Giovanni Donini

Vai al mio profilo

Consulente finanziario

Top MoneyController Financial Educational
Sol&fin Sim S.p.a.
Milano, Monza Brianza
-
Oltre a 10 anni
Laurea
57 anni
758
06/09/2016

Leggi tutti i miei post


DELL'INVESTIMENTO E DELLA SPECULAZIONE 

Scritto il 18.09.2020

Durante le mie vacanze, nel relax ho ripensato ad uno scambio di idee che ho avuto con un cliente sull'imprevedibilità dei mercati e sulla differenza tra investire e speculare. Così mi sono dilettato nella ricerca di un esempio semplice per spiegare come si comportano gli speculatori e gli investitori quando i mercati crollano. Una premessa è però necessaria: perdere denaro non è l’obiettivo dell’investitore e nemmeno dello speculatore. Forse non lo è nemmeno per l’investitore che spaventato, si trasforma suo malgrado in uno speculatore perdente. Tuttavia sappiamo che lo speculatore mette in conto la possibilità di perdere anche tutto il suo denaro a fronte di un guadagno irraggiungibile con altri mezzi. L’investitore no, non può e non deve permettersi di perdere il proprio denaro. Per chi non accetta l'idea di perderlo la speculazione è l'unica frontiera da non superare mai. Eppure ogni giorno si leggono notizie di investitori che hanno aderito a proposte di guadagni mirabolanti e che poi lanciano strazianti grida di dolore delusi dalle perdite, attribuendo ad altri la responsabilità di tali scelte.    Un altro elemento attiene al concetto di tempo: lo speculatore non segue le dinamiche dell’orizzonte temporale ma cerca le proprie opportunità di guadagno “continuamente”, senza preoccuparsi degli obiettivi sottostanti per i quali quell'investimento è stato fatto (casa, vacanze, istruzione dei figli, ecc.). Per lui l’unico scopo è il guadagno fine a sé stesso, indipendentemente dal rischio. L’investitore invece deve preoccuparsi di non perdere denaro quindi necessita di una strategia, di tempo e di metodo; deve usare la ragione alla ricerca del rischio accettabile, consapevole che il risultato potrebbe anche tardare a causa di un eventuale “cigno nero. In particolare un investitore dovrebbe costruire il proprio portafoglio in base al proprio profilo di rischio, seguendo un criterio di diversificazione basato anche e soprattutto sul tempo a disposizione (più tempo più rischio, meno tempo meno rischio). Questo perché ormai conosciamo le straordinarie doti di attenuazione del rischio che ha il tempo.    Per questo non si dovrà mai prescindere dalle scelte dell’investitore anche qualora volesse mantenere nel suo portafoglio una maggiore presenza di prodotti meno rischiosi e un peso maggiore di altri dotati di maggiore volatilità, accettando a priori risultati inferiori. Non si comprende come mai allora, quando i mercati crollano, alcuni investitori che sino a qualche attimo prima avevano accettato la costruzione di un portafoglio dotato di tempo e rischio adeguato, diventino improvvisamente speculatori, votati al tutto dentro o tutto fuori, dimentichi in un solo istante di paura, di tutte quegli insegnamenti che sino a prima del crollo erano stati ampiamente condivisi. Essere investitore in un mercato azionario è diventare imprenditore, accettando le regole.    Ma è più facile dirsi imprenditori piuttosto che dimostrarsi tali. Vediamo di capirci meglio. Immaginate per un istante di essere un imprenditore che ha acquistato nel gennaio di quest'anno delle macchine per produrre un bene che oggi ha una scarsa domanda, ma che sino al febbraio 2020 andava a ruba. Pensate davvero che questo imprenditore, colpito come tutti dalla crisi, abbia cercato di svendere la “sua creatura” sui livelli minimi del marzo scorso, cercando di salvare il salvabile? La differenza sta nella coerenza dei comportamenti: chi vuole fare l’investitore o l'imprenditore deve accettarne il rischio e le sue conseguenze, anche a costo di dilatare i tempi del ritorno economico: infatti qui non si tratta di perdere ma semplicemente di accettare i nuovi tempi del giusto rendimento.    Rispondo immediatamente all'obiezione che è scattata nella testa del lettore: quando si acquista un fondo comune o una sicav si investe su una moltitudine di aziende e il rischio che tutte falliscono contemporaneamente è praticamente nullo. Quindi rimaniamo su quanto detto sopra: chi decide di condividere il percorso dell’imprenditore deve comportarsi da imprenditore e non da speculatore solo perché spaventato del crollo del mercato o perché ha guadagnato molto il poco tempo. A ben vedere lo speculatore esce al ribasso ma è pronto a rientrare, accettando il rischio di un tempo di rientro che può rivelarsi sbagliato. L’investitore spaventato quando esce non rientra sino a che il mercato non ha pienamente ripreso il suo corso, trasformando l'attività in un errore quasi mai rimediabile. Ancora, l’investitore che ha paura dovrebbe allora accettare di non essere nemmeno chiamato investitore perché di fatto accetta i guadagni e rifiuta le perdite. Per questo meglio sarebbe per lui stare lontano dai mercati che danno rendimento, rassegnandosi ad accettare rendimenti nulli o residuali.   La cosa giusta da fare per ogni investitore è allora quella di sforzarsi di mettersi in discussione, cercando di capire le dinamiche del mercato e le sue regole, accettando anche quelle che non piacciono, costruendo il suo impegno sulle proprie preferenze. Gli strumenti e i professionisti che possono aiutare in queste scelte ci sono. E come abbiamo già detto molte volte, queste scelte dipendono esclusivamente da noi.    

Continua a leggere

Covid-19 e il potere delle nostre scelte d’investimento

Scritto il 04.09.2020

  È difficile trovare le parole giuste per terminare il ciclo di Focus Investitore in occasione della pausa estiva, soprattutto nella situazione in cui una causa inattesa ed imprevedibile sta tentando di modificare la nostra vita. Sappiamo che le forze in campo per sconfiggere questo virus sono notevoli. È consolatorio osservare come quasi tutti i paesi del mondo scambino tra loro informazioni per trovare la migliore terapia possibile per garantire alte percentuali di guarigioni. Il mio ottimismo mi porta anche a ritenere che il tempo necessario per scoprire il vaccino sia prossimo.   Paradossalmente gli ambienti che professionalmente frequento sono preoccupati non tanto per la salute della popolazione ma piuttosto per la crescita globale dei mercati che tuttavia, contrariamente alle previsioni più accreditate, hanno reagito molto bene alla crisi. Ben sappiamo infatti che in finanza queste contano quanto gli oroscopi all’inizio dell’anno e hanno l’unico scopo di rafforzare a posteriori le convinzioni di chi cerca conferme alle proprie pessimistiche tesi.   In questi giorni la diffusione incontrollata del virus, in particolare in India, Stati Uniti e Brasile, sembra però indebolire le convinzioni che la ripresa possa continuare, alimentando l’attesa di un nuovo ed imminente crollo dei mercati. Cosa succederà nei prossimi mesi nessuno lo sa e, per questo, vorrei invitare i lettori a non credere alle voci di sventura che fanno parlano di un futuro incerto e terribile, dominato dalla paura di infettarsi. Non bisogna mai rassegnarsi a cedere al catastrofismo imperante del momento. Mai, soprattutto quando si parla di investimenti.   Per questo motivo voglio consigliare la lettura del libro “Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo”, scritto da Anna Rosling Rönnlung, Hans Rosling, Ola Rosling e pubblicato da Rizzoli. Si tratta di un vero antagonista del pregiudizio che il mondo vada sempre peggio con l’aumentare degli anni. Qui scopriamo che molte delle convinzioni che noi abbiamo sono ingenerate da pensieri non corrispondenti alla realtà dei fatti. Ad esempio sulla povertà scopriamo che negli ultimi 20 anni, la sua percentuale si è dimezzata; allo stesso modo l’età media dell’umanità è aumentata a 70 anni mentre oggi oltre l’80% dei bambini di un anno è vaccinato contro il morbillo. Questi sono solo alcuni dei tanti esempi che vengono riportati, dai quali deriva che credere ad un mondo in declino è impossibile.   Certamente è vero che le medie dicono poco se le mettiamo in relazione a chi vive al di sotto di queste ed è proprio per questo condannato a livelli di povertà o di esclusione che ne limitano la vita. Infatti stiamo parlando qui di sociologia e non di etica. E sapendo che ci sono popolazioni intere che restano sotto la soglia di povertà, così come ce ne sono altre la cui l’aspettativa di vita è abbondantemente sotto i 70 anni oppure che non sanno neppure cosa sia una vaccinazione, certo diventa difficile pensare positivo. Tuttavia la crescita dei mercati è generata dal progresso economico che crea inevitabilmente ricchezza: negli ultimi 20 anni certamente le cose sono migliorate,certamente non abbastanza, ma sono comunque migliorate per molti, anche se non per tutti.   Oggi sappiamo invece che spetta anche a noi investitori cercare di “sfruttare” il Covid-19 a vantaggio nostro e dell’intera umanità. Dobbiamo cogliere il messaggio di cambiamento che ha voluto darci, senza che la negatività possa impossessarsi delle nostre scelte, confidando invece sul futuro e sulle capacità dell’essere umano di tendere sempre e comunque al miglioramento della propria condizione di vita. La storia dell’umanità ci insegna però che migliorare dipende dalle nostre scelte. Nessuno deve sentirsi escluso e tutti dobbiamo sentirci responsabili per l’accelerazione di questo processo che tende a ridurre le distanze tra noi, l’uomo medio e l’ultimo tra gli uomini. Spetta quindi anche a noi dare un contributo fattivo perché questo possa avvenire il prima possibile, attraverso una scelta sempre oculato dei nostri investimenti, per il nostro bene e per quello dell’intero pianeta.     Giovanni B. Donini

Continua a leggere

L’ora delle scelte

Scritto il 28.08.2020

L’ora delle scelte    “Cosa succederà se i casi di contagio dovessero ancora aumentare? Ce la faremo ad uscire dalla crisi innescata dal virus?”. Queste sono alcune tra le domande più gettonate del periodo che stiamo attraversando. Certamente i media non ci aiutano con la loro continua evidenziazione di notizie negative, che pesano infinitamente più di quelle positive che emergono a fatica e che non ottengono mai la stessa rilevanza. Certo non bisogna abbassare la guardia, ma perché non cominciare a respirare per uscire dall’apnea cui siamo stati obbligati dai gravosi mesi di lock down? Perché non gioire per qualcosa di positivo, invece che rassegnarci sempre e comunque alla negatività?   In questo senso dobbiamo interpretare la domanda che l’investitore oggi si pone dopo avere vissuto i pesanti ribassi di mercato, seguiti dalla veloce ripresa che ancora non si è esaurita. E ciò vale soprattutto per coloro che hanno abbandonato la lotta spaventati dai ribassi e che vivono il rammarico per i rialzi che hanno perso. L’interrogativo verte proprio sulla consistenza della ripresa, cioè se l’attuale fase sia di “calma prima della tempesta” oppure di un vero e proprio ritorno alla normalità.   A questo riguardo sappiamo che quando si parla di futuro non ci sono mai risposte scontate o facili, proprio perché la maggior parte delle attività umane si fondano sull’incertezza. L’economia è una tra queste ma ha un’evidenza che è indiscutibilmente consolidata dall’esperienza: nessuna crisi dovuta a pandemia o a conflitti bellici ha mai fermato il progresso e, quindi, l’ascesa dei mercati.   Il lock down non ha eliminato la crescita mondiale e nemmeno l’ha rallentata, anzi. Paradossalmente ha semplicemente accelerato l’ascesa di alcuni settori, determinandone la trasformazione, la decrescita o la fine di altri. Pensiamo infatti alla tecnologia e ai servizi collegati, all’aumento della richiesta di sanità e servizi collegati, alla farmaceutica, alla robotica. Come dimenticare il progresso improvviso della comunicazione digitale con webinar, riunioni, incontri virtuali e Smart Working a farla da padrone. Che dire poi della guerra scatenata sul 5G dagli Usa verso la Cina, che sappiamo sta già lavorando su tecnologia 6 e 7G. Infatti sapendo di questa sperimentazione cinese, il nostro 5G diventa inesorabilmente passato. Per questo non investire su questi settori sarebbe follia, specialmente per tutti quegli investitori che hanno tempo e obiettivi da realizzare a medio e lungo periodo.   A queste accelerazioni e trasformazioni dobbiamo abituarci, cosi come dobbiamo accettare l’estrema e rapida volatilità dei mercati, senza dimenticarci dei tassi obbligazionari sempre più tendenti allo zero o alla negatività. Ormai ci troviamo davanti ad un inesorabile scelta: accettare finalmente di applicare un metodo per investire oppure affidarsi alla fortuna o all’approssimazione nelle scelte, con un rischio che può diventare non più sopportabile. Meglio sarebbe allora non investire nemmeno, rimanendo liquidi sul conto, in attesa che l’inflazione o una patrimoniale intacchi il capitale.     Giovanni B. Donini  

Continua a leggere

L’imposizione fiscale nel risparmio gestito 

Scritto il 21.08.2020

  Capita qualche volta che un cliente si stupisca di un disallineamento sui fondi comuni, sia per quelli di diritto italiano che per quelli esteri, tra gli importi valorizzati prima di un disinvestimento e quelli accreditati sul conto corrente. L’effetto è dovuto all’imposizione fiscale generale che grava sui guadagni, sia che si tratti del pagamento di cedole o di rimborso totale o parziale delle quote in portafoglio. Abbiamo poi anche la cosiddetta imposta di bollo annuale, la quale colpisce la consistenza patrimoniale, indipendentemente da guadagni o perdite. A questo punto vediamo a quanto ammontano queste imposte da versare allo Stato, tenendo sempre presente che sarà l’intermediario finanziario a provvedere per nostro conto in qualità di sostituto d’imposta.   Le plusvalenze (guadagni) realizzati dai fondi di diritto italiani e delle Sicav estere armonizzate sono tassati nella misura del 26%, ad eccezione delle parti investite in alcuni strumenti finanziari che sono ancora assoggettati al 12,5%. Tra questi ricordiamo i Titoli di Stato italiani, i buoni postali e le emissioni di regioni, province e comuni, ovvero Titoli di Stato esteri emessi da nazioni presenti nella White List oltre a obbligazioni di enti sovranazionali riconosciuti. Come abbiamo già detto la tassazione viene applicata con la realizzazione per cassa, cioè incide al momento della liquidazione totale o parziale delle quote, compresi i pagamenti di importi distribuiti sotto forma di cedole. Si parla di realizzo non solo quando c’è una vendita ma anche quando chiediamo uno spostamento tra comparti diversi della stessa famiglia di fondi. Anche in questo caso l’imposta verrà calcolata e versata dall’intermediario.   Qualora dalla vendita delle quote si abbia una plusvalenza (guadagno) saremo nella categoria fiscale dei redditi da capitale mentre, in caso di minusvalenza (perdita) ci troveremo in presenza di qualcosa che rientra in quella dei redditi diversi. Prestiamo però attenzione a questa differenza di denominazione perché proprio su questo si fonda l’impossibilità nel risparmio gestito di compensare minusvalenze e plusvalenze. Il fisco infatti non permette la compensazione tra redditi di diversa natura. Da ciò ne consegue che le perdite da fondi comuni di investimento possono essere compensate solo da plusvalenze derivanti da “redditi diversi”, ottenuti cioè da altre forme di investimento come obbligazioni, azioni, certificates, ecc. A questo fine, a chiusura del rapporto di deposito o amministrazione, l’intermediario è tenuto a rilasciare apposita dichiarazione dalla quale risultino i dati necessari per consentire la deduzione delle minusvalenze con eventuali altre plusvalenze, naturalmente sempre e comunque in un diverso rapporto ma parimenti intestato. In caso di contestazione la certificazione viene rilasciata pro-quota a ciascun cointestatario. La minusvalenza (redditi diversi) così certificata potrà essere portata in deduzione dalle plusvalenze (redditi da capitale) realizzate nei periodi di imposta successivi, ma non oltre il quarto, sia nel regime amministrato, anche presso altro intermediario, sia nel regime della dichiarazione. Non è ammessa invece la deducibilità nel regime opzionale gestito.   Di altra natura è il prelievo conosciuto come imposta di bollo che colpisce sia il conto corrente (34,20 euro) e gli altri strumenti finanziari depositati sul conto titoli (0,20%). Si tratta di una vera e propria tassa sul risparmio di carattere patrimoniale, introdotto dal Governo Monti. Anche in questo caso l’investitore si avvale per il versamento dell’intermediario finanziario che diventa sostituto d’imposta. Il pagamento avviene attraverso l’addebito sul conto corrente sul quale gli investimenti sono depositati. Interessante è osservare che, a differenza della tassazione sulle rendite finanziarie che colpisce solo gli utili, l’imposta di bollo incide invece indipendentemente dal guadagno o dalla perdita. Colpisce quindi la consistenza patrimoniale e non la tipologia di prodotti presenti sul conto titoli al momento della rendicontazione. Il quantum viene infatti calcolato sul controvalore totale del deposito titoli (azioni, obbligazioni, fondi comuni d’investimento e altri strumenti finanziari, sugli eventuali altri importi vincolati e sulla consistenza del conto per la parte che eccede i 5.000 euro. Il periodo di riferimento per il calcolo dell’imposta dovuta è l’anno civile e avviene al momento della rendicontazione. Se le comunicazioni sono inviate periodicamente nel corso dell’anno, ovvero in caso di estinzione o di apertura dei rapporti in corso d’anno, l’imposta è rapportata al periodo rendicontato.   Anche sulle polizze assicurative la tassazione delle plusvalenze avviene al momento del riscatto totale o parziale, cioè al momento del realizzo. Le aliquote applicate sono quelle già viste sopra del 26% e del 12,5% a seconda del tipo di strumento finanziario considerato. Un regime di favore è riservato alle polizze di ramo III Unit Linked, che consentono la compensazione tra i vari comparti e fondi, permettendo quindi una migliore ottimizzazione fiscale. Questo tipo di polizze, a differenza di quelle di Ramo I che ne sono esenti, sono comunque soggette all’imposta di bollo dello 0,20%, ma il cui versamento è posticipato al momento del riscatto totale o parziale        

Continua a leggere

Il peso del rammarico di una vendita sbagliata

Scritto il 12.08.2020

  I post che scrivo su MoneyController hanno da sempre la presunzione di voler essere validi supporti formativi e informativi per aiutare l’investitore che non ha troppa voglia di essere coinvolto nel processo decisionale ma che deve per Mifid avere consapevolezza di quello che fa quando investe. È infatti la legge che impone a noi consulenti e intermediari finanziari in generale, di coinvolgere sempre e comunque il cliente nelle scelte d'investimento, nel rispetto delle sue preferenze, competenze e volontà, in modo che sia sempre vivo il principio di consapevolezza. Certamente non pretendo che il mio noioso post venga sempre e comunque letto. La speranza è che ci sia almeno la lettura di “quel tanto che basta segnato dall’ogni tanto”, proprio per rinfrescare alcuni concetti che non si dovrebbero mai dimenticare, soprattutto quando il mercato si trasforma da lago calmo in fiume impetuoso che sembra trascinare tutto a valle.   Sappiamo per esperienza che vendere nel momento in cui il mercato crolla può essere giusto o sbagliato solo alla luce del senno del poi. Chi ha letto i miei precedenti post sa che sbagliare il momento di ingresso o d'uscita in un investimento, soprattutto in momenti di alta volatilità, può diventare un errore determinante, spesso difficilmente risolvibile. Per questo le esperienze passate devono essere usate sempre per valutare i nostri comportamenti da investitori. Oggi ad esempio sappiamo grazie al senno del poi, che uscire dai mercati nel mese di marzo senza più rientrare, è stato un gravissimo errore.   Per restare nell’analogia che mi piace sempre usare, sarebbe bello che i pazienti seguissero le cure dei loro medici magari interagendo con loro anche prima dell'importante momento della diagnosi. Lo stesso vale naturalmente anche nel rapporto tra consulente e cliente. Il punto nodale sta proprio qui e prendo il coraggio necessario per scrivere quanto segue: siamo davvero sicuri che tutti coloro che investono, per il solo fatto di farlo, siano solo per questo meritevoli di ricevere il premio per il rischio scelto o sperato? Non è sufficiente investire per avere diritto all'ambito premio, ma è necessario anche seguire TUTTI i consigli che vengono dati, ammesso e non concesso che siano quelli giusti. Ma io sono per dare sempre fiducia ai professionisti, sino a prova contraria. Poi però, quando la prova viene data, positiva o negativa che sia, è necessario agire senza tentennare.   Facciamo un esempio per spiegare meglio il concetto. Io paziente accetto l'intervento che il mio medico mi prescrive per la cura della mia malattia e con questo, divento consapevole della prognosi e dei tempi di guarigione. Certamente come si sa dei correttivi potranno essere decisi, proprio per calibrare le cure nel tempo. Se però il paziente rinuncia a curarsi perché perde la fiducia e il medico non fa nulla per farlo ragionare sulle conseguenze della scelta, nulla potrà essere imputato al medico, se non la colpa di non avere coinvolto sufficientemente il paziente. Infatti per metafora, qualunque consulente che in un momento di ribasso non sia fermo dallo sconsigliare al proprio cliente la vendita di un asset, oppure proceda senza coinvolgerlo in un successivo reingresso sul mercato al primo calo di tensione, dichiara la sua scarsa professionalità ed incompetenza.   Dando risposta alla domanda posta appena sopra possiamo dire che se l'investitore consapevole e informato, liquidasse la sua intera posizione nonostante la contrarietà del suo consulente, certamente sarebbe colpevole per quella scelta, meritando di perdere denaro proprio per il non rispetto del patto di partenza. Infatti va da sé che quando si sceglie di investire il cliente va sempre coinvolto nel processo decisionale e a lui vanno sempre spiegate integralmente le condizioni che sottendono all’impegno da assumere. Quando non si comprende cosa si sta per firmare è sempre meglio non firmare. Detto ciò, una volta accettate e condivise le scelte, l'errore non è più dolosamente imputabile al consulente. Semmai potrà trattarsi di colpa grave, commessa per non avere approfondito maggiormente il limite della sopportazione del rischio tollerabile. Altra cosa è invece la responsabilità del cliente che durante la “cura” decide volontariamente di interrompere l’investimento, senza rispettare quei parametri che si erano delineati. Questo è ciò che accade quando per la paura di perdere si liquida un investimento senza che quel denaro serva davvero: dare sempre e comunque la colpa al consulente è troppo facile cosa che spesso accade al cliente per sgravarsi dalla condivisione della responsabilità di una scelta.    Concludo ricordando che il rammarico di avere venduto quando il mercato risale ha lo stesso peso della paura per la perdita di un mercato in discesa. A questo riguardo, riporto l'attento lettore a quanto avevo scritto già nel post del 13 marzo scorso dal titolo ” Il mondo non finirà, facciamocene una ragione!”:   “In una fase di mercato come questa, è molto semplice farsi prendere dal panico e svendere. I veri eroi, cioè coloro che giustamente verranno ricompensati con il premio al rischio, per il sacrificio e la fatica di resistere, saranno tutti coloro che non si lasceranno distrarre dalle sirene negative che in questi giorni trasmettono immagini di sciagure e che hanno lo scopo di fare felici gli speculatori. Chi vende solo per la paura, senza rispettare il tempo che si è dato per cogliere i frutti del suo sacrificio, certamente avrà meno risultati se riuscirà a rientrare, poiché lo farà solo in un momento successivo, quando magari sarà tardi. Lo sconfitto sarà solo chi ha avuto paura, colui che ha accettato di svendere per zittire le urla che lo spingono ad abbandonare il campo. Chi lo farà è condannato a non rientrare più, se non a fine ciclo, vittima dell'illusione che entrare (o uscire) al giusto momento paghi sempre e comunque”.     GB Donini    

Continua a leggere

Una modifica tattica di portafoglio

Scritto il 29.07.2020

  Tutti ormai ci siamo fatti una ragione di quanto questo virus sia riuscito a cambiare le nostre abitudini, sino al punto da convincerci che “nulla potrà più essere come prima”. Ammesso e non concesso che questo possa corrispondere al vero, in attesa che la pandemia venga definitivamente superata, puntiamo la nostra attenzione su alcune costanti che non sono affatto cambiate. Tra queste spicca certamente la capacità di recupero del mercato Usa, che era e resta comunque la più grande e solida economia al mondo. Dopo l'intenso ribasso del marzo scorso, abbiamo registrato una straordinaria capacità di recupero di Wall Street, grazie anche agli intensi sforzi messi in campo dalla Fed e dal Governo Usa. Peccato che non si possa dire lo stesso per noi europei, troppo vincolati da decisioni fatte di preconcetti miste a burocrazia. In attesa che altre economie seguano la stessa strada degli Stati Uniti è arrivato il momento in cui l’investitore non può più aspettare ad apportare modifiche tattiche al suo portafoglio, proprio in virtù dell’accelerazione dei cambiamenti indotti dalla pandemia, specialmente se l’asset è particolarmente aperto alla componente obbligazionaria. La tabella qui sotto riportata è stata tratta dal sito https://advisor.visualcapitalist.com/top-performing-sectors-2020-ytd/ Come possiamo vedere da inizio anno sul mercato americano, il settore più interessante è stato quello dell'Information Technology, che ha registrato un grande balzo in avanti, con una repentina ripresa a V che ha dato un rendimento medio pari al 13,5%, rafforzato soprattutto dalla crescita delle più grandi aziende quotate nell'indice S&P 500. A questo riguardo risulta significativo il commento del Ceo di Microsoft Satya Nadella che ha dichiarato "Abbiamo visto due anni di trasformazione digitale in due mesi". I cambiamenti che si pensava potessero essere realizzati in anni si sono manifestati in pochi mesi, cosa che induce a ritenere che i rialzi non siano finiti, seppure in presenza di una volatilità molto alta. Meno esplosivo è stato invece il dato di crescita dei consumi discrezionali, all'inizio penalizzati dal lockdown e poi in successiva netta ripresa, soprattutto per le società di vendita online. In questo caso si sono raggiunti livelli di crescita mai raggiunti prima con incrementi superiori al 7% dai livelli pre covid. Molto reattivi anche i settori dei servizi di comunicazione e dell’assistenza sanitaria, che hanno registrato rispettivamente incrementi medi del 3% e dello 0,50% YTD. Merita una particolare attenzione il dato che riguarda le otto aziende di biotecnologia quotate su S&P che stanno sviluppando il vaccino anti covid: la loro capitalizzazione è passata in pochi mesi da 160 ad oltre 600 miliardi di dollari. Tutti questi settori meritano infatti di essere inseriti in un portafoglio destinato alla crescita. Tra i peggiori risultati è da segnalare il – 30% toccato dal settore energia, in parte causato dall'improvviso crollo del prezzo del petrolio, il -19% dei servizi finanziari, con particolare rilevanza negativa imputabile principalmente alla scarsa reattività delle banche per la risoluzione della crisi di liquidità Per quanto attiene il settore industriale registriamo il –12%, determinato dall'interruzione della catena di approvvigionamento che ha rallentato la produzione. Il tutto è stato poi acuito dalla difficoltà dei trasporti e certamente anche dal temporaneo e naturale crollo della domanda interna. Proprio a causa dei notevoli ribassi, questi settori potrebbero diventare una straordinaria occasione d’acquisto se effettuati prima della riapertura completa delle diverse attività economiche. Non voglio dilungarmi oltre perché le indicazioni su come modificare e potenziare la crescita del portafoglio appaiono molto evidenti anche ai non addetti ai lavori. Piuttosto Il suggerimento che mi sento di dare è di adottare sempre una grande diversificazione mediante l'uso non di indici ma di fondi a gestione attiva che sappiano cioè anche adottare una selezione oltre l'indice di riferimento. Non dimentichiamo mai che si diversifica per ridurre il rischio non per cercare rendimenti assoluti più alti mediante una scommessa.  

Continua a leggere

Paura della patrimoniale?

Scritto il 20.07.2020

Quanto pesa la paura della patrimoniale? Direi moltissimo al punto che in questi giorni i media diffondono a profusione interventi di economisti e giornalisti, politici ed esperti vari che, insieme a veggenti e manipolatori d'informazione di ogni tipo, inducono a ritenere che TUTTI gli italiani a breve ne saranno inesorabilmente colpiti. Nemmeno ha aiutato a calmare gli animi il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, nella seconda giornata di lavori degli Stati Generali, aveva solennemente dichiarato, con parole tutt'altro che rassicuranti, che la patrimoniale non ci sarebbe stata: "Il risparmio privato è una forza del nostro Paese, ma non in termini di una tassa patrimoniale ma di coinvolgimento in progetti". Cosa avrà mai voluto dire con questa frase? Lo scopriremo nei prossimi mesi. Intanto però sappiamo che a fine 2019 sui conti correnti erano presenti quasi 1,6 trilioni di liquidità, certamente incrementati a causa del lockdown. È infatti bastato sollecitare l'antico ricordo del 1992, quando gli italiani furono colpiti dal prelievo del 6 per mille sui conti correnti, per scatenare l'impulso di azzerarli, nel tentativo di evitare di commettere lo stesso errore di allora. A questo punto la provocazione è inevitabile: siamo davvero così sicuri che se ci sarà una patrimoniale, questa colpirà i depositi e non altro? Dal 2011 il governo Monti, supportato da gran parte del parlamento, ha già inaugurato una patrimoniale annua sugli asset finanziari investiti pari allo 0,20%, oltre all'imposizione corrente del 26% sui proventi da attività finanziarie. Restano invece tassati solo al 12,5% i titoli di Stato italiani e quelli esteri inseriti nell’elenco white list, comprese le polizze assicurative di ramo I. La prima casa è salva ma non tutti gli altri immobili. Pertanto, a causa del coronavirus, è molto probabile che “qualcosa” colpirà il portafoglio degli italiani, ma sapere cosa, è per ora difficile da dire. In realtà questa paura di una tassazione può diventare una pessima motivazione per spostare gli asset investiti o liquidi verso diverse tipologie di strumenti, verosimilmente con costi che potrebbero addirittura essere superiori alla patrimoniale stessa, rendendo di fatto inutile l'operazione. Da qui si rincorrono le idee più incredibili per la conversione di asset in oro e monete, diamanti o gioielli, opere d'arte, auto d’epoca e soprattutto contanti. In quest'ultimo caso sappiamo già che dal primo di luglio diventerà molto difficile usarlo per soglie di spesa sopra i duemila euro, limite destinato a scendere a mille entro il primo gennaio del 2022. Inoltre questi movimenti comportano accertamenti, autocertificazioni, antiriciclaggio e antiusura, che potrebbero diventare oggetto di indagine da parte dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza. Per la conversione invece in monete d’oro od oro c'è il limite che per importi uguali o superiori a 12.500 Euro è necessario denunciarne l’acquisto all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF). Il diamante invece presenta indubbi vantaggi poiché è al portatore, consente l’anonimato al suo possessore, è esente da tassazione sia sul valore che sulle plusvalenze e non prevede obbligo di dichiarazione successoria. Tuttavia ha costi di intermediazione molto alti e ha una scarsa trasparenza nella determinazione del prezzo, oltre ad una scarsa liquidità che ne rende la compravendita complicata. Stesso discorso per le auto d'epoca e per le opere d'arte, il cui acquisto e mantenimento, oltre ad una eventuale liquidazione, necessitano sempre di costose expertise. Che dire poi dei costi di conservazione di gioielli, oro e monete, in particolare quando si usano cassette di sicurezza, con la necessità di denunciarne il contenuto in modo da essere garantiti in caso di furto. Insomma quello che vogliamo dire è che modificare un asset finanziario o di liquidità, potrebbe comportare costi materiali ben superiori all'incidenza di una patrimoniale. Il punto sta proprio qui e riguarda il fatto se sia davvero cosi salvifico tentare l'azzardo di modificare il proprio asset in funzione delle aspettative future, senza per altro avere certezze a riguardo. Certo è che la paura porta troppo spesso a scelte irrazionali che spesso sono più dannose dell’inerzia, nell’attesa che tutto si compia.

Continua a leggere

Il valore della diversificazione

Scritto il 14.07.2020

Un lettore mi ha chiesto di esplicitare meglio il concetto di diversificazione tra asset 50% azionario e 50% obbligazionario, di cui ho parlato la scorsa settimana. Il principio è semplice e viene utilizzato per il controllo del rischio. Si basa sul vecchio concetto dell’andamento opposto di un asset azionario rispetto ad uno obbligazionario. Essendo sempre stati due asset decorrelati, cioè con una volatilità inversa nello stesso momento, era facile immaginare uno scenario dove la possibilità di minusvalenze sulla combinazione in percentuale dei due asset bilanciati tra loro fosse ridotta. L’effetto coronavirus ha fatto comprendere molto bene come la correlazione tra questi due asset finanziari fosse ormai da tempo quasi perfetta: oggi scendono entrambi, seppure con una diversa intensità. Naturalmente non c’è da spiegare che l’azionario in generale tocca sempre limiti di ribasso più elevati di quelli obbligazionari. A fine aprile il ribasso azionario globale era intorno al 13 % contro un 4% di quello obbligazionario. Attenzione però stiamo ragionando sulle medie, poiché alcune attività finanziarie ad esempio del settore energetico sono scese ben oltre quel livello. Lo stesso è successo per le obbligazioni high yield sono sprofondate quasi al - 25%, più in basso di qualsiasi altra della stessa categoria. Oggi sappiamo fortunatamente che tutti i settori si sono ripresi, anche se non totalmente. Questo durerà sino al definitivo recupero? Non possiamo saperlo ma da quanto accaduto possiamo trarre un importante insegnamento: l’errore più grave nella costruzione di un portafoglio è la concentrazione dell’asset su poche attività finanziarie, poiché è in grado talora di aumentare la resa nei momenti positivi, ma a cagione di un notevole aumento della volatilità, soprattutto se si sbagliano le scelte dei settori e dei loro paesi. Ecco che allora per non sbagliare, è sempre consigliabile un’ampia diversificazione, che ci consenta di stare più sereni durante eventuali shock di mercato, poiché non tutte le asset class reagiscono al medesimo evento allo stesso modo. Tuttavia, a differenza di quanto può sembrare, la diversificazione ha lo scopo primario di diminuire il rischio, non già quello di aumentare il rendimento. Quale è dunque la migliore ripartizione di pesi tra azioni e obbligazioni all'interno del portafoglio? Come potete immaginare non esiste una risposta univoca che vada bene per tutti, poiché ciascuno di noi ha una propria soglia di sopportazione del rischio, che è poi la capacità di resistere ad oscillazioni negative che impattano sul capitale investito. Per vedere cosa ci può insegnare la storia ho scelto di usare una tabella tratta dal sito awealthofcommonsense.com che tiene conto dei rendimenti dal 1926 al 2020, con una modalità rolling, su una combinazione di asset azionario (indice S&P 500) e obbligazionario (S&P U.S. Treasury Bond Index a 5 e 10 anni), incrementata del 25% di quota azionaria fino al raggiungimento del 100% della stessa. Da questi dati possiamo osservare quale è l'effetto della diversificazione sui rendimenti di portafoglio. Un asset totalmente azionario è sempre quello più performante, ma a condizione che il tempo venga utilizzato come attenuatore della volatilità. Viceversa, usando più quota azionaria ma con meno tempo, aumentano le probabilità di incorrere in periodi a più alta volatilità, con la possibilità quindi di generare minusvalenze. Ecco perché uno degli errori più gravi nella costruzione del portafoglio è quello di puntare su asset totalmente azionari o totalmente obbligazionari, seguendo una logica slegata dal tempo dell'investimento, che è un fattore determinante. La tabella ci insegna che puntare tutto il capitale sulle obbligazioni per periodi di investimento molto lunghi è pari all'errore di scommettere su quello azionario per periodi molto brevi.  

Continua a leggere

QUESTIONE DI METODO E DI VOLONTÀ

Scritto il 03.07.2020

  “Come si immagina lei il futuro degli investimenti per noi piccoli investitori?” è stata la domanda che mi ha rivolto in settimana un investitore, alla fine di una sua saggia dissertazione sul cambiamento delle sue abitudini determinate dal Covid-19. Al virus dobbiamo infatti il più grande intervento della storia delle banche centrali a sostegno dell’economia, così come gli dobbiamo l'aumento smisurato dell'indebitamento di Stati sovrani. Fattori esclusivamente negativi? Questo non direi poiché il lockdown ha comunque avuto un impatto sull'ambiente e sulla nostra vita, facendoci comprendere in modo rapido che qualche modifica inevitabilmente andava fatta. Ci ha fatto anche capire come l'umanità sia pronta a cambiamenti improvvisi, anche se a cagione del sacrificio di molte vite, così come è stato nel passato.   Quale futuro attende quindi l’investitore? Certamente bisognerà che si rassegni ad un livello di tassi di interesse obbligazionari molto bassi e ad un aumento della correlazione tra obbligazioni e azioni, che di fatto spezza l'antico legame del portafoglio 50% e 50%, ripartito tra asset azionari ed obbligazionari, costruito sulla prudenza e la de-correlazione, per abbattere la volatilità. Per quanto riguarda i rendimenti azionari non mi azzarderei in ipotesi volte ad un futuro fatto di bassi utili: nei miei primi 30 anni di carriera troppe volte ho visto esperti e premi Nobel arrampicarsi sugli specchi per essere stati poi smentiti dai fatti. Quello che possiamo dire è piuttosto che, salvo rare eccezioni di alcune attività finanziarie, tutto scende o sale in modo correlato. Come affrontare dunque il futuro che ci attende? Una delle soluzioni è proprio quella di aumentare la diversificazione su attività finanziarie di diversi settori specifici e su diverse localizzazioni geografiche, che offrano quindi diverse prospettive di rendimento e volatilità. Oltre a ciò non bisogna dimenticare il tempo che va considerato come un vero e proprio asset, nella sua classica declinazione di breve, medio e lungo periodo. Tutto ciò va poi miscelato rispettando le proprie preferenze di investitore, in modo da dettare le personali regole di portafoglio. Ormai l’investitore non può più fingere di non avere capito che i rendimenti delle attività finanziarie, semplici o complesse che siano, sono tutti subordinati al tempo e al rischio. I pasti gratis del passato sono ormai finiti e oggi per ottenere rendimenti bisogna impegnarsi molto di più! Un altro suggerimento è quello di integrare nei portafogli investimenti che permettano una de-correlazione da quelli che sono gli eventi macroeconomici che muovono i mercati nel breve periodo, puntando invece su macro trend riconducibili ad una serie di necessità reali per l'intero pianeta. Genericamente possiamo semplificare la cosa ipotizzando un futuro sempre più sospinto dall’innovazione tecnologica, per una sempre maggiore sostenibilità ambientale sorretta da una economia circolare, la cosiddetta green economy, in grado di fornire non solo ritorni costanti ma anche concreti vantaggi per tutti, puntando appunto su criteri ESG. Pensiamo ancora ai cambiamenti demografici, tra invecchiamento della popolazione nei paesi sviluppati e crescita delle nuove generazioni in quelli emergenti, all'assistenza sanitaria con la necessità di nuovi farmaci e il ricorso alle nanotecnologie mediche, lo sviluppo della diagnostica a distanza e un sempre più facile accesso alla telemedicina. Come dimenticare poi il tema della “società digitale” con l'accesso diffuso allo smart working, alla nuova scuola e alla formazione a distanza, tutti elementi che incidono direttamente anche sulla mobilità dei cittadini. Che dire poi sulla nuova rivoluzione industriale: la robotica, l'automazione, 5G e la gestione dei cosiddetti “big data”, l’intelligenza artificiale, ormai punti fondamentali per uno sviluppo economico. Non da ultimo, in un mondo sempre più connesso, assume un ruolo centrale la sicurezza, sia dei dati che fisica, con lo sviluppo di aziende nel mondo della cybersecurity ma anche attive per promuovere la sicurezza delle persone mediante di sistemi di allarme innovativi per ogni attività umana. Insomma non si può disconoscere come il futuro degli investimenti sia stato profondamente segnato in positivo da questa pandemia. La vera difficoltà è piuttosto quella di riuscire a percepire Il futuro come qualcosa di inevitabile in cui tutti siamo coinvolti: nessuno può e deve sentirsi escluso. L'adattamento ai cambiamenti veloci è un must per l’investitore di oggi, che non può più affidarsi all’obsoleto “ci devo pensare”, sino a qualche tempo fa usato come muro protettivo dietro il quale nascondersi per la paura di perdere. Oggi, forse più di ieri, le opportunità sono infinitamente di più e sempre più aperte ad un’ampia platea di individui: è l’investitore che deve scegliere dove collocare le proprie risorse mettendo attenzione, dedizione e impegno, anche quando si affida ad un consulente. La profittabilità degli investimenti non si è estinta a cagione del coronavirus ma necessita di una sempre maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti che partecipano alla crescita dell’economia, inclusi gli investitori. Ecco perché guadagnare dai propri investimenti non è mai una questione di fortuna ma di metodo e volontà.  

Continua a leggere

Benvenute siano le tematiche ESG

Scritto il 23.06.2020

In una fase come quella che stiamo attraversando siamo più attenti al contagio, alla possibilità di fare le vacanze oppure siamo solo preoccupati per l’andamento dell’economia dell’intero pianeta? Ciascuno ragiona a seconda delle proprie visioni ed interessi, anche se dal punto di vista tecnico, come ci dice l’ultimo report di maggio di M&G Investments, che ho selezionato tra i tanti disponibili online: “... tutti i mercati si trovano attualmente al di sotto dei recenti massimi ma, ciò nonostante, molti di essi hanno recuperato un terzo (e alcuni oltre la metà) delle perdite subite, in modo particolare le azioni globali. Il mercato creditizio investment grade, invece, offre ancora spread interessanti e adatti a remunerare gli investitori in modo più che adeguato per il rischio assunto. Allo stesso modo il debito emergente di categoria high yield presenta degli spread particolarmente interessanti soprattutto perché la negatività che circonda il debito sovrano è già scontata nei prezzi delle stesse asset class...”.   In realtà non sappiamo cosa ci riserverà futuro e la crisi sembra essere più profonda di quanto ci potessimo immaginare. In realtà i mercati reagiscono sempre e comunque sulle aspettative future, chi con maggiore velocità e chi con un progresso più lento nel tempo ma inesorabile. La certezza è che tutto riprenderà a crescere e le opportunità non mancheranno. Il punto fondamentale è prestare attenzione al modo e alla velocità con la quale il sistema economico tornerà a crescere. Per questo l’umanità si sta indebitando e questi costi si stanno trasferendo sulle future generazioni. Da qui la necessità di ripartire secondo nuovi principi, che non possono prescindere da una nuova etica di sviluppo per la crescita e la cooperazione tra i popoli, dato il fallimento della globalizzazione a tutti i costi.   Il virus ci ha lanciato il suo inquietante messaggio che deve necessariamente essere preso come il punto di non ritorno, contro lo sfruttamento intensivo del pianeta. In quanto investitori, tutti indistintamente colpiti da ribassi più o meno significativi sui capitali investiti, non dobbiamo pensare ad una perdita irreversibile ma piuttosto ad una doppia opportunità che ci viene offerta. La prima è quella di un recupero per riportare il capitale alla quota in essere nel febbraio 2020, senza cedere allo sconforto e al rammarico di non potere più recuperare le minusvalenze. La seconda, più stimolante, è quella di trarre finalmente profitto dal nostro capitale riportando il pianeta in un equilibro economico e sociale sostenibile attraverso investimenti mirati a generare ricchezza, senza cioè il suo sfruttamento intensivo.   È necessario quindi che la nuova fase economica riparta mediante la riduzione delle emissioni di CO2 e di tutte quelle che impattano negativamente sul cambiamento climatico, per il rispetto della biodiversità e della sicurezza alimentare, per una sana crescita della popolazione mondiale. Ma non dobbiamo solo accontentarci di questo perché il Covid-19 sta facendoci percepire le troppe disuguaglianze sociali ed economiche. Per questo bisognerà intervenire per aumentare il rispetto dei diritti umani, dell’uguaglianza sociale e della tolleranza tra culture diverse. L’occasione dovrà essere favorevole anche per il miglioramento delle condizioni di lavoro, sancendo definitivamente l’abolizione del lavoro minorile, ampliando il diritto allo studio. A livello invece di governance aziendale bisognerà procedere verso una migliore qualità e diversità degli organi di controllo, adottando misure di contrasto alla corruzione, verificando che le retribuzioni dei dirigenti siano conformi a standard qualitativi e non solo quantitativi, nel rispetto del diritto di tutti gli azionisti.   Insomma quello che tutti noi dobbiamo fare è di evitare che la lezione coronavirus ci riporti esattamente al mondo di prima, senza che qualcosa cambi. Questa conversione non sarà priva di conseguenze immediate sull’economia dato che ci sarà un forte impatto di breve termine sull’occupazione e sulla società. Sarà quindi un processo lento che necessiterà di pazienza e sacrificio ma che porterà certamente ad un miglioramento della sostenibilità della crescita anche economica del nostro pianeta. Per questo c’è bisogno del contributo di tutti.   Diventa quindi necessario che gli investitori siano più responsabili e consapevoli delle loro scelte di investimento, indirizzando le loro risorse verso quei settori e quei soggetti che, operando nel rispetto delle tematiche sopra esposte, siano portatori di vantaggi per tutti, certamente non solo economici ma anche sociali, in quello che dovrà essere il necessario passaggio dal puro individualismo alla cooperazione e interdipendenza tra le nazioni.   Per questo siano benvenute le (vere) tematiche ESG negli investimenti.    

Continua a leggere

Le emozioni e l'inutile ricerca del momento migliore per investire

Scritto il 16.06.2020

Spesso abbiamo parlato di quanto le emozioni giochino un ruolo fondamentale nella gestione del denaro e di quanto influenzino le nostre scelte. Sappiamo che  non sono eliminabili, per questo risultano spesso determinanti in senso negativo, specialmente in momenti di ribasso del mercato. Ancora, sono loro che ci tengono lontano dalle opportunità inducendoci in errore, fomentando la nostra paura di perdere. Se tutto questo è vero dobbiamo cercare di governarle e controllarle, in modo che non risultino cattive consigliere per noi e per i nostri interessi, specialmente quando le nostre preferenze ne sono condizionate e limitate. Il timore di perdere il capitale gioca infatti un ruolo fondamentale nel tenerci lontano da mercati che sono remunerativi, dei quali spesso riusciamo a coglierne le opportunità solo quando ormai è già troppo tardi.   Tra i tanti modi che l’investitore ha a disposizione per controllare le emozioni senza rinunciare ai rendimenti, c’è quello dell’uso della strategia Pac (Piano di Accumulo Capitale). Si tratta di un programma d’investimento che attraverso il versamento nel tempo di una quota di capitale, effettuato con cadenza regolare e automatica per una durata predeterminata, di solito non inferiore ai 5 anni, consente di acquistare sistematicamente quote di un fondo comune a valori diversi, sfruttando i saliscendi del mercato, cioè la sua volatilità. Quello che normalmente non si dice è che questa strategia non è utile solo per chi deve costruire un capitale nel tempo, ma anche per chi vuole gestirne uno già costruito. In questo caso si combinerà un decumulo nel tempo da una linea di investimento più prudente e conservativa (es. monetaria od obbligazionaria) verso una più aggressiva (bilanciata e azionaria). Naturalmente sono due le condizioni richieste: rispetto del tempo d’investimento, di solito non inferiore ai 5 anni, oltre alla sistematicità ininterrotta dei versamenti periodici, mediante lo spostamento di quote di capitale dal sistema meno volatile a quello più volatile.   Questo approccio è stato suggerito oltre 70 anni fa dal padre dell’analisi fondamentale, il professor Benjamin Graham. Infatti nel suo libro The Intelligent Investor, pubblicato negli Stati Uniti nel 1949, ha dimostrato l’impossibilità di indovinare sistematicamente il giusto market timing. Questi errori di valutazione possono causare pesanti conseguenze in termini di mancati guadagni e perdite. Graham suggerisce quindi l’impiego di una strategia chiamata Dollar Cost Averaging, che si basa sul tempo e sulla sistematicità dei versamenti, indipendentemente dall’andamento del mercato sottostante. Per guadagnare non bisogna preoccuparsi di individuare il momento adatto, quanto piuttosto di investire in modo regolare e sistematico. Oggi la finanza comportamentale ci insegna che l’automatismo permette di controllare meglio le emozioni, perché così non si dà importanza al momento di mercato e a tutti i suoi rumori di fondo, che possono indurre ad errori di valutazione.   Immaginiamo l’impatto negativo del Covid 19 su un investitore poco propenso al rischio entrato sul mercato all’inizio del 2020, magari con un asset troppo sbilanciato sulla componente azionaria, quella che sembrava averne risentito di più. Spaventato dal profondo ribasso avrebbe certamente disinvestito in preda al panico, nonostante avesse inizialmente deciso di investire per 10 anni. Subito dopo avrebbe visto il mercato risalire senza rientrare perché in preda alla paura di perdere ancora. In questo caso sarebbe stato vittima del rammarico di avere venduto e di avere perso il momento giusto per rientrare. E noi sappiamo bene quanto la perdita sia dolorosa per l’investitore! Viceversa, una strategia ad accumulo più graduale sull’azionario gli avrebbe consentito di superare meglio lo shock.   Ritornando alla strategia, bisogna evidenziare come la sua profittabilità dipenda da fattori a noi già noti:  la sistematicità degli acquisti nel tempo senza interruzioni, indipendentemente dalle condizioni di mercato;  la scelta di mercati volatili ma sempre crescenti (es. azioni Usa meglio di azioni Europa);  mantenimento del potere di mediazione della quota aggiuntiva sull’intero capitale versato (es. la quota costante di versamento aggiuntiva media proporzionalmente meno più aumenta il capitale totale versato);  eventuale incremento della quota versata in occasione di particolari momenti di ribasso o quando il potere di mediazione scende;  rapporto ottimale di trade off tra prodotto e suo costo nel tempo (scegliere un prodotto molto buono ma costoso è meglio che sceglierne uno dal costo inferiore ma dalle qualità scadenti).   Il rispetto di quanto appena sopra enumerato, determina la strategia perfetta per fare avvicinare l’investitore più avverso al rischio a mercati che altrimenti mai prenderebbe in considerazione. Certamente il Pac non farà sempre sfruttare appieno i rialzi e i cicli positivi del mercato, perché la sua funzione primaria è quella di limitare l’oscillazione del capitale. Ma tra rinunciare e limitare c’è una profonda differenza. A questo punto possiamo dire che attendere liquidi sul conto il momento opportuno per investire è solo una tra le mille scuse che dissimulano l’ingiustificata paura di investire.

Continua a leggere

Pianificare in tempo il "dopo di noi"

Scritto il 09.06.2020

In questo periodo di Covid che ci ha avvicinato al dolore per la perdita di una persona cara o di un conoscente, certamente ci siamo posti la domanda “... e se fosse toccato a me?”. Certo la scaramanzia in Italia è sempre dominante nelle scelte. Noi come popolo siamo sempre propensi a dilatare i tempi delle decisioni: lo vediamo fare da parte del governo in momenti di urgenza, figuriamoci quando siamo noi stessi a dover decidere del futuro di chi rimane dopo di noi. Per questo volevo lanciare una provocazione: siamo davvero sicuri che al momento della nostra dipartita, il nostro patrimonio venga effettivamente distribuito tra le persone a cui noi vogliamo che vada, soprattutto nel rispetto delle nelle quote che abbiamo deciso? Siamo altresì consapevoli dei costi da sostenere? Da sempre noi italiani siamo un popolo che pensa più al presente che al futuro, se non altro perché non è sempre facile affrontare questi argomenti in “anticipo”. Recenti statistiche ci dicono che solo il 10% degli italiani ha messo in atto strategie di controllo sulla propria successione. Resta quindi una grandissima quota che non ci ha pensato. Mio compito è di lanciare segnali di fumo con l’intento di aiutare tutti coloro che oggi o domani vorranno affrontare l’argomento. L’aliquota massima per una successione in Germania, Usa e Francia può arrivare sino al 50%, 55% e 60%. Visto che le normative europee tendono ad uniformarsi nel tempo, chissà che prima o poi qualche governo si troverà costretto all’impopolare modifica delle nostre aliquote. La situazione italiana in termini di successione è da paradiso fiscale poiché la tassa è limitata solo all’8% del patrimonio, percentuale che scende in relazione a vincoli di parentela: 6% tra fratelli, con una franchigia di non tassazione sino a 100 mila euro, parenti fino al quarto grado (un cugino) e affini fino al terzo grado (lo zio della moglie); 4% nel caso di eredi diretti (figli, coniuge, compagno unito civilmente), con franchigia non tassabile sino ad 1 milione di euro. Gli immobili invece pagano sempre una tassa di trascrizione e catastale sino ad un massimo del 3%. Se invece si tratta di prima casa si scende sino a 200 euro. Sono invece sempre esenti da imposizione i titoli di Stato italiani e tutti quelli equiparati.   Non sempre però le cose sono lineari e ci si può trovare davanti a contenzioso tra gli eredi al momento della successione, anche e soprattutto in assenza di testamento o in caso di violazione di quota di legittima. Si sa le cause legali sottraggono molte energie, specie se sono tra parenti: costi per perizie, avvocati o per pesanti indagini finanziarie volte alla ricerca di eventuali donazioni da parte del de cuius. Pianificare in anticipo a chi destinare i beni spesso aiuta a salvare i rapporti tra chi rimane. Caso importante poi è il passaggio generazionale dell’azienda di famiglia. A questo riguardo la statistica è davvero impietosa: in un recente studio appare che solo il 24% delle aziende supera il primo passaggio generazionale, il 14% il secondo ed il 5% il terzo. I litigi tra eredi potrebbero poi condurre addirittura alla chiusura o al fallimento, nel caso in cui l’erede che succede non abbia le capacità sufficienti per continuare l’attività. In questo caso ovviamente, la perdita potrebbe essere molto ingente per gli eredi ma anche per i lavoratori che dipendono dall’azienda: ecco perché pensarci prima diventa molto rilevante. In ordine alla successione tra conviventi, con la nuova legge Cirinnà lo scenario è radicalmente mutato. Infatti se il superstite di una coppia di conviventi di fatto continua a non maturare alcun diritto nella successione del convivente defunto, salvo un generico diritto all’abitazione, invece il partecipe di una unione civile acquisisce la stessa posizione che nel matrimonio compete al coniuge superstite. Però questo bisogna saperlo e volerlo. Infine, nel caso di successione di beni immobili, in assenza di un capitale da parte dell’erede, si potrà arrivare addirittura alla liquidazione del bene per coprirne i costi.   Infatti, se non decido nulla in merito a come verrà destinato il mio patrimonio alla mia morte, la legge deciderà per me. Per esempio potrebbe esserci un parente che vorrei escludere ma, non pianificando nulla, per legge, potrebbe ritrovarsi ad ereditare una fetta del mio patrimonio, mentre potrei escluderlo del tutto dalla successione, qualora non appartenesse a soggetti legittimari. Al contrario, potrebbe esserci qualcuno che per legge è escluso dalla successione del mio patrimonio e pianificandolo, potrei invece destinargli parte della quota disponibile.   Per concludere, progettare il dopo di noi significa infatti decidere di come disporre dei beni PRIMA che l’evento morte ci precluda questa possibilità. È arrivato il momento di pensarci perché possiamo essere direttamente noi a decidere del futuro del nostro patrimonio, tenendo sempre in considerazione che le nostre disposizioni possono sempre essere modificate sino alla morte.

Continua a leggere
Condividi