Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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ULISSE E L’INVESTITORE

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 27.06.2022

Siamo entrati tecnicamente da tempo in una fase di mercato orso dove l’insieme di tante concause hanno generato una tempesta perfetta, tanto potente da manifestarsi con una sequenza plurima di cigni neri. La guerra in ucraina, l’inflazione crescente senza limiti, con il rischio di un rialzo dei tassi talmente violento da fare cadere il mondo in una pericolosa recessione, per non parlare poi della strozzatura delle catene di approvvigionamento o dei nuovi contagi in Cina con blocco delle catene produttive, sono tutti elementi sufficienti per fare saltare ogni schema di diversificazione fondato sulle correlazioni negative e tendente a ridurre il rischio per chi investe. Tutto nuovo sotto il sole, niente di già visto prima direbbero i più preparati. Infatti quando i mercati si muovono tutti nella stessa direzione la diversificazione tradizionale non ha più effetto sul controllo della volatilità. Questo il motivo per il quale quando oggi si osservano gli andamenti dei valori di portafoglio, il colore DOMINANTE è diventato il rosso, simbolo che rappresenta una lama che incide la carne dell’investitore, specialmente quella dei più curiosi di conoscere l’andamento del capitale. Non che non si debba controllare il proprio investimento, ma qualche volta il coraggio sta proprio nel non guardare i numeri, evitando così di compromettere lo spirito che anima l’investitore che agisce con metodo e rigore, nel rispetto dei propri obiettivi. Spesso penso che l’investitore si dovrebbe trasformare in quell’eroe dell’Odissea chiamato Ulisse che, spinto dall’inestinguibile curiosità che lo contraddistingueva, si fece legare all’albero della nave in modo da poter ascoltare la voce delle sirene senza però poi raggiungerle cadendo loro vittima. RESISTERE, MAI DESISTERE Tuttavia diventa difficile non essere curiosi di verificare come stanno andando le cose, specialmente quando ogni settimana si pubblicano o trasmettono informazioni negative, spesso costruite ad arte non per proteggere l’investitore ma piuttosto per indebolirne le “difese immunitarie”. C’è chi cerca di insegnare come evitare di commettere errori irrimediabili, come quello ad esempio di liquidare un investimento prima del tempo per paura, ma sono molto di più tutti quelli che cercano di distruggere chi vuole spiegare come funzionano i mercati e quali siano i tranelli in cui non cadere. Spesso vengono lanciate profezie sul futuro talmente negative che indurrebbero al pessimismo anche il più ottimista tra gli investitori, che poi se ne convince. La realtà è che ogni volta nessuno può prevedere cosa accadrà e soprattutto l’esatto momento in cui l’apocalisse scatenerà i suoi malefici effetti. Da consulente e da cliente di me stesso posso però dire che la cosa non mi getta nello sconforto ma mi fa anche sorridere, nonostante il momento non sia certamente dei migliori. Perché negare l’evidenza, la vita continua nonostante tutto e come è sempre stato, i mercati certamente torneranno a salire! INVESTIRE CON METODO NELLE INCERTEZZE DEL MERCATO Comunque da consulente di me stesso posso solo dire che ora che siamo in ballo bisogna ballare, possibilmente senza lasciarsi intimidire dalle sirene dei tanti gufi del mercato che parlano di una discesa ancora non risolta, ma pronta a riconfermare amplificandoli, i suoi segnali negativi. Ma noi, consci del fatto che conosciamo la storia, rimaniamo in fiduciosa attesa di una solida ripresa, pronti con i nostri portafogli ad approfittarne. Non sappiamo quando accadrà ma siamo sicuri che questo avverrà. Mai ci siamo affidati alle previsioni, perché il mondo della finanza non si basa che sull’incertezza, unico presupposto necessario da accettare quando ci si avvicina ai mercati. Ci solo soltanto incertezze più o meno accettabili, e queste dipendono dalle nostre preferenze, che sono le motivazioni per le quali un investitore sceglie ad esempio un tempo per investire più o meno lungo, oppure un rischio più o meno alto. Ma tutto questo richiede la consapevolezza di quello che si fa. Una volta accettato il compromesso che quando si investe le certezze diventano probabilità, si passa ad utilizzare la ragione e la scienza, usando metodi che nel passato sono riusciti in presenza di qualsiasi condizione di mercato, ad assicurare grandi risultati, cosi come già accade in altre attività umane. Bisogna così smettere di credere che investire sia frutto della casualità del momento o della fortuna. Un metodo è necessario e di questo fanno parte alcuni degli elementi di cui parliamo spesso: il tempo e la pazienza, il rigoroso rispetto delle regole che ci si impone quando si sceglie un determinato rischio, il tutto naturalmente nell’ambito delle proprie preferenze. I CORSI E RICORSI STORICI Spesso mi si accusa di essere ridondante o troppo lungo nei miei editoriali ma forse è uno tra i motivi per cui i miei clienti si fidano delle cose che dico, soprattutto vivono i ribassi non con l’angoscia che di solito ci colpisce quando si presta troppa attenzione ai giornali finanziari o seguendo servizi televisivi, investiti come tutti siamo da bad news. Sappiamo molto bene che per ogni accadimento che genera movimenti sul mercato, esogeno o endogeno che sia, è importante cercare di mantenere il più possibile inalterato il proprio piano di investimento strategico, perché è questo che ne determina il successo, non le correzioni tattiche. Ma anche di ciò abbiamo già parlato quindi, visto il caldo e il periodo di vacanza che si avvicina, volevo terminare l’editoriale con una lunga provocazione rivolta ai miei appassionati lettori. Dopo avere assistito al crollo degli ultimi mesi, magari senza avere avuto la forza di comprare al ribasso per mediare le perdite, oppure senza il coraggio di vendere qualcosa che ha perso per acquistare qualcosa che è andato ancora più giù, ma che ha un alto potenziale di recupero, vedendo che gli interventi delle banche centrati volti a controllare l’inflazione, stanno raggiungendo il proprio obiettivo, cosa pensate faccia il mercato? E ancora, qualora ad una tendenziale riduzione della politica di innalzamento dei tassi seguisse un ribasso degli stessi e ci fosse una tregua alla guerra in corso ovvero una dichiarazione che il Covid è stato definitivamente sconfitto, in tutti questi casi, come pensate possa essere ancora impiegata l’enorme liquidità depositata sui conti? Non pretendo che mi diate ora una risposta ma solo che pensiate alla domanda che sto per scrivere: è scritto nella storia dei mercati finanziari che dopo un forte ribasso questi tendono a ritornare ai massimi, perché stavolta dovrebbe essere diverso?

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L’INEVITABILE CAMBIO DI PARADIGMA

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  • Investimenti ESG
Scritto il 20.06.2022

Proviamo insieme a fare un gioco: alzi la mano chi crede che il sistema economico cosi come lo conosciamo, sia ormai destinato ad una fine imminente. Ok, non molti ma qualcuno c’è. Adesso invece la alzino tutti coloro che credono che il mondo stia per essere sottoposto ad una così pesante trasformazione per cui tutte le certezze economiche, quelle che si credevano ormai consolidate, dovranno essere rimesse in discussione. Rimane nel gruppo qualche vero ottimista? C’è qualcuno che come me pensa che il mondo continuerà a progredire economicamente, così come ha fatto negli ultimi duemila anni di vita del genere umano? Naturalmente mi limito a questo periodo storico per non spingermi verso epoche ancora più remote, dove difficilmente potremmo trovare esempi convincenti di regresso economico dell’umanità.     LA TRANSIZIONE Dobbiamo ammetterlo però, siamo entrati con la pandemia e con la guerra ai confini dell’Europa, in un periodo di profonda transizione, un momento di passaggio dove molte delle variabili economiche sono messe in discussione. Questa trasformazione non solo era imprevedibile ma è stata accelerata al punto che non riusciamo nemmeno a percepire quanto questi cambiamenti siano rapidi, radicali e soprattutto duraturi. Pensiamo a quanto abbia influito sulla situazione attuale la globalizzazione, cominciata alla fine del secolo scorso, e continuata con i suoi effetti volti alla creazione di un unico mercato senza frontiere dentro il qual sono stati fatti circolare nello stesso tempo capitali, merci, servizi, informazioni, arte, cultura e molto altro ancora. Questo passaggio ha portato notevoli benefici al genere umano ma ha anche creato nuovi problemi, tra cui il sempre crescente divario tra paesi ricchi e poveri, terreno di conquista per le grandi multinazionali che, sfruttando la manodopera a basso costo delle zone più arretrate, hanno avuto come unico obiettivo quello di aumentare i profitti abbattendo appunto i costi di produzione. Cosa dire poi dello scellerato sfruttamento delle risorse ambientali, di cui siamo quasi tutti complici? Questo però non ha mai impedito la crescita economica del mondo e i mercati ne sono la rappresentazione più evidente: in pochi si sono ribellati al progresso, invocando una sua regressione.     DEGLOBALIZZAZIONE Dobbiamo però essere tutti consapevoli che anche in presenza del cambio di paradigma che porterà inevitabilmente al declino della globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta sino ad ora, il funzionamento dei mercati finanziari non cambierà e presto ritorneranno a correre, cosi come la storia ci ha insegnato. E non lo farà proprio perché i mercati sono sempre alla ricerca di nuove opportunità. Ormai è impossibile non riconoscerle ormai, a meno che non si voglia credere in una rivoluzione totale e definitiva che muti lo scenario economico e finanziario, traghettando l’umanità verso un improbabile mondo economico più equo o solidale, dove il profitto cessi di essere il parametro principale del loro funzionamento. Tuttavia bisogna essere coerenti senza nasconderci dietro quel dito che di solito gli viene puntato contro, perché usato impropriamente da molti come sinonimo di ingiustizia. Oggi però questa rivoluzione silenziosa è in verità già partita e si nasconde timidamente dietro l’acronimo ESG. L’investitore può già scegliere prodotti finanziari che investono secondo i fattori che sembrano diventare segni di una giusta nemesi contro il profitto considerato come segno di profonda ingiustizia, perché usati per generare vantaggi economici non solo per sé, ma anche e soprattutto per la collettività. Tramite le proprie preferenze ESG, si può decidere la destinazione degli investimenti oppure a quali business non si vuole affatto partecipare, diventando attori del business sottostante.   LA RESPONSABILITA’ DELL’INVESTITORE Ma il paradosso della crescita dei mercati sta proprio in questa trasformazione: oggi, a differenza di qualche anno fa, ciascun investitore può e deve fare la sua parte, pretendendo che il proprio capitale investito sia diretto verso qualcosa di ESG compliance, dove non è più solo il profitto l’obiettivo. I nuovi fattori dominanti sono quindi quelli ambientali, che considerano il modo in cui un'azienda produce, quelli sociali, che esaminano il modo in cui vengono gestiti i rapporti con i dipendenti, i fornitori, i clienti, compreso l’impatto che ha sulla comunità in cui opera. E ancora la governance, che mira ad una sana gestione aziendale, in particolare prestando attenzione alla retribuzione dei dirigenti, all’audit interno sui processi dell’attività produttiva, sui controlli che mirano a rispetto della mission aziendale, comprensiva quindi anche del rispetto del diritto di tutti gli azionisti. Questi sono fattori che in modo indiscusso riducono il rischio, aumentando i ricavi. Anche noi investitori siamo e facciamo parte del mercato: proprio per questo dobbiamo sentire il peso della responsabilità per quello che facciamo, accettandone le regole anche quando le cose non vanno come noi ci saremmo aspettati. Non è infatti solo questione del SE rimanere investiti ma anche e soprattutto del PERCHÈ oggi vale la pena farlo, nonostante i ribassi che da mesi ci stanno preoccupando. Sembra un paradosso ma cambiare il paradigma di come e perché investire dipende da noi, dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti. Essere ESG significa appunto attuare una rivoluzione, uscendo dalla logica del profitto fine a sé stesso. Questo sarà lo stimolo propulsivo per il futuro prossimo, così come aveva sostenuto anni fa l’economista Muhammad Yunus, vincitore nel 2006 del Premio Nobel per la Pace: “Ho come la sensazione che l'economia basi le sue leggi su presupposti che ignorano gli esseri umani. Tratta gli uomini come macchine e nega gli elementi essenziali della natura umana. Considera gli imprenditori uomini come dalle capacità eccezionali e così ignora le potenzialità della gran massa dell'umanità. L'economia ama definirsi come una scienza sociale ma non lo è! Parla di lavoro e manodopera, non parla di uomini, donne e bambini quindi non può ignorare l'ambiente che pretende di analizzare!”.   CONCLUSIONI Questo è solo uno tra i tanti motivi per i quali dobbiamo pretendere di più dai nostri investimenti, senza scappare nel momento in cui le cose sembrano andare male, soprattutto quando la storia dei mercati e l’esperienza ci suggeriscono che i momenti di ribasso sono sempre e comunque splendide opportunità d’acquisto, questa volta anche per il bene dell’umanità.  

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(ANCHE) QUESTA VOLTA È DIVERSO!

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 13.06.2022

Vi è mai capitato di leggere articoli finanziari che, scritti magari da chi ha la convinzione di conoscere il futuro, raccontano di quanto la situazione che viviamo sia comunque diversa da tutte quelle già vissute nel passato e, proprio per questo, si avventurano vaticinando tristi presagi? Spiace dovere richiamare ancora una volta l’esperienza dello scrivente, ma in questi 32 anni mi è capitato quasi sempre di ritrovare la stessa litania mediatica ripetuta all’infinito. Lo è stato in occasione della Guerra del Golfo del 1992 o in quella jugoslava, durante la crisi Russa del 1997 o ancora durante la bolla Internet nel 2000, per non parlare poi dell’attacco alle Torri Gemelle, durante la sofferta crisi finanziaria del 2007 – 2008, e anche durante il delicato salvataggio della Grecia o in occasione della crisi del debito dell’eurozona. Vorrei qui ricordare anche la crisi cinese del 2015, la Brexit, la guerra dei dazi tra Usa e Cina, sino ad arrivare alla pandemia e all’attuale rialzo dell’inflazione aggravato dalla guerra in Ucraina. Tutte queste situazioni che abbiamo vissuto sono legate da un apparente comun denominatore che ci spinge a considerare come la paura di perdere sia fattore tipico in questi momenti. In conseguenza di tutto ciò sono arrivate le solite parole di negatività sul come vengano bruciati dollari ed euro sull’altare dei mercati, con l’unico scopo tendente a convincerci che il mondo non sarebbe più stato quello di prima, e sicuramente peggiore per gli umani che lo abitano. Ciononostante ogni volta i mercati non solo hanno ripreso a marciare segnando sempre nuovi record, ma anche la condizione umana sembrava apparire nonostante tutto migliore. Per questo forse azzardo l’idea che il denominatore comune sia invece un altro è sia ravvisabile in quella inarrestabile voglia dell’uomo di andare avanti e progredire dopo ogni crisi, con la convinzione che guardando al passato come momento chiave per il superamento di quella instabilità che l’aveva generata, sia nuovo stimolo per spingersi alla ricerca di nuovi obiettivi, verso un nuovo orizzonte di progresso. Questo naturalmente anche non soltanto per il bene dell’umanità o forse quasi esclusivamente per il profitto. TIME NON TIMING Tuttavia la realtà ci presenta sempre il conto, specialmente ogni volta che i mercati diventano negativi, qualsiasi ne sia la causa scatenante. Da ciò deriva la frenesia di molti investitori di vendere tutte le posizioni di investimento, soprattutto quelle destinate ad obiettivi di lungo periodo. Poi però alla fine di ogni crisi si fanno i conti, soprattutto li fanno tutti coloro che hanno sciaguratamente deciso di abbandonare il mercato, liquidando i propri investimenti per la paura di perdere. Ancora più grave e oltremodo colpevole deve essere considerato chi, seguendo le indicazioni di qualche guru che vaticinava catastrofi devastanti, ha venduto e non è più rientrato. Non voglio ritornare sull’argomento perché i miei pazienti lettori sanno quanto sia dannoso fare trading sui mercati quando non solo non si hanno le competenze, ma soprattutto quando si hanno obiettivi di lungo periodo. Sappiamo bene che un errore anche piccolo di timing può causare grandi danni, talvolta irreparabili. Navigare sui mercati nel lungo periodo è come usare un sottomarino per attraversare gli oceani: le tempeste toccano solo le navi e gli aerei, mentre chi naviga sotto le onde non ne viene sfiorato. Si tratta quindi di usare la logica che deriva dall’esperienza del TIME non quella del TIMING.   FINANZA COMPORTAMENTALE E CIGNI NERI La finanza comportamentale ci ha poi insegnato che tutti i crolli di mercato del passato sono archiviati nella nostra memoria come esperienze ormai superate. Infatti non ne siamo più emotivamente coinvolti, per questo tendiamo a dimenticare il dolore che allora ci aveva procurato la perdita del capitale investito, fosse anche solo temporanea. La crisi che si vive oggi appartiene al “qui ed ora”, e riguarda l’esperienza attuale, che ci tocca in questo preciso momento, facendoci dimenticare per inerzia il passato. Ecco il pensiero latente che viene innescato: “Vedo il mio capitale scendere e con lui sto perdendo il frutto del sacrificio da cui quel denaro deriva. AIUTO devo vendere!”. Questo è quello che ci urla l’amigdala, parte del nostro cervello più antico che governa il nostro sistema limbico, quello cioè che regola le nostre emozioni. Da qui arriva infatti l’ordine di eliminare il pesante dolore derivante dalla perdita quando investiamo. E questo anche se sappiamo per logica deduzione che dopo un temporale torna sempre il sereno o che dopo una crisi i mercati riprendono sempre! Abbiamo scoperto come i cigni neri, eventi di talebiana memoria che si presentano con una rarità tale da essere rigorosamente impossibili da prevedere, siano ormai all’ordine del giorno. Ciò è confermato dal fatto che nell’arco di soli 2 anni abbiamo avuto una pandemia, un inatteso rialzo dell’inflazione seguito da una conseguente politica di rialzo dei tassi da parte di molte banche centrali. Come dimenticare poi la terribile guerra in Ucraina? Può tutto questo non indurre il pensiero che questa nuova e profonda crisi sia diversa dalle precedenti? Ma proprio per questo non possiamo avere già dimenticato cosa è successo durante la fase pandemica, con i mercati che in pochi mesi sono crollati di oltre il 30% per poi riprendersi senza soluzione di continuità, addirittura superando i precedenti massimi nell’anno successivo. Cercate di pensare allo stress subito ma soprattutto, qualora non aveste venduto, provate a pensare alla sensazione di sollievo provata scoprendo che i mercati avevano subito ripreso quota rispetto al baratro in cui erano precipitati. Provate a ricordare la frase ridondante che vi percuoteva la mente e che vi diceva in lontananza: “non vendere, non vendere resisti!”. Quella voce veniva dalla ragione, non certo dall’emozione. Provate ora a ricordare quella ancora più rassicurante che vi sussurrava sulla scorta della reazione positiva dei mercati: “meno male che non hai venduto!”, cercando di tatuarvela nella mente a futura memoria. Non voglio parlare qui invece di quella che fondata sul rammarico e che ha colpito tutti coloro che hanno ceduto all’invito alla vendita e che ancora cercano le ragioni del loro insulso gesto.   DIALOGARE CON LA NOSTRA AMIGDALA Ed ora che siamo immersi in un nuovo problema chiamato inflazione, guerra e rialzo dei tassi, come vi sentite? Non ditemi che la preoccupazione è latente in funzione dell’esperienza, perché non ci crederei. Non dite che le voci che inducono a vendere sono definitivamente sopite. Lo so che siamo tutti preoccupati, soprattutto se rivolgiamo un pensiero a tutti coloro che la guerra la vivono davvero, non come noi che ne sentiamo solo parlare al sicuro nelle nostre case. Tuttavia lo stesso senso di pace e di rilassatezza che abbiamo scoperto quando i mercati riportavano verso la pari i nostri investimenti, la rivivremo ancora quando tutto quello che stiamo passando ora sarà finito, perché l’incerto è solo il quando non il se finirà. La mia provocazione è allora quella di invitarvi a parlare con la vostra amigdala cercando di tranquillizzarla, magari raccontandole i comportamenti dopo i momenti bui dei mercati finanziari degli ultimi 150 anni. Sono certo che anche lei ci dirà a questo punto di rimanere investiti e, magari approfittando delle occasioni che i ribassi offrono, possa essere lei stessa con voce forte a stimolarci per l’acquisto a prezzi ultra scontati.  

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PERCHÈ RIMANERE INVESTITI NEI MOMENTI DI RIBASSO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 07.06.2022

Parto dalla domanda che un cliente mi ha rivolto in settimana riguardo al mio modo di trattare la situazione dei mercati, con uno sguardo ottimista sul futuro e la convinzione che questi ribassi siano fantastiche occasioni d’acquisto. Tuttavia c’è da chiarire che anche un consulente finanziario è preoccupato per l’attuale situazione, così come lo è stato in altre occasioni simili. Anche lui è uomo e come tale è colpito da bias comportamentali così come qualsiasi altro individuo. Tuttavia dalla sua parte ha l’esperienza, qualche nozione di finanza, almeno una sufficiente infarinatura di come funzionano i mercati e soprattutto conosce e sa interpretare gli insegnamenti della storia. Questo è il motivo per cui un consulente finanziario non può che essere ottimista guardando al futuro e questa deve essere la sua mission. Lo è tanto più se ha avuto l’accortezza di coinvolgere i clienti nel processo di costruzione del portafoglio, progettando insieme a loro il tempo dell’investimento, graduando il grado di rischio, tenendo conto delle loro preferenze. Certo deve avere anche saputo trasferire con profitto le sue convinzioni e le sue esperienza. Una volta fatto tutto questo il risultato non è questione del SE si raggiungerà l’obiettivo ma semmai, nel peggiore dei casi, del QUANDO.   CERTEZZA IN FINANZA Un presupposto mai scontato è che sui mercati finanziari non esistono certezze. Non ne esistevano nel passato, quando i rendimenti dei BTP o dei BOT sembravano altissimi con l’inflazione che comunque mordeva per sottrarre la “ricchezza” generata, senza che comunque nessuno se ne accorgesse, concentrati come si era solo sui rendimenti monetari e non su quelli reali. Come si può vedere dal grafico sotto riportato che descrive l’andamento dei Tassi Ufficiali e dei Bot dal 1955 al 2021, l’inflazione non ha sottratto potere d’acquisto ai rendimenti tutte le volte in cui la linea rossa è stata sotto quella blu e azzurra. Per questo dire che i titoli di Stato hanno sempre dato grandi interessi non è del tutto vero, così come non lo è dire che una volta si avevano certezze quando si investiva.   Questo è quindi falso o, quanto meno, non è sempre stato vero. Dal 2008 ad oggi l’inflazione, pur viaggiando a livelli molto bassi, ha comunque eroso il potere d’acquisto di chi ha investito in titoli di Stato, per non parlare di chi ha tenuto grandi quantità di denaro liquide sul conto corrente. Questo è il motivo per il quale parlare di certezze in campo finanziario è scorretto, proprio perché come abbiamo scoperto nostro malgrado negli ultimi tre anni, tutto è possibile tranne che prevedere il futuro dei mercati. E proprio perché si tratta di probabilità la certezza è latente, mai garantita. Chi si sarebbe mai immaginata una pandemia e subito dopo, una guerra così devastante alle porte dell’Europa? Nessuno poteva prevederlo e nessuno poteva nemmeno immaginarlo. Se nelle loro previsioni hanno sbagliano anche la Fed e la BCE, considerando il rialzo dell’inflazione come fenomeno di brevissimo periodo facilmente superabile, figuriamoci gli errori che potrebbe commettere un investitore in balia dei propri bias comportamentali, disperatamente solo quando si trova davanti alla tentazione di uscire o meno dal mercato proprio il giorno del maggiore ribasso di Wall Street. La storia ci ha insegnato che un investitore non cerca di prevedere gli andamenti di mercato ma usa il tempo come alleato rimanendo investito, per evitare di perdere i migliori rimbalzi che ci sono sempre dopo i ribassi. Meglio quindi rimanere investiti piuttosto che cercare di mettersi contro il mercato, navigando sotto la superficie degli oceani. Lo speculatore invece DEVE cercare di battere il mercato provando ad anticipare rialzi e ribassi ma per lui non conta il tempo ma il millisecondo, poiché lui fa surf sulle onde.   PROBABILITA’ E FINANZA Un'altra cosa da considerare è che diventa difficile per un investitore ragionare in termini di probabilità di successo, visto che noi umani siamo abituati ad un comportamento che è predisposto a ricercare le certezze. Solo che nello scibile umano la certezza è spesso chimera. Vediamo di illustrare meglio questo concetto. L’uomo ha una vita statistica media e NON LA CERTEZZA che ogni individuo la raggiunga e questa si chiama probabilità. Allo stesso modo si parla di probabilità di guarire da una certa malattia, che in alcuni casi è letale, ma che non sempre lo è. Tuttavia preferiamo pensare positivo in assoluto e non alle alte percentuali di sopravvivenza: quello che però ci angoscia è l’esito negativo, mentre non ci interessiamo quasi mai dell’alta probabilità di sopravvivenza. Per spiegare ancora meglio questo concetto citerò una frase presa a prestito dal blog INVESTIRE CON BUON SENSO, dove si può leggere che noi uomini “... siamo più attratti e impauriti da una notizia di una persona morta a causa di una puntura di calabrone piuttosto che da quella di una persona investita da un’auto. Eppure la prima ha una probabilità di essere causa di morte in 1 caso su 62mila, la seconda in 1 caso su 600”. Preferiamo essere colpiti da eventi rari piuttosto che confidare su probabilità migliori. Nel nostro caso è come se qualcuno ci raccontasse della sua esperienza negativa per avere investito su fondi comuni e di avere sempre perso grandi cifre, senza però raccontare l’altra parte di verità, e cioè che ha investito in un anno comprando ai massimi e vendendo spaventato sui minimi, magari senza rispettare i tempi previsti dell’investimento per paura di perdere. Provate a chiedere a chi ha investito sui mercati azionari nel mese di giugno del 2018 e liquidato nel dicembre successivo in pieno drawdown, salvo poi rientrare a dicembre 2019, quando i mercati non solo avevano già ampiamente recuperato le perdite, ma con nuovi massimi raggiunti. Pensate che lui ricordi il rammarico di avere venduto per la paura nel momento peggiore? La stessa cosa chiedetela a chi nell’aprile del 2020, in piena pandemia, ha deciso di liquidare tutte le sue posizioni, magari anche in perdita, salvo poi rammaricarsi di non essere rientrato nel momento più opportuno, con un rialzo molto veloce e ripido, durato sino a ben oltre la metà dell’anno successivo. Il maggior silenzio si avrà in tutti i casi da chi ha pensato in termini probabilistici di usare la ragione e vincere la paura: non ha disinvestito nel 2018 e non ha liquidato in piena pandemia conservando le sue posizioni. Ma noi sappiamo che fa più rumore un albero che cade piuttosto di quello di una foresta che cresce!   CONCLUSIONI Ora veniamo a noi riflettendo su quanto appena detto: pensate davvero che dopo questi ultimi forti ribassi, ammesso e non concesso che siano gli ultimi, il mercato diventi ingestibile e cambi totalmente il suo funzionamento solo per fare felici i miei amici gufi? Questo è uno dei tanti motivi per i quali non riesco mai ad essere pessimista quando i mercati scendono. Nei miei 32 anni di carriera non ho mai visto (MAI) collassi irreversibili di sistema tanto da poter dire in via definitiva “questa volta è davvero finita!”. Ho visto piuttosto che più il mercato correggeva pesantemente e meglio era l’andamento negli anni successivi, come succede ad un organismo vivente quando si riprende da una malattia, diventando a causa di quella malattia più forte di quanto non fosse prima. Certo qualche raro esempio negativo c’è, ma è una rara eccezione, l’unica che consente di fare felici i tanti gufi del mercato.  E se statisticamente la storia ci dice che c’è un ribasso ogni 5 anni circa, sappiamo anche che la ripresa non tarda a venire nei mesi successivi al picco di minimo. Ammesso e non concesso che i rialzi siano anche nei 2 o 3 anni successivi, questo non ci farà mai diventare negativi di indole. Rimanere investiti è quindi il mantra da recitare per tutti coloro che vogliono guadagnare qualche punto più dell’inflazione in termini reali e non solo monetari, anche e soprattutto in periodi di alta inflazione.  

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CRISI IRREVERSIBILE vs OPPORTUNITÀ DI ACQUISTO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 01.06.2022

Come i lettori sanno ricevo spesso email o telefonate che mi chiedono quale sia oggi il miglior investimento. Per l’ennesima volta ricordo che non esiste il miglior investimento in senso assoluto, ma solo il migliore riguardo a cosa realmente si vuole ottenere dal denaro investito. Non possiamo dimenticare che questo è SOLTANTO un semplice strumento per acquistare tranquillità per il nostro presente e il nostro futuro o per ottenere beni tangibili. Proprio per questo slegare gli obiettivi e la tolleranza del rischio propria di ogni cliente (diagnosi) dall’investimento vero e proprio (terapia), senza poi effettuare controlli periodici per eventuali modifiche tattiche dovute al mercato o a scelte particolari, non ha alcun senso. Avere tanto denaro da un investimento senza decidere a preventivo come poi spenderlo è davvero uno spreco di energia e può generare mostri. Sappiamo infatti che la maggior parte del successo di un portafoglio costruito su base strategica è dovuto all’investimento iniziale e agli obiettivi di risultato e di tempo, non alle modifiche tattiche che su di esso vengono effettuate. Nemmeno la peggiore delle crisi finanziare esogene od endogene al sistema può fiaccare la resilienza di un buon portafoglio. Questo ci viene confermato da un recentissimo studio condotto da Moneyfarm, che ha analizzato il comportamento di 33.500 clienti in questi anni di pandemia e di tensioni geopolitiche. In una finestra temporale dal gennaio al 2019 al dicembre 2021 gli investitori che non hanno modificato il proprio portafoglio durante tutto il periodo hanno infatti ottenuto un rendimento mediano del 16,8% contro il 12,78% di chi ha invece provato a battere il mercato uscendo e rientrando. Di gran lunga deludente invece il risultato di chi spaventato, è uscito senza più rientrare, in attesa di tempi migliori.  Certo è che tenere ben ferma la barra del timone dei propri investimenti in periodi di crisi del mercato non è cosa facile, soprattutto non è per tutti. Ciononostante se si avesse il coraggio di affrontare meglio la fase di costruzione del portafoglio molti dei bias comportamentali, amplificati certamente dai momenti di crisi, sarebbero notevolmente attenuati. Il tempo e la pazienza giocano un ruolo fondamentale non solo nella costruzione del portafoglio ma soprattutto nella sua gestione, in particolare nei momenti di crisi. La cosa interessante che ci dice lo studio è che la storia più recente diventa maggiormente fruibile dall’investitore rispetto a quella più lontana nel tempo. Infatti il 100% di chi non è uscito dal mercato in occasione della pandemia ha adottato il medesimo approccio nella crisi successiva, invece tra coloro i quali durante la pandemia hanno cercato di battere il mercato, ben l’81% ha adottato una strategia di attesa, senza più disinvestire. L’uomo ha infatti purtroppo il difetto di dimenticare gli insegnamenti della storia, Tuttavia, nonostante sia impossibile dire quale sia l’investimento migliore per tutti, non si può dimenticare che i mercati attualmente sono molto bassi e molti settori sono sottoposti ad un forte sconto, quindi interessanti anche solo per questo. Perché dunque non approfittarne ora? Di seguito dunque alcuni consigli per gli acquisti che vogliono essere volutamente generici. Per quanto riguarda una logica geografica gli Usa sono da sempre un mercato che non si può non avere in portafoglio. Ad essi suggerisco di aggiungere anche i mercati asiatici in generale, India e Cina sopra tutti, senza dimenticare Taiwan e la Corea del Sud, tanto per citarne alcuni. Per l’Europa, mai compiutamente brillante nel passato, attendo gli sviluppi del conflitto in Ucraina con la cessazione di distruzione e massacri. Per quanto attiene invece i settoriali consiglio di seguire soprattutto l’intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali e la sicurezza informatica. Non si deve poi dimenticare la tecnologia magari con l’acquisto di una quota di Nasdaq, facendo ben attenzione nella scelta degli strumenti, magari associando ad un fondo attivo molto selettivo un indice rappresentato da un ETF, teso a replicare il mercato. Dimenticare poi che l’energia del futuro non potrà che non essere di origine fossile porta a scommettere sulle nuove forme, scommessa che certamente non può che essere vinta nel prossimo futuro. Non dimentichiamoci mai anche l’importanza del settore della robotica, che è destinata a sostituire gradualmente nel tempo l’uomo. A questo bisognerà aggiungere l’impatto che tutto questo avrà sulla società. Insomma, tutto ciò che rientra nel campo dell’economia circolare e della new economy in generale, è destinato a produrre ricchezza (trattamento rifiuti, produzione di cibo e gestione delle risorse idriche, biotecnologie e farmacologia, e-learning e demografia, tanto per citarne solo alcuni). Tra i fattori ESG non dobbiamo dimenticare infine l’importanza fondamentale delle componenti Social e Governance, soprattutto oggi che il tema della de globalizzazione e del rispetto dei diritti umani sono diventati fattori importanti di stabilità geopolitica. Per concludere, bisogna considerare che il periodo che stiamo attraversando è denso di cambiamenti sempre più veloci e imprevedibili i quali non potranno che generare opportunità come mai prima d’ora erano state offerte, alle quali però bisognerà contrapporre molta attenzione. Non si tratta quindi di assumere un tono pessimistico spendendo la frase “questa volta è diverso”, quanto piuttosto di suggerire all’investitore di usare la ragione e non l’emozione quando si sceglie di convogliare ogni risorsa disponibile verso quei settori che MAGGIORMENTE potranno generare ricchezza. Il segreto è sempre quello di avere la pazienza necessaria per cogliere i frutti che non potranno che arrivare, ma nel giusto tempo. Usare la pigrizia mentale per non decidere, lasciarsi dominare dalla paura o appellarsi alla sfortuna, non sono scuse sufficienti per giustificare il fallimento di un investimento. E per tutti coloro che sono titubanti e sono incerti soprattutto nella scelta del momento giusto per investire, non posso che suggerire l’uso del piano di accumulo, strategia in grado di generare ricchezza usando la ragione, il tempo e la pazienza.  

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AIUTO, MI SI È RISTRETTO IL PORTAFOGLIO!

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 27.05.2022

C’è poco da dire quando i mercati scendono di tali proporzioni. La cosa migliore da fare è quella di evitare di controllare di continuo i propri investimenti, per attendere che la tempesta passi e si presentino momenti migliori. Ma si sa che il bombardamento mediatico impedisce a chiunque di trovare la necessaria tranquillità per affrontare il momento. La cosa migliore da fare è allora quella di lasciare che i mercati e il tempo generino la ricchezza attesa, cercando di concentrarsi piuttosto che sui numeri del momento sui motivi per i quali abbiamo investito. In fondo il denaro viene investito per raggiungere obiettivi concreti e non semplici percentuali! Tuttavia già sappiamo che i migliori affari si fanno nel momento in cui tutto sembra (quasi) perduto. In questo caso però la domanda più ricorrente, dopo avere approfittato dei precedenti ribassi, è se sia stato opportuno comprare in quel momento, dato che si sarebbe potuto attendere di comprare in prossimità di nuovi minimi. Sappiamo che in campo finanziario certezze non esistono (più!?) a far data dall’estinzione dei rendimenti senza rischio dei titoli di Stato, e nessuna previsione è possibile. Anche in questo caso però non dobbiamo mai dimenticare che un affare successivo non cancella un buon affare precedente. Oggi è quindi normale che l’investitore sia preoccupato per il prossimo futuro, in particolare per quello che potrà accadere sui mercati ora che l’inflazione sta spingendo le banche centrali ad agire d’urgenza rialzando i tassi provocando un vero tracollo al settore obbligazionario, oltre che per quello azionario. Anche la guerra tra Russia e Ucraina contribuisce a generare instabilità oltre che naturalmente a mietere vittime e distruggere un paese che dovrà prima o poi essere ricostruito. E questo è l’unico punto positivo di una guerra! A questo riguardo nessuna previsione è possibile ma qualcosa può venire in nostro aiuto. Alcuni sacri testi della finanza ci parlano dell’imprevedibilità dei mercati, quando si scatenano i cigni neri di talebana memoria, confortandoci però con l’efficace suggerimento statistico che per contenere il rischio di perdita è sempre sufficiente rispettare il tempo dell’investimento, arrivando ad azzerare il rischio di perdere capitale intorno al 15° anno di permanenza continua sul mercato azionario. Per questo anche la frase che sempre sentiamo ripetere in situazioni come questa “questa volta è diverso”, risulta essere smentita nei fatti. In realtà essa contiene solo una piccola parte di verità perché ogni crisi, specialmente quelle più pesanti come quella che stiamo attraversando, ha caratteristiche proprie tanto da sicuramente essere diversa dalle altre precedenti. Tuttavia ciascuna ha un proprio elemento distintivo ma la tendenza è comune quella di una crescita dei mercati che sono crollati più o meno veloce. E come un corpo malato dopo una malattia temporanea riprende vigore, allo stesso modo i mercati ricominciano a risalire, superando i massimi precedenti. Di tutto questo abbiamo prova nell’opera Stocks For The Long Run di Jeremy Siegel, nella quale viene spiegato come nel corso di due secoli il mercato azionario statunitense abbia riportato una resa intorno al 7% all'anno in termini reali. La cosiddetta costante di Siegel “riflette essenzialmente la crescita economica, la produttività e la crescita demografica toccate da una società quotata in borsa. Dunque, il mercato azionario può essere osservato come un proxy del progresso globale, ovvero il tasso di rendimento interno dell'umanità indica un rendimento medio nel periodo di quasi due secoli" superiore a qualsiasi altro rendimento, soprattutto in termine di costanza in termini di ritorno. Per concludere quindi bisognerà rispondere alla domanda relativa a cosa fare oggi per investire. La situazione non è così disperata come potrebbe apparire. Le basi del processo di costruzione di portafoglio non mutano anche in questo delicato periodo storico: grande diversificazione, determinazione oggettiva e soggettiva del livello di rischio preferito e tollerato, comprensivo di un rigoroso rispetto del tempo dell’investimento, rimangono i criteri fondamentali per la costruzione di un asset in grado di resistere alle insidie di questo mercato. E se c’è tempo davanti, non c’è soluzione consigliabile se non quella di usare come punto di interesse il mercato azionario, sfruttando eventuali fattori di decorrelazione come le obbligazioni, i cui tassi sono in rialzo grazie o a causa della politica di controllo dell’inflazione attuato dalle banche centrali. E se la volatilità fa così paura non dimentichiamo la possibilità di investire mediante la formula Pac, poiché tanto anche in questo caso il tempo è oltremodo necessario. A questo punto perché preoccuparsi, lasciamo che il tempo giochi a nostro favore e concentriamoci su altre cose per noi importanti, lasciando che i mercati in autonomia lavorino per noi, senza mai dimenticare che rimanendo fermi, l’inflazione ci procurerebbe una perdita certa.  

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PROVARE PER CREDERE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 17.05.2022

Durante il Salone del Risparmio tenuto a Milano la scorsa settimana, ho partecipato con attenzione ad alcune conferenze. In verità alcune si sono dimostrate oltremodo noiose. In questo caso la mia mente è entrata in protezione e mi sono salvato dal tedio cui sembravo condannato, concentrandomi sui tanti editoriali che ho scritto relativamente alla pazienza e al senso del tempo che scorre. Sento già il terrore che si fa spazio sulla schiena dei miei lettori al pensiero che la mia esperienza formativa e conoscitiva possa essere motivo di lungaggini argomentative sul post di oggi. Tuttavia voglio tranquillizzare tutti poiché nella breve esposizione di oggi mi limiterò solo a tre SEMPLICI riflessioni. La prima riguarda gli elementi che sarà necessario tenere sotto controllo per la manutenzione periodica dei portafogli nei prossimi mesi. Tra questi segnalo in particolare il ritorno dell’inflazione, alla quale bisognerà prestare attenzione dato che per anni se ne erano perse le tracce e a questa non siamo più così abituati. Inoltre non bisogna dimenticare il conseguente inasprimento della politica dei tassi di interesse attuata dalle banche centrali, oltre all’impatto sull’economia in conseguenza della guerra tra Ucraina e Russia. A tutti coloro che hanno il (retro) pensiero fisso di possibili crolli dei mercati sulla scorta del motto “questa volta sarà diverso perché la guerra l’abbiamo in casa”, ricordo quella combattuta nei Balcani al di là dell’adriatico tra il 1991 e il 1995. Il conflitto era infatti a meno di un’ora di volo dall’Italia: chi si fosse trovato dalle parti di Milano Marittima poteva vedere e sentire il suono dei bombardieri che partivano da Cervia per colpire a pochi centinaia di chilometri dalle nostre coste. Ora la domanda provocatoria: qualcuno dei miei 4 lettori si ricorda per caso come hanno reagito i mercati in quella occasione? Direi di no, visto che il tempo passato ci ha fatto dimenticare anche quelle situazioni che in quei momenti ci creavano, allo stesso modo di oggi, preoccupazione ed incertezza. Quegli eventi non sono diversi da quelli che stiamo attraversando oggi e che ancora ci costringono a quel pensiero spesso inespresso, se sia o meno arrivato il momento di liquidare l’investimento. Tuttavia la storia ci ha insegnato che dopo ogni crisi i mercati risalgono sempre (SEMPRE), indipendentemente dalla causa che li ha generati. La seconda riflessione riguarda invece un aspetto più emotivo che tecnico. Mi riferisco in particolare alla straordinaria quantità di risparmio detenuto in liquidità sui conti correnti dagli italiani. Da un recentissimo studio del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) emerge che quella liquidità è considerata come un antagonista per contrastare la preoccupazione per la situazione pandemica e per la guerra in corso. Costituisce quindi una rassicurazione per il futuro vista l’incertezza del momento. Questa valutazione legittima e comprensibile oggi deve tenere conto della situazione inflattiva che nel tempo farà ridurre il potere d’acquisto. Vediamo se con una semplice domanda riesco a dare una spiegazione di cosa è l’inflazione. I miei lettori ricordano quando a causa del passaggio all’euro il prezzo della pizza margherita al piatto era passato da 5 mila lire a 5 euro? In un attimo il costo era aumentato ma la conversione della lira in euro ci faceva scoprire che serviva molto più denaro per comprare la stessa pizza, mentre il denaro a disposizione non era più lo stesso a causa della conversione. E se un investimento non porta nel tempo un incremento del capitale a disposizione finiremo che non potremo acquistare quello che prima riuscivamo ad acquistare. Semplificando è come se avessimo sempre i nostri soldi ma fossimo più poveri, perché potremmo comprare meno cose di prima. E non solo una pizza. Per concludere mi sia concessa una riflessione sul tempo, che è uno degli elementi sul quale mi soffermo di più quando scrivo. Investire non è un momento ma piuttosto un percorso, un viaggio. Come tale ha un inizio e una fine, ma anche e soprattutto un durante, che quasi mai è privo di momenti difficili. Se noi continuassimo ad interrompere le fasi del durante per paura, non raggiungeremo mai quella fine percorso che è il proficuo e desiderato compimento del viaggio intrapreso. La storia ci insegna tuttavia che le crisi sono MOLTIPLICATORI di opportunità. Non coglierle sarebbe la peggiore tra le scelte possibili. Quando non c’è inflazione o quando è molto bassa anche il non investire potrebbe essere una scelta accettabile per chi non vuole correre rischi. Il paradosso dell’inflazione è che in sua presenza la perdita è GARANTITA, se non si fa qualcosa per contrastarla. Non si può e non si deve fare finta di non sapere quali siano le conseguenze di investire senza un ritorno che copra almeno l’inflazione. Possibile che la storia non insegni niente? Possibile che non si voglia comprendere che il tempo è un ottimo attenuatore di rischio? E più aumenta il tempo a disposizione e più la pazienza non perde coraggio. Per questo aumentano i guadagni. Provare per credere!

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ALCUNI SUGGERIMENTI PER GLI ACQUISTI SULL’EQUITY

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 02.05.2022

La scorsa settimana abbiamo dato alcuni suggerimenti per gli investitori che continuano a preferire il mercato obbligazionario. Naturalmente è implicito il pensiero che bisogna sempre tenere in considerazione il proprio fattore tempo e rischio, elementi determinanti quando si costruisce un portafoglio strategico in grado di reggere agli impatti di una possibile crisi dei mercati finanziari. Per questo motivo diventa fondamentale costruire una solida struttura di portafoglio che sia rispondente alle preferenze del cliente, al suo grado di rischio realmente accettabile (volatilità) e al tempo realmente concesso per investire. Tutto questo dovrà necessariamente avere un sufficiente grado di diversificazione e decorrelazione. Se questi presupposti vengono rispettati diventa poco consigliabile, a meno di non avere commesso clamorosi errore di progettazione (strumenti sbagliati, non adeguati) ovvero per l’inefficienza dimostrata dagli stessi prodotti, modificare in modo strategico il portafoglio. E ciò in particolar modo quando le modifiche sono dovute ESCLUSIVAMENTE a bias comportamentali e non a modifiche degli obiettivi iniziali. Su questi presupposti le crisi possono essere utilizzate come fattori incrementali di performance o diminuzione del tempo destinato all’investimento, a parità di rendimento atteso. Per questo dovrà essere valutato consapevolmente un possibile aumento del rischio soprattutto in occasione di ribassi molto violenti, senza mai però eccedere il limite di consapevolezza che ci si è imposti sulla massima volatilità tollerabile. Piuttosto che modificare radicalmente il portafoglio, è preferibile quindi lasciare passare la tempesta, invece che intervenire con il rischio di commettere errori che avrebbero potuto essere evitati. A questo punto e passando all’oggi, rileviamo che i fattori critici sono principalmente imputabili al rialzo dell’inflazione e alle manovre di correzione dei tassi delle banche centrali, volte a raffreddare l’economia. Non possiamo poi dimenticare gli effetti derivanti dalla pandemia sul rallentamento della globalizzazione, con l’ormai inevitabile riallocazione dei siti produttivi per motivi non solo rispondenti a criteri economici. Non possiamo poi dimenticare anche la preoccupante situazione geopolitica, innescata dalla guerra Russia Ucraina, che nasconde anche fattori di predominio territoriale e culturale, con una diversa e contrastante visione tra le parti in causa del futuro del pianeta. Tutti questi sono fattori che stanno certamente contribuendo ad una radicale modifica dell’assetto economico mondiale. Oltre a ciò si aggiungono nuovi trend strutturali (economia circolare, nuova energia, domotica e mobilità elettrica, tanto per citarne solo alcuni) che stanno modificando la tradizionale creazione di ricchezza, fenomeno certamente accelerato dalla pandemia. Per questo oggi il profitto non è più considerato come fattore trainante per un investimento se non connaturato anche da fattori ESG, che non sono stati accantonati ma che diventeranno sempre più elementi di una radicale e inesorabile trasformazione dell’economia, a cui bisognerà prestare attenzione non appena la situazione di crisi sarà disinnescata. Fatte le opportune premesse dobbiamo rispondere alla domanda su quali siano i settori equity da preferire oggi, soprattutto in una situazione di mercati ampiamente negativi. Il grafico seguente di BlackRock ci aiuta a comprendere come si siano mosse le varie asset class da inizio anno, in modo da valutare eventuali modifiche tattiche di portafoglio, ovvero per cogliere opportunità derivanti dai forti ribassi. Come possiamo vedere, senza addentrarci nei dettagli che lascio al lettore più attento, sia il Nasdaq che l’indice China Shanghai, passando da quello dei Paesi emergenti e S&P500, sono tra i mercati più penalizzati e quindi proprio per questo, sono da preferire. Se avessi già in portafoglio alcuni tra questi mercati acquistati l’anno scorso, certamente non potrei lasciarmi sfuggire l’occasione di comprare a sconto. Ancora di più, se per scelte poco accorte avessi dimenticato di averne in portafoglio, gli attuali prezzi sarebbero una ghiotta occasione di cui approfittare. Invece sarei cauto su energia derivante da combustibili fossili, destinata a rallentare la sua corsa per un futuro già scritto, e non solo per motivazioni prettamente di tutela ambientale. Da ultimo ancora BlackRock ci aiuta a comprendere cosa non debba mancare all’interno di un portafoglio ottimizzato e ben diversificato. Ponendo dunque a confronto i migliori andamenti settoriali del 2021 con i dati da inizio conflitto Russia Ucraina spiccano appunto energia, tecnologia, healthcare e un interessante MSCI azionario globale. Per questo non possiamo che suggerire di acquistare i settori più penalizzati. Infatti ad eccezione di energia, utilities e i consumi di base, anche l’impatto del conflitto non è stato così devastante e, proprio per questo, non dobbiamo perdere oggi l’occasione di acquistare settori lontani dai massimi raggiunti nel 2021. Tra questi la tecnologia, che è certamente tra i settori più penalizzati e quindi, in una logica anche di medio periodo, questi prezzi sono un’ottima occasione d’acquisto anche per i più duri e resistenti Gufi del mercato. Concludo con un doveroso appello agli amici Gufi che anche in questo periodo parlano di troppa volatilità o di prezzi non ancora sufficientemente bassi per acquistare: quanto vogliamo aspettare ancora per acquistare oggi, con una logica temporale adeguata, tecnologia e new energy, oltre ad altri settori che saranno quelli che più faranno crescere i mercati nel prossimo futuro? Attendo fiducioso dunque i suggerimenti per gli acquisti degli amici Gufi!

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DUE SEMPLICI CONSIGLI PER I PORTAFOGLI CON OBBLIGAZIONI

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 28.04.2022

La domanda più interessante della settimana mi è stata rivolta da un cliente preoccupato dalla situazione che ha compromesso tutti gli asset obbligazionari in portafoglio: “vale la pena liquidare l’intera posizione per aspettare un momento migliore per investire a più alto rendimento, dato che sappiamo che le obbligazioni scendono in modo proporzionale al rialzo dei tassi di interesse, oppure è meglio acquistare titoli indicizzati all’inflazione?”. A questo riguardo ogni domanda diventa interessante e stimolante se non fosse che non sono solito addentrarmi nel campo delle previsioni sul futuro. Tuttavia posso dire che acquistare titoli indicizzati all’inflazione oggi potrebbe anche essere una tra le soluzioni possibili, ma la valutazione dipende da troppi fattori per poterne discutere qui in poche righe. Partiamo allora dal presupposto che la domanda sia più specifica per rendimenti a tasso fisso e concentriamoci qui solo su questi. Cominciamo con il dire che anticipare gli andamenti del mercato con il rischio di sbagliare i tempi di uscita ed entrata, violando la costruzione strategica di portafoglio mediante una serie di radicali modifiche tattiche, potrebbe incrementare le perdite in caso di errore. Tuttavia mi rendo perfettamente conto che vedere il capitale scendere di diversi punti in poco tempo possa amplificare il senso di paura, in particolare per l’investitore obbligazionario. L'attuale contesto sta infatti ponendo sempre maggiori sfide nella gestione della componente obbligazionaria dei portafogli: siamo da poco usciti da una fase di mercato con rendimenti pressoché negativi per entrare in un’altra di forte irripidimento della curva dei tassi, volta a raffreddare l’economia a causa dell’innalzamento dell’inflazione. Il vero problema è che questa situazione genera rendimenti negativi non solo in termini di rendimenti nominali ma anche e soprattutto reali. Il primo trimestre dell’anno è stato per il mercato obbligazionario globale il peggiore negli ultimi 20 anni, caratterizzato principalmente da un ribasso generalizzato ed improvvisto dei rendimenti, come ci evidenzia il grafico fornito da TRowePrice.   Detto ciò, per dare risposta alla domanda devo partire da una premessa necessaria: ogni portafoglio necessita di un intervento specifico quindi le indicazioni che seguono sono solo spunti di riflessione e non modifiche da attuare tout court. Inoltre bisogna precisare che per fondi e sicav in particolare, prima di effettuare qualsiasi cambiamento, è sempre necessario valutare anche l’impatto fiscale. Come infatti ho evidenziato nell’editoriale del febbraio scorso dal titolo “UN BREVE SGUARDO ALLA TASSAZIONE DELLE RENDITE FINANZIARIE”, liquidare una posizione in perdita su fondi o sicav, genera una minusvalenza il cui recupero richiede un aumento del rischio di portafoglio, perché solo la generazione di capital gain derivante da cessione di contratti produttivi di redditi da capitale ne permette la compensazione. Per questo la prima cosa da valutare sarà quella di una riduzione della durata media finanziaria dei titoli o dei fondi in portafoglio, e proprio perché ad un'elevata duration corrisponde un'elevata sensibilità del prezzo del titolo al variare dei tassi determinati dalle banche centrali. Ecco il motivo per cui detenere questi titoli comporta un più elevato rischio di portafoglio in fasi di rialzo dei tassi, con la conseguente diminuzione del valore del capitale investito in modo direttamente proporzionale alla durata. Se si desidera quindi rimanere nell’area di investimenti obbligazionari l’altra valutazione da fare è quella di focalizzare l’attenzione su quei mercati dove il differenziale di rendimento è ancora elevato, il che comporta comunque anche qui un aumento del rischio di portafoglio. Questo è quanto evidenzia la tabella successiva della società americana TRowePrice, dove si evince che solo obbligazioni Paesi Emergenti e High Yield globali riescono oggi parzialmente a calmierare l’effetto inflazione nel tempo, purtroppo però non ad eliminarlo.   Ciò dimostra che ormai bassi rendimenti o liquidità non riescono più, a questi livelli di inflazione, a restituire rendimenti reali positivi. Per questo tutti gli investitori che prediligono il mercato dei bond o che per paura preferiscono la liquidità al rischio, dovranno decidere cosa fare poiché anche la liquidità comporta nel tempo la certezza di perdere in potere d’acquisto. Ciò elimina definitivamente il discrimine tra investimento rischioso e non rischioso. Nel grafico successivo sempre offerto da TRowePrice, è possibile valutare visivamente l’impatto dell’inflazione sul capitale investito nel tempo. Lo studio evidenzia una crescita inflattiva sino al 4% (immaginiamo dunque l’impatto sul capitale per importi più elevati!!!). La speranza è che le manovre sui tassi riescano a contenere i rialzi inflattivi, impedendone il più possibile la crescita. La considerazione finale è che per l’investitore questa situazione deve diventare uno stimolo alla propria proattività, in modo che ogni eventuale intervento di manutenzione tattica della componente obbligazionaria sia valutata con selettività e flessibilità, usando il tempo come fattore determinante di successo, come già sappiamo che deve essere fatto per il mercato azionario. Per qualsiasi approfondimento a riguardo potete contattarmi

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RISCHIO E INFLAZIONE

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  • I beni rifugio
Scritto il 14.04.2022

La domanda più interessante che mi è stata rivolta in settimana è quella relativa al miglior modo per gestire oggi la liquidità depositata sui conti proteggendola da un’inflazione sempre crescente. La risposta più vera che posso dare al momento può apparire piuttosto dura ma scontata: OGGI NON C’è MODO DI PROTEGGERE LA LIQUIDITA’, a meno di non aumentare il rischio, dato l’attuale livello di inflazione che in Italia ha ormai raggiunto il 6,7% annuo. Cio può sembrare scontato ma credo valga la pena di ripetere che questo fenomeno finanziario che sembrava estinto, non erode il valore nominale del capitale sottratto al consumo, ma agisce sul suo potere d’acquisto riducendolo. Questa situazione sta provocando un aumento generalizzato dei prezzi che ci costringerà nel tempo a “consumare” più denaro per acquistare lo stesso bene in un tempo sempre più breve. Ci avevano convinti che il problema fosse di breve durata ma la guerra e l’impennata del prezzo dell’energia e delle materie prime, avvenuto in realtà già ben prima del conflitto, ci hanno ormai svelato l’amara verità che l’inflazione diventerà strutturale ma a livelli più alti del previsto. Questo sappiamo già che porterà alcune tra le più importanti banche centrali ad intervenire per raffreddare l’economia aumentando i tassi, con la probabilità di innescare pericolosi effetti anche sugli investimenti in essere, soprattutto quelli con durate brevi o medie. Se nell’aprile dell’anno scorso, con una inflazione intorno al 1% su base annua, era sufficiente per chi era poco propenso al rischio un rendimento intorno all’1% per il mantenimento del potere d’acquisto, per altro facilmente raggiungibile anche attraverso la semplice sottoscrizione di un conto deposito, al netto della imposizione fiscale, oggi le cose sono molto cambiate. Con quei rendimenti sappiamo già in partenza che oggi la perdita del valore reale del nostro capitale è certa. L’unica via d’uscita per non esserne travolti è quella di assumere più rischio. Ecco perché avevamo sottolineato che oggi è IMPOSSIBILE proteggere il nostro capitale dall’inflazione senza aggiungere rischio al nostro investimento. La soluzione possibile per l’investitore che non vuole rischiare è quella di accettare la perdita consapevolmente del potere d’acquisto del proprio capitale ovvero l’unica alternativa possibile è quella di usare invece il tempo come un fattore di controllo del rischio, al fine di cercare rendimenti di medio – lungo periodo, che siano in grado cioè di battere l’attuale livello inflattivo. E come dicevano i latini appunto “Tertium non datur”. I dati de IlSole24Ore ci aiutano a comprendere infatti che se investissimo un capitale per 12 mesi sul mercato obbligazionario, il miglior rendimento possibile potrebbe essere quello dato dall’obbligazione THYSSEN (Isin DE000A2YN6V1) scadenza 06-03-2023 con cedola 3%, con un rendimento netto a scadenza pari al 2,48%. Come si può notare questo comunque non protegge dall’inflazione. Per andare su rendimenti più alti è necessario evidentemente aumentare il rischio e la durata dell’investimento. L’indice Merrill Lynch che misura l’andamento obbligazionario mondiale, ci aiuta restituendoci a chiusura giornata dello scorso 7.4.2022 i seguenti ritorni: Evidenzio ancora una volta come il paradosso del momento sia che per periodi più lunghi, la curva dei rendimenti è in discesa. Prova di ciò ci viene fornita dal miglior BTP con un rendimento effettivo netto del 2,62%, ma con una scadenza 1.3.2072, cosa che lo rende molto sensibile alle variazioni dei tassi di mercato. Inoltre questo non risolve il problema della protezione dall’inflazione, pur aumentando comunque il rischio. Per questo, senza dilungarci troppo sull’argomento, sottolineo che la mancata protezione dall’inflazione ci riporta con il pensiero a tutto quanto era stato detto sull’opportunità di assumere rischio ma per periodi di tempo sempre più lunghi, al fine di scontare rendimenti sempre più elevati. Di questo abbiamo parlato molte volte, in particolare quando avevamo detto che il dato statistico del mercato azionario Usa conferma che l’investimento con una durata di almeno 15 anni azzera il rischio di perdere in conto capitale. Tuttavia a noi non interessa solo non perdere, ma soprattutto guadagnare. Ecco che allora viene in nostro soccorso quando riportato nell’editoriale di Focus Investitore N. 3 del 31 gennaio scorso, dove avevamo parlato di quel mercato come tra i migliori anche in termini di ritorno: “l'indice S&P 500 ha generato nella storia degli ultimi 93 anni (1928-2021), rendimenti medi annuali di circa il 10%-11%”. Naturalmente vanno rispettate alcune regole che i miei attenti lettori conoscono molto bene e sulle quali non voglio ritornare per non annoiare. Per concludere, questa situazione di mercato può spingere l’investitore, soprattutto quello obbligazionario e poco propenso ad assumere rischi per lunghe durate, a valutare l’opportunità di dare più tempo al proprio investimento al fine di ridurre il rischio, riuscendo così a proteggersi dall’inflazione. E questo è dovuto al necessario diverso approccio da assumere, volto alla ricerca di rendimenti almeno in grado di proteggere il capitale dalla perdita di potere d’acquisto. Ma di questo parleremo ancora nei prossimi post.  

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INFLAZIONE E VOLATILITÀ

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 06.04.2022

Come stiamo osservando in questi giorni l’inflazione ha raggiunto in Europa il 7,5%, livello toccato anche a causa dello straordinario contributo dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime. Vedremo se questo comporterà la replica di quanto già fatto dalla Fed, con l’aumento dei tassi di interesse di un quarto di punto. Non un bel periodo per gli investitori considerando i ribassi degli ultimi mesi che certamente tendono a fiaccare soprattutto la resistenza degli investitori meno resilienti. In verità la domanda che oggi in tanti si fanno riguarda la durata del conflitto e sugli sviluppi futuri di tutto quello che stiamo vivendo; soprattutto ci si interroga su quali possano essere le conseguenze nel lungo periodo. A questo riguardo non ci sono risposte definitive vista la mole di variabili in gioco. Inoltre quello che stiamo vivendo non possiamo controllarlo poiché non dipende dalla nostra volontà, e per questo ben poco possiamo fare per proteggerci o per evitarlo. Sappiamo però che le scelte se modificare o meno i nostri comportamenti quando si investe dipendono esclusivamente da noi, dalla ferrea volontà cioè di raggiungere i nostri obiettivi finanziari nel tempo. Le difficoltà non mancano e l’investitore non può pensare che tutto sia dovuto al caso o alla sfortuna: nei processi d’investimento la regola è quella dell’accettazione condizionata della volatilità. Quello che vogliamo sottolineare è che i cigni neri stanno diventando sempre più grigi, perdendo quel carattere di unicità e rarità di cui Nassim Nicholas Taleb ci ha parlato nel suo famosissimo testo, nel quale ci spiegava come sia l’improbabile a governare la nostra vita. Proprio per questo dobbiamo prestare attenzione a questi fenomeni che sembrano costruiti per distruggere le nostre certezze, proprio perché si manifestano improvvisamente, senza che nulla faccia presagire al loro accadimento. Nel tempo questi eventi stanno diventando però sempre meno rari e unici. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito all’attentato alle Torri Gemelle del 2001 e alla crisi finanziaria globale del 2008. Ora stiamo vivendo in contemporanea uno shock finanziario dovuto ad un’inaspettata pandemia, fenomeno dal quale l’umanità sta cercando di rialzarsi senza per altro ancora esserci riuscita, aggravato da questo terribile conflitto in Ucraina, con le sue insensate violenze a cui assistiamo passivamente. I mercati da mesi rispondono nervosamente a questi eventi imprevedibili, alimentando la preoccupazione degli investitori. Il tutto è stato poi amplificato dai fenomeni inflattivi di cui abbiamo già detto. Sappiamo però che nella storia tutte le crisi, anche quelle più gravi e che sembravano insanabili, si sono risolte, portando l’umanità a fare sempre passi in avanti verso il progresso e il miglioramento della sua condizione. È un percorso lento e doloroso ma inarrestabile, che non sempre riguarda tutti come invece vorremmo. Ma proprio perché crediamo che anche da questa situazione si uscirà come è sempre stato, non dobbiamo permettere alle nostre paure di farci cambiare gli obiettivi d’investimento. Spetta a noi infatti il compito di controllare le emozioni, in modo da potere cogliere tutte le opportunità che da sempre si presentano nei momenti di forte volatilità. Per questo dobbiamo sapere costruire quella solida arca di cui ci ha parlato Buffet, in grado di portarci in salvo in caso di diluvio universale. Dobbiamo forse rassegnarci a considerare questi eventi ormai più appartenenti al campo delle probabilità che a quello delle possibilità. È quindi sempre più necessario non improvvisare quando si investe, adeguando il nostro modo di agire alle regole scientifiche e di processo che già in altre occasioni hanno consentito di trarre il massimo risultato da eventi simili, soprattutto da quelli che parevano essere disastrosi, ma che si sono poi rivelati come delle vere e proprie occasioni da non perdere. Cosa fare in determinati momenti di crisi la storia ce lo ha insegnato. Cerchiamo allora di non perdere le occasioni che inevitabilmente si presenteranno durante il nostro percorso di investimento. La verità è che non si sono mai persi soldi quando si è comprato nei momenti di ribasso, soprattutto in quelli più profondi. L’unica accortezza da seguire è quella di avere pazienza e attendere la fine della tempesta perfetta! Quando l’Arca costruita è solida e c’è il rispetto del tempo dato, nessuno shock di mercato, che si chiami inflazione, guerra o pandemia, sarà in grado di portarci fuori da quella rotta che genera per noi la migliore delle performance possibili, ciascuna calibrata in base alle nostre preferenze e al rischio che abbiamo consapevolmente scelto di assumere.  

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LA FORZA DELLA DIVERSIFICAZIONE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 26.03.2022

È un peccato che il valore e la forza della diversificazione siano dimostrabili solo quando si presentino ipotesi di pesanti default di paesi sovrani, come quello paventato in questi giorni a causa del conflitto che ha colpito l’Europa. Sui media finanziari rimbalzano infatti le notizie sul probabile mancato pagamento di cedole in dollari di obbligazioni russe, con il rischio di un default tecnico causato dal rimborso in rubli anziché in dollari o altra valuta forte, a seguito di un decreto del Cremlino quale ritorsione contro le sanzioni occidentali. Già nel 1998 la Russia era stata sull’orlo del fallimento a causa di un improvviso calo della produttività interna dovuto a problemi finanziari sorti in seguito all’adozione di misure neoliberiste, adottate nel tentativo di spingere il paese verso una veloce transizione al capitalismo. Colpita per questo da una forte fuga di capitali e sottoposta alla pressione finanziaria dovuta alla crisi del fondo americano Long Term Capital Management, che gestiva a leva una quota consistente del suo debito pubblico, la Russia fu costretta a imporre tramite la Banca Centrale limiti alla svalutazione del rublo, ricorrendo a ad un prestito da 22,6 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. Il 17 agosto 1998, non riuscendo a mantenere i suoi impegni, dichiarò in via definitiva il default. Da questi fatti si vennero a determinare i presupposti per la fine del periodo del governo post comunista di Boris Eltsin. Nell'agosto del 1999, iniziata la seconda guerra in Cecenia, Eltsin nominò Vladimir Putin quale nuovo primo ministro, segnando così il suo destino che lo porterà a diventare il Presidente della Federazione Russa per quasi 4 mandati successivi. L’attuale esposizione debitoria della Russia è in verità ben peggiore della precedente, anche e soprattutto a causa del conflitto in corso, ma il sistema finanziario globalizzato difficilmente consentirebbe un suo default tecnico, per le conseguenze negative che questo potrebbe comportare. Oggi la federazione russa ha circa 310 miliardi di dollari di debiti verso l'estero di aziende statali o controllate dallo Stato, 75 miliardi di passivo delle banche e 67 miliardi di bond governativi: si stima che il debito totale sia appunto intorno ai 500 miliardi di dollari. La protezione dal default è data principalmente dagli incassi dell’export di energia e materie prime, che le sanzioni mirano ad indebolire ma non a far collassare. La Banca Centrale russa non può nemmeno attingere alle riserve internazionali, impedendo di fatto la difesa del rublo, che ha subito una significativa svalutazione con il progressivo aumento dell’inflazione ormai difficilmente controllabile. Le sanzioni hanno anche bloccato di fatto la circolazione del rublo e dei capitali russi fuori dai confini del paese. Se a ciò aggiungiamo che dal 25 febbraio scorso, giorno dell’invasione dell’Ucraina, la Borsa di Mosca è ferma comprendiamo quanto la situazione sia estremamente grave. Infatti tutti gli investitori che hanno in portafoglio azioni russe possiedono oggi titoli illiquidi perché non negoziabili.   Per gli obbligazionisti invece c’è lo spettro del mancato pagamento degli interessi e del rimborso dei titoli a scadenza, con la teorica possibilità del definitivo default del sistema finanziario russo, che potrebbe innescare una forte crisi finanziaria internazionale. Nelle prossime settimane vedremo come si evolverà la situazione. Intanto gli strumenti finanziari russi, fondi ed Etf compresi, non sono oggi negoziabili per la mancanza di prezzo di riferimento. E lo rimarranno sino a quando la Borsa riaprirà. Per quanto attiene alla categoria dei paesi emergenti la Russia ha un peso intorno al 4%, ben lontano da quel 10% del periodo pre crisi finanziaria del sub prime e Lehman. Per la quantificazione delle perdite eventualmente subite dagli investitori dovremo quindi aspettare la riapertura del mercato locale anche se in questo caso gli strumenti sono liquidabili, sebbene quei titoli vengano esclusi dalla quotazione. Nella speranza che la guerra finisca presto per evitare l’inutile spargimento di sangue e per limitare il più possibile le conseguenze economiche del conflitto, voglio ricordare l’importanza della diversificazione quale elemento fondamentale per un processo d’investimento volto a protegge l’investitore, soprattutto quando si verificano eventi imprevedibili ed improvvisi che possono mettere in grave crisi l’intero sistema, così come abbiamo potuto recentemente sperimentare anche in occasione della pandemia.  

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