Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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Pianificare in tempo il "dopo di noi"

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  • Consulenza patrimoniale
Scritto il 09.06.2020

In questo periodo di Covid che ci ha avvicinato al dolore per la perdita di una persona cara o di un conoscente, certamente ci siamo posti la domanda “... e se fosse toccato a me?”. Certo la scaramanzia in Italia è sempre dominante nelle scelte. Noi come popolo siamo sempre propensi a dilatare i tempi delle decisioni: lo vediamo fare da parte del governo in momenti di urgenza, figuriamoci quando siamo noi stessi a dover decidere del futuro di chi rimane dopo di noi. Per questo volevo lanciare una provocazione: siamo davvero sicuri che al momento della nostra dipartita, il nostro patrimonio venga effettivamente distribuito tra le persone a cui noi vogliamo che vada, soprattutto nel rispetto delle nelle quote che abbiamo deciso? Siamo altresì consapevoli dei costi da sostenere? Da sempre noi italiani siamo un popolo che pensa più al presente che al futuro, se non altro perché non è sempre facile affrontare questi argomenti in “anticipo”. Recenti statistiche ci dicono che solo il 10% degli italiani ha messo in atto strategie di controllo sulla propria successione. Resta quindi una grandissima quota che non ci ha pensato. Mio compito è di lanciare segnali di fumo con l’intento di aiutare tutti coloro che oggi o domani vorranno affrontare l’argomento. L’aliquota massima per una successione in Germania, Usa e Francia può arrivare sino al 50%, 55% e 60%. Visto che le normative europee tendono ad uniformarsi nel tempo, chissà che prima o poi qualche governo si troverà costretto all’impopolare modifica delle nostre aliquote. La situazione italiana in termini di successione è da paradiso fiscale poiché la tassa è limitata solo all’8% del patrimonio, percentuale che scende in relazione a vincoli di parentela: 6% tra fratelli, con una franchigia di non tassazione sino a 100 mila euro, parenti fino al quarto grado (un cugino) e affini fino al terzo grado (lo zio della moglie); 4% nel caso di eredi diretti (figli, coniuge, compagno unito civilmente), con franchigia non tassabile sino ad 1 milione di euro. Gli immobili invece pagano sempre una tassa di trascrizione e catastale sino ad un massimo del 3%. Se invece si tratta di prima casa si scende sino a 200 euro. Sono invece sempre esenti da imposizione i titoli di Stato italiani e tutti quelli equiparati.   Non sempre però le cose sono lineari e ci si può trovare davanti a contenzioso tra gli eredi al momento della successione, anche e soprattutto in assenza di testamento o in caso di violazione di quota di legittima. Si sa le cause legali sottraggono molte energie, specie se sono tra parenti: costi per perizie, avvocati o per pesanti indagini finanziarie volte alla ricerca di eventuali donazioni da parte del de cuius. Pianificare in anticipo a chi destinare i beni spesso aiuta a salvare i rapporti tra chi rimane. Caso importante poi è il passaggio generazionale dell’azienda di famiglia. A questo riguardo la statistica è davvero impietosa: in un recente studio appare che solo il 24% delle aziende supera il primo passaggio generazionale, il 14% il secondo ed il 5% il terzo. I litigi tra eredi potrebbero poi condurre addirittura alla chiusura o al fallimento, nel caso in cui l’erede che succede non abbia le capacità sufficienti per continuare l’attività. In questo caso ovviamente, la perdita potrebbe essere molto ingente per gli eredi ma anche per i lavoratori che dipendono dall’azienda: ecco perché pensarci prima diventa molto rilevante. In ordine alla successione tra conviventi, con la nuova legge Cirinnà lo scenario è radicalmente mutato. Infatti se il superstite di una coppia di conviventi di fatto continua a non maturare alcun diritto nella successione del convivente defunto, salvo un generico diritto all’abitazione, invece il partecipe di una unione civile acquisisce la stessa posizione che nel matrimonio compete al coniuge superstite. Però questo bisogna saperlo e volerlo. Infine, nel caso di successione di beni immobili, in assenza di un capitale da parte dell’erede, si potrà arrivare addirittura alla liquidazione del bene per coprirne i costi.   Infatti, se non decido nulla in merito a come verrà destinato il mio patrimonio alla mia morte, la legge deciderà per me. Per esempio potrebbe esserci un parente che vorrei escludere ma, non pianificando nulla, per legge, potrebbe ritrovarsi ad ereditare una fetta del mio patrimonio, mentre potrei escluderlo del tutto dalla successione, qualora non appartenesse a soggetti legittimari. Al contrario, potrebbe esserci qualcuno che per legge è escluso dalla successione del mio patrimonio e pianificandolo, potrei invece destinargli parte della quota disponibile.   Per concludere, progettare il dopo di noi significa infatti decidere di come disporre dei beni PRIMA che l’evento morte ci precluda questa possibilità. È arrivato il momento di pensarci perché possiamo essere direttamente noi a decidere del futuro del nostro patrimonio, tenendo sempre in considerazione che le nostre disposizioni possono sempre essere modificate sino alla morte.

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La responsabilità del mercato e ... quella dell'investitore

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 03.06.2020

“Mi raccomando che tutto quello che sottoscrivo sia sempre liquidabile in ogni momento. Non voglio avere vincoli sui miei investimenti!”. Questa è la richiesta che mi ha fatto un potenziale cliente durante un incontro per la definizione del suo investimento. Il punto fondamentale però sta proprio qui: è davvero sempre conveniente che un investimento sia sempre e comunque liquidabile? La verità è che talvolta un vincolo può salvare l’investitore dal peggiore degli errori, quello che si concretizza nel disinvestire per la paura di perdere. Difficile alle volte fare comprendere che una preferenza non è sempre un vantaggio. Abbiamo visto che la tranquillità per l’investitore passa sempre per il grafico di lungo periodo dei mercati azionari. La storia ci insegna che un investitore fedele al suo piano di investimenti è sempre ripagato per la pazienza che dimostra. La liquidabilità è però spesso un rischio che si aggiunge a tutti gli altri, in particolare quando la paura dei ribassi di mercato fa perdere la razionalità. Da qui la mia provocazione: La volatilità non piace a nessuno ma immaginiamo per un istante di fare scrivere all’investitore su di un foglietto, al momento della firma del contratto, il periodo per il quale intenda investire e il rendimento atteso, cioè quel prezzo al raggiungimento del quale lui sarebbe disposto a vendere. Mettendo poi in una busta quel documento con la scritta “non aprire sino a.…” lo obbligheremo a non considerare l’andamento sino a scadenza. Sapendo che il tempo concede sempre rendimento nel tempo, per l’investitore non sarebbe più importante l’oscillazione del mercato negli anni ma solo la data sottoscritta, che diviene l’unica discriminante, anche in momenti di ribasso. Ma se è così, perché noi investitori ci facciamo sopraffare dalla paura in presenza di un mercato in calo? Perché decidiamo volontariamente di vendere in un momento sbagliato, quando sappiamo invece che è proprio quello il momento migliore per comprare? In realtà è sempre il momento di comprare se vengono rispettati i vincoli di tempo. Capisco che la cosa può risultare controintuitiva, ma vendere in un mercato azionario in discesa è come disinvestire una somma da un conto deposito vincolato in prossimità della data di scadenza, con la conseguente perdita certa di tutti gli interessi maturati. Sapendo questo chi sarebbe mai interessato a disinvestire prima del tempo se avesse un vincolo per farlo? Forse nemmeno guarderebbe più l’importo del suo investimento se non in prossimità della data di scadenza! Diversa cosa è invece quando l’investitore deve vendere perché quel denaro è diventato necessario in quel preciso momento. Anche in questo caso il prezzo di mercato non ha più rilevanza perché la necessità di quel denaro lo obbliga ad agire superando i propri interessi futuri, concentrandosi sul presente. La liquidabilità deve sempre essere considerata, a seconda del tempo di impiego, come facoltà concessa per la gestione di un imprevisto in cui il cliente si può trovare per eventi indipendenti dalla sua volontà. L’imprevisto non è conseguenza dell’andamento del mercato come invece lo è la paura. È un errore gravissimo, spesso irreversibile, quello di liquidare esclusivamente per questo. Questo è l’ambito in cui dovrebbe concretizzarsi pienamente l’attività di consulenza, che consiste nell’aiutare il cliente ad essere coerente con gli obiettivi che si è dato, soprattutto in termini di tempo. Diventa fondamentale però usare in modo corretto gli strumenti scelti poiché alcuni sono sin dall’inizio inadatti: uno strumento di breve o di medio periodo può non essere soddisfacente in termini di rendimento, ma forzare la mano provando a speculare nel breve con strumenti di lungo periodo è cosa sbagliata. In questo caso è normale che la paura porti a liquidare tutto prima del tempo.   La storia ci ha insegnato che si perde quando non si rispetta il tempo dato o quando questo non è coerente con il tipo di strumento scelto: inutile andare poi ad incolpare il mercato o lo strumento di responsabilità che non ha.

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Pandemia e cambio di abitudini

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 22.05.2020

Nella settimana appena trascorsa ho avuto modo di parlare spesso con clienti del riposizionamento di portafoglio dopo ribassi e rimbalzi di mercato. Alla domanda se il peggio è ormai alle spalle non sono in grado di rispondere. Quello che so è che dopo ogni crisi di mercato c’è sempre una fase di ripresa, che non sappiamo se sarà lunga o breve, cioè a U o a V. A seconda della sua lunghezza dovrà quindi essere impostata una variazione tattica del portafoglio, sempre però in modo compatibile con le preferenze in termini di rischio di ogni singolo cliente. Ma ciò non deve essere fatto semplicemente sottopesando o sovrappesando il settore azionario rispetto a quello azionario e viceversa. È arrivato il momento di puntare non solo sulla qualità dei prodotti all’interno del portafoglio, nel rispetto certamente delle sue dinamiche di costruzione, ma anche ai macro trend del futuro, privilegiando cioè quelli che appaiono più interessanti dal punto di vista del loro sviluppo e dell’impatto positivo sulla società.   Certamente una pandemia non è cosa che capita tutti i giorni e l’ultima, che ha colpito l’umanità nel secolo scorso, era costata milioni di morti che purtroppo si sommavano a quelli dovuti alla prima guerra mondiale. La situazione era però molto diversa da quella attuale poiché erano state compromesse sia le infrastrutture che la forza lavoro. Nel nostro caso la frase “il mondo non sarà più lo stesso” è esagerata poiché una volta sconfitto il virus, che non ha avuto effetti apocalittici, i cambiamenti dipenderanno dalle scelte effettuate alla luce del lockdown, che ha certamente modificato le nostre consolidate abitudini. Quello che possiamo dire è che qualsiasi sarà la forma e la forza di questo ritorno alla normalità, non potremo smarcarci da una maggiore attenzione verso temi ambientali e di sostenibilità dell’economia.   Per questo motivo la cosa ideale è quella di considerare il momento attuale non già come una sciagura, ma come una nuova opportunità offerta all’umanità per attuare quei cambiamenti che non sono più differibili nel tempo. Se non fosse per l’alto numero di decessi e per l’impatto negativo sull’economia si potrebbe dire che il virus è arrivato nel momento giusto per farci cambiare passo. Minore inquinamento dell’aria e dell’acqua, ampliamento delle attività lavorative di smart working, un sempre maggior utilizzo della tecnologia in campo dell’e-learning, sperimentazione clinica e medica accelerata con lo sviluppo di nuove tecnologie per affrontare l’emergenza, sperimentazione di nuovi farmaci, una nuova organizzazione dei trasporti mediante un aumento della flessibilità degli orari di lavoro, sono solo alcune delle nuove abitudini cui siamo stati costretti e alle quali difficilmente rinunceremo nel futuro. La pandemia è stata anche fattore di accelerazione verso l’uso più diffuso della tecnologia nel campo medico, con la telemedicina e la diagnostica diffusa, verso la domotica, per fare vivere l’abitazione in modo sempre più pieno e intelligente. Insomma tutto questo deve spingere l’investitore ad un suo necessario riposizionamento alla luce delle trasformazioni che il Covid-19 ha reso necessarie.   L’uomo non cambia fisicamente a causa di una pandemia ma possono cambiare le sue abitudini. Il distanziamento sociale finirà e a quel punto tutto tornerà come prima solo se dimenticheremo l’insegnamento ricevuto. Dobbiamo pertanto sforzarci di migliorare almeno alcuni dei nostri comportamenti. L’investitore può e deve fare la sua parte in questo inevitabile processo di cambiamento, mediante un riposizionamento tattico verso dinamiche di scelte d’investimento più orientate alla sostenibilità, verso cioè criteri sempre più Esg. Andranno pertanto premiate con l’acquisto solo le aziende che si stanno muovendo in tal senso o che lo meritano più di altre, evitando di investire su quelle che non si attengono a questi criteri, seguendo la meritocrazia. Questo non solo per un senso squisitamente etico ma soprattutto economico: investire in questi settori aumenta la profittabilità di portafoglio e il controllo del rischio.   Insomma, nella seppur difficile situazione in cui ci troviamo, non possiamo non trovare anche spunti positivi. Questa emergenza ha ribadito con forza quanto questi nuovi criteri di selezione dei prodotti all’interno del portafoglio siano ormai fondamentali anche per disegnare la società del futuro, sulla base di una nuova dinamica interpretativa più votata al profitto come conseguenza di una strategia ESG.

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L'investitore tra il CIgno nero e l'Antifragile

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 13.05.2020

Nei giorni scorsi sono stato amabilmente rimproverato da un lettore di Focus Investitore che mi ha accusato di non avere spiegato l’uso delle parole Cigno nero alle quali ho fatto riferimento in alcuni passati editoriali di Focus Investitore. Ho cosi deciso di fare ammenda descrivendo con maggiore attenzione la provenienza e l’uso del termine che viene erroneamente usato in finanza per descrivere eventi estremamente negativi. In realtà tra questi rientrano anche quelli di segno opposto e di pari intensità, che però quasi mai vengono ad essere presi in considerazione. Uno degli ultimi è infatti il rialzo effettuato dal mercato americano dopo il crollo verticale di metà marzo oppure, questo molto evidenziato, del ciclo infinito di rialzo di mercato dal 2009 al gennaio 2020. La definizione di Cigno nero è latina ed è tratta da una frase del poeta Giovenale, vissuto nel primo secolo d.C., con la quale soleva indicare tutti quei fatti impossibili o improbabili, come vedere un cigno nero in natura (rara avis in terris nigroque simillima cygno). Nel XVI secolo esploratori europei invece scoprirono in Australia il cigno atratus, che è appunto di piumaggio nero. Rimase quindi come idea di un fenomeno di estrema rarità, improbabile ma non impossibile, sino a che nel 2007 Nassim Nicholas Taleb, saggista e matematico libanese naturalizzato statunitense, esperto di matematica finanziaria, usò questo termine come modello per descrivere gli accadimenti rari e significativi in termini di conseguenze che si verificano in natura e, quindi, anche in finanza. L’autore ne ha parlato per la prima volta nell’opera The Black Swan (Il Cigno nero, 2007), nel quale ha sostenuto tra l’altro anche l’impossibilità di anticipare gli eventi economici mediante previsioni. L’uscita del libro ha curiosamente coinciso con la crisi del subprime del 2007, precedendo di un anno esatto il fallimento di Lehman Brothers. Nel testo Taleb sostiene che gli eventi Cigno nero sono impossibili da prevedere appunto a causa della loro estrema rarità. Questi in economia posso poi determinare anche conseguenze catastrofiche. Per questo è importante che gli investitori mettano in preventivo la possibilità del loro verificarsi, indipendentemente dalla previsione della loro causa scatenante, in modo da potere agire di conseguenza. La certezza nel mondo della finanza in particolare è infatti irraggiungibile: ogni previsione è sempre confermata solo a posteriori, ricorrendo al facile uso del senno del poi. A questo riguardo mi sia consentito un esempio per chiarire meglio il concetto. Proviamo a pensare alla prevedibilità delle conseguenze derivanti da questa epidemia che, scoppiata nella lontana Cina, sta travolgendo l’intera umanità. Nella mancata previsione sono incorsi sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità e tutti i capi di Stato. In un attimo siamo passati dallo stato di epidemia a quello di pandemia e nessuno lo ha previsto o evitato. Questo Cigno nero, come altri lo sono stati in passato, era impossibile da prevedere. Ricordiamo ancora che eravamo stati rassicurati che niente sarebbe accaduto! Dire dopo che era prevedibile e controllabile equivale a non essere sul fatto ma sul senno del poi. Partendo dall’attuale Cigno Nero (che non è il primo e non sarà di certo l’ultimo), è importante soffermarsi sulle linee guida di cui abbiamo spesso parlato per la costruzione di un portafoglio che sia il più anti fragile possibile. Per questa definizione ho preso spunto dal titolo di un altro libro di Taleb Antifragile, edito nel 2012. Qui l’autore sostiene che “privare i sistemi di stress vitali non è necessariamente una buona cosa e può essere decisamente dannoso”. I cigni neri non solo sono imprevedibili ed inevitabili, ma sono addirittura utili. La resilienza di una economia la rende si resistente agli shock ma non la migliora, cosa che avviene invece quando la forza dello shock colpisce con grande forza e all’improvviso. Banalizzerò il concetto per migliore chiarezza facendo l’esempio di un atleta che si sottopone sempre a maggiori stress fisici e mentali per puntare al miglioramento dei propri limiti. Ecco che allora l’evento di cui stiamo parlando diventa elemento necessario per rafforzare il sistema (economico) che altrimenti rimarrebbe uguale a sé stesso, senza migliorarsi mai nel tempo. Da qui derivano i motivi per i quali quando si investe bisogna sempre concentrarsi sull’obiettivo, sul tempo e sulle preferenze dell’investitore, senza mai dimenticare il suo personale grado di sopportazione del rischio finanziario. Bisogna per questo sempre condividere con il cliente anche e soprattutto le eventuali debolezze del sistema in cui sta entrando, per prepararlo ad un eventuale shock, seppure possa apparire improbabile. Questi eventi possono causare danni catastrofici ad un’economia e poiché non possono essere previsti, possono essere preparati solo attraverso la costruzione di sistemi robusti e anti fragili. Allo stesso modo bisogna fare per costruire un portafoglio che deve essere robusto e anti fragile per l’investitore. Ecco la conseguenza del ricorso alle fallaci previsioni che possono solo aumentare la vulnerabilità dei portafogli in caso si presentasse un altro Cigno nero. Per questo, uscire dal mercato per scelta o per paura, affidandoci a previsioni o notizie, pensando di rientrare in tempi migliori o proteggerci, è il maggiore errore che un investitore possa fare.

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Questione di rotta, NON di patrimoniale

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 30.04.2020

  Non so cosa accadrà nelle prossime settimane sui mercati. Non so nemmeno se il governo deciderà di applicare una patrimoniale e su cosa potrebbe gravare. La più terribile tra queste capitò nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992, mentre si rincorrevano le voci di un possibile consolidamento dei titoli di Stato Italiano. Mentre gli italiani si interrogavano su questo rischio, il governo Amato, nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1992, fece uscire la lira dall’allora “serpente monetario”. Operò quindi un prelievo forzoso ed improvviso del 6 per mille su tutti depositi bancari, mediante un decreto legge di emergenza, prevaricando, anche se legittimamente, il parlamento. In quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla Lira, erano state inserite tra le altre, misure per l’aumento dell’età pensionabile, la patrimoniale sulle imprese, la minimum tax, l’introduzione per la prima volta dei ticket sanitari, una tassa sul medico di famiglia, un’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono circa 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso “stra” per diventare una imposta ordinaria: l’imposta comunale sugli immobili, detta Ici. Un poco di storia non guasta mai, specie in questi momenti convulsi in cui pare che questo virus sia la sola causa scatenante dei nostri problemi, che in verità vengono da molto più lontano.   Da allora ce ne furono altre di patrimoniali, come si può evincere dalla tabella che ho inserito a pagina 4 di Focus Investitore. Infatti le patrimoniali sono una specialità dei governi italiani, che si sono impegnati per la risoluzione dei problemi improvvisi mediante un’imposizione fiscale una tantum, che poi si trasforma inesorabilmente in qualcosa di perenne. Purtroppo però mai queste soluzioni sono state decisive per il miglioramento della condizione economica, sociale e politica del nostro paese. Perché mai dovrebbe essere diverso oggi? Rassegniamoci.   Comunque sia, il problema per noi non è quello di cercare di evitare a tutti i costi la patrimoniale. Innanzitutto perché non sappiamo ancora se ci sarà e poi perché non sappiamo nemmeno cosa andrà a colpire. Inutile quindi preoccuparci per trovare un sistema per evitarla. Basterà aspettare ed il tempo ci dirà se ne saremo colpiti. Siamo italiani e siamo bravissimi nelle emergenze. Questa volta è diverso solo perché il nostro problema principale è un virus, non una situazione economica. Ma la soluzione è la stessa: chiedere a chi già paga le tasse di pagarne ancora.   Una cosa però l’ho notata: da quando i mercati hanno tentato una risalita, l’attenzione si è concentrata non tanto sulle perdite subite e sulle modifiche tattiche per riportare verso l’alto il capitale investito, sfruttando i ribassi come opportunità e non come sventure, ma sull’eventuale applicazione di questa PATRIMONIALE. La cosa è ravvisabile nei mille e uno articoli che ne parlano sempre più spesso. Se poi con questa imposta si riuscissero a risolvere i nostri problemi, sono certo che gli italiani l’accetterebbero. Temo però che non sarà così anche stavolta e non abbiamo armi per difenderci. E per il momento, vendere tutto e trasferirci in un altro continente è impossibile.   Quello che però possiamo fare è preoccuparci dei nostri investimenti dato che non è per nulla prevedibile se la salita verso il punto di massimo, che certamente ci sarà, ci sorprenderà con una veloce V oppure con una più lenta U. Non so nemmeno se il mondo dopo questa pandemia sarà diverso, anche se la storia ci insegna che l’umanità difficilmente cambia i propri comportamenti nel breve periodo. Certamente quando il cigno nero prende possesso del nostro presente trasformandolo in un futuro incerto, l’uomo perde la testa. La dimostrazione l’abbiamo avuta a metà del mese di marzo.   Sicuramente la pandemia cambierà alcuni nostri comportamenti e l’esperienza aiuterà l’umanità a non ripetere certi errori. Ci evolveremo ancora come è sempre stato. Non dimentichiamo però che i fondamentali dei mercati finanziari sono rimasti intatti, perché non siamo in presenza di una guerra termonucleare totale, e il loro funzionamento non ne è rimasto compromesso per sempre ma soltanto sospeso. In ogni fase di panic selling si crea una cortina di fumo che viene sospinta da coloro che alimentando la paura. Gli stessi che poi ne approfittano avidamente. A questo riguardo ricordiamoci quanto insegna Warren Buffet “Dovresti avere paura quando le persone diventano avide. Dovresti essere avido quando le persone hanno paura”.   Per concludere, qualcuno ha calcolato quando avrebbe guadagnano se avesse investito durante i peggiori momenti di mercato della storia, quando i più vendevano e i pochi compravano. Ne abbiamo già parlato sin troppo di questo. Ricordiamoci però di questi numeri nei prossimi mesi qualora dovessero esserci altri improvvisi terremoti. Non dimentichiamo di tenere sempre la barra del timone sulla rotta iniziale, perché molte volte il ritornare in porto può diventare più pericoloso che affrontare la tempesta.      

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Niente sarà più come prima ma ...

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 27.04.2020

Si discuteva sino a qualche mese fa di quanto gli italiani fossero poco attenti nella gestione del proprio denaro, della troppa liquidità giacente sui conti e di quali problemi innescasse quell’enorme massa di obbligazioni a tassi negativi o prossimi allo zero. Ci si preparava da tempo ad una possibile recessione dovuta agli utili troppo alti, sempre però rimandata e nemmeno forse cosi ciclicamente necessaria. Poi improvvisamente la grande ombra del cigno nero è riuscita ad avvolgere l’intera umanità, colpendola non dal punto di vista economico ma da quello sanitario. Qui sta il punto più spigoloso: l’uomo in economia è da sempre alla ricerca di certezze sul proprio futuro. Chi mai si poteva aspettare che una pandemia portasse l’intera umanità alla situazione che stiamo vivendo? Eravamo partiti da pochi casi in Cina. La Cina sembrava così lontana, mentre ora aspettiamo la Pasqua in assetto da guerra batteriologica, chiusi in casa per decreto del Presidente del Consiglio, impossibilitati a qualsiasi spostamento e privati della nostra libertà di movimento. Chi tra i tanti “emettitori di sventura” avrebbe potuto immaginare tutto questo? Da qui è lecito porsi delle domande sul quando finirà davvero e su quali potrebbero essere i costi sociali, economici e sanitari che dovremo sopportare.     Non vogliamo nasconderla questa verità: certamente il virus ha alterato il nostro modo di vivere. Bisogna però ribadire che la sua forza non ha però distrutto la nostra voglia di normalità, che è fondamentale per la ripresa futura. Cosa intendiamo per normalità? È forse venuto meno il desiderio di uscire di casa per andare al cinema o prendere un mezzo di trasporto, che permetta a tutti noi di trascorrere un week spensierato? Proviamo a riflettere sulla volontà o meno di acquistare un bene di nostro interesse che desideravamo qualche mese fa. Siamo davvero sicuri che potendolo acquistare, in una situazione di ritrovata normalità ci rinunceremo? Qualcuno ha poi forse immaginato di poter lavorare in via definitiva da casa oppure di rinchiuderci i propri figli, per obbligarli a seguire delle noiose lezioni on line? Non dimentichiamo poi degli sforzi messi in campo da tutti i governi e dalle loro banche centrali per supportare l’economia. Ho semplificato e forse banalizzato ma non sarà sfuggito il mio messaggio: non voglio fare previsioni ma non è azzardato dire che l’incerto non sarà il SE succederà, ma il QUANDO questo potrà accadere. E non stiamo parlando di anni ma di mesi. Ancora una volta la pazienza deve esserci d’aiuto. Si, ritorneremo certamente alla normalità della nostra vita. Ricorderemo però le tante persone che a causa di questa pandemia non sono più con noi e del modo terribile con il quale ci hanno lasciati. Questa è l’unica cosa che ci cambierà per sempre.     Chi mi legge da tempo sa quanto io sia contrario alle previsioni, non perché non ne possa azzardare qualcuna per essere in buona compagnia, ma, piuttosto, perché queste sono di una tale inutilità che farlo mi porterebbe a contraddire il mio pensiero. Cosa possiamo dire allora che non sia previsione ma che possa essere, con la ragione di chi riflette su ciò che vede, che sa o che ha studiato, di conforto per gli investitori? L’intento è di lenire i danni derivanti dai portatori di sventura che in questi giorni lanciano segnali di catastrofe per l’umanità. Semplificando, è vero che niente sarà più come prima? Pensate davvero che i mercati si comporteranno in modo diverso da come hanno reagito in passato? La storia ci ha insegnato che le crisi, una volta risolte, portano solo un aumento del benessere e della ricchezza per un sempre maggior numero di uomini. Che poi ci siano abitanti del pianeta al di sotto della soglia di povertà, ai quali non sono nemmeno riconosciuti i fondamentali diritti umani è altra cosa e attiene alla giustizia sociale e politica, discorso che esula dal nostro. Qualcuno certamente subirà questi cambiamenti e ne soffrirà; per altri invece sarà solo una fase di passaggio, che ricorderà con tristezza quando tutto sarà finito. Come uomini siamo abituati da sempre a subire le cose che ci stanno accadendo, salvo poi dimenticarci di queste non appena ce ne viene data la possibilità. Come pensate risponderà l’umanità una volta trovata la cura o il vaccino? Come risponderanno i mercati? Molte saranno quindi le cose che cambieranno ma in positivo. Bisognerà per questo essere pronti con fiducia ad approfittarne, soprattutto per quanto riguarda i nostri investimenti, lontani il più possibile dal cinismo di cui l’uomo è spesso vittima.   Certamente questa pandemia ha innescato come punto critico una crisi economica mondiale che avrà come effetto determinante una riduzione degli occupati, il fallimento delle aziende meno solide il cui vuoto verrà riempito da quelle più competitive. In breve tempo però il mercato in espansione riporterà l’economia al punto di equilibrio per poi farlo ripartire con sempre maggiore vigore. Non dobbiamo dimenticare che non c’è stata una guerra, con la morte e riduzione della forza lavoro e la distruzione della capacità di produzione, ma solo una chiusura. Ci saranno settori che soffriranno di più e altri che invece si riprenderanno più rapidamente, profittando della situazione che si è venuta a creare, così come è sempre accaduto nella storia del mondo. Cambierà certamente anche il modo di globalizzare l’economia, evitando la concentrazione attraverso nuovi modelli di produzione e di distribuzione, alla ricerca della riduzione dei costi per aumentare i profitti.   Molte saranno quindi le cose che cambieranno ma in positivo. Bisognerà per questo essere pronti con fiducia ad approfittarne, soprattutto per quanto riguarda i nostri investimenti, lontani il più possibile dal cinismo di cui l’uomo è spesso vittima.  

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Pensieri sparsi al tempo del Covid-19

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 17.04.2020

 In questo periodi di lavori forzati da casa, non potendo incontrare clienti, colleghi o società prodotto, ho usato molto la tecnologia per mantenere comunque vivi i contatti. Gli argomenti di cui ho discusso hanno spaziato dallo stato di salute al posizionamento di portafogli, dall’ampiezza delle perdite allo studio di eventuali spostamenti tattici o rimodulazione degli investimenti. Mi sono persino intrattenuto, mio malgrado, a discutere sulle immancabili previsioni di mercato. Sinceramente non so cosa succederà nei prossimi mesi. Nelle mie riflessioni casalinghe però mi sono creato degli scenari possibili partendo da un’aspettativa di ripresa veloce con un mercato che risale a V, pur sapendo che questo non sarebbe consono a coloro i quali hanno alleggerito le loro posizioni, favorendo invece chi ha deciso di rimanere investito. Sono poi passato ad immaginare uno scenario con una risalita più lenta ad U, più utile a coloro che devono rientrare sul mercato, a cagione di tempo per gli altri. Comunque sia ribadisco che non è il mercato che fa perdere denaro ma piuttosto gli errori che si commettono quando si investe a caso, cioè senza un piano di investimento studiato e ben strutturato sulle proprie preferenze d’investitore. L’errore degli errori è però quello di rinunciare al proprio piano di investimento a causa della paura del momento. Non bisogna infatti mai dimenticare che la paura passa ma il rammarico per avere sbagliato resta per sempre.   Già troppe volte ho parlato di quanto, per l’investimento vincente, siano necessari un obiettivo, il tempo, una strategia e, naturalmente, la volatilità. Il problema non è quando si vendono titoli perché il denaro serve ma, piuttosto, quando non servono. La qual cosa capita nella quasi totalità dei casi. Certamente è contro intuitivo farlo in un momento di rialzo. Farlo invece in preda alla paura dei mercati che scendono è più naturale, ma è sbagliato. Lo è anche quando ci si perde nell’illusione di rincorrere un market timing vincente, come dimostrano i numerosi studi accademici di cui abbiamo già parlato. Vendere durante fasi ribassiste è un grosso errore perché si perdono le migliori opportunità, oltre a correre il rischio di rientrare nel momento sbagliato. Facendo così gli errori sarebbero due. In questo caso la strategia PAC deve diventare la preferita, appunto per non sbagliare il momento del rientro e per non rimanere fuori troppo a lungo.   Mi si consenta una riflessione sul paragone tra un investimento azionario e uno immobiliare. Sono anni che questo mercato è in discesa, ma nessuno è spaventato dal suo ribasso. Magari è deluso, ma spaventato al punto da liquidare l’immobile no. La maggior parte degli italiani proprietari di seconde case sono convinti che arriveranno tempi migliori, sopportando tra l’altro anche gli oneri del mantenimento, le tasse o i costi di una eventuale ristrutturazione nel tempo. In questo caso i ribassi si accettano sempre, fiduciosi di ipotetici tempi migliori. Non mi si dica poi che l’affitto dell’immobile non di residenza sia remunerativo al punto da soddisfare il proprietario. Ora la mia provocazione: perché un immobile non si liquida in preda al panico in caso di ribassi simili a quelli azionari, pur sapendo che il suo mercato di riferimento non è così certo che ritorni nel tempo ai livelli massimi raggiunti?   Quando l’investitore vende per paura, sconvolgendo il proprio piano di investimento, aggiunge un’incognita alla perdita. Infatti, rientrare al momento giusto, cercando di non sbagliare per la seconda volta, è più un mito che una certezza. Nel caso invece decidesse di liquidare per modificare completamente il suo modo di investire, cercherà di recuperare le perdite, magari evitando ogni ulteriore rischio. Con i livelli attuali di rendimenti free risk investire per recuperare significa impegnarsi per i prossimi 10 o 20 anni. Scusate ma allora … non era meglio sedersi lungo la sponda del fiume e aspettare di vedere passare il cadavere dei catastrofisti che preannunciano tracolli dell’umanità, in attesa del prossimo rialzo di mercato. Sia detto, qui di incerto c’è solo il quando, non il se. E se il mercato scendesse ancora? Beh, se il mercato scendesse ancora, ritornerei a citare una frase già scritta: un migliore affare non cancella un affare precedente e, ove possibile, comprerei ancora al ribasso. Certamente però non aspetterei il tempo migliore ma rientrerei gradatamente, per proteggermi dalla volatilità.   Per concludere mi si consenta di ritornare sui numeri espressi nei precedenti post. Limiterò il mio discorso ricordando che negli ultimi 40 anni di mercati azionari americani, dal 1979 ad oggi, tredici dei migliori 20 giorni della borsa sono arrivati in anni negativi. Specularmente nove dei 20 peggiori giorni sono invece arrivati in annate positive. Detto ciò, considerate voi se è meglio investire quando il mercato è basso oppure quando è alto. In ogni caso, vince sempre chi rispetta il proprio piano di investimento, sia che entri sui minimi oppure sui massimi.

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Questione di matematica (e di pazienza)

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 09.04.2020

In queste giornate dall’operatività purtroppo ridotta a causa della limitata mobilità, ho parlato con molti clienti. Alcuni tra loro che sono provetti matematici, mi hanno fatto notare che nei dati che ho riportato negli editoriali di FI sulla storia dei mercati, non ho indicato le percentuali di recupero necessarie per riportare l’investimento almeno alla parità del capitale, cioè il cosiddetto punto di break even. Non bisogna infatti dimenticare che per recuperare una perdita del 10% serve un aumento dell’11,11%, mentre per una del 20% la crescita deve essere almeno del 25%. In pratica quando il mercato scende, la risalita deve salire in modo più che proporzionale. La matematica serve per essere precisi, specie quando si devono risalire impervie montagne: la formula è pertanto la seguente PR=(CI/CF-1)*100 (PR=percentuale di recupero, CI capitale iniziale, CF capitale finale), in modo che ciascuno possa calcolare il proprio percorso di risalita. Così, navigando sul web, ho trovato un sito particolarmente interessante che mi ha aiutato in questi calcoli non difficili, ma certamente noiosi. La fonte è https://awealthofcommonsense.com/, un sito di Ben Carloson, un noto consulente finanziario americano che fornisce consulenza ad investitori istituzionali. Da lui ho preso in prestito i dati per comporre la tabella che potrete vedere in allegato, che indica i ribassi della storia dello S&P 500 degli ultimi 100 anni, comprensivi delle riprese e del tempo trascorso tra ribasso e successivo picco massimo. In questo caso, ho usato per il calcolo i flussi dei dividendi reinvestiti puntualmente, che costituiscono nel tempo una sorta di spinta “turbo”, la stessa che viene utilizzata nella gestione di un fondo comune di investimento. Dai dati si comprende come tra i 24 draw down più pesanti della storia, i recuperi veloci si siano manifestati ben dodici volte pari al 50% dei casi, quelli entro i due anni 4 volte, 6 quelli entro i quattro anni. Solo 2 volte i recuperi sono stati raggiunti in periodi superiori ai sei anni, ma si tratta di periodi molto lontani.   “E allora?”, si staranno certamente chiedendo i pazienti lettori. Innanzitutto, il mercato ha ripreso con una intensità tale da riportare sempre in parità il capitale, anche senza effettuare nessuna correzione su di un ipotetico portafoglio. La condizione è però quella di essere dentro, NON fuori dal mercato. Ciò conferma l’assunto che rimanere fermi da più risultati che non fare scelte sbagliate! Importante però è di rispettare il proprio piano di investimento e muoversi nel modo giusto. Lo so, ho preso spunto da un mercato efficiente e non è stato così per tutti. Vero però è che la scelta di quello giusto dipende da noi, non da altri!   Alla domanda su come posizionare i portafogli per accelerare il ritorno alla condizione di partenza, la risposta diventa scontata, poiché la scelta deve cadere sui paesi che stanno uscendo per primi dalla condizione di lock down e su quelli che stanno investendo sulla propria ripresa con efficacia, tempestività e decisione. Bisognerà, senza fare previsioni e usando semplicemente il buon senso, scegliere quei settori strategici dove la ripresa potrebbe essere più forte, senza dimenticare mai di usare rigorosi criteri di selezione dei prodotti.   Per concludere, pur ammettendo che ci potrebbero essere ulteriori ribassi prima del superamento globale della crisi che stiamo attraversando, non si può rinunciare oggi ad essere investiti avendone la possibilità. Per chi era già investito ma ha preferito liquidare per il timore di perdere, è quindi importante rientrare in modo graduale e mirato. Per coloro che hanno invece resistito sulle loro posizioni, ci sono modifiche tattiche necessarie da fare. Tutto ciò è da fare nel rispetto del tempo e del livello di rischio preferito e scelto da ciascuno di noi al momento dell’investimento iniziale.   Attendo come sempre i vostri preziosi commenti!

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Repetita iuvant

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 27.03.2020

Meno male che le cose scritte rimangono mentre le parole dette passano e poi, purtroppo, si dimenticano. A questo riguardo, per non tediare ancora con la storia dei mercati e della loro eventuale ripresa, ho pensato di riproporre all’attenzione dei lettori, un post qui pubblicato in data 30.4.2019. Come tutti ricordiamo bene in quel mese i mercati avevano di fatto recuperato tutte le pesanti perdite del secondo semestre del 2018, che avevano colpito il 94% degli asset mondiali. Era infatti facile trovare articoli che inneggiavano alla forza del mercato, ormai lontano dalle lacrime e sangue di fine 2018. Lo ripropongo per indurre, come direbbe Thaler, premio Nobel dell’economia 2017, una spinta gentile sui miei pazienti lettori, per indurli a riflettere sulle analogie possibili con l’attuale situazione, che certamente stenterà a trovare chi sta invece pensando che “questa volta tutto sarà diverso”.   MoneyController, 30.4.2019 Leggo direttamente sulla prima pagina de Il Sole 24 Ore di oggi 27 aprile 2019, il titolo “Borse, recuperate le perdite 2018”, ribadito poi in terza pagina con un entusiastico “Borse, il super rally fa dimenticare le perdite del 2018”. La settimana scorsa abbiamo appunto parlato di quanto le cattive notizie possano influenzare gli investimenti più distanti dai nostri veri obiettivi, pesando invece di meno su quelli che per noi si considerano più vissuti, attuali e significativi. È facile investire oggi sulla scia di buone notizie, facendoci ingolosire dai guadagni che certamente qualcuno di coraggioso ha ottenuto sugli ultimi rialzi di mercato. Non lo è stato invece quando su Il Sole 24 ore web in data 23 novembre 2018 comparivano altri titoli come “Ecco perché le borse hanno perso 15mila miliardi nel 2018”, ribadito e rafforzato da un altro comparso alla vigilia del Natale scorso che riportava “Borse, il Natale nero di Wall Street: è stata la peggior vigilia della storia”. Scoprendo nel tempo che il mercato si sarebbe ripreso sarebbe facile oggi dire che in quel momento sarebbe stato bene investire. Certo, con l’aiutino del “senno del poi” è facile dire oggi che “si, io avrei investito in quel momento!”. Ma senza questo “aiutino”, alzi la mano chi ha davvero investito o non ha disinvestito! Per questo oggi possiamo dire che i veri eroi sono tutti coloro che per consapevolezza, per dimenticanza o perché in tutt’altro affaccendati, non si sono preoccupati di farsi del male disinvestendo. Certo poi la colpa dei disinvestimenti potrebbe anche essere data ai sistemi automatici che aiutano a non perdere oppure, comunque la si veda, che disinvestendo, hanno limitato i guadagni, nel tentativo di non far perdere. Da qualsiasi lato la si guardi, la cosa ci deve rendere più consapevoli del fatto che perdere o guadagnare dipende anche da noi, cioè da come sappiamo gestire le nostre paure. Per questo volevo concludere questa mia riflessione riprendendo quanto avevo scritto sull’editoriale di Focus Investitore N.3 del novembre 2018: “Noi abbiamo una sola certezza e cioè, come ci ha spiegato molto bene il lavoro di Jeremy Siegel, che “nel lungo periodo non c’è nulla di più redditizio e sicuro di un investimento ben diversificato in azioni”. Sarà poi una nostra scelta quanto rischio prenderci in termini di tempo e di volatilità. Infine, per quanto attiene i condizionamenti da parte dei media, suggerirei la soluzione che il premio Nobel per l’economia 2017 Richard Tahler ha dato ad un giornalista che gli chiedeva appunto come lui si comportasse quando sentiva notizie negative. La sua risposta è stata molto diretta e semplice “cambio canale”, come a dire, non mi faccio condizionare.     E noi invece, come ci comportiamo con i nostri investimenti quando ci capita di ascoltare una notizia negativa?”  

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L’impatto delle pandemie nella storia degli ultimi 100 anni

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 19.03.2020

I miei lettori sanno che mi piace indagare tra le pieghe del tempo per capire se alcuni dati del passato possano essere utili anche ai giorni nostri, in modo da adottare per gli investimenti scelte più razionali e meno emotive. Certamente non è facile per noi umani rimanere impassibili davanti al dolore, specie se ci tocca da vicino. Oggi però, vista la situazione, è necessario fare delle scelte non emotive. Ho parlato così tanto di crisi di mercato e della sua certa ripresa nel tempo, che stavolta mi sia concesso di vedere la cosa da un altro punto di vista. Lo farò utilizzando una infografica tratta da https://www.visualcapitalist.com/history-of-pandemics-deadliest/ (in allegato), che riassumerò nelle poche righe che seguono e che ha lo scopo di dimostrare che quello che stiamo vivendo, non è e non sarà la fine del mondo.   Osservando i dati notiamo che oggi, a causa della globalizzazione, ci troviamo davanti ad uno scenario drammatico, diverso dai precedenti proprio perché colpisce il mondo intero. Non dobbiamo però lasciarci destabilizzare da questa situazione. La domanda che bisogna porsi è la seguente: “nella storia dell’umanità si è mai presentato un evento simile a questo che stiamo vivendo, tale per cui il progresso si sia interrotto, riportando “indietro nel tempo” le condizioni economiche o di benessere generale? La risposta è, NO! Mai nella storia del mondo un’epidemia, anche di dimensioni più importanti di questa, è riuscita a fare regredire il livello sociale, economico e di benessere raggiunto. Paradossalmente, nemmeno i conflitti mondiali ci sono riusciti. Ho per questo limitato la ricerca ai dati degli ultimi cento anni. Consiglio, per meglio comprendere la mia tesi, di confrontarli con quelli del posto precedente, la cui analisi riprende i maggiori crolli del mercato azionario mondiale.     1918 - 1919 Influenza spagnola Virus H1N1/suini                                 > decessi 40/50 mn   1957 - 1958 Influenza asiatica Virus H2N2                                         > decessi 1.1 mln   1968 - 1970 Influenza di HongKong Virus H3N2                                         > decessi 1mln   1981 - presente HIV/AIDS                 Virus / Scimpanzè                               > decessi 25-35 mln   2002 - 2003 SARS                              Coronavirus / Pipistrelli                        > decessi 770   2009 - 2010 Influenza suina                Virus H1N1 / Suini                              > decessi 200.000   2014 - 2016 Ebola                               Ebolavirus / Animali selvatici              > decessi 11.000   2015 - presente MERS                         Coronavirus / Pipistrelli cammelli         > decessi 850   2019 - presente COVID-19                 Coronavirus / Sconosciuto                   > decessi 4. 500 dati al 12 marzo 2020   Lo so che chi mi legge può ritenermi cinico, ma in questo momento ho il dovere di tranquillizzare, non di terrorizzare. Nei casi sopra osservati l’economia, quindi la produzione, la creazione di benessere e ricchezza, e i mercati, non si sono mai fermati, anzi sono addirittura progrediti più velocemente.   La situazione che stiamo vivendo è certamente eccezionale, ma non diversa da ciò che il passato ci ha consegnato e insegnato. Possiamo pertanto dire che nella storia dell’umanità si sono sempre avute pandemie, anche di portata superiore a questa. Chi mi conosce sa che sono vicino a chi è stato colpito, direttamente o indirettamente, da questo virus, tuttavia non posso esimermi dal dire che la persistenza di malattie nel tempo, è sempre stata caratterizzata comunque da una graduale riduzione del tasso di mortalità. I miglioramenti della sanità e la comprensione dei fattori che incubano le infezioni diffuse, sono stati strumenti potenti per mitigarne l'impatto, che hanno però generato, direttamente o indirettamente, progressi scientifici, che si sono poi riverberati sull’economia e sul benessere dell’umanità. Infatti noi italiani in questa situazione stiamo scoprendo, che la situazione ci porta a sperimentare per migliorarci (lezioni da remoto, smart job, ritorno agli investimenti sulla sanità e molto altro). Questo sarà un impulso al potenziamento della nostra attività economica, per uscire il prima possibile dalla crisi che stiamo attraversando. Questa volta quindi l’impatto non sarà diverso da quanto già avvenuto nel passato. Oggi spetta a noi italiani oggi dimostrarlo al mondo intero.   Quello che forse è cambiato è il modo di percepire il rischio: un rischio basso non significa la sua assoluta assenza. Questo vale per i mercati certamente ma soprattutto vale per la nostra salute, non dimentichiamolo quando tutto riprenderà e dovremo fare scelte di investimento più responsabili, intelligenti e mirate.   Con il ritorno alla normalità, i valori riprenderanno le quote raggiunte prima di superarle. Più veloce sarà la vittoria su questa pandemia, più le curve di crescita torneranno ad impennarsi. A questi prezzi così scontati non si può che acquistare. Certo nuovi ribassi non sono da escludere e la volatilità non è terminata.   Per concludere voglio riaffermare quando già detto in altre occasioni: un buon affare oggi, non viene cancellato da un affare migliore domani, in particolare quando il futuro sta nel progresso dell’umanità.   E noi ce la faremo!

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Il mondo non finirà, facciamocene una ragione!

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 17.03.2020

Stiamo attraversando una fase di mercato molto negativa, che segue un anno meraviglioso dal punto di vista dei mercati. Il periodo di crescita più lungo della storia, contrassegnato da pochi momenti di ribasso, contraddistinti però sempre da rapide riprese, lo abbiamo già lasciato definitivamente alle spalle. Eppure qualcuno sostiene (non saprei dire se a torto o a ragione) che la storia non si ripete mai e che presenta caratteristiche diverse ogni volta, tanto che per questo motivo è sempre impossibile trovare analogie. Io sostengo invece che è sempre utile conoscerla, quanto meno per valutare se sia possibile trovare almeno utili insegnamenti da usare nel presente. Certo, questa volta è diverso dalle altre perché essendo in pandemia, non stiamo combattendo contro una crisi endemica di natura finanziaria ma, piuttosto, contro un virus sconosciuto per giunta attualmente senza cura.   In realtà prima di questi giorni l’economia stava vivendo un momento, inimmaginabile dopo il crollo del 2008. Detto ciò mi pongo la prima domanda: possibile che la grave situazione che stiamo attraversando possa portarci nell’abisso dello sconforto senza farci vedere che la ripresa è appena dietro l’angolo, al superamento di questa fase pandemica? Certo, l’economia dovrà rimettersi in carreggiata, ma noi sappiamo che i mercati anticipano sempre la ripresa. Lo è stato nel passato e non esistono motivi per cui non debba ripresentarsi domani.   Detto ciò vediamo quale contributo possa darci l’osservazione della storia dei mercati, prendendo spunto da quello statunitense, che oggi sembra essere tra i più penalizzati ma che nel tempo ha sempre portare le migliori soddisfazioni. Ripercorriamo insieme brevemente i suoi momenti di buio, tutti molto simili a quelli che stiamo attraversando oggi, perlomeno in termini di ribassi. Una premessa: si sentano esentati dal leggere le righe che seguono, coloro che credono che stiamo vivendo gli ultimi momenti dell’umanità prima della sua estinzione. Invece, per tutti gli altri che come me credono che il futuro sia sempre migliore del passato, voglio dare dati che spero li facciano riflettere ed agire positivamente per il loro bene.   Aprile 1907 - aprile 1908 Conosciuta come il Panico dei banchieri, è stata tra le prime crisi del mercato americano ed è cominciata nel 1906 e terminata nel 1908. Il minimo fu toccato nel mese di aprile del 1907, facendo segnare una discesa di oltre il 50% dal suo picco di massimo, segnato l’anno precedente. Il panico scoppiò durante un periodo di recessione economica, quando ci furono numerosi episodi di corsa agli sportelli nei confronti di banche e società fiduciarie. Il panico del 1907 alla fine si diffuse in tutta la nazione quando molte banche e società dichiararono bancarotta. Il momento migliore per investire risultò essere sul punto di minimo segnato nell’aprile del 1907.   Settembre 1929 - giugno 1932 Escludendo per ovvi motivi il periodo della grande guerra 1915 - 1918, la borsa americana affondò il 29 ottobre 1929, segnando l’inizio della Grande Depressione, tuttora considerata la madre di tutte le fasi Orso. Lo S&P 500 perse l’86% della sua capitalizzazione: in meno di tre anni risalì verso i massimi sino al 1932, per poi ridiscendere e perdersi durante la successiva guerra mondiale. La durata della ripresa può essere misurata in 34 mesi.   Maggio 1946 - giugno 1949 A meno di un anno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la borsa americana cominciò una lenta discesa che la portò ad una perdita dai massimi del 30%. Mentre la domanda si affievoliva, gli statunitensi bruciarono i propri risparmi in quella che nel 1948 si trasformò in una storica riduzione delle scorte. La durata della ripresa per ritornare ai massimi precedenti è durata 37 mesi.    Novembre 1968 - maggio 1970 La rapida crescita economica fu interrotta da una fase di recessione, accompagnata da un rialzo dell’inflazione sino al 6% annuo. L’Orso arrivò appena Richard Nixon fu eletto presidente degli Stati Uniti dopo un anno di forti tensioni sociali. L’economia debole contribuì al malcontento di un’opinione pubblica già provata dall’impegno americano in Vietnam. La perdita massima raggiunta fu del 36% con una ripresa ai massimi in 18 mesi.   Gennaio 1973 - ottobre 1974 La guerra israeliana del Yom Kippur e il conseguente embargo petrolifero da parte dei Paesi arabi portò alle stelle il prezzo dell’energia, generando una fase di recessione. Il tasso di inflazione annua sui consumi raggiunse il 10%. Forse questa situazione può essere paragonata all’attuale guerra del petrolio tra Arabia Saudita e Russia. In questo caso la perdita ha portato una perdita pari a poco meno del 50%, con una durata di 21 mesi per il recupero ai massimi precedenti.   Novembre 1980 – agosto 1982 Dopo quasi un decennio di sostenuta inflazione, la Federal Reserve alzò i tassi di interesse di quasi il 20%, portando immediatamente l’economia in recessione. La combinazione di alta inflazione e lenta crescita - nota come stagnazione - fu il fattore determinante per la vittoria di Ronald Reagan alle elezioni presidenziali statunitensi del 1980. In questo caso il ribasso fu di quasi il 30% con un recupero in un periodo di 21 mesi.   Agosto 1987 - dicembre 1987 Dopo una prolungata stagione di Toro, la crescente automatizzazione delle strategie di trading contribuì al Black Monday del 19 ottobre 1987. Gli investitori furono anche spaventati dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Germania riguardo al prezzo delle valute e si diffuse il timore di una svalutazione del dollaro. Il risultato fu un crollo del 22,6% dell’indice Dow Jones in una sola giornata, il peggiore dal 1914, prima dell’ingresso nel periodo della grande guerra. La perdita massima di quel periodo fu del 33,5% con una ripresa verso i massimi in soli 3 mesi.   Marzo 2000 - ottobre 2002 Lo scoppio della bolla delle dot-com fu generato dalle speculazioni sul nascente settore dell’industria digitale. Nuove società tecnologiche con profitti bassi o nulli arrivarono a superare in Borsa colossi della old economy. L’indice specializzato Nasdaq perse il 50% della propria capitalizzazione in nove mesi e non riuscì mai più a raggiungere il picco del 2000. Ricordiamo nello stesso periodo anche il fattore esogeno dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. La perdita massima registrata nel periodo fu del 50% e il recupero fu raggiunto dopo 30 mesi.   ottobre 2007 - marzo 2009 Lo scoppio della bolla immobiliare statunitense, si produsse a inizio 2007 e l’esplodere del costo dei mutui si riversò in pieno sul mercato del credito. Col fallimento dei colossi di Wall Street Beat Stearns e Lehman Brothers il panico fu totale. Il mercato crollò al suo livello più basso dal 1997. La perdita massima raggiunta fu di oltre il 56% e il periodo per ritornare ai massimi fu di soli 17 mesi, con i successivi 11 anni di salita ininterrotta.     Come tutti noi stiamo osservando, i mercati azionari nelle ultime 2 settimane sono stati colpiti da tre fattori concomitanti: panico diffuso, speculazione e attivazione dei sistemi automatici di stop loss. Il tutto ha improvvisamente portato i portafogli a discese sull’azionario comprese tra il 20-30 % e oltre in molti mercati significativi. La crisi che stiamo vivendo è quasi esclusivamente esogena, prodotta cioè non da una causa interna al sistema finanziario ma, come abbiamo già scritto su Focus Investitore, dall’epidemia di Covid-19. Se vogliamo essere pignoli introdurrei anche un fattore endogeno, indotto dalla guerra dei prezzi del petrolio scatenata da Arabia Saudita e Russia. L’uso dei derivati ha poi di molto amplificato la discesa.   Non sappiamo certamente quando il doppio cigno nero ricomincerà a volare verso luoghi lontani, ma sappiamo che la storia ci invita in questi casi a NON ESSERE MAI TROPPO PESSIMISTI.   Infatti, a meno che non si creda nell’estinzione dell’intera umanità, quando l’infezione comincerà a diminuire, grazie alle misure di prevenzione e all’imminente scoperta della cura con conseguente uso del vaccino, tutto il sistema si riporterà verso la normalità che aveva precedentemente raggiunto. Non dimentichiamo poi che in Cina la produzione è già ritornata a pieno regime, dopo la fine dell’epidemia. Certo ci saranno conseguenze sulla produzione e quindi sui consumi, ma sappiamo che la finanza e i mercati sono sempre anticipatori di quello che sarà la successiva ripresa economica. Non mi si dica però che queste sono previsioni, ma invero semplici analisi di un passato di 120 anni, dove i mercati, alla fine del periodo critico, sono sempre inesorabilmente cresciuti.   L’idea che voglio trasmettere è che in finanza i numeri dei mercati tendono sempre a salire nel tempo e questa volta, ammettendo senza concedere alcuno sconto ai miei detrattori, non sarà diverso: i massimi raggiunti torneranno quindi ai loro valori, prima di superarli. Il punto che a noi interessa evidenziare di più è che quando i prezzi scendono cosi violentemente, bisogna sempre saperne approfittare: infatti un buon affare oggi non può essere sminuito da un buon affare che si presenterà domani. Se oggi lo S&P 500 quota un 20 o 30 % in meno, perché non approfittarne? Se poi scenderà ancora, aspetteremo il ritorno a questo valore che è di per sé già molto attraente!   In una fase di mercato come questa, è molto semplice farsi prendere dal panico e svendere. I veri eroi, cioè coloro che giustamente verranno ricompensati con il premio al rischio, per il sacrificio e la fatica di resistere, saranno tutti coloro che non si lasceranno distrarre dalle sirene negative che in questi giorni trasmettono immagini di sciagure e che hanno lo scopo di fare felici gli speculatori. Chi vende solo per la paura, senza rispettare il tempo che si è dato per cogliere i frutti del suo sacrificio di tempo, certamente coglierà meno risultati se riuscirà a rientrare, poiché lo farà solo in un momento successivo. Lo sconfitto sarà solo chi ha avuto paura, colui che ha accettato di svendere per zittire le urla che gli inducono di abbandonare il campo. Chi lo farà è condannato a non rientrare più, se non a fine ciclo, nell’illusione che entrare al giusto momento paghi sempre e comunque.   La mia proposta è allora di fermarsi a riflettere spegnendo la televisione, smettendo di sentire le sirene di allarme dei mercati che suonano a morto di continuo, senza mai fermarsi. Evitiamo per qualche secondo di perderci dentro i numeri dei decessi negli ospedali, che non ci risparmiano lacrime in memoria di persone che magari conosciamo. Il mio invito è quello di pensare che il mondo non è destinato a finire per il Covid 19. Il mondo non finirà, facciamocene una ragione. Quello che non sappiamo è come si comporterà il mercato, se ci sarà una ripresa a V più veloce o a U più lenta, oppure, come credono i più pessimisti, ad L, cioè molto, molto lenta.   Comunque sappiamo che ci sarà, come già anticipato molte volte: i mercati sanno sempre riprendere il loro cammino ritornando al punto di massimo da cui erano crollati, per poi superarlo abbondantemente. Proprio per questo è necessario che l’investitore prudente abbia sempre tempo e pazienza dentro le sue tasche. Non stiamo vivendo l’apocalisse, così come non l’abbiamo vissuta nei periodi che abbiamo descritto appena sopra. Certamente possiamo dire che in tutti questi casi abbiamo avuto sempre grandi cambiamenti e, proprio per questo, è sempre molto importante essere investiti correttamente in modo diversificato e adeguato, perché dalle crisi analizzate non serve l’inerzia e la distrazione ma, piuttosto, bisogna sempre adottare una buona strategia, supportata da una buona tattica, senza forzare le proprie preferenze, rispettando la propria propensione al rischio e senza imposizioni.   Per concludere, in una fase di mercato come questa, è dunque meglio comprare o vendere? Meglio difendersi oppure sferrare un attacco? La storia dei mercati finanziari dimostra abbastanza chiaramente che i guru o i veggenti non esistono, soprattutto ci azzeccano come un orologio rotto, cioè solo perché le lancette per due volte al giorno passano sui numeri giusti. I mercati non salgono all’infinito in linea retta ma oscillano in alto e in basso intorno ad un valore medio. Il vero errore è sempre quello di operare in base alla emotività o alla paura, commettendo l’errore di uscire quando i mercati fanno paura e rientrare quando ritornano euforici, pensando cosi di proteggersi e di riuscire cosi a guadagnare. Soprattutto senza mai rispettare il giusto tempo per investire.   E voi che avete avuto la pazienza di leggere sino a qui, cosa ne pensate?

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Le colpe del mercato

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 09.03.2020

Non voglio sembrare ripetitivo, ma pur ammettendo che ogni crisi è diversa dalle altre posso affermare, senza tema di smentita, che tutte le crisi hanno degli aspetti comuni che non sono mai diversi e che ripercorrono sempre le stesse dinamiche: i mercati risaliranno e quando lo faranno non solo recupereranno i livelli raggiunti ma li supereranno.   Innanzitutto vorrei dire che il market timing non paga, come si evince dalla ricerca di Fidelity “Volatilità: 10 punti da tenere a mente”, che chi mi legge potrà scaricare. Questo studio non deve essere visto come un tentativo di mantenere le posizioni a tutti i costi ma, piuttosto, come un valido contributo per tutti coloro che pensano che uscendo, in attesa di rientrare sul mercato, possa essere vincente. Chi abbandona il mercato sbaglia statisticamente due volte: perché esce ed entra, probabilmente nel momento sbagliato. E sbaglia perché l’atteggiamento comune è “ora esco ma quando sarà finita rientrerò”, salvo poi farlo nel momento sbagliato o fuori tempo massimo. Peggio ancora è lo sconfitto che incolpa il mercato di essere stato cattivo e crudele con lui. Cosa buona sarebbe allora quella di fissare il livello di mercato d’uscita, impegnandosi a rientrare agli stessi valori. Il problema è appunto quello di capire quando farlo. La cosa migliore, meno faticosa e impegnativa invece, è quella di comprare a valori di mercato sempre più bassi ma … mi rendo conto che è contro natura comprare quando i mercati scendono, anziché vendere. Infatti, la storia ci insegna che la paura blocca mentre lo stimolo a vendere diventa l’unica soluzione possibile per frenare le perdite.   In secondo luogo, fare il consulente non significa decidere per il cliente, ma discutere con lui su quelle che possono essere le conseguenze di una scelta sbagliata o i vantaggi di una migliore. La decisione di investire o disinvestire è sempre e comunque del cliente, mai del consulente. Lui deve fornire le conoscenze e i processi decisionali su quali basare quelle scelte. Il medico indica la terapia ma non la impone, perché dipende dal paziente seguirla o meno. Decidere di rientrare in un determinato momento è una scelta personale che non dipende dal consulente, il quale si deve limitare a fornire la propria conoscenza ed esperienza, cercando di essere razionale in un momento di crisi, quando cioè l’emotività prende il sopravvento. Con il senno del poi confesso di avere ricevuto nel passato la critica di qualche cliente che mi ha imputato di non essere stato più rigido nel dissuaderlo dal disinvestire, anche se dissuadere non è il mio compito, anzi.   Ma è la storia, con i suoi corsi e ricorsi sempre identici, che indica che è la paura che alimenta nel cliente la decisione di vendere in un momento di pericolo, invece di aiutarlo ad acquistare in momenti molto favorevoli, come quello che stiamo attraversando. Faccio anche notare che la situazione italiana non è la situazione mondiale, dove l’infezione è stata ed è meno violenta. Quanto infatti pensiamo possa scendere in questi giorni il mercato italiano? Meno o più di quello mondiale? Ecco a cosa serve la diversificazione, a ridurre il rischio di mercato. Fermiamoci a riflettere per un istante ancora: se poi tutti gli imprenditori decidessero di vendere le loro aziende per la paura, cosa ne sarebbe dell’intera economia? Noi quando acquistiamo azioni siamo e diventiamo loro soci, non dimentichiamolo mai. L’imprenditore crede nel futuro e nella ripresa perché è solo da questa che ottiene risultati normalmente non ottenibili con investimenti obbligazionari. Quando vediamo che un imprenditore rinuncia alla propria attività gli diamo dello sconfitto, ma non diamo la colpa al mercato ma alla sua incapacità! Ecco perché vanno scelti i migliori gestori con i migliori processi di investimento. La scelta non deve essere mai causale ma studiata.   Concludo con due veloci riflessioni. In Cina, paese dal quale tutto è partito, e in Corea, la situazione sta lentamente tornando alla normalità. Gli Stati Uniti hanno ridotto il costo del denaro per sostenere l’economia e a breve si vedranno questi effetti. Latitante è l’Europa, che ben poco sta facendo per aiutare il nostro (per ora) sfortunato paese. Inoltre, seguendo la logica del “questa volta è diverso”, ricadiamo sempre inesorabilmente nel solito errore che riguarda il non sapere credere nella capacità umana di ripartire e recuperare le posizioni che sembravano perse e che non si ritengono più raggiungibili. Fortunatamente quando qualcuno vende c’è un prezzo di equilibrio che interessa a chi compra. Chi è dunque più folle, chi compra al ribasso o resiste in attesa del successivo rialzo, oppure chi abbandona il campo perché pensa che tutto sia ormai perduto, in attesa dell’illusorio momento migliore per rientrare? Chi non sta sul mercato esce e le sue posizioni vengono occupate da chi è più lungimirante, efficiente e produttivo. E così sarà anche questa volta. Questa è l’unica colpa del mercato. Non altre!!

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