Giovanni Donini

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LA PREVIDENZA INTEGRATIVA: UNA SCELTA NECESSARIA

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 29.11.2022

Abbiamo visto negli editoriali precedenti, come gli interventi di riforma dell’INPS effettuati negli ultimi 30 anni, non siano comunque stati in grado di riportare in equilibrio il sistema pensionistico italiano. Se infatti le pensioni vengono pagate con i contributi previdenziali versati da chi lavora, risulta evidente che meno lavoratori ci sono e meno contributi vengono versati. Pertanto la struttura a ripartizione non è ormai più in grado di funzionare, proprio per la diminuzione dei lavoratori e per l’aumento dei pensionati. Sono anni ormai che quanto versato non viene più capitalizzato e fatto fruttare per generare flussi in entrata. Ciò ha determinato un disavanzo che ogni anno deve essere compensato da interventi da parte della fiscalità generale. Si stima infatti che entro il 2046 resterà a suo carico ben il 31% dell’intera spesa pensionistica. Saranno quindi inevitabili ulteriori interventi volti a ridurre questo disavanzo, inevitabilmente attraverso un aumento della contribuzione media e un necessario Allungamento dell’età lavorativa. Per questo motivo, chiunque ambisca ad un futuro sereno al momento del pensionamento, non potrà che concordare sulla necessità di agire. La costruzione di una pensione integrativa è diventata ormai una assoluta priorità per tutti coloro che sono attualmente in età lavorativa. I PREGIUDIZI SUL RISPARMIO PREVIDENZIALE I numeri di cui abbiamo parlato sono spietati e non mentono, basta informarsi per avere conferma di ciò. L’invito è di provvedere senza indugio, evitando di nascondersi tra le pieghe di inutili pregiudizi sull’argomento. Ricordo di seguito quelli più comuni in cui mi sono spesso imbattuto: i prodotti con finalità previdenziali sono molto costosi. La realtà è che alcuni lo sono, ma non tutti. Generalizzare non è una cosa che aiuta poiché basta informarsi e, confrontando le varie offerte, la scelta più conveniente è possibile. In Italia alla fine del 2021 erano collocati un totale di 349 fondi, divisi tra le varie categorie presenti (aperti, negoziali e pip); la loro tassazione non è così favorevole. In realtà per chi conosce bene la materia dimostrare il contrario è facile. Infatti i fondi pensione hanno una tassazione agevolata rispetto a qualsiasi altra forma di investimento con finalità previdenziali. Se poi si cominciassero ad usare questi prodotti anche per sfruttarne la fiscalità per finalità di investimento, se ne otterrebbero ulteriori vantaggi; i versamenti in un fondo pensione non sono immediatamente disponibili in caso di bisogno. Nello schema riportato nella pagina successiva vedremo che ci diversi casi in cui è possibile il riscatto; troppo giovane per pensarci, troppo tardi per iniziare. Sappiamo che anche in questo caso l’investimento è in funzione del tempo e del rischio. Proprio perché l’obiettivo finale è di particolare rilevanza risulta fondamentale ottimizzare le risorse disponibili che sono proprio il tempo e il denaro destinato a questo scopo, senza indugiare oltre.   LE RAGIONI DI UNA SCELTA NECESSARIA Le soluzioni a disposizione per la costruzione di una integrazione pensionistica sono diverse. Noi ci limiteremo qui a trattare i fondi pensione e il Pac. Infatti pur dovendo affermare che la previdenza complementare è lo strumento principe, diventa però fondamentale individuare i limiti e le peculiarità caratteriali di ciascun lavoratore che decide di aderire a questa forma di risparmio. La scelta tra strumenti così diversi dipende dalle sue preferenze, dalle sue competenze e dalla propensione al risparmio maturata nel tempo. Forzando un po’ la mano mi si perdonerà se cerco con passione di trasmettere il concetto di urgenza nell’approfondire l’argomento. Per questo mi sento di affermare che ogni strumento è valido, purché si accantoni per il futuro. La scelta tra l’uno o l’altro verterà piuttosto su questioni di ottimizzazione, non già di opportunità, perché già sappiamo quanto sia necessario pensarci qui ed ora. Basta perdere ulteriore tempo! IL CONFRONTO Nel grafico che segue sono riportate le caratteristiche peculiari dei fondi pensione e dei Pac. Lo scopo non è quello di esaurire l’argomento ma piuttosto quello di per stimolare tutti i lavoratori, indipendentemente dall’età, a volerne sapere di più.

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PENSIERI E PENSIONI

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 18.11.2022

Nel precedente post abbiamo analizzato le riforme che hanno tentato, pur senza successo, di riportare in equilibrio il sistema previdenziale italiano. Mi auguro che tra i lettori non ci sia ancora chi è convinto che l’Inps sarà in grado di garantire ai futuri pensionati prestazioni di alto livello, rispetto all’ultimo stipendio percepito. Nel Bollettino economico BCE (2/2018) troviamo una parziale risposta alla domanda sul futuro previdenziale che ci attende. Un grafico ci svela un aumento progressivo nel tempo del numero degli ultra sessantacinquenni, con una diminuzione del numero dei lavoratori. Nel lungo periodo questo fattore produrrà pesanti conseguenze sulle prestazioni pensionistiche future. Nello stesso documento la BCE prevede che “… le dinamiche demografiche avranno implicazioni macroeconomiche e fiscali fondamentali per l’area dell’euro; in particolare, l’invecchiamento della popolazione comporterà un calo dell’offerta di lavoro e avrà probabilmente effetti negativi sulla produttività. Ci saranno anche ulteriori pressioni al rialzo sulla spesa pubblica per pensioni, assistenza sanitaria e cure a lungo termine. In questo quadro, molti paesi hanno adottato riforme pensionistiche a seguito della crisi del debito sovrano, benché la rapidità di attuazione di tali riforme sia recentemente diminuita. L’implementazione di ulteriori riforme in questa area si rivela essenziale e non deve essere differita, anche in vista di considerazioni di economia politica”. Inoltre, “… mentre le riforme previdenziali concorreranno a ridurre l’effetto fiscale dell’invecchiamento della popolazione, le loro implicazioni macroeconomiche precise potrebbero variare considerevolmente a seconda della natura specifica di questi provvedimenti di riforma. In particolare, l’aumento dell’età di pensionamento potrebbe ridimensionare gli effetti macroeconomici negativi dell’invecchiamento, grazie all’effetto favorevole sull’offerta di lavoro e sul consumo interno. Al contrario, la riduzione del tasso di sostituzione tenderà a contrastare in misura molto limitata tali effetti macroeconomici, mentre l’aumento delle aliquote contributive tenderà di fatto ad esacerbarli”. LA REALTÀ E IL FUTURO CHE CI ATTENDE Da qui possiamo trarre la realtà che ci attende: ogni altra futura riforma del sistema previdenziale non potrà che tendere ad un innalzamento dell’età pensionabile e quindi dei contributi da versare. Naturalmente non si potrà prescindere da una diminuzione delle prestazioni. Di tutto questo troviamo ulteriore conferma nel Rapporto n.8 dell’anno 2021 IL BILANCIO DEL SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO, a cura del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali. Tutte le riforme che si sono susseguite non sono riuscite a ridurre la spesa per le pensioni e questo non solo per motivi prettamente demografici, ma anche a causa di un radicale mutamento della struttura del mondo del lavoro che ha modificato l’assetto della contribuzione. Il grafico che segue lo illustra chiaramente. Dando per acquisito che sarà comunque necessario provvedere ad integrare la pensione statale, sarà necessario decidere quanto accantonare e per quanto tempo. Il principio fondamentale che governa ogni investimento è che meno tempo si ha a disposizione, più sono le risorse che dovranno essere impiegate allo scopo e minore dovrà essere il rischio da assumere. Il paradosso di questa situazione è che solo i fondi pensione, potendo essere intestati anche ai figli minorenni, potranno essere aperti al momento della nascita di un figlio o di un nipote, diventando così il vero regalo destinato alle future generazioni, che potranno usare il tempo come risorsa per ridurre l’impatto dell’impegno annuo. E questo non solo per beneficiare dell’aspetto fiscale sul quale qui non ci soffermeremo, ma anche per sfruttare la capitalizzazione composta. Sappiamo già che con versamenti anche molto piccoli per molto tempo, si possono ottenere notevoli risultati a scadenza. Considerando poi che questi capitali dovranno essere usati al termine dell’attività lavorativa, possiamo solo immaginarne l’impatto positivo a scadenza! QUANDO ACCANTONARE? La risposta sul quanto accantonare sta invece nella giusta valutazione del tasso di sostituzione, che è la misura della copertura pensionistica garantita ai lavoratori dall’ordinamento previdenziale vigente, calcolata nella forma di rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo stipendio. In ogni caso, i tassi di sostituzione dipendono da vari fattori: età, tipologia di lavoro svolto (dipendente o autonomo), andamento del PIL, anni di contribuzione, periodi in cui si colloca la contribuzione (contributivo vs retributivo), dinamica della carriera lavorativa, inflazione, etc. Per questo è impossibile definire a priori quanto mettere da parte, essendoci in gioco molte variabili. Quello che possiamo dire è che usando un sistema ad accumulo di natura previdenziale, sarà possibile godere di maggiori risorse, proprio sfruttando l’impatto fiscale, rispetto a qualsiasi altra forma di accumulo prettamente finanziario. LIMITI PSICOLOGICI ALL’INVESTIMENTO PREVIDENZIALE Conosco già l’obiezione che riguarda i presunti vincoli cui è soggetto il sottoscrittore di un fondo pensione, in particolare quelli relativi ai limiti imposti alla disponibilità di quel denaro. Tuttavia se ci si sofferma sui motivi per i quali si ricorre ad un tale accantonamento, non si può dimenticare che in gioco c’è l’integrazione della pensione. Pensare ad un impiego diverso prima del tempo è possibile, ma non è conveniente e non è nemmeno saggio farlo, salvo per casi eccezionali. Quei vincoli poi non sono così stringenti, perché la disponibilità di quel denaro è comunque garantita in alcuni casi quali l’acquisto della prima casa, per spese mediche ovvero per un’eventuale inoccupazione, tanto per citare quelli tra i più conosciuti. Per questo invito i lettori a non rimanere affascinati dall’idea di quella piena disponibilità garantita da un piano di accumulo. Una volta incassati quei capitali per finalità diverse dalla previdenza, l’esigenza della copertura del tasso di sostituzione non verrebbe risolta per magia, venendo meno le risorse necessarie. Certamente quello che conta sono sempre le preferenze del cliente: per questo consiglio vivamente chi desidera accantonare per il futuro pensionistico di scegliere lo strumento che gli dà più tranquillità. Per questo, nel prossimo editoriale tracceremo i confini dei due metodi di accantonamento, lasciando poi al lettore la facoltà di scelta dello strumento che preferisce.  

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UN BREVE EXCURSUS SULLE RIFORME PREVIDENZIALI IN ITALIA

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  • Previdenza e Pensioni
Scritto il 02.11.2022

Ogni volta che ripenso alla mia carriera, la memoria mi riporta ad una delle prime serate clienti, organizzate nell’ufficio di Programma Italia di Cologno Monzese. Erano i tempi in cui non era difficile invitare persone, trascinandole letteralmente fuori di casa per parlare di investimenti e risparmio, con la scusa presentare le reti televisive al massimo del loro splendore, oppure per parlare della neonata Telepiù (la prima televisione a pagamento in Italia). Per l’occasione il discorso andava spesso su argomenti che molti dei miei coetanei ricorderanno, quali ad esempio l’operato del governo Amato, con il famoso prelievo del sei per mille dai conti correnti datato 9 luglio 1992 e la svalutazione della lira, con la fuoriuscita dell’Italia dallo Sme, il 16 settembre 1992. In quelle serate le occasioni di discussione erano molte, anche perché noi risultavamo essere una fonte di informazione attendibile. Ricordo ancora un simpatico siparietto avvenuto tra me e un partecipante ad un incontro organizzato per parlare del sistema previdenziale. La sua mano alzata era la provocazione in risposta al mio invito a formulare domande sull’argomento, dopo avere terminato la mia relazione: “ma che bisogno ho di farmi una pensione tanto ci penserà comunque lo Stato a pagarmi la pensione”, disse un signore di mezza età seduto a metà della sala riunioni dove si svolgeva l’incontro. Come dargli torto visto che nei primi anni ‘90 il sistema pensionistico era ancora orientato al calcolo retributivo, garantendo sino ad allora almeno l’80% dell’ultimo stipendio. In effetti quella domanda era sensata: perché mai un lavoratore avrebbe dovuto accantonare risorse aggiuntive, oltre ai contributi versati per il proprio futuro pensionistico, quando c’era lo Stato che garantiva prestazioni di alto livello? Sino ad allora per costruire una pensione “alternativa o supplementare gli strumenti non erano molti e si ricorreva per lo più alle famigerate polizze vita rendita, vendute troppo spesso con pressapochismo e leggerezza, sottoscritte però con l’obiettivo dichiarato di sfruttare unicamente il vantaggio fiscale, non certo per risolvere una vera e propria esigenza previdenziale. I fondi pensione, così come oggi li conosciamo, sono infatti stati introdotti nel nostro ordinamento solo successivamente dal decreto legislativo 124 del 1993. Quelle riunioni erano però lo spunto perfetto per riflettere sul futuro della previdenza, poiché già si intravedevano chiari segnali che quel sistema non sarebbe stato sostenibile ancora per molto. UNA STORIA DI RIDUZIONI CHE COMINCIA DA LONTANO Molto tempo è trascorso e siamo oggi in una condizione di non ritorno: stiamo vivendo un’inevitabile e progressivo peggioramento del trattamento pensionistico, con una diminuzione delle prestazioni ed un aumento del numero di anni di contribuzione per accedere alla pensione di vecchiaia o a quella di anzianità. A conferma di quanto stiamo dicendo ripercorriamo brevemente le variazioni che il sistema Italia ha subito negli ultimi 30 anni, tutti interventi peggiorativi delle prestazioni e mai migliorativi. È nel 1992 che con la riforma Amato comincia la lunga serie di modifiche al sistema previdenza al fine di garantirne la sostenibilità nel tempo. Viene innalzata l’età per la pensione di vecchiaia e si estende gradualmente, fino all’intera vita lavorativa, il periodo di contribuzione valido per determinare l’importo della prestazione, con una rivalutazione automatica delle pensioni limitata alla dinamica dei prezzi, non a quella dei salari reali. Ciò inevitabilmente ha determinato una prima riduzione del grado di copertura pensionistica rispetto all’ultimo stipendio percepito. Due anni dopo, con la riforma Dini del 1995, viene sancito il passaggio dal regime retributivo, nel quale la pensione corrisponde ad una percentuale dello stipendio del lavoratore e dipende direttamente dall’anzianità contributiva e dalla retribuzione, in particolare da quelle corrispondenti all’ultimo periodo della vita lavorativa che è quello più favorevole, a quello contributivo, dove l’importo della pensione dipende invece dall’ammontare dei contributi versati dal lavoratore nell’arco dell’intera vita lavorativa. La pensione viene però direttamente rivalutata in ragione del tasso di inflazione del momento. Naturalmente questi cambiamenti hanno sancito una prima consistente diminuzione del rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo reddito da lavoro percepito, rispetto a quello fino ad allora corrisposto. Con la riforma Maroni del 2004 vengono stabiliti incentivi salariali per chi ritarda il periodo di pensionamento di anzianità, mediante l’introduzione di un super bonus che consisteva nel versamento in busta paga dei contributi previdenziali che invece avrebbero dovuto essere versati all’ente di previdenza. Si prevedeva inoltre che dal 1° gennaio 2008 si potesse accedere alla pensione di anzianità con almeno 60 anni di età (61 per i lavoratori autonomi) e 35 anni di contributi oppure con 40 anni di contributi indipendentemente dall'età. Dal 2010 l'età richiesta sarebbe salita a 61 anni, a 62 nel 2014. Con la riforma Maroni del 2004 vengono stabiliti incentivi salariali per chi ritarda il periodo di pensionamento di anzianità, mediante l’introduzione di un super bonus che consisteva nel versamento in busta paga dei contributi previdenziali che invece avrebbero dovuto essere versati all’ente di previdenza. Si prevedeva inoltre che dal 1° gennaio 2008 si potesse accedere alla pensione di anzianità con almeno 60 anni di età (61 per i lavoratori autonomi) e 35 anni di contributi oppure con 40 anni di contributi indipendentemente dall'età. Dal 2010 l'età richiesta sarebbe salita a 61 anni, a 62 nel 2014. Nel 2007 il sistema viene sottoposto a nuove variazioni proprio per garantirne ulteriormente la sostenibilità. È il momento della riforma Prodi dove si introducono per la prima volta le cosiddette “quote” per l’accesso alla pensione di anzianità, determinate dalla somma degli anni lavorati con l’età: dal 2009 la quota da raggiungere è 95, con almeno 59 anni di età, mentre dal 2013 il sistema prevederà quota 97 con almeno 61 anni di età. Da qui si rende inoltre automatica ogni tre anni la revisione dei coefficienti di calcolo della pensione obbligatoria in funzione della vita media calcolata su dati ISTAT. L’invecchiamento della popolazione oltre al sostanziale cambiamento del mondo del lavoro rendono necessari negli anni a venire altri interventi concretizzatisi con la legge 214/2011, con la cosiddetta manovra Salva Italia ad opera del governo Monti. Infatti con la famosa riforma Fornero dal 2012 viene modificato il calcolo delle pensioni: il metodo contributivo pro rata si estende anche a tutti coloro che, avendo maturato a dicembre 1995 almeno 18 anni di contributi, potevano godere del più favorevole regime retributivo, estendendolo anche a tutti i versamenti successivi al dicembre 2011. Quello che più rileva sono i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia, con l’obbligo di contribuzione di almeno 20 anni e, per la prima volta, l’equiparazione tra lavoratori dipendenti pubblici, privati e autonomi. Per tutti i lavoratori e le lavoratrici l’età salirà dal 2012 in modo graduale per arrivare nel 2018 a 66 anni e 7 mesi di età. In questo momento cambiano anche i requisiti contributivi per la pensione di anzianità che arriva a compimento dopo 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 5 mesi per le donne. La stessa riforma ha previsto che dal 2019 i requisiti anagrafici vengano allineati per tutte le categorie di lavoratori, parificandoli a 67 anni di età. Negli anni successivi i governi che si sono succeduti hanno cercato di mediare alla rigidità del sistema attraverso eccezioni, introdotte per favorire l’uscita dal mondo del lavoro di alcune categorie di lavoratori e lavoratrici. A ciò appartengono le più recenti determinazioni sull’Ape sociale, sulla quota 100 e sull’opzione donna, tutte tendenti a favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di lavoratori più giovani, in grado cioè di versare sempre più contributi al sistema, favorendo la fuoriuscita di quelli più anziani. Forse questa è una delle più importanti prove del fallimento dell’attuale sistema organizzativo del lavoro che certamente dovrà essere riformato. È anche la conferma che i prossimi governi in carica non potranno che continuare questa riduzione delle prestazioni sino a quando non si sarà trovato l’equilibrio dell’intero sistema previdenziale in Italia.   CONCLUSIONE   Per concludere, dalle mie riunioni a Cologno Monzese ad oggi, molta acqua è passata sotto i pilastri della previdenza. Tutto però conduce alla necessaria presa di consapevolezza da parte di tutte le categorie di lavoratori, che il sistema è sempre più in disequilibrio. Non si sentirà più la voce di chi crede che sarà unicamente lo Stato ad erogare una pensione sufficiente per garantire a ciascuno lavoratore un futuro dignitoso. Di questo parleremo nei prossimi POST, in modo da sviscerare l’argomento per dare modo a tutti di riflettere su quello che vorremmo fosse il nostro futuro da pensionato.  

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THE LAST CALL (L’ULTIMA CHIAMATA)

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 26.10.2022

Comunico ai miei lettori che questa settimana sarà l’ultima in cui parlerò di questo ribasso di mercato, L’argomento del prossimo editoriale saranno le pensioni. Lo so cosa state pensando adesso: “ma se non sappiamo cosa succederà nelle prossime settimane, perché pensi a qualcosa che è per molti ancora un miraggio lontano?”. In verità pensare al futuro spesso aiuta a compensare l’ansia del presente, a meno che questa non venga artificialmente alimentata da qualcosa che stiamo vivendo e che non ci dà pace. Le notizie di stampa aiutano a peggiorare lo stato mentale di molti investitori scontenti e delusi, in particolare quando rileggono i numeri relativi all’andamento del portafoglio. Ne volete una ulteriore prova che riguarda presente e futuro? Il 15 ottobre scorso Milano Finanza, l’articolo a firma di Paola Valentini dal titolo NOVE MESI PER DIMENTICARE, riporta una frase che è tutt’altro che rassicurante: “… i fondi pensione italiani sono al riparo dallo tsunami che si è abbattuto su quelli inglesi MA il rialzo dei tassi ha fatto finire in rosso i rendimenti. I negoziali da gennaio fanno -9,4%, gli aperti -11%”. E anche in questo caso siamo al solito errore per il quale osservare, con la prospettiva di un anno l’andamento di qualcosa il cui risultato non serve domani, non aiuta a rasserenare gli animi. Figuriamoci poi quando si parla delle nostre pensioni, specialmente in una situazione come quella italiana dove si preannunciano prestazioni sempre meno attrattive. Ma è proprio perché gli investimenti vanno pianificati nel tempo e negli obiettivi, una situazione come quella che stiamo vivendo se ben compresa, può essere di stimolo per aumentare la fiducia nel futuro. Quando i mercati tenderanno a recuperare il terreno perduto ricordatevi delle mie parole, o voi che mi leggete! RECESSIONE E  GUADAGNI Per questo motivo oggi vorrei essere più breve del solito, cercando di usare lo spazio che mi rimane per approfondire i dati di una tabella che segue la logica della deterrenza e che tende a tenere gli investitori lontani dal mercato. È tratta da un articolo pubblicato a pagina 40 del Corriere della Sera Economia di lunedì 17 ottobre, a firma Pieremilio Gadda. Il titolo è BORSA E BOND: GUADAGNARE CON LA RECESSIONE. Avviso in anticipo gli attenti lettori: se siete deboli di cuore passate al paragrafo che trovate dopo la tabella. Se invece volete comunque conoscere come stanno andando le cose, preparatevi a vivere il presente. Suggerisco però di usare una logica controintuitiva, altrimenti sarà quasi impossibile comprenderne il contenuto.   Dall’analisi dei dati emerge che un solo numero è positivo, in particolare quello relativo alle materie prime energetiche. Questo settore segna infatti un entusiasmante +49%, che è tra le cause scatenanti di questo dell’innalzamento dell’inflazione. TUTTI gli altri sono asset invece contraddistinti dal segno meno e colorati di rosso, situazione indigesta per l’investitore. Si va infatti dal -4,5% del Titoli di Stato Usa al -23,4% di quelli italiani. Addirittura i Titoli di Stato tedeschi, sempre tanto rinomati per la loro sicurezza, lasciano sul terreno un -17,7%. Mi pare opportuno qui fare notare come le cose possano essere viste anche in modo opposto. Un attento lettore potrebbe da ciò trarre lo spunto per riconoscersi in quell’investitore, tanto esaltato dall’economia neoclassica, che trae vantaggio dalla propria razionalità, in modo da massimizzare il proprio profitto. E ciò è ancora più vero quando si parla dei mercati azionari mondiali, quasi tutti segnati pesantemente da un intenso colore rosso. GUADAGNARE CON I BOND Per sostenere la mia tesi, che si basa sul presupposto che l’attuale fase di mercato non possa comunque essere considerata così negativa per l’investitore, partirò dalla componente obbligazionaria del portafoglio. Un esempio chiarirà il mio pensiero. Premessa necessaria è che un Titolo di Stato viene emesso con una quotazione pari a 100 e, man mano che si avvicina la sua scadenza, il suo valore tende a ritornare a 100, indipendentemente dalla condizione del mercato in cui si trova. Naturalmente la remunerazione di questi titoli sta anche nel loro flusso cedolare il quale, negli ultimi anni, ben poca consolazione ha dato agli investitori. Va da sé comunque che oggi, per tutti gli amanti dei Titoli di Stato, l’occasione è davvero ghiotta, se confrontata ai rendimenti di pochi mesi fa. Infatti, quel negativo va letto da chi investe oggi come fosse positivo. Quel -23,4 dei BTP decennali rappresenta un rendimento intrinseco minimo, tra l’altro garantito dallo Stato. Chi avrà la pazienza di soffermarsi sul ritorno effettivo netto di un BTP decennale scadenza 2032 (che sia di marzo, giugno o dicembre non importa), decidendo ti tenerlo sino a fine periodo, vedrà un ritorno netto superiore al 4%, comprensivo di una cedola fissa che pur oscilla tra lo 0,95% e il 2,50%. Ecco perché dire che per gli amanti dei rendimenti garantiti dallo Stato le cose stanno andando male, è un’eresia. Certamente sappiamo che questo rendimento non protegge totalmente dall’inflazione. Ciò è però sempre meglio che lasciare il denaro in liquidità, subendone gli effetti indiretti. Se poi l’inflazione dovesse scendere, quel titolo arriverà in breve tempo a prezzare molto più della pari, rendendo ancora più felice il suo compratore nel caso in cui volesse disfarsene. E CON LE AZIONI? Senza dilungarmi in discorsi troppo complicati, anche per l’investitore azionario è tempo di gioie. In particolare per tutti coloro che hanno metodo, tempo e pazienza, i prezzi sono oggi particolarmente convenienti. In questo caso, per sostenere la mia tesi, prenderò come riferimento la tabella de Il Sole 24 ore di sabato 22 ottobre a pagina 31, di cui riporto l’immagine.   Leggiamo insieme i valori dei mercati e facciamoci la domanda, se sia mai possibile per un investitore ignorare simili sconti sul prezzo. Sui ribassi di indici quali il Nasdaq (-30,70%), lo S&P 500 (-21,26%) e il Dow Jones -14,46%, non pensate che un acquisto sia vantaggioso? E ancora, perché non sentirsi tranquilli e fiduciosi nell’inserire in portafoglio un MSCI World scontato del 24%, oppure un EuroStoxx 50 colpito da un ribasso del 19,12%? Certo posso comprendere che il timore che tutto scenda ancora di più, sia di fatto un valido motivo bloccante. Per questo, proviamo a proiettarci indietro nel tempo sino ad arrivare al febbraio del 2009, quando in piena crisi finanziaria post fallimento Lehman Brothers, gli stessi indici gravitavano intorno ad -50%. Da lì, quando nessuno se lo aspettava, hanno poi cominciato la loro cavalcata che li ha portati, ancorché con discontinuità, sino al gennaio 2022. Ma il punto sta proprio qui: quanto sarebbe stato bello potere comprare nel 2009 a quei prezzi, in attesa del successivo rialzo? Impariamo quindi dalla storia per adeguare il nostro comportamento nel presente. INVESTIRE CON IL SENNO DEL POI Certo che con il senno del poi, siamo tutti capaci di investire. Forse però, proprio per quello che ripetiamo da tempo, non dovremmo perdere questa occasione di ribasso, proprio perché una ancora migliore, di certo non cancellerà di certo la profittabilità dell’attuale. Anche questa con un – 30% è comunque una grande occasione d’acquisto. E se il timore che nelle prossime settimane il mercato possa scendere ancora più in basso, poniamoci in una diversa prospettiva: cosa accadrebbe se tra qualche giorno si registrasse un improvviso ed inatteso ribasso dell’inflazione ovvero la fine della guerra tra Russia e Ucraina? Come pensate reagirebbero le Banche Centrali? La storia insegna che i mercati tendenzialmente, dopo forti ribassi, ricominciano la loro corsa e questo è solo questione di tempo. Se ne avete usatelo nel giusto modo senza timore, e questo anche se dovessero arrivare ribassi ancora più profondi, perché bisogna sempre essere dentro il mercato, mai fuori del tutto.      

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SUI MERCATI AZIONARI REGNA UNA CERTEZZA DENTRO L’INCERTEZZA

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 20.10.2022

Ora da bravo stalker finanziario, avvezzo ad indurre gli investitori a scommettere sul rialzo dei mercati dopo le fasi di ribasso, volevo per nemesi assumere le sembianze di un catastrofista professionale, cioè di chi tenta di spaventare a tutti i costi l’investitore. Userò per questo scopo due dichiarazioni ufficiali, una di matrice europea e l’altra statunitense. La prima è presa dai verbali dell’ultima riunione della BCE che recita “… l’inflazione è troppo alta è dunque opportuno compiere un ulteriore passo sulla via della normalizzazione della politica monetaria”. Ciò significa che la Banca Centrale Europea ritiene meno pericoloso il rialzo dei tassi, con il rischio che ciò inneschi una recessione, rispetto al mantenimento di un alto indice di inflazione. La seconda è di Neel Kashkari, Presidente della Federal Reserve Bank di Minneapolis in carica dal lontano 2016, il quale, in merito al rialzo dei tassi Usa, ha così sentenziato “Mi aspetto di vedere perdite e fallimenti in giro per il mondo con i tassi che salgono … l’asticella in grado di far cambiare idea alla FED è alta …”.  Anche qui l’unica cura individuata per combattere l’inflazione pare essere un raffreddamento dell’economia. Sappiamo già che la controindicazione è l’inizio di una recessione, considerata comunque un male minore rispetto all’inflazione stessa. Se ci limitassimo a quanto letto, non potremmo che concordare con tutti quelli che si aspettano un ancora più grave crollo del mercato. Da qui nascono le domande, che si pone l’investitore, sul come resistere alla tentazione di liquidare l’investimento in attesa di tempi migliori. LA RIPRESA CERTA DEI MERCATI Dopo avere letto le due dichiarazioni, scommetto che state pensando che vi farebbero comodo dosi massicce di previsioni rassicuranti. Tuttavia, chi mi legge da tempo sa ormai che indossare i panni del catastrofista non è quello che voglio fare. E dopo avere pagato il mio debito per lo stalkeraggio compulsivo, reciterò ancora una volta il mio solito mantra. E lo farò con ancora maggior forza e convinzione: “i mercati si riprenderanno con certezza”. Quello che non sappiamo è quando ciò avverrà, soprattutto adesso che la recessione sembra ormai inevitabile. Cercherò allora di rasserenare gli animi prendendo spunto da uno studio effettuato da T. Rowe Price, Società statunitense fondata nel 1937, che spesso uso come fonte affidabile per scrivere i miei editoriali. Lo scopo è cercare di rispondere alla domanda che riguarda l’intensità dei ribassi vissuti nel recente passato e a quella, ancora più importante, che riguarda i tempi di recupero dei listini. L’INTENSITÀ DELLE CRISI FINANZIARIE NEL TEMPO Il grafico che segue risponde alla prima delle nostre domande e riguarda l’andamento dell’indice Standard & Poor’s 500. Infatti ci aiuta a scoprire l’intensità delle crisi più profonde che abbiamo attraversato dal 1960 ad oggi. Le peggiori sono state registrate nel 2007, nel 2000 e nel 1973. Quest’ultima in particolare ha delle analogie con l’attuale perché è stata scatenata dalla prima crisi petrolifera della storia, innescata dalla Guerra del Kippur. Ricordo ai lettori che nei primi anni ’70, in particolare tra il 1973 e il 1974, la parola più gettonata era Austerity. A causa di quel conflitto molti governi dei Paesi occidentali, in particolare quelli europei, furono costretti ad emanare disposizioni volte al drastico contenimento del consumo energetico. Chi ha vissuto quegli anni non può aver dimenticato le domeniche a piedi e nemmeno quei momenti della giornata dove era sconsigliato l’uso dell’ascensore, a causa di possibili interruzioni dell’energia elettrica. Nonostante tutto il grafico ci rivela che l’attuale fase di ribasso è più vicina a quella del marzo 2020, che è stata molto violenta in termini di intensità, ma di brevissima durata. Anche se in termini di tempo questa crisi non è lontana, di questa ricordiamo molto poco, poiché eravamo concentrati sulla pandemia. Proprio perché eravamo distratti da altro, e la salute viene certamente per molti prima del denaro, non c’è stato nemmeno il tempo di soffrire.   I TEMPI DI RECUPER DELLE CRISI FINANZIARIE Per rispondere invece alla domanda relativa ai tempi di recupero successivi a pesanti ribassi, ho pensato di riassumere i tanti grafici presenti nello studio T. Rowe Price in una singola tabella. Mi sono concentrato sui ribassi a noi più vicini, in particolare quelli della crisi del 2000 e a quelli, ben più pesanti, del periodo 2007 2009. I dati in oggetto riguardano il mercato azionario mondiale, quello statunitense ed europeo, e i paesi emergenti. Ecco dunque di seguito i ribassi raggiunti e i relativi tempi di recupero: Sapendo che nel passato il mercato, anche nella peggiore delle condizioni, ha sempre recuperato siete ora più tranquilli? E sento la vostra domanda ma non so rispondere su quali saranno i tempi di recupero di questa crisi. Anche questa passerà, questa è l’unica cosa che posso dirvi con certezza. Prendendo come benchmark gli insegnamenti del passato, possiamo dire che è sempre sconsigliabile investire sul mercato azionario, se non si ha a disposizione un periodo di almeno 5 anni. Meglio però sarebbe considerare un periodo di 10 anni. Seguendo questa logica possiamo quindi usare il tempo come un attenuatore di rischio: più se ne ha a disposizione, maggiori sono le probabilità di guadagnare senza perdere. COSA È MEGLIO FARE IN CASO DI RIBASSO Certamente oggi non possiamo prevedere quanto ancora durerà questa volta la crisi. Nemmeno possiamo spingerci ad affermare che i ribassi sono ormai finiti. Tuttavia dovremmo avere imparato che i maggiori guadagni si ottengono agendo soprattutto nelle fasi di ribasso, convincendoci del fatto che un migliore affare non cancella la bontà del precedente. In poche parole si può continuare a comprare con fiducia anche quando il mercato continua la sua fase di discesa, proprio perché arriverà la risalita. Tuttavia non bisogna mai dimenticare che non tutti gli investitori sono in grado di sopportare pesanti ribassi. Infatti una cosa è parlarne sostenendo di esserne in grado, altro è invece viverli. Per qualcuno forse è più opportuno fermare gli acquisti, evitando comunque di liquidare le posizioni, nell’attesa che i mercati riprendano. Per i più coraggiosi invece questo è un momento da non lasciarsi sfuggire. GLI INSEGNAMENTI DELLA STORIA Voglio però tentare di tranquillizzare ancora di più i miei lettori più fedeli mostrando loro una immagine tratta dal sito di Morningstar, che riporta il titolo di un articolo a firma di Sala Silano “Cosa insegnano 150 anni tra panico ed euforia a Wall Street”.   Da qui prendo volentieri a prestito parte dell’incipit riportato nel sottotitolo che recita esattamente “Ma la borsa ha sempre recuperato ed è andata oltre”. Detto questo, a sostegno della mia tesi da perfetto stalker finanziario che parla sempre di mercati che salgono sempre, vi consiglio di osservare anche l’andamento del grafico. Come si può notare la curva è sempre in salita, interrotta soltanto da ribassi, che vengono poi comunque riassorbiti nel tempo. Non ditemi allora che siete ancora preoccupati per il vostro investimento. Ora sapete che il perdere o guadagnare non dipende dalla fortuna, ma dalla durata e dal rischio assunto con il vostro investimento, oltre che da altri elementi come la strategia di portafoglio adottata e la capacità di resistere allo stress indotto dalle fasi di ribasso. CONCLUSIONI I mercati si fondano sulle aspettative degli investitori, in termini di valutazione tendono cioè a guardare avanti dai 6 ai 12 mesi. In parole povere tutto questo funge da indicatore di previsione. Ciò può significare che nel momento in cui si entrerà in recessione, mentre noi ci aspettiamo ulteriori ribassi, potrebbero invece addirittura cominciare ad essere prezzati lievi segnali anticipatori di ripresa. Ecco il motivo per il quale chi non vende e aspetta, sarà ripagato per l’attesa. Tuttavia non possiamo esimerci dal dire che solo chi avrà la forza di continuare a comprare nei momenti in cui la maggior parte degli investitori vede nero, riuscirà a cogliere le migliori opportunità, trasformando il sacrificio dell’attesa in successiva euforia.    

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IL PREVEDIBILE FUTURO DI UN MERCATO ORSO

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 11.10.2022

Prendo spunto per l’editoriale di oggi da un recente incontro con un cliente durante il quale sono stato simpaticamente definito “stalker finanziario”. La persona di cui parlo legge quello che scrivo e certamente riconoscendosi, starà sorridendo sapendo che mi sto riferendo a lui. Il mio stalkeraggio consiste nella mia ossessione di ripetere alcuni concetti che sembrano essere ormai stati compresi da tutti. Mi riferisco riducendo al minimo l’elenco, al rispetto del tempo stabilito come fedele compagno di viaggio, alla diversificazione come fattore di riduzione del rischio, all’uso della pazienza come attività di resilienza ai ribassi del mercato, intesi tutti come fattori di controllo dello stress a cui siamo sottoposti durante le fasi di ribasso. In realtà il mio intento ha lo scopo di contrastare l’ansia crescente provocato dai media o da un eccessivo controllo del valore di portafoglio. Parto dalla convinzione che quando si investe, diventi necessaria un’opportuna permanenza della ridondanza della memoria sul come comportarsi in occasione dei ribassi, specialmente per concetti non ancora pienamente assimilati. E questo principalmente per combattere le tante voci urlanti (stampa, amicizie, parentele varie) che cercano di minare le convinzioni dell’investitore, suggerendogli la pericolosa via della liquidazione delle posizioni, come via d’uscita per la riduzione dello stress indotto dal vistoso calo del valore di portafoglio. UN TEMPESTA PERFETTA Tuttavia, uno dei principali fattori di successo di un processo di investimento, si basa sulla consapevolezza che l’investitore debba sapere come comportarsi durante le fasi di ribasso. È come quando, saliti su di un aereo, le hostess prima della partenza ci illustrano il comportamento in caso di pericolo! Cercare di fare ricordare all’investitore i motivi per i quali ha deciso di investire, diventa così un fattore di successo. Riportare le lancette dell’orologio al momento della scelta, quando cioè la motivazione ad agire era al massimo, aiuta molto di più che parlare di mercati e delle sue dinamiche. Ciò è utile per tranquillizzare e dovrebbe essere considerata come una normale fase di passaggio specialmente in determinati momenti critici. Non dimentichiamo però che ogni investitore quando investe ha motivi propri e una propria resistenza, condizione unica e non sovrapponibile a quella di altri. Questo è uno dei motivi per i quali qui vengono dati consigli generici, con la riserva però di valutare quelli personali al momento del contatto con ogni singolo investitore. Ecco il vero motivo della presuntuosa continua somministrazione generica di pillole di conoscenza. Ormai lo sappiamo, da tempo siamo entrati in una fase di mercato orso in cui l’insieme di tante concause hanno generato una tempesta perfetta, tanto potente da sembrare in apparenza un assembramento di cigni neri. Viviamo dallo scatenarsi della pandemia del ripetersi di situazioni rare, anche se da qualcuno sono considerate non totalmente imprevedibili. Potremo allora definire questa situazione come la scoperta di una nuova normalità, nella quale la volatilità diventa fattore destabilizzante per l’investitore. Nonostante tutto, abbiamo già ripetuto sufficientemente che il passato è pieno di crisi di mercato, spesso molto simile a quella che stiamo attraversando. Sono tutte diverse probabilmente nelle cause scatenanti, ma con un unico fattore comune: tutte si sono risolte in tempi non estremamente lunghi. Per questo non posso sbilanciarmi sul quanto potranno essere ancora profondi i ribassi che stiamo subendo o sul quando tutto questo finirà. QUANDO TUTTO FINIRÀ ? Tuttavia continuo a non volermi convertire all’ormai imperante pessimismo diffuso che si nasconde dietro la famosa frase “questa volta è diverso”. Per supportare il mio pensiero mi avvarrò di un grafico, tratto da Milano Finanza dell’8 ottobre, in un articolo a firma Paola Valentini dal titolo L’Orso si affronta a rate, che riporta dati elaborati da Pictet AM. La tesi è che la crisi attuale sia solo un normale passaggio verso nuovi massimi. Si rassegnino i catastrofisti perché nella storia della finanza I mercati si sono sempre ripresi, quale siano stati i motivi della crisi, anche quelle più profonde: è sempre successo e cosi sarà ancora una volta.   Non ho una risposta sul quando potremo finalmente ritornare a sorridere nel vedere valori di portafoglio colorati di nero anziché di rosso. Nessuno può dirlo con certezza, nemmeno istituzioni come la Fed o la Bce oppure enti sovranazionali che governano il mercato. Tanto meno lo può un essere vivente, a meno che non sia stato dotato da qualche divinità di particolari doti profetiche. Tutto dipenderà da un insieme di variabili tra cui l’andamento dell’inflazione, l’eventuale ed auspicata fine della guerra Russia Ucraina, compresa la stabilizzazione della situazione geopolitica mondiale, la soluzione della crisi energetica e il calo del costo delle materie prime. E questo limitando l’analisi solo ad alcuni elementi. UN EVIDENTE PARADOSSO Per parlare dell’imprevedibilità dei marcati mi sia consentito ricordare uno tra i molti paradossi del periodo: l’economia degli Stati Uniti è sottoposta a tenui segnali di rallentamento dovuti al rialzo dei tassi. Tuttavia gli utili aziendali rimangono alti così come i salari, che crescono per eccesso di domanda ma con una disoccupazione che è scesa a meno del 4%, segnando nuovi record di una piena occupazione. Sappiamo che questa recessione è stata innescata artificialmente, allo scopo di generare una contrazione dell’inflazione mediante il rallentamento dell’economia. L’obiettivo è di farla ripartire il prima possibile, in modo da generare ricchezza mediante nuova crescita del Pil. Per questo motivo, senza dovere assumere le sembianze di uno stalker finanziario, concluderò con una provocazione sotto forma di domanda, rivolta principalmente a chi pensa che questa crisi sia unica nel suo genere. Una sorta di tempesta perfetta così potente da essere in grado di ridurre, una volta per tutte, la ricchezza mondiale. Ecco la domanda: “cosa pensate possa accadere al mercato azionario il giorno in cui la guerra sarà finita, quando l’inflazione si posizionerà sui livelli medi storici, con i consumi ritornati a pieno regime?”. Senza fare il veggente io credo che usciti dalla recessione il Pil mondiale riprenderà senza indugio la sua corsa. CONCLUDENDO Non dimentichiamo mai che i mercati anticipano sempre l’economia e quindi stanno forse già incorporando il valore di un rallentamento mondiale. Forse non tutto ma buona parte lo hanno già scontato!. Ricordando i ricorsi storici, consiglierei vivamente a tutti i lettori di non smettere di credere nel futuro e ancora di più, di non perdere l’occasione per approfittare di questi ribassi. Per tutto questo, mi sento di sostenere che essere oggi fuori dal mercato è una scelta sbagliata, perché quando ripartirà, sarà troppo tardi per coglierne appieno l’opportunità che ci viene offerta.    

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RESISTERE ALLA TENTAZIONE DI LIQUIDARE UN INVESTIMENTO

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 05.10.2022

È molto facile investire quando i mercati azionari sono in salita e segnano giorno dopo giorno nuovi record. Lo è ancora di più quando le obbligazioni danno rendimenti negativi o nulli, come è stato sino al primo semestre dell’anno scorso. Qualcuno tra coloro che ha deciso di farlo prima o subito dopo la pandemia, inizialmente confortato da un mercato che dava segni di ottimismo nonostante la temporanea crisi di brevissima durata, ha cominciato a mettere in discussione quella scelta. E lo ha fatto osservando di lontano chi in quel periodo, preso dal timore di crollo imminente dati gli alti livelli raggiunti dagli indici finanziari mondiali, ha pensato di rimanere liquido oppure di acquistare impegnando solo minime quantità di capitale. Da qui il primo pensiero latente di avere sbagliato strategia. Con il senno del poi, questa categoria di NON investitori viene da molti definita come quella degli “illuminati”, poiché hanno saputo prevedere il futuro. Confidando in apparenza sull’istinto e sulle conoscenze, sono lodati perché hanno resistito alle voci di chi li spingeva a non lasciare il denaro improduttivo sui conti correnti, evitando così il baratro in cui è caduto tutto il resto dell’umanità. In realtà costoro risultano appartenere a chi da sempre rinuncia ad investire per la paura di perdere. Sono coloro che pensano di battere sistematicamente il mercato uscendone al momento giusto rinunciando alla lotta, in attesa di una opportunità che non sfrutteranno davvero mai. Si riconoscono per la particolarità di raccontare sempre di quanto hanno evitato di perdere, non dell’immensa quantità di occasioni che non sono mai riusciti a cogliere. Poi certo loro sanno sempre quando uscire ma anche quando rientrare, perché loro sì che sono veggenti!   IL RAMMARICO PER UNA SCELTA SBAGLIATA A questo riguardo la domanda, che si pongono tutti coloro che invece hanno deciso di investire e sono stati colti dalla paura che l’investimento fatto sia stata una sventura occorsa a seguito di consigli sbagliati, oppure sia attribuibile alla malasorte che colpisce inesorabilmente l’investitore imprudente, è: “maledizione, perché l’ho fatto?”. Il pentimento, definito da chi si occupa di finanza comportamentale come il rammarico per una scelta sbagliata, è quell’emozione che fa ripensare ad una azione come biasimevole, nella certezza che se si tornasse indietro quell’errore non si commetterebbe più. Il punto è che questa emozione è la stessa che colpisce l’investitore sia quando esce dal mercato nel momento sbagliato senza più rientrare, oppure quando entra e non sa più come uscirne, perché la tensione è alle stelle per la continua perdita di denaro. Le due condizioni sono per altro molto simili, poiché si ha la tendenza a dimenticare tutto quello su cui si fonda un solido investimento, soprattutto si trascurano i presupposti da cui si era partiti (obiettivo, tempo, grado di rischio oggettivo e soggettivo, preferenze). In sostanza si cancella il ricordo di quello che può essere stato un corretto processo di investimento, che ha grandi probabilità di restituire il giusto rendimento. PERDERE DI VISTA L’OBIETTIVO Ma perdere denaro quando non c’è un obiettivo che dia solidità all’impalcatura di quella scelta, non è la cosa più grave che possa capitare all’investitore. Investire non è soltanto rinunciare al denaro per un certo periodo di tempo ma è molto di più. Per questo perdere denaro è grave ma non è la cosa più rilevante. Quando quelle risorse sono state investite per un obiettivo non rilevante per la propria vita, comportano un peso del rammarico ancora più profondo proprio perché quella scelta, non era stata veramente motivata dallo stimolo di raggiungere qualcosa di importante. Per questo quell’investimento non aveva sufficienti ragioni per essere fatto. E la paura di non raggiungere l’obiettivo è solo una scusa poiché il tempo deve sempre essere concesso per ottenere il risultato sperato. Rinunciare perché una crisi di mercato rende il terreno scivoloso, significa ripudiare consapevolmente tutti i presupposti di tempo e di obiettivo per cui si è deciso di investire. Un esempio faciliterà la comprensione di quanto sto sostenendo. Prendiamo allora spunto dal comportamento di coloro che acquistano una casa con un mutuo.  Immaginiamo che questo sia l’obiettivo di una giovane famiglia che formatasi, vuole crescere nel tempo. Qui non spaventa la lunghezza dell’investimento (impegno) e nemmeno la rata poiché l’obiettivo è più grande del sacrificio. Certamente preoccupa l’inflazione che cresce e la guerra che modifica molti dei comportamenti a cui ci si era abituati: non per questo però si abbandona ciò che si è deciso di fare, nonostante la preoccupazione del momento. Non si rinuncia al sogno divenuto obiettivo, cedendo alla paura. Perché invece NON viene fatto quando si investe per qualcosa di altrettanto importante? CREDERE NEI PROPRI OBIETTIVI Quando si crede in qualcosa si lotta sino allo stremo perché si confida nel futuro. Questo perché la motivazione che sorregge il sacrificio, supera il sacrificio stesso rendendolo sostenibile. È la motivazione è data dalla ferrea volontà di acquistare quella casa. Allo stesso modo nel campo degli investimenti bisogna fare forza sugli obiettivi per resistere, specialmente in occasione delle crisi finanziarie, esogene od endogene che siano. Rinunciare per la paura di perdere, liquidando l’investimento nel peggiore dei momenti, è la più imperdonabile tra le sconfitte che un investitore possa subire. Se la porterà dietro per sempre, soprattutto se quella scelta lascia la ferita di una perdita irrimediabilmente senza recupero. I mercati risalgono sempre neltempo e non c’è scusa valida per rinunciare quando l’obiettivo è ben chiaro nella mente. Lo sconfitto fingerà di non avere visto che se avesse mantenuto l’investimento senza liquidare, le perdite non ci sarebbero state. Magari quella situazione l’ha già vissuta ma finge di averlo dimenticato. La ripresa non è una mia idea ma lo insegna la storia dei mercati! Possibile che non si riesca mai ad imparare dagli errori passati? COME RESISTERE AI CROLLI DEI MERCATI Il segreto per resistere in situazioni come quelle che stiamo vivendo sta appunto nell’avere obiettivi chiari e determinati sull'uso del proprio denaro. Ciò aiuta nella costruzione di piani finanziari solidamente fondati sulla realtà e non su di una sua indeterminata percezione. Se si avesse ben chiaro cosa è un obiettivo, si eviterebbe di confonderlo con un desiderio o una aspettativa non quantificata o quantificabile, pericolosa condizione che apre la strada alla liquidazione di un portafoglio. Trattasi di quel bias comportamentale di noi italiani a investire tanto per farlo, condizione prodromica che fa sgretolare un piano di investimento alle prime difficoltà. A questo riguardo molti editoriali fa, avevo scritto che troppo spesso gli investitori nella loro vita hanno desideri che non riescono neppure a quantificare in termini di impegno finanziario, forse perché non sanno nemmeno quello che desiderano davvero. Così facendo però l’investimento parte depotenziato perché la motivazione, che sempre deve sostenere la resilienza, viene meno più l’indice di mercato scende. Così, desiderare una casa al mare è diverso che pianificarne nel tempo l'acquisto mediante una concreta valutazione di tutti presupposti necessari per una corretta valutazione dell’affare (tempo, risorse, rischio, ecc.). Una cosa è proiettare nel futuro la visione del piacere e la soddisfazione generata dal conseguimento della laurea di un figlio, ben altra è invece chiedersi quanto tempo e capitale siano necessari per conseguire quel tanto bramato titolo di studio presso quella prestigiosa università. I RIBASSI NASCONDONO SEMPRE OPPORTUNITÀ  Inutile ricordare poi che ogni ribasso trascina con sé l’opportunità di anticipare i tempi o incrementare i ritorni, questo proprio in virtù dello sconto sui prezzi dei titoli. Per questo un ulteriore segreto quando si investe sta nel pensare al tempo come un valido alleato. È necessario sempre “ascoltare” con attenzione le opportunità che sono offerte lungo tutto il percorso d’investimento. Noi umani siamo macchine emotive (The emotion machine, Marvin Minksy, 2006), che sono per questo molto lontane dal concetto di quell’investitore razionale a cui la scuola economica classica ci ha fatto credere di dover appartenere. Non impariamo dal passato perché l’emozione del momento ci porta talvolta a rimuovere l’esperienza, facendoci rinunciare ai nostri obiettivi quando questa prende il sopravvento. Bisognerebbe allora indagare sul perché lo facciamo, pur avendo la consapevolezza di commettere un errore. Tuttavia, colpiti dalle tempeste finanziarie che si abbattono sul nostro percorso di investimento, dovremmo imparare che la vita va avanti e i mercati salgono verso l’alto con una dinamica oscillatoria discontinua. L’impegno per ogni singolo investitore sarà quello quindi di trovare la forza di resistere nell’attesa di nuovi massimi. L’esperienza mi ha aiutato a capire però che non tutti hanno la forza di comportarsi così. Compito del consulente deve essere allora quello di aiutare l’investitore a ricordare gli obiettivi personali per i quali ha scelto di investire, riportando la sua memoria al momento iniziale di quella scelta. Il compito non è facile, ma bisogna farlo!

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Il pericolo di recessione negli ultimi 100 anni

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 27.09.2022

Dall’Enciclopedia Treccani prendo a prestito la definizione di recessione indicata come il “Periodo di tempo, non inferiore ai sei mesi, durante il quale l’attività economica si riduce, il livello del reddito reale scende, cala l’occupazione e aumenta la disoccupazione. È una fase del ciclo economico che termina con la successiva ripresa, cui segue un periodo più o meno lungo di tempo durante il quale vi è espansione economica, fino alla successiva recessione. E ancora “Se la recessione si aggrava e diventa permanente, si parla di stagnazione e nei casi più gravi di depressione, per intendere una situazione in cui la ripresa non arriva mai e quindi il reddito non torna a crescere ma resta ai livelli minori cui è sceso e anche l’occupazione non aumenta più e la disoccupazione resta elevata o continua ad aumentare”. Il costo per ridurre l’inflazione La recessione è lo spettro che oggi si aggira sul mercato e che punirà tutti coloro che ignorano, o non vogliono accettare il fatto, che nella storia i mercati finanziari crescono tra ribassi e rialzi poiché ciò fa parte della sua “natura”. Tutti coloro che si aspettano di guadagnare investendo senza incorrere in periodi di crisi, o sono folli oppure sono stati ingannati da chi ha parlato loro di investimenti senza rischi e perennemente in crescita. Fortunatamente per me tutti coloro che mi leggono sanno che investire è qualcosa che richiede tempo, pazienza, conoscenza, non da ultimo anche solidi e concreti obiettivi da realizzare. Naturalmente il rischio è di interrompere prima del tempo un investimento la cui durata non può che essere proporzionale al rischio assunto. Questi sono gli elementi che aiutano l’investitore nei momenti di crisi del mercato come quella che stiamo vivendo. Ormai abbiamo tutti preso consapevolezza che la Fed ha dichiarato l’inflazione come il pericolo più grande contro cui combattere, soprattutto in una economia globalizzata come l’attuale. E ciò va fatto anche a costo di innescare una recessione: l’obiettivo dichiarato dalla Fed è di riportarla intorno al 2% il prima possibile. Quanto dura una recessione A questo punto sono due le domande che l’investitore si deve porre per affrontare con sufficiente consapevolezza questa crisi. Come al solito però, sapendo che non si può prevedere il futuro, proviamo a trovare spunti per agire, partendo dall’osservazione del passato, traendo dall’insegnamento che la storia ci consegna le nostre motivazioni per continuare il nostro viaggio. La prima riguarda la durata delle recessioni nella storia; la seconda attiene invece agli impatti che hanno sul mercato. Utilizzerò come prima risposta e per semplicità espositiva, i dati relativi al mercato Usa, limitando l’analisi soltanto alla mediana e ai picchi raggiunti. Nel primo caso una tabella tratta dal Sole 24 Ore OnLine, contenuto nell’articolo“Quanto tempo occorre per sconfiggere l’inflazione?”, a firma di Vito Lops, ci indica che dal 1923 al 2023 la Fed è intervenuta ben 11 volte per raffreddare l’economia con un aumento dei tassi. Il tempo medio per ridurre l’inflazione con l’obiettivo dichiarato del 2%, è stato di 16,2 mesi. Gli estremi sono i 41 mesi del 1981, con una discesa dal 14,8% al 2,5%, contro i 5 necessari nel 2008 per una riduzione dal 5,6% al -2,6%. Lascerò per brevità espositiva che siano i lettori a scoprire i dati intermedi riportati nella tabella. Da ciò otteniamo la risposta che volevamo e anche qualcosa di più: dalle recessioni si esce sempre, soprattutto in tempi non particolarmente lunghi. L’impatto sul mercato La risposta sul quanto invece possa incidere sui listini azionari una recessione ci viene dalle due tabelle successive, che ci mostrano il volto del passato. Entrambe sono tratte dal blog INVESTIRE CON BUON SENSO. In un interessante post dal titolo “Le recessioni fanno bene alle borse”, Lorenzo Biagi ci aiuta nel nostro intento. Scopriamo così che in un periodo di quasi un secolo (1929 – 2020) una recessione può fare subire al mercato ribassi mediamente del 39% che possono durare sino 12,8 mesi, con punte estreme massime del -86%, registrata una sola volta durante il famoso crollo di Wall Street del 1929, con una durata di periodo pari a 25,7 mesi, e minime del -19,9%, come è accaduto in occasione dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, con una durata flash di meno di 3 mesi, sempre che di recessione si possa parlare in questo caso. Da questi dati dobbiamo scorporare quanto accaduto nel 2020 in occasione della pandemia: si è registrata una discesa del -34% circa, risolta però in poco più di un mese, ma in assenza di una vera e propria recessione. Comunque rileviamo che in ogni caso la ripresa del mercato è SEMPRE e COMUNQUE ARRIVATA! Una seconda tabella stimola la nostra attenzione suggerendoci di non vendere nelle fasi di ribasso. Da inizio anno il mercato USA ha registrato una perdita di circa il 22% e siamo in attesa di una recessione annunciata per ridurre l’inflazione. I dati contenuti nell’analisi  ci insegnano che nel periodo 1948 – 2020, durante le fasi precedenti ad una recessione, il mercato è stato negativo nel 58% dei casi mentre si scende al 50% nel durante. Nei periodi successivi invece, il dato è confortante poiché ci rivela come solo nell’8% di casi il mercato sia stato negativo. In particolare ad un anno il passato ci insegna che non ci sono mai stati ribassi, ma solo rialzi. Conclusioni Per concludere, non possiamo dimenticare che ciò che è stato appena detto appartiene al passato  e dobbiamo arrenderci all’evidenza che ogni recessione ha avuto ed avrà il suo andamento, unico e diverso da tutti quelli che l’hanno preceduta. La verità su ciò che ci aspetta la scopriremo solo quando saremo usciti da questa fase ampiamente ribassista. Tuttavia, con un poco di fantasia e di visione ottimistica fondata sull’esperienza, proviamo solo per un istante ad immaginare il rammarico di chi, avendo ceduto alla tentazione di liquidare i propri investimenti, si ritroverà suo malgrado prima o poi a vivere la prevedibile fase di ripresa, incerta nel quando ma non nel se. L’alternativa sarebbe quella di accettare uno scenario distopico mondiale fatto di stagnazione e depressione globale. Vogliamo davvero credere che questo sarà il futuro che ci attende?

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QUANTO DURERÀ ANCORA L’ATTUALE FASE DI RIBASSO?

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 19.09.2022

Capita sempre più spesso che chi investe soffra per lo stress causato dai ribassi, nel timore che questi continuino all’infinito. La mia esperienza mi ha insegnato che la pazienza è la migliore arma di difesa in momenti simili a quelli che stiamo vivendo. Tuttavia, ogni volta che un mercato scende, nonostante l’esperienza maturata, siamo comunque tutti preda dell’ansia di conoscere quanto potrà durare la discesa. I miei lettori più attenti sanno che io non ho la risposta. Posso solo limitarmi a ripetere che ad ogni ribasso segue sempre un rialzo, essendo ignoto il quando, non il se! L’ERRORE DI INVESTIRE CON “L’ANSIA DA PRESTAZIONE” Ammettiamolo però, lo stress è notevole ed aumenta ogni giorno che passa. Questo è il motivo per cui bisogna smettere di controllare GIORNALMENTE l’andamento del nostro capitale investito, perché altrimenti ci si potrebbe fare del male. L’ansia da prestazione, conseguenza di un controllo ossessivo, può minare alle fondamenta la fiducia e le convinzioni dell’investitore più resiliente! Se si sono scelti gli strumenti giusti, investendo in un mercato dotato di efficienza, con una giusta diversificazione e con un tempo coerente, scegliendo un rischio specifico sulla base delle proprie preferenze, diventerà impossibile perdere e il guadagno diventerà solo una questione di tempo. Ormai anche questo sappiamo, a meno che … non si decida di cedere alla paura, nell’erronea convinzione che il periodo a cui si era pensato inizialmente sia diventato improvvisamente troppo lungo e quel denaro sia ORA diventato assolutamente necessario. E questa scusa è la dichiarazione più evidente che il panico sta per sopraffare la nostra motivazione a resistere!   Prima di passare ai numeri, necessari per rispondere alla domanda da cui siamo partiti sulla lunghezza dei ribassi, volevo sommessamente ricordare che quando qualcuno decide di vendere, altri comprano. Bisognerebbe sforzarsi di risolvere questo delicato enigma se il folle sia chi compra e il furbo chi vende, ovvero sia vero il contrario. Mi rendo conto solo ora di quanto questa risposta possa essere ritenuta pleonastica ai più, dato che la storia ci conferma sempre che il furbo è chi paga poco qualcosa che qualcuno ha pagato molto e di cui si vuole disfare, pur non avendo affatto bisogno di quel denaro. Poi magari chi ha venduto ricomprerà quel bene quando i prezzi saranno ritornati almeno al livello iniziale, rendendo ricco chi era stato ritenuto folle per avere comprato al ribasso! LA LUNGHEZZA DEI RIBASSI NELLA STORIA Sono debitore di una risposta e per questo userò una tabella pubblicata il 10 settembre scorso sul blog di Charlie Bilello, Amministratore Delegato di Compound Capital Advisors. Nel post dal titolo How the Worst Market Timer in History Built a Fortune, pubblicato su compoundadvisors.com il 10 settembre scorso, Bilello ci racconta dell’esperienza di investimento di due fratelli gemelli con abitudini opposte, che avranno la sorpresa di avere due risultati diversi alla fine dello stesso periodo di investimento. A noi però qui non interessa parlare del racconto, del quale consiglio vivamente la lettura, quanto piuttosto prendere a prestito i dati per supportare il nostro discorso.   Come si può facilmente notare, dall’agosto 1956 sino al marzo 2020 abbiamo avuto sul mercato Usa, di conseguenza per proprietà transitiva anche su molti altri, periodi più o meno lunghi. Si va infatti dai 31 mesi del periodo marzo 2000 - ottobre 2002, a quello più corto e a noi più vicino, la cui durata è di un mese soltanto dal febbraio 2020 al marzo 2020. Lascerò quindi ai miei pazienti lettori il compito di osservare le altre date e i ribassi generati, sottolineando con forza che chi ha investito sui minimi è colui che è risuscito a cogliere al meglio l’opportunità che il mercato ha offerto. Certo è facile parlare affidandosi all’esperienza del senno del poi, ma chi ha vissuto quel periodo senza avere approfittato di quelle opportunità, certamente ricorda con profondo rammarico la scelta dettata dalla paura, di non avere investito! MA QUESTA VOLTA È  DIVERSO! Per concludere mi sia concessa una riflessione specificatamente rivolta a tutti coloro che, mentre leggono le mie parole, sentono una flebile ma decisa vocina che sussurra loro “questa volta è diverso!”. Ditemi, non è che per caso la sentite anche voi? Confesso che io stesso l’ho sentita, ma non era così flebile perché talvolta era urlata da qualche cliente nel corso della mia trentennale carriera. Volete sapere quante volte? Provo a riflettere sulla mia esperienza mentre guardo la tabella sopra riportata e rispondo: l’ho sentita nel luglio del 1990 e in quello del 1998, per poi ripetersi nel marzo 2000 e nell’ottobre del 2007. Per venire a periodi a noi più recenti l’ho sentita nel settembre 2018 e nel febbraio 2020. Io c’ero nelle date indicate dalla tabella e anche in molte altre occasioni. Sono sicuro che anche molti di voi ricordano molto bene quei momenti in cui la paura tentava di prendere possesso delle nostre emozioni.   UNA PROVOCAZIONE Oggi questa voce IO la sento ancora forte e chiara, e chissà se davvero questa volta sarà diverso. Tuttavia volevo lasciarvi con una domanda: e se non fosse diverso, siete disposti a rischiare di perdere una così ghiotta occasione, l’ennesima offerta per comprare ai minimi, per poterne coglierne i frutti in un momento che potrebbe non essere troppo lontano nel tempo? I numeri per rispondere alla domanda iniziale sono stati dati. Tuttavia la scelta del comportamento che consegue alla mia provocazione spetta invece a ciascuno dei miei lettori!

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IL PROFONDO MARE DELLE PREVISIONI FINANZIARIE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 13.09.2022

Con la ripresa dei lavori volevo condividere un breve pensiero, che nasce da un recente incontro con un cliente molto preoccupato per l’attuale situazione dei mercati finanziari. Il suo problema sono gli  investimenti sottoscritti che (solo) apparentemente sembrano non rispondere alle sue aspettative, soprattutto in questa fase storica dove sembra che l’intero mondo stia procedendo a larghi passi verso una situazione di instabilità. Per questo motivo mi ha chiesto una previsione sui tempi di uscita dalla condizione di stress che dura ormai da mesi. Chi mi legge sa che io non elaboro previsioni e nemmeno mi fido di tutti coloro che ne fanno. Ogni giorno tutti noi siamo immersi nel profondo mare delle previsioni, alla ricerca di qualcosa che aiuti ad allentare la morsa delle nostre incertezze (elezioni politiche, mercati finanziari, costo dell’energia, inflazione, futuro occupazionale). A questo riguardo e semplificando, ricordo che anche la Fed e la Bce hanno sbagliato ogni previsione sull’andamento dell’inflazione. E se sbagliano i banchieri centrali, figuriamoci tutti gli altri! In verità l’unica risposta a questa domanda sta nel cercare di riportare l’attenzione sull’obiettivo per il quale la scelta di investire era stata presa. Non ci stancheremo mai di ripetere che i mercati non sono destinati a scendere per sempre: la loro tendenza è da sempre quella della crescita. Certamente ci sono mercati e mercati ma quelli migliori, sui quali qui non voglio indugiare, evitando di annoiare, hanno questa qualità intrinseca.   FORTUNA, COMPLOTTI ED ERRORI NEGLI INVESTIMENTI   La verità è che bisognerebbe smettere di pensare all’andamento degli investimenti come se fossero sempre condizionati dall’effetto della fortuna o da movimenti occulti di pochi potenti, che ne condizionano gli esiti per trarne profitto. Altro punto da tenere considerazione è quello del cosiddetto market timing, del quale abbiamo già parlato molto. Qui mi limiterò a ricordare che sbagliare il momento di uscita e di entrata potrebbe compromettere irrimediabilmente l’esito del sacrificio che passa per il nostro investimento. Sappiamo comunque che fa parte della natura umana cercare la certezza del risultato, tra l’altro cosa non sempre possibile. Il nostro futuro non è sempre caratterizzato da certezze, specialmente in tutte quelle attività il cui potere di controllo non dipende direttamente dalle nostre azioni, ma piuttosto da tutta una serie di variabili indipendenti dalla nostra volontà. Lo sono ad esempio le previsioni sulla durata della nostra vita e del nostro stato di salute, così come lo sono gli imprevisti che possono accadere durante un viaggio. La stessa cosa vale per l’andamento dei nostri investimenti. Quando una (improvvisa) pandemia ovvero una (non prevedibile) fiammata dell’inflazione cominciano a minare profondamente le nostre certezze, l’unica strada possibile è quella di avere adottato preventivamente tutte le cautele necessarie per affrontare l’imprevisto (strategia) salvo poi eventualmente valutare come comportarsi (tattica) durante il loro accadimento. Certamente vivere in questo regime di incertezza non significa che a questo non ci sia rimedio, con la conseguente tendenza ad assumere sempre un atteggiamento di pura rassegnazione al fato. Infatti, per continuare nell’esempio, possiamo sempre adottare un sano comportamento alimentare per ridurre sensibilmente i rischi di una malattia; allo stesso modo le probabilità di subire un grave incidente in autostrada subiranno una drastica riduzione se rispettiamo tutte le norme di sicurezza richieste. Tutto ciò significa che se la certezza non è raggiungibile, ci si potrà accontentare di un alto grado di probabilità di ottenere quanto ci aspettiamo accada. Se qualcosa non dipende da noi certamente possiamo scegliere di aumentare le probabilità che le nostre aspettative vengano realizzate.   L’ILLUSIONE DELLE CERTEZZE NEGLI INVESTIMENTI   Venuta meno la certezza dei risultati d’investimento a cui gli italiani erano stati abituati (alto rendimento con la chimera del rischio nullo), tutto è sembrato diventare improvvisamente più pericoloso. Eravamo stati illusi che il basso rischio e gli alti rendimenti fossero la normalità, quando invece sono sempre stati l’eccezione. Così improvvisamente la paura di investire è diventata in alcuni momenti l’unica regola da seguire, che imponeva di non decidere quando le cose sembrano andare male. Tuttavia non bisogna perdere la capacità (e l’abitudine) di accettare quando si investe (e non si specula!) le regole del gioco. Si possono costruire portafogli che possono dare ampie garanzie di risultato, a patto di farlo usando le migliori conoscenze, le competenze e tutti quei comportamenti che storicamente e scientificamente hanno fornito ampie garanzie (mai certezze!) di risultato.   LA STRADA MAESTRA QUANDO SI INVESTE   Proprio per questo sono sempre solito ripetere che un portafoglio deve essere costruito seguendo una linea guida che ormai tutti conoscono o che tutti dovrebbero seguire: una buona diversificazione con una scelta coerente di strumenti di investimento, combinati seguendo regole scientifiche, soprattutto tenendo conto delle personali preferenze di rischio - rendimento, nel rispetto assoluto del periodo di tempo che si è scelto per investire. Tutto ciò non può che aumentare le probabilità di successo. È questa la strada da seguire senza lasciarsi sconfiggere dalla diffidenza o dalla paura, poiché non c’è niente di peggio nel campo degli investimenti che nascondere la testa sotto la sabbia, scegliendo di non decidere. La storia dei mercati ci ha ormai ampiamente dimostrato che è proprio questo l’atteggiamento che ha le più ampie probabilità di aumentare l’incertezza nelle nostre scelte d’investimento, proprio come quando, davanti ad un bivio, si decide di fermarsi anziché scegliere una direzione per proseguire il viaggio perché spesso sbagliare direzione è meno grave che rimanere fermi in attesa di qualcosa che forse non avverrà mai, che ci riporta ancora inesorabilmente in quello della probabilità..  

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SPECULARE NON È INVESTIRE

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 05.08.2022

Spesso gli investitori si chiedono se sia opportuno inserire nel portafoglio cripto valute o diamanti, magari spinti dalla sollecitazione di un amico, di un servizio giornalistico o di un esperto di finanza, che suggeriscono come vincenti approcci basati sull’acquisto di qualcosa di non convenzionale o di non conosciuto. Non per questo possono essere considerati a riguardo come degli speculatori. A questo riguardo bisogna sempre tenere ben presente la differenza tra speculare e investire. L’economista Benjamin Graham nel secolo scorso aveva suggerito che per speculazione si può intendere ogni operazione finanziaria che garantisce la relativa sicurezza del capitale investito e un adeguato ritorno; tutto ciò che non rientra in questa definizione di investimento può essere considerata speculazione. Figura perfetta di speculatore è il trader, che prova a trarre un guadagno in conto capitale sfruttando i disallineamenti tra il prezzo di acquisto e il prezzo di vendita di un determinato strumento finanziario. Fattore determinante è sempre il tempo, la cui misurazione nel caso dell’investimento avviene per periodi di latenza molto lenti spesso calcolabili in anni, mentre così non è nella speculazione, dove si eseguono operazioni in secondi, minuti, ore, giorni o poche settimane. Nell’investimento il tempo diventa così un ottimo alleato, ponendosi come un fondamentale elemento strategico, necessario per l’ottenimento di risultati attesi in presenza di rischi attenuati. Lo speculatore invece mette a rischio il capitale con l'intenzione di mantenere una posizione solo per un breve periodo prima di uscire: si specula per ottenere guadagni molto elevati in tempi molto limitati. Tuttavia può esserci speculazione anche quando gli strumenti finanziari non vengono usati nel giusto modo. In tal caso il problema è capire se l’investitore ne è consapevole oppure è stato vittima di un terribile malinteso. In questo caso non sarà possibile parlare di investimento e nemmeno di speculazione ma di altro, con possibile rilevanza civile e penale.   PIANIFICARE PER INVESTIRE   Investire e speculare sono quindi operazioni diverse che si svolgono sullo stesso mercato finanziario. Chi partecipa a questo gioco deve sapere che le regole sono diverse e per questo troppo spesso, viene fatta confusione tra speculatore e investitore. Tali contraddizioni comportamentali, che insorgono quasi sempre durante le fasi di mercato negativo, evidenziano come per speculare sia necessario essere consapevoli di ciò che si sta facendo. Un esempio potrà chiarire cosa intendo dire: “Se io avessi saputo che investire significava arrivare a perdere il 30% di quanto investito, di certo non avrei scelto questo momento e avrei aspettato ancora qualche mese”, disse molti anni fa un mio cliente, il quale aveva avuto nel 1999 la sfortuna di entrare sul mercato, pochi mesi prima che si scatenasse la bolla delle dot-com. Infatti mi aveva accusato di non avere previsto quel crollo che aveva travolto l’intero settore finanziario. Tuttavia dalla mia parte c’era la consapevolezza di avere ampiamente spiegato che i ribassi sul mercato sono possibili e non così rari come si crede. Per questo devono sempre essere considerati come eventi possibili, da mettere sempre in conto. La paura aveva fatto dimenticare al cliente che quel suo capitale era stato investito con l’obiettivo di acquistare una seconda casa, sita in una importante località marina. Fattore determinante però era che la spesa per la casa era prevista al momento del suo pensionamento: a quella data mancavano ancora 12 anni. C’era infatti tutto il tempo per rimediare a quel ribasso, essendo l’investimento appena cominciato. In realtà quella che si era presentata come una situazione negativa poteva essere sfruttata come una fantastica opportunità per comprare al ribasso, prima della risalita. Il cliente aveva deciso poi di accettare il suo ruolo di investitore (un rischio, un tempo dato, un rendimento atteso per il raggiungimento di un importante obiettivo), riuscendo così a sfuggire al pericolo di uscire dal mercato nel momento sbagliato. Non eravamo entrati sul mercato per speculare sfruttando le situazioni del momento quanto per pianificare un risultato nel tempo!   LA STORIA E I SUOI INSEGNAMENTI   Sappiamo ormai molto bene che sui mercati finanziari non esistono certezze e le previsioni non hanno la capacità di autorealizzarsi se non con relativa casualità. Nel luglio 2007, dopo la crisi del dot-com durata 2 anni, dopo un periodo di relativa calma con bassa volatilità, sui mercati si scatenò la tempesta perfetta che, partita con la crisi americana dei sub prime, si palesò l’anno successivo con il fallimento di Lehman Brothers. In quei momenti il cliente di cui stiamo parlando, aveva perfettamente compreso il concetto di pianificazione finanziaria e della sua importanza strategica in un investimento, dove le correzioni tattiche servono per aumentare il guadagno, non solo per ridurre le perdite. Ciò fu determinante per il felice esisto del rapporto tra consulente e cliente. Avendo guadagnato abbastanza dopo il rialzo del mercato post crollo del Nasdaq, avevamo cominciato a ridurre il rischio, consapevoli di avere già guadagnato molto. A quel punto eravamo pronti per affrontare quel nuovo periodo di crisi, con la liquidità sufficiente per acquistare sul mercato azioni ed obbligazioni ancora con prezzi scontati, facendo bene attenzione a non perdere di vista l’obiettivo di acquistare la casa al mare in un dato momento, ormai non troppo lontano. L’inevitabile risalita dei mercati cominciò a metà del 2009, molto prima comunque della scadenza del periodo. Anche in questo caso non avevamo speculato ma solo sfruttato i ribassi del momento per trarne profitto!   CONSLUSIONI   La speculazione è di fatto quindi una scommessa il cui esito può essere ampiamente positivo o negativo. Investire è invece qualcosa di molto più ragionato e studiato, soprattutto deve essere voluto e consapevolmente accettato. Se speculo accetto il rischio che la scommessa possa essere anche persa con gravi perdite. Da qui deriva una verità che non può essere discussa: l’investitore o lo speculatore devono essere consapevoli delle scelte che fanno per non trovarsi nella condizione di disconoscere quello che stanno facendo. Per questo il legislatore europeo ha imposto l’uso del questionario Mifid, strumento necessario e fondamentale per fare acquisire consapevolezza sia quando si specula che quando si investe.

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L’IMPORTANZA DELLA PIANIFICAZIONE FINANZIARIA

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 28.07.2022

Quando si parla di investimenti una tra le parole più ricorrenti è OBIETTIVO. Questo teoricamente dovrebbe rappresentare il motivo per il quale quel denaro viene sottratto al consumo. In realtà l’investimento deve essere considerato propriamente prima del consumo, cioè come quel denaro che nel tempo sarà in grado di soddisfare esigenze presente e future, scelte fondamentali prioritarie per l’individuo o la per la famiglia. Proprio per questo investire dovrebbe rappresentare una scelta finalizzata alla soddisfazione di un bisogno, non semplicemente il posizionamento di un surplus finanziario. Lo sono ad esempio l’acquisto di una casa, il denaro necessario per fare fronte al costo da sostenere per gli studi di un figlio o ancora, la somma necessaria per anticipare il pensionamento. Semplificando, investire è intraprendere un viaggio e tutte le variabili principali devono essere il più possibile scandagliate e definite, in modo da evitare di commettere errori.   USO DELLA PIANIFICAZIONE FINANZIARIA   Ma cosa significa e a cosa serve pianificare un investimento? Per rispondere a queste domande possiamo partire da una delle definizioni che possiamo facilmente trovare cercando sui motori di ricerca web, tuttavia per chi scrive, pianificazione finanziaria è il processo cognitivo che porta un investitore ad analizzare e riconoscere i bisogni propri e della sua famiglia, cercando di progettare presente e futuro in modo puntuale e definito, riducendo al minimo gli aspetti non oggettivi, che non dipendano cioè dall’espressa volontà dell’investitore. Il difficile quando si parla di ciò, è riuscire a ben delineare quelli che sono i reali bisogni, facendo attenzione a non confonderli con semplici desideri. Questi infatti non necessitano di una specifica quantificazione temporale (un giorno mi piacerebbe avere una casa al mare) o del quantum necessario per la sua realizzazione (chissà quanto mi servirà?), a differenza di quanto invece è necessario fare quando l’identificazione di un obiettivo diventa elemento determinante e fondante per la sua concretizzazione (es. tra 5 anni voglio acquistare una casa a Rimini, che costerà intorno ai 200mila euro). Per questo il peso del desiderio è infatti di molto inferiore rispetto a quello di un obiettivo, che per definizione necessita di una seria rappresentazione oggettiva e quantificabile nei suoi elementi principali. In definitiva è come se questo fosse solo un sogno ad occhi aperti la cui realizzazione dipende solo dalla volontà di realizzarlo, passando quindi all’azione.   DEFINIZIONE DEGLI OBIETTIVI   La cosa più difficile è invece proprio quella di riconoscere quello che si vuole per sé o per la propria famiglia in modo specifico e in un determinato periodo di tempo. Ecco che gli elementi fondanti sono rappresentati dalle parole cosa, quanto e quando. Va da sé naturalmente che bisogna che ci sia consapevolezza che quel risultato sia raggiungibile e non diventi semplicemente un tentativo di realizzare qualcosa che è davvero impossibile. Ciascun obiettivo lontano o vicino nel tempo necessita di una sua propria definizione, che non può che passare per una quantificazione. Senza questo elemento si dovrà necessariamente parlare solo di desideri. Quando si investe, soprattutto in caso di mercati negativi, un desiderio offre all’investitore minore motivazione per resistere in caso di violenti ribassi, determinando una minore capacità di evitare l’errore di liquidare l’investimento. Quando si investe, soprattutto in caso di mercati negativi, un desiderio offre all’investitore minore motivazione per resistere in caso di violenti ribassi, determinando una minore capacità di evitare l’errore di liquidare l’investimento. Un vero obiettivo ha viceversa meno motivi per essere “smontato”: garantire al proprio figlio il capitale necessario per frequentare una delle migliori università al compimento del 19 anno di età, ha meno probabilità di essere liquidato, rispetto al semplice sogno di vederlo laureato in un futuro più o meno lontano.   LE REGOLE DA SEGUIRE   Naturalmente la premessa necessaria è che la pianificazione dell’investimento avvenga seguendo alcune semplici regole che sono l’esplicitazione del questionario Mifid, che ogni investitore deve compilare prima di procedere all’investimento. In questo sono contenuti i limiti di azione entro i quali si può costruire un solido portafoglio, in grado di ottenere il risultato atteso. In un mondo finanziario dove sappiamo che le certezze sono solo chimere, diventa assolutamente necessario fare in modo che tutto il processo di investimento sia vincolato all’obiettivo, oltre che alle condizioni soggettive e oggettive di ogni singolo investitore e alle sue preferenze (tempo, rischio, preferenze d’investimento, situazione finanziaria famigliare o personale, ecc.). Solo in questo modo si potrà verificare se c’è coerenza tra l’obiettivo dichiarato, la situazione patrimoniale dell’investitore e la probabilità di ottenere quanto ci si prefigge mediante tale pianificazione.   LE DOMANDE NECESSARIE   Per tracciare la rotta ottimale del proprio investimento, quel percorso che consente di procedere riducendo al minimo la possibilità di imbattersi in sorprese o deviazioni, è sempre necessario prendere consapevolezza di quanto si sta per fare. Alcune domande preliminari possono aiutare per la definizione di ciò di cui stiamo parlando, tenendo sempre in considerazione che la finanza non è certezza e che i cigni neri esistono, potendo per questo mettere in crisi anche l’investitore più preparato. Infatti un corretto processo di investimento non elimina l’incertezza del risultato ma ne aumenta enormemente la probabilità di successo. Rispondere correttamente diventa così un buon punto di partenza per il viaggio che si sta per intraprendere, in modo da evitare il più possibile di incorrere negli errori dovuti a bias comportamentali, che spesso sono generati in particolare da una non precisa definizione dell’obiettivo stesso. Di seguito alcune delle domande necessarie per la definizione di un reale obiettivo di investimento a cui bisogna rispondere prima di investire:   · Il risultato del mio investimento a cosa sarà destinato? · Tra quanto tempo il capitale dovrà essere impiegato? · Quale è il rendimento minimo che dovrò conseguire per avere le risorse sufficienti per realizzarlo?  · Quanto peso ha quell’obiettivo di investimento rispetto ad altri e cosa sono disposto a tralasciare o sacrificare pur di raggiungerlo? · Ho particolari preferenze nella scelta degli strumenti finanziari che userò?   CONCLUSIONI   Ciò di cui abbiamo parlato non elimina totalmente il rischio che qualche variabile possa dover essere corretta, tuttavia  tracciando una precisa rotta da percorre, consente di iniziare quel viaggio chiamato investimento con la più alta probabilità di raggiungere il risultato atteso. Pertanto la cosa importante è quella di individuare e riconoscere le reali motivazioni che ci spingono ad investire poiché, senza una loro precisa identificazione, ogni investimento potrebbe essere a rischio fallimento.  

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