Cinzia Salmasi

Consulente finanziario

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LASCIA PERDERE I FONDI PENSIONE

Scritto il 20.05.2019

Di Andrea Rocco: "La dialettica in tema di previdenza complementare è condita da una certa confusione che faccio fatica a comprendere.  Due semplici considerazioni, la prima riguarda i rendimenti. Nel periodo 2008/2017 la performance media dei fondi pensione aperti italiani è stata la seguente, suddivisa per conparto: - garantito 2,22% obbligazionario puro 2,69% bilanciato 3,79% azionario 4,21% (dati COVIP, rendimenti al netto delle commissioni di gestione) Migliorabili? Certo. Disprezzabili? Non credo. Visto che, nel frattempo, il TFR (disciplina civilistica, quello tenuto in azienda per intenderci) ha registrato il 2,11%, e i contributi versati all'INPS hanno registrato un tasso medio dell' 1,01%. Ricordo che questi ultimi vengono rivalutati sulla base della variazione media del PIL italiano, che non mi risulta essere esattamente allineato a quello di una Tigre Asiatica. La seconda considerazione è di natura comportamentale. Chi denigra (a torto, visti i numeri) i rendimenti dei fondi pensione, denigra spesso anche la loro scarsa flessibilità in uscita. A parte che, anche qui, non è proprio così, basterebbe studiare la normativa, ma lasciamo perdere. Il punto è un altro ed è determinante. La rigidità dell'investimento in forme di previdenza complementare è, semplicemente, la salvezza dell'aderente. Ripeto: la SALVEZZA. E' la spinta gentile a fare ciò che è meglio per lui. E' la sua immunizzazione da un disinvestimento che sarebbe certo, se non ci fosse la legge ad impedirglielo. Detto diversamente: se non ci fossero paletti, quei soldi alla pensione non ci arriverebbero. Sarebbero disinvestiti prima, là fuori ci sarebbe sempre un buon motivo per liquidarli ed usarli. Invece, purtroppo, di quei soldi ogni aderente avrà un disperato bisogno, per la pensione pubblica da fame che (non) prenderà Per la sanità pubblica che non lo curerà Per la demografia che non lo aiuterà. La previdenza complementare, al pari della protezione, dovrebbere essere l'opzione di default. Non ti parlo di mercati, di asset allocation, di efficienza, di uno straccio di investimento se prima non ci siamo chiariti su questo."  

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IL RUOLO DEI CONSULENTI FINANZIARI? PROTEGGERE I CLIENTI DA LORO STESSI

Scritto il 18.05.2019

Di Anna Baldassarri: "Nei giorni scorsi ho organizzato una serata sul tema della finanza comportamentale, essendo fermamente convinta che educando i nostri clienti avremmo risultati più interessanti e vivremmo molto meglio noi e loro. Il relatore, un professore universitario specializzato nell'argomento, mi ha detto una cosa che mi ha colpito tantissimo: "I tuoi clienti dovrebbero esserti molto grati, perchè li difendi da loro stessi". Ci avete mai pensato? E' proprio vero: quanto tempo dedichiamo nei momenti di turbolenza nei mercati a cercare di impedire ai più ansiosi di farsi male svendendo quel po' di azionario che il loro profilo di rischio consente? Quanto ci stressano le quotazioni in calo al pensiero dei soliti noti che ci telefoneranno temendo l'azzeramento dei loro risparmi? Vorrei che tutti avessero letto e metabolizzato  il grande Benjamin Graham che suggeriva 70 anni fa agli investitori di restare indifferenti alle fluttuazioni dei mercati, o il suo discepolo Warren, occorre il cognome? No: tutti sanno che è lui, il grande Buffett, che diceva di comprare azioni pensando che la borsa sia chiusa per i prossimi 5 anni...magari! Noi consulenti siamo pagati per stressarci quotidianamente seguendo i capricci delle borse, ma "loro", i clienti, che potrebbero stare tranquilli delegando a noi il compito ingrato, lasciandoci lavorare in pace, devono invece monitorare ansiosamente le quotazioni, pronti a combinare guai nei momenti meno opportuni. Soldi in conto, obbligazioni e immobili aggiunti ad una minima esposizione azionaria compromettono pesantemente i rendimenti dei risparmi degli italiani, come salta agli occhi paragonandoli a quelli degli investitori europei; nei Paesi scandinavi si può fare un piano di accumulo azionario versando fino ad 1/3 del proprio stipendio, per tutta la vita: che razza di pensione si ritroveranno? Beati loro.

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ACCADDE OGGI (COME SI DICE VENDI E PENTITI)

Scritto il 25.04.2019

Di Carlo Benetti: "Anche il genio è un uomo e può sbagliare. Il 20 aprile 1720 Isaac Newton, ritenendo che il prezzo delle azioni della South Sea Company fosse eccessivo, slegato da qualsiasi fondamentale, decise di vendere le 7.000 sterline di azioni che aveva acquistato, realizzando un profitto del 100%. "Posso calcolare il moto degli astri, ma non l'umana follia" disse il grande scienziato. Newton però non aveva calcolato la forza delle emozioni, più potenti del suo genio. Il prezzo della South Sea continuava a salire e Sir Isaac deve aver pensato "sono probabilmente la persona più intelligente d'Inghilterra, eppure sono l'unico a non partecipare alla festa?" Decise quindi di rientrare, ad un prezzo naturalmente molto più alto, con 20.000 sterline. Il genio assoluto della fisica fu vittima, nè più nè meno, come milioni di investitori di tutte le epoche, di due illusioni cognitive che gli psicologi comportamentali definiscono come "effetto rimpianto" ed "effetto gregge". Nell'agosto 1720 il prezzo della South Sea Co. raggiunse quasi le 1.000 sterline, a fine settembre era crollata a 180, poi a 100 prima della fine dell'anno. Le perdite per gli azionisti, uomini tra i più ricchi ed influenti di Londra, furono ingentissime."

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PENSIONI INTEGRATIVE A RISCHIO, TROPPE ANTICIPAZIONI

Scritto il 24.04.2019

A cura di Mauro Bichelli, Direttore Fondapi e Stefano Sgalambro, comunicazione e marketing fondo pensione Fondapi: "Per quale ragione oltre 7 milioni di lavoratori italiani hanno deciso di aderire alla previdenza complementare affidando ai fondi pensione risorse per oltre 160 miliardi di euro? Perchè le riforme degli ultimi anni hanno severamente peggiorato le condizioni economiche dei pensionati ed i lavoratori, preoccupati, cercano soluzioni per creare redditi aggiuntivi per integrare le sempre più esigue pensioni di base. E' la risposta più ovvia ma di certo non è l'unica perchè sono tante le frecce nell'arco del lavoratore che aderisce alla previdenza complementare. Infatti la legislazione e la contrattazione collettiva riservano loro molti privilegi, tra cui per esempio: - la deducubilità dei contributi che si traduce in risparmio fiscale immediato, già in epoca di lavoro; - le vantaggiose aliquote fiscali previste per le liquidazioni erogate; - la possibilità, in molti casi, di poter godere di un contributo aggiuntivo da parte dell'azienda e di iscrivere anche i soggetti fiscalmente a carico; - i rendimenti storicamente elevati e la loro tassazione privilegiata; - la possibilità di richiedere prestazioni in capitale anche prima del pensionamento ed anche in costanza di rapporto di lavoro. Su quest'ultimo punto è doveroso fare uno zoom. Se il lavoratore deve comprare casa o ristrutturarla o deve sostenere spese mediche può richiedere al fondo pensione un'anticipazione addiritturafino al 75% del montante maturato. Inoltre se cessa il suo rapporto di lavoro con l'azienda anche prima della maturazione del diritto a pensione, può chiedere il riscatto al 100%. Se invece ha maturato i requisiti di accesso a pensione può richiedere la liquidazione interamente in capitale ("tutto e subito") se il montante maturato è inferiore a circa 70.000 euro. Nel caso in cui tale soglia sia superata, almeno la metà del montante dev'essere convertito in rendita, quindi in vera pensione integrativa. Non solo: il lavoratore può chiedere anche l'anticipazione fino al 30% da non motivare e in caso di invalidità può chiedere il riscatto totale anche in costanza del rapporto di lavoro. Inoltre da un paio di anni è stata concessa un'ulteriore possibilità di liquidazione prima del pensionamento: la RITA, ovvero una "rendita a termine" che viene erogata fino alla maturazione della pensione di base in favore dei lavoratori più anziani rimasti senza lavoro. Diventa pertanto legittimo interrogarsi se alla luce di un così ampio ventaglio di possibilità di richiedere liquidazioni in capitale, il fondo pensione può davvero essere inteso come strumento per costruire pensioni "in più" per integrare la pensione di base. I dati pubblicati nella relazione annuale 2017 dell'Autorità di vigilanza sui Fondi pensione (COVIP) sulle liquidazioni non possono quindi sorprendere. Se oltre il 90% delle risorse liquidate dai fondi pensione vengono erogate in capitale (anticipazioni, riscatti e pensionamenti in capitale) e solo il restante 10% in forma di rendita, quindi in vere pensioni integrative, la finalità del fondo pensione viene completamente snaturata: non strumento di sostegno redittuale per integrare pensioni di base sempre più magre, ma strumento di investimento vantaggioso, economico e tutelato." 

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CAR SHARING, INVESTIRE IN UN MERCATO DA OTTOMILA MILIARDI DI DOLLARI

Scritto il 23.04.2019

Di FinanciaLounge: "Le società di passenger e car sharing, come Uber e Lyft, continuano a guadagnare quote di mercato: nel 2030 controlleranno il 90% del mercato.  Il settore auto è in grossa difficoltà da qualche tempo, ma la causa potrebbe non essere soltanto riconducibile all'ascesa dei veicoli elettrici: all'orizzonte si sta affermando, ad un ritmo ancora più incalzante, il car sharing. Un fenomeno che coinvolge diversi player di mercato, non solo società di passenger e car sharing come Uber e Lyft che continuano a guadagnare quote di mercato, ma anche provider di Software as a Service (SaaS), e aziende innovative nell'infrastruttura cloud, come per esempio Microsoft e Amazon. Car Sharing e Taas: In quest'ottica, un tema di particolare rilievo è quello relativo al Transport as a Service (TaaS). Quest'ultimo, definito anche Mobility-as-a-Service (MaaS), descrive un passeggero dal trasporto con un mezzo di proprietà personale verso soluzioni di mobilità che vengono utilizzate come servizio. Ciò è reso possibile dalla combinazione di servizi di trasporto pubblici e privati attraverso una piattaforma unificata che crea e gestisce il viaggio, che permette agli utenti di pagare per singolo trasporto o tramite un abbonamento mensile. Infineon e Monolithic Power: Sebbene non ci siano ancora società TaaS purissime sul mercato, alcune di quelle che forniscono servizi al settore, come Infineon in Germania e Monolithic Power negli Stati Uniti, dovrebbero essere in condizione di esprimere buone performance. Negli USA 80% di auto in meno in 10 anni: A soffrire l'ascesa di queste aziende e, più in generale, del car sharing saranno le case automobilistiche tradizionali e questo si sta già notando nelle performance dei prezzi delle azioni del settore. D'altra parte, le previsioni non sembrano lasciare dubbi: in base a recenti stime entro il 2030 il 90% del mercato farà capo alle infrastrutture di trasporto della sharing economy piuttosto che ai veicoli di proprietà. In parallelo si assisterà ad una ottimizzazione dell'uso dei veicoli, con un incremento del numero di miglia-passeggero effettivamente guidate che dovrebbero crescere da 4mila miliardi (dato del 2015) a 6mila miliardi (stima per il 2020) e una drastica riduzione dei veicoli in circolazione: negli Stati Uniti il numero di auto dovrebbe ridursi in 10 anni dell'80%, passando da 247 milioni di automobili nel 2020 a 44 milioni nel 2030. Car sharing, opportunità da ottomila miliardi di dollari: Tenendo conto del ritmo incalzante con il quale l'innovazione tecnologica si sta affermando nel car sharing e non solo, stimiamo che tutte le aree del Taas possano costituire un'opportunità del calibro di 8mila miliardi di dollari. Si tratta di circa il 10% del Pil globale complessivo, ovvero un fenomeno che potrebbe rivelarsi addirittura maggiore persino degli impatti dei social network o degli smartphone. Focus anche su Cloud e Saas legate al car sharing: Si segnalano altre tematiche attuali. Si tratta, per la precisione, delle opportunità individuate nell'adozione dell'infrastruttura cloud e del Software as a Service (SaaS). Nell'ambito del retail e della pubblicità, inoltre, alla luce dell'evoluzione degli ultimi anni che ha visto l'online trasformarsi in una delle tante strade per affacciarsi al mercato, si reputa essenziale una presenza omni-canale, evitando pertanto di pagare un premio significativo per titoli di rivenditori online puri."

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BOND PERPETUI: ALTO RENDIMENTO, MA NON SONO PER TUTTI

Scritto il 19.04.2019

Di Giancarlo Salemi: "Un pò azioni, un pò obbligazioni: grazie ad Unicredit e Bpm sono tornati sotto i riflettori, visti i bassi rendimenti di altri corporate e titoli pubblici. Ma attenzione: non sono per tutti e sono poco liquidi. La massima dell'economista John Keynes secondo cui "nel lungo periodo saremo tutti morti" non si addice ai bond perpetui che sono lunghi, lunghissimi, a volte eterni. Ma che sono tornati di moda in queste settimane dopo il successo del collocamento ad opera di Unicredit e la decisione di Bpm di emettere a sua volta un bond con rendimenti superiori all'8%. In realtà non sono una novità, in Inghilterra il Tesoro della Corona li emetteva già nel 1700 per finanziare i salvataggi in seguito all'esplosione della Bolla dei Mari del Sud, ma uno strumento che viene apprezzato molto soprattutto da investitori istituzionali che dispongono di liquidità e puntano ad un rendimento molto più allettante dei titoli sovrani che al massimo, come il Btp trentennale, arrivano ad un tasso del 3%. Ma convengono e, soprattutto, chi può accedervi? Esistono in Italia dal 2004, ma non sono per il retail. Questo prodotto finanziario è entrato in Italia con la riforma Vietti del 2004 e fa parte della famiglia delle obbligazioni, usufruendo di un regime fiscale al 12,50%. Le sue caratteristiche rimangono comunque ibride. Sono un pò obbligazioni, un pò azioni. Si tratta di un prestito senza scadenza e quindi senza rimborso (e dal punto di vista di scadenza e rimborso assomiglia alle azioni), ma che assicura il pagamento di un tasso d'interesse (come le obbligazioni) fisso, a tempo indeterminato, in genere più alto della media del mercato. Attenzione però perchè la platea che può avvicinarsi non è quella retail anche per il taglio minimo che spesso parte da 100mila euro. E' molto difficile che li abbiano i privati, sono soggetti a diversi rischi di curva e aspettative inflattive, sono davvero particolari e di difficile gestione per un risparmiatore, anche perchè sono poco liquidi. Come individuare il bond perpetuo più adatto? Gli elementi sono diversi e non bisogna solo basarsi sulle cedole. La prima mossa è quella di cercare istituti di credito che hanno una buona storia sul lato dividendi. In questo senso sono da preferire le banche nei confronti delle quali hanno un peso importante le Fondazioni. Queste infatti, normalmente esercitano una pressione nei confronti delle società affinchè distribuiscano il dividendo. Poi bisogna evitare rating troppo bassi, al di sotto della tripla B, c'è infatti anche un rischio emittente concreto. La cedola, vero motivo per cui si investe in queste operazioni, può essere cancellata nel caso di mancata distribuzione del dividendo e di esercizio in perdita, così come il capitale rischia di non essere parzialmente o totalmente rimborsato nel caso gli indici patrimoniali scendessero sotto il livello prefissato e comunicato all'atto dell'emissione del bond. Investire poi in un'emissione perpetua non significa mantenerla in portafoglio per sempre. L'emittente infatti, spesso si riserva di rimborsare in anticipo il prestito, mediamente dopo cinque o dieci anni. Poi si può anche decidere di chiudere l'investimento in anticipo, ma ovviamente alle quotazioni di mercato, con il pericolo, se si ha bisogno di rientrare dall'investimento, di vendere ad un prezzo inferiore a quello d'acquisto."

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LETTERA AD UN RISPARMIATORE

Scritto il 07.04.2019

Di Andrea Rocco: "Caro Marco, quasi un secolo fa, ne "L'uomo più ricco di Babilonia", George Clason raccontava quanto la propensione al risparmio fosse una virtù fantastica, al punto da essere considerata la prima regola aurea per generare ricchezza: l'oro vien da sé, diceva, a chi riesce a metter via almeno un decimo dei propri guadagni. A te che hai dimostrato finora di essere un accumulatore attento e parsimonioso faccio pertanto i miei complimenti: sei stato bravo. Oggi, tuttavia, devo parlarti di una cosa molto importante. Ti chiedo la stessa attenzione che finora hai dedicato alla tua frugalità. Il concetto che devi aver chiaro è questo: il contesto economico, sociale e demografico verso il quale stiamo andando richiede un ripensamento delle abitudini e la precisa consapevolezza che non cambiare può essere finanziariamente letale. Essere risparmiatore non ti basterà, Marco: devi diventare investitore. Provo a spiegarti perché. La logica del risparmio implica che il denaro dorma, sia disoccupato, non lavori per te. Fino a questo momento ti sei fatto carico di tutta la fatica per costruire quel patrimonio che ritenevi utile alla soddisfazione di determinati bisogni. La logica dell'investimento, al contrario, è liberatoria: solleva dallo sforzo di fare tutto da soli, trasferendo al mercato il compito di assolevere alla sua funzione, quella di remunerare il denaro. Detto così, potrebbe sembrarti un approccio semplicistico e riduttivo, potresti rispondermi che non sei l'unico a diffidare del mondo degli investimenti. E avresti ragione: gli italiani detengono in forma liquida quasi 1.400 miliardi di euro, oltre il 75% del PIL italiano. Non investono. Perchè i risparmiatori sono ancora così numerosi? Per un motivo molto semplice: il risparmio è l'area di confort che meglio conosciamo e che non vogliamo abbandonare. Uscirne ci spaventa. Mi spingo a dire che, con ogni probabilità, anche per te vale questa convinzione. Il risparmio è uno scudo, a protezione delle tue paure. Risparmiare è faticoso, ti costa sacrificio, è il risultato di una scelta impegnativa: rinunciare ad un consumo immediato, a beneficio di un consumo futuro. Il pensiero che questo sforzo possa essere messo a repentaglio dalle oscillazioni dei mercati finanziari, e magari da una di quelle fasi di turbolenza alle quali periodicamente assistiamo, spinge all'inerzia, al rifiuto di ogni variabile di incertezza. Al contrario, avrai spesso pensato che l'investimento faccia rima con il pericolo, con la speculazione, con l'impotenza che senti di avere di fronte ad eventi ingovernabili. Se sei convinto di ciò, devo dirti che questa percezione è distorta, che la realtà è un'altra. All'investimento non c'è alternativa, Marco. Almeno per tre motivi. 1. Di cosa, davvero, dovresti preoccuparti? Il vero pericolo è stare fuori dai mercati perdendo certamente potere d'acquisto al passare degli anni. La vera speculazione è scommettere su un sistema di welfare che in futuro possa essere generoso con te, quando tutti i segnali vanno in direzione contraria. La vera impotenza sarà dover rinunciare a progetti e sogni che sarebbero stati ampiamente realizzabili, se solo ti fossi fermato a riflettere e a pianificare determinate scelte. 2. Il tempo è la variabile più importante, il tuo più grande alleato. Se eviti il rischio specifico e rispetti gli orizzonti temporali che la statistica finanziaria suggerisce, non hai di che temere: il tempo trasforma una scommessa in investimento, calma le intemperanze di cui i mercati sono improvvisamente capaci e restituisce un premio per il rischio con una regolarità sorprendente. 3. Metodo e disciplina annoiano, ma premiano. Pensa al denaro che hai accumulato fino ad oggi e a dove si trova. Pensa a come si confonda con ciò che guadagni con il tuo lavoro. Adesso pensa invece di trasformare con sistematicità e persistenza una parte di quel reddito in un mattoncino del tuo patrimonio futuro: ogni mese stai contribuendo a costruire un pò dei tuoi progetti, ti stai avvicinando alla meta. Avere costanza e metodo non è semplice, annoia, ma quanto valore ha? Sono certo che, in fondo, queste considerazioni tu le condivida. Sono certo che tu sia il primo ad essere convinto che il tuo sforzo di parsimonia meriti di più di quello che hai ottenuto finora. E sono certo che tu sia già diventato un investitore. Si tratta di passare all'azione, e su questo non vedo l'ora di darti una mano.   Il tuo Consulente Finanziario

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BREVI CENNI SUL SISTEMA MONETARIO

Scritto il 04.04.2019

Per chiarire alcuni concetti relativi al mio precedente post sull'oro introdurrò una breve disamina del "Sistema Monetario" nella storia moderna. L'insieme di regole, accordi e procedure tra le autorità monetarie che determinano il valore del denaro in un determinato contesto, vengono chiamate con l'espressione "Sistema Monetario". Nel corso della storia moderna, si sono succeduti quattro sistemi monetari. 1816/1873   Gold Standard: Il primo sistema prende il nome di Gold Standard e fu introdotto inizialmente nel Regno Unito nel 1816, ma consolida il proprio sviluppo a partire dal 1873 in Germania e successivamente negli Usa. 1918/1944   Gold Bullion Standard: L'inizio della prima Gerra Mondiale segnò la fine del sistema aureo, infatti, per soddisfare la necessità di indebitamento da parte dei Paesi coinvolti nel conflitto, che dovevano sostenere e finanziare la spesa bellica, fu introdotto il "Gold Bullion Standard" che durò fino al 1944. Questo consisteva nel fatto che le banche centrali affiancavano alle loro riserve auree anche alcune valute convertibili (sterlina, dollaro, franco francese, ecc.). In questo modo si stampavano banconote di carta non pienamente garantite da riserve di oro. 1944/1971  Gold Exchange Standard: Dopo il grave danno economico lasciato dalla prima Guerra Mondiale, nel 1944, su iniziativa degli Stati Uniti e del Regno Unito, i rappresentanti di 44 Paesi si riunirono a Bretton Woods dove, con la creazione del Fondo Monetario Internazionale, approvato da tutti i partecipanti, fu definita la politica monetaria comune. Fu stabilito che fosse il dollaro la moneta di riferimento legata all'oro. e fu questa valuta a diventare la base diretta per ogni operazione. Venne fissato il prezzo dell'oro a 35 dollari per oncia, prezzo a cui gli USA si impegnarono ad acquistarlo da chiunque e a venderlo solo alle banche centrali. Ogni Paese partecipante fu obbligato a versare a titolo di riserva una quantità di oro e di moneta nazionale al Fondo Monetario Internazionale e a dichiarare la parità tra la valuta e l'oro attraverso il tasso di cambio dell'oro. Questo sistema prende il nome di "Gold Exchange Standard". 1971/OGGI   Dollar Standard: Il Gold Exchange Standard durò fino al 1971, quando il presidente americano Nixon soppresse la convertibilità tra il dollaro e l'oro, annunciando così che non c'era più oro a copertura della valuta stampata, ma quest'ultima divenne il nuovo "oro". Tutti hanno accettato che un pezzo di carta fosse "oro" e da quel momento il denaro diventa debito. Questo è il sistema tuttora vigente e prende il nome di "Dollar Standard", basato sulla fiducia, come testimonia la scritta sul dollaro americano "In God We Trust" (noi confidiamo in Dio). In questo sistema economico, la valuta (denaro cartaceo) è debito, perchè non c'è copertura di oro a tutela dei propri risparmi.     

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DOLLARO VS ORO: IL CREMLINO QUADRUPLICA LE RISERVE D'ORO E LIQUIDA DOLLARI.

Scritto il 04.04.2019

Da Confinvest F.L.: "Oro, sempre al centro dell'attenzione nell'asset allocation delle Banche Centrali. Il crescente indebitamento degli Stati Uniti con le politiche di spesa di Trump, può essere un altro elemento dell'aumento del prezzo dell'oro. Infatti le ultime misure intraprese dalla Russia contro gli USA sono l'esempio di come la de-dollarizzazione sia una minaccia reale che mette in discussione il predominio del dollaro nel mondo.  Preferendo l'oro al dollaro USA, il piano di Vladimir Putin è chiaro e prevede l'indebolimento della potenza americana, nemico dei russi dai tempi della Guerra Fredda. L'oro in possesso della Russia è salito di 1 milione di once in febbraio, raggiungendo i massimi storici. Questo grande incremento dimostra come Mosca stia sviluppando una grande strategia di diversificazione delle riserve. L'obiettivo della Russia è sviluppare una forza monetaria internazionale volta a diminuire la dipendenza dal sistema Dollaro e quindi dagli Stati Uniti. Anche le altre Banche Centrali, in particolare quelle dell'Est, tra cui la Cina, stanno accumulando riserve auree. Tali ritmi di accumulo di oro non si vedevano da mezzo secolo, da quando Nixon annunciò la fine del Gold Standard.  Se anche la Banca Centrale Europea e le altre principali Banche Centrali, oltre a Russia e Cina, iniziassero ad adottare tale diversificazione delle riserve, l'appetibilità del dollaro americano ne uscirebbe compromessa. Il primo step in questa direzione lo sta effettuando il Comitato di Basilea, non tanto per diversificazione delle riserve ma, soprattutto, per una riduzione del rischio. Nel frattempo l'oro continua, pur con un minimo di volatilità, ad apprezzarsi in maniera costante. Il metallo giallo potrebbe raggiungere come targhet finale anche la successiva resistenza statica lasciata in eredità dai massimi registrati nel post Brexit a 1.375 dollari l'oncia.  

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LA STORIA INSEGNA: IL MERCATO OBBLIGAZIONARIO

Scritto il 09.02.2019

Ciò che accade oggi ai rendimenti obbligazionari fa parte di un andamento ciclico che si è ripetuto più volte nella storia degli ultimi 100 anni. Il ribasso persistente dei rendimenti sull'obbligazionario, dovuto al rialzo dei tassi, è un'anomalia che si è già verificata nel passato. Ma tale oscillazione al ribasso non veniva percepita in quanto non erano ancora presenti i fondi comuni d'investimento. Questo ha permesso di guardare solamente al valore a scadenza senza preoccuparsi di ciò che era contingente. Con l'avvento dei fondi comuni d'investimento, l'attenzione alle oscillazioni è cresciuta generando maggiore instabilità emotiva che, se non adeguatamente gestita, può portare verso scelte poco virtuose. La relazione tra i tassi di interesse e il prezzo di una obbligazione è di tipo inverso. Vediamo perchè: al diminuire dei tassi sale il prezzo dei titoli e viceversa. Quando i tassi diminuiscono, le obbligazioni in circolazione aumentano di valore, poichè hanno una cedola più elevata rispetto a quelle di nuova emissione. Gli investitori che detengono queste obbligazioni possono quindi richiedere il pagamento di un "premio" per venderle sul mercato.  Viceversa, in caso di aumento dei tassi di interesse, le obbligazioni emesse in precedenza possono perdere valore, in quanto offrono cedole relativamente più basse rispetto alle obbligazioni di nuova emissione. Chi volesse vendere l'obbligazione prima della sua naturale scadenza deve essere disposto a farlo soltanto ad un prezzo inferiore rispetto a quando i tassi del mercato erano più bassi, vista la presenza sul mercato di titoli con cedole più alte (tutto questo naturalmente si applica anche ai BTP che sono obbligazioni emesse dallo Stato). L'investitore deve essere quindi consapevole di come le potenziali variazioni dei tassi di interesse potranno influire sull'andamento del proprio portafoglio obbligazionario. Il fondo obbligazionario riflette le dinamiche finanziarie delle obbligazioni sottostanti. Ma come possiamo spiegare un fondo obbligazionario in maniera semplice? Immaginiamo una cassetta di mele. Le mele rappresentano il patrimonio del fondo investito in obbligazioni, quindi il valore della quota. Supponiamo che il gestore compri delle obbligazioni a quota 100 euro e le detenga fino a scadenza. Ogni anno delle mele si aggiungono nella cassetta e corrispondono alle cedole pagate da quelle obbligazioni. Se i rendimenti di mercato rimangono fermi, il patrimonio del fondo aumenta ogni anno esattamente delle cedole incassate, al netto dei costi. Anche in presenza di un aumento dei rendimenti di mercato le cedole vengono incassate regolarmente, ma una parte del patrimonio del fondo viene ridotto per effetto del calo dei prezzi di mercato delle obbligazioni. In altri termini, una parte del patrimonio diminuisce ma temporaneamente. Vediamo un esempio: nel momento in cui si verifica un rialzo dei tassi di mercato che determina una diminuzione dei corsi, il valore delle mele diminuisce e con esso anche quello della cassetta. Quando le mele potrebbero ritornare al loro valore?, Quando la singola obbligazione si approssimerà alla naturale scadenza oppure quando ci sarà un'inversione, ovvero una riduzione dei tassi di mercato. Quindi chi rimane nel fondo potrebbe beneficiare di tutte le mele presenti nella cassetta. Non solo. Chi approfitta di questa fase di mercato di crescita dei tassi e aumenta il suo investimento in maniera programmata potrebbe incrementare il suo rendimento potenziale (piani di accumulo). La volatilità dei mercati finanziari è vissuta dall'investitore in maniera soggettiva, spesso influenzata dall'emotività. I momenti di crescita generano euforia e spingono ad investire mentre quelli di ribasso creano preoccupazione e la tentazione di uscire dal mercato. Ma è la scelta giusta? Gli esempi che seguono mostrano le tre tipologie di investitore e l'effetto che il loro comportamento genera. L'investitore emotivo: preoccupato dai cali dei rendimenti, avrebbe puntato a "salvare il salvabile" e quindi a disinvestire. L'effetto di questo comportamento è il consolidamento delle perdite. L'investitore razionale: sapendo che si trattava di una flessione temporanea, avrebbe aspettato che passasse il momento di volatilità e oggi registrerebbe un rendimento positivo. L'investitore virtuoso: avrebbe invece approfittato della fase di calo incrementando il proprio investimento con piani di accumulo programmati (per evitare l'emotività generata da scegliere il momento giusto per investire) e generando nello stesso periodo un risultato ancora migliore. 

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BREVE ISTRUZIONE AL RATING

Scritto il 08.02.2019

Di Federico Parmeggiani: "Il rating, in italiano classificazione, è un metodo utilizzato per valutare sia i titoli obbligazionari, sia le imprese in base al loro rischio finanziario. Le valutazioni del rating sono emesse ad opera delle cosiddette agenzie di rating. Le agenzie di rating hanno indubbiamente avuto un ruolo da protagonista nelle dinamiche e nell'evoluzione dei mercati finanziari di questi ultimi decenni. Nate come società specializzate nel fornire giudizi sul rischio dei bond che fungessero da supporto alle decisioni degli investitori, le agenzie, nella seconda metà del XX secolo, si ritrovano investite di una funzione quasi regolamentare, determinando con i propri giudizi non solo l'interesse che un emittente deve corrispondere per collocare i propri titoli di debito, ma anche la disciplina stessa cui tale emittente e i suoi titoli sono sottoposti. Questo grande potere delle agenzie, derivante da una normativa finanziaria rating-oriented, ha creato una situazione singolare in cui le agenzie di rating esercitavano una funzione integrativa della regolazione finanziaria, senza essere a loro volta destinatarie di una normativa che disciplinasse puntualmente l'attività da esse svolta e i sevizi da esse erogati. Il risultato di questa anomalia regolamentare è stato la creazione di un mercato del rating asfittico, spartito tra tre grandi agenzie che godevano di un riconoscimento esplicito da parte della legislazione, idoneo ad accentuare il divario tra queste e le eventuali nuove agenzie entranti. Inoltre, le agenzie a partire dagli anni settanta non erano più retribuite dagli investitori mediante l'acquisto diretto dei loro giudizi, ma hanno al contrario iniziato ad essere pagate dagli emittenti stessi, i quali erano e sono soliti commissionare periodicamente i rating alle agenzie, in modo non dissimile da come sono acquistate altre tipologie di certificazione. Questo modello di mercato ha iniziato a registrare qualche cambiamento dagli anni duemila, cioè da quando, in risposta ad alcuni rating macroscopicamente errati emessi dalle agenzie, il legislatore sia negli Stati Uniti che in Europa è intervenuto per la prima volta introducendo una disciplina volta a regolare la struttura e la funzione delle agenzie e imponendo loro requisiti organizzativi e professionali."

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META' DEI RISPARMIATORI ITALIANI E' PRONTA AD AVERE UN CONSULENTE PATRIMONIALE

Scritto il 03.02.2019

Di Daniele Barzaghi: "Il favore ad un'evoluzione dei consulenti finanziari verso coperture assicurative, analisi del patrimonio immobiliare e gestione delle successioni è evidenziata dalla ricerca SWG (in collaborazione con CNP Partners) che sarà presentata a ConsulenTia19. La consulenza non solo in tema di investimenti finanziari ma su tutto il patrimonio familiare è un elemento di grande interesse ed attualità per gli investitori italiani. La protezione del "capitale umano", l'analisi della situazione previdenziale, la valutazione degli immobili e la pianificazione successoria sono in questo senso alcuni degli elementi su cui gli italiani vorrebbero un'assistenza professionale, secondo quanto emerso da una ricerca Swg (in collaborazione con Cnp Partners), su un campione di 1000 persone, di età compresa fra i 35 e i 70 anni, responsabili o corresponsabili delle decisioni finanziarie delle famiglie. Dallo studio sono emersi quattro tipologie di risparmiatori:  I PARSIMONIOSI: questi risparmiatori, in maggioranza donne con reddito da lavoro dipendente, di età compresa fra i 35 e i 54 anni, si rivolgono ai consulenti nel 22% dei casi, e si aspettano empatia, oltre alla reperibilità e alla preparazione tecnica. Per quanto riguarda gli obiettivi d'investimento, nel 56% dei casi sono interessati a proteggere il capitale, mentre il 33% punta ad una crescita di valore nel tempo. La comprensibilità dei prodotti è un tema sollevato dal 27% degli intervistati. Il 53% di questi risparmiatori è propenso a coinvolgere i consulenti nella scelta delle coperture a protezione del capitale umano, il 45% nell'analisi della situazione previdenziale e il 30% rispettivamente nella valutazione degli immobili e della successione. GLI EDONISTI: i più estranei al mondo degli investimenti finanziari, sono in maggioranza uomini, di età compresa fra i 55 e i 64 anni, che vivono nel 67% dei casi una situazione economica poco soddisfacente. Si rivolgono ai consulenti finanziari solo nell'11% dei casi, in cerca di un supporto esperto, soprattutto per proteggere in capitale (48% dei casi). La complessità dei prodotti finanziari è per loro un tema di particolare rilevanza, evidenziato da circa il 30% degli intervistati. Si tratta anche dei risparmiatori più interessati ad un supporto consulenziale "allargato": dalla scelta delle coperture assicurative in linea con i loro bisogni (58%), alla valutazione della situazione previdenziale (54%), alla pianificazione successoria (41%), alla valutazione degli immobili (29%). GLI AUDACI: i più attivi fra gli investitori, in maggioranza uomini, di età compresa fra i 55 e i 70 anni, lavoratori autonomi o in pensione, si aspettano dai consulenti tempestività e un approccio imprenditoriale e versatile. Si tratta di investitori con un profilo di rischio più elevato, orientati prioritariamente verso investimenti che si apprezzino nel tempo (nel 42% dei casi), secondariamente verso la protezione del capitale (29%). Monitorano il loro portafoglio d'investimento con grande frequenza, in media 2,5 volte a settimana. Sono fra gli investitori più interessati ad una consulenza "a 360 gradi" da parte dei consulenti: nel 55% dei casi per la scelta delle coperture assicurative personali e per la famiglia, nel 54% per l'analisi della situazione previdenziale, nel 43% per l'analisi del patrimonio immobiliare e nel 38% dei casi per la pianificazione successoria. I PRUDENTI: questi risparmiatori, in maggioranza uomini di età compresa fra i 35 e i 44 anni, lavoratori autonomi con reddito alto, cercano invece nei consulenti, a cui si rivolgono nel 40% dei casi, autorevolezza e facilità di accesso. Si tratta di investitori più "conservativi", che nel 61% dei casi puntano a proteggere il capitale, mentre nel 25% puntano ad incrementarlo nel tempo. Monitorano l'andamento dei loro investimenti 1,3 volte a settimana. E' interessante notare che il 23% di loro segnala che le scelte di investimento sono influenzate anche dalla "comprensibilità" dei prodotti. Uno su due, secondo lo studio, si rivolge al suo consulente anche per la scelta delle polizze a protezione della persona, mentre il 32% apprezza il supporto nella valutazione degli immobili e il 24% per la pianificazione successoria."

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