Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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IL COMPITO DELL’INVESTITORE ATTENTO, CURIOSO E ... SOSTENIBILE

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  • Investimenti ESG
Scritto il 18.06.2021

Nel mio post pubblicato in data 8.4.2021 avevamo cominciato ad accennare al nuovo regolamento denominato Sustainable finance disclosure regulation, uscito il 10 marzo 2021 che ha stabilito una serie di regole armonizzate, valide in tutta Europa, volte a determinare i requisiti delle rendicontazioni dei cosiddetti “rischi di sostenibilità” nei portafogli dei gestori. Lo scopo era ed è quello di ampliare la trasparenza sulla tematica ESG, in modo da stimolare la consapevolezza dei clienti sui rischi e sulle opportunità offerte da un approccio maggiormente sostenibile agli investimenti, il tutto con il fondamentale ruolo giocato dalle stesse società prodotto e dal consulente finanziario. Per questi ultimi la novità più rilevanti saranno introdotte in occasione della prossima modifica della Mifid 2, dove verranno meglio definiti gli obblighi di gestione del target market e di product governance, che i consulenti dovranno rigorosamente rispettare nell’offerta dei prodotti a quei clienti che richiederanno espressamente che i propri investimenti rispettino rigorosi standard di sostenibilità. A questo riguardo ricordo agli investitori meno sensibili al problema che persino la Banca d'Italia ha modificato le modalità di gestione dei propri investimenti finanziari, attribuendo un peso maggiore ai fattori che favoriscono una crescita sostenibile, attenta alla società e all'ambiente. Sul sito istituzionale si può infatti leggere: “Poiché le imprese attente ai fattori di sostenibilità sono generalmente meno esposte a rischi operativi, legali e reputazionali, e sono più orientate all'innovazione e all’efficienza nell'allocazione delle risorse, come confermato da un’ampia letteratura e da numerosi studi empirici, i risultati economici degli investimenti in queste imprese sono generalmente migliori rispetto agli indici rappresentativi dei mercati finanziari”. A noi qui interessa però mettere in evidenza gli obblighi informativi (disclosure) derivanti dal SFDR e cioè che le società di gestione e i consulenti finanziari devono rendere noto sui propri siti web e sull’informativa precontrattuale, tutte le informazioni relative alle politiche intraprese per integrare i rischi di sostenibilità nei loro percorsi di investimento. Per quanto attiene invece le informative contrattuali, queste devono evidenziare chiaramente i possibili effetti che i rischi di sostenibilità potrebbero avere sul rendimento dei prodotti finanziari proposti alla clientela. Naturalmente non viene posto a carico di tali soggetti anche l'obbligo di collocare il patrimonio raccolto in investimenti sostenibili, ma soltanto di comunicare se questo viene fatto. In altri termini, in tal modo i gestori che non propongono alla clientela investimenti sostenibili, obbligati come sono a darne adeguata spiegazione, potrebbero essere disincentivati a farlo. Per raggiungere gli obiettivi dell SFDR e migliorare la finanza sostenibile aumentando la trasparenza, le società di gestione degli investimenti e i consulenti hanno cominciato a divulgare il modo in cui considerano i rischi di sostenibilità e principali impatti negativi derivanti. Il termine rischi di sostenibilità fa esplicito riferimento a eventi o condizioni ambientali, sociali o di governance, come i cambiamenti climatici, che potrebbero causare un impatto negativo sul valore di un investimento. L’esempio tipico potrebbe essere quello di esplicitare un investimento in una società con operazioni commerciali che contribuiscono in modo significativo alle emissioni di anidride carbonica ovvero che ha pratiche scadenti per la gestione dell'acqua, dei rifiuti o del territorio. La parte più interessante del regolamento è però quella dove viene sancita una sorta di classificazione dei prodotti ESG in due categorie principali, che aiutano l'investitore a meglio comprendere se sono presenti o meno nei suoi investimenti: 1. rientrano nella prima categoria, individuata e disciplinata dall’art. 8 del regolamento, tutti gli strumenti finanziari che “promuovono caratteristiche ambientali o sociali, o una combinazione di tali caratteristiche, a condizione che le società in cui vengono effettuati gli investimenti seguano buone pratiche di governance, anche se non hanno gli investimenti sostenibili come obiettivo principale; 2. rientrano nella seconda categoria, individuata e disciplinata dall’art. 9 del regolamento, tutti quelli che si prefiggono di investire principalmente in società sostenibili o che dimostrano il miglioramento delle caratteristiche sostenibili che contribuiscono positivamente a un determinato risultato, come un'economia a basse emissioni di carbonio. Appare quindi evidente che tutti quei prodotti che non rientrano tra queste due categorie non potranno in nessun caso essere classificati come investimenti sostenibili! In particolare è l'art. 6 che ci aiuta a capirlo nella parte in cui li considera come "altri" prodotti di investimento, che integrano considerazioni o spiegano perché il rischio di sostenibilità non è rilevante, ma che sicuramente non soddisfano i criteri aggiuntivi delle strategie Articolo 8 o 9. A questo punto ecco il vero compito dell’investitore curioso, attento e sostenibile: chiedere al proprio consulente di svelare quanto sia ESG il suo portafoglio, potendo così scegliere in modo consapevole la dose di sostenibilità desiderata.

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I LIMITI DEL RISPETTO DELLE PREFERENZE DEL CLIENTE

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  • Consulenti finanziari
Scritto il 10.06.2021

Qualche volta ricevo critiche relative al fatto che raramente parlo di prodotti e che normalmente evito di dare consigli generici su modifiche tattiche di portafoglio, soprattutto in momenti delicati di mercato. Chi mi conosce sa che non è mia abitudine non rispondere alle domande, ma sa che ho la tendenza a rispettare le esigenze dell'investitore e le sue preferenze, anche se questo talvolta può comportare limiti nella costruzione dell’asset. Ciascuno è un mondo a sé stante, ecco il motivo per cui non amo parlare di terapie finanziarie in generale, cosa che faccio però quando sono con ogni singolo cliente. Qualche volta questi limiti sulle scelte sono dovuti a pregiudizi o scarsa conoscenza della realtà, spesso anche a causa dall’amaro calice bevuto in occasione di esperienze passate fondate su erronee scelte. In questi casi sarebbe troppo semplice accontentare il cliente suffragando il rapporto su di una cura palesemente sbagliata, ma per lui oltremodo tranquillizzante, invece che insistere per somministrare la giusta terapia. L'esempio è semplice: lavorare con prodotti di liquidità, per un tempo infinito con un cliente che dichiara esplicitamente la sua avversione al rischio, è palesemente un errore. Tuttavia non è rinunciando al proprio ruolo che il consulente agisce per il bene del cliente quando si sente dire “faccia lei, mi fido”. Troppo spesso ciò si trasforma in un'arma a doppio taglio, specialmente se di questa fiducia si abusa inducendolo ad acquistare qualcosa che non si è in grado di comprendere e che poi non produce il risultato sperato. Compito del consulente è quello di prendere per mano il cliente e aiutarlo a comprendere cosa significa davvero investire, rendendolo partecipe del processo di costruzione dell’asset. Lo so che tutto questo sembra tempo sprecato ma vi assicuro che non lo è mai quando si lavora per fare comprendere il perché di certe scelte, magari all'inizio non condivise. Questo richiede la pazienza e la costanza di chi non usa violenza attraverso un uso spregiudicato dell’asimmetria informativa, ma che cerca piuttosto di coinvolgere il cliente nel processo decisionale, facendogli acquisire il più possibile consapevolezza e cultura finanziaria. Non dimentichiamo poi che dalla parte del cliente c’è la normativa Mifid, che tutela e protegge dalle leggerezze o dagli abusi di cui spesso sentiamo parlare. Un esempio ci aiuta a comprendere la cosa: mai dovrebbero essere usati prodotti ad alta volatilità quando c'è un ridotto periodo di tempo, soprattutto quando c'è una aperta e convinta dichiarazione di avversione al rischio. Uno dei compiti più affascinanti riservati a noi consulenti è quello di togliere dalla parola rischio quell’aura negativa che induce l'idea di potenziali perdite, sostituendola con quella infinitamente più positiva di opportunità, che possono e devono essere colte dal nostro cliente, nella consapevolezza che ogni situazione umana è preda dell’incertezza. Ma non per questo ciò deve diventare la scusa per non vivere e non investire, facendoci dominare dalla paura delle conseguenze che ogni scelta che comporta un rischio ha in sé.    

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L'USO DEL TEMPO PER IL CONTROLLO DEL RISCHIO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 03.06.2021

Non è poi così difficile costruire un asset in grado di affrontare le maree, le tempeste e le bonacce a cui siamo sempre esposti quando investiamo. Non lo è perché basterebbe usare alcuni semplici accorgimenti nella costruzione di un portafoglio, che ci permettano di affrontare nel migliore dei modi tutte le fasi di mercato, shock compresi. Non dimentichiamoci mai che la performance dipende quasi interamente dal posizionamento strategico iniziale, mentre la parte tattica incide molto poco. Continuare a cambiare in funzione del momento può essere talvolta molto dannoso. La prima cosa da tenere presente per costruire una strategia vincente parte direttamente dalla nostra onestà intellettuale, in particolare quando rispondiamo alla domanda “per quanto tempo vogliamo o possiamo investire?”. Ammettiamolo, il rischio maggiore è di nasconderci dietro la più classica delle risposte “voglio investire per il minor tempo possibile, avere il più alto guadagno ma senza correre rischi”. In realtà sappiamo benissimo che investire non è affidarsi alla fortuna o ai miracoli, ma richiede piuttosto idee ben chiare sul tempo che possiamo permetterci di usare, soprattutto sul rischio che possiamo e vogliamo correre. È vero che siamo diversi nel considerare il rischio, ma non possiamo non sapere che è questo che genera opportunità, che sono maggiormente raggiungibili quanto più usiamo il tempo come nostro fedele e prezioso alleato. Il denaro è uno strumento utile per raggiungere i diversi obiettivi della nostra vita, per questo motivo accumulare senza pensare ad un suo impiego futuro, difficilmente aiuta a difenderlo davvero. Il più delle volte come scusa si usa la tipica frase "risparmio perché non si sa mai cosa può succedere", senza poi fare veri ragionamenti sui veri rischi della vita, in particolare su quanto denaro ci servirebbe davvero se si concretizzassero i peggiori scenari ai quali in verità nemmeno osiamo pensare. Abbiamo però la certezza che quando si risparmia per la paura del domani stiamo pagando un prezzo che al rialzo dell'inflazione non potremmo più permetterci. Ecco quindi che nella fase di progettazione di un asset, un chiaro e definito obiettivo d’impiego aiuterebbe meglio a definire il tempo che abbiamo davanti. Se per esempio volessi accumulare del denaro per gli studi universitari di mio figlio, avendo lui 6 anni, ipotizzando che si iscriva a 19 anni all'università, quell'obiettivo non necessiterebbe di grandi riflessioni sul tempo: quel denaro, già accumulato o in accumulo, potrà lavorare per un periodo di almeno 13 anni! Risulta pertanto chiaro che se non ho un obiettivo, il tempo diventa un fattore casuale non vincolante,modificabile per qualsiasi ragione, soprattutto quando questa ragione si chiama paura. Per questo suggerisco di costruire un portafoglio forte e resistente dividendolo sempre in 4 parti, ciascuna dotata di un suo tempo per generare performance, ma l'una funzionale all'altra: il breve termine (1-24 mesi), quello medio (36-60 mesi), il lungo (72-120 mesi) e il lunghissimo termine (oltre i 120 mesi). Seguendo questa logica potremmo usare una volatilità crescente per assumere il rischio per ciascuna di queste parti, in modo da usare il tempo come un attenuatore di rischio, dandoci appunto la possibilità di assumerne in funzione del tempo che abbiamo a disposizione. Questo ci permetterà di usare quel denaro in caso di bisogno, liberandoci da ansie da impiego sul lungo periodo, caricando maggiormente le aspettative su quelli di breve e medio. Se siamo investitori ansiosi privilegeremo maggiormente periodi più brevi, mentre se siamo più lungimiranti e più fiduciosi verso il futuro che ci aspetta, useremo un peso maggiore concentrandoci maggiormente sul terzo e quarto periodo. E Il raggiungimento continuo degli obiettivi di breve e medio ci daranno la serenità necessaria per confidare sul buon esito per quelli relativi a periodi più lunghi. Per definire poi quali siano i prodotti giusti da inserire in portafoglio, prenderemo a riferimento ciascuno dei sottoperiodi, attribuendo a ciascuno un rischio specifico quale fattore discriminante di limite e preferenza, usando l’indice SRRI del KIID. In tal modo il breve periodo NON potrà contenere livelli di rischio superiore a 1 e 2, mentre i sottoperiodi lungo e lunghissimo dovranno necessariamente contenere prodotti a indicatore di rischio massimo 6 e 7. E dato che il livello di rischio è vincolante verso l'alto ma non verso il basso, potranno essere inseriti liberamente nei vari periodi tutti quelli con rischio inferiore, a condizione però che il loro peso non superi quelli a rischio più elevato. Se riuscissimo a diversificare in tal modo il nostro portafoglio strategico, avremmo evitato l'errore comune di trovarsi troppo esposti ad un rischio che non vogliamo correre. Ciò eviterebbe di trovarci con un portafoglio contenente prodotti di cui si ignora il rischio e la loro potenziale performance nel tempo, ma soprattutto la loro funzione. Quindi non aspettiamoci miracoli se le nostre preferenze sono anti rischio, perché ormai abbiamo capito che la performance dipende direttamente da questo. Ricordo sempre che da un prodotto con SRRI 2, pur mantenuto per 10 anni in portafoglio, non si potrà mai ottenere la stessa performance di un altro con SRRI 6, a cui si concedono 10 anni per la performance! Suggerisco a questo riguardo di provare a sostituire la parola rischio con la parola opportunità, in modo da rendere più comprensibile le ragioni per le quali si usa il tempo per generare performance. Questo permette di non lasciarsi sopraffare dall’ansia del momento che si crea soprattutto nei momenti di ribasso. E tutti noi sappiamo per esperienza che, durante il tempo del nostro investimento, sarà impossibile non trovarsi in una situazione di crisi. Tuttavia se partissimo dal presupposto che il prezzo attuale di un mercato azionario è sempre più basso di quello che sarà tra 5 anni o 10 anni, perché non approfittare dei saldi che si presentano durante o subito dopo una crisi, quando se ne presenta l'opportunità? La storia ci insegna che sono i momenti di ribasso che generano le migliori performance, non facciamo finta di non averlo ancora capito!    

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SCEGLIERE DI NON AVERE PAURA DI INVESTIRE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 26.05.2021

In un momento come questo dove in molti accumulano denaro sul conto corrente, ho deciso unilateralmente di eleggere quale “domanda della settimana” quella che mi è stata rivolta da un lettore di MoneyController, che mi chiedeva se in una fase come questa fosse consigliato investire in un prodotto PIC oppure PAC. Partendo da qui, comincerò con il dire che PIC e PAC non sono la rappresentazione di prodotti, ma bensì di una strategia. E come abbiamo detto più volte, questa viene sempre prima del prodotto. Per questo motivo è impossibile definire a priori quale delle due strategie sia di gran lungo la migliore. In realtà la parola che rappresenta la soluzione è “dipende”. Approfitto dell'occasione per ribadire che parlare di prodotti senza definire in via preliminare un obiettivo d'investimento è un errore. Quello che voglio evidenziare è che l'obiettivo di un investimento, cioè la ragione per cui quel denaro non è destinato alla spesa, non è mai la crescita in sé ma, piuttosto, è la scelta di destinare quel capitale per raggiungere uno scopo, che non può e non deve essere soltanto quello di conservarlo o incrementarlo. Invece una prima cosa da fare è proprio quella di riconoscere e separare le preoccupazioni per liberare gli obiettivi futuri, tornando a concentrarsi sui veri motivi per i quali si era deciso di accantonare quel denaro, in modo da poterli realizzare nel tempo, cosa che non avverrà se ci lasciamo frenare dalla paura e dalle preoccupazioni, dato che il tempo è l'altro fattore determinante per un investimento. Rimandare a domani quello che deve essere fatto ora può essere motivo di fallimento. Alcuni obiettivi tra i più comuni sono costruire una carriera scolastica per i figli, l'acquisto della seconda casa, garantire una protezione alla famiglia in caso di incidenti, oppure avere a disposizione sempre della liquidità, per fare fronte ad una eventuale perdita del lavoro; o ancora per la serenità concessa dal fatto di avere sempre disponibile denaro utile per affrontare le eventualità legate alla vita di tutti i giorni (rottura dell'auto, sostituzione di un elettrodomestico, spese di ristrutturazione di una casa per le vacanze). Se così si riuscisse a fare, il denaro tornerebbe a diventare quello che deve essere e cioè uno strumento che può e deve essere usato per raggiungere un fine dichiarato, qualcosa cioè dai contorni ben definiti in termini di tempo e di quantità. Solo così saremo in grado di entrare nel fantastico mondo della pianificazione finanziaria, luogo da cui nessuno di noi dovrebbe estraniarsi, specialmente quando si decide di organizzare e controllare la nostra vita, senza diventare soggetti passivi.   Un semplice esempio mi aiuterà allora a fare meglio comprendere la mia tesi. Chiunque abbia comprato una casa attraverso un mutuo sa di essere stato costretto dalla banca a pianificare in parte il suo futuro, tramite il piano di ammortamento che obbliga a rimborsare nel tempo il capitale ottenuto, mediante il pagamento per un certo numero di anni di una rata proporzionale al reddito disponibile. A fine periodo, a conclusione del piano di investimento e in ossequio al mantenimento dell'impegno preso, viene trasmessa la piena proprietà dell’immobile. Questa è una pianificazione finanziaria molto simile a quella che viene fatta quando si predispone un investimento: la quantità di denaro disponibile, il tempo destinato all'investimento, una quantità finale attesa proporzionale al rischio assunto. E come per il mutuo la variazione dei tassi costituisce il rischio da correre (per questo si sceglie un tasso fisso o uno variabile), allo stesso modo per un investimento si dovranno considerare le stesse variabili: tempo, quantità iniziale e rendimento atteso, oltre che la valutazione del rischio accettabile. Va naturalmente detto che i risultati devono essere sempre coerenti con quello che è possibile realizzare, non con quello che si vorrebbe accadesse, altrimenti saremmo in presenza di un miracolo atteso, non di un investimento. Tutto questo, chissà perché, risulta semplice quando si acquista una casa con un mutuo, ma diventa impresa titanica quando si tratta di identificare gli obiettivi per cui quel denaro viene investito. Naturalmente non voglio credere che sia solo la paura quel demone dispettoso che induce l’investitore a rinunciare ai suoi sogni, facendogli accantonare sul conto risorse improduttive, così da accettare passivamente la sconfitta di vedere remunerazioni nulle e perdite dovute all’inflazione. Possibile che la paura sia così potente al punto da causare un comportamento che lo danneggia, anche quando in gioco c'è la sua felicità e il suo futuro? In realtà se ci pensiamo bene, pianificare non è affatto un compito arduo, anzi aiuta a superare la paura. Se solo poi si usasse la conoscenza dei mercati sarebbe più facile, facendo uso anche di semplici nozioni di buon senso ed esperienza, costruire portafogli destinati a dare frutti nel tempo richiesto, breve, medio o lungo che sia. Non serve un master universitario per gestire un investimento poiché è sufficiente concentrarsi sugli obiettivi, lasciando alla competenza e conoscenza degli specialisti la costruzione di un portafoglio che sia in grado di trarre dai mercati il giusto rendimento, per il tempo e il rischio che l’investitore sia disponibile a concedere. Non ci sono rendimenti senza rischio ma il rischio, se tutte le condizioni di tempo e di volatilità sono rispettate, può e deve essere considerato come una opportunità con valenze positive.  

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IL RISCHIO PENSIONE

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 19.05.2021

Volevo ancora una volta ritornare su di un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Parlo del futuro pensionistico di noi italiani, in particolare di tutti coloro che hanno cominciato da poco tempo a lavorare. Da quando nel 1996 è stato introdotto il sistema contributivo, abbandonando definitivamente quello retributivo basato su di una percentuale dell'ultimo stipendio, la prestazione pensionistica ha cominciato ad essere “calcolata” sulla base dell’accumulo dei contributi versati, il cui montante è rivalutato sulla base della media quinquennale del PIL. Con questa riforma, il rischio che alla fine del periodo di accumulo il primo pilastro non sia sufficiente per mantenere il tenore di vita al raggiungimento dell'età pensionabile, ha cominciato a crescere diventando ormai certezza. Questo è il motivo fondamentale per cui è oggi fondamentale e doveroso impegnarsi a risparmiare, per costruire una prestazione previdenziale supplementare cui beneficiare al termine del periodo lavorativo, destinata a ridurre il disavanzo tra l'ultimo stipendio e la prestazione erogata dal sistema previdenziale pubblico. Questo è vero per tutti i lavoratori, maggiormente per i più giovani, il cui sbilancio contributivo tra inizio e fine carriera determinerà certamente un abbassamento progressivo della prestazione. Ciò deriva da molti fattori e tra questi possiamo citare l’invecchiamento della popolazione, con il conseguente allungamento dell'aspettativa di vita con la crescente necessità di più risorse, ma anche la nuova flessibilità del lavoro, che produce e produrrà carriere sempre più discontinue, con possibili interruzioni degli accantonamenti. Sfruttare quindi il tempo a proprio vantaggio per godere dei benefici della capitalizzazione composta, in modo da ottenere una crescita esponenziale di quanto risparmiato per un futuro lontano, diventa, con i vantaggi fiscali, un obiettivo non solo necessario ma anche conveniente dal punto di vista finanziario. Per questo mi preme ricordare che all’ADESIONE si ottiene una deducibilità fiscale annua sino a 5.164 euro, che consente appunto di ottenere uno “sconto” su quanto accantonato, con la restituzione di una quota pari alla propria aliquota fiscale di riferimento; nel DURANTE invece, i rendimenti maturati dal fondo pensione sono soggetti all'imposta del 20%, quindi con aliquota più favorevole rispetto al 26% che si applica alla maggior parte delle forme di risparmio finanziario. A ciò si aggiunge la non applicazione della patrimoniale, introdotta nel 2011 dal governo Monti e che grava su molti altri strumenti finanziari. Al TERMINE del periodo di riferimento c'è una significativa riduzione di imposta sulla prestazione erogata che, dopo 15 anni di permanenza all'interno di un fondo, scende di uno 0.30% annuo, sino ad arrivare all’aliquota del 9%, che spetta a tutti coloro prolunghino la loro partecipazione sino ai 35 anni.   Ce ne sarebbero molti altri di vantaggi da raccontare ma non è il mio scopo di oggi. Quello che voglio sottolineare è che in molti giovani oggi c’è l’atavica resistenza a parlare di un futuro troppo lontano, come se quelle somme, non essendo facilmente accessibili, perdessero di colpo il loro valore relativamente all'obiettivo per cui vengono accantonate, percependole  quasi come denaro che inesorabilmente sfugge al controllo. In realtà sappiamo che in alcuni casi speciali, quel denaro può ritornare ad essere disponibile totalmente o parzialmente (disoccupazione, spese mediche, acquisto o ristrutturazione prima casa). Ciò però tende a distogliere dall’obiettivo primario per il quale quel sacrificio viene fatto, che è quello di garantire un futuro sereno al momento della pensione. Ecco la ragione del perché quel capitale dovrebbe diventare accessibile solo per quei motivi davvero importanti e irrinunciabili. Ma la mia intenzione qui non era quella di parlare specificatamente di previdenza, quanto piuttosto quella di sensibilizzare i miei lettori a dedicare tempo per approfondire l'argomento pensioni. In particolare voglio rivolgermi a tutti quelli che si sentono molto lontani dal quel momento: chiedete ai vostri genitori con quanta velocità il tempo sia passato dal loro impiego ad oggi, magari vicini come sono pensionamento. Davvero pensate che quel momento non arriverà anche per voi? Ma non sono solo gli indiscussi vantaggi fiscali e finanziari che dovrebbero indurre i giovani ad avvicinarsi con maggiore fiducia a questi strumenti, quanto piuttosto l'accettazione della verità che il futuro previdenziale dipende sempre più da noi e dai nostri sacrifici. Non interessarsene, facendo finta che il problema per ora non esista, può davvero diventare il più grande rischio che nessuno dovrebbe correre: non avere sufficienti risorse per mantenere il livello di vita raggiunto al momento della pensione.

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COSA ACCADE E COSA FARE QUANDO L'INFLAZIONE SALE

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 10.05.2021

È bastato il lieve sussurro di un possibile aumento dei tassi Usa, per evitare il surriscaldamento dell'economia americana, pronunciato dal Segretario al tesoro degli Stati Uniti d'America Janet Yellen, per fare fibrillare le borse mondiali. In realtà il suo discorso era molto più compassato e ragionato di quello esposto in prima battuta, ma sappiamo quanti danni può causare l’asimmetria informativa ai mercati. In realtà il suo discorso era molto più compassato e ragionato di quello esposto in prima battuta, ma sappiamo quanti danni può causare l’asimmetria informativa ai mercati. Naturalmente una politica monetaria restrittiva della Banche centrali, dopo tutti gli interventi effettuati a sostegno dell’economia, sarà inevitabile, ma con molta probabilità quel momento non è ancora arrivato. L’aumento dell’inflazione genera però nervosismo tra gli operatori di mercato, poiché per il suo controllo la leva è appunto quella di un aumento dei tassi di interesse, con la conseguenza di ridurre anche la convenienza dell'investimento in azioni, da sempre considerate, a torto e a ragione, più rischiose delle obbligazioni. Agire sul credito è da sempre l'espediente delle Banche centrali per raffreddare l'economia, azione necessaria per tenere sotto controllo l'inflazione. Un radicale aumento dei tassi, volto al controllo dell'inflazione, produrrebbe una violenta diminuzione dei prezzi delle obbligazioni in circolazione, con la inevitabile rotazione dei portafogli dai titoli azionari a quelli obbligazionari di nuova emissione, con conseguente calo di tutti i mercati mondiali. Quindi l'inflazione, che di fatto era scomparsa negli ultimi anni, ha ripreso a spaventare gli operatori di mercato, specialmente quelli che detengono titoli obbligazionari con durate superiori ai 10 anni. In realtà oggi quello che spaventa di più, non è tanto un aumento tout court ma programmato dei tassi di interesse, ma, piuttosto, quello dell’inflazione, specialmente se dovesse manifestarsi in modo violento. In questo caso, per mantenere un sufficiente tasso reale di rendimento, gli operatori venderebbero titoli obbligazionari a più lunga scadenza e azioni. Infatti, nell’attuale contesto ci troviamo nella delicata situazione in cui le azioni sono ai loro massimi mentre le obbligazioni hanno scarsi rendimenti. Ed è per questo motivo che la Fed e le altre Banche centrali continuano a ribadire che, anche in caso di rialzo dell'inflazione, i tassi rimarranno comunque sotto controllo, possibilmente senza rialzi. Continuerà così il sostegno all’economia mediante l'acquisto di titoli obbligazionari statali e corporate, anche se un lieve rallentamento degli acquisti sarà inevitabile in presenza dell'attuale crescita economica post pandemia che determina l'aumento dei prezzi. Il punto piuttosto non è se, ma quando avverrà. Tutto questo porta ad un grande paradosso: rimanere troppo liquidi con l’inflazione in lieve aumento, determina una diminuzione del potere d'acquisto, mentre avere obbligazioni con scadenze lunghe porterebbe a pesanti perdite in caso di un violento e improvviso rialzo dei prezzi. Oltre a ciò, avere azioni esporrebbe comunque a rischi, poiché un eventuale rialzo improvviso e non programmato dei tassi, necessario per controllare il surriscaldamento dell'economia, porterebbe a preferire le nuove emissioni obbligazionarie alle azioni, con le conseguenze che tutti possiamo immaginare. La soluzione è quindi quella di costruire portafogli strategici diversificati, con obiettivi di tempo e di rischio ben definiti, in grado così di restituire all'investitore nel tempo sempre ritorni adeguati. Agire sulla base di previsioni sbagliando il momento di ingresso o uscita dal mercato, rimane sempre un rischio comunque non accettabile. Questo è l'insegnamento della storia, questo è anche quello che ho appreso dalla mia esperienza per affrontare momenti come questi.

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IL COSTO DELLA PAURA È QUANTIFICABILE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 05.05.2021

Uno degli elementi che si tiene poco in evidenza quando si pianifica un investimento, è l'impatto che un aumento dell'inflazione potrebbe avere sul rendimento finale. Questo accade in generale per tutti gli investimenti, specialmente per quelli obbligazionari che sono penalizzati in questo periodo da bassi rendimenti. Premessa necessaria è che oggi l'inflazione è comunque presente e anche se bassa, è in grado nel tempo di diminuire il valore reale del nostro capitale, in particolare se lo teniamo liquido. L’inflazione indica la variazione generalizzata e continua dei prezzi registrata in un anno da un paniere di beni e servizi, rivisto periodicamente dagli istituti nazionali di statistica. Se ci limitiamo al nostro paese, Il livello più alto toccato è stato nel 1974 dove ha raggiunto il 24,50%. Da lì una lenta discesa nel tempo: 9,37% nel 1984, 4,87% nel 1992, 2,83% nel 2002, sino al valore record negativo dello 0,19% segnato a fine 2020 (fonte dati www.inflation.eu/it/tassi-di-inflazione/italia). Negli ultimi tre mesi c'è stata un'inversione di tendenza che ha portato il nostro livello inflattivo allo 0.6% su base annuale, in tendenziale crescita. Sempre più a livello mondiale oggi si parla di un ritorno dell'inflazione, destinata a determinare pesanti ribassi sui titoli obbligazionari di più lunga durata, inevitabile quando le banche centrali cominceranno le loro manovre di tapering, per ridurre l'acquisto di titoli obbligazionari. Il basso livello segnato dall’inflazione negli ultimi anni, ha fatto dimenticare come sia da sempre considerata come un elemento fondamentale per il successo di ogni investimento. Proprio per questo andrebbe sempre calcolata come un “costo silenzioso”, che il più delle viene ritenuto ininfluente, se rapportato al rischio volatilità di un titolo. Per questo oggi possiamo certamente dire che tutta l'enorme massa di liquidità contenuta sui conti italiani sta subendo progressivamente una perdita reale annua dello 0.60%, pur mantenendo inalterato il valore nominale. Per tutto quanto detto, il tasso di rendimento che deve interessare l’investitore o il risparmiatore, non deve essere quello nominale ma quello reale, cioè quello che tenga conto dello sconto dell'inflazione, che va sempre considerata. Pertanto, quando questo è nullo, come sui conti correnti o su molte obbligazioni, il ritorno è comunque negativo. Sul tasso di rendimento reale incidono però anche altri fattori, come i costi e le imposte. Se infatti investissimo in un titolo con un tasso nominale dell’1% dovremmo a questo punto togliere non solo la commissione d'acquisto e di mantenimento sul conto, ma anche le imposte e l’inflazione. Investire significa appunto andare alla ricerca di un incremento reale del capitale, che tenga conto nel calcolo di tutti quegli elementi citati sopra (costi, imposte, inflazione). Sapendo che questi sono ineludibili, chiunque voglia garantire la crescita del proprio capitale nel tempo non potrà far altro che puntare ad una sua crescita reale, garantita oggi solo da quegli investimenti il cui rendimento nel tempo supera l'impatto dei costi, delle imposte e dell'inflazione stessa. Immaginare o convincersi che tenere il denaro sul conto corrente sia garanzia di non perdere è solo pura illusione, poiché la matematica non mente. Forse è più facile fare finta di non intendersi di investimenti oppure convincersi che investire equivalga a rischiare di perdere, quando in realtà se non si impiega quel denaro, la perdita è quella sì oggettivamente garantita.  

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QUESTIONE DI METODO ... E DI ESPERIENZA (2)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 26.04.2021

Non posso mai esimermi dal parlare delle previsioni, soprattutto quando qualcuno mi chiede di raccontare qualche aneddoto relativo alla mia carriera. Tra le ultime alle quali ho creduto c'è n'è una che risale al 1992. Era stata lanciata dal vincitore del Premio Nobel per l'economia del 1985 Franco Modigliani, durante un collegamento via satellite al quale assistevo dal Jolly Hotel di Milano Due, in compagnia di colleghi della società di cui allora facevo parte. Per l’occasione l’esimio professore si era lasciato andare ad una apocalittica previsione sull’imminente declino dell’economia Usa che per lui, aveva già dato tutto il possibile. L’invito riservato a noi consulenti era stato quello di modificare i portafogli, guardando verso altri mercati. In fondo il consiglio veniva da un Premio Nobel, perché non credergli? Tuttavia dopo quella previsione il Dow Jones aveva continuato inesorabilmente a salire sino alla crisi conosciuta come dotcom bubble dell'anno 2000. In quei momenti ho finalmente capito che prevedere è davvero uno sport riservato alle divinità più che ai Premi Nobel o agli economisti! Così ho deciso di cambiare approccio ed assumere, in costanza di previsioni, un atteggiamento critico: la scelta sarebbe stata quella di ascoltare tutti, ma di basare le mie convinzioni sulla conoscenza professionale dei mercati e sulla storia economica, fatta anche di racconti e vita di vissuta. L’esperienza del passato poteva diventare così una affidabile guida per la costruzione di strategie di investimento, sia di lungo che di breve periodo. Oggi la mia più grande convinzione è che proprio durante le fasi di tempesta sui mercati si producono le condizioni per generare ricchezza, che si può però distruggere lasciandosi andare a vendite emotive. Sarà anche controintuitivo ma è così che ci si deve comportare. Sempre. Infine prendo spunto dalle discussioni che molti anni fa avevo con clienti parlando di Inps, per una riflessione sulle pensioni. Già allora si percepiva chiaramente che il sistema aveva delle evidenti carenze che dovevano essere assolutamente sanate. Le prime crepe nel sistema previdenziale avevano cominciato a manifestarsi palesemente con la riforma del 1990, che per la prima volta toccava i lavoratori autonomi fissando un’iniziale quota fissa di versamenti contributivi pari al 12% del reddito lordo, seguita subito dopo da quella Amato del 1992, dal nome del presidente del consiglio dell'epoca che l'aveva posta in essere. Si, proprio quello stesso Amato che aveva applicato dalla sera alla mattina il famoso prelevamento del "seipermille" sui conti correnti! Nell’anno successivo avevamo assistito poi al varo del DL 34/1993, che accorpando varie gestioni previdenziali per tentarne il salvataggio, apriva la stagione non ancora esaurita dell'innalzamento dell'età pensionabile, dell'aumento dei contributi e del taglio delle prestazioni pensionistiche, introducendo il passaggio da un sistema retributivo ad uno contributivo (riforma Dini e seguenti). Tutti questi fattori mi hanno spinto allora all'azione per aiutare i clienti a decidere del loro futuro. Oggi, certamente più di allora, abbiamo le prove reali e tangibili che l'Inps non sarà in grado di garantire il mantenimento del tenore di vita dei pensionati del domani, specialmente di quelli che oggi cominciano a lavorare. Da qui la domanda: perché, se siamo davvero consapevoli di questa nostra situazione, perché non ci si adopera per costruire le basi per un pensionamento più sereno mediante un accantonamento volontario, in grado di garantire il tenore di vita futuro? Perché si è così restii ad accumulare risorse quando non saremo più produttivi? Per chi poi ha la fortuna di avere molto tempo davanti per accumulare, può utilizzare il miracolo della capitalizzazione composta che aiuta ad ottenere grandi risultati, con impegni relativamente modesti, se continuativi nel tempo. Poiché tutti i dati ci dicono che è nullo il rischio di perdere denaro sul mercato azionario, in un periodo di tempo superiore ai 15 anni, ci si chiede perché ci si ostini a preferire la sicurezza dei rendimenti quasi nulli o negativi, offerti dai titoli di Stato o simili. La morale è quindi sempre la stessa: più tempo a disposizione ho e più rischio posso prendere. Come sappiamo molto bene, più rischio prendo e più risultato certamente avrò. E questo se vale per gli investimenti, deve essere a maggior ragione linea guida per la pensione che verrà.    

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QUESTIONE DI METODO ... E DI ESPERIENZA (1)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 20.04.2021

Durante i miei primi 30 anni di carriera ho letto molti libri, un'infinità di giornali e riviste, e ho partecipato a molti corsi. Questa attività è ed è sempre stata piacevole oltreché necessaria, per cercare sempre nuovi stimoli di crescita professionale. Durante la mia esperienza di studio e lavoro ho però capito una cosa che mi sento di suggerire ai lettori: evitate di concentrare la vostra attenzione al titolo di un libro o di un articolo finanziario per trarre conclusioni sulle quali basare scelte d’investimento, poiché molte volte è usato principalmente per catturare l’attenzione, talvolta senza rappresentare il contenuto. Per questo il primo consiglio che mi sento di dare è quello di approfondire sempre gli argomenti trattati, cercando di leggere il più possibile tutto il contenuto con uno sguardo attento, in modo da entrare nella notizia o nell’argomento con la consapevolezza necessaria, oltre che con molto spirito critico. Troppe volte tra le parole di un titolo si nascondono insidie che sfuggono al lettore disattento e frettoloso. Confesso che in quel periodo la pagina più interessante per me, giovane consulente alle prime armi, era quella de IlSole24Ore che riportava la valorizzazione degli andamenti delle quote dei pochi fondi comuni commercializzati in Italia, che allora non erano più di una cinquantina. Oggi invece quel numero è cresciuto al punto che in Europa se ne distribuiscono oltre 30mila. In quel periodo era facile studiare e conoscere bene un prodotto, poiché il mono mandato consentiva la distribuzione solo di quelli di casa. Oggi invece, con l’architettura aperta o semi aperta, conoscerli tutti diventa pressoché impossibile. Pertanto vista l’offerta, limitarsi a scegliere solo quelli proposti dalla propria banca, che di solito offre solo quelli di casa, è davvero una cosa che riporta indietro nel tempo, anziché avanti. Si può operare meglio sia in termini di quantità che di qualità, per questo nei portafogli che costruisco sono solito inserire diverse società prodotto, ciascuna delle quali è un'eccellenza negli asset che mi interessa inserire. Altro argomento di paragone tra ieri e oggi è la quantità di dati e informazioni fruibili per il cliente. Allora era già un successo avere dati disponibili, sia per la limitatezza delle fonti, che molto spesso erano anche autoreferenziali e poco diversificate, sia perché le rare informazioni dovevano essere funzionali alla vendita di un prodotto, altrimenti venivano trascurate. Oltre a ciò, le “notizie” fornite dalle società sul prodotto non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelle di oggi. Per questo il vero problema che si affronta ai giorni nostri non è la scarsità dei dati o delle informazioni ma piuttosto, la loro abbondanza. Spesso ciò è causa di confusione per l’investitore che troppo spesso si perde nella selezione di notizie e dati, che molte volte sono fornite anche in modo contraddittorio. In piena pandemia poi, con l'abuso dei sistemi digitali per il distanziamento sociale, il numero delle informazioni è cresciuto esponenzialmente con una distribuzione troppo ravvicinata, spesso anche infrasettimanale, al punto che tutto il materiale diventa difficile da utilizzare in modo efficace. Per questo, il consiglio che mi sento di dare a chi vuole informarsi, è quello di non pescare a caso nella massa, ma selezionare pochi e affidabili “fornitori” che siano di valido supporto nella scelta di un investimento, abituandosi sempre ad adottare un atteggiamento critico nella lettura. [...]    

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IL COMPLICATO MONDO DEI BITCOIN

Scritto il 13.04.2021

Sempre più spesso mi vengono poste domande sui Bitcoin e sull'opportunità di un loro inserimento in portafoglio. Non è il mio campo e me ne intendo molto poco di criptovalute lo confesso, soprattutto mi avvicino con molta prudenza ad ogni investimento che è caratterizzato da una estrema volatilità. Tuttavia non per questo posso dirmi totalmente privo di conoscenza a riguardo. Partiamo dunque con una definizione: il Bitcoin è una moneta digitale che si scambia via internet direttamente tra due persone e cioè senza bisogno di una banca intermediaria. Per ricevere, custodire ed inviare Bitcoin non serve infatti avere un conto corrente, un bancomat o una carta di credito. Bisogna però dotarsi di un cd wallet e cioè di un portamonete digitale in grado di conservare e proteggere il capitale. Per questo possiamo dire che non è una moneta di scambio o un investimento facilmente utilizzabile da chiunque. Monete di questo tipo, dette criptovalute o altcoin, ce ne sono oltre un migliaio. Per chi volesse cominciare ad interessarsi ai loro andamenti può consultare i moltissimi siti che ne offrono le quotazioni.  La cosa che a noi interessa è però quella di dare alcuni suggerimenti a tutti coloro che vogliono cominciare ad avvicinarsi a questo mondo complicato, sia in qualità di investitore che in quella di speculatore, tenendo sempre presente che nessun investimento può essere considerato sbagliato se c'è la piena consapevolezza di quello che si sta facendo. È quindi necessario comprendere che l’approccio alle criptovalute può avvenire in forma di trading, che richiede quindi l’iscrizione ad una piattaforma anche convenzionale dove sarà possibile negoziare Bitcoin sotto forma di contratti derivati che replicano il valore del sottostante, il cui vantaggio è quello di poter operare senza convertire denaro. Se invece l’idea fosse quella di acquistarli per tenerli in portafoglio come un asset alternativo strategico, così come farebbe un investitore di lungo periodo, si può ricorrere agli exchange di criptovalute, cioè servizi online che convertono euro o dollari in valuta digitale come ad esempio eToro oppure Binance. Un’ulteriore possibilità d’acquisto viene offerta dalle piattaforme di investimento che quotano gli ETP(Exchange Traded Products), strumenti d'investimento che replicano la performance del bitcoin come fosse un indice. Il primo ETP in assoluto ad essere quotato sul mercato europeo è stato il BTCetc Bitcoin Exchange Traded Crypto (BTCE), partito nel giugno 2020. Per chi invece volesse approfondire le criptovalute consiglio di andare direttamente sul sito della valuta regina (bitcoin.org/it/), dove l’argomento è trattato in modo semplice e fruibile, soprattutto nella parte in cui viene spiegato l'uso del wallet. Certamente le criptovalute non sono per tutti poiché sono altamente volatili, quindi sconsigliate in particolare a chi è estremamente sensibile alla variazione di prezzi. Pertanto la prima cosa che mi sento di consigliare è di cercare sempre di approfondire il tema, soprattutto quando l'elemento che genera la curiosità è la parola guadagno, termine affascinante in sé ma che talvolta nasconde pericolose insidie, soprattutto nel campo delle piattaforme dove molte sono state le truffe. Come abbiamo già ripetuto diverse volte, investire consapevolmente significa capire cosa si sta negoziando: non bisogna commettere l'errore di fare qualcosa solo perché qualcuno ci prospetta facili guadagni. Ciò vale per ogni investimento in generale, figuriamoci quando parliamo di investimenti ad alta volatilità. Sappiamo quindi che tutte le criptovalute ne sono dotate, ponendosi quindi più come uno strumento di speculazione che come investimento di lungo periodo. Certamente per chi invece preferisce mantenerle in asset per lungo tempo, possono anche diventare fattore di diversificazione, sempre e comunque da inserire nella componente ad alto rischio. Meglio sarebbe quindi investire solo la quantità di denaro che ci si può permettere di perdere senza particolari patemi d'animo. Infine, per l’investitore di lungo periodo ricordo di tenere sempre sotto controllo questo tipo di asset, prestando sempre molta attenzione alle notizie di mercato, eventualmente decidendo in anticipo sul comportamento da tenere in occasione di forti oscillazioni. Nel caso invece dello speculatore, che mette nelle sue capacità di market timing l'ottenimento di un risultato positivo, sarà buona cosa per lui rimanere estremamente concentrato anche sulle minori variazioni di quotazione, soprattutto per non incorrere in ribassi eccessivi. Consiglio quindi un uso massiccio dello stop loss, nonostante tutti i pregi e difetti di questo tipo di operatività.

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IL PUNTO DI NON RITORNO PER GLI INVESTIMENTI ESG

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  • Investimenti ESG
Scritto il 08.04.2021

Lo scorso 10 marzo la Commissione europea ha finalmente pubblicato un nuovo regolamento denominato Sustainable finance disclosure regulation, destinato a disciplinare il mondo degli investimenti ESG. Le nuove regole classificano infatti i prodotti in tipologie specifiche e includono i parametri per valutare gli impatti ambientali, sociali e di governance del processo di investimento per ciascun fondo. Questa normativa impatta sui “partecipanti ai mercati finanziari”, dalle Sgr sino ai consulenti finanziari, senza naturalmente escludere l’investitore. La ratio è quella di stabilire regole armonizzate che regolino in tutta Europa le rendicontazioni dei cosiddetti “rischi di sostenibilità” nei portafogli dei gestori. In particolare punta a modificare il regolamento Mifid II nella parte in cui prevede l’obbligo di considerare anche le preferenze ambientali, sociali e di governance (Esg) degli investitori nell’ambito della valutazione di adeguatezza, nel servizio di consulenza in materia di investimenti e nella gestione dei portafogli. Non spaventatevi, la cosa è per l’investitore molto più semplice di quello che sembra poiché implica che nella futura compilazione del questionario Mifid, verranno inserite anche domande dirette alla valutazione delle sue preferenze Esg. La nuova normativa infatti modifica l’articolo 54.2 del Regolamento Mifid, nella parte in cui è previsto che le imprese di investimento ottengano dai clienti tutte le informazioni di cui necessitano per comprendere le loro caratteristiche essenziali, al fine di raccogliere una base sufficiente di dati per valutare se la specifica operazione da raccomandare o realizzare nel servizio di gestione del portafoglio, corrisponda ai suoi specifici obiettivi di investimento e alle sue caratteristiche. Con la normativa quindi saranno aggiunte domande relative alle preferenze ESG. Naturalmente queste nuove informazioni saranno necessariamente raccolte nella fase terminale del processo Mifid, senza per questo compromettere la definizione degli obiettivi di investimento, la tolleranza al rischio, l'orizzonte temporale oltre che tutte quelle altre circostanze individuali e specifiche dell’investitore. Queste infatti resteranno comunque parte fondamentale del processo di valutazione di adeguatezza ed appropriatezza, poiché solo a tal punto si passerà poi alla valutazione delle preferenze ESG. I nuovi questionari dovranno quindi essere compilati in conformità con l'obbligo degli intermediari di agire nel migliore interesse del cliente, tenendo conto di elementi oggettivi e soggettivi, adeguandoli appena possibile alla sua nuova manifestazione di preferenza nell'ambito della sostenibilità. Il nuovo Regolamento accoglie anche alcune l’indicazione che Esma, l'Ente europeo che sovrintende alla tutela degli investitori e al corretto funzionamento dei mercati, aveva già fornito nell’ambito delle proprie linee guida, specificatamente in materia di requisiti di adeguatezza e di Product Governance, nella parte in cui suggeriva, al fine di accrescere la protezione degli investitori, che fossero tenute in considerazione le tematiche ESG addirittura nella fase di ideazione e creazione del prodotto, non solo al momento della firma del contratto. Per questo aveva indicato che, nell’ambito delle “esigenze ed obiettivi dei clienti”, un determinato prodotto fosse direttamente concepito con caratteristiche particolari per conseguire obiettivi d’investimento specifici quali «investimento verde» o «l’investimento etico», cioè facilmente riconoscibili per il loro connotato Esg. La normativa entrerà in vigore non prima del 1° gennaio 2022, per questo avremo modo di parlarne ancora più nel dettaglio nei prossimi post.

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L'IMPORTANZA DEL PROCESSO DIAGNOSTICO IN CAMPO FINANZIARIO

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 31.03.2021

Ditemi la verità, vi mettereste nelle mani di un chirurgo anche di fama, solo perché ritenete di avere un problema fisico non ancora diagnosticato? E ancora, vi è mai capitato di provare un medicinale perché un amico o un parente ve lo ha consigliato o solo perché a lui ha fatto molto bene, senza però soffermarsi troppo sulle rispettive situazioni cliniche? Lo so che possono sembrare domande fuori luogo, ma è quello che accade a molti investitori quando comprano prodotti finanziari senza sapere il perché li hanno sottoscritti o a cosa servono, talvolta semplicemente perché qualcuno gliene ha parlato. Dite la verità, quante volte vi è capitato di avere in portafoglio uno strumento finanziario di cui nemmeno conoscete il nome, le caratteristiche e, soprattutto, il perché lo avete comprato? Certo, spesso viene consegnato il fantomatico KIID, quello strano foglietto obbligatorio che contiene molte utili informazioni sul prodotto, in particolare dove e su cosa investe, chi lo emette o lo gestisce, il grado di rischio, riportato in una scala crescente che va da 1 a 7. Li ci sono anche specifiche indicazioni sulla durata consigliata di mantenimento in portafoglio, i costi di ingresso e annui, il benchmark e la categoria di appartenenza. Possibile che dopo averlo letto integralmente ci siano ancora delle incomprensioni sul tipo di investimento sottoscritto? La risposta è affermativa poiché non è attraverso quelle informazioni che si investe consapevolmente e coerentemente con i propri bisogni finanziari. Infatti, essendo alla stregua di un bugiardino di un farmaco, dovrebbe essere letto e compreso prima della posologia., ma si sa, meglio che sia qualcuno di esperto a vendere quel prodotto. In fondo anche la legge dice che così bisogna procedere. Solo a quel punto poi, riponendo frettolosamente nella cartelletta griffata il prezioso documento con il contratto, l'investitore sarà pronto e legittimato a lamentarsi se il funzionamento dell’investimento non fosse soddisfacente rispetto alle aspettative sorte prima e durante l’acquisto. Il tutto naturalmente sollevandolo da eventuali sue responsabilità per quell’incauto acquisto. Detto questo diciamo subito che il problema del fallimento di un prodotto finanziario non è nella conoscenza più o meno approfondita dello stesso ma, piuttosto, nel processo psicologico che porta alla sua sottoscrizione. Ritorniamo allora sull’esempio iniziale provando ad interrogarci se noi daremmo fiducia ad un medico che fosse pronto a somministrare una terapia, senza avere prima diagnosticato una patologia, e quindi non basando il trattamento su di una corretta anamnesi, una visita o sul riscontro oggettivo di esami clinici. Eppure se ci pensiamo bene, questo è quello che accade il più delle volte quando si sottoscrive uno strumento finanziario. Ora mi sembra di sentire le voci che mi urlano “guarda che non è così, io ho sempre chiesto informazioni prima di sottoscrivere prodotti in banca o dal mio consulente di fiducia”. Ma qui sta il punto che intendo evidenziare oggi. La consulenza finanziaria non dovrebbe essere dissimile da quello che in campo medico è il processo diagnostico (anamnesi, esami obiettivi e strumentali) e, soprattutto, non dovrebbe MAI essere sminuita ad una vendita pura e semplice. Questo processo fondamentale è racchiuso dentro quella tanto odiata procedura Mifid (questionario e adeguata verifica), che spesso viene considerata come un’inutile incombenza burocratica, priva di valore e ladra di tempo, quando invece è il momento fondante di una corretta e proficua gestione del capitale investito. Spesso poi, quando il consulente tenta un timido approccio ponendo domande, queste vengono addirittura considerate dall’investitore alla stregua di un’invasione della privacy, come se fossero solo una sua maliziosa curiosità, da soddisfare con superficialità. In realtà è proprio su queste domande che si fonda e si realizza il processo consulenziale. Queste informazioni diventano basilari per la costruzione di un portafoglio multi obiettivo, la cui costruzione, attraverso la sottoscrizione di prodotti finanziari, diventa vera e propria terapia finanziaria, da somministrare e da tenere sotto controllo. Appare così evidente che tutto questo non può prescindere da un approfondito processo di indagine finanziaria, tenuto costantemente vivo e aggiornato, per permettere che la terapia funzioni, in modo da intervenire con dei correttivi in caso di effetti collaterali imprevisti esogeni ed endogeni. Ho pertanto ritenuto doveroso dedicare queste poche righe alla bistrattata procedura Mifid, per aiutare l'investitore a comprendere l’importanza del tempo dedicato alla perfetta compilazione della Mifid e al suo costante aggiornamento, in modo che la terapia finanziaria sia in grado di risolvere ogni sua esigenza presente e futura.  

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