Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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SU QUALI MERCATI PUNTARE OGGI

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 24.03.2021

In settimana ho ricevuto una mail di un lettore che con molta cortesia, mi invitava a parlare con maggiore enfasi di mercati e di prodotti, in modo da “avere delle indicazioni più precise sulle scelte da effettuare, non solo delle indicazioni generiche sugli errori da evitare o su come diversificare teoricamente un portafoglio. Questo per dare modo a tutti di rendere più fruibili i suoi consigli, un poco troppo teorici”.   Per fare ammenda di questa mia mancanza volevo brevemente ribadire che il mio approccio è quello di parlare di farmaci solo in presenza di una patologia reale, poiché altrimenti si correrebbe il rischio di dare consigli su di un farmaco citato senza una specifica diagnosi. Nella mia esperienza troppe volte ho visto purtroppo inseriti in portafoglio prodotti che nulla avevano a che fare con le reali esigenze, acquistati solo perché qualcuno ne aveva parlato o li aveva consigliati. La colpa di ciò è certamente di chi li consiglia senza un'approfondita analisi delle esigenze, ma non dimentichiamo però che anche l’investitore stesso non può per questo non assumere le proprie responsabilità. Provate per un istante a leggere il bugiardino di una semplice aspirina e poi ditemi l'effetto che vi fa. Spaventati, chiamereste il medico oppure accettereste di assumerla lo stesso senza preoccuparvi degli effetti collaterali? Possibile che non si usi la stessa metodica quando si legge il KIID di un prodotto finanziario, sul quale il rischio, il costo e la durata consigliata dell'investimento sono chiaramente indicati? Eppure troppo spesso è quello che accade, quando al “bugiardino finanziario”, non viene nemmeno posta attenzione.   Tornando alla richiesta iniziale cercherò di indicare qualcosa di più specifico, tenendo però conto che stiamo parlando di un portafoglio che non ha definito informazioni sul grado di rischio accettabile, sul tempo a disposizione e, cosa non secondaria, sulle preferenze dell'ipotetico cliente. Per quanto attiene il mercato azionario privilegerò quello Usa e Cina, che mai dovrebbero mancare in un portafoglio, proprio perché rappresentano le più grandi economie planetarie, attuali e future. Per quanto attiene l’Europa ne userei invece con un leggero sottopeso, per lo meno sino a quando non saranno vaccinati un numero maggiore di cittadini, sufficienti quindi ad innescare una netta ripresa. Tra i paesi emergenti privilegerei di gran lunga l'area asiatica piuttosto di altre zone. Sui settoriali invece il ventaglio delle scommesse è ampiamente aperto quindi mi limiterò ad indicare i miei preferiti: la robotica, la digitalizzazione e la sicurezza informatica, i settori relativi alla demografia, particolarmente farmacologia, bioingegneria e il benessere dell'uomo in generale. Di nuovo indicherò quali settori interessanti quelli relativi alle nuove tecnologie e quelli delle energie rinnovabili, volti allo sviluppo di un'economia circolare. Non tralascerei poi le infrastrutture in generale, da cui dipenderà in gran parte l'accelerazione verso il 5g, oltre a tutto ciò che è legato al turismo che certamente sarà settore in grande ripresa appena la diffusione del virus terminerà. Naturalmente tutto quanto riportato appena sopra dovrà mirare a scelte ad elevato tasso Esg, volte al contenimento del rischio e all'aumento della performance nel tempo.   Più difficile entrare nell’ambito obbligazionario che nasconde pericoli non più evitabili, pur in presenza di rendimenti prossimi allo zero o addirittura negativi. Puntare sui governativi oggi comporta il rischio di non contenere l’inflazione e una sua ripresa, potrebbe costituire invece una vera e propria sconfitta per il capitale investito, soprattutto per duration superiori ai 36 mesi. Nei corporate bond il valore è molto contenuto, con un rischio troppo elevato per le duration lunghe, le prime ad essere impattate da un eventuale rialzo dei tassi a livello globale. Se siamo alla ricerca di valore possiamo certamente parlare delle obbligazioni High Yield globali oppure dei paesi emergenti, con particolare attenzione sempre per i mercati asiatici, Cina in particolare. Anche per le obbligazioni non deve mancare l'attenzione ai fattori Esg che diventano trainanti sia per questioni di rendimento che di volatilità.   Per quanto attiene la gestione della liquidità si possono trovare ottimi prodotti che, a bassa volatilità, consentono di avere rendimenti con segno positivo. Avendo tempo ci si potrebbe orientare anche obbligazioni a scadenza non superiore ai 18-24 mesi, con una volatilità lievemente superiore alla liquidità, in modo da raggiungere rendimenti vicini a quelli del conto deposito, magari con meno vincoli in caso di liquidazione.

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TEMPO E NON TEMPISMO SUL MERCATO

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di
Scritto il 15.03.2021

Il successo dei portafogli d'investimento di lungo termine dipende da alcuni fattori base quali una buona diversificazione, un rigido controllo del rischio e, soprattutto, il fermo proposito di non lasciarsi mai distogliere da distrazioni di breve termine. Il rumore dei mercati nel breve è infatti in contrasto con il suono armonico che esprimono nel lungo periodo. Proprio per questo provate ad immaginare il comportamento di un investitore che, preoccupato dalla situazione del febbraio 2020, ha messo in liquidità tutto il suo portafoglio, naturalmente distruggendo tutto il piano costruito magari con estrema razionalità, per affrontare anche le peggiori turbolenze del mercato. Pensate davvero che sui minimi di mercato questo investitore sia rientrato, comprando sui minimi? Certamente non lo ha fatto a giugno e nei mesi successivi, nemmeno quando tutti gli indicatori davano ormai per scontata la veloce risalita dei mercati obbligazionari e azionari. In quella fase ha infatti smesso di credere nei suoi obiettivi quando ha liquidato, condizionato dalle sue convinzioni di avere salvato il portafoglio da un imminente disastro. La sua idea di follia era rimanere in quel mercato! Fateci caso ma questo investitore vuole sempre avere ragione, specialmente quando le cose vanno male, ed entra con forza nell'elenco dei pessimisti che vogliono battere il mercato con una ritirata. In questi casi si innesca in lui un meccanismo mentale che lo porta a ritenere che il mercato non si riprenderà mai più, ovvero sino a quando LUI deciderà di rientrare. Importante però è avere conservato il valore del portafoglio, meno di occuparsi di un eventuale successivo rientro. Questo comportamento, che sembra razionale ma che invece è frutto dell'emozione, gli ha fatto perdere la migliore ripresa di mercato di tutti i tempi, in termini sia di performance e che di velocità di risalita. Eppure lui è convinto che abbia fatto la cosa migliore per sé e per il suo denaro, che sia riuscito a battere tutti con quel suo comportamento da genio del market timing. Ma attenzione, non ammetterà mai di avere commesso un errore fatale: cercherà di convincerti che non c'era altra soluzione se non quella di uscire al momento giusto! Non mi stancherò mai di dire che quando si sceglie un orizzonte temporale (e nella composizione di un portafoglio di asset temporali possono essercene anche diversi), questo va sempre rispettato, qualsiasi siano le condizioni avverse che si manifestano nel durante. Va cambiata strategia solo se si manifestano necessità di modifiche endogene di portafoglio dovute a variazione di obiettivi e di tempi relativi all’investitore e alle sue condizioni personali, oggettive o soggettive che siano. Per rispettare il proprio portafoglio va utilizzata sempre anche un’ampia diversificazione, sia di tempo che di asset, in modo che il rischio venga contenuto laddove serve farlo. Sappiamo infatti che la diversificazione non serve per aumentare il rendimento ma per ridurre il rischio. Conosciamo poi l'andamento tipico dei mercati azionari, che salgono sempre anche se con diverse dinamiche di tempo: per questo il paradosso è che quando i rendimenti sono alti, bisognerebbe ridurre il rischio vendendo, anziché aumentarlo. Lo so che è anti intuitivo ma quando si guadagna più della media bisognerebbe avere la forza di consolidare i rendimenti e fare l'opposto in occasione di crolli. Ma questa si chiama variazione tattica, non già strategica, che comporta un azzeramento della pianificazione dell'investimento. C’è poi sempre l'annoso eco dei media che diffondono vaticini o notizie che creano apprensione, soprattutto rendendo l’investitore facile preda delle emozioni. Bisognerebbe quindi non lasciarsi mai influenzare dai rumori di fondo, guardando al domani con maggiore ottimismo, visto che i mercati azionari si riprendono sempre e quelli azionari tornano in equilibrio, sempre se non si è scelta una duration troppo lunga. Uno dei segreti è anche quello di spegnere le informazioni e dedicarsi alla lettura di un buon libro oppure alla visione di un film. Questo aiuta l'investitore più del controllo ferreo sugli andamenti giornalieri di un investimento di 10 anni di durata! Un altro tra gli errori più evidenti nella gestione di portafoglio, è quello relativo alla tendenza a modificare la propria propensione al rischio. Quando tutto sale alcuni investitori vestono i panni di abili speculatori, pronti a tutto pur di accollarsi qualsiasi rischio, salvo poi trasformarsi in persone in cerca di riparo. Cambiare la propria propensione al rischio in funzione dell'andamento del mercato, è uno degli errori più comuni e più facili da evitare, ma solo sulla carta. Difficile è farlo soprattutto durante le fasi di ribasso. Ammettiamolo, durante l'inizio della pandemia alzi la mano chi non era preoccupato dalla situazione di picchiata dei mercati? Dall'elenco di chi ha alzato la mano non tolgo certamente gli stessi consulenti finanziari, in particolari quelli che sono stati così teneri con i propri clienti accecati dalla paura, da aderire alle loro folli richieste di liquidare tutte le posizioni. In verità, se si legassero maggiormente gli investimenti ad obiettivi reali, comprensivi di coerenti durate, anche l’investimento più volatile sarebbe meno faticoso da portare avanti. Per concludere vorrei rivolgere ai lettori una domanda. Se tutte le statistiche ci dicono che sul mercato azionario in generale il rischio di perdere denaro in 15 anni tende allo zero, qualcuno sarebbe così cortese da spiegarmi perché quasi il 95% dei portafogli dei fondi pensione in cui mi sono imbattuto recentemente, costruiti per clienti con un'età media tra i 30 e i 40 anni, sono mediamente investiti, nella migliore delle ipotesi, come dei fantastici fondi bilanciati 50% azioni e 50% obbligazioni. Questo è un altro dei misteri che prima o poi dovrà essere svelato: chi può essere cosi folle da consigliare delle obbligazioni quando il tempo di maturità di un investimento supera i 20 anni, in particolare se quel capitale è indisponibile per tutto quel periodo? Un ultimo pensiero ossessivo lo voglio dedicare a tutti quei potenziali clienti che tengono il conto pieno di liquidità in attesa di quel “qualcosa di magico” che li spinga ad investire. Il punto è che in verità nemmeno loro sanno bene in che cosa consiste questa opportunità anche se sperano arrivi presto. L'augurio che faccio a tutti questi non investitori indecisi è che non arrivi mai il momento di un rialzo duraturo dell’inflazione.  

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IL RITORNO DELL'INFLAZIONE

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di
Scritto il 09.03.2021

Partiamo con una definizione: “con inflazione si indica l'aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, che genera una diminuzione del potere d'acquisto della moneta”. Qui forse siamo troppo complicati. Banalizzando si può dire che l'inflazione è quel fenomeno che ci fa acquistare lo stesso prodotto ad un prezzo superiore, trascorso un dato periodo di tempo. Si lo so la semplificazione è eccessiva, ma vale la pena soffermarsi sul concetto. E questo perché da qualche giorno i mercati hanno effettuato un timido tentativo di presa di beneficio, in particolare spinti dal timore che una sua ripresa possa indurre le banche centrali ad intervenire con un progressivo aumento dei tassi. Per questo soprattutto i mercati obbligazionari, specialmente quelli Usa, ne hanno subito il contraccolpo.  In realtà come possiamo vedere dal grafico qui sotto, sono anni che l'Italia in particolare e il mondo in generale, tranne rarissimi casi dovuti a fattori endogeni, vedono l’inflazione scendere, contenendo una ripresa dei prezzi. A questo naturalmente sono corrisposte emissioni obbligazionarie a tassi sempre più bassi, sino agli attuali negativi, stimolo continuo e progressivo per l’economia in crescita.   Questa diminuzione generalizzata dell’inflazione mondiale è dovuta principalmente a fattori tra i quali spiccano la stabilità degli attuali sistemi economici e sociali mondiali, con una progressiva riduzione degli elementi di destabilizzazione quali guerre, colpi di stato e carestie, oltre all’aggiunta di una graduale ottimizzazione dei prezzi di produzione e di distribuzione, accompagnate da un'accorta gestione delle finanze pubbliche e della moneta da parte della maggior parte degli Stati. Questo il motivo per cui non si registrano shock di sistema pesanti come quelli avuti nei periodi bellici o di instabilità politica e sociale, dove vengono persino a mancare generi di prima necessità. Per altro gli interventi sui mercati da parte delle banche centrali per il contenimento dell'inflazione, come nell'ultima crisi finanziaria mondiale, sono stati immediati e non differiti come in periodi più lontani. Non ci interessa qui sviscerare i motivi per i quali i sistemi economici sono più efficienti quando l'inflazione è sotto controllo, ma soltanto evidenziare gli effetti di un suo ritorno sui portafogli investiti. L'inflazione è infatti sempre un fenomeno monetario che si basa sul rapporto tra moneta in circolazione e volume di beni e servizi prodotti e scambiati, rapporto messo però sotto scacco durante la pandemia, anche a causa della globalizzazione. Se la moneta aumenta mentre beni e servizi restano stabili, chi li detiene vorrà una quantità di moneta maggiore per alienarli, creando un generale aumento dei prezzi. Per questo nelle condizioni attuali post pandemiche, un suo aumento sarà inevitabile, anche se non sarà possibile quantificare l’entità. Da qui si comprende l'importanza del ruolo delle banche centrali, impegnate da una parte a stimolare l'economia per una rapida ripresa, dall'altro a contenere l'aumento dei prezzi.  Nei portafogli quindi, non potranno mancare opportuni bilanciamenti tra obbligazioni con tassi in aumento sulle nuove emissioni, per sterilizzare i ribassi di quelle emesse che ne saranno colpite. Bisognerà poi tenere sotto controllo i settori dell’economia reale più impattati dalla ripresa, abbandonando eventualmente quelli destinati ad un rapido declino. E il risparmio gestito con la sua naturale propensione alla diversificazione non solo per categorie ma anche per stili di gestione e settori, potrà essere un fattore determinante per il successo dei portafogli.  Ci aspettano momenti di volatilità ma che, come è sempre stato e come sempre sarà, determineranno la netta separazione tra chi gioca per vincere e chi si ritira senza minimamente approfittare delle occasioni che il mercato presenta e che presenterà. Tuttavia una cosa è certa: il tempo per tenere denaro improduttivo sul conto è davvero finito!

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GLI INSEGNAMENTI DELLA STORIA

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 02.03.2021

Chi mi legge da tempo conosce la mia predisposizione a considerare la storia come un validissimo insegnante, che non rivela mai direttamente le sue verità, ma che ci stimola alla loro scoperta. Cosa dunque abbiamo imparato da questa crisi, dopo un anno dal suo inizio? Innanzitutto l’occidente ha finalmente compreso che i dogmi in economia non esistono e che fare previsioni è inutile. Dopo questa pandemia sono stati rinnegati gli standard operativi che ritenevamo necessari per una crescita stabile e duratura, fondati sui principi dell'ortodossia monetaria e fiscale, cioè sul rigore di spesa e austerità. Questo vale in generale per tutto l'occidente, ma in particolare per la nostra tanto martoriata Europa, che è passata repentinamente dall’affannosa teoria del necessario decremento dell'indebitamento statale, ad una spesa massiva per sostenere l’economia, così duramente colpita dal lockdown. Siamo stati spettatori delle mosse imprevedibili del Fondo Monetario Internazionale, passato in un lampo dall’imporre ai vari governi dalle rigorose riforme fiscali, ad una successiva ampia libertà di spesa per il sostegno dell’economia. Di questo segno sono stati tutti gli stimoli fiscali pari a 12.000 mld di dollari, quasi il 15% del PIL mondiale. E come se non bastasse abbiamo anche avuto 9 mila mld di dollari di incremento della massa monetaria disponibile, tre volte quanto erogato nella precedente crisi finanziaria, che è riuscita ad impedire che si abbattesse sull'umanità una vera e propria catastrofe economica, dettata più dall'emotività del momento, piuttosto che da una vera e propria distruzione della capacità produttiva e finanziaria. Persino la FED, la BCE, la PBC e la BOJ, comprese altre banche centrali del pianeta, si sono tutte mosse per sostenere l'economia, arrivando persino ad acquistare obbligazioni societarie e non solo statali, che erano state declassate a titoli spazzatura. Da qui anche il forte segnale che l'Europa non è affatto in pericolo dopo l'uscita della Gran Bretagna, ma necessita di riforme per un suo efficientamento. Altra lezione appresa è stata quella della veloce ripresa a V dei mercati. Da qui abbiamo imparato che una profonda recessione, simile a quella della crisi Lehman, certamente di più breve durata ed esogena al sistema, lascia infinitamente meno danni di una più lunga, anche se di minore intensità. In realtà anche in piena pandemia, l'economia non ha mai cessato di crescere, anche se ha notevolmente rallentato. A causa della grande riduzione dei rendimenti obbligazionari mondiali, molti capitali sono dunque confluiti verso settori più remunerativi di altri, facendone crescere alcuni ed implodere altri. Ormai i mercati azionari e quelli obbligazionari hanno una correlazione positiva, questo dovrebbe spingerci a migliorare la diversificazione usando nuovi paradigmi. Ora sappiamo anche che le guerre si combattono non solo con i cannoni ma anche con la ricerca scientifica. Infatti segnalo come la velocità di ripresa dell'economia cinese, la prima ad essere uscita da una situazione di lock down, sia stata impressionante. Il vaccino è diventato il necessario punto di svolta da cui dipende la ripresa economica, determinata solo dal definitivo raggiungimento dell’immunità di gregge: chi prima lo raggiunge, prima riparte. Altro punto da non trascurare è la spinta verso una nuova visione della globalizzazione, sempre più orientata alla ricerca di una capacità produttiva più localizzata, autonoma e vicina, soprattutto in tutto ciò che riguarda il benessere fisico e psichico della popolazione. La pandemia ha accelerato la spinta già in corso verso una economia sostenibile e circolare, che sappia anche soddisfare la fame di energia pulita e rinnovabile, cioè sempre meno a danno dell'ambiente, che settori come la demografia, il progresso tecnologico, sanitario e produttivo, tanto per citarne solo alcuni, oggi richiedono. Le raccolte record sugli attivi dei fondi ESG dimostrano che ormai questo trend è inarrestabile. Non si può poi dimenticare che la crisi ha fatto emergere molte delle disuguaglianze sociali ed economiche che, nascoste sotto la sabbia, sembravano inascoltate da chi governa le leve del potere e che ormai dovranno essere affrontate. Ho lasciato per ultimo lo sforzo che la scienza medica ha profuso alla ricerca di un vaccino, dimostrazione che quando l'umanità si muove sinergicamente per la soluzione di un problema di sopravvivenza, i tempi per la soluzione si accorciano e le risorse non tardano ad arrivare, allontanando così il pericolo di eventuali scenari distopici. Certamente questa pandemia ha colto tutti impreparati: da questa pesante lezione dobbiamo capire che ciò che il futuro ci riserva dipende anche dalle nostre scelte di investimento. E tutti noi possiamo contribuire con queste nostre scelte, alla costruzione di un pianeta sempre più in equilibrio, per noi e per le generazioni future.    

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L’INCERTEZZA, LA PAZIENZA E L’INVESTITORE

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 24.02.2021

  Lo sappiamo che a nessun investitore piace l’incertezza. Soprattutto quella che ci portiamo addosso a causa della pandemia, che è riuscita a sconvolgere l'equilibrio di tutti noi, rischiando di inoculare anche quell’altro pericoloso virus che si chiama “paura di perdere”. Tuttavia nel campo degli investimenti, ci sono cose che l’investitore avrebbe già dovuto interiorizzare da tempo, in modo da trovare sostegno nei momenti di crisi. Invece ad ogni ribasso la storia si ripete. Possibile che non si sia ancora compreso che quando i mercati azionari scendono, poi risalgono sempre? Possibile che non si sia capito che è solo questione di tempo? Questa ricerca di certezza, tanto desiderata dall’investitore, dovrebbe basarsi sulla volontà di conoscere e approfondire, piuttosto che su quella di non volersi interessare, rinunciando del tutto ad investire oppure delegando ad altri la scelta di un portafoglio ultra difensivo, ancorché basato sulle proprie preferenze. Inoltre queste non sempre sono dotate di oggettività e spesso dipendono da scelte emotive, il più delle volte fondate su opinioni. Spesso infatti mi confronto con investitori che non conoscono nemmeno la funzione dei prodotti del loro portafoglio, troppo attenti alle aspettative di rendimento e dediti alla credenza che sia facile uscire prima che il mercato crolli, rientrando con agilità e maestria sui rialzi. In realtà il vero difetto nel comportamento dell’investitore sta nella mancata volontà di usare le norme previste per la sua tutela. Quante volte ho sentito trattare il questionario Mifid con sufficienza e con noia, persino quando era necessario per comprendere il tempo da dedicare all'investimento o il grado di sopportazione del rischio. Certamente non si richiede al cliente di studiare finanza ed economia, ma almeno di partecipare alla costruzione di uno o più portafogli strategici. Possibile che dedicare tempo ed impegno alla costruzione del proprio futuro sia chiedere troppo? Possibile che la paura di investire sia così difficile da analizzare? Eppure quando si sceglie un prodotto finanziario non bisognerebbe prioritariamente partire dalla richiesta del suo potenziale di rendimento, che come sappiamo è molto spesso impossibile da definire a priori con certezza matematica, se non tenendo in considerazione molte variabili impossibili da calcolare tutte ex ante. Il tempo, il rischio e l'obiettivo però devono venire sempre prima del rendimento, che sono poi gli elementi che lo identificano e lo determinano. Se poi l'incertezza del risultato spaventa, la storia ci può sempre indicare per lo meno in quale direzione è possibile volgere lo sguardo per ispirarsi prima di decidere. Ma non diamo colpa al mercato quando mancano gli obiettivi d'investimento, da cui dipendono tempo, rischio e rendimento. L'analisi del passato aiuta sempre a tracciare le linee guida su cui basare le nostre scelte. Per questo mi sento di consigliare la lettura dello studio Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook 2020, facilmente reperibile online, che aiuta a capire cosa la storia insegna in materia di investimenti. Il testo ci dice che “Le azioni rimangono il miglior investimento finanziario di lungo periodo prima di obbligazioni e titoli di stato. Negli ultimi 120 anni, le azioni globali hanno fornito un rendimento reale annualizzato (cioè dopo l'inflazione) del 5,2% contro il 2,0% per le obbligazioni e lo 0,8% per i titoli. Nell'ultimo decennio, le azioni globali hanno registrato performance particolarmente positive con un rendimento reale annualizzato del 7,6% rispetto a un rendimento reale ancora robusto del 3,6% dalle obbligazioni”. E questa forbice, dopo il drawdown (momento di panico) e il successivo rialzo (momento di euforia), si è ulteriormente allargata, anche grazie al supporto delle banche centrali. Questo prezioso studio ci evidenzia anche un'altra importante verità: il tempo deve necessariamente essere considerato come un vero e proprio asset di posizionamento strategico di portafoglio, come ben esemplificato dal grafico che segue, tratto dal Corriere della Sera L’Economia di lunedì 15 febbraio 2021.    E ora che avete guardato questi dati, provate a pensare alla quantità di azioni da inserire in portafoglio, considerato che i 2/3 dei rendimenti obbligazionari sono negativi o prossimi allo zero. Tenuto conto di ciò e avendo a disposizione del tempo, dato che il sostegno all'economia da parte delle banche centrali sarà ancora lungo, considerate ogni mese di mantenimento sul conto corrente della liquidità a zero rendimento, come un regalo che fate a quell’animaletto crudele ma vorace, che in molti chiamano inflazione. Pensiamo invece che alla nostra paura a come entrare adesso in quel mercato così remunerativo, perché i prezzi alti di oggi saranno i prezzi bassi tra 5, 15, 20 o 25 anni. E ogni mese in liquidità sarà solo l'ennesima occasione persa per approfittare delle opportunità che mercato azionario ci riserva oggi, se affrontato con fiducia, pazienza e metodo.  

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QUELLA STRANA PAURA DI INVESTIRE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 16.02.2021

In settimana ho ricevuto da un lettore di MoneyController una lunga mail contenente un’interessante domanda, posta alla fine di una sua approfondita analisi di portafoglio: “Ma se il mercato azionario ha raggiunto livelli di prezzo ormai troppo alti per comprare, mentre quello obbligazionario ha un rendimento troppo basso per giustificare l'assunzione di un rischio, non sarebbe meglio rimanere liquidi sul conto, in attesa di tempi migliori, anziché investire adesso?”. La premessa necessaria è che la persona era reduce da una serie di delusioni nel campo della consulenza che hanno via via diminuito la sua resistività allo stress da drawdown. Certamente al suo stato d'animo ha contribuito anche la progressiva diminuzione del flusso cedolare da reddito fisso e, in particolare, la progressiva scadenza senza rinnovo dei BTP dati gli scarsi rendimenti. Infatti, con la chiusura di ieri dei mercati, il BTP decennale ha toccato un rendimento dello 0,48%, con lo spread ad un livello record 91,5 sul bund tedesco. È certo ormai per tutti gli investitori a reddito fisso che, con la ricerca di sicurezza senza rischio, il rendimento offre ben poche soddisfazioni. Siamo ormai entrati in una lunga epoca di rendimenti con i tassi negativi o prossimi allo zero. Allo stesso modo, Il mercato dei corporate bond non offre che pochi spunti per ottenere rendimenti che gravitano a pari scadenze a rendimenti intorno al 2%. Tutto questo a causa della pandemia ma anche del grande sostegno all’economia offerto delle banche centrali, che di certo non sarà di breve periodo. Questi sono i motivi per cui anche chi si avvicina al risparmio gestito obbligazionario non ha miglior sorte poiché, anche affidandosi ai più abili gestori, vede consumare la maggiore performance, rispetto al fare da soli, dalle commissioni di gestione. Non resta dunque altra via che aumentare il grado di rischio, puntando anche su obbligazioni High Yield, che offrono certamente rendimenti più elevati con però un maggiore rischio. Lo stesso si può dire dei governativi di paesi emergenti, che se acquistati in valuta locale, possono dare nel tempo delle ottime soddisfazioni. Ottimi rendimenti sono presenti sui mercati asiatici, specialmente se legati alla Cina, questo perché siamo qui in presenza di economie in crescita, sia per il forte contenimento attuato sulla diffusione del contagio pandemico e per la forte spinta alla vaccinazione. Non dimentichiamo poi dell'opportunità di acquistare direttamente obbligazioni cinesi, titoli che non possono mancare in un portafoglio alla disperata ricerca di rendimenti, comunque con un rischio inferiore all’azionario. Certamente il tutto con l’accortezza di rivolgersi sempre ad abili gestori che nel tempo hanno dimostrato di saper generare valore con continuità e qualità, in presenza di una forte diversificazione. Tuttavia, dalla domanda che mi è stata rivolta, ho compreso quanto la paura fosse l'elemento trainante per quella scelta di trovare quante più scuse possibili per rimandare l’investimento. Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che è sempre tempo per investire, ma che per farlo dobbiamo sempre partire da una serie di elementi che troppo spesso dimentichiamo di considerare. Un portafoglio di successo non può mai prescindere dagli obiettivi, usando un metodo, filtrando il tutto attraverso il tempo. Senza di questi pilastri fondamentali qualsiasi investimento è sicuramente in pericolo. Pertanto l'invito che ho rivolto a chi mi scriveva, è stato quello di considerare l'universo degli investimenti come una serie di opportunità che vengono offerte a chi le voglia cogliere a piene mani, a seconda del rischio assunto con consapevolezza e impegno. Se poi la paura di sensibili variazioni di prezzo, può ingenerare diffidenza, disinteresse o paura, specialmente su di un mercato come quello azionario caratterizzato da un'alta volatilità, la soluzione consigliata rimane sempre quella di utilizzare la strategia PAC. Questa infatti consente comunque di cogliere nel lungo periodo tutte le opportunità offerte da un futuro che è meno lontano di quanto si possa immaginare, trasformando le oscillazioni in guadagni. Mai cedere al rammarico di non avere creduto nelle potenzialità di questi nuovi business, destinati per vocazione ad offrire grandi ritorni all’investitore che con fiducia si avvicina con attenzione alle grandi opportunità offerte dal futuro di crescita che ci aspetta.

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INVESTIRE PER VINCERE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 09.02.2021

Questa settimana volevo parlare di pianificazione finanziaria e ho trovato su YouTube un video di Julio Velasco, vincente allenatore della nazionale italiana di pallavolo, che tra le altre cose pronunciava una frase che volevo sottoporre alla vostra attenzione: "VINCERE ... VOGLIONO VINCERE TUTTI, POCHI SONO DISPOSTI A FARE TUTTO QUELLO CHE CI VUOLE PER VINCERE". Così, dopo averla scoperta, mi sono posto una domanda: siamo davvero sicuri che gli italiani vogliano davvero vincere nella gestione del loro denaro, facendo tutto quello che serve, oppure cercano solo scorciatoie pur sapendo che così non vinceranno mai? Già sappiamo che una buona pianificazione finanziaria necessita di un rigoroso processo di investimento, che non può prescindere da alcuni fondamentali elementi di partenza. Tra questi volevo evidenziare la necessaria esplicitazione degli obiettivi dell'investimento, la quantificazione del tempo a disposizione e la scelta del rischio implicito sopportabile. Troppo spesso nella costruzione di un portafoglio, per colpa della fretta o per l’imprudente necessità di passare senza approfondire dalle parole ai fatti, si saltano alcuni passaggi fondamentali, che possono impattare negativamente sulla capacità di un portafoglio di raggiungere gli obiettivi per i quali è stato costruito. Partiamo da un esempio per spiegare il senso del discorso. Un ipotetico cliente, parlando con un consulente che gli è stato presentato da un amico, risponde alle domande che gli vengono rivolte per capire come mai quel denaro è stato accumulato sul conto: “Voglio sempre tenere una riserva per eventuali imprevisti, gestendo però l'eccesso di surplus con investimenti mirati ma brevi, oltre che accantonare denaro per il mio futuro da pensionato. Non rinuncerei mai alla liquidabilità del denaro investito perché non amo il rischio: ho avuto nel recente passato una brutta esperienza, che mi ha segnato e reso diffidente verso ogni tipo di investimento”. A questo punto rivolgo ai lettori la solita domanda provocatoria: le informazioni ricevute sono sufficienti per la costruzione di un buon portafoglio strategico, mirante al raggiungimento degli obiettivi sommariamente indicati? La risposta è NO, non lo sono affatto! In realtà gli obiettivi devono sempre essere filtrati mediante la loro esatta esplicitazione e quantificazione, la cui realizzazione deve passare per un tempo dato, che deve sempre essere esplicitato. Qualora mancassero tali quantificazioni, ci troveremmo solo davanti ad una dichiarazione di intenti. E costruire un portafoglio sulla base di semplici desideri non solo è un errore ma è anche pericoloso, poiché sbagliando prodotto si può anche incorrere in perdite. Qualsiasi prodotto è idoneo a impiegare denaro, ma solo quelli giusti lo sono per investirlo! In verità si passa dai desideri agli obiettivi solo quando si usano parole che rappresentano progetti da realizzare mediante quantità misurabili. Detto questo, provate a confrontare i desideri espressi sopra, con le parole che seguono, espressione di un’analisi più attenta e approfondita: “... e vorrei tenere sempre sul conto almeno 10mila euro per eventuali imprevisti. Il resto invece vorrei investirlo ma senza vincoli sulla liquidabilità. Tra un paio di anni mi serviranno almeno 30mila euro per acquistare un'auto. Altre risorse voglio destinare per il mio futuro pensionistico poiché, vista la mia età e l'attuale normativa, andrò in pensione tra 20 anni con una rendita non molto alta. Il mio obiettivo è quello di riuscire ad accantonare almeno 200 mila euro, per mantenere il mio attuale tenore di vita. Mi piacerebbe poi accumulare almeno 100mila euro per ciascuno dei miei due nipoti per aiutarli negli studi. Loro hanno rispettivamente 6 e 8 anni. Da ultimo, vorrei poi acquistare una casa vacanza per trasferirmi là quando sarò in pensione. Oggi non ho ancora quei 200mila euro che sarebbero necessari. L'avverto però che ho paura del mercato azionario a causa di un investimento sbagliato che mi ha fatto perdere molti soldi nel 2008, quando il mercato azionario è crollato”. Troppe cose? Può essere ma questo riguarda il tema della fattibilità e della capacità reddituale, non quello della possibilità di investire per obiettivi. È vero, qui stiamo semplificando. Tuttavia l’esplicitazione di variabili di un tempo definito, la quantificazione di un capitale di partenza o finale, l'esternazione di una necessità lontana ma sentita tanto da indicarne una quantità, rendono necessaria la costruzione di un portafoglio multi obiettivo, cioè composto da un insieme di portafogli, ciascuno diretto a risolvere una diversa esigenza chiaramente manifestata. Infatti, non è difficile costruire un portafoglio di portafogli, ciascuno con durate diverse e con rischi diversi per ogni compartimento. Per questo ora forse risulta più chiara la frase da cui eravamo partiti: tocca a noi investitori voler vincere quando si investe denaro. Ma per farlo bisogna impegnarsi e usare il giusto metodo, seguendo rigorosi processi di investimento, dove rischio, performance e durata, diventano i veri protagonisti della partita se vogliamo davvero giocare per vincere.

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LA Sostituzione scientifica di un fondo

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 02.02.2021

Una delle domande più interessanti a cui mi piace sempre rispondere è quella riguardante il perché della necessità di sostituire un fondo all'interno di un portafoglio. Non ho sufficiente spazio qui per entrare nel dettaglio della cosa ma cercherò di semplificare il discorso, senza per questo perdere di efficacia. La cosiddetta "sostituzione scientifica", chiamata così perché si basa su rigorosi criteri oggettivi, può essere effettuata per due ordini di motivi che riguardano la variazione strategica o tattica di portafoglio, ovvero il decadimento qualitativo di un prodotto. La prima necessita la liquidazione o lo switch per passare ad altro di diversa categoria, alla ricerca di qualcosa che risponda meglio alle nuove esigenze di portafoglio. Normalmente si tratta di un fattore esogeno, come ad esempio un prolungamento o una riduzione del tempo dell'investimento, oppure una variazione tattica della volatilità di portafoglio. Si tratta in sostanza di una ridefinizione di portafoglio, che in taluni casi potrebbe anche consentire non la sostituzione piena ma anche una semplice riduzione delle percentuali del prodotto interessato. Di tutt'altra natura sono invece tutte quelle variazioni che hanno per oggetto la sostituzione di un prodotto con altri della stessa categoria di appartenenza, in modo da ottenere un miglioramento della qualità del portafoglio, senza una modifica strategica dello stesso. La qualcosa può aversi sia per il decadimento nel tempo della qualità del prodotto oppure, caso per certi versi più preoccupante, perché questo è stato inserito nell’asset, nonostante fosse sin dall’origine inefficiente.  Da quanto detto comprendiamo come la sostituzione nel primo caso, sia funzionale alla modifica dell'andamento di portafoglio, mentre nel secondo, si rende necessaria per il mantenimento o per il miglioramento della sua qualità. In questo secondo caso, per effettuare questa operazione è sempre opportuno avvalersi di alcuni parametri oggettivi per la verifica tra il vecchio e il nuovo prodotto. Certamente un valido punto di partenza può essere il rapporto rischio rendimento, che tutti facilmente possono comprendere. A questo riguardo l’enunciato della Modern Portfolio Theory “maggiore rendimento a parità di rischio e minor rischio a parità di rendimento” ci può aiutare. Valutare i prodotti appartenenti alla stessa categoria sulla base del più alto rendimento e minore volatilità nello stesso periodo, ovvero sulla base del medesimo rendimento in presenza dello stesso rischio, è sicuramente un buon punto di partenza per chi vuole migliorare l'efficienza di portafoglio. Tuttavia le cose potrebbero complicarsi nel caso in cui una pluralità di prodotti rispondano alle caratteristiche ricercate. In questo caso dobbiamo necessariamente affidarci al supporto di altri utili indicatori numerici detti appunto indici, che possono diventare dirimenti per la nostra ricerca.  Senza addentrarci troppo nel tecnico, scegliendo tra i tanti che si possono usare, citerei l'Indice di Sharpe, che ci aiuta a comprendere quale tra i fondi in analisi abbia generato più extra performance rispetto ad una attività risk free a parità di rischio, e il Maximum drawdown, che ci suggerisce quanta è stata la perdita massima realizzata dai fondi in analisi nel periodo considerato. Non da ultimo importante può diventare anche l'Information ratio, che è simile allo Sharpe, ma con l’indicazione dell’extra performance realizzata calcolata non su di una attività risk free ma bensì rispetto al benchmark della categoria dei fondi considerati, con però al denominatore la volatilità dello stesso benchmark. Così rimanendo sull’esempio, per la mia scelta preferirò quello con Sharpe e Information ratio più alti ma con un drawdown più basso. Certamente si potrebbero fare molti esempi a riguardo ma a noi interessa solo illustrare il principio generale, senza entrare in casi particolari.  La validità di quanto detto sopra non è diminuita dal fatto che non ci sono certezze sulla continuità di performance e di mantenimento della qualità, a parità di rischio di un prodotto. Suggerisco però all’investitore attento al proprio portafoglio, di non esimersi mai dal considerare nella scelta anche la credibilità dei risultati passati dei fondi analizzati. Se una “casa di investimento” nella stessa categoria ha infatti sempre dato nel tempo risultati interessanti rispetto ad un'altra, va da sé che sarebbe logicamente preferibile la prima. Purtroppo però non tutti gli investitori la pensano allo stesso modo, poiché c’è anche chi mantiene il proprio investimento su quella inefficiente, nonostante una serie di indicatori gli suggeriscano di cambiare senza perdere ulteriore tempo. Concludo con un test che sottopongo ai miei fedeli lettori, sottoponendo alla loro attenzione una tabella di confronto tra l'andamento di due fondi di investimento appartenenti alla stessa categoria (Bilanciati equilibrati globali Euro), valutati in un periodo di 5 anni. Osservando gli indici indicati quale scegliereste tra i due fondi per il vostro portafoglio, sapendo che il fondo blu ha reso negli ultimi 5 anni la metà di quello rosso, con il doppio del rischio?    Sono sicuro che dopo quanto ci siamo detti, nessuno di voi terrebbe ancora nel portafoglio il fondo blu. Tuttavia mi chiedo come mai proprio in quel fondo, gestito da un importante gruppo bancario italiano, ci siano ancora investiti 390 mln di euro nonostante la sua inefficienza gestionale. Quel denaro è certamente di proprietà di qualche investitore che non ha tempo, voglia o informazioni sufficienti per decidere di cambiare, rinunciando così a migliorare la qualità complessiva del suo portafoglio, aggiungendo cioè rendimento e abbassando il rischio.  

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Essere o non essere in bolla

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 25.01.2021

Finita la spinta propulsiva delle anticipazioni sull'andamento futuro dei mercati nel 2021, che certamente fa vendere più copie dei giornali finanziari, la ricerca dell'esatto vaticinio si sposta ora verso un altro importante argomento: scoppierà (finalmente) quest'anno la tanto pronosticata bolla sul mercato azionario americano, cresciuto nonostante la pandemia? A questo riguardo su Milano Finanza del sabato appena trascorso, in un articolo dal titolo “È un Toro Esagerato?” Francesco Bertolino, scomodando l’anormalità di periodo dell'indice di Buffet, che misura il rapporto tra la capitalizzazione totale di Wall Street e il Pil Usa, si è posto il dilemma se questa anormalità sia deciso segno premonitore di un crollo del Nasdaq. Per rafforzare questa tesi viene rivelata la previsione di un importante guru di mercato americano, gestore di un performante hedge fund, che ci rivela che tra la primavera e l'estate ci sarà lo scoppio di una bolla epocale. Per stupirci sempre più ci anticipa anche che questo crollo sarà a lungo annoverato fra i maggiori della storia finanziaria, con una perdita quantificata nell’ 82% del listino. Da qui emerge la preoccupata domanda del lettore che si chiede se sia meglio liquidare tutte le sue posizioni azionarie o mantenerle, senza per altro nemmeno prima chiedersi se i suoi investimenti contemplino quel mercato. Poche righe sotto e l'articolo ci lancia un segnale tranquillizzante: con rendimenti sotto zero di gran parte del reddito fisso, le azioni resteranno molto probabilmente ancora per lungo tempo il naturale sbocco per tutti quei fiumi di liquidità alimentati dalle banche centrali. A questo punto la confusione aumenta e il lettore comincia a dare ancora più segni di nervosismo: meglio vendere tutto oppure tenere invariato l’asset? Fateci caso ma questo processo ansiogeno si ripercuote sulla psiche dell’investitore sempre, ogni volta cioè che il mercato comincia a dare segni di volatilità negativa.   Pensate quindi per un momento a come possa sentirsi un investitore confuso dalle sempre più pressanti notizie contraddittorie, che sono per lui come spilli sottopelle, specialmente quando gli inducono l'idea di perdere il denaro investito. A questo riguardo, il più sbagliato tra i suggerimenti è quello che, nella gestione di un investimento, è sempre opportuno uscire all'inizio di una crisi riducendo le perdite, per essere poi pronti a rientrare al momento opportuno. Ma quando è il momento opportuno per uscire e quando quello per rientrare? Il problema è che, come abbiamo avuto modo di vedere, fare sempre le scelte giuste è impossibile. Quando si sbaglia il market timing gli errori si pagano. Il vero punto nevralgico per un investitore non sta però nella performance mancata o nel rischio di perdere, ma soprattutto nella continua pressione psicologica che subisce quando cioè cresce la paura di perdere quanto guadagnato sino a quel momento oppure, peggio, quanto investito.   Ecco dunque che sarebbe invece necessario aiutare l’investitore a metabolizzare una diversa chiave di lettura delle informazioni che acquisisce nel tempo, specialmente nei momenti di crisi. Queste infatti dovrebbero essere elaborate più razionalmente per non amplificare la naturale paura ma, piuttosto, per trarne invece utili spunti operativi volti alla ricerca del valore presente nei momenti di crisi, proprio quando tutti vogliono vendere. Queste pressioni negative sono tanto più pesanti e insopportabili quanto è più alta l’inconsapevolezza di quello che l'investitore sta facendo, spesso perché ne è inconsapevole non essendo nemmeno stato coinvolto nel necessario processo di condivisione nella scelta strategica del suo portafoglio. Quante volte vengono realmente spiegate le dinamiche che regolano l'andamento dei mercati sui quali si investe? Se il mondo della consulenza si impegnasse di più nell’attività di coinvolgimento formativo dell’investitore, riducendo sempre più le esistenti asimmetrie informative che di fatto esistono, facendolo cioè partecipe della semplice verità che, il vero motore della performance, è proprio quel rischio che in molti erroneamente identificano nella possibilità di perdere. Sappiamo infatti come i migliori guadagni si realizzano durante le fasi di crollo dei mercati; altresì sappiamo che più passa il tempo e meno sono le possibilità di perdere, arrivando addirittura ad azzerarle se il tempo è ben impiegato. Oltre che alla performance questo gioverebbe anche alla riduzione dello stress da investimento che coinvolge, seppure con modalità diverse, sia chi investe che chi consiglia l’investimento.   Pertanto ai guru che pronosticano futuri crolli di mercato dovremmo essere grati, non tanto per quel loro inaffidabile avvertimento di essere pronti a liquidare per evitare eventuali perdite, quanto piuttosto perché da quei ribassi se ben sfruttati, si amplifica la possibilità di incrementare la performance. Non dimentichiamo mai che i veri e duraturi guadagni sono generati dal time e non dal market timing.

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SPESSO É FONDAMENTALE IGNORARE O SFRUTTARE L’INEVITABILE FLESSIONE DEL MERCATO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 18.01.2021

Mi piace ogni tanto ritornare su argomenti di cui ho già ampiamente parlato in passato in passato perché ritengo che oggi, forse più di ieri, bisogni fare chiarezza su alcuni processi di investimento. Oggi voglio rivolgermi in particolare a tutti coloro che sembrano attratti da rendimenti azionari, ma che al tempo stesso ne sono spaventati. A tutti questi investitori voglio suggerire che per chi non abbia un lasso di tempo superiore ai 6 anni, dovrebbe avvicinarsi a questo mercato con prudenza o con poche risorse, magari investite in modo graduale. Il grafico qui sotto, tratto da una lucida analisi di T Rowe Price, ci aiuta a capire visivamente che la probabilità di avere rendimenti negativi per le diverse asset class azionario e obbligazionario, diminuisce con l'avanzare del tempo. In particolare, usando una metodica rolling, a 5 anni sul mercato azionario tale probabilità è del 7% che scende al 3% a dieci anni, arrivando addirittura ad azzerarsi in venti anni. Naturalmente il periodo di rilevazione molto lungo (gennaio 1945 - dicembre 2019) ci conferma che il principio mantiene la sua validità nel tempo. Viceversa notiamo come nel breve la possibilità di perdere raggiunga una soglia elevata del 21%, confermando che Investire in tempi più brevi potrebbe costituire qualcosa di più simile alla speculazione.  Chi mi legge da tempo sa che nel lungo periodo le azioni fanno sempre guadagnare, naturalmente se ben selezionate. Sin qui nulla di particolarmente innovativo, se non che da un altro studio redatto da Fidelity nel 2018 emerge uno tra i migliori insegnamenti che gli investitori accorti dovrebbero imparare a memoria: cercare di battere il mercato attraverso una politica di gestione di market timing, potrebbe rivelarsi un gravissimo errore. Dal grafico, tratto dal sito americano The Simple Dollar, che esplicita i dati di crescita di 10 mila dollari investiti dal 1980 al 2018, si evince quanto possa diventare dannosa la scelta di liquidare l’asset in momenti di turbolenza di mercato. Infatti, perdere i cinque migliori giorni stando in liquidità, anziché rimanere investiti in un fondo, riduce il rendimento complessivo del 35% a salire, a seconda del numero di errori commessi con l'attività di trading. Tutto questo in un periodo di 38 anni, con circa 10.000 giorni di negoziazione di azioni. Lo stesso principio vale anche per altri mercati se ben selezionati.  Da qui mi piacerebbe rivolgere alcune domande a chi si avvicina con fiducia e speranza al market timing pensando di riuscire nell'ardua impresa di battere il mercato: 1. siamo davvero sicuri che confidando sulla propria bravura (e fortuna), sia possibile non commettere l'errore di perdere quei 5 giorni meravigliosi, la cui perdita danneggerebbe inesorabilmente la nostra performance totale? 2. siamo così sicuri che il nostro consulente sia tanto bravo da riuscire sempre e costantemente a battere il mercato? 3. Non sarebbe meglio evitare di aggiungere rischio al rischio, navigando invece con semplicità sul mercato, costruendo un asset coerente con le nostre preferenze REALI e ben diversificato, anziché provare a batterlo? Un altro buon motivo per rimanere investiti, senza affannarsi nella rischiosa (e costosa) attività di compravendita, è che le opportunità sul mercato ci sono sempre, ma sono più concentrate nei periodi che sembrano i peggiori. Infatti, la maggior parte dei migliori giorni di borsa nel corso della storia si sono avuti nel mezzo di significative flessioni del mercato, dal periodo del caos del fallimento tecnologico dei primi anni 2000 a quello della Grande Recessione del 2008. Senza parlare poi delle recenti opportunità offerte dall'attuale crisi pandemica. So a cosa state pensando “è difficile però non avere paura in quei momenti”: in quei momenti è come se il mondo fosse sull'orlo del disastro e tutto complottasse per farci perdere la ricchezza accumulata sino a quel momento. A tutti voi che mi leggete confesso che l’angoscia assale anche me che ho 30 anni di esperienza sui mercati dell’investimento. La differenza è che quel senso di smarrimento mi rimane giusto per qualche minuto, il tempo di isolarmi dai media che diffondono notizie prettamente concentrate sul breve. L'insegnamento che la storia dei mercati finanziari ci consegna, è che diventa fondamentale evitare di vendere quando il panico divampa, soprattutto durante i momenti di estrema difficoltà. Perché non vogliamo imparare che sui mercati la performance è solo questione di tempo, non di tempismo e che comprare bene quanto tutti vendono è estremamente profittevole? Per questo motivo la compilazione della Mifid, tanto bistrattata dai più, è così importante. Essa dovrebbe diventare lo spartiacque fondamentale per la selezione naturale tra chi può e chi non può, tra chi deve e chi non deve entrare sul mercato azionario. Se il dispositivo di legge fosse rispettato da tutti gli intermediari (banche, reti, consulenti dipendenti e indipendenti, intermediari, ecc.) non si conterebbero così tante cattive esperienze segnalate dagli investitori, persino di quelli che mentendo a sé stessi, non sono in grado di controllare le proprie paure quando sarebbe invece necessario. Chi non ha pazienza o non sopporta di vedere il proprio investimento sottoposto a momenti di crisi, chi non ama quindi la volatilità o non ha il tempo necessario per investire con i necessari crismi, sarebbe meglio che evitasse di prendere rischi inutili. Le vere opportunità non stanno vicino alla riva del mare degli investimenti, ma al largo. Se si desidera rimanere sotto costa non ci si deve poi affidare al mordi e fuggi del market timing, usandolo come scusa per ottenere di più. È dimostrato che solo per fortuna, non per conoscenza o competenza, si ottengono in pochi casi rendimenti appropriati cercando di controllare il rischio. In caso di sconfitta statisticamente certa, si aggiungerà inevitabilmente anche il rammarico e il pentimento per non avuto saputo resistere alle mareggiate e tempeste improvvise, cedendo all’errata convinzione che liquidare l'investimento sia l'unica via per evitare il peggio. A chi non vuole correre particolari rischi, ma è attratto dal mare aperto, suggerisco di navigare usando quel sottomarino più lento e meno performante chiamato PAC, consapevole che ad una minore performance corrisponde anche una minore paura. E poi, se ci pensiamo bene, tutti coloro che usano il tempo come attenuatore del rischio, navigano sotto le onde in tranquillità, anche nei giorni di tempesta. Da ultimo consiglio ai più timorosi, proprio perché conosco molto bene quanto quello stato emotivo possa essere portatore di inquietudine, di non controllare giornalmente e ossessivamente il proprio investimento, specialmente nei giorni di crisi, proprio per non cadere nella pericolosa tentazione di liquidare. Meglio sarebbe dunque verificare l’andamento di portafoglio con cadenze regolari non troppo ravvicinate, controllando più che l'andamento delle performance quella del mantenimento della qualità dell’asset, magari senza perdersi troppo nella modifica tattica del portafoglio, se non strettamente necessario. Lasciamo dunque che i gestori facciano i gestori e i consulenti i consulenti. L'incarico di questi ultimi non è quello di azzeccare performance con promesse spesso impossibili da realizzare per soddisfare l'ingordigia dei clienti, ma bensì quello di tradurre in strategie sempre comprensibili ai clienti stessi la scelta condivisa dei prodotti.  Soprattutto invito chi mi legge a non farsi condizionare troppo, SPECIALMENTE nei momenti di crisi, da tutta quell’infodemia finanziaria che ha l'unico obiettivo di suggerire repentini cambiamenti di asset poiché, operando in modo generalizzato sulle emozioni di ogni singolo lettore senza riferimenti alle reali esigenze e preferenze di ciascuno, hanno come finalità quella di vendere notizie di brevissima durata che, se non attentamente valutate con coscienza e conoscenza, seguendo cioè rigorosi processi di investimento, possono provocare seri danni al portafoglio.  

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QUELLO CHE NUOCE DI PIÙ ALL’INVESTITORE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 11.01.2021

Leggo da Plus 24 del 2 Gennaio 2021 il grande titolo di copertina “FORZA 2021. Dove Investire. Borse e beni su cui puntare. Le previsioni dei gestori”. E lo sconforto, che si è impossessato di me mentre decidevo l’argomento dell’editoriale, mi ha suggerito una domanda: “possibile che nel 2021, dopo tutto quello che è successo nel 2020, non si sia ancora imparata la lezione più importante che è quella di smettere di spacciare previsioni per verità? Possibile?”. Purtroppo sì, lo è. Ogni anno qualcuno tenta, non so quanto inutilmente, di rifilare a tutti noi previsioni sull'andamento futuro dei mercati, salvo poi dimenticarsi di fare ammenda quando le cose non si avverano.   Ma sì, tutto è possibile, in fondo poi nessuno controlla perché la memoria degli investitori viene riportata a zero all'inizio dell’anno successivo, facendo così dimenticare anche che in un investimento la linea del tempo deve rimanere SEMPRE continua. Così sullo stesso settimanale a pagina 14 di sabato 9 gennaio 2021, troviamo il più grande paradosso tra i paradossi, mascherato tra le parole del titolo dell'articolo “Come il virus ha stravolto le previsioni nel 2020”. Tralascio il testo e mi soffermo su questa frase che ci spiega come loro, in qualità di esperti, “avevano visto giusto ma poi è arrivato quel cattivone del virus e allora ...”. Insomma la colpa per non avere azzeccato le previsioni non è mai di chi non azzecca la realtà, ma sempre di qualcosa d'altro che influisce sulle loro giuste ipotesi. Eppure la previsione su una possibile pandemia era riportata ma con un basso livello di probabilità, di scarso impatto sull’economia. Un virus mai avrebbe potuto inficiare le loro tesi, poiché basate sui suggerimenti dei migliori algoritmi previsionali, quelli compilati sulla base della collaborazione con i migliori guru di mercato. E i guru non scommettevano nemmeno una imminente recessione endogena, nonostante i grandi rialzi del momento, quindi i semafori erano tutti verdi.   Siamo seri, le previsioni sono fatte per essere smentite solo che spesso si cercano inutili argomentazioni per giustificare una mancata realizzazione. Ricordate cosa scrivevano i giornali all'inizio del marzo scorso, quando i mercati scendevano e il mondo pareva stesse per finire? I più pronosticavano crolli superiori a quelli della crisi del periodo 2007-2009, quanto Wall Street aveva avuto un ribasso del 57%. Il consiglio meno catastrofico era quello che suggeriva di uscire dagli asset d’investimento rimanendo in liquidità oppure investendo addirittura in beni rifugio, in attesa della tanto vaticinata fine del mondo. Erano poche le cassandre che invitavano gli investitori a non aprire le porte della città liquidando i loro portafogli! Possibile che i più si siano già dimenticati di cosa scrivevano i giornali?   Capire invece come sono andate le cose è utile, magari utilizzando il grafico qui a fianco redatto da T Rowe Price.      Qui è rappresentata l'evoluzione dei maggiori mercati nell'anno 2020. Naturalmente manca solo quello cinese, ma solo perché è ricompreso in quello dei Paesi Emergenti, sui quali qualcuno consigliava di rimanere sottopesati! Visto il grafico pensiamo a come si sentono oggi tutti coloro che, liquidati i propri investimenti nel pieno della crisi di marzo, non sono più rientrati sul mercato perché spaventati e, confidando sulle aspettative di un peggioramento della situazione, si sono persi uno dei più grandi e veloci rialzi di sempre. Mettiamoci invece ora nei panni di chi in quei momenti ha deciso di investire, confidando sugli insegnamenti della storia, oppure a chi, mantenendo con freddezza la posizione dei propri investimenti, ha seguito il consiglio di non liquidare datogli dal consulente. A tutti questi virtuosi dell’investimento vanno sommati tutti coloro che, pur spaventati dal momento difficile, sono comunque rientrati gradatamente, riportando il proprio asset strategico verso la situazione consolidata a prima della pandemia. Sicuramente possiamo dire che c’è differenza tra le due posizioni in termine di soddisfazione finale. E voi che leggete, da quale parte avreste voluto stare oggi con il senno del poi? La verità è un'altra però. Non servono grandi insegnamenti per navigare sui mari dell’investimento, naturalmente ciascuno con la propria rotta e con la propria imbarcazione, costruita su misura per affrontare il percorso tracciato e arrivare al rendimento più consono alle proprie preferenze, cioè dentro il cono d’onda più vicino al proprio livello di rischio tollerabile. Quello che serve fare è semplice:   1. non prestare mai fede alle previsioni ma al proprio piano d’investimento strategico; 2. rispettare il tempo dato per ogni singolo investimento, che è poi il migliore attenuatore di rischio sulla faccia della terra; 3. controllare continuamente la qualità dei prodotti del proprio investimento; 4. cercare di evitare strategie avventate di market time, nell'illusione di poter battere il mercato anche per proteggersi: non ci riescono i migliori gestori figuriamoci i consulenti o i clienti. Per questo è sempre meglio rimanere investiti, anche durante le burrasche più terribili. E se proprio non si può fare a meno di ritornare verso la costa perché la tempesta spaventa, ricordarsi di rimettersi in rotta il prima possibile, senza aspettare che il mare ritorni piatto. Ed ora che ho appena finito di scrivere,  mi accorgo d’improvviso che lo sconforto è ormai passato. 

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DECIDERE DA QUALE PARTE STARE

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 04.01.2021

È difficile parlare dell'anno appena trascorso dal punto di vista finanziario, presi come siamo dalla paura latente che i vaccini non siano così efficaci nel condurci velocemente fuori dall'incubo che stiamo vivendo. E il solo pensiero dell'arrivo di una terza ondata ci rende tutti ancora più inquieti. I miei più attenti lettori sanno quanto io sia sempre attratto dagli insegnamenti che la storia impartisce, piuttosto che dai segni che attraggono e orientano il futuro di tanti improvvidi investitori. Ricordate la scomposta reazione dei mercati durante l'inizio della pandemia? Avevamo parlato di come quella reazione fosse già stata vissuta altre volte nel passato e di quanto quel cigno nero dell’imprevedibilità fosse riuscito a scatenare le paure più profonde dell'essere umano. La storia dell’economia ci ha però insegnato che quando i mercati scendono, prima o poi risalgono. È sempre stato così, dopo due guerre mondiali, in occasione di recessioni o di altri pesanti crisi finanziarie, persino quando altre pandemie hanno colpito l'umanità. L'uomo non si è ancora estinto nonostante tutti gli errori che ha commesso. La ricchezza è comunque sempre salita (provino gli scettici a smentire ciò!!). Questa volta l’incertezza non verteva però tanto sul se sarebbe risalita la ricchezza ma sul quando.   Dopo avere avuto l'ennesima dimostrazione che i mercati tanto più velocemente scendono, tanto più rapidamente salgono, siamo ancora qui a discutere se valga ancora la pena investire. Eppure i fatti ci hanno dimostrato ancora una volta come le cose siano andate diversamente da quanto i catastrofisti avevano previsto. Siamo però sicuri di avere imparato che chi si lascia trascinare dalla paura è sempre e comunque l’unico sconfitto? Forse l'errore sta proprio nel non volere credere quanto siano importanti gli insegnamenti del passato. Mentre dico questo, penso a coloro che nei mesi scorsi hanno liquidato il loro investimento, in particolare a tutti quelli che, una volta usciti dal mercato, non hanno più avuto il coraggio di rientrare, pronti a subire rassegnati l’imminente catastrofe che si stava per abbattere su di loro, magari sospinti dalle opinioni di tutti quei guru con il senno del poi che adesso invocano l’imminente ripresa economica.   Tutti noi investitori dovremmo invece gioire per come la pandemia è stata combattuta. Non si può dimenticare lo sforzo messo in campo per la ricerca del vaccino che ci ha portati dalla scoperta alla somministrazione in meno di un anno. Per la validità poi vedremo ma i presupposti sono comunque di buon auspicio. Certo ci vorranno ancora mesi per ottenere l'immunità da covid-19 ma presto lo saremo. Questo è l'importante! E nel futuro tutto diventerà più veloce, sempre più veloce. Bisognerà abituarsi alla velocità dei cambiamenti che saranno sempre più frequenti. Tuttavia questo appare essere un elemento non rilevante per i molti che ancora non credono che per l’umanità questo sia un record positivo e trainante per una prossima crescita, seppur momentaneamente dominata dal dubbio. Possibile che ci sia ancora chi non crede che la crescita economica sia inarrestabile? Mai nella storia dell'umanità le peggiori catastrofi hanno determinato una regressione economica. Mai! Tuttavia questo non significa che bisogni innestare il cambio automatico per lasciarsi andare ad una tranquillità assoluta.   La volatilità sarà quindi la nuova normalità dei mercati, ma non solo a causa del virus che ha contribuito ad un processo inarrestabile già in corso. I tassi zero o negativi erano già tra noi prima dell’arrivo del virus. Oggi sappiamo come e quanto le trasformazioni economiche, sanitarie e sociali possano dare il loro contributo per generare profonde modificazioni anche nel nostro comportamento da investitori. La nuova regola è che chi non si adatta velocemente al cambiamento lo subisce: a questa realtà dovranno attenersi tutti coloro che saranno alla ricerca di performance, qualsiasi ne sia la misura ricercata. La tendenza a tassi obbligazionari nulli o negativi spingerà molti al superamento inconsapevole della loro bassa propensione all’accettazione del rischio, contribuendo a molti errori nella costruzione del portafoglio strategico. Noi italiani siamo sempre stati i maestri cerimonieri del rischio nullo o basso. Tuttavia, il nostro alto indebitamento ha costretto il nostro Governo a pesanti limiti nel sostegno alla nazione durante le fasi di lockdown e questo debito dovrà prima o poi essere ripagato. E questo non vale solo per il nostro Paese.   I rendimenti azionari sono così diventati sempre più una scelta obbligata per molti, ma non ancora per tutti. Eppure la strada alternativa più seguita oggi è quella di mantenere liquido il portafoglio, usando sempre più il conto corrente come un serbatoio per una improbabile quanto inefficiente auto assicurazione. Questa però è la scelta di chi si espone ai pericoli di un improvviso rialzo dell’inflazione oppure a quelli di una patrimoniale, certamente improbabile ma non impossibile. A meno di non essere attratti dall’acquisto di obbligazioni a rendimento nullo o negativo, l'opzione più ragionevole risulta essere quella di sondare il mercato High Yield, che offre alti tassi a fronte di un notevole aumento del rischio. In questo caso è sempre necessario sforzarsi per una maggiore selettività per non lasciarsi abbagliare dagli alti rendimenti delle tante società zombie destinate certamente a fallire, non appena terminerà il sostegno dato loro dalle banche centrali. Tutto ciò genera però un curioso paradosso: c'è chi preferisce scommettere su obbligazioni emesse dalle molte aziende decotte prossime al fallimento, piuttosto che acquistare partecipazioni di solide società che nel tempo hanno sempre distribuito importanti dividendi.   Comunque la si voglia vedere, dalla storia ci viene sempre un importantissimo insegnamento di cui bisognerebbe sempre tenere conto: dal cambiamento c'è sempre chi trae profitto e chi invece, per la sua diffidenza, lo subisce.   Fortunatamente però, dipende da noi decidere da quale parte stare.  

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