Giovanni Donini

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Consulente finanziario

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06/09/2016

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COSA ACCADE E COSA FARE QUANDO L'INFLAZIONE SALE

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 10.05.2021

È bastato il lieve sussurro di un possibile aumento dei tassi Usa, per evitare il surriscaldamento dell'economia americana, pronunciato dal Segretario al tesoro degli Stati Uniti d'America Janet Yellen, per fare fibrillare le borse mondiali. In realtà il suo discorso era molto più compassato e ragionato di quello esposto in prima battuta, ma sappiamo quanti danni può causare l’asimmetria informativa ai mercati. In realtà il suo discorso era molto più compassato e ragionato di quello esposto in prima battuta, ma sappiamo quanti danni può causare l’asimmetria informativa ai mercati. Naturalmente una politica monetaria restrittiva della Banche centrali, dopo tutti gli interventi effettuati a sostegno dell’economia, sarà inevitabile, ma con molta probabilità quel momento non è ancora arrivato. L’aumento dell’inflazione genera però nervosismo tra gli operatori di mercato, poiché per il suo controllo la leva è appunto quella di un aumento dei tassi di interesse, con la conseguenza di ridurre anche la convenienza dell'investimento in azioni, da sempre considerate, a torto e a ragione, più rischiose delle obbligazioni. Agire sul credito è da sempre l'espediente delle Banche centrali per raffreddare l'economia, azione necessaria per tenere sotto controllo l'inflazione. Un radicale aumento dei tassi, volto al controllo dell'inflazione, produrrebbe una violenta diminuzione dei prezzi delle obbligazioni in circolazione, con la inevitabile rotazione dei portafogli dai titoli azionari a quelli obbligazionari di nuova emissione, con conseguente calo di tutti i mercati mondiali. Quindi l'inflazione, che di fatto era scomparsa negli ultimi anni, ha ripreso a spaventare gli operatori di mercato, specialmente quelli che detengono titoli obbligazionari con durate superiori ai 10 anni. In realtà oggi quello che spaventa di più, non è tanto un aumento tout court ma programmato dei tassi di interesse, ma, piuttosto, quello dell’inflazione, specialmente se dovesse manifestarsi in modo violento. In questo caso, per mantenere un sufficiente tasso reale di rendimento, gli operatori venderebbero titoli obbligazionari a più lunga scadenza e azioni. Infatti, nell’attuale contesto ci troviamo nella delicata situazione in cui le azioni sono ai loro massimi mentre le obbligazioni hanno scarsi rendimenti. Ed è per questo motivo che la Fed e le altre Banche centrali continuano a ribadire che, anche in caso di rialzo dell'inflazione, i tassi rimarranno comunque sotto controllo, possibilmente senza rialzi. Continuerà così il sostegno all’economia mediante l'acquisto di titoli obbligazionari statali e corporate, anche se un lieve rallentamento degli acquisti sarà inevitabile in presenza dell'attuale crescita economica post pandemia che determina l'aumento dei prezzi. Il punto piuttosto non è se, ma quando avverrà. Tutto questo porta ad un grande paradosso: rimanere troppo liquidi con l’inflazione in lieve aumento, determina una diminuzione del potere d'acquisto, mentre avere obbligazioni con scadenze lunghe porterebbe a pesanti perdite in caso di un violento e improvviso rialzo dei prezzi. Oltre a ciò, avere azioni esporrebbe comunque a rischi, poiché un eventuale rialzo improvviso e non programmato dei tassi, necessario per controllare il surriscaldamento dell'economia, porterebbe a preferire le nuove emissioni obbligazionarie alle azioni, con le conseguenze che tutti possiamo immaginare. La soluzione è quindi quella di costruire portafogli strategici diversificati, con obiettivi di tempo e di rischio ben definiti, in grado così di restituire all'investitore nel tempo sempre ritorni adeguati. Agire sulla base di previsioni sbagliando il momento di ingresso o uscita dal mercato, rimane sempre un rischio comunque non accettabile. Questo è l'insegnamento della storia, questo è anche quello che ho appreso dalla mia esperienza per affrontare momenti come questi.

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IL COSTO DELLA PAURA È QUANTIFICABILE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 05.05.2021

Uno degli elementi che si tiene poco in evidenza quando si pianifica un investimento, è l'impatto che un aumento dell'inflazione potrebbe avere sul rendimento finale. Questo accade in generale per tutti gli investimenti, specialmente per quelli obbligazionari che sono penalizzati in questo periodo da bassi rendimenti. Premessa necessaria è che oggi l'inflazione è comunque presente e anche se bassa, è in grado nel tempo di diminuire il valore reale del nostro capitale, in particolare se lo teniamo liquido. L’inflazione indica la variazione generalizzata e continua dei prezzi registrata in un anno da un paniere di beni e servizi, rivisto periodicamente dagli istituti nazionali di statistica. Se ci limitiamo al nostro paese, Il livello più alto toccato è stato nel 1974 dove ha raggiunto il 24,50%. Da lì una lenta discesa nel tempo: 9,37% nel 1984, 4,87% nel 1992, 2,83% nel 2002, sino al valore record negativo dello 0,19% segnato a fine 2020 (fonte dati www.inflation.eu/it/tassi-di-inflazione/italia). Negli ultimi tre mesi c'è stata un'inversione di tendenza che ha portato il nostro livello inflattivo allo 0.6% su base annuale, in tendenziale crescita. Sempre più a livello mondiale oggi si parla di un ritorno dell'inflazione, destinata a determinare pesanti ribassi sui titoli obbligazionari di più lunga durata, inevitabile quando le banche centrali cominceranno le loro manovre di tapering, per ridurre l'acquisto di titoli obbligazionari. Il basso livello segnato dall’inflazione negli ultimi anni, ha fatto dimenticare come sia da sempre considerata come un elemento fondamentale per il successo di ogni investimento. Proprio per questo andrebbe sempre calcolata come un “costo silenzioso”, che il più delle viene ritenuto ininfluente, se rapportato al rischio volatilità di un titolo. Per questo oggi possiamo certamente dire che tutta l'enorme massa di liquidità contenuta sui conti italiani sta subendo progressivamente una perdita reale annua dello 0.60%, pur mantenendo inalterato il valore nominale. Per tutto quanto detto, il tasso di rendimento che deve interessare l’investitore o il risparmiatore, non deve essere quello nominale ma quello reale, cioè quello che tenga conto dello sconto dell'inflazione, che va sempre considerata. Pertanto, quando questo è nullo, come sui conti correnti o su molte obbligazioni, il ritorno è comunque negativo. Sul tasso di rendimento reale incidono però anche altri fattori, come i costi e le imposte. Se infatti investissimo in un titolo con un tasso nominale dell’1% dovremmo a questo punto togliere non solo la commissione d'acquisto e di mantenimento sul conto, ma anche le imposte e l’inflazione. Investire significa appunto andare alla ricerca di un incremento reale del capitale, che tenga conto nel calcolo di tutti quegli elementi citati sopra (costi, imposte, inflazione). Sapendo che questi sono ineludibili, chiunque voglia garantire la crescita del proprio capitale nel tempo non potrà far altro che puntare ad una sua crescita reale, garantita oggi solo da quegli investimenti il cui rendimento nel tempo supera l'impatto dei costi, delle imposte e dell'inflazione stessa. Immaginare o convincersi che tenere il denaro sul conto corrente sia garanzia di non perdere è solo pura illusione, poiché la matematica non mente. Forse è più facile fare finta di non intendersi di investimenti oppure convincersi che investire equivalga a rischiare di perdere, quando in realtà se non si impiega quel denaro, la perdita è quella sì oggettivamente garantita.  

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QUESTIONE DI METODO ... E DI ESPERIENZA (2)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 26.04.2021

Non posso mai esimermi dal parlare delle previsioni, soprattutto quando qualcuno mi chiede di raccontare qualche aneddoto relativo alla mia carriera. Tra le ultime alle quali ho creduto c'è n'è una che risale al 1992. Era stata lanciata dal vincitore del Premio Nobel per l'economia del 1985 Franco Modigliani, durante un collegamento via satellite al quale assistevo dal Jolly Hotel di Milano Due, in compagnia di colleghi della società di cui allora facevo parte. Per l’occasione l’esimio professore si era lasciato andare ad una apocalittica previsione sull’imminente declino dell’economia Usa che per lui, aveva già dato tutto il possibile. L’invito riservato a noi consulenti era stato quello di modificare i portafogli, guardando verso altri mercati. In fondo il consiglio veniva da un Premio Nobel, perché non credergli? Tuttavia dopo quella previsione il Dow Jones aveva continuato inesorabilmente a salire sino alla crisi conosciuta come dotcom bubble dell'anno 2000. In quei momenti ho finalmente capito che prevedere è davvero uno sport riservato alle divinità più che ai Premi Nobel o agli economisti! Così ho deciso di cambiare approccio ed assumere, in costanza di previsioni, un atteggiamento critico: la scelta sarebbe stata quella di ascoltare tutti, ma di basare le mie convinzioni sulla conoscenza professionale dei mercati e sulla storia economica, fatta anche di racconti e vita di vissuta. L’esperienza del passato poteva diventare così una affidabile guida per la costruzione di strategie di investimento, sia di lungo che di breve periodo. Oggi la mia più grande convinzione è che proprio durante le fasi di tempesta sui mercati si producono le condizioni per generare ricchezza, che si può però distruggere lasciandosi andare a vendite emotive. Sarà anche controintuitivo ma è così che ci si deve comportare. Sempre. Infine prendo spunto dalle discussioni che molti anni fa avevo con clienti parlando di Inps, per una riflessione sulle pensioni. Già allora si percepiva chiaramente che il sistema aveva delle evidenti carenze che dovevano essere assolutamente sanate. Le prime crepe nel sistema previdenziale avevano cominciato a manifestarsi palesemente con la riforma del 1990, che per la prima volta toccava i lavoratori autonomi fissando un’iniziale quota fissa di versamenti contributivi pari al 12% del reddito lordo, seguita subito dopo da quella Amato del 1992, dal nome del presidente del consiglio dell'epoca che l'aveva posta in essere. Si, proprio quello stesso Amato che aveva applicato dalla sera alla mattina il famoso prelevamento del "seipermille" sui conti correnti! Nell’anno successivo avevamo assistito poi al varo del DL 34/1993, che accorpando varie gestioni previdenziali per tentarne il salvataggio, apriva la stagione non ancora esaurita dell'innalzamento dell'età pensionabile, dell'aumento dei contributi e del taglio delle prestazioni pensionistiche, introducendo il passaggio da un sistema retributivo ad uno contributivo (riforma Dini e seguenti). Tutti questi fattori mi hanno spinto allora all'azione per aiutare i clienti a decidere del loro futuro. Oggi, certamente più di allora, abbiamo le prove reali e tangibili che l'Inps non sarà in grado di garantire il mantenimento del tenore di vita dei pensionati del domani, specialmente di quelli che oggi cominciano a lavorare. Da qui la domanda: perché, se siamo davvero consapevoli di questa nostra situazione, perché non ci si adopera per costruire le basi per un pensionamento più sereno mediante un accantonamento volontario, in grado di garantire il tenore di vita futuro? Perché si è così restii ad accumulare risorse quando non saremo più produttivi? Per chi poi ha la fortuna di avere molto tempo davanti per accumulare, può utilizzare il miracolo della capitalizzazione composta che aiuta ad ottenere grandi risultati, con impegni relativamente modesti, se continuativi nel tempo. Poiché tutti i dati ci dicono che è nullo il rischio di perdere denaro sul mercato azionario, in un periodo di tempo superiore ai 15 anni, ci si chiede perché ci si ostini a preferire la sicurezza dei rendimenti quasi nulli o negativi, offerti dai titoli di Stato o simili. La morale è quindi sempre la stessa: più tempo a disposizione ho e più rischio posso prendere. Come sappiamo molto bene, più rischio prendo e più risultato certamente avrò. E questo se vale per gli investimenti, deve essere a maggior ragione linea guida per la pensione che verrà.    

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QUESTIONE DI METODO ... E DI ESPERIENZA (1)

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 20.04.2021

Durante i miei primi 30 anni di carriera ho letto molti libri, un'infinità di giornali e riviste, e ho partecipato a molti corsi. Questa attività è ed è sempre stata piacevole oltreché necessaria, per cercare sempre nuovi stimoli di crescita professionale. Durante la mia esperienza di studio e lavoro ho però capito una cosa che mi sento di suggerire ai lettori: evitate di concentrare la vostra attenzione al titolo di un libro o di un articolo finanziario per trarre conclusioni sulle quali basare scelte d’investimento, poiché molte volte è usato principalmente per catturare l’attenzione, talvolta senza rappresentare il contenuto. Per questo il primo consiglio che mi sento di dare è quello di approfondire sempre gli argomenti trattati, cercando di leggere il più possibile tutto il contenuto con uno sguardo attento, in modo da entrare nella notizia o nell’argomento con la consapevolezza necessaria, oltre che con molto spirito critico. Troppe volte tra le parole di un titolo si nascondono insidie che sfuggono al lettore disattento e frettoloso. Confesso che in quel periodo la pagina più interessante per me, giovane consulente alle prime armi, era quella de IlSole24Ore che riportava la valorizzazione degli andamenti delle quote dei pochi fondi comuni commercializzati in Italia, che allora non erano più di una cinquantina. Oggi invece quel numero è cresciuto al punto che in Europa se ne distribuiscono oltre 30mila. In quel periodo era facile studiare e conoscere bene un prodotto, poiché il mono mandato consentiva la distribuzione solo di quelli di casa. Oggi invece, con l’architettura aperta o semi aperta, conoscerli tutti diventa pressoché impossibile. Pertanto vista l’offerta, limitarsi a scegliere solo quelli proposti dalla propria banca, che di solito offre solo quelli di casa, è davvero una cosa che riporta indietro nel tempo, anziché avanti. Si può operare meglio sia in termini di quantità che di qualità, per questo nei portafogli che costruisco sono solito inserire diverse società prodotto, ciascuna delle quali è un'eccellenza negli asset che mi interessa inserire. Altro argomento di paragone tra ieri e oggi è la quantità di dati e informazioni fruibili per il cliente. Allora era già un successo avere dati disponibili, sia per la limitatezza delle fonti, che molto spesso erano anche autoreferenziali e poco diversificate, sia perché le rare informazioni dovevano essere funzionali alla vendita di un prodotto, altrimenti venivano trascurate. Oltre a ciò, le “notizie” fornite dalle società sul prodotto non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelle di oggi. Per questo il vero problema che si affronta ai giorni nostri non è la scarsità dei dati o delle informazioni ma piuttosto, la loro abbondanza. Spesso ciò è causa di confusione per l’investitore che troppo spesso si perde nella selezione di notizie e dati, che molte volte sono fornite anche in modo contraddittorio. In piena pandemia poi, con l'abuso dei sistemi digitali per il distanziamento sociale, il numero delle informazioni è cresciuto esponenzialmente con una distribuzione troppo ravvicinata, spesso anche infrasettimanale, al punto che tutto il materiale diventa difficile da utilizzare in modo efficace. Per questo, il consiglio che mi sento di dare a chi vuole informarsi, è quello di non pescare a caso nella massa, ma selezionare pochi e affidabili “fornitori” che siano di valido supporto nella scelta di un investimento, abituandosi sempre ad adottare un atteggiamento critico nella lettura. [...]    

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IL COMPLICATO MONDO DEI BITCOIN

Scritto il 13.04.2021

Sempre più spesso mi vengono poste domande sui Bitcoin e sull'opportunità di un loro inserimento in portafoglio. Non è il mio campo e me ne intendo molto poco di criptovalute lo confesso, soprattutto mi avvicino con molta prudenza ad ogni investimento che è caratterizzato da una estrema volatilità. Tuttavia non per questo posso dirmi totalmente privo di conoscenza a riguardo. Partiamo dunque con una definizione: il Bitcoin è una moneta digitale che si scambia via internet direttamente tra due persone e cioè senza bisogno di una banca intermediaria. Per ricevere, custodire ed inviare Bitcoin non serve infatti avere un conto corrente, un bancomat o una carta di credito. Bisogna però dotarsi di un cd wallet e cioè di un portamonete digitale in grado di conservare e proteggere il capitale. Per questo possiamo dire che non è una moneta di scambio o un investimento facilmente utilizzabile da chiunque. Monete di questo tipo, dette criptovalute o altcoin, ce ne sono oltre un migliaio. Per chi volesse cominciare ad interessarsi ai loro andamenti può consultare i moltissimi siti che ne offrono le quotazioni.  La cosa che a noi interessa è però quella di dare alcuni suggerimenti a tutti coloro che vogliono cominciare ad avvicinarsi a questo mondo complicato, sia in qualità di investitore che in quella di speculatore, tenendo sempre presente che nessun investimento può essere considerato sbagliato se c'è la piena consapevolezza di quello che si sta facendo. È quindi necessario comprendere che l’approccio alle criptovalute può avvenire in forma di trading, che richiede quindi l’iscrizione ad una piattaforma anche convenzionale dove sarà possibile negoziare Bitcoin sotto forma di contratti derivati che replicano il valore del sottostante, il cui vantaggio è quello di poter operare senza convertire denaro. Se invece l’idea fosse quella di acquistarli per tenerli in portafoglio come un asset alternativo strategico, così come farebbe un investitore di lungo periodo, si può ricorrere agli exchange di criptovalute, cioè servizi online che convertono euro o dollari in valuta digitale come ad esempio eToro oppure Binance. Un’ulteriore possibilità d’acquisto viene offerta dalle piattaforme di investimento che quotano gli ETP(Exchange Traded Products), strumenti d'investimento che replicano la performance del bitcoin come fosse un indice. Il primo ETP in assoluto ad essere quotato sul mercato europeo è stato il BTCetc Bitcoin Exchange Traded Crypto (BTCE), partito nel giugno 2020. Per chi invece volesse approfondire le criptovalute consiglio di andare direttamente sul sito della valuta regina (bitcoin.org/it/), dove l’argomento è trattato in modo semplice e fruibile, soprattutto nella parte in cui viene spiegato l'uso del wallet. Certamente le criptovalute non sono per tutti poiché sono altamente volatili, quindi sconsigliate in particolare a chi è estremamente sensibile alla variazione di prezzi. Pertanto la prima cosa che mi sento di consigliare è di cercare sempre di approfondire il tema, soprattutto quando l'elemento che genera la curiosità è la parola guadagno, termine affascinante in sé ma che talvolta nasconde pericolose insidie, soprattutto nel campo delle piattaforme dove molte sono state le truffe. Come abbiamo già ripetuto diverse volte, investire consapevolmente significa capire cosa si sta negoziando: non bisogna commettere l'errore di fare qualcosa solo perché qualcuno ci prospetta facili guadagni. Ciò vale per ogni investimento in generale, figuriamoci quando parliamo di investimenti ad alta volatilità. Sappiamo quindi che tutte le criptovalute ne sono dotate, ponendosi quindi più come uno strumento di speculazione che come investimento di lungo periodo. Certamente per chi invece preferisce mantenerle in asset per lungo tempo, possono anche diventare fattore di diversificazione, sempre e comunque da inserire nella componente ad alto rischio. Meglio sarebbe quindi investire solo la quantità di denaro che ci si può permettere di perdere senza particolari patemi d'animo. Infine, per l’investitore di lungo periodo ricordo di tenere sempre sotto controllo questo tipo di asset, prestando sempre molta attenzione alle notizie di mercato, eventualmente decidendo in anticipo sul comportamento da tenere in occasione di forti oscillazioni. Nel caso invece dello speculatore, che mette nelle sue capacità di market timing l'ottenimento di un risultato positivo, sarà buona cosa per lui rimanere estremamente concentrato anche sulle minori variazioni di quotazione, soprattutto per non incorrere in ribassi eccessivi. Consiglio quindi un uso massiccio dello stop loss, nonostante tutti i pregi e difetti di questo tipo di operatività.

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IL PUNTO DI NON RITORNO PER GLI INVESTIMENTI ESG

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  • Investimenti ESG
Scritto il 08.04.2021

Lo scorso 10 marzo la Commissione europea ha finalmente pubblicato un nuovo regolamento denominato Sustainable finance disclosure regulation, destinato a disciplinare il mondo degli investimenti ESG. Le nuove regole classificano infatti i prodotti in tipologie specifiche e includono i parametri per valutare gli impatti ambientali, sociali e di governance del processo di investimento per ciascun fondo. Questa normativa impatta sui “partecipanti ai mercati finanziari”, dalle Sgr sino ai consulenti finanziari, senza naturalmente escludere l’investitore. La ratio è quella di stabilire regole armonizzate che regolino in tutta Europa le rendicontazioni dei cosiddetti “rischi di sostenibilità” nei portafogli dei gestori. In particolare punta a modificare il regolamento Mifid II nella parte in cui prevede l’obbligo di considerare anche le preferenze ambientali, sociali e di governance (Esg) degli investitori nell’ambito della valutazione di adeguatezza, nel servizio di consulenza in materia di investimenti e nella gestione dei portafogli. Non spaventatevi, la cosa è per l’investitore molto più semplice di quello che sembra poiché implica che nella futura compilazione del questionario Mifid, verranno inserite anche domande dirette alla valutazione delle sue preferenze Esg. La nuova normativa infatti modifica l’articolo 54.2 del Regolamento Mifid, nella parte in cui è previsto che le imprese di investimento ottengano dai clienti tutte le informazioni di cui necessitano per comprendere le loro caratteristiche essenziali, al fine di raccogliere una base sufficiente di dati per valutare se la specifica operazione da raccomandare o realizzare nel servizio di gestione del portafoglio, corrisponda ai suoi specifici obiettivi di investimento e alle sue caratteristiche. Con la normativa quindi saranno aggiunte domande relative alle preferenze ESG. Naturalmente queste nuove informazioni saranno necessariamente raccolte nella fase terminale del processo Mifid, senza per questo compromettere la definizione degli obiettivi di investimento, la tolleranza al rischio, l'orizzonte temporale oltre che tutte quelle altre circostanze individuali e specifiche dell’investitore. Queste infatti resteranno comunque parte fondamentale del processo di valutazione di adeguatezza ed appropriatezza, poiché solo a tal punto si passerà poi alla valutazione delle preferenze ESG. I nuovi questionari dovranno quindi essere compilati in conformità con l'obbligo degli intermediari di agire nel migliore interesse del cliente, tenendo conto di elementi oggettivi e soggettivi, adeguandoli appena possibile alla sua nuova manifestazione di preferenza nell'ambito della sostenibilità. Il nuovo Regolamento accoglie anche alcune l’indicazione che Esma, l'Ente europeo che sovrintende alla tutela degli investitori e al corretto funzionamento dei mercati, aveva già fornito nell’ambito delle proprie linee guida, specificatamente in materia di requisiti di adeguatezza e di Product Governance, nella parte in cui suggeriva, al fine di accrescere la protezione degli investitori, che fossero tenute in considerazione le tematiche ESG addirittura nella fase di ideazione e creazione del prodotto, non solo al momento della firma del contratto. Per questo aveva indicato che, nell’ambito delle “esigenze ed obiettivi dei clienti”, un determinato prodotto fosse direttamente concepito con caratteristiche particolari per conseguire obiettivi d’investimento specifici quali «investimento verde» o «l’investimento etico», cioè facilmente riconoscibili per il loro connotato Esg. La normativa entrerà in vigore non prima del 1° gennaio 2022, per questo avremo modo di parlarne ancora più nel dettaglio nei prossimi post.

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L'IMPORTANZA DEL PROCESSO DIAGNOSTICO IN CAMPO FINANZIARIO

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 31.03.2021

Ditemi la verità, vi mettereste nelle mani di un chirurgo anche di fama, solo perché ritenete di avere un problema fisico non ancora diagnosticato? E ancora, vi è mai capitato di provare un medicinale perché un amico o un parente ve lo ha consigliato o solo perché a lui ha fatto molto bene, senza però soffermarsi troppo sulle rispettive situazioni cliniche? Lo so che possono sembrare domande fuori luogo, ma è quello che accade a molti investitori quando comprano prodotti finanziari senza sapere il perché li hanno sottoscritti o a cosa servono, talvolta semplicemente perché qualcuno gliene ha parlato. Dite la verità, quante volte vi è capitato di avere in portafoglio uno strumento finanziario di cui nemmeno conoscete il nome, le caratteristiche e, soprattutto, il perché lo avete comprato? Certo, spesso viene consegnato il fantomatico KIID, quello strano foglietto obbligatorio che contiene molte utili informazioni sul prodotto, in particolare dove e su cosa investe, chi lo emette o lo gestisce, il grado di rischio, riportato in una scala crescente che va da 1 a 7. Li ci sono anche specifiche indicazioni sulla durata consigliata di mantenimento in portafoglio, i costi di ingresso e annui, il benchmark e la categoria di appartenenza. Possibile che dopo averlo letto integralmente ci siano ancora delle incomprensioni sul tipo di investimento sottoscritto? La risposta è affermativa poiché non è attraverso quelle informazioni che si investe consapevolmente e coerentemente con i propri bisogni finanziari. Infatti, essendo alla stregua di un bugiardino di un farmaco, dovrebbe essere letto e compreso prima della posologia., ma si sa, meglio che sia qualcuno di esperto a vendere quel prodotto. In fondo anche la legge dice che così bisogna procedere. Solo a quel punto poi, riponendo frettolosamente nella cartelletta griffata il prezioso documento con il contratto, l'investitore sarà pronto e legittimato a lamentarsi se il funzionamento dell’investimento non fosse soddisfacente rispetto alle aspettative sorte prima e durante l’acquisto. Il tutto naturalmente sollevandolo da eventuali sue responsabilità per quell’incauto acquisto. Detto questo diciamo subito che il problema del fallimento di un prodotto finanziario non è nella conoscenza più o meno approfondita dello stesso ma, piuttosto, nel processo psicologico che porta alla sua sottoscrizione. Ritorniamo allora sull’esempio iniziale provando ad interrogarci se noi daremmo fiducia ad un medico che fosse pronto a somministrare una terapia, senza avere prima diagnosticato una patologia, e quindi non basando il trattamento su di una corretta anamnesi, una visita o sul riscontro oggettivo di esami clinici. Eppure se ci pensiamo bene, questo è quello che accade il più delle volte quando si sottoscrive uno strumento finanziario. Ora mi sembra di sentire le voci che mi urlano “guarda che non è così, io ho sempre chiesto informazioni prima di sottoscrivere prodotti in banca o dal mio consulente di fiducia”. Ma qui sta il punto che intendo evidenziare oggi. La consulenza finanziaria non dovrebbe essere dissimile da quello che in campo medico è il processo diagnostico (anamnesi, esami obiettivi e strumentali) e, soprattutto, non dovrebbe MAI essere sminuita ad una vendita pura e semplice. Questo processo fondamentale è racchiuso dentro quella tanto odiata procedura Mifid (questionario e adeguata verifica), che spesso viene considerata come un’inutile incombenza burocratica, priva di valore e ladra di tempo, quando invece è il momento fondante di una corretta e proficua gestione del capitale investito. Spesso poi, quando il consulente tenta un timido approccio ponendo domande, queste vengono addirittura considerate dall’investitore alla stregua di un’invasione della privacy, come se fossero solo una sua maliziosa curiosità, da soddisfare con superficialità. In realtà è proprio su queste domande che si fonda e si realizza il processo consulenziale. Queste informazioni diventano basilari per la costruzione di un portafoglio multi obiettivo, la cui costruzione, attraverso la sottoscrizione di prodotti finanziari, diventa vera e propria terapia finanziaria, da somministrare e da tenere sotto controllo. Appare così evidente che tutto questo non può prescindere da un approfondito processo di indagine finanziaria, tenuto costantemente vivo e aggiornato, per permettere che la terapia funzioni, in modo da intervenire con dei correttivi in caso di effetti collaterali imprevisti esogeni ed endogeni. Ho pertanto ritenuto doveroso dedicare queste poche righe alla bistrattata procedura Mifid, per aiutare l'investitore a comprendere l’importanza del tempo dedicato alla perfetta compilazione della Mifid e al suo costante aggiornamento, in modo che la terapia finanziaria sia in grado di risolvere ogni sua esigenza presente e futura.  

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SU QUALI MERCATI PUNTARE OGGI

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 24.03.2021

In settimana ho ricevuto una mail di un lettore che con molta cortesia, mi invitava a parlare con maggiore enfasi di mercati e di prodotti, in modo da “avere delle indicazioni più precise sulle scelte da effettuare, non solo delle indicazioni generiche sugli errori da evitare o su come diversificare teoricamente un portafoglio. Questo per dare modo a tutti di rendere più fruibili i suoi consigli, un poco troppo teorici”.   Per fare ammenda di questa mia mancanza volevo brevemente ribadire che il mio approccio è quello di parlare di farmaci solo in presenza di una patologia reale, poiché altrimenti si correrebbe il rischio di dare consigli su di un farmaco citato senza una specifica diagnosi. Nella mia esperienza troppe volte ho visto purtroppo inseriti in portafoglio prodotti che nulla avevano a che fare con le reali esigenze, acquistati solo perché qualcuno ne aveva parlato o li aveva consigliati. La colpa di ciò è certamente di chi li consiglia senza un'approfondita analisi delle esigenze, ma non dimentichiamo però che anche l’investitore stesso non può per questo non assumere le proprie responsabilità. Provate per un istante a leggere il bugiardino di una semplice aspirina e poi ditemi l'effetto che vi fa. Spaventati, chiamereste il medico oppure accettereste di assumerla lo stesso senza preoccuparvi degli effetti collaterali? Possibile che non si usi la stessa metodica quando si legge il KIID di un prodotto finanziario, sul quale il rischio, il costo e la durata consigliata dell'investimento sono chiaramente indicati? Eppure troppo spesso è quello che accade, quando al “bugiardino finanziario”, non viene nemmeno posta attenzione.   Tornando alla richiesta iniziale cercherò di indicare qualcosa di più specifico, tenendo però conto che stiamo parlando di un portafoglio che non ha definito informazioni sul grado di rischio accettabile, sul tempo a disposizione e, cosa non secondaria, sulle preferenze dell'ipotetico cliente. Per quanto attiene il mercato azionario privilegerò quello Usa e Cina, che mai dovrebbero mancare in un portafoglio, proprio perché rappresentano le più grandi economie planetarie, attuali e future. Per quanto attiene l’Europa ne userei invece con un leggero sottopeso, per lo meno sino a quando non saranno vaccinati un numero maggiore di cittadini, sufficienti quindi ad innescare una netta ripresa. Tra i paesi emergenti privilegerei di gran lunga l'area asiatica piuttosto di altre zone. Sui settoriali invece il ventaglio delle scommesse è ampiamente aperto quindi mi limiterò ad indicare i miei preferiti: la robotica, la digitalizzazione e la sicurezza informatica, i settori relativi alla demografia, particolarmente farmacologia, bioingegneria e il benessere dell'uomo in generale. Di nuovo indicherò quali settori interessanti quelli relativi alle nuove tecnologie e quelli delle energie rinnovabili, volti allo sviluppo di un'economia circolare. Non tralascerei poi le infrastrutture in generale, da cui dipenderà in gran parte l'accelerazione verso il 5g, oltre a tutto ciò che è legato al turismo che certamente sarà settore in grande ripresa appena la diffusione del virus terminerà. Naturalmente tutto quanto riportato appena sopra dovrà mirare a scelte ad elevato tasso Esg, volte al contenimento del rischio e all'aumento della performance nel tempo.   Più difficile entrare nell’ambito obbligazionario che nasconde pericoli non più evitabili, pur in presenza di rendimenti prossimi allo zero o addirittura negativi. Puntare sui governativi oggi comporta il rischio di non contenere l’inflazione e una sua ripresa, potrebbe costituire invece una vera e propria sconfitta per il capitale investito, soprattutto per duration superiori ai 36 mesi. Nei corporate bond il valore è molto contenuto, con un rischio troppo elevato per le duration lunghe, le prime ad essere impattate da un eventuale rialzo dei tassi a livello globale. Se siamo alla ricerca di valore possiamo certamente parlare delle obbligazioni High Yield globali oppure dei paesi emergenti, con particolare attenzione sempre per i mercati asiatici, Cina in particolare. Anche per le obbligazioni non deve mancare l'attenzione ai fattori Esg che diventano trainanti sia per questioni di rendimento che di volatilità.   Per quanto attiene la gestione della liquidità si possono trovare ottimi prodotti che, a bassa volatilità, consentono di avere rendimenti con segno positivo. Avendo tempo ci si potrebbe orientare anche obbligazioni a scadenza non superiore ai 18-24 mesi, con una volatilità lievemente superiore alla liquidità, in modo da raggiungere rendimenti vicini a quelli del conto deposito, magari con meno vincoli in caso di liquidazione.

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TEMPO E NON TEMPISMO SUL MERCATO

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di
Scritto il 15.03.2021

Il successo dei portafogli d'investimento di lungo termine dipende da alcuni fattori base quali una buona diversificazione, un rigido controllo del rischio e, soprattutto, il fermo proposito di non lasciarsi mai distogliere da distrazioni di breve termine. Il rumore dei mercati nel breve è infatti in contrasto con il suono armonico che esprimono nel lungo periodo. Proprio per questo provate ad immaginare il comportamento di un investitore che, preoccupato dalla situazione del febbraio 2020, ha messo in liquidità tutto il suo portafoglio, naturalmente distruggendo tutto il piano costruito magari con estrema razionalità, per affrontare anche le peggiori turbolenze del mercato. Pensate davvero che sui minimi di mercato questo investitore sia rientrato, comprando sui minimi? Certamente non lo ha fatto a giugno e nei mesi successivi, nemmeno quando tutti gli indicatori davano ormai per scontata la veloce risalita dei mercati obbligazionari e azionari. In quella fase ha infatti smesso di credere nei suoi obiettivi quando ha liquidato, condizionato dalle sue convinzioni di avere salvato il portafoglio da un imminente disastro. La sua idea di follia era rimanere in quel mercato! Fateci caso ma questo investitore vuole sempre avere ragione, specialmente quando le cose vanno male, ed entra con forza nell'elenco dei pessimisti che vogliono battere il mercato con una ritirata. In questi casi si innesca in lui un meccanismo mentale che lo porta a ritenere che il mercato non si riprenderà mai più, ovvero sino a quando LUI deciderà di rientrare. Importante però è avere conservato il valore del portafoglio, meno di occuparsi di un eventuale successivo rientro. Questo comportamento, che sembra razionale ma che invece è frutto dell'emozione, gli ha fatto perdere la migliore ripresa di mercato di tutti i tempi, in termini sia di performance e che di velocità di risalita. Eppure lui è convinto che abbia fatto la cosa migliore per sé e per il suo denaro, che sia riuscito a battere tutti con quel suo comportamento da genio del market timing. Ma attenzione, non ammetterà mai di avere commesso un errore fatale: cercherà di convincerti che non c'era altra soluzione se non quella di uscire al momento giusto! Non mi stancherò mai di dire che quando si sceglie un orizzonte temporale (e nella composizione di un portafoglio di asset temporali possono essercene anche diversi), questo va sempre rispettato, qualsiasi siano le condizioni avverse che si manifestano nel durante. Va cambiata strategia solo se si manifestano necessità di modifiche endogene di portafoglio dovute a variazione di obiettivi e di tempi relativi all’investitore e alle sue condizioni personali, oggettive o soggettive che siano. Per rispettare il proprio portafoglio va utilizzata sempre anche un’ampia diversificazione, sia di tempo che di asset, in modo che il rischio venga contenuto laddove serve farlo. Sappiamo infatti che la diversificazione non serve per aumentare il rendimento ma per ridurre il rischio. Conosciamo poi l'andamento tipico dei mercati azionari, che salgono sempre anche se con diverse dinamiche di tempo: per questo il paradosso è che quando i rendimenti sono alti, bisognerebbe ridurre il rischio vendendo, anziché aumentarlo. Lo so che è anti intuitivo ma quando si guadagna più della media bisognerebbe avere la forza di consolidare i rendimenti e fare l'opposto in occasione di crolli. Ma questa si chiama variazione tattica, non già strategica, che comporta un azzeramento della pianificazione dell'investimento. C’è poi sempre l'annoso eco dei media che diffondono vaticini o notizie che creano apprensione, soprattutto rendendo l’investitore facile preda delle emozioni. Bisognerebbe quindi non lasciarsi mai influenzare dai rumori di fondo, guardando al domani con maggiore ottimismo, visto che i mercati azionari si riprendono sempre e quelli azionari tornano in equilibrio, sempre se non si è scelta una duration troppo lunga. Uno dei segreti è anche quello di spegnere le informazioni e dedicarsi alla lettura di un buon libro oppure alla visione di un film. Questo aiuta l'investitore più del controllo ferreo sugli andamenti giornalieri di un investimento di 10 anni di durata! Un altro tra gli errori più evidenti nella gestione di portafoglio, è quello relativo alla tendenza a modificare la propria propensione al rischio. Quando tutto sale alcuni investitori vestono i panni di abili speculatori, pronti a tutto pur di accollarsi qualsiasi rischio, salvo poi trasformarsi in persone in cerca di riparo. Cambiare la propria propensione al rischio in funzione dell'andamento del mercato, è uno degli errori più comuni e più facili da evitare, ma solo sulla carta. Difficile è farlo soprattutto durante le fasi di ribasso. Ammettiamolo, durante l'inizio della pandemia alzi la mano chi non era preoccupato dalla situazione di picchiata dei mercati? Dall'elenco di chi ha alzato la mano non tolgo certamente gli stessi consulenti finanziari, in particolari quelli che sono stati così teneri con i propri clienti accecati dalla paura, da aderire alle loro folli richieste di liquidare tutte le posizioni. In verità, se si legassero maggiormente gli investimenti ad obiettivi reali, comprensivi di coerenti durate, anche l’investimento più volatile sarebbe meno faticoso da portare avanti. Per concludere vorrei rivolgere ai lettori una domanda. Se tutte le statistiche ci dicono che sul mercato azionario in generale il rischio di perdere denaro in 15 anni tende allo zero, qualcuno sarebbe così cortese da spiegarmi perché quasi il 95% dei portafogli dei fondi pensione in cui mi sono imbattuto recentemente, costruiti per clienti con un'età media tra i 30 e i 40 anni, sono mediamente investiti, nella migliore delle ipotesi, come dei fantastici fondi bilanciati 50% azioni e 50% obbligazioni. Questo è un altro dei misteri che prima o poi dovrà essere svelato: chi può essere cosi folle da consigliare delle obbligazioni quando il tempo di maturità di un investimento supera i 20 anni, in particolare se quel capitale è indisponibile per tutto quel periodo? Un ultimo pensiero ossessivo lo voglio dedicare a tutti quei potenziali clienti che tengono il conto pieno di liquidità in attesa di quel “qualcosa di magico” che li spinga ad investire. Il punto è che in verità nemmeno loro sanno bene in che cosa consiste questa opportunità anche se sperano arrivi presto. L'augurio che faccio a tutti questi non investitori indecisi è che non arrivi mai il momento di un rialzo duraturo dell’inflazione.  

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IL RITORNO DELL'INFLAZIONE

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di
Scritto il 09.03.2021

Partiamo con una definizione: “con inflazione si indica l'aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, che genera una diminuzione del potere d'acquisto della moneta”. Qui forse siamo troppo complicati. Banalizzando si può dire che l'inflazione è quel fenomeno che ci fa acquistare lo stesso prodotto ad un prezzo superiore, trascorso un dato periodo di tempo. Si lo so la semplificazione è eccessiva, ma vale la pena soffermarsi sul concetto. E questo perché da qualche giorno i mercati hanno effettuato un timido tentativo di presa di beneficio, in particolare spinti dal timore che una sua ripresa possa indurre le banche centrali ad intervenire con un progressivo aumento dei tassi. Per questo soprattutto i mercati obbligazionari, specialmente quelli Usa, ne hanno subito il contraccolpo.  In realtà come possiamo vedere dal grafico qui sotto, sono anni che l'Italia in particolare e il mondo in generale, tranne rarissimi casi dovuti a fattori endogeni, vedono l’inflazione scendere, contenendo una ripresa dei prezzi. A questo naturalmente sono corrisposte emissioni obbligazionarie a tassi sempre più bassi, sino agli attuali negativi, stimolo continuo e progressivo per l’economia in crescita.   Questa diminuzione generalizzata dell’inflazione mondiale è dovuta principalmente a fattori tra i quali spiccano la stabilità degli attuali sistemi economici e sociali mondiali, con una progressiva riduzione degli elementi di destabilizzazione quali guerre, colpi di stato e carestie, oltre all’aggiunta di una graduale ottimizzazione dei prezzi di produzione e di distribuzione, accompagnate da un'accorta gestione delle finanze pubbliche e della moneta da parte della maggior parte degli Stati. Questo il motivo per cui non si registrano shock di sistema pesanti come quelli avuti nei periodi bellici o di instabilità politica e sociale, dove vengono persino a mancare generi di prima necessità. Per altro gli interventi sui mercati da parte delle banche centrali per il contenimento dell'inflazione, come nell'ultima crisi finanziaria mondiale, sono stati immediati e non differiti come in periodi più lontani. Non ci interessa qui sviscerare i motivi per i quali i sistemi economici sono più efficienti quando l'inflazione è sotto controllo, ma soltanto evidenziare gli effetti di un suo ritorno sui portafogli investiti. L'inflazione è infatti sempre un fenomeno monetario che si basa sul rapporto tra moneta in circolazione e volume di beni e servizi prodotti e scambiati, rapporto messo però sotto scacco durante la pandemia, anche a causa della globalizzazione. Se la moneta aumenta mentre beni e servizi restano stabili, chi li detiene vorrà una quantità di moneta maggiore per alienarli, creando un generale aumento dei prezzi. Per questo nelle condizioni attuali post pandemiche, un suo aumento sarà inevitabile, anche se non sarà possibile quantificare l’entità. Da qui si comprende l'importanza del ruolo delle banche centrali, impegnate da una parte a stimolare l'economia per una rapida ripresa, dall'altro a contenere l'aumento dei prezzi.  Nei portafogli quindi, non potranno mancare opportuni bilanciamenti tra obbligazioni con tassi in aumento sulle nuove emissioni, per sterilizzare i ribassi di quelle emesse che ne saranno colpite. Bisognerà poi tenere sotto controllo i settori dell’economia reale più impattati dalla ripresa, abbandonando eventualmente quelli destinati ad un rapido declino. E il risparmio gestito con la sua naturale propensione alla diversificazione non solo per categorie ma anche per stili di gestione e settori, potrà essere un fattore determinante per il successo dei portafogli.  Ci aspettano momenti di volatilità ma che, come è sempre stato e come sempre sarà, determineranno la netta separazione tra chi gioca per vincere e chi si ritira senza minimamente approfittare delle occasioni che il mercato presenta e che presenterà. Tuttavia una cosa è certa: il tempo per tenere denaro improduttivo sul conto è davvero finito!

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GLI INSEGNAMENTI DELLA STORIA

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 02.03.2021

Chi mi legge da tempo conosce la mia predisposizione a considerare la storia come un validissimo insegnante, che non rivela mai direttamente le sue verità, ma che ci stimola alla loro scoperta. Cosa dunque abbiamo imparato da questa crisi, dopo un anno dal suo inizio? Innanzitutto l’occidente ha finalmente compreso che i dogmi in economia non esistono e che fare previsioni è inutile. Dopo questa pandemia sono stati rinnegati gli standard operativi che ritenevamo necessari per una crescita stabile e duratura, fondati sui principi dell'ortodossia monetaria e fiscale, cioè sul rigore di spesa e austerità. Questo vale in generale per tutto l'occidente, ma in particolare per la nostra tanto martoriata Europa, che è passata repentinamente dall’affannosa teoria del necessario decremento dell'indebitamento statale, ad una spesa massiva per sostenere l’economia, così duramente colpita dal lockdown. Siamo stati spettatori delle mosse imprevedibili del Fondo Monetario Internazionale, passato in un lampo dall’imporre ai vari governi dalle rigorose riforme fiscali, ad una successiva ampia libertà di spesa per il sostegno dell’economia. Di questo segno sono stati tutti gli stimoli fiscali pari a 12.000 mld di dollari, quasi il 15% del PIL mondiale. E come se non bastasse abbiamo anche avuto 9 mila mld di dollari di incremento della massa monetaria disponibile, tre volte quanto erogato nella precedente crisi finanziaria, che è riuscita ad impedire che si abbattesse sull'umanità una vera e propria catastrofe economica, dettata più dall'emotività del momento, piuttosto che da una vera e propria distruzione della capacità produttiva e finanziaria. Persino la FED, la BCE, la PBC e la BOJ, comprese altre banche centrali del pianeta, si sono tutte mosse per sostenere l'economia, arrivando persino ad acquistare obbligazioni societarie e non solo statali, che erano state declassate a titoli spazzatura. Da qui anche il forte segnale che l'Europa non è affatto in pericolo dopo l'uscita della Gran Bretagna, ma necessita di riforme per un suo efficientamento. Altra lezione appresa è stata quella della veloce ripresa a V dei mercati. Da qui abbiamo imparato che una profonda recessione, simile a quella della crisi Lehman, certamente di più breve durata ed esogena al sistema, lascia infinitamente meno danni di una più lunga, anche se di minore intensità. In realtà anche in piena pandemia, l'economia non ha mai cessato di crescere, anche se ha notevolmente rallentato. A causa della grande riduzione dei rendimenti obbligazionari mondiali, molti capitali sono dunque confluiti verso settori più remunerativi di altri, facendone crescere alcuni ed implodere altri. Ormai i mercati azionari e quelli obbligazionari hanno una correlazione positiva, questo dovrebbe spingerci a migliorare la diversificazione usando nuovi paradigmi. Ora sappiamo anche che le guerre si combattono non solo con i cannoni ma anche con la ricerca scientifica. Infatti segnalo come la velocità di ripresa dell'economia cinese, la prima ad essere uscita da una situazione di lock down, sia stata impressionante. Il vaccino è diventato il necessario punto di svolta da cui dipende la ripresa economica, determinata solo dal definitivo raggiungimento dell’immunità di gregge: chi prima lo raggiunge, prima riparte. Altro punto da non trascurare è la spinta verso una nuova visione della globalizzazione, sempre più orientata alla ricerca di una capacità produttiva più localizzata, autonoma e vicina, soprattutto in tutto ciò che riguarda il benessere fisico e psichico della popolazione. La pandemia ha accelerato la spinta già in corso verso una economia sostenibile e circolare, che sappia anche soddisfare la fame di energia pulita e rinnovabile, cioè sempre meno a danno dell'ambiente, che settori come la demografia, il progresso tecnologico, sanitario e produttivo, tanto per citarne solo alcuni, oggi richiedono. Le raccolte record sugli attivi dei fondi ESG dimostrano che ormai questo trend è inarrestabile. Non si può poi dimenticare che la crisi ha fatto emergere molte delle disuguaglianze sociali ed economiche che, nascoste sotto la sabbia, sembravano inascoltate da chi governa le leve del potere e che ormai dovranno essere affrontate. Ho lasciato per ultimo lo sforzo che la scienza medica ha profuso alla ricerca di un vaccino, dimostrazione che quando l'umanità si muove sinergicamente per la soluzione di un problema di sopravvivenza, i tempi per la soluzione si accorciano e le risorse non tardano ad arrivare, allontanando così il pericolo di eventuali scenari distopici. Certamente questa pandemia ha colto tutti impreparati: da questa pesante lezione dobbiamo capire che ciò che il futuro ci riserva dipende anche dalle nostre scelte di investimento. E tutti noi possiamo contribuire con queste nostre scelte, alla costruzione di un pianeta sempre più in equilibrio, per noi e per le generazioni future.    

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L’INCERTEZZA, LA PAZIENZA E L’INVESTITORE

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 24.02.2021

  Lo sappiamo che a nessun investitore piace l’incertezza. Soprattutto quella che ci portiamo addosso a causa della pandemia, che è riuscita a sconvolgere l'equilibrio di tutti noi, rischiando di inoculare anche quell’altro pericoloso virus che si chiama “paura di perdere”. Tuttavia nel campo degli investimenti, ci sono cose che l’investitore avrebbe già dovuto interiorizzare da tempo, in modo da trovare sostegno nei momenti di crisi. Invece ad ogni ribasso la storia si ripete. Possibile che non si sia ancora compreso che quando i mercati azionari scendono, poi risalgono sempre? Possibile che non si sia capito che è solo questione di tempo? Questa ricerca di certezza, tanto desiderata dall’investitore, dovrebbe basarsi sulla volontà di conoscere e approfondire, piuttosto che su quella di non volersi interessare, rinunciando del tutto ad investire oppure delegando ad altri la scelta di un portafoglio ultra difensivo, ancorché basato sulle proprie preferenze. Inoltre queste non sempre sono dotate di oggettività e spesso dipendono da scelte emotive, il più delle volte fondate su opinioni. Spesso infatti mi confronto con investitori che non conoscono nemmeno la funzione dei prodotti del loro portafoglio, troppo attenti alle aspettative di rendimento e dediti alla credenza che sia facile uscire prima che il mercato crolli, rientrando con agilità e maestria sui rialzi. In realtà il vero difetto nel comportamento dell’investitore sta nella mancata volontà di usare le norme previste per la sua tutela. Quante volte ho sentito trattare il questionario Mifid con sufficienza e con noia, persino quando era necessario per comprendere il tempo da dedicare all'investimento o il grado di sopportazione del rischio. Certamente non si richiede al cliente di studiare finanza ed economia, ma almeno di partecipare alla costruzione di uno o più portafogli strategici. Possibile che dedicare tempo ed impegno alla costruzione del proprio futuro sia chiedere troppo? Possibile che la paura di investire sia così difficile da analizzare? Eppure quando si sceglie un prodotto finanziario non bisognerebbe prioritariamente partire dalla richiesta del suo potenziale di rendimento, che come sappiamo è molto spesso impossibile da definire a priori con certezza matematica, se non tenendo in considerazione molte variabili impossibili da calcolare tutte ex ante. Il tempo, il rischio e l'obiettivo però devono venire sempre prima del rendimento, che sono poi gli elementi che lo identificano e lo determinano. Se poi l'incertezza del risultato spaventa, la storia ci può sempre indicare per lo meno in quale direzione è possibile volgere lo sguardo per ispirarsi prima di decidere. Ma non diamo colpa al mercato quando mancano gli obiettivi d'investimento, da cui dipendono tempo, rischio e rendimento. L'analisi del passato aiuta sempre a tracciare le linee guida su cui basare le nostre scelte. Per questo mi sento di consigliare la lettura dello studio Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook 2020, facilmente reperibile online, che aiuta a capire cosa la storia insegna in materia di investimenti. Il testo ci dice che “Le azioni rimangono il miglior investimento finanziario di lungo periodo prima di obbligazioni e titoli di stato. Negli ultimi 120 anni, le azioni globali hanno fornito un rendimento reale annualizzato (cioè dopo l'inflazione) del 5,2% contro il 2,0% per le obbligazioni e lo 0,8% per i titoli. Nell'ultimo decennio, le azioni globali hanno registrato performance particolarmente positive con un rendimento reale annualizzato del 7,6% rispetto a un rendimento reale ancora robusto del 3,6% dalle obbligazioni”. E questa forbice, dopo il drawdown (momento di panico) e il successivo rialzo (momento di euforia), si è ulteriormente allargata, anche grazie al supporto delle banche centrali. Questo prezioso studio ci evidenzia anche un'altra importante verità: il tempo deve necessariamente essere considerato come un vero e proprio asset di posizionamento strategico di portafoglio, come ben esemplificato dal grafico che segue, tratto dal Corriere della Sera L’Economia di lunedì 15 febbraio 2021.    E ora che avete guardato questi dati, provate a pensare alla quantità di azioni da inserire in portafoglio, considerato che i 2/3 dei rendimenti obbligazionari sono negativi o prossimi allo zero. Tenuto conto di ciò e avendo a disposizione del tempo, dato che il sostegno all'economia da parte delle banche centrali sarà ancora lungo, considerate ogni mese di mantenimento sul conto corrente della liquidità a zero rendimento, come un regalo che fate a quell’animaletto crudele ma vorace, che in molti chiamano inflazione. Pensiamo invece che alla nostra paura a come entrare adesso in quel mercato così remunerativo, perché i prezzi alti di oggi saranno i prezzi bassi tra 5, 15, 20 o 25 anni. E ogni mese in liquidità sarà solo l'ennesima occasione persa per approfittare delle opportunità che mercato azionario ci riserva oggi, se affrontato con fiducia, pazienza e metodo.  

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