Federico Pani

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Famiglie e imprese italiane pronte a reggere un aumento dei tassi"

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 29.11.2017

Sembra che i motori della ripresa, anche in Italia, comincino a scaldarsi. L’ultimo ritocco di questo mese sul Pil italiano (+0,5% nel terzo trimestre; +1,8% sull’anno) segue quello sul dato europeo (+2,5%) e si pone in sintonia con i più generali indici di crescita globale, legati soprattutto alla ripresa statunitense e la costante avanzata cinese. Il risultato, come afferma Bankitalia nel suo secondo “Rapporto sulla stabilità finanziaria” di quest’anno, però, potrebbe non essere dei più desiderabili: «il grado di avversione al rischio degli investitori internazionali» si situa a «livelli storicamente bassi» o, per essere più precisi, la propensione al rischio sui mercati viene giudicata «eccessiva». Il rischio di nuovi scossoni finanziari, dunque, c’è, ma la buona notizia è che l’economia italiana sembrerebbe abbastanza solida per resistervi. Nel quadro tracciato da palazzo Koch, si individuano i punti di forza di questa ripresa che, pur debole, ormai non si può non riconoscere. Merito, come si accennava, di un quadro macroeconomico più favorevole, dove giocheranno ancora, per importanza, le generose politiche monetarie, confermate di recente dalla Bce. A tal proposito, sono proprio i bassi tassi d’interesse, uniti alla crescita del reddito, a rafforzare la solidità finanziaria delle famiglie italiane. Gli investimenti, peraltro, si concentrano sempre più in forme di risparmio gestito (trainati dai “Piani Individuali di Risparmio”, come previsti dal Piano di Stabilità 2017) e sempre meno in forme obbligazionarie. E sebbene la ricchezza delle famiglie, in termini reali, sia ancora inferiore al livello precedente la crisi del 2007 (-12%), è in leggero aumento la capacità di rimborso del debito (+1,2% in un anno). In generale, il credito registra un buon aumento (+7%), e si concentra sui beni durevoli ma non sul mercato immobiliare, con una contrazione delle compravendite compensata solo in parte da un apprezzamento del valore degli immobili. Le famiglie, insomma, si sentono finanziariamente più sicure, ma anche il mondo delle imprese, a suo modo, risulta più stabile: ad aumentare, soprattutto, è la redditività, tanto che dal 2011 il peso della leva finanziaria è sceso dal 55% al 40%, in favore dei capitali di rischio, riducendo – pur in modo non omogeneo – il volume complessivo del debito bancario. Per citare un altro dato, il valore mediano delle aziende a rischio di insolvenza, in un anno, è sceso dal 2,5% all’1%. La ripresa, poi, riguarda un po’ tutti i settori della produzione di beni e servizi. L’unica eccezione di rilevo è legata al settore delle costruzioni, che ricorre ancora a una leva finanziaria superiore al 50%. Cosa potrebbe insidiare, dunque, le corrispondenti prospettive di crescita sul 2018? Secondo Bankitalia solo un improvviso e forte rialzo dei tassi potrebbe rallentare la crescita. Ma attenzione: negli scenari di crisi previsti, anche tenendo conto di un aumento (nel breve periodo poco plausibile) di 200 punti base, la regressione raggiungerebbe livelli non anteriori al 2014. L’effetto moltiplicatore, in verso negativo, arriverebbe, infatti, solo con l’aggiunta di una concomitante contrazione dei salari e dei profitti d’impresa. Ma torniamo al circolo virtuoso in atto, ancorché tiepido: anche il settore bancario ne trae giovamento. La ripresa dell’economia alimenta, come si diceva, il credito alle famiglie, rende le imprese più solide e riduce i rischi di insolvenza dei debitori. Nel solo terzo trimestre del 2017, ad esempio, il flusso di nuovi prestiti deteriorati in rapporto al totale dei crediti è sceso all’1,7%, valore che si pone al di sotto del livello medio del biennio 2006-2007. Con ciò, non si può non citare il ruolo decisivo giocato, quest’anno, dalle politiche di salvataggio e ricapitalizzazione: nel primo semestre del 2017 i crediti deteriorati netti sono diminuiti di 22 miliardi (raggiungendo i 151 miliardi) e la liquidazione di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca ha contribuito per circa 9 miliardi. Nello stesso periodo, il tasso di copertura («misurato dal rapporto tra le rettifiche di valore e l’ammontare dei crediti deteriorati lordi») è salito dal 50,6 al 53,5%, valore superiore a quello medio delle principali banche dell’Unione Europea; ebbene: un quinto dell’aumento è riconducibile alle rettifiche di Banca Monte dei Paschi di Siena. Pur essendo stato decisivo nel rafforzamento della stabilità degli intermediari creditizi, nei prossimi mesi, tuttavia, il peso della politica, conterà meno: i rischi più rilevanti per le banche, a questo punto, infatti, dipenderanno soprattutto dalle prospettive dell’economia; e un rallentamento della crescita avrebbe un’immediata conseguenza negativa sui ricavi e sulla qualità del credito. Le pressioni sulla redditività, che Bankitalia rileva ancora molto bassa, renderebbe poi il reperimento sui mercati di capitale di rischio ancora più difficile. «Il costo del capitale dei principali intermediari, pur in significativo calo negli ultimi mesi, – aggiungono da Palazzo Koch – rimane più elevato di quello medio delle altre banche europee». Famiglie, imprese e banche italiane, dunque, crescono in stabilità, e a confermarlo ci sarebbe anche il recente rialzo del rating sul debito sovrano e su alcune delle principali banche italiane da parte di Standard&Poor’s, giudicato come un’attestazione del rilevato miglioramento delle condizioni dell’economia italiana. Tuttavia, se «un eventuale aumento dei rendimenti di mercato – la cui insistente presenza nel rapporto mette in guardia da un suo non troppo lontano avvento – è ampiamente sostenibile dall’economia italiana», Bankitalia sembra guardare con maggiore apprensione il mercato obbligazionario dei titoli sovrani: «un alto livello del debito pubblico – conclude in una nota – costituisce tuttavia un fattore di vulnerabilità; resta cruciale la credibilità dell’impegno a ridurlo».

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In aumento e in mano a pochi: la ricchezza al tempo dei Millenials

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 16.11.2017

Il mondo del 2017 è più ricco di quello del 2016. Quanto più ricco? Il 6,4% in più, cioè dispone di 16,7mila miliardi di dollari in aggiunta rispetto all’anno prima, sul totale di una ricchezza complessiva di 280mila miliardi di dollari. Pro capite, anche la ricchezza cresce, del 4,9%. I dati sono quelli del Global Wealth Report annuale del Research Institute di Credite Suisse, una ricerca a dir poco imponente, che riguarda i patrimoni detenuti da 4,8 miliardi di persone, cioè il 90% della popolazione mondiale. Sui dati inerenti alla crescita, ci sarebbe già di che meravigliarsi, sennonché è la performance dell’ultimo decennio a stupire ancora di più, un decennio di crisi conclamata, fallimenti bancari, default di debiti sovrani, recessione, di manovre «lacrime e sangue»: ecco, nonostante tutto ciò, il mondo ha visto aumentare la propria ricchezza del 27%. Non serve Trilussa per immaginare che la ripartizione non sia del tutto omogenea. I trionfatori del match sono gli Stati Uniti, che di quegli oltre 16mila miliardi in più, se ne aggiudicano la metà: +8mila miliardi di dollari, seguiti da Cina, Germania, Francia, Australia e Italia. A trainare l’Italia è l’aumento sorprendente dei milionari: 138 mila in più rispetto all’anno scorso, su un totale, l’anno scorso, di 1milione 228mila, che rappresenta, tra l’altro, il 4% dei milionari di tutto il mondo. Per le famiglie, le cose stanno diversamente: rispetto alla precedente, nella top ten dell’aumento della ricchezza restano solo Australia e Taiwan (in Europa c’è il dato sorprendente della Polonia, che però giova di un innalzamento dei prezzi del mercato azionario). Ma se per paese “più ricco” intendiamo quel paese dove la ricchezza pro capite è maggiore, la Svizzera – stando al rapporto – non teme confronti e, anzi, aumentando del 40% in soli dieci anni la ricchezza media, stacca ancora di più i suoi concorrenti. Merito anche, va detto, di un franco forte sul dollaro. In questa classifica, seguono Australia e America. Nel rapporto si legge che il 10% della popolazione più ricca detiene l’88% delle ricchezze dell’intero pianeta. Ancor più interessanti sono relativi al discusso 1% più ricco: se il trend, dal 2000 al 2008, aveva segnato un leggera risalita a favore di una distribuzione più equa (42,5%) la rotta si è invertita e la ricchezza di quell’1%, nell’ultimo lustro, ha superato la metà (50,1%) della totalità delle ricchezze mondiali. Il 70% più povero, invece, possiede il 2,7% della ricchezza patrimoniale. Senza voler dare ragione per forza a Thomas Piketty, è vero che la ricchezza è cresciuta, ma è crescita in misura maggiore per chi ricco lo era già. Il paper riporta molti dati altrettanto interessanti, come la distribuzione dei miliardari nel mondo (e su questo punto Trump può stare tranquillo: la sua America, con oltre il 40% del totale, resta first), alle performance (più o meno scontate di alcuni singoli paesi). C’è però un dato che vale la pena sottolineare: quanto pesano, in termini percentuali, gli asset finanziari e non finanziari nell’incremento della ricchezza? È qui che arriva la vera sorpresa: se gli Stati Uniti crescono, bisogna ricordare che i 2/3 della loro performance è imputabile al buon rendimento dei prodotti finanziari; mentre per Cina e India gli asset finanziari non contano più di tanto: l’80% dell’aumento della ricchezza arriva da asset che finanziari non sono. L’America (ma anche l’Europa) sostiene la crescita soprattutto attraverso la finanza; Cina e India attraverso la produzione. Infine, va senz’altro citato l’interessante capitolo della ricerca che l’istituto di ricerca di Credite Suisse dedica alla situazione economica e al livello di ricchezza dei Millenials. Le nuove generazioni faticano a trovare finanziamenti, si indebitano per studiare (come accade spessissimo negli USA), sono costretti a rateizzare quasi ogni cosa e, dal punto di vista previdenziale, prevedono un futuro peggiore di quello che hanno vissuto i loro genitori. Detto ciò, in molti casi, sono proprio quei genitori a garantire loro ancora un buon livello di istruzione e un relativo benessere. Va così in tutto il mondo? Non proprio: in Cina e nei mercati emergenti i Millenials hanno migliori prospettive di miglioramento economico e sociale dei loro coetanei. E non è un caso che, a distanza di poche pagine, commentando l’outlook sulla produzione della ricchezza nel futuro prossimo (i prossimi trent’anni), il Research Institute parli chiaro: i paesi emergenti conteranno sempre più.

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Bce: prove tecniche di tapering, ma i tassi resteranno bassi

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 30.10.2017

Sarebbe stato difficile per Mario Draghi, durante la conferenza stampa di giovedì scorso all’Eurotower, tradire le aspettative su una svolta della politica monetaria comunitaria: l’atteso tapering in salsa europea, cioè la riduzione delle misure espansive «straordinarie» (non-standard) della Bce, infatti, è arrivato. L’annuncio si tradurrà nel dimezzamento del Quantitative Easing, ovvero: gli acquisti mensili di titoli di Stato e privati da parte di Francoforte saranno dimidiati, passando da 60 a 30 miliardi. La misura prenderà avvio da gennaio 2018 e durerà fino a settembre, senza escludere proroghe a quel limite. La politica monetaria non-standard della Bce subisce, dunque, un ridimensionamento, o come piace esprimersi a Draghi e al suo staff, un «ricalibramento». E trenta miliardi al mese in meno di acquisti in titoli, va detto, non sono una quantità trascurabile. Soltanto l’Italia ha una media d’acquisto mensile di 8-8,5 miliardi, la quale, giocoforza, dovrà ridursi a 4. Eppure, nonostante ciò, la notizia sembra essere stata, al contrario, il mancato tapering della Bce, o ancora l’inatteso prolungarsi di una politica monetaria espansiva. Che il presidente della Bce abbia voluto dare un segnale di forte continuità lo ha dimostrato, d’altro canto, nel suo annuncio alla stampa: come primo punto ha annunciato, infatti, la decisione della Bce di tenere stabili i tassi di interesse (-0,4%) e di mantenerli bassi «ben dopo» la fine del QE, contro le previsioni di Bloomberg e dei suoi analisti, che prevedevano una revisione al rialzo dei tassi a partire dal 2019. Solo come secondo punto è arrivata la dichiarazione sul dimezzamento del piano di acquisti di titoli, tradendo però, in questo caso, le aspettative di quei “falchi”, che auspicavano una riduzione degli acuisti a 20 miliardi mensili. E se era poco credibile fin dall’inizio, invece, l’ipotesi di un’interruzione tout court dell’azione del “bazooka” di Francoforte, tuttavia, anche l’ipotesi di prolungare gli acquisti mensili nei prossimi 9 mesi anziché 6, nonché la riserva da parte dei banchieri di poter procrastinare le misure, qualora necessario, ha spiazzato diversi commentatori. Le decisioni prese dalla Bce dipendono certamente in parte dai dati macroeconomici relativi all’UE, caratterizzata, in questo periodo, da una moderata ripresa. O, in altre parole, dal fatto che l’emergenza sembrerebbe conclusa: il Pil europeo cresce attorno al 2% e i dati sull’occupazione del 2016, superando di poco il 71%, hanno segnato un vero e proprio record. E il merito di tutto ciò è anche della Banca Centrale che – come ha detto Mario Draghi durante un’intervista a un quotidiano anglosassone – grazie alle sue manovre ha permesso un aumento dei posti di lavoro di 7 milioni di unità. Non solo; la difficoltà di accesso al credito da parte delle piccole e medie imprese che, in Europa, costituiscono il 99% della quantità totale delle imprese produttive, sembra un ricordo: eppure, soltanto nel 2012, era segnalato come la più comune causa di fallimento, prima ancora della mancanza di clientela. Oggi, invece, non solo l’accesso al credito non è più percepito come un problema, ma esiste anche un riscontro positivo legato ai bassi tassi d’interesse sui prestiti, sintomo di una trasmissione riuscita delle politiche monetarie, anche al livello del credito bancario. Da ultimo, perfino S&P ha rivisto il rating italiano in positivo (BBB-A2), confermato l’outlook stabile e ritoccato la crescita in positivo (+1,4%) – un ulteriore segnale favorevole, tra l’altro, alle politiche messe in atto dall’attuale Governo. Che cosa frena, dunque, Draghi e il suo staff dall’interrompere le politiche monetarie espansive? In primo luogo, la Bce vede ancora lontano l’obiettivo di un’inflazione al 2%, segnale di un’economia che investe e che quindi ha bisogno di denaro: per il 2018 i prezzi saliranno dell’1,2% e solo nel 2019 si arriverà, secondo le stime della Bce, al 1,5%. In secondo luogo, la difficoltà da parte degli investitori di credere (e dunque di investire) nell’economia reale. L’azione di Draghi alla Bce ha dimostrato come una politica monetaria possa contribuire a intervenire e incidere nelle fasi più acute di recessione e, in casi fortunati come questi, a invertire la rotta. Ma il punto resta proprio l’economia reale: se gli investitori (banche in primis) non torneranno ad avere fiducia, alla lunga, nella produzione di beni e servizi, la politica monetaria, da sola, non potrà bastare. Anzi: come sa molto bene anche Draghi, sul lungo periodo, la stessa potrebbe rivelarsi un boomerang. D’altro canto, a incidere su tutto ciò, entrano in gioco fattori legati all’economia globale e alle riforme strutturali (compito della politica), fattori sui quali la Bce non può vantare il suo controllo.

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Homo communicans, l’evoluzione del consulente in chiave ‘social’

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  • Consulenti finanziari
Scritto il 27.10.2017

Da Focus del Risparmio di Eugenio Montesano Consulenti & social media, le sfide da vincere A livello pratico, come possono i consulenti finanziari utilizzare meglio i social media? “L’attività di content marketing richiede un forte investimento in termini di tempo e impegno”, osserva Di Fraia. “Il mondo è pieno di consulenti, ed è allo stesso tempo pieno di social, di contenuti e, in ultima analisi, di rumore. L’unico modo per costruire una brand reputation a livello dei singoli, che aspiri ad essere visibile e di valore, in grado di generare contatti utili per chiudere contratti e fare business, è quello di essere in grado di assicurare alle proprie presenze digitali i contenuti necessari per renderle utili ai clienti e distintive rispetto ai competitor. In questo caso si possono ottenere ottimi risultati. Ma aprire la pagina Facebook del consulente finanziario e popolarla di contenuti in maniera saltuaria ha un valore bassissimo in termini di reputation, e forse fa più male che bene.” “Come in ogni cosa ci vuole passione, che porta a studiare uno strumento di lavoro come un altro, molta umiltà e soprattutto non avere limiti generazionali e culturali”, evidenzia Ronchetti. “Oggi i consulenti finanziari hanno un’età media sopra i 50 anni e quindi ci sono pochi nativi digitali e pochissimi 50enni disposti ad imparare ad usarli come si deve. Stiamo mettendo a punto una segmentazione dei consulenti finanziari italiani in base alla minore o maggiore predisposizione all’utilizzo dei social e dei device digitali e stanno emergendo risultati sorprendenti che ci piacerebbe condividere con l’industria, magari in occasione del prossimo Salone del Risparmio. Non è facile trovare – a dire il vero quasi in ogni professione – chi capisce l’importanza di uscire dalla propria comfort zone e di cimentarsi in linguaggi nuovi che saranno sempre di più quelli che si useranno nel futuro”. La nuova frontiera del rapporto cliente-consulente In conclusione, la grande potenzialità – ancora non completamente espressa – dei social nel campo della gestione del risparmio e della consulenza finanziaria è quella di avvicinare i consulenti ai clienti, potenziandone il ruolo di gestori di relazioni e aiutandoli a trasformare i risparmiatori in investitori agendo sempre nel loro interesse. Secondo Ficara Manganelli, questo è possibile perché tramite questi canali i consulenti possono venire incontro al risparmiatore in maniera indiretta, anticipando i trend di mercato e presentando tempestivamente informazioni sui prodotti o sugli investimenti che possono accendere l’interesse del pubblico, lasciando che siano gli stessi clienti, potenziali o già acquisiti, a contattare il consulente. “Il private banker che fa inbound in modo tradizionale, tampinando i clienti con telefonate e richieste di incontri o proposte di cene e aperitivi ha fatto il suo tempo. Oggi è l’outbound sui social media che fa la differenza, in cui il professionista dissemina la rete dei vari canali sociali con informazioni utili per la propria attività, che rispondono alle domande dei clienti nel momento in cui se le fanno. Siccome gliel’ho date io, verrà da me a chiedere l’investimento. È la versione ‘social’ del cercami che ti spiego: solo che ti spiego prima, così tu cerchi me e non un mio concorrente, che magari è bravo quanto me ma non ti ha ancora aiutato a capire il quello in cui vuoi informazioni. È quello che oggi si chiama branded content: contenuto autorevole che mettendo al centro il professionista e le sue competenze orienta il cliente nella scelta”. “I social non sono un obiettivo ma un mezzo, e come ogni mezzo quello che conta è cosa un/a consulente ha da dire, come lo dice ed a chi lo vuole dire”, conclude Ronchetti. “Dando per scontato che ci siano i contenuti, la capacità di illustrarli e di individuare i clienti interessati non mi scandalizzerei a vedere per esempio un tutorial di un buon professionista, che mi spiega che lasciare i soldi sul conto corrente è un’occasione persa, mi fornisce esempi e mi racconta in modo efficace la storia dei mercati finanziari degli ultimi anni. Se il video piace magari qualcuno gli manda un like, e a furia di like magari un appuntamento o una consulenza li ottiene e magari riesce anche a valorizzare la propria gestione delle relazioni, ampliando la sua audience. Il tutto a patto che sappia comunicare, né più e né meno che come in ogni altra relazione personale con la differenza che in questo caso regna la social-democrazia”.

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Moody's: "in Italia ripresa debole e banche fragili, ma attenzione anche all'instabilità politica"

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  • Banche e prodotti bancari
Scritto il 20.10.2017

Per Moody’s, il giudizio sul rating italiano non si muove di un passo e resta fermo a Baa2. Non solo: anche le prospettive sul prossimo anno e mezzo (outlook) continuano a essere giudicate «negative». A prima vista, il giudizio dell’agenzia americana sembra secco: la gestione della crisi in Italia, perlomeno nell’ultimo quadrimestre – la valutazione, aggiungiamo, è la stessa data a giugno di quest’anno e nel dicembre 2016 – non è soddisfacente. Se si legge la nota diffusa dall’agenzia di rating, però, il giudizio che emerge è senza dubbio più sfumato: il Governo italiano sembra riuscito a stabilizzare il sistema bancario e, in un contesto di un’economia e di uno sviluppo previsto come «più solido (stronger)», ciò potrebbe «stabilizzare anche il futuro della finanza e ridurre perfino il debito pubblico». Ma perché, allora, continuare a mantenere un outlook negativo per i prossimi 18 mesi? Nella nota pubblicata da Moody’s, sono almeno due le perplessità che emergono. La prima è che «a dispetto del miglioramento recente, le prospettive di crescita per l’Italia resteranno probabilmente modeste nel medio periodo». La seconda riguarda «la notevole incertezza sulle priorità politiche del prossimo governo e sul ritmo delle riforme fiscali e sostenibili per i prossimi anni». Infine: «Una stabilizzazione del rating sull’attuale valutazione Baa2 richiederebbe una strategia definita chiaramente» (leggasi: di medio o lungo periodo). Perciò, per evitare un futuro, possibile declassamento, servono «riforme strutturali e un percorso di politica fiscale come garanzia di riduzione del debito pubblico». Sulla base di queste osservazioni, è ragionevole sostenere che, di per sé, la conferma del rating Baa2 assegnato da Moody’s sia un segnale di apprezzamento, quantomeno parziale, dell’attività di politica economica del Governo piuttosto che  di critica. Per dirla altrimenti: Moody’s non avrebbe esitato a declassare l’Italia se non ci fossero stati dei segnali di miglioramento, per quanto moderati, così come se fossero mancati i segnali di una politica economica favorevole alla stabilizzazione bancaria. Giustamente, quindi, al centro della discussione c’è piuttosto quel giudizio negativo sul medio periodo. In parte, ciò dipende dalle prospettive di crescita che, sebbene corrette al rialzo, vengono definite dall’agenzia americana come un «miglioramento marginale». Insieme all’ISTAT, Moody’s stessa ha confermato una crescita di +1,3% sul 2016. Ma nonostante il segno più, è impossibile non raffrontare  il dato con la crescita media in Europa, che si attesta a +2,3%. La questione della crescita del Pil non sarebbe così rilevante se non si legasse strettamente al vero problema, per Moody’s, del sistema bancario italiano, e cioè i 349 miliardi di crediti deteriorati nella pancia dei nostri istituti. Si tratta dello stock più alto in Europa: rappresenta il 17,3% dei loro prestiti lordi, che equivale al triplo della media dell’Unione Europea (5,1%). Eppure, «la questione degli Npl – ha ribattuto il ministro Padoan – sta subendo un’accelerazione positiva. Lo stock delle sofferenze è diminuito del 25% da inizio anno. Ci sono giudizi molto più positivi da altri investitori istituzionali». «Perciò – ha spiegato, commentando il giudizio dato dall’agenzia di rating – si tratta di un’immagine che non rispecchia la realtà». Il punto, però, è che la combinazione tra la riduzione del flusso di Npl di cui parla Padoan e la crescita viene giudicata sì adatta a supportare i volumi di attività, e quindi anche i ricavi degli istituti di credito, ma non sufficiente per condurre a una significativa riduzione dei crediti problematici. Le banche, infatti, stanno affrontando in primo luogo uno sforzo di accantonamento, che le ha portate a un livello leggermente superiore al livello pre-crisi (51% contro il 50% del 2007); un livello che resta comunque inferiore a quello richiesto per vendere questi asset sul mercato. La capacità di generare utili «resterà debole nel 2018», tra l’altro – afferma ancora l’agenzia di rating – anche sulla base di una serie di fattori che pesano sui ricavi come, per esempio, «i bassi tassi di interesse e la limitata crescita dei prestiti», tipico sintomo di un’economia che fatica a crescere. Uno degli unici aspetti che viene riconosciuto come solido, all’interno del sistema creditizio italiano, resta il peso dei depositi – l’Italia, si sa, è un popolo di risparmiatori – che riduce l’esigenza di rifinanziamento da parte degli istituti. Torniamo quindi alla domanda iniziale: perché mantenere comunque un outlook negativo? O detto diversamente: era proprio necessario confermarlo in quella direzione? La risposta sta proprio nelle preoccupazioni sulle «priorità politiche del prossimo governo», un’osservazione di natura squisitamente politica sulle prossime elezioni, in Italia, nel 2018. A modo suo, perciò, Moody’s ha espresso il suo parere: il mercato premierà quel Governo che sarà capace di mantenere stabile queste politiche di riduzione del debito e di assestamento bancario.  Il problema è che le preoccupazioni di Moody’s rischiano di avverarsi ben prima delle elezioni: dopo soli undici giorni dall’emissione del rating (avvenuta il 6 ottobre), infatti, è giunta, piuttosto inaspettata, una mozione del Partito Democratico, che punta a non rinnovare l’incarico del governatore di Bankitalia Ignazio Visco, il cui mandato scadrà a fine mese. Diventa plausibile credere che tutto questo si tradurrà in una nuova instabilità degli obiettivi: instabilità che, fino a qualche giorno fa, paventata da Moody’s, era stata tacciata come eccessiva. Difficile, quindi, in un certo senso, continuare a darle torto.  

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Quanto manca alla prossima crisi finanziaria?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 05.10.2017

Quanto è lontana la prossima crisi finanziaria? Secondo Deutsche Bank, non molto. Un’equipe di strategist della banca tedesca, di recente, ha redatto un dossier che riporta i potenziali fattori di rischio di un’eventuale prossima crisi sistemica. La conclusione è che «se ci fosse una crisi relativamente presto (entro i prossimi 2-3 anni), sarebbe difficile guardare a queste variabili e dire che non c’era modo di individuarle». Per dirla con la Frankfurter Allgemeine Zeitung, una crisi, nel breve periodo, sarebbe tutto meno che «imprevedibile». Ciò non significa, beninteso, «dire che accadrà»: i redattori si dicono «ben lontani» dal farlo. E questa reticenza è, bisogna ammetterlo, abbastanza ambigua. Ciò non toglie che il tono di alcune delle considerazioni sia piuttosto allarmato. Per il team guidato dall’analyst Jim Reid, tra i fattori di rischio, il primo è la possibile fine della politica monetaria espansiva da parte dei grandi garanti della liquidità sui mercati, e cioè le banche centrali: Federal Reserve, Banca Centrale Europea, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone. La fine della loro attività sul mercato si tradurrebbe in un vero e proprio «viaggio nell’ignoto». Finora, infatti, la loro politica monetaria è stata, quantomeno, un fattore di stabilità finanziario. L’interruzione della fase espansiva – auspicata come necessaria da chi teme lo spettro di una spirale inflattiva – potrebbe rivelare, però, brutte sorprese. Il dato che più di tutti rileva l’anomala attività delle Banche centrali, secondo il paper, è il risultato del raffronto effettuato tra gli asset costituiti dalle quotazioni di Borse e Bond dei primi 15 mercati per dimensioni e i valori del Pil dei paesi associati: da oltre due secoli, la sproporzione in favore degli asset finanziari non era mai stata così evidente. Secondo questa chiave interpretativa, il fattore scatenante può essere riscontrato proprio nell’acquisto dei titoli da parte delle banche centrali. La mossa delle banche centrali, infatti, comporta due effetti, tra loro legati: da una parte, il rialzo dei prezzi sui titoli, vista la solidità del garante, ma dall’altra, in corrispondenza della diminuzione del rischio, la diminuzione dei tassi d’interesse. La mossa, pensata per stimolare il credito verso imprese e famiglie, rende però più difficile la vita per quegli investitori a caccia di investimenti più redditizi. Risultato: il posizionamento su mercati a maggiore rendimento è cresciuto a dismisura. Un’analisi a conferma di questo fenomeno, l’ha offerta anche il Sole 24 Ore: utilizzando la banca dati di S&P, il quotidiano calcola che, nel 2012, il fatturato delle società quotate pareggiava con la loro capitalizzazione; oggi, invece, il loro valore di mercato supera, nella media, 1,6 volte i loro ricavi. A ciò, si somma un flusso di capitali in crescita verso i fondi azionari (+222 miliardi di dollari da inizio anno) e la crescita del mercato obbligazionario del 7%. Sopra una simile preponderanza del mercato borsistico su quello reale non può che aleggiare un sospetto: il rischio di trovarsi all’interno di una nuova bolla finanziaria. Tolte le enormi agevolazioni fornite dalle banche centrali, le imprese, le famiglie e gli Stati stessi sarebbero privi dei mezzi necessari forniti dal credito per fronteggiare un rinfocolarsi della crisi e ciò produrrebbe un crollo del mercato finanziario soprastante, cioè lo scoppio della bolla. L’unica nota ottimistica è che, in fondo, possa essere accettabile che, in una fase di ripresa, dopo 5 anni, il valore di mercato delle azioni sia cresciuto, in proporzione al fatturato, del 60%.  Una considerazione se non sorprendente, ma quantomeno amara, è che anche la situazione politica ed economica italiana venga inserita nei fattori di rischio di una possibile crisi sistemica. Vale la pena, su questo punto, citare il dossier: «Un paese che si avvicina alle elezioni, in cui il sostegno a un partito (o movimento) populistico è molto alto, con una economia che da generazioni fa peggio delle altre, un peso del debito relativamente enorme, un sistema bancario fragile che continua a dover gestire l’eredità dei debiti tossici, presenta per noi tutti gli ingredienti per scatenare la prossima potenziale crisi finanziaria». Anche se, va detto, pur al di sotto della media UE (+2,3%), l’ISTAT ha confermato i suoi dati sulla crescita in Italia: +1,3% sul 2016, il che forse regalerebbe all’Italia un profilo, se non politicamente, almeno economicamente più stabile. Accanto all’Italia, un ulteriore fattore di rischio è individuato nel futuro prossimo della Cina. L’economia cinese, infatti, starebbe ancora attraversando un momento di passaggio: «dalla produzione manifatturiera ai servizi, e dagli investimenti al consumo». A questa fase di “atterraggio” che non è data per scontata si sommerebbe quindi l’aumento del debito e la crescita di una presunta bolla immobiliare. Fenomeni che, per la verità, potrebbero essere ridimensionati: in Cina la crescita della domanda di mutui (cioè di credito) si associa al bisogno reale di un alloggio e lo Stato, mediante il debito, è prestatore ultimo soprattutto nei confronti di imprese e famiglie, e quindi fautore di una crescita dell’economia reale. Altri fattori preoccupanti sono le disuguaglianze delle bilance commerciali tra paesi, che rischiano di trascinare gli stati in pericolose spirali di crescita di debito pubblico, fino al rischio di default; l’avanzata dei populismi, i quali limiterebbero il commercio globale attraverso manovre protezionistiche; la situazione preoccupante della Londra post-Brexit e dal Giappone schiacciato dal peso della stagnazione e dall’enorme debito pubblico; inoltre, la presenza di un’inaspettata bolla legata a un sistema di prezzi eccessivamente elevato, che non avrebbe riscontro nel valore reale delle merci scambiate. Difficile non pensare che il contenuto del dossier di Deutsche Bank aspiri, in qualche modo, a diventare il contenuto di una qualche futura agenda politica. Certo, nella peggiore delle ipotesi, il mondo bancario potrebbe togliersi una (magra) soddisfazione: aver lanciato l’avvertimento più deciso sui rischi di una possibile futura crisi finanziaria. Ma a questo punto, per fortuna, sorge un dubbio: se il rischio fosse così probabile e “finalmente” previsto, le contromisure del sistema bancario non sarebbero forse già state attivate?

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S&P declassa il debito cinese, ma il Dragone può sostenerlo

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 25.09.2017

Standard&Poors ha rivisto al ribasso il giudizio sul debito cinese: da AA- a A+. Nei termini dell’agenzia, significa che la capacità di onorare i propri debiti è «ancora forte», ma diventa «più suscettibile a condizioni avverse di mercato». Così, anche S&P si è affiancata al giudizio della gemella Moody’s, che nel maggio di quest’anno infliggeva al debito cinese un analogo taglio del rating: da Aa- a A1. L’abbassamento del valore assegnato al debito sovrano cinese, peraltro, non avveniva da 28 anni. L’operazione delle agenzie di rating segna quindi, di fatto, uno dei pochi indicatori negativi sull’andamento dell’economia cinese da almeno due decenni, sempre che non si tenga conto del dato del Pil del 2016: +6,7%, il più basso degli ultimi 25 anni. Non si può negarlo: l’economia cinese dell’ultimo lustro ha rallentato la propria corsa. Dal 1987, in poco più di vent’anni, il Pil era più che raddoppiato, sostenuto da una crescita costante. In media, l’incremento annuo risultava ogni anno superiore al 10%. Perciò, il rallentamento del tasso di crescita, sceso negli ultimi anni tra il 6-7%, è stato annunciato nei termini di una frenata della locomotiva asiatica. Eppure, resta un fatto: un’economia con un tasso di crescita che oscilla fra il 6-7% l’anno non può che definirsi se non come un’economia in crescita. Il frettoloso compiacimento di alcuni commentatori nel salutare la presunta fine del boom cinese deve confrontarsi quindi con una realtà: in Europa, un tasso di crescita paragonabile a quello di Pechino avrebbe qualcosa di miracoloso. Berlino, per esempio, quarta economia al mondo, con un export all’attivo e un livello occupazionale da record, non raggiunge il 2%. E se le stime si riveleranno esatte, il surplus italiano, con un +1,5%, uscirà finalmente da valori di grandezza ascrivibili all’errore statistico. Non resta che dirlo chiaramente: l’economia cinese funziona. I giudizi di Moody’s e Standard & Poors – i quali, a dirla tutta, dimostrano un certo e anomalo attivismo: su tutto naturalmente il downgrade, due giorni fa, dell’affidabilità creditizia del Regno Unito –, sebbene differiti di qualche mese, sono quindi più facilmente interpretabili come un segnale alla dirigenza cinese da parte di autorevoli portavoce dei mercati: servono politiche per contenere il debito. Il debito cinese, d’altro canto, negli ultimi 15 anni, è passato dal 100% al 270%: un aumento spaventoso, che in qualunque altro paese avrebbe comportato un grosso problema di solvibilità. Il punto, però, è capire di che pasta è fatto questo debito. In altre parole: chi sono i veri sottoscrittori? E qui, paradossalmente, arriva un primo punto in favore di Pechino: il debito cinese è distribuito per la sua parte maggiore fra privati e imprese, tutti quanti (o quantomeno la maggior parte) di nazionalità cinese. Come ha osservato Giuliano Noci sul Sole 24 Ore, la crescita del Dragone, quindi, è in buona parte finanziata dai risparmi dei singoli e delle famiglie, reinvestiti poi dalle banche nel credito per le imprese. Una situazione molto diversa da quella degli Stati Uniti che, a fronte di una domanda crescente e una produzione stagnante, è dovuta ricorrere all’indebitamento progressivo, sia sul fronte dei privati, sia sul fronte delle obbligazioni del Tesoro, ricorrendo a capitali di provenienza straniera: a fornire questi capitali sono stati in primo luogo il Giappone (detentori dell’11% del debito statunitense) e al secondo posto, guarda un po’, proprio la Cina (che ne possiede il 10%). Inoltre, pur trattandosi di cifre stratosferiche, il Partito Comunista cinese sa di avere ancora un certo margine di manovra sul debito. In primo luogo, dal momento che l’accumulo di asset governativi è pari a quasi due volte il Pil nazionale e quindi, in caso di insolvenza, potrebbe inondare il mercato di liquidità. In secondo luogo, perché – attraverso delle restrizioni – sta tenendo sotto controllo il boom creditizio, dovuto ai mutui immobiliari. Difficile paragonare, quindi, la situazione del mercato immobiliare in Cina con quello americano del 2007: in Cina è avvenuta una delle maggiori migrazioni interne della storia che, da una parte ha portato le campagne a spopolarsi, ma dall’altra ha ingrandito a dismisura le città. Non si tratta insomma di costruire fruttiferi articoli finanziari a colpi di credito facile e rischioso per poter acquistare una seconda o una terza casa: si tratta di dare una tetto all’enorme numero di manodopera di cui la Cina ha realmente bisogno. Il segnale delle agenzie di rating, insomma, è chiaro: le politiche per il contenimento del debito non sono sufficienti. Ma è difficile, aggiungiamo, che si possa prospettare, nel breve periodo, una crisi di liquidità. Un po’ sommariamente, si potrebbe dire che i problemi della Cina sono altri. Giusto per farsi un’idea: l’aumento spropositato delle disuguaglianze interne, un’urbanizzazione selvaggia, livelli di inquinamento altissimi e la totale assenza di forme di rappresentanza democratiche. Ed è su questi punti che si gioca la grande partita di Pechino: continuare a far credere che non esistono alternative al modello di sviluppo finora tenuto, singolare intreccio di pianificazione, liberismo e autoritarismo, capace di raggiungere performance economiche da record.

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Quanto conta il personal branding

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  • Consulenti finanziari
Scritto il 13.09.2017

Qualcuno ha scritto che il personal branding è necessità e opportunità; altri che non è la capacità di sapersi vendere ma di sapersi far comprare. Manageritalia, lo scorso anno, quantificava il 62% delle scelte operate dalle aziende intervistate come direttamente influenzate dal personal branding del candidato. Prendete il caso di un giovane consulente finanziario appena entrato sul mercato. Il suo portafoglio di investimenti non potrà mai essere paragonato a quello di un professionista di settore che opera magari da più di vent’anni. Eppure, il nuovo operatore ha maggiori competenze lato digital, è fresco di un master in finanza molto qualificato e ha una strategia d’investimento innovativa relativa – per dire – ai risparmi sotto forma di valuta elettronica. Il personal branding è lo strumento per fargli raggiungere l’audience giusta, e quindi avviare la sua carriera professionale. Il personal branding consiste nel trasformare se stessi in un marchio, cioè il proprio nome o la propria immagine in un simbolo, ovvero in una promessa di valore, una garanzia. Una logica praticamente identica a quella di un marchio di fabbrica. La locuzione è nuova non c’è dubbio, l’idea no. Nel repertorio della storia della cultura, gli esempi non mancano e possono essere recuperati anche nel passato più remoto: Isocrate fu ineguagliato maestro di retorica, nella Grecia antica; divenne simbolo di eloquenza, fondò una scuola legata proprio al suo nome, la quale divenne così nota che i suoi discepoli, solo per il fatto di farne parte, poteva chiedere ai discenti compensi astronomici. Ma prendete Chiara Ferragni, ripiombando nell’attualità, o qualsiasi famoso dj o rockstar per farvi un’idea seduta stante di quanto sia fondamentale il personal branding: comunque vadano le vendite di un “prodotto”, magari non sempre o per forza il migliore in quel momento sul mercato, risentiranno comunque in maniera molto positiva del loro “marchio di fabbrica”. Ecco: a parità di qualità con un altro prodotto, il vantaggio di uno sull’altro non sarà altro che il valore da associare al personal branding. Il personal branding, nel mondo del web e dei social, non è solo un atteggiamento proattivo: diventa un requisito dovuto, scontato. In poche parole: la promozione della propria immagine, o meglio la sua pubblicizzazione (in modo efficace: a tutti – diceva Warhol – sono concessi 15 minuti di notorietà o, diremmo noi, una manciata di like sui social) è una condizione necessaria per posizionarsi all’interno di un mercato. Non necessariamente si tratta di farlo sul web, ma è chiaro che, trattandosi del maggior moltiplicatore esistente della propria immagine, e quindi dei propri prodotti, non farlo equivale a perdere in partenza. Nella grande messe di prontuari on-line per curare il proprio personal branding convivono suggerimenti sottili e semplici richiami al buon senso: è chiaro che il profilo Linkedin di un strategy advisor non potrà essere popolato da immagini di qualche festa in spiaggia, a distanza ravvicinata da qualche post che lo ritrae relatore a un convegno sulla strategia d’impresa; così come Facebook – per restare nell’ambito dei social network – è difficile che sia il luogo idoneo a caricare il proprio curriculum da ingegnere gestionale e pretendere che qualche HR vada a cercarlo proprio lì. Il personal branding è senza dubbio una necessità e un’opportunità anche sul lato dell’utente on-line. Anziché perdere tempo in estenuanti e inutili ricerche, l’utente si fa immediatamente un’idea di un ventaglio di proposte fatte su misura per lui. Non solo: presentarsi bene e con professionalità è – per tornare al mondo degli investimenti – la chiave giusta per far sì che gli utenti decidano in serenità di affidare a un professionista i propri risparmi e stabiliscano un rapporto di fiducia con il proprio consulente. Money Controller offre un esempio di quanto descritto. Nel portale è presente l’elenco dei consulenti finanziari associati, e i canali per poterli contattare. Non si tratta di semplici nomi, ma concisi profili professionali, dotati tutti quanti di un volto. Nella community, inoltre, i professionisti scrivono contributi e articoli con regolarità per marcare ulteriormente il loro ambito professionale e dare dimostrazione delle loro competenze. Il tutto è naturalmente inserito – come d’altronde suggeriscono i migliori consulenti di personal branding – all’interno della cornice aziendale ospitante, che in questo caso è Money Controller. La capacità di sapersi inserire all’interno di una cornice aziendale, mantenendo la propria identità professionale, è uno dei segreti del personal branding: significa avere strumenti lavorativi flessibili e solidi, essere self confident, senza scadere in quel protagonismo che pretenderebbe invece uno spazio esclusivo e slegato da un contesto di riferimento (come capita a molti blog personali, ad esempio). E inoltre essere inseriti all’interno di una rete di professionisti, significa offrire ancora più garanzie di quanto già non farebbero le proprie referenze.

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Euro sempre più forte, ma attenzione alle conseguenze sull'export

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 04.09.2017

Il 29 agosto scorso, l’euro ha traguardato il massimo apprezzamento sul dollaro di quest’anno: il cambio ha raggiunto quota 1,2069. Per riscontare un euro così forte, bisognerebbe tornare al 2015, o addirittura al dicembre 2014, quando la soglia massima di apprezzamento registrata sul biglietto verde arrivò a 1,2186. Alcuni segnali, tuttavia, fanno pensare a un cambio di tendenza già in atto: la scorsa settimana, infatti, si è chiusa con la ridiscesa dell’euro sotto la soglia psicologica dell’1,2 (mentre scriviamo l’euro vale 1,1859 dollari). Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, vale la pena chiedersi: come è possibile che la moneta unica si sia avvantaggiata così tanto sulla divisa americana, segnando un apprezzamento del 14%, a partire dall’inizio di quest’anno? Analisti e commentatori sono piuttosto concordi nell’attribuire una parte di responsabilità alla presidenza di Donald Trump che, comunque la si voglia giudicare, dà segnali di debolezza e stallo. E poi (novità degli ultimi mesi) c’è uno scenario internazionale, dove il ruolo degli Stati Uniti viene messo provocatoriamente in discussione da uno dei leader più pericolosamente imprevedibili degli ultimi decenni, come Kim Jong-un. È in corrispondenza del lancio missilistico effettuato per ordine del dittatore nordcoreano sui cieli del Giappone, infatti, che il dollaro ha raggiunto il suo minimo storico sull’euro, quest’anno. Come se non bastasse, negli stessi giorni, l’uragano Harvey si è abbattuto su Louisiana e Texas, causando enormi disastri. Ma di motivi per puntare su un euro più forte, ce ne sono anche al di qua dell’Atlantico. In primo luogo: le elezioni di Olanda e Francia, che hanno allontanato lo spettro della dissoluzione comunitaria. E poi c’è un discorso di Mario Draghi tenuto a giugno, durante il forum della Banca Centrale a Sintra, in Portogallo. Nella sua relazione, il presidente della BCE ha prospettato una concreta e possibile riduzione (tapering) delle misure del Quantitative Easing. Il discorso sembra non essere passato inosservato e prova ne è proprio il tasso di cambio che, in fondo, starebbe fin da ora figurando lo scenario di un’Europa priva del surplus di liquidità assicurato dalla Banca Centrale. Difatti: se con la fine di politiche monetarie espansive circolerà meno moneta, quella che resterà aumenterà il proprio valore. In aggiunta, ci sono i segnali di una certa ripresa (o, per certi versi, una tenuta) dell’economia dell’area europea. Il Pil italiano, secondo l’Istat, ha segnato un +0,4% nell’ultimo trimestre; avanti così, c’è la possibilità che si possa segnare un +1,5% per il 2017. Nell’ultimo trimestre, l’economia spagnola ha segnato un +0,9% e sull’anno è già a +3,1%. Salvo sorprese, la crescita iberica potrà dirsi, a fine anno, solida. Ma a interessare i mercati sono senz’altro i dati della Germania: forti di una crescita stabile (+0,6% ultimo trimestre e +2% annuo), un tasso di occupazione record e una crescita dei salari reali, ad aggiungere ulteriore fiducia c’è una ricerca di mercato di Gfk, dove si riporta che agosto è il quinto mese di fila a veder crescere la domanda interna tedesca. A bilanciare i dati dell’Eurozona, ci sono quelli riguardanti l’economia americana. Sono almeno due le buone notizie, in entrambi i casi correzioni di previsioni al rialzo: la prima è l’aumento di 180mila buste paga rilevate da Adp, nel suo ultimo report sull’occupazione, che in un mese come quello di agosto (da cui di solito ci si aspettano dati negativi) ha colto abbastanza di sorpresa; la seconda è una revisione di crescita, dal 2,7% al 3% su base annua, del Pil americano. Più posti di lavoro e una crescita più solida, dunque. Ora, la domanda da porsi è: conviene all’Eurozona tenersi una moneta così forte? Le borse europee hanno dato un parere negativo. C’era da aspettarselo: con un euro troppo forte, a risentirne immediatamente, sono le esportazioni. Perfino per la Germania sembra sia arrivato il caso di intervenire. La Germania è un paese importatore di materie prime e, su questo punto, trae giovamento da un euro moderatamente forte. Ma Berlino è anche esportatore di prodotti industriali di alta gamma. E se è vero che un euro moderatamente forte non incide in un mercato di quel tipo (su quei prodotti le leggere differenze di prezzo vengono percepite meno), ciò non può valere al di sopra di qualsiasi soglia. L’andamento dei tassi di cambio subirà certamente un mutamento decisivo all’altezza di due appuntamenti: il 7 e il 15 settembre, date in cui si riuniranno, rispettivamente, la BCE e la Federal Reserve. In entrambi i casi è difficile prevedere un esito, ma è certo che sulle decisioni che prenderà la BCE almeno due fattori avranno un qualche peso: la bocciatura da parte dei mercati di un euro così forte (le borse hanno chiuso in perdita per segnalarlo) e le future scadenze elettorali, Germania in primis, per quanto l’esito, la vittoria di Angela Merkel, sia quasi scontato.

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150 milioni per Air Berlin, Lufthansa favorita per l'acquisizione

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 18.08.2017

Per chi ha tra le mani un biglietto di Air Berlin, niente paura: i 150 milioni stanziati d’urgenza dal governo tedesco basteranno perché resti valido, almeno fino a novembre. Il salvataggio della compagnia è stato, a dir poco, fulmineo: così rapido da non aver nemmeno permesso a Bruxelles di dare formalmente il via libera. A questo punto, «Air Berlin dispone di mezzi che, in combinazione con gli aiuti federali, la renderanno sicura fino alla fine di novembre», ha rassicurato Alexander Dobrindt (CSU), ministro dei trasporti del governo federale tedesco. Se ci si chiede che ne sarà di Air Berlin, dopo la fine di novembre, dirlo fin da ora è difficile. Le procedure di bancarotta avviate presso il tribunale di Berlin-Charlottenburg dovrebbero garantire, stando alle dichiarazioni della dirigenza, una sostanziale continuità dei quadri aziendali. Certamente una cospicua parte della società, per cercare di appianare il debito, dovrà essere giocoforza collocata sul mercato: e la candidata più verosimile a rivestire un ruolo di prim’ordine, attraverso l’acquisizione di “alcune attività”, è la compagnia di bandiera tedesca Lufthansa, che già è presente tra i soci del gruppo Air Berlin. Il tracollo di Air Berlin, il secondo vettore aereo per importanza in Germania, è arrivato all’indomani di un’importante decisione di Etihad, la compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti e socio di maggioranza relativa (29%): dal 9 agosto, stop a ulteriori finanziamenti. Nella giornata di Ferragosto, il gruppo con sede nell’omonima città tedesca, annunciava, quindi, bancarotta. In aggiunta ai 184 milioni serviti per acquistare, nel 2014, il programma “frequent flyer”, cui vanno sommati – per completare il quadro – gli oltre 370 milioni stanziati negli anni precedenti (acquisizione compresa), ad aprile, la compagnia saudita aveva versato un’ulteriore somma di 250 milioni di euro. Il finanziamento di aprile avrebbe dovuto arginare la crisi emersa durante la pianificazione dei voli estivi, avvenuta a marzo. Ma prima di raggiungere il miliardo di euro in favore di Air Berlin, Etihad ha mollato la presa. Solo nell’ultimo anno, d’altro canto, la compagnia berlinese aveva sofferto perdite per 780 milioni. E così, la tranche di 50 milioni, prevista per agosto, prima di essere risucchiata da un prevedibile buco di bilancio, è stata bloccata. Contestualmente allo stop dei finanziamenti, veniva sospesa anche la vendita delle azioni. Il prezzo si fermava a 76 centesimi; nel 2007, le stesse valevano oltre 20 euro. Nel 2012 – anno della “scalata” da parte degli Emirati – si registrava, dopo un quinquennio di perdite, il primo bilancio al positivo. Il risultato, tuttavia, fu piuttosto modesto: +7 milioni di euro, in guadagni. Negli anni a seguire, si sarebbero riportate perdite ben più vistose. Così, mentre Easyjet, Wizz Air, Vueling e, soprattutto, Ryanair entravano in pieno regime, spostando definitivamente il mercato dei voli sul low-cost, Air Berlin perdeva quota. Lo schianto, per quanto prevedibile, è arrivato ora, in un periodo vacanziero, e dunque critico. Di qui, si spiega, in parte, l’intervento fulmineo della Bundesregierung. Il governo tedesco è fiducioso: il ministro dell’economia Brigitte Zypries (SPD) non la pensa molto diversamente dal ministro Dobrindt. Grazie agli aiuti federali, i risultati dell’alta stagione e l’acquisizione da parte di altre compagnie di “alcune attività”, Air Berlin non solo pareggerà i conti, ma sarà perfino in grado di restituire il prestito. Ed è proprio l’annunciata cessione, secondo una formulazione generica (ma piuttosto allusiva), di “alcune attività” a Lufthansa ad essere percepita come la garanzia maggiore. La versione dei fatti di Ryanair è, come ci si poteva aspettare, piuttosto critica: il governo tedesco, attraverso questo finanziamento-ponte, starebbe consapevolmente permettendo a Lufthansa di acquisire Air Berlin, senza dover passare attraverso l’acquisizione del suo debito. Perciò, la regina delle low-cost ha deciso di presentare ricorso alla Commissione europea, la quale ora valuterà se l’operato del governo tedesco sia conforme ai nuovi “Orientamenti per il salvataggio e la ristrutturazione delle imprese in difficoltà”. La speranza è quella dell’apertura di una vera e propria gara per l’acquisizione rivolta a tutti; in mancanza di essa, a perderci, in ultima analisi, secondo la compagnia irlandese, sarebbero proprio i consumatori, probabilmente costretti a pagare il servizio a prezzi fuori mercato. Così, mentre in Germania si discute sulla destinazione da dare agli asset più pregiati per risanare il debito e sul destino dei circa 8mila 600 dipendenti, un analogo dibattito pubblico, in Italia, sta velocemente convergendo su Alitalia: non solo perché è proprio Etihad a detenere il 49% della società, ma anche perché – ed è questa un’inquietante analogia –, incassato il no al referendum, l'ex compagnia di bandiera si è visto negare, proprio come Berlin Air, ulteriori finanziamenti dai sauditi. La cronaca che ci aspetta, però, sarà diversa da quella che attende la compagnia berlinese: difficile pensare, infatti, che Alitalia possa tornare in qualche modo vettore di bandiera, e questo anche a fronte di un impegno governativo sul caso poco paragonabile a quello tedesco.   

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Dieci anni fa, il mondo scopriva la crisi dei mutui americani

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  • Banche e prodotti bancari
Scritto il 10.08.2017

Un noto adagio, piuttosto diffuso a Wall Street, recita: «se leggi la notizia sul giornale, è troppo tardi». E, in effetti, il 10 agosto 2007, esattamente dieci anni fa, quando gli investitori cominciarono a sfogliare le prime pagine dei quotidiani, era già troppo tardi. Le testate di alcuni riportavano che, dal giorno prima, gli investitori di tre fondi del colosso francese Bnp Paribas non avrebbero potuto, momentaneamente, vedere rimborsati i propri risparmi: un colosso bancario ammetteva, cioè, di essere insolvente. Per convenzione giornalistica e per la caduta delle borse che ne seguì, quel 9 agosto fu indicato come l’inizio della crisi. A posteriori, è quasi naturale constatarlo: annunciando l’insolvenza di quei fondi, Bnp non fece molto di diverso dal gridare, come il celebre bambino della fiaba di Andersen, che… il re era nudo! Tra gli operatori del settore, il sospetto si trasformò in certezza: presto, il problema avrebbe riguardato anche loro. Forse non tutti si aspettavano, però, che di lì a poco avrebbero assistito alla più grande crisi interbancaria della storia. Da allora, non si è più smesso di raccontarne le vicende. Farlo, resta un’impresa, non solo per la complessità degli avvenimenti: la tentazione di un giudizio politico e morale è forte. Con ciò, su un punto, è difficile avere ancora dubbi: la crisi si generò a partire dall’utilizzo incontrollato di specifici strumenti finanziari, i cdo (collateralized debt obligation) garantiti da mutui subprime; in altre parole: obbligazioni garantite da debitori con un possibile problema di insolvenza. Lo strumento finanziario denominato cdo fu perfezionato a partire dalla fine degli anni ‘80. Ma è nel 1999 che per i cdo, con la Gramm-Leach-Bliley Act, arrivò la svolta: i muri di separazione tra le banche commerciali e d’investimento furono abbattuti. In poche parole, le società di credito, banche comprese, avrebbero potuto immettere sul mercato finanziario, in completa libertà, i prodotti delle loro attività commerciali, sotto forma di garanzie per i cdo. Tra quei prodotti, naturalmente, c’erano i mutui. I mutui potevano essere considerati come una fonte di profitto differita nel tempo (erano, né più né meno che una promessa di pagamento), a cui tuttavia andava associata una certa dose di rischio (era una promessa che, in alcuni casi, a maggior ragione in quello dei subprime, poteva essere disattesa). Detta così, a qualsiasi trader non sarebbe che potuta venire in mente una parola: obbligazioni. L’idea, almeno in parte, conteneva un aspetto vagamente ragionevole: distribuire i rischi diversificandoli e spostandoli sul mercato azionario; ciò significava: quantificare il rischio e renderlo proporzionale a un tasso d’interesse, cosicché qualcuno, a fronte di un premio, avrebbe deciso di accollarselo. Il sistema si basava su una convinzione apparentemente scontata: che i rischi connessi alle obbligazioni fossero trasparenti. Complessità, malafede, avidità, incompetenza, errori e complicità delle agenzie di rating (a molte obbligazioni restò assegnata la tripla A fino al momento del tracollo): i motivi che portarono a credere a quella convinzione, nella ricostruzione di ciò che accadde, sono molti. Anche in questo caso, una cosa è certa: il rischio fu straordinariamente sottovalutato. Se il rischio fosse stato calcolato nella sua reale entità, c’è da dubitare che gli istituti finanziari avrebbero acquistato enormi quantità di obbligazioni così scadenti; e, d’altro canto, sarebbe stato difficile anche piazzarne in modo così capillare presso gli investitori: il mercato stesso ne avrebbe disincentivato l’acquisto. I mutui suprime avevano permesso a milioni di americani di indebitarsi senza dover offrire quasi nessuna garanzia. Solo a due condizione alternative si sarebbe potuto evitare il disastro: se il prezzo degli immobili fosse continuato a salire, o se l’economia avesse permesso ai mutuatari di guadagnare, d’un tratto, abbastanza per rispettare il pagamento delle rate, sottoposte, peraltro, ad un necessario cambio del tasso di interesse. Nel primo caso, avrebbero potuto rifinanziare i propri mutui, trovandosi in mano immobili dal valore più alto; nel secondo, avrebbero semplicemente potuto saldare le nuove rate. Ma si trattava di una scommessa azzardata e al limite del buon senso. Il 2 aprile 2007 la società ipotecaria più grande sul mercato americano, la New Century, dichiarava bancarotta. La scommessa era persa: il mercato immobiliare, dalla fine del 2006, aveva smesso di crescere, bloccando la strada a possibili rifinanziamenti dei mutui; e i mutuatari non avevano retto al cambio d’interesse di quell’anno: come pensare, d’altronde, che i debitori avrebbero potuto, nel giro di pochi anni, migliorare così significativamente i loro guadagni? Le obbligazioni che si reggevano su mutui subprime, ormai inestinguibili, cominciarono a voler dire una cosa sola: carta straccia. Quella che seguì fu la cronaca di una catena di fallimenti annunciati. Tutte le emissioni obbligazionarie di quel tipo ammontavano a circa 240 miliardi di dollari ed erano quasi tutte contenute nelle maggiori banche di investimento. Venderle con un valore quantomeno vicino a quello di acquisizione, però, non sarebbe stato più possibile. Le perdite non solo erano certe: erano pressoché totali. A giugno, il valore di due fondi speculativi in mano a Bear Stearns crollò di schianto. Nel luglio 2007 Morgan Stanley perdeva, per le sole scommesse a favore delle obbligazioni, 9 miliardi di dollari; ne avrebbe persi altri 13 nel giro di qualche mese. A salvarla, sul momento, fu la sua riserva di oltre 40 miliardi. Sorte analoga toccò a Goldman Sachs, che come Morgan Stanley, pur sostenendo perdite miliardarie, tentò subito di liberarsi dagli asset tossici. Ma non tutte le banche sarebbero state capaci di arginare l’onda d’urto. Bear Stears fu la prima a essere travolta: fu acquisita da J.P. Morgan; lo stesso accade a Merril Lynch, acquistata da Bank of America. Le acquisizioni furono tutt’altro che indolori: giudicandole necessarie, a guidarle era intervenuta, infatti, la Banca Centrale degli Stati Uniti. Fannie Mae e Freddie Mac, finanziarie del mercato dei mutui americani, invece, furono nazionalizzate. Lehman Brothers, com’è noto, fu lasciata fallire. Ne seguirono conseguenze così impattanti sull’economia reale che quando Aig, la più grande società assicurativa americana, giunse sull’orlo del collasso, fu salvata dalla Fed di Ben Bernanke, con 85 miliardi di aiuti statali. Nel giro di poco più di un anno, la Fed si trovò costretta a stanziare oltre 700 miliardi di dollari al solo fine dei salvataggi bancari. Le sorprese non finirono dopo i salvataggi: sul mercato si scoprì che esisteva una rete di prodotti finanziari collegati ai cdo garantiti dai subprime altrettanto disastrosa. Furono in molti, negli Stati Uniti così come nel resto del mondo, a farne le spese: nell’era della mondializzazione finanziaria, c’era da aspettarsi che sarebbero stati ben in pochi, nell’universo degli investitori, a uscirne illesi. Ma il mondo degli investimenti significava (e significa tuttora) prospettive legate all’economia reale: la crisi dei sub prime costò all’economia mondiale qualcosa come 4mila miliardi di dollari e due anni di recessione economica, e quindi perdite di risparmi e posti di lavoro. Nessuna ricostruzione, a partire proprio dalle sue conseguenze, è riuscita finora a sciogliere del tutto i nodi della crisi legata ai mutui subprime. Eppure, c’è qualcosa che – con la scusa della ricorrenza del suo decennale – dovrebbe spingerci a volerne sapere decisamente di più: nel groviglio che la generò, probabilmente, infatti, si cela ancora, non del tutto chiarita, la migliore chiave di lettura del cambiamento economico e finanziario di questo nuovo millennio.

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GdF: nuovi canali per ottenere i nomi dei 10mila intestatari delle polizze Credit Suisse

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  • Polizze Vita
Scritto il 24.07.2017

La resa dei conti con gli evasori italiani, clienti di Credit Suisse, si avvicina: in una nota stampa, la Guardia di Finanza ha reso noto che «avvalendosi dei nuovi canali di cooperazione internazionale tra l’Italia e la Svizzera, ha richiesto alle Autorità fiscali elvetiche informazioni» su quei «titolari di rapporti finanziari esteri, emersi nel corso delle indagini di polizia giudiziaria, svolte dal Nucleo di Polizia Tributaria di Milano». In altre parole, l’Italia, adesso, vuole i nomi degli evasori; o, quantomeno, le informazioni per ottenerli. La vicenda inizia nel 2014, quando la Procura di Milano apre un’indagine per «frode fiscale, ostacolo all’autorità di vigilanza e riciclaggio» nei confronti della banca svizzera. L’inchiesta è conseguenza di un riscontro diretto di alcune anomalie, operato proprio dalla GdF. Nella sede italiana di Credit Suisse, infatti, la documentazione riguardante clienti italiani detentori di ingenti patrimoni risulta lacunosa e incompleta. A questo punto, la Procura di Milano dispone, attraverso la polizia tributaria, un sequestro documentale. Al centro dell’ipotizzato meccanismo elusivo, si scopre, c’è un prodotto finanziario specifico: una polizza assicurativa sulla vita (“Life Portfolio International”). Dietro, però, si nasconde ben altro: di fatto, con la sua sottoscrizione, si assicura l’anonimato e si consente al cliente il trasferimento di denaro alla collegata società assicurativa Credit Suisse Life & Pension (Cslp), con sede in Liechtenstein e filiale nel territorio britannico d’oltremare di Bermuda. In poche parole, si tratta di una «polizza mantello», escamotage per trasferire denaro in un paradiso fiscale. Nel dicembre dello scorso anno, la partita con Credit Suisse sembra giunta al suo epilogo: 109,5 milioni di euro versati al fisco italiano, a seguito del patteggiamento, richiesto e ottenuto. Non solo: dei 13mila 250 titolari di polizze, 3mila 297 di loro, raggiunti dalla notizia degli accertamenti, hanno già provveduto a versare il denaro dovuto al fisco italiano. In che modo? Grazie alla voluntary disclosure, una forma di auto-denuncia prevista dalle autorità fiscali italiane e pensata per mettere in regola i capitali non dichiarati. Tutto ciò, attraverso il pagamento delle imposte regolari e, in aggiunta, una frazione della pena prevista. Totale del patrimonio recuperato: 173 milioni di euro. Il caso, però, non è ancora chiuso. Mancano all’appello, infatti, altri 10mila clienti di Credit Suisse, finiti sotto indagine, e le cui posizioni finanziarie ammontano a una cifra straordinaria: 6,6 miliardi di euro. E appunto a questi ultimi si rivolgono ora le attenzioni della GdF, che può contare ora su uno strumento decisivo: l’apertura di quei «nuovi canali di cooperazione internazionale tra l’Italia e la Svizzera», e cioè del Protocollo di modifica sulla convenzione sulle doppie imposizioni (CDI), siglato dal ministro Padoan e dalla consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf nel 2015 per espungere la Confederazione dalla lista dei paradisi fiscali. Significativo è l’art. 27 del Protocollo, operativo dal marzo di questo 2017: consente agli Stati firmatari, infatti, di inoltrare domande “raggruppate” secondo gli standard OCSE, per identificare gli autori di dissimulazioni di patrimoni non dichiarati; si tratta quindi di uno strumento che appare in grado di accelerare la penetrabilità fiscale tra Italia e Svizzera, di rompere – per così dire – il muro di gomma, sui temi dell’evasione, che finora separava i paesi. Ormai, stretta da una pressione internazionale molto forte – da Ubs a Credit Suisse, diverse banche svizzere sono state costrette a saldare i conti con le autorità fiscali tedesche e americane – la Svizzera dovrà rassegnarsi: rinunciare alla nomea di paradiso fiscale. Allo stesso modo, anche gli evasori nostrani, che avevano reinventato al contrario il percorso dei famosi “spalloni” – non più portando in Italia caffè e sigarette, ma portando nel Canton Ticino oro e valuta – dovranno rinunciare all’idea che valicare le Alpi sia un metodo sicuro per nascondere capitali. Dunque, la nota della GdF suona piuttosto come un ultimo avvertimento. Ai contribuenti italiani non in regola resterebbe solo una cosa da fare: auto-denunciarsi entro il 31 luglio. In fondo, grazie alla voluntary disclosure – i cui termini sono stati riaperti dal Decreto-legge n. 193/2016 – , farlo potrebbe rappresentare la scelta più ragionevole.

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