Roberto Aprile

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Consulente finanziario

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I RISCHI DELL’INVESTIMENTO IMMOBILIARE E LE SUE OPPORTUNITA’

Scritto il 05.12.2020

Oggi l’immobile costituisce un bene problematico per molte famiglie. In passato qualsiasi immobile, purché fosse abitabile e sito in zone urbane sufficientemente servite, veniva collocato nel mercato di massa, ed acquistato senza porsi il problema del suo valore reale. L’immobile veniva acquistato senza particolari criteri se non quelli della disponibilità e dell’offerta economica del momento, senza riflettere e informarsi sulle condizioni urbanistiche e le prospettive di sviluppo della zona.  Probabilmente questo approccio ha a che fare con la dimensione affettiva che la casa riveste per chi la abita, e quindi il suo valore è piuttosto esistenziale, che non economico finanziario. Sta di fatto che oggi gran parte di questo consistente patrimonio ha perso valore – si pensi che tra il 2010 e il 2019 i prezzi delle abitazioni italiane sono crollati mediamente di circa il 24% - e non sarà più recuperabile. Anzi, in molti casi l’immobile rischia di rimanere inabitato e addirittura abbandonato. Il mercato infatti ha intrapreso una nuova dinamica in quanto le condizioni sociali, ambientali, finanziarie stanno radicalmente modificando l’assetto delle esigenze abitative, e non mi riferisco solo alla nuova tendenza delle giovani generazioni a trasferirsi all’estero, ma anche all’emergere di stili di vita che si riflettono in nuovi criteri di scelta. A tal proposito è interessante osservare come si stanno affermando forme e dimensioni abitative a contenuto collettivo come il coleaving e il cohousing… Nell’investimento immobiliare, oltre alla valutazione dei costi di manutenzione e dell’impatto fiscale già molto pesante, vanno calcolate le spese di gestione. Inoltre nel caso che l’investimento sia finalizzato alla locazione dell’immobile, nelle aspettative economiche bisogna valutare i possibili periodi di “vuoto” e il rischio di morosità. D’altra parte, questi beni sono sempre più tassati e lo saranno ancora di più una volta che il Catasto verrà riformato, rendendo la rivendibilità dell’immobile ancora più difficile. Fatta eccezione per poche città, o addirittura alcune zone di esse, dove il valore effettivo dell’immobile giustifica il suo possesso, esso rappresenta oggi più che un investimento indovinato, un serio problema. Certo, ultimamente si possono osservare timidi segnali di ripresa, ma questa dinamica interessa più che altro le grandi città, come Roma e Milano, dove il mercato è molto più vivace e i prezzi tendono ad essere decisamente più alti e a rimanere più stabili rispetto ad altre aree geografiche. Queste ultime, invece, in particolare molti paesi del centro-sud Italia, tendono a svalorizzarsi, e questo anche a conseguenza della tendenza demografica allo spopolamento.  Ma attenzione! Dal punto di vista dell’investimento, in molti casi, questo fatto si ribalta in nuove opportunità di mercato. La necessità di ripopolare i piccoli centri urbani, per esempio, spinge le autorità locali ad adottare una politica di incentivazione, offrendo tali immobili a cifre risibili. E’ proprio a questo punto che la caduta verticale del loro valore può diventare essa stessa un’opportunità, a determinate condizioni! L’opportunità deve infatti intercettare una domanda orientata ad un nuovo stile di vita, determinata dallo sviluppo tecnologico, dalle condizioni ambientali, oltre che da fenomeni demografici quale l’aumento della probabilità di vita, e fenomeni sociali come l’atomizzazione dell’individuo, causata dalla disgregazione dei nuclei familiari di un tempo. In buona sostanza, voglio dire questo: mano che nuove condizioni di mercato prendono forma, il sentimento di sfiducia verso ciò che il mercato offriva in precedenza lascia spazio alla nuova fiducia in ciò che sta nascendo nel presente, a patto che si abbia la capacità di percepirlo e comprenderlo. Quindi, ancora una volta l’incertezza non è di per sé un fattore negativo, ma rappresenta la condizione fondamentale di qualsiasi evoluzione, e la linea di sviluppo lungo la quale i mercati si muovono!  Ma questo non è un meccanismo automatico, al contrario, richiede che le condizioni siano mature e che gli investitori abbiano la capacità di individuarne le opportunità, e i consulenti quella di trasformarle in soluzioni e di cercare il modo di valorizzarle e difenderle.

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Dal patrimonio finanziario al patrimonio globale.

Scritto il 31.08.2020

  L’ evoluzione del consulente finanziario di fronte al nuovo quadro evolutivo delle necessità patrimoniali delle famiglie italiane. La funzione storica del consulente finanziario, come pianificatore degli investimenti, ricopre ormai uno spazio sempre più residuale, ritagliato all’interno della generale prospettiva patrimoniale.   E’ vero, incertezza, scarsa fiducia nel futuro, mancanza di chiarezza su come impegnare il danaro, o timore di investire a causa della percezione errata della volatilità come rischio, sono all’origine dell’oggettivo bisogno dell’assistenza qualificata del consulente finanziario, in termini di protezione degli asset e del tenore di vita negli anni a venire. Ma questo non è più sufficiente, se la gestione delle risorse finanziarie, non viene posta nei termini della più generale tutela degli asset patrimoniali e della loro continuità nel tempo, precondizioni necessarie anche per le eventuali attività d’investimento, da considerarsi sempre inserite nella più generale logica della preservazione della ricchezza, ritagliando alla performance una importanza relativa, e finalizzata ad obiettivi tattici. Per disegnare strategie di pianificazione personalizzate quindi non basta più la conoscenza dei mercati e degli strumenti finanziari. perché per l’imprenditore, il professionista o il pensionato, specie se con patrimonio rilevante, la questione non si limita alla protezione dell’investimento in quanto tale, ma si estende al patrimonio nella sua generalità. Per tutelare il patrimonio, è necessaria una competenza allargata agli strumenti anche giuridici, come il fondo patrimoniale (a tutela delle famiglie); l’ atto di destinazione (a tutela di coppie di fatto e soggetti deboli); l’affidamento fiduciario (per attuare programmi meritevoli di tutela); le polizze vita (per l’impignorabilità e l’insequestrabilità) che sono punti di forza per la tutela del patrimonio; e non ultimi i fondi pensione (per l’intangibilità dei contributi e per la loro limitata aggredibilità); il testamento e le donazioni (per le necessità successorie e di trasferimento generazionale dei patrimoni). In particolare, il passaggio generazionale presenta forti criticità che soprattutto gli imprenditori devono affrontare. E’ stato previsto che tale questione nei prossimi 5 anni interesserà quasi un’impresa su 5. E purtroppo a proposito di ciò le statistiche descrivono un quadro della situazione delle imprese italiane preoccupante: solo il 25% delle imprese familiari sopravvive al fondatore e questa percentuale scende al 13% per le imprese che arrivano alla terza generazione per ridursi al 4% della quarta generazione e oltre. Il fenomeno è tanto più rilevante, in quanto la maggioranza delle imprese italiane sono a conduzione e familiare!  E’ dunque un problema non solo di rilevanza economica, ma anche sociale! Il consulente finanziario che si trovi in questa prospettiva dovrebbe, quindi, essere in grado di guidare l’imprenditore nella scelta degli strumenti più adeguati alla situazione familiare, valutando se ci sono le condizioni per il patto di famiglia, la holding di famiglia o il trust, per esempio. Anche la strumentazione da utilizzare viene a spostarsi sul piano assicurativo, piuttosto che su quello prettamente finanziario: quindi prendono posto strumenti che aiutano la continuità di un’impresa come la Polizza key man (per la tutela dal rischio di perdere una risorsa chiave per l’impresa); la Polizza TFM (trattamento fine mandato, forma di retribuzione differita per i quadri e i dirigenti aziendali, che come tale gode di un trattamento fiscale favorevole previsto dal TUIR); la Polizza vita (che con l’accettazione del beneficio di polizza, deroga ai patti successori); il Fondo pensione (per l’intangibilità delle contribuzioni). Il consulente finanziario deve quindi ampliare le proprie competenze, senza per questo diventare tuttologo, ma espandendo il focus anche in ambiti più trascurati, integrando tutti gli asset di cui è composto il patrimonio in una progettualità univoca in cui tutte le varie attività (fisiche, immobiliari e finanziarie) trovino la giusta collocazione.

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LA CONSULENZA FINANZIARIA EVOLUTA E CERTI ATTEGGIAMENTI OBSOLETI DEL RISPARMIATORE

Scritto il 11.08.2020

  La consulenza finanziaria serve a gestire, conservare, e trasferire in maniera idonea la ricchezza già creata, oltre che a crearne di nuova... La nuova figura del consulente finanziario passa dal ruolo di gestore delle risorse finanziarie di un tempo, ad un ruolo di riferimento patrimoniale, assumendo nuovi criteri metodologici ispirati alla visione olistica della realtà del cliente, un cliente purtroppo non sempre pronto a rapportarsi in modo proattivo alla nuova funzione del consulente. Perché il risparmiatore possa trovare un allineamento con il suo consulente, è necessario che sia consapevole del ruolo che egli stesso gioca nel concepire il suo risparmio in termini di pianificazione patrimoniale. Sarebbe utile, tanto per cominciare, che il risparmiatore riflettesse su alcuni elementi che riguardano il proprio atteggiamento verso l’attività di investimento e di conseguenza nei confronti del consulente. In genere, mentre si impiega la maggior parte del proprio tempo a generare risorse e a formare e accrescere il proprio patrimonio, paradossalmente si tende a dedicare alla protezione e alla gestione della propria ricchezza molto meno tempo, se non un tempo residuale, occasionalmente dedicato all’investimento del momento. Anche nella gestione del patrimonio, l’interesse è più che altro focalizzato sull’accrescimento; e poca attenzione è prestata all’aspetto fondamentale del consolidamento della base su cui deve poggiare la crescita, e cioè la tutela del nucleo familiare e la protezione del patrimonio. All’attività d’investimento viene così a mancare la visione unitaria del progetto, rapportata allo stato patrimoniale; non è un caso che molti patrimoni appaiono più simili ad un elenco di beni posseduti, piuttosto che un processo progettuale; allo stesso modo gli strumenti finanziari e assicurativi si presentano come una sorta di collezione di prodotti scoordinati tra loro dando luogo a sovrapposizioni, duplicazioni, coperture disordinate. La riduzione della gestione delle risorse a una delle tante attività collaterali – ma secondarie – a quella lavorativa, si ripercuote già sulla modalità con cui si sceglie il consulente, cosa che spesso avviene seguendo criteri relazionali, secondo simpatia, tipo di relazione, accessibilità o consuetudine, piuttosto che razionali, in base alla sua competenza.  Ma posto che si abbia scelto un consulente competente, se tuttavia manca la visione progettuale, non si è nelle condizioni di fornire le informazioni, spesso indispensabili, che servono a dare forma alla gestione delle risorse finanziarie, in funzione di una pianificazione ben individuata. Di conseguenza, i suggerimenti del consulente possono prendere la forma di una semplificazione commerciale, con tutte le immaginabili conseguenze che finiscono col danneggiare in primo luogo proprio il risparmiatore. Un altro aspetto controverso è la tendenza di certi investitori a “diversificare gli operatori”, tendenza che una certa concezione del “buon senso” interpreta come trovata “smart” per diversificare il rischio, ma che nella pratica, finisce col costituire un ulteriore elemento di incertezza proprio a danno del risparmiatore, laddove operativamente si traduce nella duplicazione delle tipologie di prodotto e confusione tra le differenti tattiche e strategie consigliate da ognuno dei suoi consulenti. Sarebbe più utile valutare in maniera ponderata diverse proposte di consulenza, per poi sceglierne una sola, magari in base al criterio con cui l’esperto imposta la relazione e lo stile che usa nel prendere cognizione dello stato familiare e patrimoniale, delle esigenze, delle necessità e degli obiettivi. Un altro comportamento direi tipico di molti risparmiatori, è la reticenza nel rapporto con il consulente. Ora, tacere qualcosa può sembrare una opportuna strategia di difesa, al contrario bisognerebbe comprendere che il rapporto di consulenza non è una battaglia dalla quale uscire vincitori, ma una relazione professionale che richiede collaborazione e fiducia, allo stesso modo in cui per esempio si è abituati a relazionarsi al proprio legale, o medico, o commercialista... Se il consulente è invece vissuto come un antagonista, il rapporto segue schemi relazionali competitivi; a questo punto diventa una battaglia, una battaglia in realtà che il risparmiatore – a ben vedere - ingaggia con sé stesso, e dalla quale certamente non uscirà vincente! Sarebbe ben più utile assumere un comportamento aperto, fiducioso, ma anche vigile e attento all’etica e alla trasparenza informativa del consulente, aprendo un rapporto di razionale e responsabile collaborazione, mettendo a fattor comune informazioni e dati. All’atteggiamento diffidente fa da contraltare la tendenza di molti a delegare al consulente la responsabilità delle scelte suggerite.  Ogni persona è unica e irripetibile, dovrebbe conoscere i propri bisogni e il proprio stile di vita meglio di chiunque altro; perciò l’identificazione delle proprie necessità non può essere delegata a nessuno. Ciò che è possibile, e talvolta necessario delegare sono le competenze tecniche per poter tradurre i bisogni in soluzioni, ma la responsabilità delle scelte personali non può che essere propria. E comunque, anche se affidassimo fiduciosamente la definizione dei nostri bisogni alla libera interpretazione di un consulente, la responsabilità di seguirne le indicazioni sarebbe comunque nostra. Ci sarebbe poi molto da dire su un certo atteggiamento “utilitaristico” nei confronti dell’attività di investimento. Molti pensano che la finalità dell’investimento sia ottenere la performance “migliore”, e dal consulente si aspettano appunto la “dritta” per conseguirla, con il minimo rischio e nel tempo più breve possibile. E’ così che investire si trasforma in un’attività dalle aspettative eccessive e dagli atteggiamenti emotivi ed incoerenti. Il risparmiatore dovrebbe piuttosto soffermarsi sulla valutazione della modalità di approccio e dell’esperienza del consulente, piuttosto che sulle performance che “procura”, perché il vero oggetto dell’investimento è la soluzione concreta a necessità concrete, come concreti sono il consolidamento del proprio patrimonio, e la tutela delle condizioni di vita proprie e del proprio nucleo familiare.

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PROGRAMMARE UN PIANO DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Scritto il 29.06.2020

    Da cosa cominciare Quali prodotti e quali profili di investimento scegliere Come comportarsi   La pensione obbligatoria, chiamata “primo pilastro”, ha l’obiettivo di offrire una tutela di base, necessaria ma non sufficiente ad assicurare un tenore di vita adeguato alle ordinarie necessità. Ad integrazione del primo, è allora diventato necessario affiancare forme pensionistiche collettive complementari, che rappresentano il cosiddetto “secondo pilastro”. Tra queste rientrano i fondi pensione aperti. Quando cominciare?  Il momento per l’investimento previdenziale è sempre “adesso”! Un programma di previdenza complementare va cominciato subito, per beneficiare del più lungo periodo possibile di accumulazione. Il fattore tempo è fondamentale per la crescita del montante da cui dovrà scaturire la rendita pensionistica: più lungo è il programma dei versamenti, maggiore sarà il capitale accumulato e più alta la prestazione pensionistica che si otterrà; anche piccoli versamenti, se fatti senza perdere tempo e con regolarità, possono alla lunga contribuire a raggiungere un capitale sufficiente a produrre una rendita interessante. Come fare? Si comincia sempre dalla fine, domandandosi cioè quanta rendita aggiuntiva serve per ricostituire una pensione adeguata all’attuale tenore di vita. A questo scopo può essere di aiuto ricorrere a un simulatore, non sarà certamente preciso, ma fornirà un esito sufficiente a costituire un riferimento: quanto risparmio è necessario accantonare nel tempo, per generare la somma mancante alla rendita pensionistica? Bene, una volta stabilita la somma da integrare, bisogna individuare lo strumento adatto per capitalizzare il risparmio necessario: l’obiettivo può essere raggiunto con strumenti specificamente predisposti, sottoscrivendo da subito un fondo pensione o prodotti assicurativi come la rendita vitalizia, (esistono alcune rilevanti differenze tra le due tipologie di strumenti); ma è possibile anche attivare un Piano di accumulazione,  Impostando un piano automatico di versamenti ricorrenti: è una scelta di buon senso. Esso consente di minimizzare i rischi  tipici di mercati altamente remunerativi, come quello azionario, la cui volatilità su un orizzonte di lungo termine tende ad essere riassorbita. Va tenuto però presente che alla fine, per convertire in rendita  il capitale accumulato, si dovrà ricorrere comunque ad uno specifico strumento assicurativo. E’ proprio a questo punto che appare chiara l’importanza di dare avvio per tempo all’accantonamento previdenziale: se l’età della pensione è ancora molto lontana, sarà possibile permetterti il lusso di scegliere linee di investimento a maggior contenuto azionario, la volatilità di breve periodo può essere del tutto ignorata, puntando al maggior rendimento ottenibile nel lungo periodo. Inoltre, più è lungo il periodo di permanenza in un fondo pensione, maggiore è il vantaggio fiscale che si otterrà quando sarà liquidata la prestazione: si tratta di uno sconto dello 0,3% per ogni anno di contribuzione… e non è poco, perché in questo modo sarà possibile arrivare ad una imposta minima sulla rendita del 9%, dopo che per tutto il periodo della contribuzione le somme investite nel fondo pensione avranno beneficiato anche della deducibilità fiscale, fino ad un massimo di 5.164 euro all’anno! E’ validissima anche una polizza di rendita. Per questo prodotto non è prevista la deducibilità fiscale riconosciuta ai fondi pensione, ma a differenza di questi,  hanno il vantaggio di liquidare rendite totalmente esenti da imposta, il che le rende molto più interessanti per chi ha superato la soglia della deducibilità, ovvero per coloro che per varie ragioni non possono o non vogliano avvantaggiarsene. Attenzione! L’investimento non va mai perso di vista, ma  va monitoralo continuamente, al fine di ribilanciare il portafoglio ogni volta che ce ne sia il bisogno. Per fare questo sarà opportuno contare sull’assistenza di un consulente che suggerirà  quando e come spostare le somme dai comparti più volatili a quelli che lo sono meno,  man mano che si avvicina il momento della prestazione pensionistica o l’eventuale anticipazione. Infatti, nonostante l’adesione al fondo pensione sia  una forma di investimento vincolata, la normativa al riguardo prevede la possibilità di disporre di parte del capitale investito anche prima del pensionamento. Le  anticipazioni di capitale possono essere richieste però per motivi specificamente previsti, quali  l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa (per sé o per i figli), per motivi di salute; le somme possono essere in parte riscattate in occasione del cambiamento di lavoro. Si ha poi la possibilità di liquidare l’intero montante in forma di capitale, qualora esso non superasse la soglia “fisiologica” necessaria per essere convertito in rendita. L’adesione al fondo pensione può avviene in forma collettiva, se prevista dal proprio CCNL di riferimento, da un accordo aziendale, dalla associazione di categoria o dall’ordine professionale cui si appartiene, ovvero individualmente, attraverso un piano individuale pensionistico (PIP). La scelta degli strumenti richiede una attenta valutazione dell’offerta presente sul mercato, in termini di affidabilità e solidità. Non basta confrontare i relativi rendimenti ottenuti  nell’ultimo periodo, è necessario confrontarli su base pluriennale, oltre la stabilità del rendimento,  vanno confrontati attentamente anche gli indici quantitativi che descrivono l’attività e la qualità della gestione in termini di rapporto rischio/rendimento, di volatilità, di efficienza. Infine anche i costi devono essere presi in considerazione, sebbene non costituiscano un elemento decisivo nella scelta (esistono fondi costosi ma gestiti molto bene e fondi meno costosi ma che sono gestiti in maniera mediocre),  tuttavia i costi inevitabilmente incidono sul risultato finanziario netto.

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LA DONAZIONE DELL’ IMMOBILE SECONDO LA CONSULENZA PATRIMONIALE: RISCHI E TUTELE.

Scritto il 09.06.2020

  La donazione come strumento di pianificazione successoria Conseguenze dell’atto donativo in caso di vendita dell’immobile donato Come tutelare l’acquirente e il valore dell’immobile E’ prassi comune che i genitori alienino dal loro patrimonio determinati beni, per lo più immobili, a beneficio dei figli. La donazione, non è altro che una distribuzione del patrimonio che il genitore fa in genere ai figli  quando è ancora in vita, configurandosi in tal modo come uno strumento di pianificazione successoria. Quanto esso sia efficace lo possiamo vedere dai rischi ai quali il donatario è oggettivamente esposto, a partire dal momento in cui si aprirà la successione. Perché l’asse ereditario possa essere suddiviso equamente tra gli eredi, l’immobile donato diventa oggetto della riunione fittizia. E’ chiamata così l'operazione contabile con la quale si procede alla ricomposizione dell’asse ereditario: al momento della successione, al valore globale dei beni, sottratti i debiti, si somma il valore attualizzato delle donazioni. Sull'asse così formata si calcola la quota “disponibile” di cui il defunto poteva appunto disporre, al netto delle quote di riserva garantite ai legittimari. Ora, se il valore del bene donato supera quello della quota ”legittima” , alla quale ognuno degli eredi legittimari (e cioè il coniuge, i figli e in mancanza dei figli i genitori) ha diritto, il donatario si troverà a dover riconoscere la differenza di valore a coloro che tale diritto trovassero leso. Questi infatti avrebbero la possibilità, anche a distanza di anni (dieci dalla morte del donante), di rendere inefficace la donazione posta in essere dal defunto quand’era in vita, tramite l’azione cosiddetta di “riduzione”, ottenendo in tal modo il reintegro delle quote legittime, lese per effetto della donazione. Si comprende come questo rischio implichi conseguenze importanti nel caso il donatario decidesse di vendere l’immobile ricevuto in dono. Il rischio infatti si trasferisce in capo a chi volesse nel frattempo acquistare l’immobile donato: l’erede leso nella legittima, infatti, potrebbe chiedere al terzo acquirente la restituzione del bene (o la somma corrispondente) anche se questi è del tutto estraneo alla vicenda e può vantare la proprietà del bene, con “regolare” atto d’acquisto. Questa possibile, anche se statisticamente poco probabile, situazione costituisce un vero ostacolo alla vendita dell’immobile, che perderebbe gran parte del suo valore commerciale, danneggiando il donatario stesso.  Le banche infatti, proprio per le ragioni accennate, tendono a rifiutare la concessione di finanziamenti che abbiano in garanzia immobili la cui origine sia donativa. Il problema potrebbe essere evitato qualora il genitore, prima di porre in essere la donazione dell’immobile, si riservasse nell’atto la facoltà di disporre di quel bene. In tal modo, nel caso in cui il figlio, un domani, volesse rivendere l’immobile oppure ipotecarlo, il donante, potrebbe esercitare la facoltà di tornarne proprietario, e così disporne. Se ciò da un lato permette di salvare la commerciabilità dell’immobile, dall’altro la soluzione equivale all’“annullamento” formale della donazione, cosa che richiederebbe un nuovo atto, e che comporterebbe considerevoli costi e complicazioni. Essa infatti potrebbe risultare non applicabile o perché nel frattempo è venuto meno il donante, o perché per formalizzare l’atto di revoca occorre la presenza di testimoni che potrebbero non essere disponibili. Qui ci viene però in soccorso la soluzione assicurativa. L’acquirente di un bene di origine donativa e l’ente mutuante possono infatti tutelarsi stipulando una specifica polizza contro i rischi da donazione. Questa polizza prevede il risarcimento del danno derivante dall’eventuale spossessamento dell’immobile; nel qual caso il risarcimento viene effettuato direttamente alla persona avente diritto alla restituzione, sottraendo l’acquirente ai rischi economici ma anche ai disagi di natura pratica, organizzativa e morale, derivanti dal fatto stesso di trovarsi privo dell’immobile già acquistato.  Si comprende bene quindi come lo strumento assicurativo si affermi ancora una volta nella sua indispensabile funzione di preservazione e tutela, in questo caso a garanzia della sicurezza della compravendita e della commerciabilità dell’immobile.      

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BISOGNO DI SICUREZZA

Scritto il 03.06.2020

Nel corso della vita le esigenze di una persona o di una famiglia cambiano con il cambiare delle situazioni, delle condizioni, delle necessità, man mano che il ciclo di vita evolve; i bisogni della giovane coppia di “farsi” una casa, avere dei bambini vengono man mano superati da bisogni di previdenza, di sicurezza per il nucleo familiare, infine di trasmissione dell’eredità. Per questa ragione è determinante tenere continuamente monitorata la realtà del Cliente, insieme a tutte le soluzioni che via via gli sono state suggerite.   Nella vita sono molti gli eventi che possono destabilizzare la sicurezza reddituale, o causare una perdita patrimoniale, parziale o totale. Non sono eventi che è possibile evitare o circoscrivere tramite l’investimento del risparmio, poiché anch’esso potrebbe venire messo in crisi proprio da questi stessi eventi; non escludendo il fatto che l’investimento in sé costituisce un’attività troppo incerta per potervisi affidare completamente.    Lo strumento appropriato è quello assicurativo perché l’unico in grado di rispondere positivamente alla domanda di certezza. Anche i costi ovviamente sono certi, ma si tratta di costi a fronte di prestazioni certe. Con una spesa di pochi euro al giorno, per esempio, una TCM (polizza temporanea caso morte) può darci la serenità della sicurezza che creiamo per il nostro ristretto campo affettivo, e non solo! Anche se alla fine del periodo assicurato, essendo ancora vivi, nulla potremmo ricevere indietro di quanto versato alla Compagnia durante tutto il periodo di copertura, avremo comunque scaricato su di essa le conseguenze economiche nel caso che l’evento morte si fosse concretizzato. Non si pensa mai che questa stessa sicurezza è di per sé già un buon investimento; concentrati sulle nostre vicissitudini di vita, tesi a procurarci di che soddisfare i nostri bisogni quotidiani, e affrontare i problemi dell’oggi, non ci facciamo mai la domanda “Cosa accadrebbe a mio figlio/a, a mia moglie o compagna/o se venissi meno? Come verrebbero distribuite le risorse finanziarie, i beni e quant’altro così faticosamente guadagnati e raccolti nel tempo?” Si è convinti che tutto ciò che è nostro compito di padri e madri di famiglia si risolva nel procurarci il benessere quotidiano, ma le cose nella realtà stanno diversamente, perché non c’è benessere se non c’è sicurezza, il benessere, come ogni cosa in questa vita, può essere perduto in qualsiasi momento per cause inopinate e che non possiamo controllare o determinare se non per errore o per avventura. Ora, tutto questo vale non solo per il cliente, ma anche per il consulente stesso che con lui condivide, consapevolmente o meno, lo stesso orientamento esistenziale. Quindi come meravigliarsi se egli non sensibilizza a sufficienza le persone al problema della sicurezza e quindi a consigliare una copertura adeguata a questa oggettiva necessità?   Nel matrimonio, una Temporanea Caso Morte tutelerebbe il coniuge e il futuro dei figli, soprattutto se si sono impegnate risorse per tempi lunghi, come è il caso dell’accensione di un mutuo… Il fatto che la banca pretenda dal mutuatario la sottoscrizione di una polizza in caso di morte, dove la banca risulti beneficiaria, è un fatto che dovrebbe far riflettere sull’opportunità di dare una sicurezza ai cari che ci sopravviveranno, proprio per non lasciarli scoperti di fronte ad un investimento interrotto, o a situazioni economiche o finanziarie ancora peggiori. E’tutto ciò per cui occorre creare una cintura di protezione intorno al benessere, mentre lo si produce, dal rischiodi eventi che per quanto possano essere rari, avrebbero conseguenze drammatiche e persino finanziariamente letali.Il tenore di vita nostro e dell’intero nucleo familiare potrebbe subire gravi conseguenze, basti pensare come, in caso di presenza di mutui/finanziamenti, la perdita di apporto di reddito alla famiglia potrebbe comportare azioni pignoratizie…   Il risparmio stesso dovrebbe essere considerato in un’ottica che vada oltre la mera aspirazione a maggior ricchezza… non si diventa ricchi con l’investimento delle risorse residuali del reddito in fondi comuni, quello che conta è la finalizzazione dell’investimento: la tutela per il futuro dei figli, la garanzia della loro miglior istruzione e formazione, assicurarsi per sé stessi e il proprio coniuge una pensione quantomeno dignitosa… Per questo si pianifica! E la pianificazione degli investimenti non può prescindere dalla prevenzione realizzata con solidi scudi protettivi.

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NUOVI PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO PER SOSTENERE E RILANCIARE L’ECONOMIA ITALIANA

Scritto il 27.05.2020

  Nel 2017, per incoraggiare l’investimento di medio-lungo terminea supporto dell’economia reale italiana, furono istituiti i Piani Individuali di Risparmio (PIR). Questistrumenti, destinati unicamente alle persone fisiche, possono assumere la forma di fondi comuni, gestioni patrimonialioppure polizze di assicurazione,presentandosi in buona sostanza come contenitori di titoli azionari ed obbligazionari emessi da pmi italiane.  L’intenzione del legislatore era la costituzione di un canale di finanziamento alternativo al classico sistema bancario, allo scopo di far affluire nuovi capitali verso le piccole e medie imprese, che costituiscono l’innervazione centrale dell’economia italiana. Per questo, il 70% del patrimonio del PIR deve essere investito in titoli (azioni e obbligazioni) di PMI fiscalmente residenti nello Stato, o imprese UE non residenti, ma aventi  stabile organizzazione in Italia, non inserite negli indici di Borsa Italiana o in equivalenti indici di altri mercati regolamentati.  Per rendere appetibile l’innovativo strumento, e per compensare l’alta volatilità cui esso è soggetto, è stata prevista per i PIR l’esenzione dall’imposta sugli utili e dall’imposta di successione, a fronte dell’impegno del risparmiatore a mantenerli in portafoglio per almeno 5 anni.  Nel 2019 però furono introdotti nuovi obblighi, secondo i quali il 3,50% del portafoglio doveva essere destinato agli investimenti in società quotate sull’AIM (mercato regolamentato, dedicato alle Pmi ad alto potenziale di crescita); e un altro 3,50% doveva essere investito in Venture Capital. A causa della sostanziale illiquidità di questi ultimi, le nuove condizioni non furono accolte con favore dal mercato per cui i PIR, dopo aver drenato fino a quel momento oltre 15 miliardi, ebbero una violenta battuta di arresto, registrando una pesante raccolta negativa.  In una fase di mercato così delicata come quella attuale, questo strumento ricopre una importanza strategica perché rappresenta un meccanismo di finanziamento del sistema produttivo italiano attraverso l’impiego del risparmio dei cittadini. Così il decreto rilancio del 19 maggio 2020, n. 34 ha introdotto i nuovi PIR. Vengono eliminati i due vincoli del 3,5%sull’Aim e sul venture capital, e stabilito l’unico obbligo di riservare il 5% del 70% del valore complessivo dello strumento ad azioni e obbligazioni di imprese diverse da quelle inserite negli indici Ftse Mib e FtseMid Cap, o di altri mercati regolamentati.  La nuova tipologia presenta limiti di investimento per singolo sottoscrittore più elevati di quelli ben più modesti previsti per i PIR ordinari: 150mila euro all’anno e fino a 1,5 milioni di euro complessivi, mentre quelliordinari prevedono rispettivamente un investimento di massimo 30mila euro all’anno e per 150mila euro complessivi. Inoltre alle Casse Previdenziali e ai fondi di investimento è riconosciuta la possibilità di detenere uno o più PIR, nel limite del 10% del patrimonio.  Il decreto prevede anche la possibilità di poter cumulareun Pir ordinario e un Pir alternativo, mantenendo entrambi i relativi benefici fiscali; questo, ovviamente, dovrebbe incentivare il collocamento del nuovo strumento finanziario, presso investitori con patrimonio elevato, interessati a cogliere gli incentivi fiscali all’interno di strategie accrescitive di portafoglio, diversificando gli impieghi secondo un orizzonte temporale di lungo periodo.

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Quando si crede che “Le cose stanno per cambiare”

Scritto il 16.12.2019

Sapete da dove nasce la leggenda della cicogna che porta i bambini? Essa è nata nei Paesi del Centro-nord Europa. Gli abitanti di quelle zone avevano l’usanza di tenere il camino acceso a lungo nelle case dove era nato un bambino, per tenerlo al caldo, non solo durante l’inverno, ma anche in primavera. Ora, proprio in quel periodo le cicogne partite dai Paesi africani, tornando in Europa, approfittavano del tepore che usciva dai comignoli per nidificare. Non era quindi la cicogna a portare i bambini ma, al contrario, erano proprio questi, con il calore prodotto dal camino, a richiamarle.    Perché racconto questa storia? Per introdurre il concetto di una trappola cognitiva, tipica dei giocatori d’azzardo, in cui cadono anche gli investitori: si tratta della tendenza a vedere nessi causali tra fenomeni che non hanno tra loro alcun rapporto di causa-effetto… un esempio?  “Le quotazioni del mio fondo d’investimento sono scese molto, ora sicuramente ricominceranno a salire”: ogni volta che ci troviamo a fare considerazioni simili, dobbiamo sapere che ciò che è in azione non è la razionalità di un ragionamento logico, ma la componente irrazionale dell’emotività che sta prendendo il sopravvento. Questi errori logici sono tipici dei giocatori d’azzardo: i quali sono indotti a ritenere una sequenza di eventi che sono assolutamente casuali, come statisticamente rilevanti: sono convinti cioè che in una sequenza di eventi, quelli già successi influiscano su quelli futuri, quando invece fra di essi non esistono nessi causali.   Se io lancio una moneta, la probabilità di ottenere “testa” ad ogni lancio è esattamente pari al 50%, così come quella di ottenere “croce”. Invece, considerando una sequenza di lanci, la probabilità di ottenere “testa” per due volte consecutive è pari a 0,5×0,5=0,25 (una volta su quattro), così di seguito, finché ottenere N volte “testa” diventa un evento altamente improbabile, anche se la probabilità di ottenere “testa” o “croce” è sempre del 50%, ogni volta che si compie un nuovo singolo lancio.   Così, se un mercato è andato negativo per più di una seduta, questo non vuol dire che sia alta la probabilità per la successiva di chiudersi con il segno opposto, almeno altrettanto quanto la possibilità che continui la tendenza.   Contro questo tipo di errori cognitivi non esiste difesa: possiamo solo esercitarci ad essere più consapevoli di ciò che accade sul mercato; conoscere bene lo strumento utilizzato, e imparare a pensare sempre in termini di lungo periodo. 

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L’Integrazione delle componenti finanziaria e assicurativa nella pianificazione patrimoniale

Scritto il 09.12.2019

È ancora vivo un pregiudizio privo di contenuto razionale: quello che vede i prodotti finanziari come opposti ai prodotti assicurativi. Questo stereotipo ritraduce i prodotti finanziari come utili a fornire un rendimento, mentre i prodotti assicurativi sarebbero “costi certi” a fronte di “eventi incerti” e, di conseguenza poco proponibili nella logica dell’investimento, e qualora fornissero anche un rendimento, questo sarebbe “facilmente” sostituibile con i più efficaci – e “meno costosi” - impieghi finanziari.   A ciò fa eco la barriera concettuale che pone da un lato i consulenti finanziari come gestori della performance e dall’altro gli assicuratori come gestori della protezione. Nulla di più erroneamente superficiale! Un tale pregiudizio tanto disfunzionale, quanto vetusto, impedisce l’orientamento verso il più corretto concetto di pianificazione del risparmio che, al contrario, vede i prodotti finanziari e quelli assicurativi sinergicamente connessi nella costruzione di un portafoglio efficiente, ma anche di una patrimonialità difesa e tutelata.   Dov’è che i prodotti assicurativi concorrono alla realizzazione di un portafoglio efficiente?    Il reddito prodotto viene normalmente ripartito in spese correnti e in quote di reddito eccedente (il risparmio), che viene impiegato in parte per necessità cautelative e in parte per finalità accrescitive.   Fin qui tutto scontato, come scontata appare pure la comune gestione degli impieghi del risparmio: una parte viene accantonata parchè “non si sa mai” (malattie, Imprevisti, ecc.) e viene quindi impegnata per finalità cautelative; l’altra parte viene investita per le ragioni più diverse (speculazione, futuro dei figli, acquisti immobiliari, vecchiaia, ecc.) in impieghi con finalità accrescitive, o semplicemente destinate al consumo futuro.   Tuttavia, le risorse accantonate in depositi bancari sono denaro fermo e poco interessante sia dal punto di vista del rendimento finanziario, che delle varie tutele di cui una persona ha comunemente bisogno. Tali scelte di impiego comportano la penalizzazione degli investimenti a favore della costituzione di capitali collocati a fine cautelativo in impieghi “a breve”, destinati a svalutarsi nel tempo, rispetto agli investimenti di medio-lungo periodo; determinando inconsapevolmente un vero e proprio “spossessamento” prudenziale del denaro, a fronte di un suo accantonamento comunque inadeguato alle reali esigenze di copertura, in quanto scarso, quindi insufficiente qualora il “non si sa mai” si verificasse.   Le polizze assicurative, a fronte dell’impiego di piccole quote annuali (i premi), permettono invece di tutelare molto più efficacemente dai rischi. In questo modo, le somme tenute improduttivamente a disposizione sul conto corrente possono essere finalmente liberate e rese disponibili per gli investimenti a fine accrescitivo.    Di cosa sto parlando? In buona sostanza del fatto che è necessaria una concezione più corretta dell’uso del denaro, per una sua gestione ordinata, dove l’integrazione delle rispettive funzioni tra prodotti assicurativi e prodotti finanziari, permettano di raggiungere il corretto equilibrio nel quale gli impieghi accrescitivi non penalizzino la cautela; e gli impieghi cautelativi non ostacolino l’accrescimento del patrimonio. In questa chiave, ciò che conta non è tanto la performance finanziaria ottenuta dall’investimento in un singolo prodotto, o la copertura fine a se stessa da uno specifico rischio qualsiasi, bensì la coerenza con cui il risparmiatore trova la soluzione alle proprie necessità, in relazione innanzitutto alla messa in tutela della propria ricchezza e finalmente alla possibilità di dedicarsi serenamente al suo accrescimento.

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Tra sanità pubblica e privata, la terza via!

Scritto il 28.11.2019

L'allungamento della vita media, ha prodotto i suoi effetti non solo sul sistema previdenziale, ma anche sul sistema sanitario: vivi più a lungo, ma questo richiede un ricorso più frequente all'assistenza medica. Il conseguente incremento della domanda di analisi, visite e cure mediche rende i costi sempre più insostenibili per la Pubblica Amministrazione, e che quindi finiscono con il ricadere sulla tua testa sotto forma di tempi lunghi di accesso ai servizi e generale inefficienza del sistema: se sorge un problema di salute hai bisogno di intervenire subito, ma la Sanità non è in buona salute: i continui fatti di cronaca ormai dimostrano che non è più possibile fare affidamento esclusivo sul sistema sanitario nazionale. I tempi per esami e diagnosi sono spesso troppo lunghi, cosa che potrebbe implicare conseguenze persino gravi, o che possono influire direttamente sulla irreversibilità degli stati patologici.    Questo stato di cose espone te e la tua famiglia a rischi economici che pertanto dovresti tenere presenti anche in un'ottica di pianificazione finanziaria, perché rappresenta uno delle ragioni fondamentali per cui si investe. Infatti, il ricorso alla sanità integrativa non è più un optional, ma una necessità di sistema: scopri così che il fenomeno della longevità pone la qualità della vita nelle tue mani.    Cosa puoi fare?   Tutti conoscono le assicurazioni sanitarie. Purtroppo queste prevedono la possibilità da parte delle compagnie di recedere dal contratto, qualora il rischio di contrarre una patologia superasse i limiti entro i quali la compagnia accetta di coprirlo, oppure escludono alcuni rischi e le patologie pregresse. Le garanzie inoltre sono declinate per fasce di età, escludendo le più anziane, proprio perché sono quelle a maggior rischio.   Devi sapere però che esiste un sistema, paradossalmente meno conosciuto, a cui puoi fare affidamento nel momento del bisogno: il sistema della sanità integrativa, formato da Fondi Sanitari, Società Generali di Mutuo Soccorso e Casse di Assistenza Sanitaria. Questi enti sono senza scopo di lucro e basati sul principio della mutualità. Controllati dal Ministero dello Sviluppo Economico, dal Ministero della Salute e dall’Agenzia delle Entrate, integrano il sistema Sanitario Nazionale.   Questi enti non possono interrompere i sussidi erogati, ciò significa che a prescindere dagli stati patologici insorti, questi restano coperti per tutta la vita. Ogni iscritto all’ente mutualistico, qualsiasi sia l’età e le sue condizioni di salute, ha diritto di ottenere i sussidi sanitari. Tali sussidi comprendono, dopo un opportuno e inevitabile periodo di carenza, persino le patologie pregresse. Dulcis in fundo, gli enti mutualistici, come tutti gli enti non commerciali e le Onlus (D.Lgs. 460/1997), è prevista una agevolazione fiscale che consente di detrarre dall’Irpef lorda il 19% dei contributi associativi versati, fino ad un ammontare massimo di 1.291€.   Naturalmente, hai sempre la possibilità di integrare queste prestazioni con ulteriori coperture assicurative. In particolare, con le polizze “Long Term Care” (LTC). Queste ultime sono forme di investimento previdenziale che ti aiuteranno risolvere i problemi economici derivanti dalla non autosufficienza, quando sarai in età molto avanzata e avrai bisogno di assistenza e tutela… ma anche a questo riguardo puoi trovare presso gli enti mutualistici interessanti sorprese…

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Evoluzione della logica d'investimento: La responsabilità sociale e ambientale

Scritto il 22.11.2019

Gli investimenti Esg (acronimo di Enviromental, Social and Governance) non sono una moda del momento, essi rappresentano uno stato evoluto della concezione dell’investimento che si sta manifestando come vero e proprio mega-trend.   Un numero sempre più ampio di investitori e di imprese, infatti, sta comprendendo l’importanza di assumere comportamenti sostenibili nel tempo; del resto, ciò costituisce un vantaggio competitivo, soprattutto per le grandi imprese che basano molto del loro prestigio nel rapporto di fiducia con gli investitori, i quali sono sempre più attenti ai comportamenti virtuosi in ambito ambientale, sociale e di governance.   Il fattore Esg ha interessato anche l’ambito normativo, tanto è vero che l’investimento in tematiche Esg è diventato obbligatorio per i fondi pensione. L’ obbligatorietà normativa comporta però il fatto che molti fondi pensione, come anche le casse di previdenza, tendano ad uniformarsi in maniera passiva, impegnando parte dei loro portafogli in investimenti sostenibili esclusivamente per motivi regolamentari.   Questa superficialità si può spiegare soltanto con la mancanza di cultura sull’argomento e sicuramente con la mancanza di comprensione delle tematiche della sostenibilità.   Infatti, investire nelle tematiche ESG non ha a che fare con movimenti speculativi alla sola ricerca del rendimento assoluto. Ha a che fare piuttosto con la visione del futuro, di come esso sarà, di come vorremmo che sia e con la coscienza che occorre fare la propria parte perché tutto possa ritrovare equilibrio e sostenibilità, e crederci tanto da investirci le proprie risorse! Questo è il punto.   I gestori documentati sulla materia hanno capito che investire comporta una responsabilità sociale che trova la sua realizzazione concreta nella scelta del settore, ricorrendo anche a parametri non solo economici e finanziari. Tutto questo, piuttosto che distrarre l’investimento dalla sua funzione economica, la consolida invece, motivandola più profondamente, ma può svolgere un ruolo importante anche ai fini dell’investimento stesso, in relazione al rapporto rischio/rendimento e quindi alla remunerabilità e stabilità del portafoglio: ricerche mostrano come le obbligazioni e le azioni di imprese con alto punteggio Esg tendano a performare meglio!   La materia Esg rappresenta una realtà complessa, rispetto alla quale occorre avere un atteggiamento tutt’altro che fideistico, occorre avere la conoscenza della materia sufficiente a capire dove e in cosa investire e perché: le tematiche ESG possono infatti appartenere a universi di discorso diversi.  In ambito ambientale conta il fatto che l’impresa abbia o meno un impatto negativo sull’ambiente, non solo, conta anche se privilegia l’utilizzo di materiali non riciclabili o se si avvalga di fornitori che non garantiscono standard in linea con i criteri ESG. In ambito sociale, invece, si guarda all’impatto che l’impresa ha sul territorio, attraverso la promozione di iniziative di carattere sociale sia verso i dipendenti sia verso gli abitanti. Per quanto riguarda la governance, infine, contano le buone pratiche di amministrazione. Per ciascuno di questi fattori esistono decine di indicatori, che purtroppo non sono sempre omogenei e anzi in taluni casi possono presentare addirittura elementi di discrepanza. Inevitabilmente, questo determina incertezza, soprattutto in quegli operatori che non hanno una conoscenza specifica e profonda della materia.   Ecco che, chi approccia la materia Esg perché obbligato dalla normativa, come appunto i fondi pensione, lo fa in maniera poco evoluta, adottando perlopiù indici basati sull’esclusione (vale a dire fermandosi alla semplice esclusione di settori e aziende controverse come i settori inquinanti, la produzione di armi, le aziende che sfruttano la manodopera infantile, i paesi dove non sono rispettati i diritti umani, ecc.)    Una conoscenza più approfondita dell’approccio Esg invece porta ad utilizzare strategie più avanzate come l’engagement (che consiste nell’intervenire e votare alle assemblee delle società di cui si sono comprate le azioni, per dialogare con le aziende non solo sui temi di governance, ma anche su problematiche ambientali e sociali, con l’obiettivo di influenzarne in modo positivo l’attività, sollecitando presso l’amministrazione comportamenti sostenibili e responsabili).

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Diversificare: è questione di... stile!

Scritto il 12.11.2019

Al variare dello scenario politico economico e delle attese di mercato, alcuni investimenti possono performare in modo soddisfacente, mentre altri no: scopo della diversificazione, è ridurre il rischio di trovarsi nel posto sbagliata al momento sbagliato!   Secondo la ben nota teoria, la diversificazione deve essere posta in relazione al rapporto rischio/rendimento: dato quindi un livello di rischio, la diversificazione della tipologia degli investimenti porta ad un maggior rendimento o viceversa, dato un determinato rendimento, può ridurre il livello di rischio ad esso associato. La diversificazione è quindi il principio metodologico attraverso cui si cerca di efficientare l’investimento in termini di rischiosità.     Questo principio è abbastanza acquisito dalla mentalità dell’investitore medio, il quale però la percepisce piuttosto come la divisione del fattore rischio per numero di strumenti utilizzati, titoli, settori, Paesi… indici!    Il principio della diversificazione però non è riducibile a questo! Essa investe anche una questione di stile! Le scelte di investimento effettuate dal gestore infatti rispecchiano lo stile di gestione che ne contraddistingue il tipo di approccio ai mercati/settori.   Generalmente si individuano due principali stili di gestione: gestione “passiva” o indicizzata e gestione “attiva”.   Nella gestione indicizzata si fa ricorso alla composizione degli indici di riferimento. La composizione di questi indici però tende a dare maggior peso alle Piazze (borse) la cui capitalizzazione è più elevata. Inoltre la selezione dei titoli che vengono inseriti negli indici dei singoli mercati, viene effettuata anche in base alla storia passata di successi che questi hanno conseguito nel tempo, rispetto ad altri, con la conseguenza che l’indice risente della sovra-rappresentazione dei titoli “vincenti” rispetto agli altri, molti dei quali risultano fortemente sottovalutati, nonostante presentino interessanti potenzialità di crescita. A questo fa riscontro l’atteggiamento classico del comune risparmiatore ad evitare i mercati e/o i titoli “fuori moda” per concentrarsi su quelli che, in quel frangente, sono maggiormente al centro dell’attenzione generale.   Per questa stessa ragione, la gestione del portafoglio, anche se rispecchia perfettamente l’indice di riferimento, anzi, proprio nella misura in cui lo rispecchia fedelmente, e indipendentemente dalla volontà del gestore stesso, risulterebbe fatalmente esposta su indici e titoli fortemente correlati e performanti nella stessa direzione. Questo invaliderebbe la diversificazione, rendendo la gestione “fragile” e quindi inadeguata dal punto di vista del controllo del rischio.   GESTIONE “GROWTH”   La concentrazione nei titoli di attività finanziarie già consolidate, e per le quali tutto lo sforzo aziendale è focalizzato sulla crescita del business, è tipica della gestione growth. Questi titoli presentano rapporti Prezzo/Utile piuttosto alti che sottintendono una forte crescita, e in particolari momenti possono performare in maniera importante; ma la concentrazione in asset allocation di tali titoli, tendenti tutti a performare nella stessa direzione, come abbiamo visto, può esporre il portafoglio ad un’alta volatilità.   GESTIONE “VALUE”   Esiste anche un criterio di gestione che si muove con una logica diversa rispetto a quella prevalente e che può contribuire a smussare la volatilità tipica della gestione ad indice.   Si tratta dell’approccio “value”: il gestore cerca le opportunità di investimento che, benché sottorappresentate nella gestione indicizzata, sono rappresentate da titoli di aziende sottoquotate, rispetto al loro intrinseco valore, in seguito a fenomeni di crisi o più generalmente di “disaffezione” da parte degli investitori. In un portafoglio equilibrato, questi titoli che difficilmente sarebbero oggetto d’acquisto, assicurano, grazie al loro andamento non correlato, l’attenuazione della perdita di valore del capitale investito, quando i mercati sono al ribasso, ottenendo migliori e più coerenti ritorni con minor rischio e volatilità.    Il criterio strategico che sottende allo stile di gestione “value” è chiamato in linguaggio tecnico “total return” (ritorno assoluto). In buona sostanza, si tratta di una strategia che tende a discostarsi dall’andamento generale dei competitors. La strategia necessita però della disponibilità da parte dell’investitore a sacrificare alcuni punti di performance nelle fasi “toro” dei mercati, a vantaggio di ritorni positivi o nettamente migliori in situazioni di andamento neutrale, o negativo, dei mercati, ottenendo nel tempo, risultati migliori di quelli presentati dagli indici globali di riferimento.   Una volta effettuata la scelta di tipo “value”, però è importante che l’investitore abbia capacità di persistenza, per poter dare modo a questo tipo di approccio gestionale di dispiegare appieno i suoi effetti nel tempo.

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