Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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MANOVRE TATTICHE O STRATEGICHE SUL PORTAFOGLIO?

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 14.03.2022

Guerra, rialzo dei tassi e inflazione sono sicuramente validi motivi per valutare modifiche da apportare sul portafoglio. Nell’immensa confusione generata dal momento, la cosa importante che suggerisco sempre all’investitore attento, è di ritornare al momento in cui ha deciso di investire sul futuro, ripensando ai motivi della sua scelta. Questa non è mai un’azione che mira al passato o al presente ma sempre al futuro, vicino o lontano che sia. La scelta del tempo dipende sempre da noi e dai risultati che noi vogliamo ottenere, il tutto in funzione del rischio che ci sentiamo di voler accettare. Tutto il resto è indipendente da noi e accede alle situazioni contingenti del vivere e a ciò bisogna rassegnarsi. Noi però possiamo costruire un buon portafoglio in grado di resistere alle inevitabili tempeste che si ripresentano discontinuamente sui mercati. L’invito è di prepararsi all’incertezza quando si investe. Questo non significa rassegnarsi all’imprevedibile o affidarsi alla fortuna, quanto piuttosto seguire rigorosi processi di investimento nella costruzione dell’arca che ci può trarre in salvo nell’eventualità che un diluvio arrivi. E tra gli elementi di questi processi ci sono la diversificazione, il rigoroso rispetto del tempo dato, l’accettazione di un rischio adeguato e ... molta, molta pazienza. Dovremmo ormai avere capito che nel campo che stiamo trattando le certezze non esistono. Un esempio può chiarire le idee su quello di cui stiamo parlando. Tutti coloro che l’anno scorso (o ancora prima) hanno scelto di sottoscrivere strumenti a ferreo controllo del rischio usando uno strumento semplice come il conto deposito, con un ritorno teorico a 10 anni vicino al 2% lordo, si trovano oggi ad avere denaro vincolato nel tentativo di raggiungere un rendimento superiore allo zero. Un anno fa l’inflazione però era così bassa che quei rendimenti erano comunque accettati. Non dimentichiamo che c’era addirittura chi  investiva a rendimenti negativi, per avere certezza di restituzione del capitale! Oggi invece l’inflazione è in aumento e per noi italiani è ormai vicina al 6%, a fronte di un investimento che come il conto deposito ha una resa intorno al 2% lordo. Ditemi ora se quel denaro, investito con bassi rendimenti per tenere il rischio sotto controllo, possa essere considerato come una scelta oculata, sinonimo di tranquillità e assenza di  rischio. Riflettiamo ancora a questo riguardo allo stato d’animo di quel cliente che per paura aveva deciso di rassegnarsi ad un 2% lordo. Mentre vedeva il suo capitale protetto almeno dall’inflazione, osservava intorno a sé l’andamento dei mercati azionari od obbligazionari High Yield, che stavano dando ritorni a doppia cifra. Ben magra consolazione per chi ha anteposto la tranquillità al rischio. Comunque è stata una sua decisione e come tale va sempre rispettata. Questo problema oggi diventa decisivo perché questo investitore deve decidere se accettare la perdita dovuta all’inflazione oppure modificare la strategia di portafoglio. Non stiamo cercando qui di convincere i più timorosi spronandoli all’azione contro i propri principi e comportamenti. Vogliamo piuttosto invitarli ad un pensiero più razionale e meno emotivo. Il suggerimento passa per la formulazione di alcune domande: a. Accettare il rischio di una perdita sul valore reale del capitale o meglio sarebbe cambiare qualcosa per cercare il differenziale di rendimento perduto con l’inflazione? b. Accettare un aumento del rischio per il tempo necessario al fine del recupero del rendimento perduto, e se si per quanto tempo? c. Quale potrebbe essere il grado di sopportabilità del rischio alla pressione dei media che invitano a liquidare tutto per salvare il salvabile? Come si può notare le scelte non dipendono dal mercato ma dall’investitore. Qui si nota la macroscopica differenza tra variazione strategica e tattica di portafoglio, tra chi cioè dovrà ridisegnare tutto suo malgrado (durata, prodotti, rischio), e chi, avendo già diversificato puntando su prodotti diversi, su un tempo più lungo con l’accettazione di un aumento della dose di rischio, dovrà solo correggere in parte quanto già esistente. La verità è che non si può prevedere il futuro e di certo la guerra in Ucraina ha determinato una variazione sulle aspettative, ma solo su quelle di breve. La storia insegna che il rumore del momento (la guerra) non inciderà sui rendimenti del futuro (aspettative). Sono quindi le nostre scelte iniziali che condizionano i risultati, non gli accadimenti di percorso. Abbiamo infatti visto negli editoriali precedenti che vendere quando il mercato scende, è sempre una cosa vincente solo se il rientro è fatto nel momento giusto senza sbagliare, cosa praticamente impossibile. Una tra le risposte sul comportamento sta allora nella resilienza dell’investitore e nella sua reazione alla crisi del momento: se gli obiettivi di rendimento sono distanti nel tempo sarà sufficiente aspettare il passaggio della crisi oppure, meglio ancora, approfittare tatticamente della situazione per comprare ancora a sconto. Questa scelta farà abbassare le medie del costo d’acquisto, aumentando le probabilità di un rendimento atteso più alto. E nel caso in cui non ci siano risorse aggiuntive, la correzione tattica potrebbe essere quella di realizzare su settori con una minore probabilità di recupero, puntando invece su qualcosa le cui aspettative di crescita al momento di fine crisi possano apparire migliori. Tutto ciò dipende da una solida costruzione del portafoglio, nel rispetto di processi di investimento convalidati dai risultati raggiunti nel tempo. Questo è il motivo per il quale è necessario per l’investitore porsi sempre una serie di domande prima di investire: a. Quali tipologie di titoli hanno dato maggiori ritorni nella storia per un determinato periodo di investimento non discontinuo (5, 10 o 15 anni)? b. Con quale probabilità queste performance si sono ripetute anche in presenza di crisi finanziarie, guerre, pandemie, ecc.? c. Quale è stato il punto massimo di drawdown raggiunto nei momenti peggiori della crisi e quali sono stati i periodi di recupero? d. Quali sono da sempre i migliori mercati e le migliori strategie di investimento? e. Come posso attuare la miglior diversificazione possibile in modo da ridurre ulteriormente il rischio? Insomma un poco di studio non può che fare del bene all’investitore, soprattutto in termini di comprensione del mercato e del suo funzionamento. Questo non da certezza di risultato perché impossibile da ottenere, ma sicuramente garantisce un radicale aumento delle probabilità di successo. Vedo già comparire l’obiezione che fa riferimento all’impegno necessario per fare tutto ciò, cosa che rende più dolce la scusa del non volere investire perché non ci si fida di qualcuno o perché si ha paura. Rispondo con una domanda: come mai quando ci si deve curare da una malattia si fa ricorso ad un medico che mette a disposizione tutta la professionalità e l’esperienza necessaria, anche se ciò non punta ad ottenere la certezza della guarigione, quanto soltanto ad un aumento delle probabilità di successo? Come mai ai consulenti finanziari si chiedono invece sempre certezze di risultato, quando sappiamo benissimo che gli accadimenti del mondo, sono fondati sull’imprevedibilità? Ecco che allora sorge la domanda delle domande, la più pericolosa tra quelle che è possibile rivolgere al proprio consulente: “come mai non mi hai disinvestito quando i mercati erano al massimo, prima della crisi degli stessi, soprattutto prima che il mio portafoglio arrivasse a quei livelli di perdita?”. La risposta è già conosciuta dai più ma voglio ribadirla: le statistiche insegnano che bisogna cavalcare i mercati non combatterli sistematicamente. E ancora: gli insegnamenti della storia degli investimenti ci dicono che le modifiche tattiche di portafoglio (quelle che potrebbero essere necessarie in tempi di crisi) incidono solo per il 20% sul risultato totale di performance. Così la costruzione di un portafoglio strategico valido, basato sostanzialmente su di un giusto lasso temporale, con un rischio sopportabile dal cliente senza particolare ansia, con una buona diversificazione di prodotti e strategie, comporta un notevole miglioramento delle probabilità di successo. Il raggiungimento del risultato finale dipende infatti per oltre l’80% dall’individuazione di una giusta strategia di investimento. Ho voluto semplificare per trasmettere il messaggio che voglio ribadire in questo momento: non abbiate fretta di modificare il vostro portafoglio e non fatelo sulla base dell’emotività ma su quella della razionalità. Potrebbe infatti essere utile modificarne tatticamente una porzione vendendo un titolo o un fondo anche in perdita, reinvestendo però l’importo in qualcosa che nel momento della ripresa possa beneficiare di una migliore performance. Un esempio per tutti riguarda la tecnologia che è stata colpita da forti vendite: davvero pensate che quando l’inferno che si è scatenato sui mercati sarà finito, i prezzi dei titoli tecnologici non tenteranno di recuperare il precedente massimo raggiunto? E se lo faranno quanto pensate possa rendere un investimento comprato con uno sconto di oltre il 50%, sapendo che la storia insegna che i mercati si riportano sempre verso il livello massimo raggiunto prima della crisi per poi superarlo?   A voi la risposta!  

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QUELLO CHE LA STORIA DEI MERCATI RACCONTA

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 08.03.2022

Prendo spunto direttamente dalla lettura de Il Sole 24 ore di oggi, sabato 5 marzo 2021, per scrivere di getto il mio editoriale, nel tentativo di porre ancora una volta in evidenza alcuni concetti che non mi stancherò mai di ripetere, specialmente in momenti in cui le prime pagine dei giornali finanziari evidenziano soprattutto titoli come questo: “Venerdì nero in Borsa, Milano -6%. Da Ue e G7 pronte nuove sanzioni”. Così ci risiamo, ogni volta che qualcosa impatta sui mercati finanziari e li condiziona in negativo, ricomincia il bombardamento di notizie volte scientemente a terrorizzare l’investitore, quasi una sorta di invocazione ad agire di pancia e non di testa, stimolandolo cioè a comportarsi in modo tutt’altro che razionale, “aiutandolo” nell’impresa di commettere l’errore più grande che possa commettere, e cioè quello di vendere per paura, non per scelta strategica. Per procurare panico sul mercato non è sufficiente una guerra combattuta vicino a noi ma c’è anche una ridondanza informativa volta a esacerbare il presente, amplificando le criticità, quasi come se il futuro non possa più concretizzarsi in un progresso per l’umanità ma solo in uno scenario distopico. È già la cruda realtà di un conflitto che ci porta sulla porta di casa il pessimismo e che ci rende diffidenti verso il futuro che ci aspetta: non c’è bisogno di amplificarlo con notizie costruite ad arte per colpire come un pugno nello stomaco l’investitore. Quanto coraggio deve avere per resistere a tutte le pressioni del momento?  Che immagine pensate evochi in lui un titolo di giornale che parla di miliardi di dollari o di euro bruciati in borsa? Non vi sentite anche voi più poveri perché siete anche voi investitori colpiti da questo terribile incendio che ci induce il pensiero di essere tutti più poveri, spingendoci dover salvare il salvabile ricorrendo ad una (s)vendita forzata? Ecco che allora io dall’alto dei miei quasi 32 anni di carriera trascorsi senza soluzione di continuità sui mercati, mi sento di essere solidale e vicino all’investitore soprattutto quando si possono commettono gli errori più gravi, quelli a cui difficilmente si ripara, specialmente se spinti dall’emotività di una scelta non razionale. Per questo oggi che la guerra mostra ancora una volta il suo lato peggiore, in particolare per i popoli che ne sono coinvolti direttamente, non posso che essergli vicino per suggerirgli di gestire il suo investimento con calma e razionalità, con pazienza e resilienza, confidando più sui processi di investimento dotati di scientificità, con una adeguata logica temporale, piuttosto che confidare su voci, previsioni o semplici opinioni. È quindi un invito a smettere di vedere miliardi di euro in fumo quando le Borse scendono in modo violento, poiché non c’è distruzione fisica ma soltanto una variazione di un prezzo che prima o poi, tornerà al livello raggiunto per superarlo non appena il momento di crisi sarà passato. È sempre stato così nel tempo e lo sarà ancora per molto, salvo che qualcuno non cominci a credere all’inizio di una terza guerra mondiale, portatrice di morte e distruzione totale. Ma a questo punto la domanda da porsi sarebbe solo quella sul senso del possedere beni o ricchezze in uno scenario da fine del mondo. Per tutti coloro invece che credono in una crisi passeggera e in un futuro di crescita, il suggerimento più utile è quello di fissare al momento dell’investimento un prezzo al quale si è disposti a vendere, poiché il denaro non è mai fine a sé stesso, ma deve avere uno scopo ultimo sia che si tratti della propria tranquillità o di una vecchiaia felice, l’acquisto di una casa ovvero l’istruzione di un figlio. Meglio quindi sarebbe avere vincoli certi in entrata e in uscita, in modo da fissare in anticipo le condizioni dell’impiego di quel denaro durante il corso della vita di ciascun investitore. Naturalmente quando la paura prende il sopravvento quei limiti imposti potrebbero certamente essere violati poiché nessun buon investimento può essere considerato non liquidabile, ma lo sarebbe con una maggiore consapevolezza dell’investitore, evitandogli l’imperdonabile errore di agire sulla spinta della paura. Non dimentichiamo mai che la diversificazione è sempre fondamentale quando si investe e la si usa non per incrementare i guadagni, ma per limitare le perdite. E la diversificazione pone le sue basi sul tempo, sul livello di rischio accettabile alla ricerca cioè del rendimento possibile. Il rischio simmetrico è ormai solo un lontano ricordo a cui l’investitore poco evoluto non ha ancora smesso di credere. Investire quindi senza un obiettivo per l’impiego futuro di quel denaro può rendere ogni scelta di investimento un azzardo, trasformando l’investitore in speculatore.  Per finire è sempre utile ripetere che le crisi di mercato sono sempre delle vere e proprie occasioni per chi sa quello che vuole dal proprio denaro non speso. E in momenti come questo si possono ottenere risultati più che soddisfacenti anche semplicemente cercando di resistere ai ribassi, superando la propria paura di vendere nei momenti più bui. Figuriamoci poi cosa potrà ottenere l’investitore accorto in termini di rendimento se acquistasse nei momenti in cui la paura fa svendere i più, esaltando la sua voglia di acquisto, quando è consapevole del fatto che i mercati ripagano chi crede in loro e nella loro capacità di resilienza e di ripresa. Non mi stancherò mai di ricordare che sui migliori mercati azionari il rischio si riduce in funzione del tempo, generando il paradosso di un rischio zero al raggiungimento dei 15 anni di permanenza sugli stessi.   Un vero investitore sa che c’è sempre una fine per ogni crisi e sa che trasformare la paura in opportunità non è difficile. Questo è quello che racconta la storia dei mercati, non dimentichiamolo mai.  

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QUANTO FA MALE LA GUERRA ALL’INVESTITORE?

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  • Investimenti
Scritto il 28.02.2022

Buone notizie per i Gufi del mercato che sono riusciti in questi giorni a prevedere persino lo scoppio della terza guerra mondiale. Qualcuno ne ha addirittura ipotecato la primogenitura rivendicandone il tipico “io l’avevo detto!”. E dopo un inutile scambio di accuse tra le parti contendenti, ecco che nella notte tra il 23 e il 24 febbraio i carri armati russi sono entrati in Ucraina scatenando le vendite sui mercati, subito rientrate contro ogni pronostico il giorno dopo. Indici del settore energetico in crescita e forti ribassi hanno connotato gli ultimi giorni della settimana, confortati dai poderosi titoli dei giornali e aperture dei TG pieni di scenari catastrofici. La verità è che questo è vero per chi è in quei territori, ma non lo è per noi che vediamo la sofferenza di chi vive a meno di tre ore di aereo da noi, stando al sicuro nelle nostre case. In realtà questa guerra è cominciata nel lontano 2014 con l’annessione della Crimea da parte della Russia, cosa che in molti di noi hanno già dimenticato grazie alla nostra memoria di breve periodo che cancella il passato, facendoci nel tempo diventare indifferenti. Quello che stiamo vivendo è il culmine di qualcosa che è cominciato tempo fa ma che non abbiamo mai considerato tra le nostre preoccupazioni. L’ipocrisia dominante però ci fa dimenticare che alcuni popoli in Europa o in territori più o meno vicini a noi erano e sono da sempre in guerra. La nostra vita comunque continua ad andare avanti e, proprio perché non colpiti direttamente, ci abitueremo anche questa volta, distraendo la nostra attenzione dalla pandemia. I conflitti non sono una novità e mai lo saranno e negli ultimi 100 anni non sono mai mancati. A differenza del secolo scorso però sono stati circoscritti in territori ben delimitati, scatenando comunque la loro forza distruttiva prioritariamente in quei luoghi. La domanda che dobbiamo rivolgerci è se i conflitti militari impattino più sulle nostre emozioni oppure di più sulle nostre tasche. La risposta non è univoca perché i fenomeni bellici, come altri shock che l’umanità ha vissuto, hanno certamente impattato sui mercati nel breve ma senza che questi ne abbiano mai risentito nel medio lungo periodo. Che fare dunque nell’attuale situazione: meglio liquidare le posizioni in attesa di tempi migliori oppure mantenere tutto inalterato, confidando sull’umana resilienza emotiva? Come al solito non avendo tra le mie capacità quella di indovino, cercherò di affidarmi ad una lettura storica di quello che sta accadendo, confidando che i miei 5 lettori comprendano che la mia analisi ha solo lo scopo di cercare di ridurre le conseguenze che decisioni affrettate e sbagliate possano avere sui portafogli. Non è certamente una mia intenzione quella di prevedere il futuro. Tuttavia, in  momenti come questi è molto facile lasciarsi prendere dalla paura. Io consiglio da sempre  di agire sulla base degli insegnamenti della storia, ponderando le scelte su quanto già accaduto in passato,  cercando di capire se sia possibile evitare di commettere errori. Vediamo allora dai dati che seguono quali risposte possiamo ottenere sull’impatto che i conflitti hanno avuto sui mercati. Ho scelto di usare l’indice MSCI World, che rappresenta l’andamento dei mercati mondiali, in occasione di conflitti recenti. ancora più indietro nel tempo potremmo utilizzare l’indice S&P500, sensibilmente più datato del precedente, per osservare l’impatto positivo dei conflitti sul mercato. Osservando la tabella possiamo affermare che mai dopo questi shock, si sono registrati momenti di decrescita: il mercato azionario cresce sempre, anche in presenza fenomeni di particolare violenza. Dai dati sopra riportati possiamo notare come dal 1940, ma anche prima se proprio volessimo essere più precisi, i risultati non cambiano: i mercati si sono sempre ripresi e in particolare la borsa americana, che non dimentichiamo mai, pesa oltre la metà dei mercati azionari mondiali, fornendo sempre ottime occasioni di ripresa.   Prendo a prestito dal sito LPL Research la tabella che ci conferma quanto sopra esposto, fornendoci un quadro preciso della reazione dell’indice S&P500 entro 12 mesi dal verificarsi di eventi geopolitici. Tutto questo riconferma la tesi secondo la quale i mercati finanziari mondiali danno sempre un ritorno positivo nel lungo periodo e dopo ogni crollo, riprendono il livello massimo raggiunto per poi superarlo. Il rischio perdita è sempre concentrato sul breve periodo e cede SEMPRE il passo ad una risalita più o meno rapida. Infatti, nei 37 eventi segnalati sopra, solo 12 volte si sono riscontrati casi negativi di durata superiore all’anno, con una perdita media del 19% e con due picchi negativi intorno al 40%, verificatesi durante la guerra del Kippur nel 1973 e nel 2008 in piena crisi Lehman Brothers. La costante che ci conforta è che tutte le perdite sono SEMPRE RIENTRATE. Comunque non voglio dilungarmi troppo su questi dati che sono difficilmente contestabili. Voglio piuttosto lanciare un’idea di investimento riservata solo a chi è dotato di pazienza e di controllo delle emozioni: COMPRATE SUI RIBASSI E FARETE L’AFFARE DELLA VITA! Per tutti coloro che invece per legittimo timore decideranno di uscire per attendere momenti migliori, le possibilità di guadagno si ridurranno di molto.      

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QUELLA STRANA POLITICA DEL “COMPRA BASSO E VENDI ALTO”

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  • Risparmio gestito
Scritto il 22.02.2022

Capita spesso che i clienti rivolgano al proprio consulente domande per cercare di capire il perché di certe scelte sui loro investimenti, che diventano sempre un utile segnale di interesse verso il lavoro svolto da chi li aiuta a gestire il loro capitale. Proprio per questo non posso esimermi dal dire che la consulenza finanziaria non può che passare attraverso la condivisione di obiettivi tra consulente e cliente. In tempi ormai lontani era facile trovare chi era orientato alla strategia del “faccia lei che mi fido”, salvo poi abbandonarne il percorso quando il risultato, sebbene non negativo, risultasse difforme da quanto ipotizzato. I tempi oggi sono molto cambiati: i rendimenti obbligazionari a tasso negativo indotti dalle politiche delle banche centrali, le tempeste finanziarie causate dalla pandemia, l’inflazione galoppante, la preoccupazione per gli interventi futuri delle banche centrali, i grandi rincari dell’energia e le tensioni geopolitiche, con i marcati in fibrillazione a tendenza negativa lontani dal normalizzarsi e i rendimenti azionari che oscillano in alto e in basso a doppia cifra, sono tutti fattori di tensione sul mercato. Che belli erano i tempi in cui comprare un BTP o una obbligazione a tasso fisso consegnava all’investitore ritorni stellari senza troppa fatica. Purtroppo o per fortuna ormai da anni questa situazione è mutata. La pianificazione finanziaria è diventata necessaria, soppiantando definitivamente quella facile ricerca del rendimento dato da titoli apparentemente facili da gestire in un portafoglio. Oggi invece il fattore rischio non solo è cresciuto ma è diventato inevitabile, con una ridotta possibilità di costringerlo dentro stretti paletti di volatilità mediante l’uso della diversificazione e della de correlazione. Tutti coloro che oggi vogliono investire (non speculare) non possono non assumerne un sovradosaggio, facendo ben attenzione a utilizzare tempo e diversificazione per attenuare il pericolo di perdite. Capita però che se non ben consigliato l’investitore si dimentichi dell’obiettivo per cui quel denaro è stato investito. In particolare mai dovrebbe essere considerato come un deposito temporaneo, utilizzabile in ogni momento senza vincoli quando se ne presenta l’opportunità. Ma questo modo di fare conduce alla perdita solo quando si liquida per paura, non quando la moltiplicazione tra valore e numero quote da un ritorno negativo. Fateci caso, quando i mercati scendono il pensiero unico diventa quello di salvare il salvabile, come se la fine del mondo stesse per avvicinarsi ad una velocità impressionante. Quei momenti dovrebbero invece essere considerati come la miglior condizione per fare affari, comprando a saldo titoli che poi risaliranno ai livelli precedenti per poi superarli. Insomma quelli sono momenti magici dei quali approfittare.  Quando poi i mercati puntano verso l’alto il rischio percepito invece tende a diminuire e la bramosia di un guadagno maggiore prende il sopravvento sulla paura di perdere, trasformandosi in avidità. Solo così per molti investitori il rischio diventa un fattore accettabile con la loro trasformazione in leoni quando tutto sale e in pecorelle smarrite nel caso opposto. Nessuno è in grado di conoscere in anticipo la propria reazione al verificarsi di un pesante ribasso, soprattutto se è la prima volta che lo vive. Ma solo in questo caso la paura può essere consentita, non nel caso in cui una esperienza di ribasso è stata già vissuta. Qui sta il compito fondamentale del consulente, che deve essere il primo ad intervenire affiancando il cliente per trasmettere l’esperienza e la conoscenza dei processi di investimento necessari per affrontare il momento, stimolando la sua resistenza alla tentazione di vendere. Non ci sono per questo motivo momenti giusti o sbagliati per investire, ma solo tempi da rispettare e rischi da assumere in modo consapevole. Per questo la loro accettazione dovrebbe essere misurata non a cuore rilassato e con il mercato in crescita ma, piuttosto, sotto sforzo, ogni qual volta un cigno nero scuota i listini. E tutto questo proprio per testare la resistenza e la resilienza allo stress di ogni singolo cliente, per preparalo ad eventi futuri, rendendolo pronto ad approfittare di ogni opportunità che si possa presentare lungo il percorso tracciato. Ecco allora evidenziato lo scopo di una pianificazione finanziaria basata principalmente sulle preferenze e sul grado di rischio tollerabile dal cliente. I sacri testi insegnano che il 90% del rendimento di portafoglio dipende dalla sua costruzione strategica, operata secondo rispetto di rigorosi processi di investimento, non dagli interventi tattici, che contribuiscono solo per il 10% del risultato. A questo riguardo il giusto compromesso tra avidità e paura dovrebbe diventare un fattore di stabilità del portafoglio, in modo da non accettare troppo o troppo poco rischio quando si investe. A questo riguardo concludo la mia riflessione con la frase attribuita a Sir John Marks Templeton, famoso investitore e banchiere americano, entrato nel 1954 nel mercato dei fondi comuni di investimento con la creazione del famoso Templeton Growth Fund, che ha registrato una crescita media di oltre il 15% all'anno per ben 38 anni di fila: “il bull market nasce nel pessimismo, cresce nello scetticismo, matura nell’ottimismo e muore nell’euforia”. Il senso di questa frase è che quando nessuno vuole comprare e i prezzi scendono, è invece il momento di investire. E chi ha sperimentato questa verità nel tempo ve ne confermerà l’efficacia.  

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COSA FARE QUANDO I MERCATI OSCILLANO

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 17.02.2022

Innanzitutto la premessa: predire il futuro è impossibile, non ci sono dubbi su questo. Tuttavia non si rinuncia mai a fare previsioni, quasi che l’incertezza dei mercati finanziari possa essere risolta con formule o algoritmi. Non so quante volte ho già parlato di queste cose, tuttavia vale sempre la pena di ripetere che investire è una questione di processi, di metodo e di conoscenza, non di previsioni. Non accettare che i mercati siano per loro natura imprevedibili è partire con il piede sbagliato, poiché senza volatilità non esisterebbero le dinamiche di mercato. Per questo, chi non è disposto a correre il rischio che nel breve il portafoglio possa andare in negativo, deve evitare di investire. Questo non riguarda solo il mercato azionario ma anche quello obbligazionario, specialmente in una fase di mercato come quella che stiamo attraversando, dove la probabilità di un rialzo dei tassi di interesse per raffreddare l’economia è ormai una certezza. L’incognita è piuttosto sul quanto e sul quando. E non rendersene conto può risultare pericoloso. Ci troviamo ormai nella situazione in cui, come avrebbe detto il primo ministro inglese Margaret Thatcher negli anni 80, “THERE IS NO ALTERNATIVE” (non c’è alternativa). I tassi dovranno essere alzati. Per questo sarebbe facile lasciarsi prendere dallo sconforto e decidere di vendere TUTTE le attività finanziarie, lasciandosi sedurre dall’illusorio pensiero di potere rientrare al momento giusto, non appena le condizioni lo rendessero possibile. È vero che la fortuna spesso aiuta gli audaci ma è possibile anche, in termini probabilistici, sulla spinta del folle pensiero proposto da quella categoria di veggenti che io chiamo “i gufi del mercato”, che si possano commettere anche gravi errori. Troppo bassa la probabilità di fare centro senza sbagliare, al punto che il più delle volte, diventa meno faticoso e più profittevole dimenticarsi del denaro investito per un congruo numero di anni. A questo riguardo ho alcuni suggerimenti che mi sento di condividere ancora una volta con gli investitori che vogliono aumentare le probabilità di successo del loro portafoglio:          a. Selezionare e combinare gli strumenti finanziari in funzione degli obiettivi e del tempo necessario per il loro raggiungimento, cercando di essere consapevoli delle scelte effettuate, attuando un rigoroso controllo del rischio che può diventare un acceleratore di performance;          b. Evitare di concentrarsi sul rumore delle notizie, molto spesso evidenziate e ingigantite dai giornali o dalle televisioni. Queste non contribuiscono alla tranquillità dell’investitore che deve rimanere il più possibile indifferente anche in caso di pesanti ribassi, specialmente quando si verificano nei momenti iniziali, inducendo il pensiero di essere forse entrati nel momento sbagliato;          c. Considerare sempre i ribassi di mercato come una straordinaria opportunità per acquistare in saldo qualcosa che si rivenderà nel futuro ad un prezzo più alto. Ormai sappiamo che ce ne sono alcuni che crescono sempre nel tempo e che non possono mancare in un portafoglio efficiente, pur in presenza di una loro alta volatilità;          d. Tenere sempre costantemente sotto controllo il proprio investimento, intervenendo solo in rare eccezioni, evitando di correggere solo per paura. È sempre da considerare poi che al trascorrere del tempo la volatilità non può rimanere costante e deve diminuire proporzionalmente più si avvicina il momento della fine del periodo di investimento;          e. Mai dimenticare gli obiettivi per i quali quel portafoglio è stato costruito, poiché da qui si trarrà la motivazione per riconfermare la scelta iniziale e l’alto valore del sacrificio del non impiegare quel denaro prima del tempo previsto. Ritornare al momento iniziale delle scelte serve ad incrementare la voglia di ottenere rendimenti, allontanando i pericolosi pensieri di rinuncia sopravvenuti a causa della paura di perdere. Infine è da ricordare che più è ambizioso l’obiettivo di rendimento atteso più l’investitore dovrà rimanere paziente e fiducioso, cercando il più possibile di non lasciarsi catturare dalla paura generata dalla volatilità. Investire è una di quelle attività umane dove la certezza di rendimento non si sposa con alte performance. E quel tempo è ormai finito. Ecco perché è fondamentale affidarsi a processi di investimento affidabili, basati sulla conoscenza e sul metodo. Dire che il mercato americano ha sempre dato nel tempo risultati ampiamente positivi non significa che nel futuro ne darà altrettanti, ma suggerisce piuttosto che sarebbe un controsenso investire in altri che non abbiano mai dimostrato la stessa resilienza.  

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UN BREVE SGUARDO ALLA TASSAZIONE DELLE RENDITE FINANZIARIE

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  • Consulenza patrimoniale
Scritto il 08.02.2022

Uno degli argomenti sul quale si discute spesso con i clienti in periodo di crisi dei mercati riguarda la tassazione degli strumenti finanziari, in particolare la possibilità di una compensazione tra guadagni e perdite. Il mio scopo oggi è quello di cercare di fare un poco di chiarezza semplificando il più possibile l’argomento. Possiamo dividere la tassazione in due macro aree: le imposte di bollo e sulle plusvalenze maturate. La prima si paga nella misura fissa dello 0,20% in proporzione alla quantità di strumenti finanziari detenuti sul conto titoli, indipendentemente se abbiano o meno prodotto utilità. Proprio per questo può essere considerata a ragione una piccola patrimoniale, proprio perché incide sul patrimonio, indipendentemente dal suo andamento. È stata introdotta dal Decreto Legge n. 16/2012 che ne ha inizialmente previsto l’applicazione nella misura dello 0,10%. Successivamente la Legge di Stabilità 2014 ne ha aumentato l’importo a 0,20%, eliminando l’importo minimo che era stato fissato a 34,20 euro. L’imposta di bollo ammonta a 34,20€ l’anno per conti correnti e libretti di risparmio postali o bancari, se la giacenza media supera i 5.000€. Se la giacenza media è inferiore ai 5.000€, allora l’imposta di bollo non è dovuta. Viene applicata anche ai conti deposito. La seconda invece si applica quando il nostro investimento ci fa guadagnare, e proprio qui cominciano le complicazioni. Il legislatore ha previsto che nel caso in cui venga generato reddito da un capitale ci troviamo davanti a due diverse definizioni: redditi da capitale e redditi diversi. Una prima semplificazione ci impone di definire i redditi da capitale come certi nell’ammontare e nell’esistenza: in questa tipologia possiamo inserire quindi le cedole pagate da obbligazioni e i dividendi azionari. I redditi diversi sono invece incerti sia nell’ammontare che nell’esistenza: tra questi possiamo annoverare sia le plusvalenze che le minusvalenze che derivano dalla compravendita dei titoli. In questo caso quando si realizza la vendita non possiamo definire con certezza se ci sarà un guadagno (plusvalenza) o una perdita (minusvalenza). Questa distinta definizione dei redditi genera l’impossibilità della compensazione tra redditi da capitale e redditi diverse. Tuttavia la normativa prevede un bonus fiscale che permette la compensazione tra minusvalenze pregresse e plusvalenze successive derivanti da redditi diversi, entro il 4 anno successivo alla loro generazione. Importante dire che le perdite sono sempre da considerare come redditi diversi, mentre per i guadagni le cose si complicano, perché ci troviamo davanti alla generazione di redditi diversi o redditi da capitale a seconda dello strumento finanziario usato. Nella tabella che segue una semplificazione ci aiuta a capirne le differenze: Questa differenziazione genera su Fondi ed Etf una situazione paradossale per cui le plusvalenze ottenute dalla loro compravendita sono considerate come redditi da capitale, anche se non sono a priori certi nell’ammontare e nell’esistenza. Per questo non è possibile la compensazione con minusvalenze pregresse, che appartengono invece alla categoria dei redditi diversi.   I guadagni generati dagli investimenti finanziari (cd. capital gain) sono in gran parte assoggettati a una tassazione del 26%. I redditi da capitale sono sottoposti ad una tassazione del 26%, tranne i proventi derivanti da titoli di Stato, risparmio postale, titoli di Stato esteri presenti nella White list (es. Bund, Btp), titoli sovranazionali (esempio obbligazioni della World Bank, della BCE), che sono invece tassati al 12,5%. I redditi diversi sono plusvalenze e sono sottoposti anch’essi ad un’aliquota del 26%, ad esclusione della compravendita di titoli di Stato, titoli di Stato presenti nella White list, i titoli sovranazionali, anche in questo caso tassati al 12,5%. Sono invece esenti i PIR, se mantenuti per un periodo di almeno cinque anni e le polizze vita ramo I a Gestione Separata. I fondi pensione sono invece tassati al 20%. Per concludere, nel tentativo di semplificare la materia, ho riportato nella tabella che segue la possibilità di compensazione tra plus e minusvalenze dei più comuni strumenti finanziari.

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LE CORREZIONI DEI MERCATI SONO NORMALI

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 01.02.2022

Voglio cominciare la mia esternazione settimanale citando Leopoldo Gasbarro, noto giornalista finanziario che tutti i miei lettori conoscono bene perché l’ho spesso usato nel mio sforzo didattico settimanale. Quella che più mi ha colpito è questo stralcio di un articolo:   “Guardo i segni meno nella contabilità dei miei risparmi e disinvesto per paura che <<tutto vada sempre peggio>>. E allora cosa posso fare? Non devo farmi distrarre. Mentre il rumore forte della negatività pervade ogni cosa, in realtà tutti noi lavoriamo, studiamo, inventiamo, progrediamo. Il mondo, le economie, le aziende crescono. Ogni crisi è un momento di riequilibrio. Una sosta prima di ripartire- La storia ce lo insegna. Ed è facile comprendere come queste, per chi ha risorse e tempo, per chi diversifica, sono splendide occasioni per comprare a prezzi scontati e migliorare i risultati dei propri investimenti. Ricordiamo sempre che se c’è chi vende (chi ha paura) ci deve essere per forza qualcuno che compra (razionale) e che come dice Warren Buffet, <<I mercati sono lo strumento ideale per trasferire denaro e ricchezza da chi non ha pazienza a chi ne ha>>”. Questa appena sopra riportata è l’esatta descrizione di quanto sta avvenendo in questi giorni sui mercati finanziari: in quel periodo (Il Giornale, 18 dicembre 2018), contraddistinto da violenti ribassi di mercato, non dissimili dagli attuali, Gasbarro aveva scritto quelle parole. Ecco che allora sorge spontanea la domanda se la storia dei mercati finanziari possa insegnare qualcosa all’investitore per evitare gli errori del presente. A conferma di ciò prendo a prestito un altro scritto di Gasbarro, pubblicato in un momento più vicino a noi: “Chi avesse liquidità, tempo, e un corretto riferimento consulenziale nella scelta dei prodotti da utilizzare, dovrebbe guardare a questi giorni come quelli giusti per accantonare e investire. Poi, come direbbe Warren Buffet, occorre pazienza, perché i mercati azionari, costruiscono o distruggono ricchezza in funzione della quantità di pazienza a disposizione. Vince chi ne ha di più”. Dite la verità, siete curiosi di sapere quando questo è stato scritto? La data ufficiale è il 1 giugno 2020, appena terminato il periodo di lockdown, durato dal 9 marzo al 18 maggio 2020, quando cioè il vaccino era solo una speranza e non una certezza, quando i gufi di mercato sfogavano la loro passione sul vaticinare tempeste finanziarie senza soluzione di continuità. Chi si sarebbe mai aspettato la reazione tempestiva e positiva dei mercati finanziari dopo il drawdown? I rialzi hanno però confermato quello che la storia ci racconta ormai da due secoli: la salita del mercato azionario Usa è inarrestabile. E anche questa volta chi pensava il contrario è stato smentito. Di questo ci fornisce una valida conferma il sito finasko.com che ci suggerisce dati alla mano, che l'indice S&P 500 ha generato nella storia degli ultimi 93 anni (1928-2021), rendimenti medi annuali di circa il 10%-11%. Lo so, i detrattori potrebbero dire che lo Standard & Poor 500 è stato tecnicamente creato nel 1957, ma i ricercatori hanno dati sufficienti per risalire addirittura alla fine degli anni '20 per confermare quel dato. Dallo stesso sito ricaviamo pertanto il grafico che segue:   Quello che evidenzio in particolare è l’inclinazione della retta che rappresenta quel mercato e che punta inesorabilmente sempre verso l’alto, nonostante i ripetuti momenti di (temporaneo) ribasso. Un esercizio utile è poi quello di trasformare questo grafico in una tabella da cui poter trarre utili indicazioni.  Per questo propongo di usare il sitoawealthofcommonsense.com, dove i numeri arrivano a dimostrare come alcune caratteristiche si ripetono. Tra queste segnalo ad esempio che i rialzi sono sempre presenti ogni 3 anni su 4 in media, e che nella maggior parte dei casi quel mercato ha chiuso l’anno in guadagno. La statistica ci aiuta poi ad evidenziare come il mercato Usa veda drawdown a due cifre in due terzi degli anni analizzati ma, in presenza di una correzione intorno al 10% o superiore, 3 anni su 5 hanno poi chiuso con un rendimento positivo, mentre 2 anni su 5 hanno visto comunque una correzione a due cifre, ma con la chiusura dell’anno con guadagni a due cifre. Esempio di ciò è appunto la crisi del 2020 dovuta al Coronavirus: al crollo del 34% avvenuto nel periodo febbraio - marzo, è poi seguito un forte rialzo, con la chiusura dell’anno in guadagno del 18%. Ciò conferma quanto dicevamo sui corsi e ricorsi della storia dei mercati finanziari: lo stesso è accaduto nel 2009 dove, nonostante la perdita del 28%, l’anno si è chiuso con un fantastico rialzo del 26%.   Sarà così anche questa volta? Nessuno può saperlo, ma perché perdersi in pensieri negativi quando la storia ci insegna che i migliori risultati sono generati nei momenti che sembrano i peggiori? E non c’è motivo di credere che questa volta sarà diverso, nonostante l’inflazione, il rialzo dei tassi e le tensioni geopolitiche che stiamo attraversando.    

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C’È ANCORA VALORE SULL’HIGH YIELD

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  • Obbligazioni - investimenti obbligaz
Scritto il 24.01.2022

I rendimenti dei Bund tedeschi, benchmark europeo per la valutazione degli andamenti del reddito fisso, stanno tentando di tornare in zona positiva, avendo superato la soglia zero il 19 gennaio scorso per poi ritornare lievemente sotto lo zero. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che, con l’inflazione tendenziale intorno al 5,7%, i rendimenti reali tedeschi restano comunque ampiamente negativi. La stessa cosa possiamo dire che per i rendimenti Usa, laddove i Treasury hanno visto un rialzo sino all’1,8%, ma con una inflazione vicina al 7%, la più alta degli ultimi 40 anni, restano ancora distanti da un rendimento reale positivo. L’Italia vede una situazione simile con i Btp decennali, che vantano un onorevole rendimento intorno all’1,65% ma con una inflazione intorno al 4% annuo offrono anch’essi rendimenti negativi. A livello globale i titoli sotto quota zero stanno diminuendo anche se ne restano sul mercato ancora la fantastica quantità di 9 mila miliardi di dollari. Questa condizione determinerà un progressivo aumento dei tassi dei titoli di nuova emissione, con l’inevitabile contrazione del corso di tutti quelli già emessi. Di questo non si può non tenere conto nel momento della scelta di nuovi investimenti. Infatti questa crescita dell’inflazione globale, inaspettata solo per quanto attiene il grado di incremento, sta rendendo difficile il lavoro delle banche centrali, attente oggi ad evitare politiche deflattive troppo violente per non innescare pericolosi shock sui mercati. In attesa che le forze deflazionistiche secolari (invecchiamento, globalizzazione e disruption tecnologica) ritornino a svolgere la loro funzione naturale, le politiche monetarie delle banche centrali dovranno necessariamente ridurre gradualmente gli stimoli e alzare i tassi di interesse, proprio per raffreddare l’economia. Questi sono i motivi per i quali il 2022 sarà contraddistinto dall’imprevedibilità dei mercati che saranno contraddistinti da una diffusa volatilità. La domanda che gli attenti investitori in obbligazioni dovrebbero rivolgere al mercato riguarda se c’è ancora valore in quel mercato. E la risposta non può essere che  semplice e complessa al tempo stesso. Semplice perché il valore oggi è concentrato prevalentemente sui bond high yield; è complessa perché bisognerà aumentare non solo il rischio ma in particolare l’attenzione nella selezione dei titoli, facendo attenzione  a ben diversificare, mettendo gli opportuni paletti su aree geografiche, settori, durate e corsi attuali dei titoli. Per la risposta ho scelto cercato di puntualizzare il tutto in poche righe usando grafici diffusi da T. R. Price (società americana indipendente di gestione degli investimenti) che  aiutano a comprendere meglio il mercato obbligazionario di cui stiamo parlando:   A.  gli spread elevati tra Investment grade e high yield (grafico 1) hanno determinato un aumento delle preferenze degli investitori per rendimenti obbligazionari più elevati, anche se con un rischio maggiore. La politica accomodante a sostegno dell’economia delle banche centrali ha determinato anche un aumento di queste emissioni (grafico 2); B.   una riduzione del numero dei default HY ha favorito la scelta di questi titoli (grafico 3) e li fa preferire ad altri, anche a seguito di una concentrazione sulla categoria BB, con un rischio di fatto attualmente più contenuto, ma con il premio di un buon rendimento (grafico 4); C.  c’è una sostanziale equiparazione della volatilità sul mercato HI Usa ed Europa, con rendimento e rischio più elevato su titoli dei PE, Asia in particolare a causa degli effetti del caso Evergrande (grafico 5);   D.  possibilità di predisporre una diversa attenzione settoriale nelle scelte dei titoli nei portafogli, riscontrabile specialmente in funzione dell’area territoriale di interesse (grafico 6). Per concludere la nostra breve riflessione sul settore HY, ricordo che la diversificazione deve sempre essere considerato come un fattore determinante per la riduzione del rischio di portafoglio, specialmente nell’attuale difficile fase di mercato, dove qualità dei titoli, duration, settore e area geografica faranno la differenza. Questo soprattutto quando si va alla ricerca di valore, quella caratteristica che sembra mancare in molti portafogli di investitori rassegnati e che si sentono vincolati ai rendimenti vicino allo zero, prede inconsapevoli di una inflazione in salita.

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LE RAGIONI DI UN PERCORSO CHE CONTINUA

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 17.01.2022

Dopo una così lunga pausa natalizia è sempre difficile riprendere il cammino di quel percorso che è cominciato qui su MoneyController nel gennaio 2015. Il rischio è che quel foglio bianco, da riempire settimanalmente con suggerimenti e notizie, resti inevitabilmente intonso per la paura di risultare ridondante e ripetitivo, per avere già detto tutto quello che si poteva dire suscitando cosi un senso di noia. Tuttavia ogni volta che il mercato entra in sofferenza, quello che sembrava scontato e ovvio nei momenti di rialzo, diventa improvvisamente qualcosa che si dimentica in fretta. Mi riferisco in particolare a quel terribile e mai dimenticato impulso di vendere che colpisce il cliente quando i mercati scendono, mentre chi mi legge e segue da tempo dovrebbe recitare a memoria l’’incipit che “i veri e duraturi guadagni si realizzano e si potenziano proprio quando si sfruttano i ribassi come occasione d’acquisto”, cosa che troppo spesso viene dimenticata. Questo è il motivo per cui è bastata la chiamata inaspettata di un cliente durante l’Epifania, mentre festeggiavo in famiglia, per darmi lo spunto per evitare di lasciare bianco quel foglio, di cui appena sopra avevo parlato. Ecco perché non smetterò mai, in ogni occasione che mi sarà concessa, di parlare di tempo e di pazienza, di rischio e di diversificazione, di mediazione al ribasso, cercando il più possibile di suggerire visioni tese al controllo dell’emotività, anche e soprattutto nei giorni di festa! Con il post settimanale pubblicato su MoneyController, l’idea da cui ero partito era quella di essere quanto più possibile di supporto al cliente, non solo mediante la costruzione e l’assistenza periodica dei portafogli strategici, costruiti sulla base di esigenze e preferenze evocate o manifestate, ma anche e soprattutto con una informazione e formazione continua, attraverso conferme settimanali che rafforzassero per ciascuno dei lettori le scelte fatte nel tempo, per diventare solido appiglio in tutti quei momenti in cui un mercato avesse cominciato a dare segni di instabilità o di ribasso. A questo riguardo l’esempio più importante da citare è la serie di post monotematici speciali e settimanali, usciti durante le fasi iniziali della pandemia.  Continuare questa esperienza sarà per me il tentativo di cercare sempre di parlare lo stesso linguaggio del cliente, con l’intenzione di usare la comunicazione come veicolo per condividere non solo informazioni ma anche idee, progetti e visioni, perché quel viaggio chiamato investimento diventi obiettivo comune tra il cliente e chi scrive. Il consulente nella mia “presuntuosa” visione deve diventare non solo la guida dell’investitore, ma anche il suo allenatore personale per il mondo degli investimenti, dimostrando continuativamente non solo la propria competenza e professionalità ma anche qualcosa di più. Deve cioè essere soprattutto il responsabile della sua formazione tecnica, emotiva e comportamentale, fornendogli tutti quegli strumenti anche psicologici, necessari per affrontare anche le tempeste più impetuose che i mercati non smetteranno mai di presentare con le loro specifiche dinamiche evolutive.   

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LA STORIA SI RIPETE

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di i
Scritto il 29.11.2021

In un mio post del 9 marzo 2020 scrivevo: “Non voglio sembrare ripetitivo, ma pur ammettendo che ogni crisi è diversa dalle altre posso affermare, senza tema di smentita, che tutte hanno degli aspetti comuni che non sono mai diversi e che ripercorrono sempre le stesse dinamiche: i mercati risaliranno e quando lo faranno non solo recupereranno i livelli raggiunti ma li supereranno”. Pensate che dopo quanto accaduto venerdì scorso, dove i mercati hanno perso diversi punti, io possa passare da una situazione di ottimismo ad una di profondo sconforto? Non sarà la quarta ondata pandemica o la nuova variante del virus, il pensiero sul momento in cui comincerà il tapering e il rialzo dei tassi della Bce oppure la paura per un risveglio troppo violento dell’inflazione, a farmi cambiare idea sul fatto che i mercati salgono sempre. Mi scuso ma non sono soggetto allo sconforto, nemmeno in momenti di profonda crisi dei mercati. Semmai mi preoccupo, ma ho sufficiente esperienza per non perdere la calma e la ragione, sapendo che i migliori affari si fanno soprattutto quando la paura si diffonde sui mercati. Non è difficile ricordare l’emozione di tutti noi nei mesi di marzo e aprile dell’anno scorso. Sembrava fossimo tutti in attesa di infiniti crolli del mercato finanziario a cui nessun avrebbe potuto opporsi, imprigionati come eravamo da un panic selling diffuso, indotto da qualcosa di cui stavamo lentamente ma inesorabilmente prendendo coscienza. Alla luce di quanto abbiamo poi vissuto, mai avremmo potuto immaginare che da quella disperata situazione, ne derivasse una simile curva di crescita dei mercati. Proviamo ora a guardare il grafico di pagina 4 del Sole 24 Ore di sabato scorso, sforzandoci di riportare la nostra memoria a quel periodo, ma alla luce di quanto avvenuto venerdì 26 novembre. A questo punto proviamo a rispondere alla domanda seguente: “cosa provavo io in quei giorni, in cui tutto sembrava andare contro la logica di una crescita imminente?”.     Non dimentichiamolo mai, quelli sono stati i tempi del lockdown totale, dove il pessimismo era addirittura più diffuso del contagio stesso. L’umanità era alla disperata ricerca di una soluzione per uscire dalla crisi indotta dal virus, senza certezze di avere a tempi brevi un vaccino in grado di frenare il contagio o farmaci per cure più efficaci. Il numero delle vittime poi non può non averci segnato nel corpo e nello spirito. Perché negare che il momento fosse molto grave. C’erano flebili speranze e pochissime certezze di uscire indenni da quella situazione. Tuttavia le cose sono andate diversamente. Chi avrebbe mai scommesso su di una ripresa così rapida? Il grafico ci rappresenta questa verità. L’indice MSCI Word ha continuato a salire, pur in presenza di violente correzioni ed improvvise impennate. Grande merito di ciò è attribuibile ai governi di tutto il mondo che hanno adottato politiche di intervento per combattere la crisi, aiutati certamente dal supporto delle Banche Centrali, che hanno usato ogni tipo di strumento e strategia per supportare economia e mercati. L’uomo per natura tende ad adattarsi alle difficoltà, essendo dotato dell’intelligenza necessaria per trovare soluzioni vincenti per superare le crisi più dure. Nessuna delle profezie dei gufi dei mercati si è realizzata e non abbiamo affatto assistito ad una decrescita economica. Costoro in queste ore stanno cantando le stesse litanie proposte l’anno scorso. Proprio per questo non voglio perdermi in troppe parole poiché, chi mi legge da tempo, sa che per me la pazienza e la resilienza sono doti necessarie per chi investe, non certo la preveggenza di crisi che comunque saranno sempre superate. Mi ribello all’idea che vendere sui ribassi sia la cosa migliore per il portafoglio dell’investitore: quando tutti vendono è il momento di comprare a sconto. Il tempo è comunque sempre il miglior parametro da considerare quando si investe. Pertanto, io non so cosa succederà nelle prossime settimane, ma sono certo che nel tempo i mercati risaliranno e quando lo faranno non solo recupereranno i livelli raggiunti, ma li supereranno abbondantemente.  

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LA FORZA DELL’INFLAZIONE

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di i
Scritto il 19.11.2021

Nonostante tutti ne parlino, c’è ancora chi non crede nella forza dell’inflazione. Per catturare l’attenzione dei più scettici è sufficiente porre una domanda: ci siamo accorti che fare il pieno di carburante oggi costa molto di più rispetto a qualche mese fa? Qualcuno tra i miei lettori ha provato a calcolare l’aumento dall’inizio della pandemia ad oggi? Io ci ho provato usando i dati riportati sul sito del Ministero della Transizione Ecologica, da cui si può facilmente evincere quanto sia stata violenta l’impennata dell’inflazione sui prezzi dei carburanti. Nell’ultimo trimestre dell’anno la benzina ha toccato mediamente alla pompa l’importo di 1,751 euro/litro mentre il gasolio è arrivato a 1,616 euro/litro. causa del fatto che in Italia oltre l’80% della merce viene trasportata su gomma. Il ritorno al livello del consumo di carburante pre pandemia ha comunque contribuito al suo naturale rincaro. Se a questi aumenti sommiamo quelli di gas ed elettricità, con un rispettivo + 29% e + 15% calmierati da un intervento governativo volto alla riduzione degli oneri e dell’iva, possiamo capire meglio il tenore di quanto avevamo riportato tempo fa, relativamente al danno potenziale al portafoglio, causato da un accumulo troppo elevato di liquidità sui conti correnti, con la conseguente perdita del potere d’acquisto. L’Europa è la dimostrazione di questa nuova spinta inflattiva, con una crescita che mediamente si assesta intorno al 3%, con punte oltre il 4% della  potente Germania, con livelli mai toccati negli ultimi 30 anni.   Certamente, senza addentrarci in pericolosi discorsi e limitando la nostra analisi a quanto riportato nel grafico sopra, possiamo affermare che buona parte di questo aumento è dovuto prioritariamente al costo dell’energia + 23,5%, seguito da quello dei servizi (+2,1%), dei beni industriali (+2%) e alimentari, ad alcol e tabacco (+2%). La scarsità di alcune materie prime è un altro fattore incrementale dell’inflazione. Per questo basterebbe citare il caso di ferro e acciaio, aumentati del 150% rispetto ad un anno fa, l’alluminio invece ha registrato un incremento del 39%, toccando il prezzo più alto degli ultimi 10 anni. Anche il settore alimentare sta subendo la stessa sorte con rincari importanti per grano, cereali, zucchero e oli di semi. Persino carta e imballaggi hanno registrato un + 60%. L’assenza di microchip sta inoltre impattando sulla crescita del settore automobilistico; in Italia, ad esempio, scarseggiano i materiali da costruzione, la cui richiesta è aumentata grazie al Superbonus 110%, causando la sospensione dell’attività di molti cantieri. Una parola è poi necessaria sugli ormai inevitabili interventi delle banche centrali, volti ad un raffreddamento dell’economia per contenere l’inflazione.  Per quanto attiene al tapering siamo già in una fase avanzata, mentre per il rialzo dei tassi dovremo attendere ancora qualche mese. Per questo l’Europa rimane apparentemente a guardare mentre la Fed è già pronta ad agire con i primi aumenti previsti nel primo semestre del prossimo anno, ma che pare il mercato abbia già scontato. A questo punto termino il mio pensiero con una domanda rivolta a tutti i possessori di (troppa) liquidità sui conti: davanti a questi rincari, non credete sia arrivato il momento di scegliere la via di una seria pianificazione finanziaria, che consenta nel tempo di ottenere risultati almeno in grado di tenere a bada la risalita dell’inflazione? Davanti a questa situazione l’alternativa è semplice: investire prestando la giusta attenzione al rischio accettabile oppure perdere in potere d’acquisto. A voi la scelta!

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RIFLESSIONI SULL’INVESTIMENTO SICURO E GARANTITO

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  • Investimenti
Scritto il 09.11.2021

“Mi raccomando, mi interessano solo investimenti sicuri dove sia esclusa la possibilità di perdere in conto capitale. Piuttosto che correre questo rischio preferisco tenere il denaro sul conto corrente...”. Questa è la premessa con la quale mi ha salutato un potenziale cliente incontrato un paio di settimane fa. La citazione mi è utile per spiegare che spesso parlare di investimenti sicuri, può portare a fraintendimenti nel rapporto tra consulente e cliente. Quando parlano di sicurezza alcuni investitori intendono la certezza di ottenere rendimenti qualunque siano le condizioni di mercato, mentre per altri significa non accettare di vedere scendere il capitale investito. In entrambi i casi comunque, oggi ci troviamo davanti alla impossibilità di soddisfare questa richiesta. Il fatto stesso di tenere denaro liquido sul conto corrente non produce una semplice mancanza di rendimento ma una perdita inflattiva quantificabile intorno al 3%. Il risultato degli andamenti degli investimenti obbligazionari degli ultimi anni, dovrebbero essere sufficienti per convincere anche gli investitori più scettici e legati all’esperienza del passato, che i tempi del rischio zero sono definitivamente tramontati. La realtà dei mercati è sempre stata più complessa di quanto potesse apparire e, oggi più di ieri, i rendimenti sono irraggiungibili se non ci si espone al rischio di mercato. Non accettare la prospettiva che il capitale investito possa scendere sotto il livello di partenza, porta molti investitori a ricercare prodotti di investimento troppo prudenti. Questo si traduce invece nella certezza di una perdita in conto capitale. Avere un atteggiamento eccessivamente prudente porta a subire l’inflazione. La famosa frase “... allora tengo il mio capitale sul conto così almeno non perdo”, è da considerarsi ormai fuori moda e oltremodo impossibile da certificare, proprio a causa di quel rischio poco considerato che è l’inflazione.   A meno che non ci si nasconda dietro il valore nominale del capitale investito, che mantiene solo fittiziamente la quantità numerica ma non quella reale, mi sento di provocare gli investitori più timorosi con una domanda:   “quale è la differenza tra decidere scientemente di perdere in termini reali una quota del proprio capitale, rispetto al comportamento di chi, per ottenere un risultato positivo, si espone al rischio di mercato?”. La differenza sta proprio nel comportamento di chi persegue comunque un obiettivo, sapendo che potrebbe perdere denaro e chi invece ha rinunciato al guadagno, accettando di perdere inconsciamente senza combattere! Naturalmente qui stiamo parlando di un atteggiamento puramente speculativo, non legato cioè all’uso del tempo per la gestione del capitale. Ma se solo si gestissero i propri obiettivi finanziari in funzione del tempo, sarebbe addirittura possibile ricercare rendimenti che possano non solo combattere la svalutazione inflattiva, ma anche perseguire il raggiungimento di interessanti guadagni sul capitale investito, naturalmente tutto in funzione del proprio grado di sopportazione di quel rischio chiamato volatilità.   Va da sé che se ho la necessità di impiegare quel denaro nel breve, quella perdita inflattiva sarà accettabile e messa in preventivo, proprio perché non ci sono alternative. Ma solo in questo caso conviene tenere il denaro liquido sul conto. Ma se il tempo a disposizione è maggiore, vale la pena di impegnarsi nella ricerca di protezione del capitale dall’inflazione, attraverso la ricerca di un maggiore rendimento. E non esiste miglior socio del tempo per ridurre il rischio! Per chi invece non volesse togliersi il mantello dell’investitore timoroso scegliendo comunque prodotti a cosiddetto rischio zero, adottando cioè un atteggiamento troppo prudente o conservativo, vedrà con certezza ridursi le opportunità di rendimento addirittura perdendo in conto capitale.   A tutti questi investitori suggerisco invece di leggere la parola rischio in un modo nuovo, non come possibilità di perdere, ma piuttosto come opportunità di guadagno. In tutti questi casi è necessario che l’investitore timoroso prenda sempre più consapevolezza che sono proprio quelle oscillazioni che tanto fanno paura, che generano le migliori opportunità di guadagno.

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