inserire in portafoglio, prenderemo a riferimento ciascuno dei sottoperiodi, attribuendo a ciascuno un rischio specifico quale fattore discriminante di limite e preferenza, usando l’indice SRRI del KIID. In tal modo il breve periodo NON potrà contenere livelli di rischio superiore a 1 e 2, mentre i sottoperiodi lungo e lunghissimo dovranno necessariamente contenere prodotti a indicatore di rischio massimo 6 e 7. E dato che il livello di rischio è vincolante verso l'alto ma non verso il basso, potranno essere inseriti liberamente nei vari periodi tutti quelli con rischio inferiore, a condizione però che il loro peso non superi quelli a rischio più elevato. Se riuscissimo a diversificare in tal modo il nostro portafoglio strategico, avremmo evitato l'errore comune di trovarsi troppo esposti ad un rischio che non vogliamo correre. Ciò eviterebbe di trovarci con un portafoglio contenente prodotti di cui si ignora il rischio e la loro potenziale performance nel tempo, ma soprattutto la loro funzione. Quindi non aspettiamoci miracoli se le nostre preferenze sono anti rischio, perché ormai abbiamo capito che la performance dipende direttamente da questo. Ricordo sempre che da un prodotto con SRRI 2, pur mantenuto per 10 anni in portafoglio, non si potrà mai ottenere la stessa performance di un altro con SRRI 6, a cui si concedono 10 anni per la performance! Suggerisco a questo riguardo di provare a sostituire la parola rischio con la parola opportunità, in modo da rendere più comprensibile le ragioni per le quali si usa il tempo per generare performance. Questo permette di non lasciarsi sopraffare dall’ansia del momento che si crea soprattutto nei momenti di ribasso. E tutti noi sappiamo per esperienza che, durante il tempo del nostro investimento, sarà impossibile non trovarsi in una situazione di crisi. Tuttavia se partissimo dal presupposto che il prezzo attuale di un mercato azionario è sempre più basso di quello che sarà tra 5 anni o 10 anni, perché non approfittare dei saldi che si presentano durante o subito dopo una crisi, quando se ne presenta l'opportunità? La storia ci insegna che sono i momenti di ribasso che generano le migliori performance, non facciamo finta di non averlo ancora capito!    

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