Roberto Aprile

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PROGRAMMARE UN PIANO DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Scritto il 29.06.2020

    Da cosa cominciare Quali prodotti e quali profili di investimento scegliere Come comportarsi   La pensione obbligatoria, chiamata “primo pilastro”, ha l’obiettivo di offrire una tutela di base, necessaria ma non sufficiente ad assicurare un tenore di vita adeguato alle ordinarie necessità. Ad integrazione del primo, è allora diventato necessario affiancare forme pensionistiche collettive complementari, che rappresentano il cosiddetto “secondo pilastro”. Tra queste rientrano i fondi pensione aperti. Quando cominciare?  Il momento per l’investimento previdenziale è sempre “adesso”! Un programma di previdenza complementare va cominciato subito, per beneficiare del più lungo periodo possibile di accumulazione. Il fattore tempo è fondamentale per la crescita del montante da cui dovrà scaturire la rendita pensionistica: più lungo è il programma dei versamenti, maggiore sarà il capitale accumulato e più alta la prestazione pensionistica che si otterrà; anche piccoli versamenti, se fatti senza perdere tempo e con regolarità, possono alla lunga contribuire a raggiungere un capitale sufficiente a produrre una rendita interessante. Come fare? Si comincia sempre dalla fine, domandandosi cioè quanta rendita aggiuntiva serve per ricostituire una pensione adeguata all’attuale tenore di vita. A questo scopo può essere di aiuto ricorrere a un simulatore, non sarà certamente preciso, ma fornirà un esito sufficiente a costituire un riferimento: quanto risparmio è necessario accantonare nel tempo, per generare la somma mancante alla rendita pensionistica? Bene, una volta stabilita la somma da integrare, bisogna individuare lo strumento adatto per capitalizzare il risparmio necessario: l’obiettivo può essere raggiunto con strumenti specificamente predisposti, sottoscrivendo da subito un fondo pensione o prodotti assicurativi come la rendita vitalizia, (esistono alcune rilevanti differenze tra le due tipologie di strumenti); ma è possibile anche attivare un Piano di accumulazione,  Impostando un piano automatico di versamenti ricorrenti: è una scelta di buon senso. Esso consente di minimizzare i rischi  tipici di mercati altamente remunerativi, come quello azionario, la cui volatilità su un orizzonte di lungo termine tende ad essere riassorbita. Va tenuto però presente che alla fine, per convertire in rendita  il capitale accumulato, si dovrà ricorrere comunque ad uno specifico strumento assicurativo. E’ proprio a questo punto che appare chiara l’importanza di dare avvio per tempo all’accantonamento previdenziale: se l’età della pensione è ancora molto lontana, sarà possibile permetterti il lusso di scegliere linee di investimento a maggior contenuto azionario, la volatilità di breve periodo può essere del tutto ignorata, puntando al maggior rendimento ottenibile nel lungo periodo. Inoltre, più è lungo il periodo di permanenza in un fondo pensione, maggiore è il vantaggio fiscale che si otterrà quando sarà liquidata la prestazione: si tratta di uno sconto dello 0,3% per ogni anno di contribuzione… e non è poco, perché in questo modo sarà possibile arrivare ad una imposta minima sulla rendita del 9%, dopo che per tutto il periodo della contribuzione le somme investite nel fondo pensione avranno beneficiato anche della deducibilità fiscale, fino ad un massimo di 5.164 euro all’anno! E’ validissima anche una polizza di rendita. Per questo prodotto non è prevista la deducibilità fiscale riconosciuta ai fondi pensione, ma a differenza di questi,  hanno il vantaggio di liquidare rendite totalmente esenti da imposta, il che le rende molto più interessanti per chi ha superato la soglia della deducibilità, ovvero per coloro che per varie ragioni non possono o non vogliano avvantaggiarsene. Attenzione! L’investimento non va mai perso di vista, ma  va monitoralo continuamente, al fine di ribilanciare il portafoglio ogni volta che ce ne sia il bisogno. Per fare questo sarà opportuno contare sull’assistenza di un consulente che suggerirà  quando e come spostare le somme dai comparti più volatili a quelli che lo sono meno,  man mano che si avvicina il momento della prestazione pensionistica o l’eventuale anticipazione. Infatti, nonostante l’adesione al fondo pensione sia  una forma di investimento vincolata, la normativa al riguardo prevede la possibilità di disporre di parte del capitale investito anche prima del pensionamento. Le  anticipazioni di capitale possono essere richieste però per motivi specificamente previsti, quali  l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa (per sé o per i figli), per motivi di salute; le somme possono essere in parte riscattate in occasione del cambiamento di lavoro. Si ha poi la possibilità di liquidare l’intero montante in forma di capitale, qualora esso non superasse la soglia “fisiologica” necessaria per essere convertito in rendita. L’adesione al fondo pensione può avviene in forma collettiva, se prevista dal proprio CCNL di riferimento, da un accordo aziendale, dalla associazione di categoria o dall’ordine professionale cui si appartiene, ovvero individualmente, attraverso un piano individuale pensionistico (PIP). La scelta degli strumenti richiede una attenta valutazione dell’offerta presente sul mercato, in termini di affidabilità e solidità. Non basta confrontare i relativi rendimenti ottenuti  nell’ultimo periodo, è necessario confrontarli su base pluriennale, oltre la stabilità del rendimento,  vanno confrontati attentamente anche gli indici quantitativi che descrivono l’attività e la qualità della gestione in termini di rapporto rischio/rendimento, di volatilità, di efficienza. Infine anche i costi devono essere presi in considerazione, sebbene non costituiscano un elemento decisivo nella scelta (esistono fondi costosi ma gestiti molto bene e fondi meno costosi ma che sono gestiti in maniera mediocre),  tuttavia i costi inevitabilmente incidono sul risultato finanziario netto.

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LA DONAZIONE DELL’ IMMOBILE SECONDO LA CONSULENZA PATRIMONIALE: RISCHI E TUTELE.

Scritto il 09.06.2020

  La donazione come strumento di pianificazione successoria Conseguenze dell’atto donativo in caso di vendita dell’immobile donato Come tutelare l’acquirente e il valore dell’immobile E’ prassi comune che i genitori alienino dal loro patrimonio determinati beni, per lo più immobili, a beneficio dei figli. La donazione, non è altro che una distribuzione del patrimonio che il genitore fa in genere ai figli  quando è ancora in vita, configurandosi in tal modo come uno strumento di pianificazione successoria. Quanto esso sia efficace lo possiamo vedere dai rischi ai quali il donatario è oggettivamente esposto, a partire dal momento in cui si aprirà la successione. Perché l’asse ereditario possa essere suddiviso equamente tra gli eredi, l’immobile donato diventa oggetto della riunione fittizia. E’ chiamata così l'operazione contabile con la quale si procede alla ricomposizione dell’asse ereditario: al momento della successione, al valore globale dei beni, sottratti i debiti, si somma il valore attualizzato delle donazioni. Sull'asse così formata si calcola la quota “disponibile” di cui il defunto poteva appunto disporre, al netto delle quote di riserva garantite ai legittimari. Ora, se il valore del bene donato supera quello della quota ”legittima” , alla quale ognuno degli eredi legittimari (e cioè il coniuge, i figli e in mancanza dei figli i genitori) ha diritto, il donatario si troverà a dover riconoscere la differenza di valore a coloro che tale diritto trovassero leso. Questi infatti avrebbero la possibilità, anche a distanza di anni (dieci dalla morte del donante), di rendere inefficace la donazione posta in essere dal defunto quand’era in vita, tramite l’azione cosiddetta di “riduzione”, ottenendo in tal modo il reintegro delle quote legittime, lese per effetto della donazione. Si comprende come questo rischio implichi conseguenze importanti nel caso il donatario decidesse di vendere l’immobile ricevuto in dono. Il rischio infatti si trasferisce in capo a chi volesse nel frattempo acquistare l’immobile donato: l’erede leso nella legittima, infatti, potrebbe chiedere al terzo acquirente la restituzione del bene (o la somma corrispondente) anche se questi è del tutto estraneo alla vicenda e può vantare la proprietà del bene, con “regolare” atto d’acquisto. Questa possibile, anche se statisticamente poco probabile, situazione costituisce un vero ostacolo alla vendita dell’immobile, che perderebbe gran parte del suo valore commerciale, danneggiando il donatario stesso.  Le banche infatti, proprio per le ragioni accennate, tendono a rifiutare la concessione di finanziamenti che abbiano in garanzia immobili la cui origine sia donativa. Il problema potrebbe essere evitato qualora il genitore, prima di porre in essere la donazione dell’immobile, si riservasse nell’atto la facoltà di disporre di quel bene. In tal modo, nel caso in cui il figlio, un domani, volesse rivendere l’immobile oppure ipotecarlo, il donante, potrebbe esercitare la facoltà di tornarne proprietario, e così disporne. Se ciò da un lato permette di salvare la commerciabilità dell’immobile, dall’altro la soluzione equivale all’“annullamento” formale della donazione, cosa che richiederebbe un nuovo atto, e che comporterebbe considerevoli costi e complicazioni. Essa infatti potrebbe risultare non applicabile o perché nel frattempo è venuto meno il donante, o perché per formalizzare l’atto di revoca occorre la presenza di testimoni che potrebbero non essere disponibili. Qui ci viene però in soccorso la soluzione assicurativa. L’acquirente di un bene di origine donativa e l’ente mutuante possono infatti tutelarsi stipulando una specifica polizza contro i rischi da donazione. Questa polizza prevede il risarcimento del danno derivante dall’eventuale spossessamento dell’immobile; nel qual caso il risarcimento viene effettuato direttamente alla persona avente diritto alla restituzione, sottraendo l’acquirente ai rischi economici ma anche ai disagi di natura pratica, organizzativa e morale, derivanti dal fatto stesso di trovarsi privo dell’immobile già acquistato.  Si comprende bene quindi come lo strumento assicurativo si affermi ancora una volta nella sua indispensabile funzione di preservazione e tutela, in questo caso a garanzia della sicurezza della compravendita e della commerciabilità dell’immobile.      

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BISOGNO DI SICUREZZA

Scritto il 03.06.2020

Nel corso della vita le esigenze di una persona o di una famiglia cambiano con il cambiare delle situazioni, delle condizioni, delle necessità, man mano che il ciclo di vita evolve; i bisogni della giovane coppia di “farsi” una casa, avere dei bambini vengono man mano superati da bisogni di previdenza, di sicurezza per il nucleo familiare, infine di trasmissione dell’eredità. Per questa ragione è determinante tenere continuamente monitorata la realtà del Cliente, insieme a tutte le soluzioni che via via gli sono state suggerite.   Nella vita sono molti gli eventi che possono destabilizzare la sicurezza reddituale, o causare una perdita patrimoniale, parziale o totale. Non sono eventi che è possibile evitare o circoscrivere tramite l’investimento del risparmio, poiché anch’esso potrebbe venire messo in crisi proprio da questi stessi eventi; non escludendo il fatto che l’investimento in sé costituisce un’attività troppo incerta per potervisi affidare completamente.    Lo strumento appropriato è quello assicurativo perché l’unico in grado di rispondere positivamente alla domanda di certezza. Anche i costi ovviamente sono certi, ma si tratta di costi a fronte di prestazioni certe. Con una spesa di pochi euro al giorno, per esempio, una TCM (polizza temporanea caso morte) può darci la serenità della sicurezza che creiamo per il nostro ristretto campo affettivo, e non solo! Anche se alla fine del periodo assicurato, essendo ancora vivi, nulla potremmo ricevere indietro di quanto versato alla Compagnia durante tutto il periodo di copertura, avremo comunque scaricato su di essa le conseguenze economiche nel caso che l’evento morte si fosse concretizzato. Non si pensa mai che questa stessa sicurezza è di per sé già un buon investimento; concentrati sulle nostre vicissitudini di vita, tesi a procurarci di che soddisfare i nostri bisogni quotidiani, e affrontare i problemi dell’oggi, non ci facciamo mai la domanda “Cosa accadrebbe a mio figlio/a, a mia moglie o compagna/o se venissi meno? Come verrebbero distribuite le risorse finanziarie, i beni e quant’altro così faticosamente guadagnati e raccolti nel tempo?” Si è convinti che tutto ciò che è nostro compito di padri e madri di famiglia si risolva nel procurarci il benessere quotidiano, ma le cose nella realtà stanno diversamente, perché non c’è benessere se non c’è sicurezza, il benessere, come ogni cosa in questa vita, può essere perduto in qualsiasi momento per cause inopinate e che non possiamo controllare o determinare se non per errore o per avventura. Ora, tutto questo vale non solo per il cliente, ma anche per il consulente stesso che con lui condivide, consapevolmente o meno, lo stesso orientamento esistenziale. Quindi come meravigliarsi se egli non sensibilizza a sufficienza le persone al problema della sicurezza e quindi a consigliare una copertura adeguata a questa oggettiva necessità?   Nel matrimonio, una Temporanea Caso Morte tutelerebbe il coniuge e il futuro dei figli, soprattutto se si sono impegnate risorse per tempi lunghi, come è il caso dell’accensione di un mutuo… Il fatto che la banca pretenda dal mutuatario la sottoscrizione di una polizza in caso di morte, dove la banca risulti beneficiaria, è un fatto che dovrebbe far riflettere sull’opportunità di dare una sicurezza ai cari che ci sopravviveranno, proprio per non lasciarli scoperti di fronte ad un investimento interrotto, o a situazioni economiche o finanziarie ancora peggiori. E’tutto ciò per cui occorre creare una cintura di protezione intorno al benessere, mentre lo si produce, dal rischiodi eventi che per quanto possano essere rari, avrebbero conseguenze drammatiche e persino finanziariamente letali.Il tenore di vita nostro e dell’intero nucleo familiare potrebbe subire gravi conseguenze, basti pensare come, in caso di presenza di mutui/finanziamenti, la perdita di apporto di reddito alla famiglia potrebbe comportare azioni pignoratizie…   Il risparmio stesso dovrebbe essere considerato in un’ottica che vada oltre la mera aspirazione a maggior ricchezza… non si diventa ricchi con l’investimento delle risorse residuali del reddito in fondi comuni, quello che conta è la finalizzazione dell’investimento: la tutela per il futuro dei figli, la garanzia della loro miglior istruzione e formazione, assicurarsi per sé stessi e il proprio coniuge una pensione quantomeno dignitosa… Per questo si pianifica! E la pianificazione degli investimenti non può prescindere dalla prevenzione realizzata con solidi scudi protettivi.

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NUOVI PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO PER SOSTENERE E RILANCIARE L’ECONOMIA ITALIANA

Scritto il 27.05.2020

  Nel 2017, per incoraggiare l’investimento di medio-lungo terminea supporto dell’economia reale italiana, furono istituiti i Piani Individuali di Risparmio (PIR). Questistrumenti, destinati unicamente alle persone fisiche, possono assumere la forma di fondi comuni, gestioni patrimonialioppure polizze di assicurazione,presentandosi in buona sostanza come contenitori di titoli azionari ed obbligazionari emessi da pmi italiane.  L’intenzione del legislatore era la costituzione di un canale di finanziamento alternativo al classico sistema bancario, allo scopo di far affluire nuovi capitali verso le piccole e medie imprese, che costituiscono l’innervazione centrale dell’economia italiana. Per questo, il 70% del patrimonio del PIR deve essere investito in titoli (azioni e obbligazioni) di PMI fiscalmente residenti nello Stato, o imprese UE non residenti, ma aventi  stabile organizzazione in Italia, non inserite negli indici di Borsa Italiana o in equivalenti indici di altri mercati regolamentati.  Per rendere appetibile l’innovativo strumento, e per compensare l’alta volatilità cui esso è soggetto, è stata prevista per i PIR l’esenzione dall’imposta sugli utili e dall’imposta di successione, a fronte dell’impegno del risparmiatore a mantenerli in portafoglio per almeno 5 anni.  Nel 2019 però furono introdotti nuovi obblighi, secondo i quali il 3,50% del portafoglio doveva essere destinato agli investimenti in società quotate sull’AIM (mercato regolamentato, dedicato alle Pmi ad alto potenziale di crescita); e un altro 3,50% doveva essere investito in Venture Capital. A causa della sostanziale illiquidità di questi ultimi, le nuove condizioni non furono accolte con favore dal mercato per cui i PIR, dopo aver drenato fino a quel momento oltre 15 miliardi, ebbero una violenta battuta di arresto, registrando una pesante raccolta negativa.  In una fase di mercato così delicata come quella attuale, questo strumento ricopre una importanza strategica perché rappresenta un meccanismo di finanziamento del sistema produttivo italiano attraverso l’impiego del risparmio dei cittadini. Così il decreto rilancio del 19 maggio 2020, n. 34 ha introdotto i nuovi PIR. Vengono eliminati i due vincoli del 3,5%sull’Aim e sul venture capital, e stabilito l’unico obbligo di riservare il 5% del 70% del valore complessivo dello strumento ad azioni e obbligazioni di imprese diverse da quelle inserite negli indici Ftse Mib e FtseMid Cap, o di altri mercati regolamentati.  La nuova tipologia presenta limiti di investimento per singolo sottoscrittore più elevati di quelli ben più modesti previsti per i PIR ordinari: 150mila euro all’anno e fino a 1,5 milioni di euro complessivi, mentre quelliordinari prevedono rispettivamente un investimento di massimo 30mila euro all’anno e per 150mila euro complessivi. Inoltre alle Casse Previdenziali e ai fondi di investimento è riconosciuta la possibilità di detenere uno o più PIR, nel limite del 10% del patrimonio.  Il decreto prevede anche la possibilità di poter cumulareun Pir ordinario e un Pir alternativo, mantenendo entrambi i relativi benefici fiscali; questo, ovviamente, dovrebbe incentivare il collocamento del nuovo strumento finanziario, presso investitori con patrimonio elevato, interessati a cogliere gli incentivi fiscali all’interno di strategie accrescitive di portafoglio, diversificando gli impieghi secondo un orizzonte temporale di lungo periodo.

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Quando si crede che “Le cose stanno per cambiare”

Scritto il 16.12.2019

Sapete da dove nasce la leggenda della cicogna che porta i bambini? Essa è nata nei Paesi del Centro-nord Europa. Gli abitanti di quelle zone avevano l’usanza di tenere il camino acceso a lungo nelle case dove era nato un bambino, per tenerlo al caldo, non solo durante l’inverno, ma anche in primavera. Ora, proprio in quel periodo le cicogne partite dai Paesi africani, tornando in Europa, approfittavano del tepore che usciva dai comignoli per nidificare. Non era quindi la cicogna a portare i bambini ma, al contrario, erano proprio questi, con il calore prodotto dal camino, a richiamarle.    Perché racconto questa storia? Per introdurre il concetto di una trappola cognitiva, tipica dei giocatori d’azzardo, in cui cadono anche gli investitori: si tratta della tendenza a vedere nessi causali tra fenomeni che non hanno tra loro alcun rapporto di causa-effetto… un esempio?  “Le quotazioni del mio fondo d’investimento sono scese molto, ora sicuramente ricominceranno a salire”: ogni volta che ci troviamo a fare considerazioni simili, dobbiamo sapere che ciò che è in azione non è la razionalità di un ragionamento logico, ma la componente irrazionale dell’emotività che sta prendendo il sopravvento. Questi errori logici sono tipici dei giocatori d’azzardo: i quali sono indotti a ritenere una sequenza di eventi che sono assolutamente casuali, come statisticamente rilevanti: sono convinti cioè che in una sequenza di eventi, quelli già successi influiscano su quelli futuri, quando invece fra di essi non esistono nessi causali.   Se io lancio una moneta, la probabilità di ottenere “testa” ad ogni lancio è esattamente pari al 50%, così come quella di ottenere “croce”. Invece, considerando una sequenza di lanci, la probabilità di ottenere “testa” per due volte consecutive è pari a 0,5×0,5=0,25 (una volta su quattro), così di seguito, finché ottenere N volte “testa” diventa un evento altamente improbabile, anche se la probabilità di ottenere “testa” o “croce” è sempre del 50%, ogni volta che si compie un nuovo singolo lancio.   Così, se un mercato è andato negativo per più di una seduta, questo non vuol dire che sia alta la probabilità per la successiva di chiudersi con il segno opposto, almeno altrettanto quanto la possibilità che continui la tendenza.   Contro questo tipo di errori cognitivi non esiste difesa: possiamo solo esercitarci ad essere più consapevoli di ciò che accade sul mercato; conoscere bene lo strumento utilizzato, e imparare a pensare sempre in termini di lungo periodo. 

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L’Integrazione delle componenti finanziaria e assicurativa nella pianificazione patrimoniale

Scritto il 09.12.2019

È ancora vivo un pregiudizio privo di contenuto razionale: quello che vede i prodotti finanziari come opposti ai prodotti assicurativi. Questo stereotipo ritraduce i prodotti finanziari come utili a fornire un rendimento, mentre i prodotti assicurativi sarebbero “costi certi” a fronte di “eventi incerti” e, di conseguenza poco proponibili nella logica dell’investimento, e qualora fornissero anche un rendimento, questo sarebbe “facilmente” sostituibile con i più efficaci – e “meno costosi” - impieghi finanziari.   A ciò fa eco la barriera concettuale che pone da un lato i consulenti finanziari come gestori della performance e dall’altro gli assicuratori come gestori della protezione. Nulla di più erroneamente superficiale! Un tale pregiudizio tanto disfunzionale, quanto vetusto, impedisce l’orientamento verso il più corretto concetto di pianificazione del risparmio che, al contrario, vede i prodotti finanziari e quelli assicurativi sinergicamente connessi nella costruzione di un portafoglio efficiente, ma anche di una patrimonialità difesa e tutelata.   Dov’è che i prodotti assicurativi concorrono alla realizzazione di un portafoglio efficiente?    Il reddito prodotto viene normalmente ripartito in spese correnti e in quote di reddito eccedente (il risparmio), che viene impiegato in parte per necessità cautelative e in parte per finalità accrescitive.   Fin qui tutto scontato, come scontata appare pure la comune gestione degli impieghi del risparmio: una parte viene accantonata parchè “non si sa mai” (malattie, Imprevisti, ecc.) e viene quindi impegnata per finalità cautelative; l’altra parte viene investita per le ragioni più diverse (speculazione, futuro dei figli, acquisti immobiliari, vecchiaia, ecc.) in impieghi con finalità accrescitive, o semplicemente destinate al consumo futuro.   Tuttavia, le risorse accantonate in depositi bancari sono denaro fermo e poco interessante sia dal punto di vista del rendimento finanziario, che delle varie tutele di cui una persona ha comunemente bisogno. Tali scelte di impiego comportano la penalizzazione degli investimenti a favore della costituzione di capitali collocati a fine cautelativo in impieghi “a breve”, destinati a svalutarsi nel tempo, rispetto agli investimenti di medio-lungo periodo; determinando inconsapevolmente un vero e proprio “spossessamento” prudenziale del denaro, a fronte di un suo accantonamento comunque inadeguato alle reali esigenze di copertura, in quanto scarso, quindi insufficiente qualora il “non si sa mai” si verificasse.   Le polizze assicurative, a fronte dell’impiego di piccole quote annuali (i premi), permettono invece di tutelare molto più efficacemente dai rischi. In questo modo, le somme tenute improduttivamente a disposizione sul conto corrente possono essere finalmente liberate e rese disponibili per gli investimenti a fine accrescitivo.    Di cosa sto parlando? In buona sostanza del fatto che è necessaria una concezione più corretta dell’uso del denaro, per una sua gestione ordinata, dove l’integrazione delle rispettive funzioni tra prodotti assicurativi e prodotti finanziari, permettano di raggiungere il corretto equilibrio nel quale gli impieghi accrescitivi non penalizzino la cautela; e gli impieghi cautelativi non ostacolino l’accrescimento del patrimonio. In questa chiave, ciò che conta non è tanto la performance finanziaria ottenuta dall’investimento in un singolo prodotto, o la copertura fine a se stessa da uno specifico rischio qualsiasi, bensì la coerenza con cui il risparmiatore trova la soluzione alle proprie necessità, in relazione innanzitutto alla messa in tutela della propria ricchezza e finalmente alla possibilità di dedicarsi serenamente al suo accrescimento.

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Tra sanità pubblica e privata, la terza via!

Scritto il 28.11.2019

L'allungamento della vita media, ha prodotto i suoi effetti non solo sul sistema previdenziale, ma anche sul sistema sanitario: vivi più a lungo, ma questo richiede un ricorso più frequente all'assistenza medica. Il conseguente incremento della domanda di analisi, visite e cure mediche rende i costi sempre più insostenibili per la Pubblica Amministrazione, e che quindi finiscono con il ricadere sulla tua testa sotto forma di tempi lunghi di accesso ai servizi e generale inefficienza del sistema: se sorge un problema di salute hai bisogno di intervenire subito, ma la Sanità non è in buona salute: i continui fatti di cronaca ormai dimostrano che non è più possibile fare affidamento esclusivo sul sistema sanitario nazionale. I tempi per esami e diagnosi sono spesso troppo lunghi, cosa che potrebbe implicare conseguenze persino gravi, o che possono influire direttamente sulla irreversibilità degli stati patologici.    Questo stato di cose espone te e la tua famiglia a rischi economici che pertanto dovresti tenere presenti anche in un'ottica di pianificazione finanziaria, perché rappresenta uno delle ragioni fondamentali per cui si investe. Infatti, il ricorso alla sanità integrativa non è più un optional, ma una necessità di sistema: scopri così che il fenomeno della longevità pone la qualità della vita nelle tue mani.    Cosa puoi fare?   Tutti conoscono le assicurazioni sanitarie. Purtroppo queste prevedono la possibilità da parte delle compagnie di recedere dal contratto, qualora il rischio di contrarre una patologia superasse i limiti entro i quali la compagnia accetta di coprirlo, oppure escludono alcuni rischi e le patologie pregresse. Le garanzie inoltre sono declinate per fasce di età, escludendo le più anziane, proprio perché sono quelle a maggior rischio.   Devi sapere però che esiste un sistema, paradossalmente meno conosciuto, a cui puoi fare affidamento nel momento del bisogno: il sistema della sanità integrativa, formato da Fondi Sanitari, Società Generali di Mutuo Soccorso e Casse di Assistenza Sanitaria. Questi enti sono senza scopo di lucro e basati sul principio della mutualità. Controllati dal Ministero dello Sviluppo Economico, dal Ministero della Salute e dall’Agenzia delle Entrate, integrano il sistema Sanitario Nazionale.   Questi enti non possono interrompere i sussidi erogati, ciò significa che a prescindere dagli stati patologici insorti, questi restano coperti per tutta la vita. Ogni iscritto all’ente mutualistico, qualsiasi sia l’età e le sue condizioni di salute, ha diritto di ottenere i sussidi sanitari. Tali sussidi comprendono, dopo un opportuno e inevitabile periodo di carenza, persino le patologie pregresse. Dulcis in fundo, gli enti mutualistici, come tutti gli enti non commerciali e le Onlus (D.Lgs. 460/1997), è prevista una agevolazione fiscale che consente di detrarre dall’Irpef lorda il 19% dei contributi associativi versati, fino ad un ammontare massimo di 1.291€.   Naturalmente, hai sempre la possibilità di integrare queste prestazioni con ulteriori coperture assicurative. In particolare, con le polizze “Long Term Care” (LTC). Queste ultime sono forme di investimento previdenziale che ti aiuteranno risolvere i problemi economici derivanti dalla non autosufficienza, quando sarai in età molto avanzata e avrai bisogno di assistenza e tutela… ma anche a questo riguardo puoi trovare presso gli enti mutualistici interessanti sorprese…

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Evoluzione della logica d'investimento: La responsabilità sociale e ambientale

Scritto il 22.11.2019

Gli investimenti Esg (acronimo di Enviromental, Social and Governance) non sono una moda del momento, essi rappresentano uno stato evoluto della concezione dell’investimento che si sta manifestando come vero e proprio mega-trend.   Un numero sempre più ampio di investitori e di imprese, infatti, sta comprendendo l’importanza di assumere comportamenti sostenibili nel tempo; del resto, ciò costituisce un vantaggio competitivo, soprattutto per le grandi imprese che basano molto del loro prestigio nel rapporto di fiducia con gli investitori, i quali sono sempre più attenti ai comportamenti virtuosi in ambito ambientale, sociale e di governance.   Il fattore Esg ha interessato anche l’ambito normativo, tanto è vero che l’investimento in tematiche Esg è diventato obbligatorio per i fondi pensione. L’ obbligatorietà normativa comporta però il fatto che molti fondi pensione, come anche le casse di previdenza, tendano ad uniformarsi in maniera passiva, impegnando parte dei loro portafogli in investimenti sostenibili esclusivamente per motivi regolamentari.   Questa superficialità si può spiegare soltanto con la mancanza di cultura sull’argomento e sicuramente con la mancanza di comprensione delle tematiche della sostenibilità.   Infatti, investire nelle tematiche ESG non ha a che fare con movimenti speculativi alla sola ricerca del rendimento assoluto. Ha a che fare piuttosto con la visione del futuro, di come esso sarà, di come vorremmo che sia e con la coscienza che occorre fare la propria parte perché tutto possa ritrovare equilibrio e sostenibilità, e crederci tanto da investirci le proprie risorse! Questo è il punto.   I gestori documentati sulla materia hanno capito che investire comporta una responsabilità sociale che trova la sua realizzazione concreta nella scelta del settore, ricorrendo anche a parametri non solo economici e finanziari. Tutto questo, piuttosto che distrarre l’investimento dalla sua funzione economica, la consolida invece, motivandola più profondamente, ma può svolgere un ruolo importante anche ai fini dell’investimento stesso, in relazione al rapporto rischio/rendimento e quindi alla remunerabilità e stabilità del portafoglio: ricerche mostrano come le obbligazioni e le azioni di imprese con alto punteggio Esg tendano a performare meglio!   La materia Esg rappresenta una realtà complessa, rispetto alla quale occorre avere un atteggiamento tutt’altro che fideistico, occorre avere la conoscenza della materia sufficiente a capire dove e in cosa investire e perché: le tematiche ESG possono infatti appartenere a universi di discorso diversi.  In ambito ambientale conta il fatto che l’impresa abbia o meno un impatto negativo sull’ambiente, non solo, conta anche se privilegia l’utilizzo di materiali non riciclabili o se si avvalga di fornitori che non garantiscono standard in linea con i criteri ESG. In ambito sociale, invece, si guarda all’impatto che l’impresa ha sul territorio, attraverso la promozione di iniziative di carattere sociale sia verso i dipendenti sia verso gli abitanti. Per quanto riguarda la governance, infine, contano le buone pratiche di amministrazione. Per ciascuno di questi fattori esistono decine di indicatori, che purtroppo non sono sempre omogenei e anzi in taluni casi possono presentare addirittura elementi di discrepanza. Inevitabilmente, questo determina incertezza, soprattutto in quegli operatori che non hanno una conoscenza specifica e profonda della materia.   Ecco che, chi approccia la materia Esg perché obbligato dalla normativa, come appunto i fondi pensione, lo fa in maniera poco evoluta, adottando perlopiù indici basati sull’esclusione (vale a dire fermandosi alla semplice esclusione di settori e aziende controverse come i settori inquinanti, la produzione di armi, le aziende che sfruttano la manodopera infantile, i paesi dove non sono rispettati i diritti umani, ecc.)    Una conoscenza più approfondita dell’approccio Esg invece porta ad utilizzare strategie più avanzate come l’engagement (che consiste nell’intervenire e votare alle assemblee delle società di cui si sono comprate le azioni, per dialogare con le aziende non solo sui temi di governance, ma anche su problematiche ambientali e sociali, con l’obiettivo di influenzarne in modo positivo l’attività, sollecitando presso l’amministrazione comportamenti sostenibili e responsabili).

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Diversificare: è questione di... stile!

Scritto il 12.11.2019

Al variare dello scenario politico economico e delle attese di mercato, alcuni investimenti possono performare in modo soddisfacente, mentre altri no: scopo della diversificazione, è ridurre il rischio di trovarsi nel posto sbagliata al momento sbagliato!   Secondo la ben nota teoria, la diversificazione deve essere posta in relazione al rapporto rischio/rendimento: dato quindi un livello di rischio, la diversificazione della tipologia degli investimenti porta ad un maggior rendimento o viceversa, dato un determinato rendimento, può ridurre il livello di rischio ad esso associato. La diversificazione è quindi il principio metodologico attraverso cui si cerca di efficientare l’investimento in termini di rischiosità.     Questo principio è abbastanza acquisito dalla mentalità dell’investitore medio, il quale però la percepisce piuttosto come la divisione del fattore rischio per numero di strumenti utilizzati, titoli, settori, Paesi… indici!    Il principio della diversificazione però non è riducibile a questo! Essa investe anche una questione di stile! Le scelte di investimento effettuate dal gestore infatti rispecchiano lo stile di gestione che ne contraddistingue il tipo di approccio ai mercati/settori.   Generalmente si individuano due principali stili di gestione: gestione “passiva” o indicizzata e gestione “attiva”.   Nella gestione indicizzata si fa ricorso alla composizione degli indici di riferimento. La composizione di questi indici però tende a dare maggior peso alle Piazze (borse) la cui capitalizzazione è più elevata. Inoltre la selezione dei titoli che vengono inseriti negli indici dei singoli mercati, viene effettuata anche in base alla storia passata di successi che questi hanno conseguito nel tempo, rispetto ad altri, con la conseguenza che l’indice risente della sovra-rappresentazione dei titoli “vincenti” rispetto agli altri, molti dei quali risultano fortemente sottovalutati, nonostante presentino interessanti potenzialità di crescita. A questo fa riscontro l’atteggiamento classico del comune risparmiatore ad evitare i mercati e/o i titoli “fuori moda” per concentrarsi su quelli che, in quel frangente, sono maggiormente al centro dell’attenzione generale.   Per questa stessa ragione, la gestione del portafoglio, anche se rispecchia perfettamente l’indice di riferimento, anzi, proprio nella misura in cui lo rispecchia fedelmente, e indipendentemente dalla volontà del gestore stesso, risulterebbe fatalmente esposta su indici e titoli fortemente correlati e performanti nella stessa direzione. Questo invaliderebbe la diversificazione, rendendo la gestione “fragile” e quindi inadeguata dal punto di vista del controllo del rischio.   GESTIONE “GROWTH”   La concentrazione nei titoli di attività finanziarie già consolidate, e per le quali tutto lo sforzo aziendale è focalizzato sulla crescita del business, è tipica della gestione growth. Questi titoli presentano rapporti Prezzo/Utile piuttosto alti che sottintendono una forte crescita, e in particolari momenti possono performare in maniera importante; ma la concentrazione in asset allocation di tali titoli, tendenti tutti a performare nella stessa direzione, come abbiamo visto, può esporre il portafoglio ad un’alta volatilità.   GESTIONE “VALUE”   Esiste anche un criterio di gestione che si muove con una logica diversa rispetto a quella prevalente e che può contribuire a smussare la volatilità tipica della gestione ad indice.   Si tratta dell’approccio “value”: il gestore cerca le opportunità di investimento che, benché sottorappresentate nella gestione indicizzata, sono rappresentate da titoli di aziende sottoquotate, rispetto al loro intrinseco valore, in seguito a fenomeni di crisi o più generalmente di “disaffezione” da parte degli investitori. In un portafoglio equilibrato, questi titoli che difficilmente sarebbero oggetto d’acquisto, assicurano, grazie al loro andamento non correlato, l’attenuazione della perdita di valore del capitale investito, quando i mercati sono al ribasso, ottenendo migliori e più coerenti ritorni con minor rischio e volatilità.    Il criterio strategico che sottende allo stile di gestione “value” è chiamato in linguaggio tecnico “total return” (ritorno assoluto). In buona sostanza, si tratta di una strategia che tende a discostarsi dall’andamento generale dei competitors. La strategia necessita però della disponibilità da parte dell’investitore a sacrificare alcuni punti di performance nelle fasi “toro” dei mercati, a vantaggio di ritorni positivi o nettamente migliori in situazioni di andamento neutrale, o negativo, dei mercati, ottenendo nel tempo, risultati migliori di quelli presentati dagli indici globali di riferimento.   Una volta effettuata la scelta di tipo “value”, però è importante che l’investitore abbia capacità di persistenza, per poter dare modo a questo tipo di approccio gestionale di dispiegare appieno i suoi effetti nel tempo.

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La previdenza non è solo futuro!

Scritto il 29.10.2019

    Dal momento che tendiamo a dare più valore a ciò che è attuale e emergente, piuttosto che a ciò che ci appare fin troppo lontano dalle esigenze immediate, perché sentiamo più urgente il problema relativo alla vecchiaia, rispetto al rischio più grave e incombente come quello di diventare improvvisamente inabili o invalidi? Non tutti finiremo con il maturare la pensione di vecchiaia o di anzianità… benché sia sicura, questo è statisticamente certo! C’è sempre il rischio che subentri uno stato di invalidità, inabilità o premorienza. In questo caso matura immediatamente una pensione che si chiama appunto di invalidità, di inabilità o ai superstiti… pensioni i cui importi sono assolutamente inadeguati! Infatti, riflettiamo! Se è vero che dopo 40 anni di lavoro la pensione che percepiremo equivarrà più o meno al 60% dell’ultimo stipendio, figurarsi – dopo un tempo intermedio di lavoro – a quanto potrebbe ammontare la pensione di invalidità! Dovremmo perciò tenere ben presente che ci sono pensioni che matureranno nel futuro e pensioni che potrebbero maturare oggi stesso!   Un’altra cosa che osservo ormai da anni, è che quando si parla di problema pensionistico ci si riferisce sempre e genericamente alla situazione INPS, cosa logica in quanto il sistema previdenziale obbligatorio nel nostro Paese è costituito appunto dalle gestioni INPS; ma esistono anche Casse previdenziali che con l’INPS non hanno assolutamente nulla a che fare, perché sono autonome. Si tratta delle Casse dei liberi professionisti. Raramente si parla di queste ultime, ignorando le condizioni previdenziali di questa categoria di persone. Vorrei allora una volta tanto, parlare di loro.   Ogni Cassa ha un proprio regolamento. Ce ne sono tante: l’età pensionabile, che secondo l’INPS è attualmente indicata a 67 anni, non è la stessa per tutte le altre Casse: il notaio non va in pensione alla stessa età del geologo; e poi, il geologo non va in pensione con lo stesso sistema di calcolo del farmacista… un farmacista non va in pensione come ci va un notaio. E’ però difficile trovare il professionista che conosca veramente il proprio destino previdenziale, che abbia contezza di tutte le condizioni che normano il rapporto con la propria Cassa di previdenza; che sappia se la sua Cassa prevede una pensione di anzianità; quando e in che termini è prevista questa pensione e quella ai superstiti; e che infine conosca il sistema di calcolo utilizzato!   Vi sono infatti Casse che non prevedono la pensione di invalidità, e sono Casse importanti, ricche. Sono le Casse dei Notai, dei Farmacisti, dei Medici! Dunque, se un medico rimane invalido, non ha diritto alla pensione! Quasi nessun medico conosce questo stato di cose! E pensare che l’inabilità, al contrario della invalidità, presuppone addirittura la cessazione dell’attività lavorativa, la cancellazione dall’Albo!   Ma neanche altre categorie, pur potendo ricorrere alla pensione di invalidità, possono contarci davvero: per un ingegnere in un caso di invalidità, l’Inarcassa erogherebbe una pensione di appena 84 euro mensili! Per la verità, è prevista anche un’integrazione al minimo (7.700 euro annui), ma a condizione che quell’ingegnere, come nucleo familiare, abbia un ISEE non superiore a 31.000 euro! Per cui se egli supera tale soglia, può solo contare sugli 84 euro mensili!… ma questo lui semplicemente non lo sa! In ogni caso, anche con l’integrazione al minimo il problema non si sposterebbe: potrebbe contare soltanto su 640 euro lordi al mese! La situazione è la stessa anche per i veterinari: la loro pensione di invalidità è di appena 5.000 euro annui, corrispondente a 416 euro mensili lordi, con cui campare e curarsi, e non è prevista l’integrazione al minimo…!   Se consideriamo questo stato di cose, il fatto stesso di preoccuparsi per il proprio destino pensionistico sembrerebbe paradossale. Dovremmo considerare noi stessi ciò che effettivamente siamo: capitale umano, che quindi come tale va protetto, perché è solo grazie ad esso che potremo creare un futuro. E sarebbe il caso che invece di concentrarci esclusivamente sulla pensione di vecchiaia, utilizzassimo un minimo di quelle risorse per una copertura di invalidità: senza una copertura di questo genere, molti professionisti non hanno una polizza che li copra, in taluni casi rischiano davvero molto, addirittura lo stato di sopravvivenza!   Tra l’INPS e le Casse professionali non esistono importanti differenze, tranne che la possibilità di versare un contributo aggiuntivo a quello obbligatorio: mentre all’INPS si versa il 33% del reddito, ma non è possibile versare volontariamente somme superiori, oltre il 50% delle Casse prevede, al contrario, la contribuzione aggiuntiva (cosiddetta “modulare”) che va dall’1% al 10%, calcolato sul reddito e sempre fino ad un massimale ammesso. Da quando infatti, con il Decreto 509 del 30 giugno 1994, le Casse previdenziali esistenti sono state trasformate da Enti di diritto pubblico in Enti di diritto privato,  non hanno più potuto usufruire di finanziamenti pubblici, ed essendo passate al regime contributivo, ma con aliquote troppo basse e largamente insufficienti (si pensi che l’avvocato versa il 14,50% del reddito, lo psicologo addirittura il 10%, l’architetto e il commercialista il 12%) non avrebbero potuto essere finanziariamente sostenibili – condizione imprescindibile per rimanere autonome – senza prevedere la possibilità della contribuzione aggiuntiva, almeno entro un massimale contributivo. La limitazione del massimale ha invece una evidente funzione di “salvaguardia”: mettendo infatti un tetto e rinunciando ad incassare più contributi oggi, le Casse mantengono un equilibrio futuro, grazie al fatto che anche le prestazioni saranno altrettanto limitate.   Il contributo modulare fa concorrenza alla previdenza integrativa (perché versare nel fondo pensione – ci si domanderà – quando c’è la Cassa che dà comunque una integrazione, è sempre deducibile e non ha caricamenti?) Ma anche qui c’è qualcosa che l’iscritto dovrebbe sapere: la rendita che deriva dal contributo modulare costituisce a tutti gli effetti, fiscalmente, reddito da lavoro; quindi la relativa rendita è soggetta alla tassazione ordinaria (dal 23% al 43%). Mentre la rendita derivata da un fondo pensione è fiscalmente agevolata perché ha una imposta sostitutiva che va dal 15% al 9% (decrescente in funzione degli anni di iscrizione). Se poi la rendita integrativa venisse creata anziché con un fondo pensione, utilizzando una semplice polizza vita, sarebbe esente da qualsiasi tassazione, senza contare la maggiore flessibilità dello strumento assicurativo, di gran lunga meno rigido di un Piano Individuale Pensionistico; e che a scadenza, permette anche di decidere se avere la prestazione come rendita o come capitale.   Quindi per esempio, 10.000 euro di rendita integrativa creata con il contributo modulare alla Cassa, ipotizzando una aliquota marginale del 38%, in tasca all’iscritto rimarrebbero soltanto 6200 euro annui, perché 3800  andrebbero al fisco; se invece la rendita derivasse da un fondo pensione (ipotizzando per esempio 25 anni di adesione) l’assicurato pagherebbe il 12% (15%-3% per i 10 anni superiori al 15°) di imposta, intascando 8800 euro. Infine, se fosse stata costruita con una polizza vita, in tasca all’assicurato rimarrebbe l’intero importo di 10.000 euro netti, infatti la polizza vita sottoscritta dopo il 2001, come dicevamo, è esente da tassazione.   Quando un cliente mi chiama per una consulenza sulla previdenza complementare, una volta prospettatogli la differenza tra le tre ipotesi, nella maggior parte dei casi preferisce optare per una rendita più alta al momento della pensione, quando ne avrà più bisogno per un tenore di vita migliore, piuttosto che risparmiare nel mentre qualche migliaio di euro di tasse che non cambierebbe poi di molto la sua vita. In buona sostanza, la polizza vita, oltre ad offrire una rendita più elevata, è uno strumento più flessibile, rispetto al fondo pensione, tale da indurre l’assicurato a pagare tale flessibilità con la rinuncia al vantaggio della deduzione fiscale.   Ho detto che la polizza vita, rispetto al fondo pensione, appare più vantaggiosa anche in termini di maggior flessibilità. Oggi infatti l’età pensionabile è prevista a 67 anni, e anzi tenderà ad innalzarsi ancora nel corso del tempo; ebbene, non sarà possibile ottenere la pensione prima di quella scadenza! Con una polizza vita, invece, la scadenza è stabilita dall’assicurato al momento della sottoscrizione, che quindi può decidere di programmarla ben prima dell’età pensionabile, riservandosi in tal modo la possibilità di godere di una rendita aggiuntiva allo stipendio, se decide di continuare a lavorare oppure aggiuntiva alla liquidazione, se decide di prepensionarsi, in attesa che maturi la pensione stessa… ma dovrebbe essere considerato anche un altro fattore importante: l’effetto del tasso di conversione sull’entità della rendita!   Il tasso di conversione cambia nel tempo in funzione della probabilità di sopravvivenza, che sembra allungarsi sempre di più. Quale sarà il tasso di conversione in rendita del capitale accumulato al raggiungimento dell’età pensionabile? Non è possibile saperlo in anticipo, quindi questo è un fattore non calcolabile se non secondo ipotesi e che verificheremo sempre… dopo! Con la polizza vita invece, potendo stabilire al momento della sottoscrizione l’età di godimento della prestazione, l’entità della rendita viene definita anticipatamente, e quindi ad un tasso di conversione certo, quello attuale… capito la differenza?   Nel costruire una pensione, è molto importante poi considerare il fattore fiscale. Al raggiungimento dell’età pensionabile, la pensione viene tassata secondo aliquota marginale. Ora, il montante contributivo da cui si ricava la rendita, è formato dai contributi versati, ma anche dai rendimenti ottenuti dalla loro gestione.  Di conseguenza, la tassazione è doppia: prima sui rendimenti e successivamente sulla pensione da essi derivante – cosa che oltre oltretutto è anticostituzionale!  Ma questo fatto in genere lo si ignora completamente!   Nel caso del fondo pensione invece, la rendita viene tassata solo per la parte derivante dai contributi dedotti. I contributi già tassati, e i rendimenti stessi ne sono esentati. Dunque, la rendita derivante dai versamenti in un fondo pensione, superato il limite della detraibilità, non è tassata, a questo punto, non dovendo più dedurre, perché continuare a versare in un fondo pensione, quando la polizza vita offre una flessibilità di gran lunga maggiore?   D’altra parte, in questo modo, dovrò rinunciare al cospicuo vantaggio fiscale della deduzione. Questo è vero! Ma è vero anche che, godendo pienamente della rendita vitalizia non tassata, recupererò a posteriori il vantaggio fiscale a cui ho dovuto rinunciare durante il periodo di formazione, anzi, in un arco temporale adeguato raggiungerò il brek-eaven point. Ovvio che, dal punto di vista finanziario, chi avrà avuto la sfortuna di morire prima avrà perso. Ma chi arriverà a quel punto e lo oltrepasserà, sarà andato addirittura in guadagno!

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CLIMA E RESPONSABILITA’ SOCIALE IN PORTAFOGLIO

Scritto il 20.10.2019

Gli investimenti ESG (acronimo anglosassone che sta per Envarionmental, Social and Government) sono fondati su criteri di selezione dei titoli che oltre alla massimizzazione dei rendimenti (in funzione di un certo grado di rischio), si pongono anche nella prospettiva della salvaguardia di valori come l’equità sociale, la protezione dell’ambiente, il rispetto degli interessi non solo degli azionisti, ma anche, in generale, del territorio e dei cittadini.   La finanza sostenibile è una forma di investimento all’interno della quale aspetti ambientali, sociali e di buona amministrazione vengono integrati al criterio di selezione tradizionale, all’interno di un processo di investimento; per cui nella ricerca, nell’analisi e nella selezione dei titoli, danno vita alle forme di investimento chiamato “socialmente responsabile” o RSI (Responsible Social Investment).   Dunque, gli strumenti ESG affiancano ai tradizionali criteri di selezione degli investimenti, anche altri parametri, di carattere sociale, ambientale ed etico, sfruttando, per le proprie performance, vantaggi competitivi derivanti dall’investimento in titoli di società ed emittenti che hanno scelto di allinearsi ai parametri della cosiddetta “responsabilità sociale”.   Dopo lo scandalo mondiale dei titoli subprime, e la crisi internazionale che ne è derivata e ha messo in evidenza le contraddizioni dell’attuale sistema economico-finanziario, l’interesse nei confronti di questo tipo di strumenti ha avuto un notevole incremento, accompagnandosi per altro alla maggiore sensibilità verso i temi dell’etica d’impresa e della minaccia derivante dalla problematica relativa al fenomeno del “climate change”.   Le procedure e i parametri con cui vengono analizzate le caratteristiche delle società selezionate, contribuiscono a minimizzare gli effetti negativi che le crisi dei settori economici e dei mercati finanziari interessati avrebbero sul rendimento degli strumenti del risparmio gestito.   Ma l’utilizzo dei criteri ESG nella scelta degli investimenti costituisce in generale anche un utile strumento di controllo del mercato; esercitando nei confronti delle aziende, delle quali vengono selezionati i titoli, una importante spinta verso comportamenti virtuosi e scelte produttive strategiche rispettose dell’ambiente.   Quindi, il risparmiatore che investe in questa tipologia di strumenti ottiene non solo performance in linea con quelle di mercato, anzi addirittura tendenzialmente migliorative, ma contribuisce anche ad imprimere una spinta verso scelte produttive virtuose, in direzione del cambiamento verso la sostenibilità del sistema produttivo in generale.   Gli investitori prestano sempre più attenzione alla sostenibilità ambientale, anche se in misura ancora troppo ridotta, ma il trend è effettivamente in crescita: sembra che finalmente si stia passando dalla mera dichiarazione delle buone intenzioni alla concretezza delle scelte, anche in materia di investimenti.     Il fenomeno del riscaldamento globale costituisce ormai un amplificatore del rischio e avrà profonde ripercussioni economiche, sociali e politiche. Se si continuerà ad ignorare che l’unico modo che ormai abbiamo per rallentarlo (il fenomeno sembra infatti ineluttabile) è una coerente politica di contenimento delle emissioni, avremo conseguenze dirette sull’economia dell’intero pianeta e soprattutto sulla ricchezza dei paesi cosiddetti “emergenti” a maggiore crescita, come Africa, Brasile, Sudamerica, India, Messico, in particolare in Cina le emissioni sono cresciute nell’anno in corso del 34%, mentre il PIL ha rallentato… strano parallelismo, ma magri è solo casuale!   L’indagine annuale della Schroeders (2019), ha rilevato tuttavia una mancata coerenza del comportamento degli investitori rispetto alla consapevolezza del problema; a fronte di un generale aumento di tale consapevolezza, infatti solo il 12% degli investitori italiani sceglie effettivamente di investire in prodotti ESG. Ciò sarà sicuramente in parte dovuto alla sostanziale assenza di incentivi da parte delle amministrazioni governative, ma anche al fatto che pur essendo numerosi gli indicatori di sostenibilità degli strumenti d’investimento, mancano ancora di sufficiente univocità. In effetti, gli stessi gestori ritengono che i mercati trarrebbero vantaggio da un’informazione sulla sostenibilità che sia migliore in termini qualitativi, piuttosto che quantitativi: ciò aiuterebbe a prendere decisioni di investimento più consapevoli, grazie alla maggiore riscontrabilità delle valutazioni.

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Volatilità una tigre che va cavalcata!

Scritto il 15.10.2019

Cos’è la volatilità?   È la conseguenza delle reazioni ai cambiamenti inaspettati del contesto economico dei mercati. Essa però viene percepita in genere come un evento esterno, sconosciuto, che presenta un quadro incerto e pertanto pericoloso.    Sfugge il fatto che essa è il risultato globalizzato delle scelte generali di investimento, a cui il risparmiatore stesso partecipa, cercando di affrontarla come fosse una improvvisa tempesta da cui mettersi al riparo, spesso reagendo con contro-scelte talvolta poco oculate, perché effettuate in preda all’emotività.       Nell’avvicendarsi delle condizioni dei mercati, non mancano colpi di scena dovuti ad improvvise inversioni del loro andamento. Probabilmente, la questione vera non sta tanto nell’affrontare i mercati, nel loro eterno modificarsi, quanto nell’affrontare i propri stati emotivi: si dovrebbe capire che il problema vero non risiede nei corsi di borsa, ma nell’atteggiamento che il risparmiatore assume davanti ad essi; più che al suo portafoglio, egli dovrebbe evitare di incappare nella trappola della sua emotività.   Ed è proprio questa la grande sfida: acquisire il giusto distacco, per preservare la razionalità delle scelte! Per realizzare questo distacco, occorre porre tra sé stessi e l’evento sufficiente spazio che consenta di guardare le cose con razionalità. Questo significa porsi davanti ai propri investimenti in una prospettiva temporale adeguata, di lungo termine, anche perché solo il lungo termine permette di superare l’aleatorietà, soprattutto se di breve periodo.    I prezzi delle azioni, benché nel breve periodo possono risentire di variazioni momentanee dovute a scelte di politica economica, sono determinati dagli utili aziendali e, in termini reali, tendono a superare altri tipi di investimento.   Dando uno sguardo al passato, possiamo riscontrare come ai peggiori cali dei mercati azionari sono seguiti sempre importanti rimbalzi che hanno velocemente portato le quotazioni in equilibrio; questo a riprova il fatto che il comportamento migliore da tenere davanti al fenomeno della volatilità è il mantenersi saldi alla propria strategia di lungo periodo, perché ciò consente di beneficiare delle tendenze storiche al rialzo dei mercati che sono, appunto, di lungo periodo.   Viceversa, cercando di operare sul mercato, uscendone e rientrandovi sperando di cogliere il migliore momento possibile, il rischio che davvero si corre è perdere le opportunità di ingresso a valori scontati, ma soprattutto di perdere le fasi di recupero che hanno la caratteristica di essere repentine, e perciò difficilmente intercettabili!   Come cavalcare quindi la tigre della volatilità?    La prima cosa da fare è suddividere il rischio associato ai singoli comparti, settori o mercati, in modo tale da evitare la concentrazione delle perdite dovute alle flessioni: combinare attività rischiose con attività difensive permette infatti di ottenere rendimenti più stabili e alla lunga soddisfacenti.    E’ poi consigliabile inserire in portafoglio prodotti gestiti con un approccio di tipo “Value”, che tende a selezionare mercati e aziende di alta qualità, i cui dividendi sono sostenibili, e godono di un buon posizionamento, che non sono (ancora) apprezzati o “scoperti” dal mercato, ma che per gli investitori possono rappresentare nel tempo un business solido e affidabile.   Tuttavia, l’investimento non va mai considerato come un’azione “una tantum”, piuttosto come un “cantiere a cielo aperto”.  Questo significa che in termini prospettici, l’investimento andrebbe affrontato impegnando con regolarità (mensile o trimestrale) moderate quantità di denaro.    Si tratta quindi di approcciare i mercati puntando non tanto sulla performance assoluta, quanto sul tenere il più possibile basso il costo medio degli acquisti; il che, pur non garantendo un profitto certo o non proteggendo da flessioni di mercato più o meno importanti, permette di neutralizzare l’effetto “montagne russe”, contrastando la volatilità, ed evitando di cedere spazio ad atteggiamenti euforici o pessimistici che possano offuscare la valutazione personale e indurre ad errori.

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