Federico Pani

MoneyController

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Quali opportunità nell'investire in Etf?

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  • Prodotti finanziari
Scritto il 19.03.2018

Un inizio di anno fortunato, in Europa, per gli Etf: 13,4 miliardi di euro raccolti a gennaio e 7,6 a febbraio, il miglior risultato di sempre per il primo bimestre annuale. Sul mercato italiano, gli Etf (sciogliendo l’acronimo: exchange-traded fund) sono circa un migliaio. Questa forma di risparmio, nominata “passiva”, è detta tale perché replica l’andamento di una determinata classe di investimento finanziario (obbligazioni, azioni, ma anche divise estere, metalli preziosi e risorse naturali) o, soprattutto, un determinato indice borsistico di mercato (come, ad esempio, Mib, Down Jones o FTSE). Rispetto alla gestione attiva, il cui margine operativo di chi amministra rende possibile un andamento diverso rispetto all’indice, l’investitore non deve aspettarsi sorprese: sa fin da subito che i soldi che ha investito resteranno ancorati alla replica di quell’indice o asset class. Una delle ragioni che spiega il successo degli Etf è senz’altro la semplicità d’investimento: i fondi offrono la possibilità di prendere posizione sul mercato azionario – cioè acquistare un intero portafoglio di titoli – attraverso una sola operazione di acquisto o vendita avvalendosi di un consulente, una banca o una società di intermediazione mobiliare; il fondo, infatti, è negoziabile in borsa come qualsiasi comune titolo azionario. Inoltre, non vanno sottovalutati i costi di gestione. Secondo una stima di Money Farm, «il costo di gestione di un ETF difficilmente supera lo 0,5%, mentre quello di un fondo attivo supera il 2%»: non sono previsti infatti costi di performance, di entrata e di uscita, ma un costo di gestione complessiva che, in media, ogni anno, è meno di un quarto rispetto ai fondi gestiti attivamente. Non è difficile capire perché il fondo Etf venga anche chiamato “clone finanziario”. Consideriamo, per esempio, il profilo dei rischi. Quest’ultimo, che dipende anche dal grado di diversificazione degli investimenti, ancora una volta rispecchia quello dell’indice di mercato: nei portafogli Etf si replicano esattamente i titoli che compongono gli indici di riferimento, ricreandone percentualmente gli elementi che lo compongono. Per dirla in modo ancora più chiaro: l’andamento dell’Etf è lo stesso tracciato dall’andamento dell’indice. Da questo punto di vista, la gestione attiva ha il vantaggio di poter porre rimedio, laddove possibile, all’andamento negativo di un mercato o di un asset class, modificando per esempio la composizione interna del fondo. Flessibilità, semplicità e trasparenza sono gli aspetti che rendono gli Etf sempre più appetibili. A ciò va aggiunto il fatto che, come forma di sicurezza, il patrimonio dei fondi è separato da quello delle società d’investimento che li gestiscono e regolato da market maker primari e secondari (le autorità di mercato) a garanzia della liquidità degli investimenti. Certo un costo aggiuntivo potrebbe essere implicato proprio da una strategia di consulenza per mettere al riparo i propri risparmi dall’andamento infausto dei mercati; così come preclusa è la possibilità di approfittare ancor di più degli andamenti favorevoli del mercato, attraverso una gestione attiva.

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Amazon guarda al Fintech per sviluppare nuovi servizi finanziari

Scritto il 12.03.2018

L’approdo di Amazon alla fornitura di servizi finanziari si avvicina: secondo il Wall Street Journal, Jeff Bezos e il CEO di JP Morgan, Jamie Dimon, sarebbero in trattativa per dare la possibilità agli utenti di aprire un conto corrente sulla piattaforma e-commerce. I vantaggi prospettati da Bezos, che già in passato si è mostrato interessato a sviluppare maggiore autonomia finanziaria, sono almeno due, lato clienti e corporate. Molti utenti, millennials in prima linea, infatti, non dispongono di un conto in banca e sarebbero ben contenti di poterne creare uno ad hoc per la piattaforma e-commerce, senza dover per forza passare attraverso gli istituti di credito tradizionali e fisici. In particolare, secondo Lendedu, che offre un servizio di prestiti e di rifinanziamento agli studenti oltreoceano, il 45% degli intervistati sarebbe favorevole. Da parte sua, Bezos vedrebbe abbattersi i costi per i servizi di transazione e semplificherebbe le operazioni di pagamento. È vero: ai clienti Amazon è già data la possibilità di pagare con carte di debito (Amazon Cash negli Usa e Amazon ricarica in cassa, in Italia) o di credito da lei fornite: la carta di credito, in particolare, è stata sviluppata, guarda caso, proprio con JP Morgan – e vale la pena ricordare che la partnership tra i due colossi americani risale almeno al 2002. Peraltro, Amazon offre già la possibilità di pagare su altre piattaforme e-commerce con il servizio Amazon Pay. L’accelerazione di Bezos sul lato finanziario è testimoniata anche dall’accordo siglato a metà febbraio con Bank of America Merrill Lynch. Obiettivo: allargare le possibilità di Amazon Lending, programma di credito rivolto alle imprese, capace di erogare prestiti tra i 1.000 e 750.000 dollari. Ma la strategia di Amazon non è quella di costituirsi come banca: non ne avrebbe il diritto e nemmeno la forza; piuttosto, l’intenzione è quella di offrire ai grandi colossi finanziari una partnership per lanciare nuove forme di servizi fintech, targati Amazon. Difficile dire a cosa assomiglierà Amazon, nel futuro. Di fatto, insieme ad Alibaba, costituisce già il più grande centro commerciale online al mondo, capace di offrire, in futuro, servizi bancari e forse anche sanitari: sempre i CEO di Amazon e JP Morgan, insieme a Warren Buffet, presidente e CEO di Berkshire Hathaway sembrano intenzionati alla creazione di un’assicurazione sanitaria. Più che un centro commerciale, quindi, un’enorme città: ma, data la nota regola dell’economia di rete, e cioè che winner-takes-all market (chi vince prende tutto), se tutto dovesse andare come previsto, Amazon rischia di trasformarsi in una gigantesca città, allo stesso tempo globale e virtuale.

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Come utilizzare al meglio il software finanziario online di MoneyController per la costruzione di un portafoglio titoli

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  • Software finanziari online
Scritto il 08.03.2018

Qualunque risparmiatore sa bene quanto sia difficile scegliere il titolo giusto e, ancor più, quanto possa essere un’impresa arrivare, da solo, a costruire un portafoglio titoli ideale. Gratuito, semplice da usare e, soprattutto, capace di creare un portafoglio titoli: è questo il biglietto da visita con cui MoneyController si presenta all’investitore sul web. Servendosi di un calcolatore online presente sulla piattaforma, infatti, il risparmiatore può inserire e analizzare i propri investimenti, consultare il rendimento atteso, il rischio del portafoglio e, usando una funzione specifica, ottimizzare la composizione dei titoli. E tutto ciò, farlo da solo, o meglio, in piena autonomia. Se ci si chiede se servano competenze specifiche per poter usare il calcolatore di MoneyController, la risposta è no: non è necessario essere degli esperti di finanza. Il portale usa un linguaggio semplice per spiegare indicatori di rischio complessi, usati dai professionisti della finanza ogni giorno. Nel caso di investimenti affidati a più gestori, grazie a MoneyController, il risparmiatore può creare un portafoglio globale del suo investimento e ricavarne un dato complessivo: in questo modo, le scelte di un gestore saranno correlate con le scelte dell’altro e la visione sugli investimenti, completa. MoneyController è dotato anche di un data base con oltre 30.000 titoli (Fondi Italiani ed Esteri autorizzati, ETF, Fondi PIR, Azioni Italiane ed estere) aggiornati quotidianamente. Le serie storiche hanno una profondità di cinque anni e i titoli sprovvisti vengono comunque "mappati" su indici di riferimento. Già, ma in che senso è possibile ottimizzare un portafoglio titoli personale? Per prima cosa, ottimizzare un portafoglio significa ottenere un rapporto rischio/rendimento ottimale, ovvero: a parità di rischio, ottenere un portafoglio con il rendimento maggiore; oppure, a parità di rendimento, il portafoglio con il rischio più basso. Avere, insomma, quello che si definisce un portafoglio “ottimo”. In finanza, per ottimizzare i portafogli vengono utilizzati dei modelli matematici; MoneyController utilizza il modello di Markowitz, uno dei più noti. Tutti i portafogli ottimi, cioè quei portafogli calcolati secondo questo modello, si posizionano su una curva detta "Frontiera efficiente". Veniamo ora a come usare il calcolatore di MoneyController per creare un portafoglio di titoli reale o virtuale. Per farlo, basta scegliere i titoli che si vogliono inserire nel portafoglio da analizzare, selezionandoli tra quelli già presenti nel data base. A questo punto, è necessario attribuire un peso o un controvalore ad ogni titolo all’interno del portafoglio e indicare i parametri del massimo rischio che si vuole sostenere, nonché il rendimento atteso. Una volta creato il portafoglio, lo si può salvare, con il vantaggio di poterne sempre consultare i valori aggiornati. La funzione “ottimizza” mostra il portafoglio con il miglio rapporto rischio/rendimento, quello cioè che più si avvicina ai limiti di rischio indicati, ripesando gli stessi titoli che si sono inseriti. Non solo: ricordate la curva matematica detta “frontiera efficiente”? Bene, la funzione mostra anche dove si posiziona il portafoglio rispetto alla frontiera efficiente. Infine, per completare il quadro, all’investitore è data la possibilità di visualizzare uno scenario a rendimento variabile: in altre parole, mostra altri dieci portafogli ottimizzati, ordinati per rendimento crescente, tutti calcolati ridistribuendo i pesi tra i titoli indicati dal risparmiatore. Il calcolatore non è un consulente finanziario, ne offre in nessun modo un servizio di consulenza, ma solo i risultati dell’analisi quantitativa applicando formule matematiche, perciò, cliccando sul tasto “chiedi ad un professionista della finanza”, è possibile inviare il portafoglio ad una Società di consulenza o a un consulente finanziario e ricevere gratuitamente un parere.

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La finanza comportamentale e il segreto per non cadere nelle trappole mentali

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 02.03.2018

La mancanza di informazioni è il primo ostacolo che si trova di fronte chi deve scegliere gli investimenti giusti da fare. Poniamo, però, per un momento, di avere una quantità di informazioni tale da permetterci di poter fare previsioni, se non certe, almeno ragionevoli. Eppure, nemmeno questo basta: chiamato a compiere particolari scelte, anche l’investitore informato non si comporta sempre in modo razionale. Al contrario: spesso agisce contro il suo interesse. Di ciò, o meglio, di queste anomalie apparenti, si occupa la finanza comportamentale. Lo studio di un comportamento razionale, cioè finalizzato, in concreto, alla massimizzazione del proprio interesse, è oggetto specifico della teoria della scelta razionale, diramazione della teoria economica classica: una teoria che, pur costituendo una solida base di partenza per lo studio dell’allocazione ottimale delle risorse, non tiene conto di specifici fattori legati al comportamento. Di ciò, già John Maynard Keynes si era accorto: in presenza di informazioni sub-ottimali, l’investitore affida le sue scelte non a un calcolo ma, usando le parole dell’economista inglese, a uno «slancio vitale». Per capire l’utilità della finanza comportamentale, basterebbe sovrapporre, come è stato fatto, l’andamento della raccolta netta dei fondi aperti del mercato italiano con quello delle entrate e delle uscite dal mercato stesso. Si noterebbe subito come gli investitori, molto spesso, entrino o escano dal mercato finanziario nel momento sbagliato. Il motivo sta in una previsione semplice quanto erronea: se il mercato sale, andrà avanti così; se scende, bisognerà correre ai ripari – alias: vendere – per evitare che vada ancora peggio, come è certo accadrà. Siamo di fronte a un caso da manuale per gli studiosi di finanza comportamentale: gli investitori sono vittime della fallacia dello scommettitore; siamo portati a credere, infatti, al pari di molti giocatori, che un evento, a suo modo casuale, cioè l’andamento delle mie azioni domani, sia strettamente correlato a quello che è successo fino a quel momento. L’eccesso di sicurezza (overconfidence) nella previsione ci porta a essere propensi al rischio, quindi, se il mercato sale e avversi al rischio, se scende; a vendere quando le azioni valgono meno e a comprare quando si apprezzano: a farlo, dunque, nel momento sbagliato. Queste deviazioni (bias) dal comportamento razionale – il cui studio ha valso il Nobel a Daniel Kahneman e Amos Tversky – riguardano l’economia in generale e, per la verità, anche la vita di tutti i giorni. E la finanza rappresenta un ottimo campo di applicazione pratico della teoria. Vediamone qualche esempio. Se una massa critica di investitori punta su un titolo, ciò non rappresenta una garanzia, come invece viene spesso interpretato (Effetto gregge); piuttosto, rappresenta, più verosimilmente, un segnale d’allarme: è possibile si tratti di una bolla. Si pensa, in altri casi, che non fare nulla – non investire, poniamo – sia la soluzione migliore (Effetto dello status quo); ma anche non decidere è, a suo modo, una scelta gravida di conseguenze. Per non parlare del fatto che siamo inclini a sovrastimare il nostro primo giudizio dal punto di vista del valore di un titolo o un rendimento, per dire, prendendolo come costante punto di riferimento (Effetto ancoraggio). Ancora: investire in titoli che conosciamo meglio, di cui abbiamo già sentito parlare, ci dà l’apparente convinzione di poterli controllare meglio (Familiarity bias). Si è più propensi, poi, a cercare di rendere fruttuoso un cattivo investimento, piuttosto che concentrarci su uno buono (disposition effect). Infine, i rimpianti: non aver investito nel modo giusto in passato può condizionare i nostri investimenti futuri nel modo sbagliato. Come fare a difenderci dall’intrusione di tutto ciò, nelle nostre decisioni d’investimento? La prima soluzione è semplice: saperne di più. Conoscere le fallacie a cui siamo soggetti – un buono studioso e divulgatore di queste dinamiche, se non si ha tempo di consultare Kahneman, è Matteo Motterlini – può senz’altro aiutare a non incorrervi. La seconda è rivolgersi a un consulente. Certamente, un distacco emotivo sufficiente, unito a una comprovata professionalità, rappresenta una garanzia in più per sfuggire a quelle trappole mentali che influenzano, senza che nemmeno ci accorgiamo, molte delle nostre decisioni finanziarie.

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Anche l'Europa chiede una finanza più sostenibile

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  • Green economy - Green bond
Scritto il 26.02.2018

È possibile che, tra i (non pochi) doveri dei consulenti, nel futuro prossimo ci sarà anche quello di inserire, nei portafogli d’investimento, una quota destinata agli investimenti sostenibili. Certamente questo è ciò che si auspica nel report finale dell’High-level expert group (Hleg) sulla finanza sostenibile, che rappresenta una costola, nonché l’expertise finanziaria della Commissione Europea. Che cosa ha spinto i super-esperti a proporre in Commissione una misura rivolta alla salvaguardia dell’ambiente? Semplice: per la realizzazione degli obiettivi fissati dall’Accordo Onu siglato a Parigi «servono 180 miliardi di euro aggiuntivi l’anno». E il candidato a fornire un simile dispiegamento di forze è stato individuato proprio nel settore finanziario. Vediamo, più nel dettaglio, come. Nel report finale di Hleg si prevede un generale lavoro di riclassificazione (tassonomia) delle tipologie di investimenti. Se per molti è scontato voler investire in modo da poter contribuire alla salvaguardia del pianeta, diverso è capire il modo giusto in cui farlo: studiare un ranking dei titoli nei termini di impatto ecologico potrebbe essere la soluzione. Anche se è l’istituzione di veri e propri obblighi che, secondo il parere degli esperti, potrebbe rappresentare la svolta. Il che significa: prevedere, in modo analogo alle politiche di genere, delle “quote verdi” nei portafogli d’investimento di ognuno. Di sicuro, un punto fondamentale dovrà concernere, al fine di allocare al meglio le risorse green, la trasparenza informativa tra consulente e cliente; e con loro, anche quella tra gli istituti finanziari e le imprese. La promozione del settore potrebbe passare anche attraverso un’indicazione ancora più esplicita dei titoli sostenibili, con la creazione di un marchio UE per i fondi d'investimento verdi, nonché l’elaborazione di una norma europea per l’emissione di obbligazioni verdi (green bond). Con ciò, non bisogna dimenticare che l’orizzonte in cui si muove la Commissione non è semplicemente quello (ancorché tra i più lodevoli) tracciato nel Documento sull’Economia circolare o, più in generale, della salvaguardia ambientale: l’intenzione delle istituzioni comunitarie prevede anche, come affermato ancora nel report di Hleg, una lotta alla speculazione, allo short-termismo e al finanziamento di imprese e aziende il cui operato si scontra con il comune senso etico, come nel caso – citando uno degli esempi più eclatanti – dei produttori di armi. Lo standard di valutazione dei titoli è riassunto dall’acronimo ESG (Enviromental, social and governance) che mira alla promozione attiva di imprese la cui mission preveda almeno uno degli aspetti esplicitati dall’acronimo: il rispetto ambientale, un’attività d’impresa orientata a garantire l’accesso ai diritti sociali fondamentali, oppure la promozione di buone prassi aziendali e politiche di welfare rivolte ai dipendenti. In un report pubblicato da Finanza Etica nel novembre scorso, si stima che l’ammontare degli “investimenti finanziari sostenibili” (che non coincidono esattamente con gli standard ESG, in quanto più inclusivi) sia, in Europa, di oltre 11Mila miliardi di euro, e che essi siano cresciuti, in un biennio, del 12%. Nel mondo, quelli europei rappresentano la metà degli investimenti sostenibili sul totale. Nel continente, l’Italia si posiziona a metà classifica, con 616 miliardi investiti. La sostenibilità è entrata dunque a far parte dell’orizzonte dello sviluppo finanziario e, considerando le dichiarazioni d’intenti, ha tutta l’aria di essere una buona notizia. Ma il momento, per quanto di entusiasmo, potrebbe rivelarsi delicato: senza regole chiare e una politica accurata di trasparenza, molti investitori potrebbero servirsi della finanza etica o sostenibile come un semplice restyling di attività che poco hanno a che fare con politiche di sostenibilità ambientale e sociale.

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I Robo Advisor: sostituiranno il consulenti finanziari nella gestione dei nostri risparmi?

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Scritto il 12.02.2018

Quando si parla di robo-advisor, il primo mito da sfatare è che l’intelligenza artificiale sia capace di gestire meglio di chiunque altro un portafoglio d’investimento. La seconda è che i robo-advisor siano l’ultimo ritrovato dell’intelligenza artificiale nell’ambito finanziario: anche se non è escluso, sia chiaro, che non si arrivi, prima o poi, a robot veri e propri, con l’espressione si designano semplicemente determinati software, la cui funzione è quella di utilizzare algoritmi di calcolo per gestire dei portafogli di investimento. Il funzionamento dei software, lato utenti, è semplice: si inserisce la somma di partenza che si ha intenzione di investire, si compila un modulo per inserire i dati richiesti e, infine, si sceglie il grado di rischio su cui si intendono orientare i propri investimenti. A questo punto, il compito passa agli algoritmi, i quali si prendono in carico il compito di allocare i risparmi nella maniera più ottimale, vincolandoli sulla base delle indicazioni di partenza. La differenza con un consulente in carne e ossa? Ma le fees naturalmente: i costi di un algoritmo, potenzialmente, sono decisamente inferiori. Esistono ulteriori trend che, sul lungo periodo, potrebbero diventare decisivi per l’affermazione del robo-advisoring. Il primo è senz’altro il combinato disposto di alfabetizzazione digitale, da una parte, e l’avanzamento tecnologico, dall’altra. Non solo: a mettercisi di mezzo potrebbe anche essere lo scenario macroeconomico mondiale: in un contesto di contrazione dello stato sociale, Accenture ha previsto piattaforme capaci di integrare i diversi obiettivi di risparmio dell’economia familiare. Per intenderci: software capaci di aggregare la gestione non solo gli investimenti sul mercato, ma anche mutui, assicurazioni o forme di assistenza pensionistica e sanitaria. In Italia la gestione dei risparmi tramite robo-advisoring stenta a prendere il volo, come ha ricordato Mauro Panebianco, partner in Italia di Pwc (azienda di consulenza e revisione fiscale) in un’intervista al Sole 24 Ore. Motivo? La scarsa alfabetizzazione finanziaria degli italiani. Anche negli Stati Uniti, e in generale nel mondo anglosassone, la rivoluzione dell’automazione legata al risparmio, che pure ha attecchito in modo più deciso, coinvolge una fetta ancora marginale degli investimenti, per un volume complessivo di circa 80 miliardi di dollari. A questo punto, la rivoluzione potrebbe, forse, venire dall’alto, cioè dal settore della corporate finance: banche e società d’investimento (JP Morgan, per esempio, ma non solo) hanno fiutato l’affare e potrebbero fornire ai loro utenti pacchetti di consulenza gestita in modo automatico. La domanda un po’ inquietante che ci si deve porre, arrivati fin qui, è se il lavoro del consulente sia destinato a sparire sotto i colpi dell’automazione. Nel breve periodo, è da escludere: considerata la gamma dei robo-advisor, infatti, non tutte le aziende forniscono un servizio completamente autonomo e automatico di gestione degli investimenti (come Betterment, ad esempio); in altre parole, la componente umana resta in molti casi ineliminabile: oltre allo sviluppo e i miglioramenti degli algoritmi (competenza umana fino all’avvento definitivo del machine-Learning), un servizio di assistenza e consulenti in carne ed ossa che possano esprimersi sugli scenari allocativi proposti dal software e validarli non può mancare. Chi resterà escluso dal mercato sarà quasi certamente, in questo come in altri settori, chi non sarà in grado di adeguarsi ai cambiamenti di passo legati all’innovazione.

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Cosa è il Fintech? Il futuro è già presente

Scritto il 30.01.2018

Parlare di fintech (financial tenchnology) significa parlare, contemporaneamente, di innovazione tecnologica e servizi finanziari: un combinato disposto che rischia di rivoluzionare l’intero settore finance, rendendo i banchieri e i consulenti del futuro molto diversi da come abbiamo imparato a conoscerli. Alcuni esempi dei nuovi ambiti per cui servirà maturare nuove competenze sono: intelligenza artificiale, prestito in rete peer-to-peer, utilizzo dei Big Data, tecnologia blockchain (tecnologia su cui si basano, tra l’altro, anche i bitcoin), crowdfunding, pagamenti digitali e robo-advisor. Per farsi un’idea della vastità e capillarità della rivoluzione, non serve, per forza, guardare alle punte di settore più avanzate; basta guardare alla gestione dei nostri conti corrente, che perlopiù avviene tramite on-line banking: in Italia, secondo una ricerca del Politecnico di Milano, il 56% dei clienti bancari è attivo su canali digitali; oppure si può provare a contare sulle dita di una mano le volte in cui, nell’ultimo anno, ci si è trovati costretti a recarsi fisicamente in banca. Molti non l’hanno fatto neanche una volta. Ai più tecnologici (15%) è bastata un’app; agli altri, una buona connessione o un bancomat. In altre parole: fintech è già realtà. Ma che dire se si potesse fare ancora di più: chat bot che eliminano il ricorso a infastiditi operatori telefonici, riconoscitori vocali e facciali al posto delle chiavette Token, smartphone con cui fare la spesa e pagare il caffè. Finché, forse, anche piattaforme (divenute integrate) come Facebook o Amazon daranno la possibilità di prenotare un dentista, fare prestiti e aprire una specie di conto corrente. Bene, anche in questo caso, tutto questo è già realtà. A che punto è l’Italia, in questa rincorsa tecnologica? Analizzando un campione significativo di intermediari finanziari, Banca d’Italia ha censito 283 progetti fintech, per un totale di 135 milioni di investimenti. Primo dato significativo: rispetto all’insieme globale degli investimenti di settore, l’ambito fintech in Italia resta marginale. Secondo aspetto da sottolineare: la maggior parte degli investimenti è stata realizzata dai player tradizionali di settore, ovvero da banche. Gli investimenti hanno riguardato, nei due terzi dei casi, operazioni di alleggerimento della struttura relativa ai contratti e ai pagamenti. In altre parole: investimenti per ridurre gli sportelli e automatizzare i servizi. Il confronto tra i 135 milioni investiti in Italia nel 2017 e gli 8,3 miliardi investiti durante l’ultimo trimestre nel resto del mondo, come rivela in un suo studio KPMG, fa impallidire: soprattutto se si pensa che la quota destinata alla fintech dai nostri vicini europei sfiora o supera il miliardo ogni anno, arrivando in Inghilterra a 4,3 miliardi. Tutto ciò vale ancor di più se si pensa che la fintech è percepita in Italia, nel migliore di casi, come un investimento per efficientare e ridurre semplicemente i costi di gestione. Esistono anche in Italia, certo, aziende all’avanguardia, che hanno come oggetto specifico lo sviluppo di servizi fintech. Tuttavia, nelle parole dei loro manager ritorna spesso un problema: la mancanza di fiducia. Anche qui, un dato: se nell’ultimo anno queste imprese legate all’innovazione sono state in grado di raccogliere finanziamenti per 50 milioni di euro, i loro colleghi, restando a Londra e dintorni, hanno saputo raggiungere quota 1 miliardo.

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Ape social: in breve, a chi è destinato e come funziona.

Scritto il 10.01.2018

Se è vero che, come scrive l’INPS, l’Anticipo pensionistico (Ape) social è «una misura sperimentale in vigore dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018, intesa ad accompagnare verso l’età pensionabile soggetti in determinate condizioni ed è soggetta a limiti di spesa», ci sono buone ragioni per credere che la misura sia destinata a durare: il «Fondo Ape Sociale», una specie di “incubatore” che cofinanzia l’istituto, così come per ora è previsto dalla Legge di Bilancio del 2018, potrà vantare infatti una dotazione di almeno 12,2 milioni di euro per il 2019; 7,5 milioni per il 2020; 10,5 milioni per il 2021; 3,6 milioni per il 2022; 5,3 milioni per il 2023; e 2,4 milioni di euro a decorrere dal 2024. La prossima scadenza per avere accesso alla pensione anticipata Ape social è il 31 marzo. O meglio, quella è l’ultima data utile per poter presentare la domanda. A poterlo fare, saranno solo i soggetti che prevedono di maturare le condizioni previste entro il 31 dicembre 2018. L’Anticipo pensionistico social è solo uno dei modi che specifici gruppi di contribuenti italiani hanno oggi per poter anticipare parte della loro pensione. L’Ape social non è troppo diverso, sotto certi aspetti, da quello volontario, ma possiede una differenza determinante: è a carico dello Stato e non del futuro pensionato. Come l’analogo volontario, l’Ape social ha criteri da rispettare per l’assegnazione: oltre all’iscrizione a forme previdenziali previste dalla legge, servono almeno 63 anni di età e 30 anni di anzianità contributiva (anche se, in alcuni casi, si sale a 36). La misura non è compatibile, però, con la presenza di una pensione diretta o di un assegno di disoccupazione, mentre lo è con quei lavori (dipendenti e autonomi) che non raggiungono determinate soglie retributive. Negli ultimi mesi del 2018, è necessario ricordarlo, sono emerse novità significative riguardanti le misure di anticipo pensionistico social dovute, in larga parte, alle trattative con i sindacati e frutto degli emendamenti dello scorso dicembre. Pur restando invariato il limite temporale dei due anni, la possibilità è stata estesa, infatti, a 15 tipologie di lavori gravosi, che andranno ad affiancare quindi le già previste forme circostanziate di disoccupazione (ovvero: chi si trova ad aver perso il lavoro in maniera involontaria), i coniugi che almeno da sei mesi assistono un parente di primo grado con handicap grave e naturalmente gli invalidi e i portatori di handicap. La somma mensile prevista dalla forma pensionistica Ape social è semplice da calcolare: sarà pari a quella della pensione calcolata al momento dell’accesso al sussidio. In ogni caso, però, non potrà essere superiore a 1500 euro lordi. Il prossimo versamento, a gennaio, previsto per il 20, lascerà il posto al calendario delle pensioni che, da febbraio, corrisponderà anche alle corresponsioni di Ape social.

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MIFID 2: Cosa cambia e quali sono i vantaggi per i risparmiatori

Scritto il 04.01.2018

Dopo poco più di un decennio da quella che forse, per comodità, diventerà Mifid 1 (Markets in Financial Instruments Directive), entra in vigore Mifid 2, la versione aggiornata della “Direttiva sui mercati e sugli strumenti finanziari”. Sullo spirito che anima l’aggiornamento della direttiva europea, c’è davvero poco da obbiettare: in breve, l’obiettivo è rendere più trasparenti i mercati finanziari europei – ma interessati sono anche Liechtenstein, Islanda e Norvegia – e tutelare i risparmiatori, con la creazione di una specie di etichettatura dettagliata ed esplicita dei prodotti e dei servizi finanziari. Al fine di rendere maggiore la trasparenza, Mifid 2 impone a banche, brokers e asset manager precise regole cui ottemperare. Per prima cosa: un prospetto non solo analitico dei singoli prodotti, ma anche una disamina sintetica complessiva. Il motivo? Rendere confrontabile il profilo di rischio del cliente con la sua capacità di sopportare perdite. La seconda grande innovazione riguarda, senz’altro, la chiarezza sulle commissioni: le voci di spesa dovranno essere dettagliate e prezzate. Per dirla in breve: nel caso di un fondo d’investimento, se prima a essere chiaramente espressa in euro era semplicemente la commissione d’ingresso (il resto era indicato in percentuali), ora, anche in sede dei consuntivi periodici, tutti i costi dovranno comparire separati e venire espressi in cifre monetarie. Tutte le voci di costo, il prospetto sul rendimento dei singoli prodotti, le modalità di analisi (di mercato o più ristrette) e l’esplicita dichiarazione di fornire una consulenza su base indipendente o no, ecco: tutte queste informazioni verranno comunicate ex ante attraverso il Kid (Key information documents). Il documento dovrà essere chiaro, sintetico e comprensibile. Infine, per completare questo vero e proprio processo di responsabilizzazione degli intermediari, ogni prodotto dovrà essere valutato, da parte dell’operatore, con un grado di rischiosità da 1 a 7. In un report uscito alla vigilia dell’entrata in vigore di Mifid 2, S&P Global, pur non giudicando immediato l’impatto delle direttive sul mercato azionario non nasconde che per asset manager e società d’investimento i costi di compliance e relativi ai nuovi modelli di ricerca si potrebbero tradurre, però, in un assottigliamento dei margini. A venire premiate, perciò, non potranno che essere quelle società dotate di risorse da investire sul versante tecnologico, oppure, come sottolineato da S&P, si accentuerà un progressivo e già in atto consolidamento dei gestori e delle partnership di lungo periodo. Le conseguenze di Mifid 2, che per i risparmiatori sembrano davvero positive, per gli operatori di mercato, secondo l’agenzia di rating, lo saranno perciò un po’ meno.

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Green Bond - perchè credere nella finanza "green"

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  • Green economy - Green bond
Scritto il 28.12.2017

Chi penserebbe ad associare i mercati finanziari all’ecologia? Eppure, per quanto ancora piuttosto inedito, il sodalizio tra finanza e rispetto dell’ambiente potrebbe rivelarsi, presto, una risorsa imprevista e quanto mai virtuosa. Azzardando, si potrebbe dire di più: nella «battaglia sul clima» che, per il presidente francese Emmanuel Macron, «stiamo perdendo», la combinazione potrebbe rivelarsi un vero e proprio asso nella manica. Di sicuro, la generale attenzione dell’opinione pubblica nei confronti dell’argomento, il sistema pubblico di incentivi e, non da ultimo, la risposta positiva del mondo corporate e finanziario di fronte alla terza edizione del Summit parigino Climate and Finance Day sono elementi che dovrebbero sempre più spingere gli investitori a credere nei cosiddetti «green bond». Sul fronte delle obbligazioni rivolte a un mercato di aziende accreditate come green, proprio la Francia di Macron, del resto, non si fa trovare impreparata: Crédit Agricole è in testa, nel mondo, per numero di green bond trattati. Non solo: gruppi energetici come Areva, Engie, Edf (ma anche Psa) la fanno da padroni su questo mercato obbligazionario, che in Francia ammonta a 15 miliardi di dollari circa. Prima della Francia, infatti, c’è solo il moloch cinese (16 miliardi), impegnata peraltro a fronteggiare un’emergenza ambientale e perciò interessata giocoforza a promuovere modelli d’impresa sostenibili. Dopo la Francia, ci sono gli USA, con imprese come Apple e MTA (l’azienda di trasporti newyorkesi), per un totale di 14 miliardi di dollari. In Italia, già dal 2014 il gruppo Hera, con la sua emissione decennale da 174 milioni, ha dato avvio al mercato delle obbligazioni verdi. Tuttavia, è solo da quest’anno che la mole del mercato si è fatta considerevole: in particolare, con l’entrata di Enel – da sola contribuisce per 1,2 miliardi –, della Cassa depositi e prestiti, nonché da ultimo delle Ferrovie dello Stato (600 milioni). L’unica banca italiana che, in parte, ha orientato il suo business finanziario in direzione ecologica è, per ora, Intesa San Paolo. Su 17mila miliardi di investimenti, messi assieme, i green bond raggiungono una quota 130 miliardi: un po’ meno dell’1%. Nella maggior parte dei casi, peraltro, gli investimenti riguardano forme di risparmio promosse da enti istituzionali. E, come se non bastasse, prevedono costi aggiuntivi: bisogna pure verificare, infatti, che l’investimento venga fruito da un’impresa che sia veramente green. Con ciò, si tratta di obbligazioni sottoposte a basse oscillazioni (anche in virtù, va da sé, della solidità di chi li emette). Ma oltre a questo, vale la pena ammettere che esistono buone ragioni per credere che la “green-finance” possa funzionare; se non altro, per l’intreccio di politiche di sviluppo sostenibile, motivazioni etiche e prospettive di profitto che questo mercato rappresenta; una notevole combinazione di elementi che, credibilmente, potrebbe orientare lo sviluppo della finanza dei prossimi anni.

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2017, l'anno dei PIR

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  • PIR - Piani Individuali di Risparmio
Scritto il 21.12.2017

Qualche settimana fa, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan annunciava soddisfatto che la raccolta dei Pir (Piani individuali di risparmio) aveva raggiunto a settembre la quota di 7,5 miliardi di euro e, contro una previsione iniziale di 1,5 miliardi, si approssimava a raggiungere i 10 miliardi entro fine anno. Che sia, questo 2017, in Italia, l’anno dei Pir? Sulle ragioni sottese alla nascita di simili strumenti finanziari, i legislatori hanno avuto il pregio di essere stati chiari fin da subito: «Con la Legge di Bilancio vengono introdotti i Piani individuali di risparmio (Pir). L’obiettivo del provvedimento è di canalizzare il risparmio delle famiglie verso investimenti produttivi di lungo termine, favorendo in questo modo la crescita del sistema imprenditoriale italiano». Come già notato da diversi commentatori, un ruolo non indifferente per decretarne il successo deve senz’altro averlo giocato proprio la componente “patriottica”. Difatti: il 70% di qualunque Piano di risparmio individuale deve essere investito in strumenti finanziari (azioni e obbligazioni) di aziende italiane (o con pianta stabile in Italia). Non solo: di quel 70%, circa un terzo (30%) deve essere destinato ad aziende escluse da FTSE Mib, e dunque alle cosiddette piccole-medie imprese, quotate sugli indici di borsa MidCap, Star, Standard o ancora sul mercato AIM. Un ulteriore vincolo previsto dal legislatore consiste nella possibilità di investire nei Pir non più di 30Mila euro all’anno; infine, la sottoscrizione obbliga a mantenere l’investimento per almeno di cinque anni. Rispettando queste clausole, gli investitori vengono esentati dal pagamento dell’imposta sui redditi da investimento. Il vantaggio, molto evidente, e che sta alla base di un successo quasi insperato, viene mitigato, però, se si considerano le voci di costo di sottoscrizione, gestione e performance: queste, risultando piuttosto elevate, a causa probabilmente della novità del prodotto, in alcuni casi rischiano di annullare i vantaggi derivati dalle esenzioni fiscali; i piani, infatti, sono gestiti nella maggioranza dei casi da Società di gestione di risparmi e, oltre a questo, le banche applicano su quei prodotti commissioni fino al 6%. Con ciò, qualora i costi restino contenuti, i Pir, grazie alle esenzioni fiscali, si dimostrano sul mercato davvero competitivi. I Pir si avviano, quindi, a diventare lo strumento finanziario dell’anno, o perlomeno la novità virtuosa del mercato finanziario italiano. Ma è proprio la dichiarazione d’intenti del Governo, cioè quella di promuovere investimenti di medio e lungo periodo, a frenare dei giudizi affrettati: e dare tempo agli investimenti di funzionare anche sul tessuto produttivo italiano.

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I Bitcoin tra bolle speculative e futuro della moneta

Scritto il 18.12.2017

Scommessa sul futuro o bolla speculativa che sia, il caso Bitcoin ha raggiunto un grado di popolarità come mai prima. Da qualche ora, seguendo il Chicago Board Options Excange, anche sul Chicago Mercantile Exchange hanno fatto la loro comparsa i futures legati alla cripto-valuta. La conquista di strumenti derivati come i futures arriva dopo un vero e proprio annus mirabilis per i Bitcoin, con un aumento del loro valore di oltre il 1000% da inizio anno. In Italia, gli investitori dovranno rassegnarsi ad attendere, almeno qualche tempo: Banca Imi, attraverso Directa, trait-d’union con la piazza di scambio di Chicago – la più grande al mondo nell’ambito dei futures – , deve ancora completare l’iter delle autorizzazioni e dare inizio a una serie di prove tecniche. Temporeggia, si direbbe. Come darle torto? L’investimento è e resta rischiosissimo. Per dire: Goldman Sachs ha annunciato che chiederà, per immunizzarsi dal rischio di oscillazione, il 100% del capitale, quale “ipoteca” sui futures. Eppure, il successo dei Bitcoin è innegabile: l’intelligence Sud coreana è quasi certa, per esempio, che dietro il furto di 7 milioni di dollari in Bitcoin dello scorso febbraio – che ora ne valgono almeno 70 – ci sia Kim Il-sung, il dittatore nord-coreano. E lo stesso vale anche per i furti commessi a giugno e ottobre di quest’anno. Più che sul Bitcoin in sé, la scommessa dei mercati, viene da pensare, sarebbe tuttavia sulla rivoluzionaria applicazione in ambito monetario della tecnologia blockchain, figlia delle potenzialità della rete e del meccanismo di scambio peer-to-peer; per produrre moneta, nessuna zecca o banca centrale: grazie all’orizzontalità della rete, bastano dei server ad alte prestazioni per costruire algoritmi che fungano al contempo da valuta e da garanti della loro titolarità. Ma come in altri casi, la forza dei Bitcoin è, per ora, la loro debolezza: senza un tasso di cambio o una qualche forma di ancoraggio valutario, la stessa inarrestabile ascesa potrebbe presto trasformarsi in una discesa senza ritorno.

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