Alessandro Albanese

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Virus o non virus, questo il dilemma

Scritto il 30.07.2020

  Una ripresa dei contagi da coronavirus ci ricorda che la crisi è tutt’altro che allespalle. Sta arrivando la seconda ondata di contagi che era stata paventa? Ma abbiamo mai davvero superato la prima ondata? Rischiamo una serie di ondate successive fino a quando non sarà disponibile un vaccino a livello globale? Impossibile rispondere a queste importanti domande. Sappiamo però che, secondo i dati diffusi, ogni giorno muoiono di coronavirus 5.000 persone al mondo. Non è una cifra grave come quella di metà aprile, ma segnala un peggioramento rispetto alla prima settimana di maggio. Ma quello che più preoccupa è che i numeri sono in aumento. Sebbene la maggior parte delle recenti notizie negative sul coronavirus provengadall’America Latina ed ora dai Balcani, il problema non riguarda unicamente i mercati emergenti. Negli Stati Uniti, il numero dei contagi riferito a Florida, Texas e California non è mai stato così alto e ha spinto il totale nazionale a circa 60.000 casi al giorno. La chiusura delle scuole si estenderà probabilmente fino al mese di ottobre e questo, probabilmente, renderà difficile ai lavoratori ritornare in ufficio, rallentandoulteriormente la ripresa dell’economia. Di conseguenza i dati di giugno sull’occupazione statunitense sono rimasti invariatirispetto a maggio e alcuni fornitori di dati come Open Table e Yelp sembrano indicare che le prenotazioni presso i ristoranti abbiano subito una nuova flessione, in particolare in presenza di focolai, mentre la chiusura delle imprese statunitensiavrebbe subito un’accelerazione. Non stupisce quindi che le banche stiano accantonando enormi riserve per coprire la prevista ondata di insolvenze sui prestiti. La maggior parte delle società continua a mostrarsi esitante nel fornire previsioni sugli utili proprio per via delle forti incertezze. E non sono solo le attività del commercio al dettaglio a ridimensionaregli organici, in previsione di un calo strutturale della domanda nell’economia post- coronavirus. Non mancano comunque le buone notizie, infatti sebbene negli Stati Uniti i decessi da coronavirus siano andati aumentando e nessun tasso di mortalità sopra la normasi possa considerare una “buona notizia”, il fatto che ci si mantenga nella fascia delle centinaia di casi, anziché i 2.000 al giorno circa del picco di metà aprile, è comunque positivo. A parte lo scoppio di alcuni focolai locali, nella maggior parte d’Europa ilvirus sembra essere sotto controllo. Sembrano essere stati superati anche i timori di una recrudescenza in Cina. Può darsi che anche negli Stati Uniti la situazione si stia evolvendo in tale direzione, seppure con qualche sussulto. Speriamo sia così Inoltre, il “precipizio fiscale”, che potrebbe materializzarsi con l’imminente sospensione del reddito integrativo per i disoccupati, ha reso ancor più impellenti i preparativi per un quinto pacchetto di stimoli a Washington. I Democratici hanno già presentato alla Camera dei Rappresentanti una proposta legge da 3.000 miliardi di dollari a cui i Repubblicani dovrebbero rispondere questa settimana con una contro proposta di portata minore, avviando una fase di negoziato. Nel frattempo, le principali banche centrali di tutto il mondo continuano a far fluire liquidità attraverso i mercati finanziari. Come sempre, la domanda importante di Voi investitori è se i mercati scontano buone notizie o cattive notizie. Anche se gli Stati Uniti dovessero emanare nuove misure di stimolo e registrare un appiattimento dei contagi, è probabile che la fiducia si mantenga ai livelli attualianziché subire un’impennata. La notizia di importanti passi avanti sui vaccini costituirebbe uno sviluppo positivo considerevole, ma anche in questo caso il ritorno della fiducia ai livelli pre-crisi difficilmente sarebbe veloce. Gli investitori stanno cavalcando l’onda della liquidità fornita dalle banche centralialle large cap, ma occorre una ripresa più sostenuta dei consumi e di altre attività economiche, grazie soprattutto alla scoperta di una soluzione al virus, vedi vaccino. Se aziende e consumatori continuano a dover lottare per tenersi a galla tra le onde, una simile ripresa ci metterà trimestri, non mesi, a concretizzarsi. Noi possiamo prendere opportuni provvedimenti, se solo lo volessimo...

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FOMO – Fear of missing out. Paura di rimanere esclusi

Scritto il 27.07.2020

FOMO – Fear of missing out. Paura di rimanere esclusi Probabilmente alcune delle poste del Recovery Fund europeo proposto dall’asse franco-tedesco potrebbero rivelarsi fondamentali per l’Italia. Circa un mese fa, Parigi e Berlino avevano proposto un vigoroso piano di recupero per far ripartire l’attività economica in tutta Europa dopo l’emergenza coronavirus, con particolare attenzione per i settori più colpiti e i Paesi più deboli. Due settimane or sono, la Commissione europea, vale a dire il ramo esecutivo dell’Unione Europea, ha definito gli aspetti fondamentali del piano e i dettagli della proposta di stanziamento di fondi pubblici. Il valore totale del pacchetto sarebbe pari a 750 miliardi di euro, vale a dire il 4,5% del PIL dell’UE. L’aspetto più importante, però, è forse rappresentato dal fatto che per la prima volta gli stati membri dell’UE hanno preso in considerazione l’ipotesidi un trasferimento fiscale tra i diversi Paesi. Si tratta quindi di un passo fondamentale nell’integrazione europea. A causa della bassa produttività, la crisi economica e bancaria che ha colpito il Sud Europa nel 2010-2013 ha privato numerosi Paesi dei propri motori di crescita nel settore industriale e in quello immobiliare. Nonostante i segnali di ripresa degli ultimi 18 mesi, l’emergenza coronavirus ha allargato il divario tra i Paesi del Nord Europa, che dispongono di attività industriali altamente produttive, e quelli del Sud, che sono diventati dipendenti dai flussi d’investimento. Inoltre, l’eccessivo indebitamento dei Paesi del Sud, causato dalla necessità difinanziare le misure varate per affrontare le crisi precedenti, oggi impedisce loro di attuare interventi fiscali robusti e credibili. Per riavviare in modo efficiente l’attività economica di questi Paesi siamo dell’avviso che siano necessari afflussi di capitali esterni, non un gravoso indebitamento aggiuntivo. Di conseguenza, l’intervento posto in essere, si suddivide in due segmenti: il primo è un pacchetto di prestiti, del valore di 250 miliardi di euro, e il secondo, ben più sostanzioso, è un pacchetto di “stanziamenti a fondo perduto” del valore di 500 miliardi di euro, che verrà distribuito agli stati membri sotto forma di trasferimenti dal bilancio comunitario. Il tutto sarà finanziato tramite l’emissione di titoli di debito da parte della Commissione europea per contro degli stati membri dell’UE. Il pagamento del debito verrà poi incluso nei futuri bilanci dell’UE,il cui contribuente principale è la Germania. I fondi saranno stanziati in base alle necessità individuate dalla Commissione europea, anzichéin base alle consuete regole europee in materia di “capital key”. Il capital key è quel criterio cheviene usato per quantificare il contributo di ciascuno stato membro dell’UE alla Banca Centrale Europea e che sin dalla crisi dell’Eurozona è stato utilizzato per calcolare il valore dei titoli diStato che la banca centrale può acquistare per ciascun Paese nell’ambito dei suoi programmi diquantitative easing. La Germania è il Paese che più contribuisce in termini di capitale, ma per sua sfortuna i principali beneficiari dei programmi di acquisto di attivi sono i Paesi del Sud Europa. Viceversa, pare che l’Italia sarà il principale beneficiario del nuovo Recovery Fund europeo, con 82 miliardi di euro in finanziamenti d’emergenza a fondo perduto e fino a 91 miliardi inprestiti a tasso agevolato. La Spagna dovrebbe ricevere 77 miliardi a fondo perduto, la Grecia32, la Francia 39, la Germania 30 e il Portogallo 18. All’annuncio di questa notizia, gli spreadcreditizi dei Paesi del Sud Europa si sono ristretti considerevolmente. È da anni che i Paesi del Sud Europa perorano la causa dei trasferimenti di bilancio e degli“Eurobond”, cioè titoli di debito emessi a livello europeo. Stavolta, però, la Germania è dalla loro parte, avendo capito che l’emergenza coronavirus non lascia altra scelta. Il colpo sferrato alla crescita è stato talmente duro che alcuni Paesi semplicemente non ce la farebbero a riprendersi da soli. Da canto suo, a bene vedere, la Cina è destinata a diventare presto la prima potenza economica del pianeta: un traguardo che il Covid, anziché allontanare, ha avvicinato. E con sé trascinerà l’interoindotto asiatico, la cui ascesa prosegue in modo incessante. Non detenere posizioni in questa parte di mondo equivale a perdere probabilmente le maggiori opportunità di estrarre alpha oggi disponibili nel mercato. Il colosso asiatico non solo continua a crescere a spron battuto, ma sta trasformando radicalmente ilproprio sistema economico: con l’ambizioso programma “Made in China 2025”, la Cina punta adabbandonare il ruolo di fabbrica del mondo per diventare una regione che esprime innovazione ai massimi livelli nei due pilastri del nuovo mondo, ovvero tecnologia e sostenibilità. La Cina è oggileader assoluta in tecnologie chiave come l’Intelligenza artificiale e il 5G, con largo distacco rispetto agli USA con cui rivaleggia in una guerra fredda che non è più militare e neppure commerciale, come nei proclami di Donald Trump, ma appunto tecnologica. Ed è anche il Paese che spende di più al mondo nelle energie pulite: nel 2019, ha investito 83 miliardi di dollari contro i 55 degli USA e i 16,5 del Giappone. Pechino sta d’altronde conducendo da 40 anni una politica mirata a rendere il suo sviluppo piùqualitativo che quantitativo. Lo dimostra anche il fatto che il governo di Xi Jinping non abbia fissato target di PIL per il 2020, abbandonando il diktat della crescita a ogni costo che voleva il raddoppio dell’economia in un decennio. Il progresso cinese non è, insomma, qualcosa che si costruisce in pochi anni e non è qualcosa che tre mesi di crisi possono intaccare, ma, a ben vedere, in realtà, il dominio del Paese è molto più antico: a partire dal 15° secolo e fino alla guerra dell’Oppio nel 19° secolo, la Cina è stata la più grande potenza economica del mondo. Ora, sta semplicemente tornando al vertice. Io, come Voi del resto, vorrei approfitarne!

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Smart working, didattica a distanza, eventi online

Scritto il 16.07.2020

  L’aumento esponenziale delle interazioni digitali è stato uno dei cambiamenti più rapidi e radicali causati dal COVID-19. Il trend era già in atto, ma lapandemia vi ha impresso un’accelerazione inattesa: in questi tre mesi, abbiamotutti sperimentato l’efficienza e la sicurezza delle app per fare riunioni di lavoroo chiamate collettive con gli amici. Non è un caso che i download della piattaforma di videoconferenze Zoom[1] siano passati su scala globale a 131 milioni nel mese di aprile, aumentando di 60 volte anno su anno. L’emergenzaha fatto sì che si rivelasse il potenziale di strumenti prima di nicchia, permettendo un salto tecnologico per cui, in tempi normali, sarebbero stati necessari tra i 7 e i 10 anni. Da questo punto non si torna indietro e l’abitudine asvolgere molte attività da remoto è destinata probabilmente a restare nella nostra quotidianità. Sta cambiando profondamente anche il modo di fruire dei servizi finanziari. Secondo una indagine statistica, nelle settimane di lockdown il 51% degli italiani ha intensificato il proprio rapporto con la banca di riferimento sul canale online e il 54% ha aumentato l’uso del mobile, guidando un vero eproprio trend globale. Inoltre, il 27% dei nostri concittadini, dato maggiore rispetto alla media globale, prevede di ridurre o cessare la frequentazione della filiale anche a crisi terminata. Anche il mondo della consulenza finanziaria sta testando la propria attitudine digitale: i canali online ci hanno consentito in questi mesi di restare in contatto con voi clienti, permettendoci di coltivare e rafforzare la relazione con voi, nonostante il distanziamento sociale. Questa relazione consulente-cliente, di fatto si era già spostata a inizio aprile prevalentemente su WhatsApp, scelto come strumento di comunicazione nel 40% dei casi. I numeri segnano chiaramente una tendenza che indica le prossime modalità di interazione tra noi consulenti e clienti. Un’occasione offerta dalla necessità, ma che si è rivelata preziosa perapprocciare in modo più diretto i Millennial e soprattutto la Gen Z, digitali per definizione, ma spesso poco preparati e interessati ai temi della finanza, che percepiscono come materie distanti e difficili. In generale, 1 studente su 5 non possiede "le competenze minime necessarie per prendere decisioni finanziarie responsabili e ben informate" e questo ve lo dico come formatore presso le scuole superiori, incaricato dall’associazione nazionale di categoria. Il più alto livello di competenza, che comprende la capacità di analizzare prodotti finanziari complessi, è padroneggiato solo da 1 studente su 20, la metà della media dei Paesi industrializzati. Il risultato è ancora più sconfortante se“normalizzato” in funzione delle prestazioni in matematica e lettura. Il 15% degli studenti italiani ha sottoperformato le aspettative in materiefinanziarie basate sul livello di altre competenze di base, posizionando l’Italiaultima in classifica. Come se non bastasse, i risultati del nostro Paese sono simili a quelli ottenuti nelle rilevazioni precedenti dell’OCSE, nel 2012 e nel 2015. Gli altri Paesi che hanno preso parte all’indagine hanno invece aumentato il loro punteggio inmedia di 20 punti. Insomma, da 8 anni a questa parte i progressi sul fronte dell’educazionefinanziaria sono stati pressoché nulli ed è evidente uno scollamento tra il sistema scolastico e il mondo finanziario. Un possibile modo per avvicinare i più giovani alla finanza è usare un mezzo che è loro familiare, come la “rete”. L’educazione finanziaria è per chi scrive un vero e proprio cantiere aperto, incui rinnovare costantemente esigenze formative ed informative del risparmiatore.

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TINA – there is no alternative

Scritto il 14.07.2020

La pandemia di Covid-19 ha provocato una delle crisi economiche più gravi della storia, causando allo stesso tempo la discesa dei mercati azionari più rapida di sempre. Nonostante il deciso rimbalzo registrato da marzo in poi, l’incertezza sulla possibile evoluzione futura delle curve dei contagi e sul conseguente impatto economico dell’emergenza sanitaria resta alta, invitando alla prudenza. Per gli investitori, risulta particolarmente difficile la gestione della componente più prudente di portafoglio, in cui i tassi prossimi a zero o addirittura negativi implicano rischi potenziali, privi di remunerazione.
Da qui nasce l’esigenza di ricercare soluzioni alternative alle strategie obbligazionarie più tradizionali e che ben hanno fatto negli ultimi anni. Paradossalmente, allungando il proprio orizzonte di analisi e di investimento è possibile ritrovare le certezze, nascoste dalle nebbie di breve termine.
Grazie ai Megatrend, cioè a quei fenomeni di cambiamento strutturale delle nostre abitudini di vita, il futuro pare dominato da elementi ineluttabili, quali l’esplosione del mondo digitale o l’attenzione per la sostenibilità ambientale, per esempio. Alcuni di questi fenomeni, peraltro, sono stati in grado di beneficiare di una netta accelerazione durante il periodo di "lockdown".
Da ciò ne consegue una imprescindibile necessità di tenere in considerazione, per costruire il proprio portafoglio in modo si speculativo ma anche avveduto, la necessità di conoscere alcuni condizioni di base per quel che riguarda la componente obbligazionaria, altrimenti identificata come quella in grado di restituire maggiore solidità ai propri investimenti. Il concetto di obbligazionario “core”, intesa come nucleo fondamentale, è strettamente legato al tema della diversificazione di portafoglio: un’allocazione obbligazionaria di elevata qualità funge infatti da decorrelatore rispetto alle allocazioni di voi clienti nell’azionario e in altre classi di attivo rischiose, di conseguenza genera un profilo di rendimento meno volatile. E’ utile ricordare che il “supermercato globale delle obbligazioni” non è solo molto grande, ma anche estremamente complesso, articolato e popolato da moltissimi settori e sotto-settori. Ciascuno di essi ha caratteristiche proprie, molto diverse in termini di liquidità e rischio di credito. Ciò ha un impatto sul fattore di rischio che ciascuna asset class obbligazionaria apporta all’interno del portafoglio. Come sono sicuro saprai, le correlazioni non sono stabili nel tempo e quando fenomeni di avversione al rischio colpiscono improvvisamente i mercati finanziari, la fuga verso la qualità e la liquidità rende certi segmenti del mercato obbligazionario estremamente appetibili agli occhi degli operatori, quali i team di gestione delle società di investimento, mentre altri diventano ancora più correlati all’azionario, come ad esempio le obbligazioni high yield o quelle emesse dai paesi emergenti. Può accadere ovviamente anche il caso in cui una discesa dei prezzi delle obbligazioni core, dovuto ad esempio ad un errore di politica monetaria, di comunicazione delle banche centrali o ad un rialzo dei tassi non previsto dal mercato scateni un effetto a catena di perdite su tutte le altre asset class. Tuttavia, anche in tal caso, le obbligazioni “core2 sono normalmente le prime a beneficiare di un ritorno alla normalizzazione dei prezzi, dato che l’assenza di rischio di credito, la liquidita degli scambi ed i più alti rendimenti che gli investitori in tali casi possono assicurarsi, conduce ad una meccanica risalita dei prezzi verso il valore di rimborso. Rimane forse un ultimo aspetto da considerare, ossia l’inflazione. Le obbligazioni core “nominali”, come i Treasury USA o i Bund tedeschi possono esporre l’investitore a rischi di perdite del patrimonio investito non i termini nominali, quanto piuttosto in termini reali qualora l’inflazione futura dovesse essere più alta di ciò che il mercato prezzava alla data di emissione di tali obbligazioni. In altri termini il valore reale del capitale rimborsato, anche tenendo conto dei proventi dell’investimento, può essere più basso di quello iniziale, esponendo l’investitore ad un perdita di potere di acquisto del capitale investito. In conclusione, vorrei quindi ricordare che il mercato obbligazionario è composto da tanti segmenti e ciascun di esso apporta elementi di rischio/rendimento molto diversi all’interno del portafoglio. Per converso, una efficiente diversificazione di portafoglio deve sempre tenere conto i diversi fattori di rischio che caratterizzano i fondi obbligazionari. I fondi core, sia quelli nominali, sia quelli “reali” sono elementi indispensabili all’interno del portafoglio poiché stabilizzano lo stesso in fasi di volatilità del mercato azionario, delle obbligazioni high yield e di quelle emesse dai paesi emergenti. Nella gestione di portafoglio quindi avviene un po’ quello che si fa quando si vuole fare una dieta bilanciata per cui occorre avere conoscenza dei principi nutritivi degli alimenti: un piatto con pasta, riso e patate può sembrare diversificato, ma sempre di carboidrati si tratta! Similmente quando si costruisce un portafoglio non bisogna limitarsi a parlare della “componente obbligazionaria” dello stesso, ma – rimanendo nella metafora della dieta – bisogna distogliere l’attenzione dalle etichette per concentrarsi sui “principi nutritivi”.

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Low for long, tassi a zero per lungo tempo

Scritto il 26.06.2020

Low for long, tassi a zero per lungo tempo Adesso che anche i tassi di interesse statunitensi, dopo quelli giapponesi ed europei, sono scesi a zero, voi cari investitori dovrete ovviamente riconsiderare l’opportunità –in termini di vantaggi ed efficacia – di mantenere in portafoglio posizioni in titoli di Stato USA come strumenti di copertura. Storicamente, l’esposizione ai titoli di Stato ha sempre offerto un ampio ventaglio divantaggi ai portafogli sia azionari che obbligazionari. Siamo davanti ad un cambiamento? I motivi per sospettare che un cambiamento stia covando non sono difficili da comprendere. Osservando che i rendimenti dei Treasury decennali sono scesi sotto all’1%, lamatematica obbligazionaria ci dice che la capacità di questi titoli di generare guadagni interessanti è stata significativamente ridimensionata, anche nel caso delle scadenze più lunghe. Persino ipotizzando che i rendimenti dei titoli di Stato a più lunga scadenza scendano in territorio negativo, il potenziale di rialzo assoluto offerto da questi strumenti è ormai parecchio limitato. Senza dubbio la curva dei tassi dei Treasury ha esibito un andamento direzionale per certi versi omogeneo: si è irripidita con l’aumento dei tassi e appiattita quando sonocalati. Non si tratta di un andamento tipico per una curva dei rendimenti. In passato, oltre a questo andamento, ho personalmente osservato un irripidimento della curva quando i tassi a breve termine sono scesi più di quelli a lungo termine e un appiattimento quando è accaduto il contrario, cioè i tassi a breve termine sono saliti più di quelli a lungo termine. Inutile dire che ne parliamo personalmente, conscio come sono che potrebbe non risultare chiaro da una semplice lettura del testo, il concetto espresso. Ad ogni modo, la maggiore direzionalità attuale replica le dinamiche delle curve giapponesi ed europee dopo che le banche centrali di queste due regioni hanno portato i tassi a zero. Di fatto, l’estremità corta di questi mercati obbligazionari è rimasta “inchiodata” a zeroe tutta la volatilità associata alle aspettative di crescita, inflazione e politica monetaria si è concentrata sulle scadenze più lunghe. Personalmente, ritengo che questa dinamica sia destinata a persistere e a indurreun’evoluzione nella funzione di copertura delle obbligazioni governative a più lungascadenza. In contesti di avversione al rischio, i titoli di Stato probabilmente continueranno a fungere da ragionevole strumento di copertura per i portafogli rischiosi, ma in contesti di propensione al rischio, le pressioni al rialzo che, normalmente, si osserverebbero nei rendimenti del segmento a breve della curva si sposterebbero verso le scadenze più lunghe, aumentando la volatilità e l’incertezza delle coperture di portafoglio. L’evoluzione di queste dinamiche della curva dei rendimenti ha determinato alcuneconseguenze: sebbene permangano le correlazioni negative tra i rendimenti dei Treasury e quelli azionari, in virtù di un orizzonte a medio termine, la portata si è ridotta e sono aumentati i margini di errore delle stime effettuate sulle correlazioni attuali. Non essendo troppo propenso a ritenere che sia finita l’epoca in cui i titoli di Stato sonouno strumento di diversificazione efficace per i portafogli rischiosi, devo tuttavia riconoscere che lo siano stati per lungo tempo e in modo molto efficace: di conseguenza, prima di pensare che sia esaurito un simile trend pluridecennale sarà bene avere a disposizione prove abbondanti e schiaccianti. Con il lancio di nuovi programmi di acquisto e di prestiti da parte della Federal Reserve, la banca centrale ha iniziato ad acquistare diversi tipi di asset, per non parlare del credito investment grade, generalmente tripla o doppia A. I trend di lungo termine non cessano all’improvviso. Negli ultimi 30 anni, il contesto generale è stato quello di un progressivo calodell’inflazione, di una flessione dei rendimenti reali e di un abbassamento dei premi dirischio, da cui hanno tratto vantaggio praticamente tutti gli asset finanziari. È presto per dire che tutto sia finito, ma i rendimenti obbligazionari sono, a conti fatti, una questione di matematica e il fatto che i tassi di interesse siano ai minimi indica che potrebbe essere opportuno pensare a un’alternativa alle strategie di copertura basatesui titoli di Stato, che tanto successo hanno avuto negli ultimi decenni. Quali scegliere? Per quanto tenerli in portafoglio? Parliamone e studiamo le possibilità che si prospettano in un contesto come questo.

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Considerazioni personali

Scritto il 23.06.2020

  Nella storia dell’umanità, gli eventi straordinari sono quasi sempre uno specchio della società in cui viviamo. La pandemia di coronavirus non fa eccezione. Alcuni riflessi che ci giungono da quello specchio sono rassicuranti, addirittura fonte di ispirazione. Per sconfiggere la malattia, milioni di persone di tutto il mondo hanno accettato limitazioni talora dolorose alle proprie libertà. Gli operatori sanitari e altre figure professionali di settori chiave hanno dato prova di grande eroismo, spesso in circostanze pericolose. Ma l’epidemia ci ha anche restituito l’immagine di alcune realtà estremamente scomode. Ha messo a nudo in modo ancora più spietato alcune gravi carenze della nostra società: disuguaglianze in termini di reddito, opportunità economiche, opportunità d’istruzione, accessibilità a cure sanitarie adeguate e giustizia penale, tanto per citarne alcune. L’uccisione di George Floyd, nella polveriera delle difficoltà economiche, della frustrazione, dell’ingiustizia e della sperequazione, ingigantita dall’emergenza coronavirus, questi eventi sono stati la scintilla che ha fatto esplodere negli Stati Uniti alcuni dei più gravi disordini degli ultimi cinquant’anni. In Europa e in Nord America, i soggetti a basso reddito e le minoranze etniche hanno registrato tassi di mortalità da coronavirus tre o quattro volte superiori. Ma è da queste classi sociali che provengono la stragrande maggioranza dei lavoratori impegnati nei settori essenziali, i più esposti al contagio e i più a rischio di soffrire per la presenza di più patologie, ma anche quelli penalizzati da una scarsa accessibilità alle cure sanitarie in generale. Nel settore dell’istruzione, ad esempio, la didattica a distanza e online durante il lockdown ha acuito le disuguaglianze già presenti tra le strutture scolastiche e le famiglie dotate di risorse tecnologiche e quelle che ne erano prive. Più di 30 milioni di americani di ogni estrazione sociale hanno perso il lavoro. Ma quasi tutti gli studi confermano che i segmenti della popolazione più esposti al licenziamento o al taglio dei salari sono stati soprattutto quelli degli ispanici e degli afroamericani. Si tratta anche di quella fetta di popolazione che, rispetto alle famiglie bianche, dispone di una minor quantità di risparmi a cui ricorrere in caso di necessità. Negli Stati Uniti, prima della crisi, si contavano poco più di un milione di aziende gestite da appartenenti a minoranze etniche. Queste imprese producevano beni e servizi per oltre 1000 miliardi di dollari, dando lavoro a quasi nove milioni di persone, e un terzo di queste imprese erano dirette da donne. Uno studio di McKinsey indica che durante l’emergenza di coronavirus, queste aziende hanno avuto un’enorme rilevanza, assicurando un sostegno indispensabile sia ai propridipendenti sia alle collettività in cui operavano. Quindi, oltre ad essere vulnerabili, si sono rivelate oltremodo indispensabili per la collettività e, qualora dovessero fallire, le disuguaglianze già esistenti potrebbero aggravarsi. Quando le disuguaglianze sul fronte del reddito, della ricchezza, dell’istruzione e dellasalute si moltiplicano, le possibilità nella vita persone più deboli si riducono e la tenuta sociale è in pericolo. Nel tempo, si forma un terreno fertile per la crescita dei pregiudizi e delle ingiustizie che finiscono con lo sfociare in tragedie senza senso come quella esemplificata dalla morte di George Floyd. Molti di noi si sentono impotenti davanti a problemi tanto radicati. Se però anche noi riteniamo che la situazione attuale non sia né accettabile né sostenibile, ritengo anche che occorra prendere qualche iniziativa. È giunto il momento di riflettere sulle nostre responsabilità di cittadini, all’internodelle nostre comunità, delle famiglie e dei luoghi di lavoro. Sicuramente nel breve termine la graduale ripresa dell’economia dall’emergenza dacoronavirus proseguirà e le iniezioni di liquidità delle banche centrali continueranno a fornire sostegno. Sono comunque dell’avviso che sia i mercati sia investitori dovrannotenere conto dei costi di un’insostenibile disuguaglianza sociale, quando volgeranno iloro sguardi al lungo termine. In fondo, che cos’è un’economia se non un gruppo di persone che ha trovato modo di essere produttivo e di creare un’esistenza desiderabile per sé, per le proprie famiglie e per la collettività? E che società è quella che non offre a ciascuno di noi le stesse opportunità di sfruttare al meglio il proprio talento e non offre a tutti pari tutele per le vite, le carriere e le imprese che hanno creato? L’economia è la società e la società è l’economia. Nessuno di noi, può veramente prosperare nel lungo termine se ingiustizia e diseguaglianza gravano così pesantemente sulle spalle di così tante persone.

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Incertezze

Scritto il 22.06.2020

L’epidemia di coronavirus ha creato danni ingenti e non ha risparmiato nemmeno il legame tra l’indice S&P 500 e l’economia statunitense. Oltre al tragico costo in termini di vite umane, le ripercussioni negative della crisi da coronavirus hanno colpito molti altri ambiti, dalle interazioni sociali alle filiere produttive globali, dalle prospettive occupazionali ai sistemi sanitari nazionali. Anche il tradizionale legame che unisce il mercato azionario all’economia reale non sembraessere rimasto immune alle conseguenze del virus. A volersi lanciare in una valutazione pessimista, si deve rilevare che anche dopo lo scivolone di un paio di settimane fa, le perdite da inizio anno dell’S&P 500 Index restano tuttora inferiori al 15%. A metà marzo, infatti l’indice aveva perso il 30%, un livellocomunque assimilabile a quelli prevedibili per una normale recessione. In America, l’epidemia ha anche cancellato dieci anni di crescita occupazionale, un colpo durissimo che però non è stato inferto uniformemente a tutti i ceti. L’altra settimana, durante una valutazione pessimista della situazione economica, il presidente della Fed Jerome Powell ha rilevato che a marzo ha perso il lavoro il 40% delle famiglie con redditoinferiore a 40.000 dollari l’anno. E il peggio sarebbe ancora da venire: secondo le stime di alcuni economisti, il tasso di disoccupazione statunitense potrebbe attestarsi al 20-25%. Allo stesso tempo, tuttavia, può anche darsi che il peggio sia ormai alle spalle. La maggior parte delle economie europee sta lentamente ripartendo, anche quelle più colpite dal virus. Tuttavia, pare sempre più chiaro che la ripresa non solo sarà lunga, faticosa e incompleta, ma metterà anche spietatamente a nudo le sperequazioni in termini di reddito e opportunitàdi accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Come minimo, davanti a simili difficoltà,assisteremo a un aumento delle istanze sociali di dirottare una fetta maggiore della crescita economica verso le classi lavoratrici, a discapito del capitale. Nella peggiore delle ipotesi,l’aggravarsi di simili disuguaglianze sarebbe foriero di veri e propri disordini popolari. Questa forte dispersione è chiaramente visibile anche negli indici azionari più rappresentativi; il cammino per uscire dalla crisi sarà lungo e le diverse economie ci metteranno parecchio tempo per riprendersi dalle perdite. Quando in un solo trimestre anche gli utili delle società più resilienti subiscono perdite a doppia cifra, è chiaro che nessun indice azionario è completamente al sicuro da uno shock economico di simile portata. Come ha lasciato intendere le settimane scorse, lo S&P 500 continuerà a essere dominato dalla volatilità, probabilmente. Da qui nasce la necessità di mantenere una capacità di vedere a lungo, che solo rivolgendosi ad un professionista del settore, è possibile acquisire prima e mantenere poi.

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Ed ora?

Scritto il 18.05.2020

Mentre molti Paesi tentano, con fortune alterne, di tornare ad una parvenza di normalità, ci si interroga su come si dovrebbe delineare il percorso di ripresa economica. In Europa, le politiche di bilancio, sia quelle di emergenza come il Recovery Fund sia quelle periodiche come il Multiannual Financial Framework, sembrano sempre più orientate verso le tematiche green, come ESG, piuttosto che Animal wellbeing.   D’altronde, il 65% degli intervistati per una ricerca Ipsos MORI ha espresso la volontàche le istituzioni diano priorità agli investimenti a carattere ambientale nel finanziare i piani di recupero dalla crisi attuale.   Non sorprende quindi, l’eventualità che anche in tale contesto di emergenza, ilVecchio Continente si confermi all’avanguardia a livello globale sulle questioniambientali.   Nella regione europea è stato, infatti, già definito l’ambizioso programma del Green Deal, che ha posto l’obiettivo di raggiungere le zero emissioni entro il 2050.   Lungo la strada verso un’economia più sostenibile, un passo fondamentale saràrappresentato dalla crescente digitalizzazione, come ci insegnano le impennate delle sottoscrizioni a Zoom, Microsoft Teams ed altre piattaforme che favoriscono gli incontri in teleconferenza, a causa dello smartworking.   Spostare buona parte dell’attività economica sul mondo digitale ha dei chiari effettipositivi sulla qualità ambientale, come ampiamente dimostrato dal miglioramento registrato a tal riguardo negli ultimi mesi di lockdown, addirittura dalla trasparenza delle acque fluviali del Tevere, che bagna la città nella quale vivo.   Ma l’Europa si troverà a percorrere questa strada da sola? Del resto, oltreoceano, l’insieme degli interventi messi in campo dalla Federal Reserve ha raggiunto livelli che fino a qualche tempo fa avrei definito impensabili. Con oltre1500 miliardi di dollari di Treasuries e oltre 600 miliardi di mutui garantiti da agenzie acquistati, la Fed ha di fatto raggiunto in poche settimane l’ammontare di titoli acquistati nei circa tre anni successivi alla crisi finanziaria del 2008/2009.   A questo, fa il paio l’asserzione di Jerome Powell, che ha affermato che i tassi, anche in futuro, non saranno mai negativi.   Alle azioni delle banche centrali hanno fatto seguito le reazioni dei mercati, i quali hanno accolto sicuramente con favore tali manovre. Infatti abbiamo assistito ad un rally perlopiù sospinto dal sostegno sui prezzi, in particolare sui mercati azionari, che sembrano aver incorporato l’ipotesi di una rapida ripresa economica.   A distanza di un mese e mezzo circa, anche gli spread sui titoli di maggior qualità si sono ridotti, con conseguente apprezzamento del valore degli stessi.   Dall’altro lato, gli spread sulle obbligazioni societarie Investment Grade e High Yeld, nonostante abbiano subito un restringimento in concomitanza delle manovre di politica monetaria, sono ancora lontani da livelli che suggerirebbero un ritorno alla normalità.   Il motivo deve essere ricercato, dal mio punto di vista, nella situazione di stallo attuale, per cui non ci sono vere evidenze di una sconfitta del virus o di una scoperta di un vaccino, e gli effetti di lungo termine della quarantena sulle economie devono essere quantificati con certezza.   Inoltre, rispetto alla crisi finanziaria del 2008, il ciclo di default che potrebbe innescarsi nei prossimi trimestri non sarà circoscritto al settore finanziario ma sicuramente più ampio, andando a colpire i diversi settori impattati dalla crisi attuale.   Se infine gettassimo uno sguardo alle misure delle banche centrali mirate per il credito societario, vedremmo che il programma di acquisti di titoli ad alto rendimento annunciato dalla Federal Reserve ad inizio aprile non si è ancora concretizzato ed i mercati a spread hanno reagito positivamente all’annuncio, ma presentano sicuramente margini di compressione elevati.   Ed ora, quindi?   Cosa attenderci dai prossimi mesi? Le incognite per l’immediato futuro sono maggiori rispetto alle certezze, ma di una cosa sono cosciente: io sono qui con la stessa determinazione di sempre e come sempre, sarò resiliente al mutamento delle condizioni.

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Il tempo, la nostra risorsa

Scritto il 07.05.2020

Le settimane che stiamo vivendo sono inedite sotto diversi punti di vista e di conseguenza sono nuove le misure di contenimento che gli Stati stanno adottando per provare a uscire dalla pandemia con il minor danno umano possibile.   La conseguenza è che la crisi economica a esse riconducibile è senza precedenti, a partire dal fatto che lo shock della domanda si è intrecciato con una crisi sul fronte produttivo e delle materie prime, generando una“tempesta perfetta” che non si supererà con mere azioni di stimolomonetario, peraltro meno efficaci che in passato, o fiscali.   Questo perché la crisi che oggi azzera i fatturati aziendali, sta costringendo le imprese a una vera e propria rivoluzione copernicana, in termini di organizzazione della produzione e di “supply chain” (catena distributiva), per dare vita a un’offerta diversa di prodotti e servizi.   Un’offerta che sia capace di rispondere a bisogni che si vanno trasformandoe consolidando mentre la vita quotidiana e il lavoro sono sempre più permeati dalla digitalizzazione.   Una vera rivoluzione nel cui percorso qualcosa andrà perduto. Dovremo, per esempio, fare i conti con un calo del PIL globale importante che il Fondo Monetario Internazionale ha stimato in -3% contro il -0,6% registrato nel post Lehman Brothers, nell’ormai lontano 2007.   I mercati hanno sperimentato un crollo rapido e violento: lo S&P 500 ha perso circa il 34% in tre settimane, per poi però recuperare altrettanto velocemente il 25% rispetto ai minimi, con il Nasdaq che, a metà aprile, era tornato sui livelli di gennaio, rendendo evidente, se mai ce ne fosse bisogno, il fatto che la finanza non è l’economia reale e che i prezzi continuano a essere guidati da “paura e avidità”, per dirla con le parole di Warren Buffet.   Allora, questo è il momento di mantenere la lucidità e cercare di guardare oltre la volatilità di breve periodo per individuare le opportunità da cogliere   quando la tempesta sarà finita.   Perché una cosa è certa: il mondo cambierà, non crollerà. Anche se siamo in effetti di fronte a una tempesta perfetta, forse almeno finanziariamente, questa ha spaventato ancor più per la lunga fase di bel tempo che l’avevapreceduta.   Così come una pandemia fosse ampiamente attesa dalle autorità sanitarie, allo stesso modo una correzione delle Borse dopo dieci anni tutti in salita e con performance eccezionali, era peraltro plausibile e una fase di drenaggio era da considerarsi fisiologica.   Quindi, anche se non è ancora chiaro il tempo necessario per tornare al sereno sul fronte finanziario, economico e persino sanitario non ritengo questo il momento di ruotare i portafogli sulla posizione risk - off (eliminazione del rischio), ma piuttosto provare a minimizzare i rischi legati alla volatilità attuale, senza rinunciare a cogliere le opportunità che il cambiamento porterà domani. E questo obiettivo è possibile centrarlo solo se si ignorano i movimenti di breve per restare concentrati su un orizzonte temporale sostenibile che consenta di proteggere il capitale dagli scossoni.   A questo ruolo cruciale di custode dei patrimoni delle famiglie è chiamato oggi il consulente finanziario!   La tempesta è tutt’altro che finita.   Ci attendono ancora settimane e probabilmente mesi difficili e il ritorno auna differente “normalità” sarà graduale e diluito nel tempo. Ci potrannoessere ulteriori scosse sui listini e picchi di volatilità.   Una volta assunta questa consapevolezza e compreso il perimetro in cui ci si muove, è necessario quindi corazzare i portafogli con strumenti adeguati a renderli realmente resilienti grazie a alcune caratteristiche fondanti: un orizzonte di investimento di lungo termine, la capacità di proteggere dalleturbolenze e, soprattutto, quella di tenere a bada l’emotività delle scelte.   Su questi mattoni potremo continuare a costruire, evitando di compiere scelte dettate da paura o avidità, sapendo di poter offrire un rifugio per non restare travolti nella tempesta. Stiamo probabilmente affrontando la sfida più difficile del ventennio, ma riteniamo di poterla superare insieme, mantenendo lo sguardo rivolto al futuro con la serenità che mi deriva dalla consapevolezza di condividere con voi un unico obiettivo: l’interesse di voi clienti!   Come si traduce tutto questo in una proposta valida?   Beh, dipende ovviamente dalla profilazione del rischio e dalla adeguatezzadell’investimento, nonché dall’obiettivo che si intende perseguire (e ilbisogno da soddisfare) o dalla funzione che, all’interno del portafoglio, devericoprire il Fondo o la Sicav che si va a selezionare.

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Unknown unknows, cigno nero, eventi irripetibili

Scritto il 04.05.2020

  Ho iniziato a lavorare in questo settore verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso. Da allora ho assistito alla crisi del Sud Est asiatico del 1997, allo scoppiodella bolla tecnologica, agli attentati dell’11 settembre, agli scandali societaridei primi anni 2000 (Enron, WorldCom) e, naturalmente alla crisi finanziaria globale del 2008-2009 e di ciò che ha implicato (Lehman bros, Bear Stearns).   Ritenevo di essere stato spettatore di una quantità più che sufficiente di “eventi irripetibili”. Ma mi sbagliavo!   Oggi il pianeta è stato messo in quarantena, più di 20 milioni di americani sono andati ad allungare le fila dei disoccupati e gli economisti si stanno preparando ad assistere a una replica della Grande Depressione. La reazione di tutti i mercati a questa congiuntura ha aggravato ulteriormente le tensioni provocate da questa frastornante crisi sanitaria che ci troviamo tutti ad affrontare.   Per tutto il mese di marzo, le misure adottate sono state principalmente rivolte a contenere i danni. A un certo punto sarà opportuno soffermarsi a riflettere seriamente sulle implicazioni di lungo termine dei disavanzi pubblici e dei bilanci da migliaia di miliardi di dollari delle banche centrali.   Ma limitandoci alle ultime due settimane, ora che la polvere si è in parte posata, sarebbe opportuno esaminare le prospettive per i prossimi 12-18 mesi, raccogliendo le idee migliori sulla ripresa post-crisi.   In considerazione del significativo livello d’incertezza della situazione che stiamo vivendo, si dovrebbero identificare diversi scenari possibili e definire le ipotesi d’investimento per ciascuno di essi.   In uno scenario si può ipotizzare che il picco dei contagi da coronavirus negli Stati Uniti giunga nei mesi di maggio e giugno e che il Paese riprenda lentamente il cammino verso la normalità nel periodo a cavallo tra giugno e luglio.   Un possibile scenario migliore, potrebbe essere quello in cui i contagi da coronavirus vengano limitati più rapidamente e più efficacemente e le politiche di sostegno fiscale attenuino il grosso delle ripercussioni.   Nello scenario peggiore, invece, nuove ondate di contagi confermano che il vaccino sia l’unica strada percorribile per uscire dal lockdown.   Davanti alla flessione dell’economia, in generale le società private tenderanno a ridurre il livello di indebitamento, a tagliare gli investimenti e gestire i bilanci in modo molto conservativo, forse anche per molti anni a venire.   Se fosse plausibile tutto ciò, i bassi rendimenti delle obbligazioni “core” fannoassumere un’importanza cruciale agli investimenti azionari, piuttosto che realizzare un aumento delle valutazioni degli utili futuri. Tuttavia, non è possibile non considerare che il livello degli utili rischia diessere colpito dall’interruzione delle attività aziendali, dalla mancanza diinvestimenti e di conseguenza da un aumento delle imposte sulle imprese.   Da un punto di vista obbligazionario, di conseguenza sarebbe ipotizzabile che una gestione conservativa dei bilanci favorisca gli obbligazionisti, essendo l’investment grade interessante, mentre in quello peggiore le banche centrali sarebbero pronte a sostenere questo specifico mercato.   Certo è che sia ora il momento migliore per esaminare i vari scenari possibili e le relative probabilità di realizzarsi, cercando di elaborare progetti futuri ed attenervisi, evitando di essere sconfitti da mercati volatili.   Non scordiamoci mai che la cosa più importante sia di restare pazienti e non perdere la fiducia nel fatto che le opportunità si presenteranno. È tutta l’economia globale che deve ripartire, in modo ordinato e senza metterea repentaglio nessuno.   Difficilmente questo accadrà senza incontrare ostacoli o con rapidità. Prima che tutto questo accada, può darsi benissimo che ci capiti nuovamente di assistere ad altri “eventi irripetibili”, gli unknown unknowns appunto.

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Unione Europea: miraggio o riferimento?

Scritto il 28.04.2020

Il punto è che per quante volte se ne è annunciata la morte a quest’ora almeno un medico l’avrebbe dovuta certificare. Invece no! L’Unione Europea purmostrando i suoi limiti e le sue contraddizioni continua ad essere lo spazio economico e politico dove la governance di parte del Continente europeo trova sempre modo di ricomporsi e di mediare i conflitti.   L'U.E. sarebbe sicuramente morta se, invece, si fosse dotata di istituzioni più rigide, tali da non consentire la mediazione tra gli interessi in gioco. Perfino i vincoli monetari, previsti con la nascita della moneta unica e del ruolo della   BCE come strumento mirante al controllo dell’inflazione e quindi alla stabilitàmonetaria, alla fine si sono rivelati meno rigidi di come appaiono. Che sia così lo prova la gestione della politica monetaria condotta da Draghi, la retromarcia fatta dalla Lagarde in merito alle dichiarazioni sui compiti della BCE e il ruolo che essa deve svolgere di fronte alla crisi in corso. Di fronte alla presa di posizione del Governo e alla nota del Presidente della Repubblica ha immediatamente fatto retromarcia.   La flessibilità dell’U.E. è tale che, di fronte a crisi come quella sanitaria, ad ogni Stato è consentito operare autonomamente e questo in apparentecontraddizione con l’intenzione, almeno sul piano ideologico, di ciò chedovrebbe essere l’U.E. e cioè uno Stato – Nazione federale. È stato uno dei suoipadri fondatori, Delors, ad aver dichiarato che a definire l’UE saranno le crisied osservandone le attuali dinamiche sviluppatesi, non posso fare a meno di concordare.   Le dichiarazioni della Lagarde, espressioni di una precisa ideologia alla quale fanno riferimento interessi chiari e netti compresi quelli riconducibiliall’autonomia della BCE dal potere politico, rientrano a pieno titolo nel processo di continua negoziazione posto a base della governance dell’U.E. In aggiunta alle esternazioni della Lagarde, ha agitato il dibattito in questi giorni la dichiarazione della Cancelliera Merkel con la quale ha annunciato che il suo governo si impegna ad investire 550 miliardi di euro per far fronte alla crisi economica dovuta al COVID – 19. Una cifra di questo genere, ha reso ridicola, forze più corretto dire striminzita, la proposta del Governo italiano di impegnare prima 12 miliardi, poi 16 e solo con l’uscita definitiva del Decreto 25 miliardi per far fronte all’aggravarsi della crisieconomica.   Il Decreto approvato dal Governo italiano fa anche altro: dei 25 miliardiimpegnati, 10 sono dedicati a lavoro e politiche sociali. E’ chiaro che con unintervento così massiccio in questi settori l’obiettivo è quello di sostenere leimprese, ma nel contempo anche le famiglie e quindi i consumi. A parte questo aspetto c’è da evidenziare che la manovra del Governo Conte mira almantenimento della coesione sociale in vista della ripresa economica. E’ unamanovra finalizzata alla costruzione della comunità dopo anni didestrutturazione sociale. Ritornando al ruolo dell’UE l’altra questione che tiene banco è la flessibilità e cioè la sospensione, in via temporanea, dei vincoli di bilancio. In merito a questo aspetto il dibattito viene da lontano per capire che sia così è sufficiente ritornare sul discorso fatto dalla Presidente della Commissione von der Leyen all’atto dell’insediamento.   Il finanziamento del Decreto varato dal Governo italiano è in deficit, tale ulteriore deficit con la contrazione del PIL porterà sicuramente alla crescita del debito pubblico per cui la negoziazione con l’UE e anche il prossimosummit del G7 dovranno riguardare il debito pubblico e la necessità che esso venga sterilizzato.   Come storicamente accade sono le crisi a determinare i cambiamenti; l’UE essendo un non Stato resiste alle crisi perché dotato di una flessibilità tale da consentirle di superare i momenti critici. Slabbrature e contraddizioni sono le condizioni che le consentono di continuare a vivere.   Sono uno specialista di investimento, non un epidemiologo, anche io quindi faccio molta attenzione a ciò che mi indica la scienza.   I mercati si deprimono a causa dell’incertezza e delle notizie sulla diffusione del virus, buone o cattive e su questo continueranno a definire “l’ordine del giorno”, delle settimane e dei mesi a venire.   L’impatto del COVID19 sulla mortalità sembra variare da paese a paese, anchecon differenza abbastanza marcate, e ciò probabilmente riflette una serie di fattori: demografia, incidenza delle condizioni precedenti di salute, qualità e capacità del sistema sanitario. I media e i mercati si sono concentrati molto su quanto avvenuto in Asia settentrionale ed a ragione: le autorità locali sonoriuscite a riprendere il controllo attraverso un’azione rapida e vigorosa. Esiste ancora il rischio che il virus possa tornare a diffondersi, o perché viene reintrodotto nel paese, o perché la strategia di contenimento si dimostra non completamente efficace o perché vengono allentate le misure di blocco estreme, sebbene si registrino attualmente solo tre casi!   Se la stragrande maggioranza della popolazione asiatica non ha contratto il virus, non ha immunità e quindi rimangono ancora a rischio. Questa guerra non si vincerà facilmente, e certamente non finché saranno relativamente poche le persone esposte al virus. Tuttavia, i risultati delle misure adottate in Asia parlano da soli, e più a lungo tali comunità riescono a funzionare senza l’adozione di misure sociali estreme e senza una nuova impennata nei casi, più esse fisseranno un modello da imitare per altre comunità.   La capacità delle autorità di reagire efficacemente al virus dipende in gran parte dalla loro capacità di effettuare i test. Le misure di allontanamento sociale comportano elevati costi socio-economici. Alla fine di questo blocco, le autorità vorranno senza dubbio evitarne un altro. Tuttavia, in assenza di efficaci misure di sanità pubblica, è molto probabile che il virus possa a diffondersi di nuovo. E sappiamo che le persone possono diffondere la malattia, molto prima di mostrare sintomi.   Se per contrastare il virus le autorità inizieranno ad avere la Corea del Sud come modello, dovranno modificare gradualmente la loro capacità di effettuare i test, in modo da individuare rapidamente nuovi casi e imporre la quarantena in modo puntuale. Allo stesso modo, è essenziale sapere quante persone hanno già subito la malattia e acquisito l’immunità, il che richiede un esame sierologico.   Del resto, monitorando chi ha avuto la malattia, si potrebbero registrare maggiori informazioni per valutare quando la società potrebbe acquisirel’immunità di gregge. Ovviamente, tutti questi test sono di importanza cruciale nella gestione delle scarse risorse all’interno del sistema sanitario.   Attualmente sono in fase di sperimentazione i farmaci antivirali e vaccini (Pomezia, per me che sono di Roma è praticamente attaccata) ma c’è un limite a quanto si può ottenere, in particolare per quanto riguarda la tempistica. Gli scienziati sono comprensibilmente preoccupati per la somministrazione di un vaccino sperimentale a una popolazione sana che potrebbe avere terribili effetti collaterali. Secondo gli scenari più ottimistici, il primo vaccino disponibile sarà a disposizione tra non meno di sei mesi, ma potrebbero poi essere necessari circa 18 mesi per completare la sperimentazione, per produrlo e renderlo ampiamente disponibile, come affermavo già alcuni mesi or sono nel corso di una mia intervista con Moneycontroller.   E ‘auspicabile che il buon senso e una comunicazione efficace da parte delleautorità aiutino i cittadini ad apportare le modifiche necessarie allo stile di vita per aumentare le possibilità, o forse il tempo a disposizione, in modo che la società possa poi tornare a un contesto quasi normale. Dopo tutto, è altamente improbabile che un vaccino sia disponibile in tempi brevi, come detto.   Ma con l’aumento graduale dell’immunità acquisita dalla popolazione, saràpossibile per la stragrande maggioranza tornare alla vita quasi normale senza innescare una forte ripresa del virus, anche se ciò richiederà probabilmente un cambiamento culturale verso test diagnostici di massa e migliori standard igienici, come da DPCM del 26 Aprile.   Stati Uniti e Cina, nonostante tutto mantengono un ruolo dominante a livello economico, per via della forte spinta all'innovazione e delle politiche di sostegno che dovrebbero scaturire dalla concorrenza tra le due superpotenze. I titoli dei settori tecnologia, salute e biotech dovrebbero beneficiare di tali sviluppi, per ovvie ragioni. Da questo ne consegue che investire nei titoli più esposti a tali temi e selezionati tramite filtri quantitativi sistematici, potrebbe rivelarsi la mossa più scontata, ma anche la più saggia.   Lettore che mi leggi, devi tener conto tuttavia che Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) si è espresso, e le sue previsioni non sono affatto incoraggianti. Infatti pur ammettendo che oggi più che mai fare previsioni peril futuro è un esercizio estremamente difficile vista la fluidità e l’incertezza del contesto in cui il mondo si è venuto q trovare, l’IMF nel suo World Economic Outlook ha proiettato la crescita globale nel 2020 al -3%, senza tenere contoche dalle analisi risulterebbe fortemente penalizzata l’eurozona, una delleregioni più duramente colpita dal virus e in cui manca ancora una risposta unitaria da parte delle istituzioni comunitarie.   Non è un caso che, anche nel corso del rimbalzo registrato dalle borse nelle ultime settimane, le azioni europee abbiano fatto da fanalino di coda. In questo, si può leggere la percezione di un ‘whatever it takes’ delle autorità di politica economica statunitensi, non altrettanto chiaro nel vecchio continente.Esempio di quanto ho appena affermato sia l’assenza di coesione, con leperduranti diatribe tra la fazione dei Paesi del Sud Europa e quella dei Paesi del Nord Europa, nonostante il tanto vituperato “Recovery fund” ed il tentativo della Von der Leyen.  

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Per aspera ad astra, oppure “caduta e ripartenza”

Scritto il 25.04.2020

  L’economia e i mercati finanziari globali, avranno la forza di passare da una fase di crisi acuta di breve termine a un graduale recupero nel corso dei prossimi sei-dodici mesi? Negli ultimi mesi la parola “fase” è entrata a far parte della nostra quotidianità.   Allo stesso modo anche i mercati finanziari hanno attraversato tre fasi: una prima fase di speranza e copertura, seguita da una seconda fase di riduzione del rischio e della leva, con conseguente aumento della liquidità, fino ad arrivare all’attuale fase diattacco opportunistico, in cui lo stesso mercato è alla ricerca di opportunità create dalla volatilità della crisi, ma soprattutto dal drawdown.   Probabilmente molti di noi descriverebbero questi ultimi mesi come fantascientifici o surreali, visto che quanto sta avvenendo sembra essere incredibile.   Il mondo è stato colpito da un virus di cui si sta cercando il vaccino; una grave crisi economico-finanziaria, come conseguenza delle misure prese per arginare il virus, che si sta realizzando. Per finire, i prezzi del petrolio sono scesi ad un livello inferiore allo zero per la prima volta nella storia, realizzando un contango mai osservato precedentemente.   Il prezzo negativo deriva dall'incapacità di stoccaggio dei titolari dei contratti che, non avendo più spazio nei magazzini, erano disposti a pagare pur di vendere gli stessi contratti. Tutto ciò si è tradotto in una spirale al ribasso, portando il prezzo di un contratto ad un minimo di - USD 15 per barile.   Eppure, ci sono decenni in cui non accade nulla ed altri in cui tutto accelera, e poi ci sono settimane in cui accadono decenni.   Da questa linea di principio devo partire per analizzare il fatto che prima dello scoppio della pandemia da Sars – Covid 2, il fenomeno della disruption stava già trasformando ogni attività umana: il modo in cui si facevano le cose, quello in cui venivano utilizzate le risorse del nostro pianeta, il modo in cui comunicavamo e interagivamo gli uni con gli altri come esseri umani, il modo in cui si imparava, si lavorava, si consumava, si amava, ma anche si facevano affari.   Per fermare la diffusione del coronavirus, abbiamo rivoluzionato quasi tutto: il modo in cui lavoriamo, ci alleniamo, socializziamo, acquistiamo, gestiamo la nostra salute, istruiamo i nostri figli e ci prendiamo cura della famiglia.   La sua portata e velocità sono stati senza precedenti nella storia dell'umanità.   Vivevamo quindi già in un mondo esponenziale, e questo è ancora più vero oggi.   Anche se il coronavirus ha bloccato la nostra economia, ha innescato innovazione e miglioramenti dell'efficienza digitale senza precedenti, avvantaggiando interi settori e rimodellandone altri.   Nel corso dell'ultimo mese, le aziende di tutto il mondo hanno adattato il loro modo di operare più di quanto non abbiano mai fatto in passato, mentre le aziende incapaci di adattarsi alla crisi perderanno quote di mercato e sono destinate a scomparire.   Il consueto ciclo della disruption è in atto, ma si sta verificando a un ritmo molto più rapido a causa del contesto.   Dopo un primo periodo in cui i mercati erano principalmente guidati dalla domanda, dovremmo chiederci quanto sia stato colpito il nostro portafoglio da Covid-19, ma principalmente chiederci se e come il nostro portafoglio possa beneficiare del virus.   In tempi di incertezza come questo, la mia personale attenzione resta concentrata sul lungo termine, individuando i motori di crescita strutturali che stanno ancora fornendo sostegno. In questa prospettiva a lungo termine, sono portato a considerare il contesto attuale come un'opportunità piuttosto che come una minaccia.   Pur non potendo pensare che i mercati possano registrare significativi guadagni nel breve termine, esiste la possibilità di aumentare l’esposizione a società con valutazioni interessanti già leader di mercato e che potrebbero riemergere da questa crisi con un vantaggio competitivo ancora più ampio, creando valore aggiunto per gli investitori nel lungo periodo.   Ma Covid19 ha indubbiamente accelerato la digitalizzazione globale.   Dobbiamo saper guardare oltre la pandemia, quei fenomeni dirompenti che stanno potenzialmente accelerando i cambiamenti nel mondo del lavoro e ridefinendo diversi settori.   L'Economia Digitale è uno dei principali beneficiari di questa tendenza in atto.   La nuova normalità ruota intorno al tema dello smartworking in quanto il coronavirus sposta la spesa dell’IT (information technology) verso l'infrastruttura per il lavoro da casa, quindi centri dati cloud e strumenti di collaborazione o di video conferenza.   Io ne sono un testimone!

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