Giovanni Donini

Vai al mio profilo

Consulente finanziario

Top MoneyController Financial Educational
Consultinvest Investimenti Sim S.p.a.
Milano, Monza Brianza
-
Oltre a 10 anni
Laurea
58 anni
1119
06/09/2016

Leggi tutti i miei post


Repetita iuvant

  • 109
  • 0
  • Consulenza finanziaria
Scritto il 27.03.2020

Meno male che le cose scritte rimangono mentre le parole dette passano e poi, purtroppo, si dimenticano. A questo riguardo, per non tediare ancora con la storia dei mercati e della loro eventuale ripresa, ho pensato di riproporre all’attenzione dei lettori, un post qui pubblicato in data 30.4.2019. Come tutti ricordiamo bene in quel mese i mercati avevano di fatto recuperato tutte le pesanti perdite del secondo semestre del 2018, che avevano colpito il 94% degli asset mondiali. Era infatti facile trovare articoli che inneggiavano alla forza del mercato, ormai lontano dalle lacrime e sangue di fine 2018. Lo ripropongo per indurre, come direbbe Thaler, premio Nobel dell’economia 2017, una spinta gentile sui miei pazienti lettori, per indurli a riflettere sulle analogie possibili con l’attuale situazione, che certamente stenterà a trovare chi sta invece pensando che “questa volta tutto sarà diverso”.   MoneyController, 30.4.2019 Leggo direttamente sulla prima pagina de Il Sole 24 Ore di oggi 27 aprile 2019, il titolo “Borse, recuperate le perdite 2018”, ribadito poi in terza pagina con un entusiastico “Borse, il super rally fa dimenticare le perdite del 2018”. La settimana scorsa abbiamo appunto parlato di quanto le cattive notizie possano influenzare gli investimenti più distanti dai nostri veri obiettivi, pesando invece di meno su quelli che per noi si considerano più vissuti, attuali e significativi. È facile investire oggi sulla scia di buone notizie, facendoci ingolosire dai guadagni che certamente qualcuno di coraggioso ha ottenuto sugli ultimi rialzi di mercato. Non lo è stato invece quando su Il Sole 24 ore web in data 23 novembre 2018 comparivano altri titoli come “Ecco perché le borse hanno perso 15mila miliardi nel 2018”, ribadito e rafforzato da un altro comparso alla vigilia del Natale scorso che riportava “Borse, il Natale nero di Wall Street: è stata la peggior vigilia della storia”. Scoprendo nel tempo che il mercato si sarebbe ripreso sarebbe facile oggi dire che in quel momento sarebbe stato bene investire. Certo, con l’aiutino del “senno del poi” è facile dire oggi che “si, io avrei investito in quel momento!”. Ma senza questo “aiutino”, alzi la mano chi ha davvero investito o non ha disinvestito! Per questo oggi possiamo dire che i veri eroi sono tutti coloro che per consapevolezza, per dimenticanza o perché in tutt’altro affaccendati, non si sono preoccupati di farsi del male disinvestendo. Certo poi la colpa dei disinvestimenti potrebbe anche essere data ai sistemi automatici che aiutano a non perdere oppure, comunque la si veda, che disinvestendo, hanno limitato i guadagni, nel tentativo di non far perdere. Da qualsiasi lato la si guardi, la cosa ci deve rendere più consapevoli del fatto che perdere o guadagnare dipende anche da noi, cioè da come sappiamo gestire le nostre paure. Per questo volevo concludere questa mia riflessione riprendendo quanto avevo scritto sull’editoriale di Focus Investitore N.3 del novembre 2018: “Noi abbiamo una sola certezza e cioè, come ci ha spiegato molto bene il lavoro di Jeremy Siegel, che “nel lungo periodo non c’è nulla di più redditizio e sicuro di un investimento ben diversificato in azioni”. Sarà poi una nostra scelta quanto rischio prenderci in termini di tempo e di volatilità. Infine, per quanto attiene i condizionamenti da parte dei media, suggerirei la soluzione che il premio Nobel per l’economia 2017 Richard Tahler ha dato ad un giornalista che gli chiedeva appunto come lui si comportasse quando sentiva notizie negative. La sua risposta è stata molto diretta e semplice “cambio canale”, come a dire, non mi faccio condizionare.     E noi invece, come ci comportiamo con i nostri investimenti quando ci capita di ascoltare una notizia negativa?”  

Continua a leggere

L’impatto delle pandemie nella storia degli ultimi 100 anni

  • 234
  • 0
  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 19.03.2020

I miei lettori sanno che mi piace indagare tra le pieghe del tempo per capire se alcuni dati del passato possano essere utili anche ai giorni nostri, in modo da adottare per gli investimenti scelte più razionali e meno emotive. Certamente non è facile per noi umani rimanere impassibili davanti al dolore, specie se ci tocca da vicino. Oggi però, vista la situazione, è necessario fare delle scelte non emotive. Ho parlato così tanto di crisi di mercato e della sua certa ripresa nel tempo, che stavolta mi sia concesso di vedere la cosa da un altro punto di vista. Lo farò utilizzando una infografica tratta da https://www.visualcapitalist.com/history-of-pandemics-deadliest/ (in allegato), che riassumerò nelle poche righe che seguono e che ha lo scopo di dimostrare che quello che stiamo vivendo, non è e non sarà la fine del mondo.   Osservando i dati notiamo che oggi, a causa della globalizzazione, ci troviamo davanti ad uno scenario drammatico, diverso dai precedenti proprio perché colpisce il mondo intero. Non dobbiamo però lasciarci destabilizzare da questa situazione. La domanda che bisogna porsi è la seguente: “nella storia dell’umanità si è mai presentato un evento simile a questo che stiamo vivendo, tale per cui il progresso si sia interrotto, riportando “indietro nel tempo” le condizioni economiche o di benessere generale? La risposta è, NO! Mai nella storia del mondo un’epidemia, anche di dimensioni più importanti di questa, è riuscita a fare regredire il livello sociale, economico e di benessere raggiunto. Paradossalmente, nemmeno i conflitti mondiali ci sono riusciti. Ho per questo limitato la ricerca ai dati degli ultimi cento anni. Consiglio, per meglio comprendere la mia tesi, di confrontarli con quelli del posto precedente, la cui analisi riprende i maggiori crolli del mercato azionario mondiale.     1918 - 1919 Influenza spagnola Virus H1N1/suini                                 > decessi 40/50 mn   1957 - 1958 Influenza asiatica Virus H2N2                                         > decessi 1.1 mln   1968 - 1970 Influenza di HongKong Virus H3N2                                         > decessi 1mln   1981 - presente HIV/AIDS                 Virus / Scimpanzè                               > decessi 25-35 mln   2002 - 2003 SARS                              Coronavirus / Pipistrelli                        > decessi 770   2009 - 2010 Influenza suina                Virus H1N1 / Suini                              > decessi 200.000   2014 - 2016 Ebola                               Ebolavirus / Animali selvatici              > decessi 11.000   2015 - presente MERS                         Coronavirus / Pipistrelli cammelli         > decessi 850   2019 - presente COVID-19                 Coronavirus / Sconosciuto                   > decessi 4. 500 dati al 12 marzo 2020   Lo so che chi mi legge può ritenermi cinico, ma in questo momento ho il dovere di tranquillizzare, non di terrorizzare. Nei casi sopra osservati l’economia, quindi la produzione, la creazione di benessere e ricchezza, e i mercati, non si sono mai fermati, anzi sono addirittura progrediti più velocemente.   La situazione che stiamo vivendo è certamente eccezionale, ma non diversa da ciò che il passato ci ha consegnato e insegnato. Possiamo pertanto dire che nella storia dell’umanità si sono sempre avute pandemie, anche di portata superiore a questa. Chi mi conosce sa che sono vicino a chi è stato colpito, direttamente o indirettamente, da questo virus, tuttavia non posso esimermi dal dire che la persistenza di malattie nel tempo, è sempre stata caratterizzata comunque da una graduale riduzione del tasso di mortalità. I miglioramenti della sanità e la comprensione dei fattori che incubano le infezioni diffuse, sono stati strumenti potenti per mitigarne l'impatto, che hanno però generato, direttamente o indirettamente, progressi scientifici, che si sono poi riverberati sull’economia e sul benessere dell’umanità. Infatti noi italiani in questa situazione stiamo scoprendo, che la situazione ci porta a sperimentare per migliorarci (lezioni da remoto, smart job, ritorno agli investimenti sulla sanità e molto altro). Questo sarà un impulso al potenziamento della nostra attività economica, per uscire il prima possibile dalla crisi che stiamo attraversando. Questa volta quindi l’impatto non sarà diverso da quanto già avvenuto nel passato. Oggi spetta a noi italiani oggi dimostrarlo al mondo intero.   Quello che forse è cambiato è il modo di percepire il rischio: un rischio basso non significa la sua assoluta assenza. Questo vale per i mercati certamente ma soprattutto vale per la nostra salute, non dimentichiamolo quando tutto riprenderà e dovremo fare scelte di investimento più responsabili, intelligenti e mirate.   Con il ritorno alla normalità, i valori riprenderanno le quote raggiunte prima di superarle. Più veloce sarà la vittoria su questa pandemia, più le curve di crescita torneranno ad impennarsi. A questi prezzi così scontati non si può che acquistare. Certo nuovi ribassi non sono da escludere e la volatilità non è terminata.   Per concludere voglio riaffermare quando già detto in altre occasioni: un buon affare oggi, non viene cancellato da un affare migliore domani, in particolare quando il futuro sta nel progresso dell’umanità.   E noi ce la faremo!

Continua a leggere

Il mondo non finirà, facciamocene una ragione!

  • 113
  • 0
  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 17.03.2020

Stiamo attraversando una fase di mercato molto negativa, che segue un anno meraviglioso dal punto di vista dei mercati. Il periodo di crescita più lungo della storia, contrassegnato da pochi momenti di ribasso, contraddistinti però sempre da rapide riprese, lo abbiamo già lasciato definitivamente alle spalle. Eppure qualcuno sostiene (non saprei dire se a torto o a ragione) che la storia non si ripete mai e che presenta caratteristiche diverse ogni volta, tanto che per questo motivo è sempre impossibile trovare analogie. Io sostengo invece che è sempre utile conoscerla, quanto meno per valutare se sia possibile trovare almeno utili insegnamenti da usare nel presente. Certo, questa volta è diverso dalle altre perché essendo in pandemia, non stiamo combattendo contro una crisi endemica di natura finanziaria ma, piuttosto, contro un virus sconosciuto per giunta attualmente senza cura.   In realtà prima di questi giorni l’economia stava vivendo un momento, inimmaginabile dopo il crollo del 2008. Detto ciò mi pongo la prima domanda: possibile che la grave situazione che stiamo attraversando possa portarci nell’abisso dello sconforto senza farci vedere che la ripresa è appena dietro l’angolo, al superamento di questa fase pandemica? Certo, l’economia dovrà rimettersi in carreggiata, ma noi sappiamo che i mercati anticipano sempre la ripresa. Lo è stato nel passato e non esistono motivi per cui non debba ripresentarsi domani.   Detto ciò vediamo quale contributo possa darci l’osservazione della storia dei mercati, prendendo spunto da quello statunitense, che oggi sembra essere tra i più penalizzati ma che nel tempo ha sempre portare le migliori soddisfazioni. Ripercorriamo insieme brevemente i suoi momenti di buio, tutti molto simili a quelli che stiamo attraversando oggi, perlomeno in termini di ribassi. Una premessa: si sentano esentati dal leggere le righe che seguono, coloro che credono che stiamo vivendo gli ultimi momenti dell’umanità prima della sua estinzione. Invece, per tutti gli altri che come me credono che il futuro sia sempre migliore del passato, voglio dare dati che spero li facciano riflettere ed agire positivamente per il loro bene.   Aprile 1907 - aprile 1908 Conosciuta come il Panico dei banchieri, è stata tra le prime crisi del mercato americano ed è cominciata nel 1906 e terminata nel 1908. Il minimo fu toccato nel mese di aprile del 1907, facendo segnare una discesa di oltre il 50% dal suo picco di massimo, segnato l’anno precedente. Il panico scoppiò durante un periodo di recessione economica, quando ci furono numerosi episodi di corsa agli sportelli nei confronti di banche e società fiduciarie. Il panico del 1907 alla fine si diffuse in tutta la nazione quando molte banche e società dichiararono bancarotta. Il momento migliore per investire risultò essere sul punto di minimo segnato nell’aprile del 1907.   Settembre 1929 - giugno 1932 Escludendo per ovvi motivi il periodo della grande guerra 1915 - 1918, la borsa americana affondò il 29 ottobre 1929, segnando l’inizio della Grande Depressione, tuttora considerata la madre di tutte le fasi Orso. Lo S&P 500 perse l’86% della sua capitalizzazione: in meno di tre anni risalì verso i massimi sino al 1932, per poi ridiscendere e perdersi durante la successiva guerra mondiale. La durata della ripresa può essere misurata in 34 mesi.   Maggio 1946 - giugno 1949 A meno di un anno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la borsa americana cominciò una lenta discesa che la portò ad una perdita dai massimi del 30%. Mentre la domanda si affievoliva, gli statunitensi bruciarono i propri risparmi in quella che nel 1948 si trasformò in una storica riduzione delle scorte. La durata della ripresa per ritornare ai massimi precedenti è durata 37 mesi.    Novembre 1968 - maggio 1970 La rapida crescita economica fu interrotta da una fase di recessione, accompagnata da un rialzo dell’inflazione sino al 6% annuo. L’Orso arrivò appena Richard Nixon fu eletto presidente degli Stati Uniti dopo un anno di forti tensioni sociali. L’economia debole contribuì al malcontento di un’opinione pubblica già provata dall’impegno americano in Vietnam. La perdita massima raggiunta fu del 36% con una ripresa ai massimi in 18 mesi.   Gennaio 1973 - ottobre 1974 La guerra israeliana del Yom Kippur e il conseguente embargo petrolifero da parte dei Paesi arabi portò alle stelle il prezzo dell’energia, generando una fase di recessione. Il tasso di inflazione annua sui consumi raggiunse il 10%. Forse questa situazione può essere paragonata all’attuale guerra del petrolio tra Arabia Saudita e Russia. In questo caso la perdita ha portato una perdita pari a poco meno del 50%, con una durata di 21 mesi per il recupero ai massimi precedenti.   Novembre 1980 – agosto 1982 Dopo quasi un decennio di sostenuta inflazione, la Federal Reserve alzò i tassi di interesse di quasi il 20%, portando immediatamente l’economia in recessione. La combinazione di alta inflazione e lenta crescita - nota come stagnazione - fu il fattore determinante per la vittoria di Ronald Reagan alle elezioni presidenziali statunitensi del 1980. In questo caso il ribasso fu di quasi il 30% con un recupero in un periodo di 21 mesi.   Agosto 1987 - dicembre 1987 Dopo una prolungata stagione di Toro, la crescente automatizzazione delle strategie di trading contribuì al Black Monday del 19 ottobre 1987. Gli investitori furono anche spaventati dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Germania riguardo al prezzo delle valute e si diffuse il timore di una svalutazione del dollaro. Il risultato fu un crollo del 22,6% dell’indice Dow Jones in una sola giornata, il peggiore dal 1914, prima dell’ingresso nel periodo della grande guerra. La perdita massima di quel periodo fu del 33,5% con una ripresa verso i massimi in soli 3 mesi.   Marzo 2000 - ottobre 2002 Lo scoppio della bolla delle dot-com fu generato dalle speculazioni sul nascente settore dell’industria digitale. Nuove società tecnologiche con profitti bassi o nulli arrivarono a superare in Borsa colossi della old economy. L’indice specializzato Nasdaq perse il 50% della propria capitalizzazione in nove mesi e non riuscì mai più a raggiungere il picco del 2000. Ricordiamo nello stesso periodo anche il fattore esogeno dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. La perdita massima registrata nel periodo fu del 50% e il recupero fu raggiunto dopo 30 mesi.   ottobre 2007 - marzo 2009 Lo scoppio della bolla immobiliare statunitense, si produsse a inizio 2007 e l’esplodere del costo dei mutui si riversò in pieno sul mercato del credito. Col fallimento dei colossi di Wall Street Beat Stearns e Lehman Brothers il panico fu totale. Il mercato crollò al suo livello più basso dal 1997. La perdita massima raggiunta fu di oltre il 56% e il periodo per ritornare ai massimi fu di soli 17 mesi, con i successivi 11 anni di salita ininterrotta.     Come tutti noi stiamo osservando, i mercati azionari nelle ultime 2 settimane sono stati colpiti da tre fattori concomitanti: panico diffuso, speculazione e attivazione dei sistemi automatici di stop loss. Il tutto ha improvvisamente portato i portafogli a discese sull’azionario comprese tra il 20-30 % e oltre in molti mercati significativi. La crisi che stiamo vivendo è quasi esclusivamente esogena, prodotta cioè non da una causa interna al sistema finanziario ma, come abbiamo già scritto su Focus Investitore, dall’epidemia di Covid-19. Se vogliamo essere pignoli introdurrei anche un fattore endogeno, indotto dalla guerra dei prezzi del petrolio scatenata da Arabia Saudita e Russia. L’uso dei derivati ha poi di molto amplificato la discesa.   Non sappiamo certamente quando il doppio cigno nero ricomincerà a volare verso luoghi lontani, ma sappiamo che la storia ci invita in questi casi a NON ESSERE MAI TROPPO PESSIMISTI.   Infatti, a meno che non si creda nell’estinzione dell’intera umanità, quando l’infezione comincerà a diminuire, grazie alle misure di prevenzione e all’imminente scoperta della cura con conseguente uso del vaccino, tutto il sistema si riporterà verso la normalità che aveva precedentemente raggiunto. Non dimentichiamo poi che in Cina la produzione è già ritornata a pieno regime, dopo la fine dell’epidemia. Certo ci saranno conseguenze sulla produzione e quindi sui consumi, ma sappiamo che la finanza e i mercati sono sempre anticipatori di quello che sarà la successiva ripresa economica. Non mi si dica però che queste sono previsioni, ma invero semplici analisi di un passato di 120 anni, dove i mercati, alla fine del periodo critico, sono sempre inesorabilmente cresciuti.   L’idea che voglio trasmettere è che in finanza i numeri dei mercati tendono sempre a salire nel tempo e questa volta, ammettendo senza concedere alcuno sconto ai miei detrattori, non sarà diverso: i massimi raggiunti torneranno quindi ai loro valori, prima di superarli. Il punto che a noi interessa evidenziare di più è che quando i prezzi scendono cosi violentemente, bisogna sempre saperne approfittare: infatti un buon affare oggi non può essere sminuito da un buon affare che si presenterà domani. Se oggi lo S&P 500 quota un 20 o 30 % in meno, perché non approfittarne? Se poi scenderà ancora, aspetteremo il ritorno a questo valore che è di per sé già molto attraente!   In una fase di mercato come questa, è molto semplice farsi prendere dal panico e svendere. I veri eroi, cioè coloro che giustamente verranno ricompensati con il premio al rischio, per il sacrificio e la fatica di resistere, saranno tutti coloro che non si lasceranno distrarre dalle sirene negative che in questi giorni trasmettono immagini di sciagure e che hanno lo scopo di fare felici gli speculatori. Chi vende solo per la paura, senza rispettare il tempo che si è dato per cogliere i frutti del suo sacrificio di tempo, certamente coglierà meno risultati se riuscirà a rientrare, poiché lo farà solo in un momento successivo. Lo sconfitto sarà solo chi ha avuto paura, colui che ha accettato di svendere per zittire le urla che gli inducono di abbandonare il campo. Chi lo farà è condannato a non rientrare più, se non a fine ciclo, nell’illusione che entrare al giusto momento paghi sempre e comunque.   La mia proposta è allora di fermarsi a riflettere spegnendo la televisione, smettendo di sentire le sirene di allarme dei mercati che suonano a morto di continuo, senza mai fermarsi. Evitiamo per qualche secondo di perderci dentro i numeri dei decessi negli ospedali, che non ci risparmiano lacrime in memoria di persone che magari conosciamo. Il mio invito è quello di pensare che il mondo non è destinato a finire per il Covid 19. Il mondo non finirà, facciamocene una ragione. Quello che non sappiamo è come si comporterà il mercato, se ci sarà una ripresa a V più veloce o a U più lenta, oppure, come credono i più pessimisti, ad L, cioè molto, molto lenta.   Comunque sappiamo che ci sarà, come già anticipato molte volte: i mercati sanno sempre riprendere il loro cammino ritornando al punto di massimo da cui erano crollati, per poi superarlo abbondantemente. Proprio per questo è necessario che l’investitore prudente abbia sempre tempo e pazienza dentro le sue tasche. Non stiamo vivendo l’apocalisse, così come non l’abbiamo vissuta nei periodi che abbiamo descritto appena sopra. Certamente possiamo dire che in tutti questi casi abbiamo avuto sempre grandi cambiamenti e, proprio per questo, è sempre molto importante essere investiti correttamente in modo diversificato e adeguato, perché dalle crisi analizzate non serve l’inerzia e la distrazione ma, piuttosto, bisogna sempre adottare una buona strategia, supportata da una buona tattica, senza forzare le proprie preferenze, rispettando la propria propensione al rischio e senza imposizioni.   Per concludere, in una fase di mercato come questa, è dunque meglio comprare o vendere? Meglio difendersi oppure sferrare un attacco? La storia dei mercati finanziari dimostra abbastanza chiaramente che i guru o i veggenti non esistono, soprattutto ci azzeccano come un orologio rotto, cioè solo perché le lancette per due volte al giorno passano sui numeri giusti. I mercati non salgono all’infinito in linea retta ma oscillano in alto e in basso intorno ad un valore medio. Il vero errore è sempre quello di operare in base alla emotività o alla paura, commettendo l’errore di uscire quando i mercati fanno paura e rientrare quando ritornano euforici, pensando cosi di proteggersi e di riuscire cosi a guadagnare. Soprattutto senza mai rispettare il giusto tempo per investire.   E voi che avete avuto la pazienza di leggere sino a qui, cosa ne pensate?

Continua a leggere

Le colpe del mercato

  • 114
  • 0
  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 09.03.2020

Non voglio sembrare ripetitivo, ma pur ammettendo che ogni crisi è diversa dalle altre posso affermare, senza tema di smentita, che tutte le crisi hanno degli aspetti comuni che non sono mai diversi e che ripercorrono sempre le stesse dinamiche: i mercati risaliranno e quando lo faranno non solo recupereranno i livelli raggiunti ma li supereranno.   Innanzitutto vorrei dire che il market timing non paga, come si evince dalla ricerca di Fidelity “Volatilità: 10 punti da tenere a mente”, che chi mi legge potrà scaricare. Questo studio non deve essere visto come un tentativo di mantenere le posizioni a tutti i costi ma, piuttosto, come un valido contributo per tutti coloro che pensano che uscendo, in attesa di rientrare sul mercato, possa essere vincente. Chi abbandona il mercato sbaglia statisticamente due volte: perché esce ed entra, probabilmente nel momento sbagliato. E sbaglia perché l’atteggiamento comune è “ora esco ma quando sarà finita rientrerò”, salvo poi farlo nel momento sbagliato o fuori tempo massimo. Peggio ancora è lo sconfitto che incolpa il mercato di essere stato cattivo e crudele con lui. Cosa buona sarebbe allora quella di fissare il livello di mercato d’uscita, impegnandosi a rientrare agli stessi valori. Il problema è appunto quello di capire quando farlo. La cosa migliore, meno faticosa e impegnativa invece, è quella di comprare a valori di mercato sempre più bassi ma … mi rendo conto che è contro natura comprare quando i mercati scendono, anziché vendere. Infatti, la storia ci insegna che la paura blocca mentre lo stimolo a vendere diventa l’unica soluzione possibile per frenare le perdite.   In secondo luogo, fare il consulente non significa decidere per il cliente, ma discutere con lui su quelle che possono essere le conseguenze di una scelta sbagliata o i vantaggi di una migliore. La decisione di investire o disinvestire è sempre e comunque del cliente, mai del consulente. Lui deve fornire le conoscenze e i processi decisionali su quali basare quelle scelte. Il medico indica la terapia ma non la impone, perché dipende dal paziente seguirla o meno. Decidere di rientrare in un determinato momento è una scelta personale che non dipende dal consulente, il quale si deve limitare a fornire la propria conoscenza ed esperienza, cercando di essere razionale in un momento di crisi, quando cioè l’emotività prende il sopravvento. Con il senno del poi confesso di avere ricevuto nel passato la critica di qualche cliente che mi ha imputato di non essere stato più rigido nel dissuaderlo dal disinvestire, anche se dissuadere non è il mio compito, anzi.   Ma è la storia, con i suoi corsi e ricorsi sempre identici, che indica che è la paura che alimenta nel cliente la decisione di vendere in un momento di pericolo, invece di aiutarlo ad acquistare in momenti molto favorevoli, come quello che stiamo attraversando. Faccio anche notare che la situazione italiana non è la situazione mondiale, dove l’infezione è stata ed è meno violenta. Quanto infatti pensiamo possa scendere in questi giorni il mercato italiano? Meno o più di quello mondiale? Ecco a cosa serve la diversificazione, a ridurre il rischio di mercato. Fermiamoci a riflettere per un istante ancora: se poi tutti gli imprenditori decidessero di vendere le loro aziende per la paura, cosa ne sarebbe dell’intera economia? Noi quando acquistiamo azioni siamo e diventiamo loro soci, non dimentichiamolo mai. L’imprenditore crede nel futuro e nella ripresa perché è solo da questa che ottiene risultati normalmente non ottenibili con investimenti obbligazionari. Quando vediamo che un imprenditore rinuncia alla propria attività gli diamo dello sconfitto, ma non diamo la colpa al mercato ma alla sua incapacità! Ecco perché vanno scelti i migliori gestori con i migliori processi di investimento. La scelta non deve essere mai causale ma studiata.   Concludo con due veloci riflessioni. In Cina, paese dal quale tutto è partito, e in Corea, la situazione sta lentamente tornando alla normalità. Gli Stati Uniti hanno ridotto il costo del denaro per sostenere l’economia e a breve si vedranno questi effetti. Latitante è l’Europa, che ben poco sta facendo per aiutare il nostro (per ora) sfortunato paese. Inoltre, seguendo la logica del “questa volta è diverso”, ricadiamo sempre inesorabilmente nel solito errore che riguarda il non sapere credere nella capacità umana di ripartire e recuperare le posizioni che sembravano perse e che non si ritengono più raggiungibili. Fortunatamente quando qualcuno vende c’è un prezzo di equilibrio che interessa a chi compra. Chi è dunque più folle, chi compra al ribasso o resiste in attesa del successivo rialzo, oppure chi abbandona il campo perché pensa che tutto sia ormai perduto, in attesa dell’illusorio momento migliore per rientrare? Chi non sta sul mercato esce e le sue posizioni vengono occupate da chi è più lungimirante, efficiente e produttivo. E così sarà anche questa volta. Questa è l’unica colpa del mercato. Non altre!!

Continua a leggere

L'investitore al tempo del Coronavirus

  • 155
  • 0
  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 02.03.2020

Diciamo la verità: finalmente il mercato è riuscito a trovare un motivo per scatenare il panico e riportare il valore degli indici mondiali entro livelli più accettabili, cosi come indicato dai cultori del “i multipli sono troppo elevati” o “il mercato non può sempre crescere”. Siamo ad un punto di svolta, in attesa del comportamento di coloro attendevano la correzione per ricominciare con gli acquisti, in presenza dei tanto attesi saldi. In effetti Wall Street che perde quasi il 10% in una settimana è qualcosa di eccezionale, forse non esattamente paragonabile per ora ad un cigno nero. Comunque lo scopriremo nei prossimi giorni. Ancora una volta, essendo io sprovvisto della capacità di prevedere il futuro, sono andato ad osservare gli insegnamenti della storia. Questa crisi ha la stessa natura degli shock esogeni del passato: gli attentati terroristici negli Stati Uniti nel 2001, il virus della SARS nel 2003 o l'incidente di Fukushima nel 2011. Tralasciamo per un istante quelle dovute a fattori endogeni quali la bolla tecnologica del 2000, la crisi subprime del 2007 e il fallimento Lehman Brother del 2008, quella del debito sovrano del 2011, per saltare all’ultimo ribasso datato 2018. Comunque sia tutti questi fattori scatenanti sono sempre dotati di un elemento comune: dopo il ribasso violento è seguita una ripresa nei mesi e negli anni successivi, in particolare laddove le economie sono più forti. E già sappiamo che tra queste c’è oggi quella cinese, quella americana e quella in prospettiva dei paesi emergenti. L’Europa segue, ma è distante. Certamente l’impatto immediato del Coronavirus sulla domanda globale determinerà un forte rallentamento, sicuramente compensato quando la fiducia dei consumatori ritornerà. Chi aveva in mente di sostituire l’auto aspetterà di acquistarla quando la situazione tornerà sotto controllo, senza rinunciarvi. Lo stesso capiterà per chi aveva progettato di viaggiare. La Cina probabilmente si riprenderà prima di altre economie, proprio perché per prima è stata colpita, diventando quindi un punto di riferimento prospettico anche per tutte le altre. Sappiamo però che oggi il crollo del mercato non è causato solo da fattori economici in sé, ma anche e soprattutto dal panico che si genera tra gli investitori. L’aumento del volume delle operazioni di trading è un altro dei fattori che intensifica la caduta dei prezzi, insieme al ricorso a sistemi di intelligenza artificiale che impongono comportamenti automatici di vendita al verificarsi di determinate condizioni negative. Anche “questi” ragionano come gli umani perché replicano i loro pensieri: “esco adesso mi proteggo e poi, al momento buono, rientro”. Tutto così viene amplificato mediante l’unione degli uomini che vendono e delle macchine che replicano il loro comportamento. Tuttavia ancora una volta la storia ci insegna che non tutte le crisi finanziarie hanno effetti a lungo termine sulle economie, anzi. Alcune sono considerate come “crolli lampo”, proprio perché il loro impatto sui mercati è di breve termine. Non è forse andata così nel periodo 2018 - 2019? Cosa fare dunque: liquidare ogni posizione, in attesa di valutare un rientro al momento giusto, oppure mantenere gli asset inalterati? Non c’è una risposta comune per tutti poiché ogni investitore ha il suo tempo e il suo grado di sopportabilità del rischio. Negli anni della mia carriera (saranno 30 il 21 dicembre 2020) ho osservato che se i mercati non scendono per sempre, chi ha comprato nei momenti di crisi ha sempre e comunque guadagnato, anche molto di più di coloro che hanno soltanto mantenuto le loro posizioni. Chi invece è stato penalizzato è sempre stato chi ha liquidato le posizioni in attesa di poter rientrare. C’è poi chi ha deciso di abbandonare accettando sconfitto le perdite, dando poi la colpa al crudele mercato! Allora la vera domanda da porsi in questi casi è sempre la stessa: è più furbo o prudente chi vende oppure è più saggio chi compra, selezionando i giusti settori e amplificando la capacità di recupero, abbattendo il costo medio del proprio investimento? Io semplificherei l’analisi con una provocazione: se io credo che tutto il mondo si fermerà nei prossimi mesi a causa della crisi Coronavirus, allora è meglio che liquidi ogni posizione, magari vendendo anche la casa, soprattutto se risiede vicino alla zona rossa, alla ricerca di un posto dove andare a vivere. Ammesso e non concesso che trovi una acquirente. Altrimenti, confidando sulla capacità dell’uomo di superare ogni crisi, come la storia ci ha insegnato, per me è arrivato il momento di cogliere tutte le opportunità che da oggi si presenteranno. Quanto credete che salgano le quotazioni di quella casa farmaceutica che realizzerà il vaccino? Sareste più felici di aver acquistato oro in questi giorni oppure di avere una quota di partecipazione nella società che produce l’amuchina? La scelta è SEMPRE nostra, non del mercato o della situazione. Il nostro futuro è nel potere della (nostra) firma!

Continua a leggere

Il Coronavirus e ... i consigli per l'investitore accorto.

  • 113
  • 0
  • Investimenti
Scritto il 25.02.2020

Lo confesso, non so di quanto potrà scendere il mercato. Non sono la persona giusta per consigliare operazioni speculative oppure per predire il futuro. L’Università della Magia mi vede ancora come studente e non so quando potrà laurearmi. In questo caso, mi vede sempre ripetente sullo stesso esame: PREVISIONI SUL MERCATO FINANZIARIO.   Ancora confesso, non so cosa accadrà durante l’evoluzione della situazione Coronavirus. Quello che so è che però al superamento di questa situazione di incertezza, qualcuno si sarà arricchito un poco di più e qualcuno si sarà certamente impoverito. So per certo, perché la storia ce lo insegna, che chi ha guadagnato è sempre e comunque colui che ha creduto nella futura crescita dei mercati. Lo è, ancora di più, chi ha comprato al ribasso. È sempre stato così e non si vede perché oggi dovrebbe essere diverso.   Tutti noi sappiamo che l’intera umanità non ha ancora trovato sistemi predittivi sull’andamento dei mercati finanziari. C’è sempre stato nel tempo qualcuno, premi Nobel compresi, che si è speso alla ricerca della soluzione perfetta, in grado di risolvere questo arcano. È vero che non ci sono certezze quando si investe, così come non ci sono in moltissime attività umane. Ci sono però alcuni semplici consigli che se usati nel modo giusto, possono aiutare a ridurre gli errori, aumentando le probabilità di avere risultati, non solo sodisfacenti, ma anche in linea con le proprie aspettative ancorché ambiziose. Di seguito ho elencato quelli che ritengo più utili:     • quando si decide di collocare il proprio denaro con la finalità di trarne profitto, l’obiettivo deve essere il più chiaro possibile e non semplicemente generico o ideale. Non si investe semplicemente perché quel denaro non serve ma perché si hanno obiettivi da realizzare; • investire per un periodo di dieci anni non implica l’acquisto di prodotti con durata breve, rinnovati nel tempo ma piuttosto, strumenti che hanno quella tempistica per produrre il loro massimo risultato; • disinvestire in situazioni di stress di mercato, rinunciando al proprio obiettivo per la paura di perdere il proprio denaro è sempre sbagliato. Il questionario Mifid, se ben utilizzato, diventa uno strumento utile anche per l’investitore meno preparato, per non trovarsi in queste situazioni; • evitare il tentativo di entrare o uscire al momento giusto dal mercato perché si potrebbe commettere un errore non risolvibile: fondamentale è il time non il timing; • proviamo a sostituire per un attimo alla parola rischio la parola opportunità: i momenti di ribasso di mercato sono sempre mediamente non troppo lunghi e quindi, se si ha consapevolezza di questo, è questa l’occasione per fare i migliori affari, perché tanto questi risaliranno (come accaduto tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019); • evitare di concentrarsi troppo sulle notizie finanziarie come se fossero la sola fonte di verità, perché le troppe informazioni distolgono dall'obiettivo finale per il quale quell'investimento è stato avviato. Le notizie negative poi demotivano più di quanto motivino quelle positive; • più si è ancorati al raggiungimento dell’obiettivo finale per il quale si è scelto di investire, più si diventa resistenti agli shock di mercato; • come anticipato, diffidate sempre delle previsioni perché queste non fanno parte della scienza umana. Quando sono esatte sono solo frutto della casualità e della fortuna. Possibilità e probabilità non sono mai certezza; • Il rammarico di non avere acquistato nel giusto momento o di avere venduto nel momento sbagliato, non esclude la possibilità di affari ancora migliori nel futuro, sempre però nel rispetto delle tempistiche scelte; • in una fase di mercato in discesa chiedersi sempre prima di vendere, se il folle è colui che svende, avendo perso la speranza, oppure chi crede nel futuro e acquista. Guardate il grafico dell’indice MSCI Word degli ultimi 30 anni e poi datevi la risposta; • evitare la concentrazione di strumenti finanziari: una buona diversificazione aumenta le probabilità di guadagno, riducendo il rischio e creando opportunità.   Ogni volta che c’è uno shock di mercato il passato ritorna prepotente: possibile che l’investitore accorto, non abbia la pazienza e l’umiltà di osservare imparando dagli insegnamenti che ci ha trasmesso la storia della finanza, evitando così di commettere i soliti errori? 

Continua a leggere

Il rimedio alla paura di investire

  • 191
  • 0
  • Consulenza finanziaria
Scritto il 11.02.2020

Cosa è il denaro? Da una parte, quella più psicologica, è la tranquillità, spesso illusoria, di potere essere al riparo da tutti gli eventi umani; dalla parte più materiale, è invece la certezza di realizzare i nostri obiettivi. Tuttavia accumulare denaro solo perché ci dà sicurezza o tranquillità, senza uno scopo determinato, lo può mettere in pericolo tanto quanto tenerlo sotto un materasso od investirlo male.   Provate a sognare il viaggio che avete sempre desiderato ma che per mille motivi, non avete mai realizzato. Questo rimarrà un sogno sino a quando alcuni dettagli non verranno messi sulla carta e determinati in modo quantitativo (la località, il budget di spesa, la durata, le modalità). Più questi dettagli sono determinati e più facile è che lo stesso si realizzi. Allo stesso modo, la semplice volontà di accantonare un capitale per comprare una casa è diverso che dire “da adesso voglio risparmiare 107.000 euro per comprare una casa in quella zona specifica tra sette anni”. Per continuare, un conto è dire che mi piacerebbe che mio figlio studiasse all'estero in un’ottima università, altro è dire “voglio mettere da parte almeno 60.000 euro in dodici anni perché mio figlio possa studiare ad Oxford”. Le differenze si notano: nella prima formulazione c’è un desiderio, nel secondo c’è una volontà precisa che si trasforma in azione, condizionata da come quella scelta impatterà sul nostro futuro. Bastano infatti pochi parametri oggettivi (tempo e risorse) e soggettivi (impegno e pazienza, molta pazienza!) per trasformare un desiderio in qualcosa di raggiungibile. Basta farlo però nel modo giusto.   Investire non deve mai essere una questione di fortuna o di approfittare del momento, così come il non investire non deve mai essere considerata l’attesa del “vediamo cosa succede”. Investire è guardarsi dentro per affrontare le proprie paure e per disfarsi delle illusioni di sogni irrealizzabili, nascondendosi dietro infiniti alibi. Investire è l’uso nello stesso momento di cuore e ragione, con uno sguardo al futuro. Investire è conoscere e decidere. È impegno e fatica, la stessa che conduce l’uomo a non spendere tutto quello che guadagna nell'immediato. Investire è informarsi, chiedere, approfondire, continuamente. Investire necessita controllo, verifica e impegno. Investire richiede tempo, ma solo il tempo necessario per fare le giuste scelte, mantenendole in assenza di variazioni che oggettivamente ne destrutturino il progetto.   Una volta deciso, non lasciamo che la paura diventi padrona del nostro futuro. Le scelte sono le nostre, per questo si può decidere di rallentare, deviare o fermare il nostro incedere, ma tornare indietro no, perché il farlo implica l’annullamento di quanto si era deciso. La vita ci mette davanti continuamente a scelte. E se si interrompe un viaggio ci sono sicuramente costi e svantaggi che vanno considerati in anticipo. Se si hanno dubbi è meglio non partire nemmeno per quel viaggio chiamato investimento, meglio non trovare l’alibi del mercato perché Il rischio è un fattore presente in ogni attività umana, figuriamoci in un investimento.   Se il viaggio che stiamo per intraprendere non è cosi importante allora lasciamo perdere sin da subito, perché quella paura non ci farà mai arrivare dove non abbiamo realmente mai deciso di arrivare.

Continua a leggere

La strategia del materasso

  • 138
  • 0
  • Consulenza finanziaria
Scritto il 30.01.2020

Nelle ultime settimane ho sentito spesso pronunciare la frase “se questi sono i rendimenti, compresi quelli dei conti correnti, allora mi conviene vendere tutto e mettere i miei soldi sotto il materasso, visto che nemmeno le case rendono più come anni fa!”. Questa è la conferma che la paura può certamente indurre nell’uomo comportamenti pericolosi, per non dire dannosi. Vediamo perché.   Soffermiamoci solo per un istante su cosa realmente significhi togliere denaro da un investimento, trasformandolo in denaro contante, senza che questo serva davvero per la soddisfazione di una reale esigenza immediata o posticipata nel tempo. Prendere una borsa all’interno della quale inserire quantità importanti di denaro contante, significa innanzitutto essere segnalati dalla banca all’Unità di Informazione Finanziaria, con tutte le conseguenze del caso. Poco importa se ciò viene fatto in molte operazioni od in una sola: l’organo di vigilanza può oggi comunque accedere indisturbato all’anagrafe dei conti correnti e risalire a tutti i movimenti in contanti. Non credo poi che aver dichiarato sull’apposito modulo che quel denaro è destinato ad un materasso, salvi da uno stretto controllo su ogni operazione successiva. Una soluzione alternativa potrebbe essere certamente quella di depositarlo in una cassetta di sicurezza, che comporterebbe una spesa più o meno alta a seconda della copertura assicurativa scelta, con una naturale riduzione del capitale. In fondo allora sarebbe stato più conveniente investire quell’importo in un Bund tedesco, certamente sicuro ancorché per nulla remunerativo, poiché alla fine del decimo anno porteremmo a casa poco meno del capitale investito. Ma si sa, oggi assicurare un capitale costa più del rendimento, dato che siamo nell’era dei tassi zero!   Ma allora perché complicarsi la vita e non lasciare tutto comodamente in liquidità sul conto? Oggi sui conti correnti, oltre ai costi di cui nei prossimi giorni cominceremo a sentire il peso, c’è il rischio Bail-in, cioè del fallimento dell’istituto di credito a cui abbiamo affidato il capitale, dove la nostra garanzia di depositanti è limitata solo a 100.000 euro. Diversificare gli istituti bancari a cui ci affidiamo, non superando mai questa soglia, comunque potrebbe esporci a un prelievo forzoso al fine di salvare eventualmente uno Stato posto sotto attacco finanziario. Qualcuno ricorda il governo Amato che 27 anni fa, impegnato ad oltranza nella difesa della lira scelse la sua svalutazione, regalandoci una fantastica patrimoniale del 6 per mille sui nostri conti? Certo, oggi c’è l’Europa che ci protegge ma, che dire del Mes? Vogliamo parlare anche di questa eventualità? Sorvoliamo poi sul fatto che liquidare in contanti il nostro investimento ci espone al rischio di furto, che non è da sottovalutare con i tempi che corrono. Quando poi avremo bisogno di usare quel denaro per qualcosa di importante, cosa faremo? Lo riporteremo in banca per farci preparare un assegno circolare o pagheremo tutto in contanti, cercando una soluzione efficiente che ci salvi da tutte quelle limitazioni che saranno introdotte al suo uso nei prossimi mesi? Infine, da un recente studio effettuato a novembre da AdviseOnly per Il Sole 24 Ore, risulta che, in termini di valore reale, per ogni 1.000 euro lasciati in liquidità negli ultimi 20 anni a rendimento zero, ne sono rimasti solo 588. Tutta colpa dell’erosione dell’inflazione, che in due decenni ha compiuto il suo lavoro, mantenendone si inalterato il valore nominale, facendone però crollare drasticamente il potere d’acquisto. Parliamo di un crollo del valore che supera il 40%. Allo stesso modo, in 10 anni 1.000 euro sono diventati 875 euro (-12,5%), 967 euro (-3,3%) invece in un arco temporale quinquennale.   Detto ciò, lasciamoci con una domanda: siamo davvero sicuri che la scelta della strategia del materasso non nasconda più che la paura, una vera e propria mancanza di volontà ad impegnarsi nello studiare soluzioni alternative e maggiormente produttive per quel denaro non speso? Possibile che la paura di sbagliare ci renda così folli da non considerare come il meglio per noi la pianificazione delle scelte d’investimento, portandoci a preferire una strategia attendista, sempre e comunque perdente, oltre che costosa? Questo è il vero costo della paura che deriva dal non dedicare al denaro destinato al presente ed al nostro futuro, quell’attenzione e quella cura che meriterebbe, abbandonandolo ad un triste destino di improduttività.    

Continua a leggere

(Ancora) cinque perle di saggezza per l’investitore

  • 141
  • 0
  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 17.01.2020

Il nuovo anno è appena partito e come ogni anno ricevo la più classica delle domande: “cosa ci dobbiamo aspettare da questo nuovo anno?”. Come dico spesso, non essendomi ancora laureato all’Università della magia, ho deciso di riprendere un mio scritto pubblicato verso la fine del 2018, che contiene alcune perle di saggezza che possono sempre risultare utili all’investitore consapevole, proprio perché non sono dotato di capacità predittive.   La prima è di Warren Buffet e ci dice che “non serve predire la pioggia ma conta sapere costruire l’arca”. È impossibile predire l’andamento di mercato poiché tempeste, tifoni o bonacce sono sempre possibili ma imprevedibili. Se però rispettiamo i dettami Mifid e se facciamo che la terapia (l’insieme degli investimenti) si basi sulla diagnosi (esigenze e preferenze del cliente), saremo sempre in grado di affrontare ogni nuova sfida del mercato. E la terapia è la nostra Arca.   La seconda, scritta da un anonimo, ci svela come noi “non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele”. In effetti è pericoloso andare contro il mercato, perché in caso di errore le conseguenze potrebbero essere gravi. Possiamo però prendere il meglio di quello che ci può offrire, per andare nella direzione giusta. Basta seguire processi di investimenti sperimentati nel tempo ed usare le conoscenze oggi disponibili.   La terza ci viene direttamente da Seneca che ci dice che “non esiste vento a favore se non si conosce porto”. Se sappiamo dove andare possiamo tranquillamente usare i migliori strumenti che il mercato ci mette a disposizione. Come abbiamo già detto meglio sarebbe non usare ottimi callifughi per curare una otite: Il miglior strumento finanziario va sempre utilizzato per curare la malattia diagnosticata, non una inventata. Un’ottima cura applicata ad una diagnosi sbagliata fa tanto male quanto sbagliare terapia.   Per la quarta ci aiuta anche Publio Siro che ci spiega che “quando si agisce cresce il coraggio, quando si rimanda cresce la paura”. Quante volte abbiamo rinunciato ad un investimento per paura? Quante volte abbiamo invece ritardato una vendita perché ritenevamo che il mercato sarebbe cresciuto di più? Quante volte non abbiamo abbandonato un investimento inefficiente, solo perché credevamo in un suo miracoloso e impossibile recupero? Per evitare gli errori ci vuole coraggio e bisogna cercare di non farsi mai divorare dalla paura. E solo la conoscenza e la consapevolezza possono diradare la paura.   Infine concludo con una provocazione che ho preso da Bertol Brecht “chi combatte rischia di perdere, ma chi non combatte ha già perso” Tenere il denaro fermo sul conto non è un poco come rinunciare a combattere? Ormai il rischio zero non esiste più, nemmeno nel campo della liquidità, poiché tra poco avremo anche interessi negativi dal conto corrente, non soltanto dai nostri titoli di Stato. Non nascondiamoci poi dietro al muro del tenere i soldi dentro il materasso, che tanto nessuno lo farà mai. Rassegniamoci invece a pianificare ogni nostra scelta di investimento, perché guadagnare senza perdere non deve essere una chimera ma l’unica realtà accettabile.   Il suggerimento che lancio è quello di non leggere più allora la parola rischio e volatilità come possibilità di perdere ma, piuttosto, come l’opportunità di guadagnare.

Continua a leggere

La consulenza è un costo o un valore?

  • 104
  • 0
  • Consulenza finanziaria
Scritto il 17.12.2019

Da molto tempo si parla del costo troppo elevato di alcuni prodotti finanziari. Mifid 2 ha in parte cercato di risolvere questo dilemma, imponendo ai consulenti non indipendenti di percepire incentivi, ma solo in presenza di un accrescimento della qualità del servizio fornito al cliente. Il punto allora è analizzare se questa doveroso aumento di qualità ci sia davvero, oppure sia soltanto millantato. Per questo si parla sempre più insistentemente di consulenza, che giustificherebbe di per sé questo costo. Parlare di prezzo di un prodotto a cui deve corrispondere un servizio non è sempre facile, poiché è necessario introdurre un concetto di cui abbiamo già parlato, ma che non viene mai considerato.   Partirò da lontano per esprimere quello che voglio dire. Immaginiamo che sul bancone di una libreria ci sia un testo appena uscito, che tratta di un argomento di nostro interesse, opera però di un autore sconosciuto ad un prezzo elevato. La mente elabora questi dati: libro interessante per l’argomento trattato, autore sconosciuto ad un costo elevato. Da qui la domanda: saremmo disposti ad acquistare quel testo comunque? Direi che ci penseremmo molto prima di decidere e forse non lo acquisteremmo affatto, perché il prezzo, a quelle condizioni, fa la differenza. Se invece quel libro trattasse sempre lo stesso argomento ma fosse stato scritto dalla massima autorità in materia, vorremmo forse essere tra i primi a leggerlo. La nostra mente certamente non si soffermerà, come prima abbiamo fatto, sul prezzo. Quel testo per noi ha un valore che supera il costo, o per meglio dire, questo non rileva più ai fini della scelta. Il riconoscimento del valore diventa la discriminante del prezzo.   Allo stesso modo, la consulenza finanziaria (quella vera che distingue tra diagnosi e terapia, di cui abbiamo parlato spesso) fa parte delle grandezze psicologiche, che non sono quantificabili come un prezzo, il quale appartiene invece al mondo delle quantità fisiche. Il valore di una cosa o di un servizio non può sempre essere ridotto solo ad un prezzo, perché la sua attribuzione, dipende da come noi valutiamo proprio quel valore, dall’importanza che gli diamo. Ciò non significa che il prezzo di un prodotto finanziario non sia importante, ma solo che quello è solo una parte di un qualcosa che non è sempre quantificabile. Quanto vale per noi la tranquillità di avere scelto l’investimento giusto una volta acquisita la consapevolezza della sua utilità oppure quanto vale la garanzia che il nostro capitale sarà comunque protetto, in modo da non rivivere più la spiacevole sensazione derivante dalla sua perdita? Quanto vale l’assistenza di un professionista che aiuti il cliente a prendere consapevolezza di quanto la banca gli ha messo inconsapevolmente in portafoglio? Questo è il valore della consulenza, il cui costo è tanto più ininfluente quanto più lo si ritiene utile per la propria utilità.   Per questo credo che parlare di un prezzo, senza dare valore al processo che porta alla scelta di un prodotto finanziario, sia un errore. È lo stesso terribile errore che si commette quando si parla di strumenti finanziari, prima di capire che cosa serve davvero al cliente. Infatti si può parlare di consulenza solo quando si consiglia una terapia in base ad una diagnosi; diversamente saremo sempre in presenza di vendita, NON di consulenza. Per continuare nell’esempio, spesso ci troviamo nella condizione di vedere consigliato un ottimo callifugo quando il vero problema è una dolorosa otite: un ottimo prodotto che non serve a risolvere il problema fa gli stessi danni di un pessimo prodotto, crea cioè un disvalore. Ecco perché le persone tengono il denaro sui conti correnti senza investirlo, per la paura di sbagliare farmaco o, peggio ancora, terapia.   Eppure si continua sempre purtroppo a parlare di strumenti finanziari e del loro prezzo, mai della loro vera capacità di risolvere l’esigenza manifestata dal cliente!

Continua a leggere

La banca, i budget e il cliente

  • 220
  • 0
  • Banche e prodotti bancari
Scritto il 05.12.2019

Sempre più spesso mi capita di parlare con clienti scontenti del rapporto con la loro banca sul tema investimenti. Questo comportamento è diventato ormai la norma, non è certo l’eccezione. Assisto tutti i giorni a discussioni tra banca e cliente dove la lamentela più comune è l’assenza di informazioni sul denaro investito, soprattutto nel momento successivo alla vendita del prodotto. Fateci caso, la chiamata della banca avviene sempre e solo nel momento in cui la liquidità media presente sul conto aumenta. Volete un esempio di quanto sto affermando? Quante telefonate avete ricevuto dalla vostra banca nel 2018 per informarvi sull’andamento dei mercati, quindi sull’impatto negativo sul vostro patrimonio in gestione? Avete avuto nello stesso periodo una quantità di denaro ampiamente superiore alla vostra media mensile? Non ditemi che nessuno vi ha contattati!   Ovviamente la banca fa il proprio mestiere e, proprio per questo bisognerebbe essere più informati e determinati quando si accetta di parlarci o quando si richiede quel minimo di attenzione in più. Dire però che questa è consulenza a me pare una forzatura. Se così fosse davvero, nel momento in cui veniamo contattati, il punto di partenza non dovrebbe mai riguardare la proposta di un prodotto ma, piuttosto, la raccolta di informazioni sulla destinazione futura di quella quantità anomala di denaro, depositata sul conto e non destinata all’immediato consumo. Ecco che allora bisognerebbe porsi alcune domande su cosa è il rapporto che noi vogliamo avere con la nostra banca. Possibile che nessuno si faccia vivo per parlare del MIO investimento, sia che subisca perdite oppure in occasione di plusvalenze inaspettate? Possibile che nessuno mi faccia MAI una telefonata per spiegarmi come sta andando il mio denaro?   Cercherò di scriverlo ancora una volta: per analogia, se la terapia deve seguire la diagnosi, il prodotto finanziario deve essere proposto solo dopo avere chiesto al cliente cosa ne deve fare di quel denaro, senza tralasciare naturalmente di prendere informazioni sulle sue preferenze e sulle sue aspettative. Soprattutto dovrebbe essere una proposta veramente consulenziale, non fondata su di una circolare consegnata dal direttore al dipendente, preparata dall’ufficio marketing con le indicazioni su come proporre quel prodotto. Tralascio poi le considerazioni sul mancato rispetto del budget imposto dalla banca al dipendente, che determina una naturale forzatura sul rapporto di cui stiamo parlando.   Invece si parla sempre e solo di rendimento atteso per il prodotto che si deve vendere, oppure di non convenienza a lasciare denaro liquido sul conto, senza mai considerare la vera esigenza del cliente. In realtà il sistema rimane ancorato a quel passato dove la vendita era l’aspetto prevalente. Intendiamoci, non che oggi non lo sia, ma oggi c’è la Mifid che, a differenza di ieri, ci aiuta a fare in modo che le cose siano diverse, proteggendo di più il cliente e stimolandolo ad agire.   Ecco dunque la sfida che la nuova Mifid lancia a tutti gli operatori del settore: generare commissioni rispettando sempre le esigenze del cliente. Ma sino a quando il cliente non pretenderà di comprendere cosa la banca sta proponendo, non ci sarà un miglioramento nei rapporti e tutti noi, me compreso, assisteremo impotenti alle telefonate di proposta di nuovi prodotti, abilmente pilotate da una circolare e da un budget.

Continua a leggere

"I fondi comuni fanno perdere!"

  • 155
  • 0
  • Fondi Comuni di Investimento
Scritto il 25.11.2019

“Non mi parli di fondi comuni, che ogni volta che li ho sottoscritti ci ho perso!”, è la frase con la quale è cominciato il mio dialogo con un potenziale cliente incontrato in settimana, al quale avevo parlato solo della mia qualifica di consulente finanziario. Siccome sono una persona curiosa ma scrupolosa, ho portato il discorso sugli obiettivi per i quali quei prodotti erano stati sottoscritti, sui tempi dell’investimento e sul tipo di rischio che per quella persona sarebbe stato accettabile. Nella mia indagine sull’analisi del fallimento, ho chiesto al mio interlocutore di descrivermi i tre elementi sotto elencati, da cui ho avuto alcune risposte interessanti sull’investimento scelto:   1. OBIETTIVO: avevo del denaro che non mi serviva, quindi ho pensato di investirlo per non tenerlo liquido sul conto; 2. TEMPO: non avevo un periodo di tempo in testa, quindi mi sono concentrato sugli investimenti che mi garantivano più rendimento; 3. RISCHIO: non avrei mai accettato di investire del denaro con la possibilità di perdere qualcosa. Eppure è successo!     Vi suonano familiari queste risposte rispetto a quanto abbiamo detto poche settimane fa, relativamente alla necessità di avere un chiaro obbiettivo di investimento (a cosa servono questi soldi), sul tempo in cui questi capitali possono e devono rimanere investiti (giorni, mesi, anni), sulle capacità soggettiva e oggettiva del cliente di sopportare una perdita?   I prodotti finanziari che appartengono alla categoria dei fondi comuni possono certamente fare perdere il denaro investito, così come una terapia sbagliata potrebbe compromettere la guarigione del paziente o, addirittura, peggiorarne lo stato di salute. Per questo, tanto più la diagnosi è esatta, tanto più efficace sarà la terapia, non viceversa. E La possibilità di perdere denaro tende a zero tanto più sono rispettati i tre pilastri di un sano investire, che possiamo semplificare nella redazione di una ottima diagnosi e la somministrazione di una adeguata terapia, unitamente ad un controllo periodico. Ecco perché è sempre necessario, per chi vuole guarire dal mal di investimento, avere ben chiari ALMENO gli elementi che abbiamo evidenziato sopra (OBIETTIVI, TEMPO e RISCHIO). Se questi non vengono fatti emergere e non vengono approfonditi, si possono perdere soldi con facilità. Per contro, se ne possono guadagnare senza rispettare le regole citate, soltanto se siamo aiutati dalla fortuna. Questa però è una scommessa, non un metodo di investimento.   Possiamo quindi parlare di vera consulenza solo quando c’è la redazione di un’ottima diagnosi con la conseguente somministrazione di una terapia personalizzata, naturalmente preceduta e seguita da esami e visite di controllo. Siamo infatti in presenza di ciò solo quando il professionista aiuta il cliente a costruire con competenza, professionalità ed etica, una corretta rappresentazione di sé, aiutandolo a raggiungere gli obiettivi desiderati, ove possibili. Altrimenti saremo sempre nel campo della promozione cioè della vendita.   Il cliente deve venire sempre e comunque prima del prodotto, se no la certezza di perdere il denaro diventa l’unica realtà possibile, ancorché non accettabile.  

Continua a leggere
Condividi