Alberto Marracino

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LO SHOCK DEI TASSI D’INTERESSE E COME BENEFICIARNE

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  • Titoli di Stato, Spread e Tassi di i
Scritto il 13.06.2022

L’annuncio della BCE, che la scorsa settimana ha fortemente scosso i mercati obbligazionari e azionari, di una politica di rialzo dei tassi di interesse in maniera graduale ma sostenuta in Europa a partire da luglio non è altro che il finale di un romanzo i cui primi capitoli potevano già essere letti un paio di anni fa. In un precedente articolo dell’ottobre 2020 sui rischi di un portafoglio 60% azionario/40% obbligazionario scrivevo: “E’ indubbia, a mio parere, la trasformazione della componente obbligazionaria da mitigatrice ad amplificatrice del rischio (inteso in questo caso come massimo drawdown) e volatilità dell’intero portafoglio, sia esso un 60/40 e ancor di più un risk parity.” Nell’articolo riportavo anche la valutazione della società di investimento Algebris secondo cui “una delle cose più pericolose da avere in portafoglio in questo momento sono le obbligazioni governative a lunga scadenza sia per un rischio inflazione sia per un possibile modifica delle aspettative macroeconomiche”. La Santa Barbara era piena di esplosivo, mancava solo la miccia per far esplodere il tutto, che si è dimostrata essere poi l’inflazione. In un successivo articolo del gennaio 2021 mettevo in guardia sul fatto che l’inflazione, ormai un desaparecido da anni, potesse questa volta palesarsi: “Perché quindi, ci si chiede, questa volta dovrebbe essere diverso? Per tre motivi principali: le politiche fiscali ampiamente espansive a livello globale che in passato non abbiamo avuto, la possibile riduzione di alcuni fattori disinflattivi presenti negli ultimi decenni, il volume degli interventi delle banche centrali che non ha precedenti, nemmeno nella crisi del 2008-2009”. L’azione delle banche centrali Attualmente la BCE si sta accodando alla politica di rialzi dei tassi della Federal Reserve, già partita mesi fa, che ha portato ad una correzione dei prezzi delle obbligazioni governative USA del 12%, il maggiore crollo di sempre nel primo semestre. Nel giro di pochi mesi la percentuale di obbligazioni a livello globale con rendimenti negativi è passata dal 20% al 4%. Nello specifico, se da un lato la BCE ha annunciato un rialzo di 25 punti base a luglio (probabilmente 50 bps a settembre), un’inflazione stimata a quasi il 7% nel 2022 (3,5% nel 2023 e 2,1% nel 2024) e tassi di crescita del PIL rivisti al ribasso (2,8% nel 2022 e 2,1% nel 2023), dall’altro l’assenza di dettagli su uno scudo antispread per i paesi periferici ha diffuso il panico tra gli investitori, riportando al centro dell’attenzione il grande debito pubblico italiano e la sua sostenibilità. Le analisi delle case di investimento sui rialzi dei tassi Gli investitori, infatti, temono il perdurare di alti tassi di inflazione e il dover rincorrere della BCE fa temere per rialzi del costo del danaro anche oltre le attuali previsioni. Gli analisti di Goldman Sachs (“GS”), ad esempio, ipotizzano un possibile punto di arrivo del rialzo dei tassi a quota 1,5% nel giugno del 2023 che potrebbe spingersi, eventualmente, fino al 2%. Secondo le analisi dell’investment house Schroders di sono 3 motivazioni per il perdurare dell’inflazione: 1) Il perseguimento della politica zero covid in Cina, i cui pesanti lockdown hanno generato colli di bottiglia nelle catene globali di approvvigionamento creando riduzioni dal lato dell’offerta; 2) I prezzi delle materie prime di energia, alimentari e fertilizzanti rimangono elevati in seguito al conflitto in Ucraina; 3) L’inflazione nel settore dei servizi continua a crescere in seguito alle riaperture post covid e la sua alta intensità di manodopera rischia di essere il motore nella spirale di rialzo salari-prezzi. L’approccio seguito dalle banche centrali quindi è quello di sacrificare la crescita economica pur di riportare sotto controllo l’inflazione. Seppure i rischi di una fase recessiva siano in aumento, le aspettative di crescita del PIL rimangono del 3,3% a livello globale mentre, come evidenzia un’analisi di GS, delle 12 fasi di mercato ribassista verificatesi dopo la seconda guerra mondiale, 4 di queste non hanno coinciso con una recessione, registrando un drawdown (escursione dai massimi ai minimi) del 28% (il 35% mediano nelle fasi in cui, al contrario, c’è stata una recessione). Lo scenario di base di GS prevede una fase di mercato ribassista di breve durata senza il verificarsi di una recessione. Secondo Algebris, nonostante i mercati del credito e azionario sembrino prezzare una recessione nel breve periodo, la probabilità di recessione, calcolata ad aprile in base ai loro modelli, si attestava al 30%, in linea con la probabilità di qualsiasi altro mese, mentre era maggiore nel medio periodo, ossia il 60%-65% sui 24-36 mesi. Questo fa loro concludere che il principale rischio sui mercati obbligazionari e azionari sia l’inflazione e non la recessione che, al contrario, solo un distacco dal gas russo nei prossimi mesi potrebbe anticipasi al 2022-2023. Riguardo alla loro analisi del debito pubblico italiano, si ricorda come circa il 30% dell’intero stock è attualmente detenuto dalla BCE e che questa interverrà con misure di contenimento degli spread solo al raggiungimento di soglie di emergenza. Quali interessanti spunti possono derivare dalle analisi fin qui fatte? Mercato obbligazionari Quanto accaduto negli ultimi mesi sui mercati obbligazionari ha finalmente riportato verso condizioni di maggiore equilibrio i prezzi delle obbligazioni alterati da anni di politiche di quantitative easing, rendendo di nuovo attraenti le obbligazioni americane IG e HY (quest’ultime con rendimenti del 7%). Guardando all’Italia, i rendimenti del BTP decennale sfiorano il 4%, mentre anche su scadenze di 2-3 anni è possibile spuntare tassi oltre il 2%. Se quindi, fino a solo un anno fa, un investimento sul BTP decennale generava un piccolo rendimento a fronte di un rischio di rialzo dei tassi elevato (e quindi di potenziali perdite in conto capitale per i titoli non portati a scadenza), attualmente i rendimenti sono molto più interessanti e compensano molto meglio per ulteriori cali dei prezzi che si avvicinano sempre più ad una soglia di intervento antispread da parte della BCE. Inoltre, lo shock inflattivo e la conseguente aggressività nel rialzo dei tassi nel breve periodo possono portare ad un appiattimento della curva dei rendimenti con maggiori rialzi dei rendimenti soprattutto sulle scadenze di breve e un minore effetto sulle scadenze di lungo penalizzate da previsioni di minore crescita prospettica, frutto delle politiche monetarie più restrittive della BCE. La maggiore attrattività del mercato obbligazionario può quindi sintetizzarsi con un passaggio da un approccio TINA “There is no alternative”, ovvero non c’è alternativa valida all’azionario, ad un approccio TARA “There are reasonable alternatives”, ovvero ci sono di nuovo delle alternative interessanti. Se, quindi, negli ultimi anni l’approccio più corretto per investire sui mercati obbligazionari era usare delle gestioni separate o fondi obbligazionari con duration molto limitata, fermo restando la loro validità, le nuovi condizioni di mercato permettono di esplorare nuove opzioni. Mercati azionari Guardando al mercato azionario notiamo come la massima correzione dai record del novembre 2021 sia stata per il Nasdaq del 30%, di circa il 21% per S&P500 e del 25% per il FTSEMIB italiano. La peggiore performance dei titoli tecnologici si spiega con il fatto che le loro quotazioni sono più sensibili ai rialzi dei tassi che, spinti dalla lotta all’inflazione, stanno guidando l’attuale correzione sui mercati obbligazionari ed azionari. Abbiamo ricordato prima come le correzioni, in media, nelle fase recessive, si attestino intorno al 30-35% dai massimi. E’ interessante notare che nel recente sondaggio di Bloomberg tra gli operatori finanziari, il gruppo più ampio di questi, circa il 30%, stima il livello di minimo dell’S&P500 nel 2022 intorno ai 3600-3400 punti, ovvero circa un 10% in meno rispetto ai livelli attuali, mentre un ulteriore 14% prevede un minimo intorno ai 3200-3400. In sintesi, potremmo concludere che oltre il 40% degli operatori farebbe acquisti sul mercato azionario, sulla base delle condizioni economiche e geopolitiche ad oggi note, su ribassi tra il 10% e il 15% rispetto ai valori attuali.Ricordo come, in un articolo di inizio febbraio, stimavo un interessante punto di acquisto sull’S&P500 a 3500-3600, ben prima di questo sondaggio…

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PESTE, GUERRA E CARESTIA

Scritto il 10.05.2022

Peste, guerra e carestia. Sembra una frase che eravamo abituati a leggere a scuola solo sui libri di storia, invece è tornata molto attuale anche in questi giorni. Con la fine della fase emergenziale del covid e i problemi sulle catene di approvvigionamento da questo causato, la forte ripartenza dell’economia mondiale aveva già creato pressioni inflazionistiche sulle materie prime, dal petrolio, ai metalli, ai prodotti agricoli.Lo scoppio del conflitto in Ucraina sta ora amplificando l’effetto inflazionistico generale, in particolare riguardo ai prodotti agricoli, il cui forte aumento dei prezzi può avere conseguenze geopolitiche destabilizzanti, soprattutto nei paesi più poveri dell’Africa fortemente dipendenti dalle importazioni di cibo. Su questa situazione si inseriscono anche fattori climatici e congiunturali specifici non favorevoli. Durante il 2021 una forte siccità ha ridotto la produzione di grano primaverile negli USA e in Canada, mentre alluvioni da record in Cina hanno danneggiato e ritardato la semina del grano su circa un terzo della superficie coltivabile destinata, provocando un aumento dei prezzi del grano sui mercati internazionali. L’Ucraina fornisce oltre il 10% di tutte le esportazioni globali di grano, il 14% di mais, il 17% di riso e il 51% di olio di girasole. Il conflitto ha generato conseguenze nell’immediato limitando i trasporti e provocherà problematiche future sulle coltivazioni. Secondo i dati della Banca Mondiale, circa il 90% delle esportazioni di grano avvenivano tramite i porti del Mar Nero e si stima che solo meno della metà delle esportazioni ucraine annuali possa transitare via terra considerando i rallentamenti e i danni alla rete stradale e ferroviaria e comunque a costi maggiori che in passato, considerando anche gli incrementi dei premi assicurativi sui carichi. La situazione militare, inoltre, sta fortemente condizionando il raccolto per il prossimo anno. Il mais (per il quale il Dipartimento dell’Agricoltura USA (USDA) in marzo stimava una riduzione delle esportazioni del 18% nel 2022), la soia e il girasole sono piantati in aprile-maggio, mentre il grano nel periodo da settembre a metà novembre. La mancanza di forza lavoro, carburante, fertilizzanti, la distruzione di attrezzature agricole e i rischi legati alla sicurezza ridurranno la produzione agricola per la prossima stagione tra il 25% il 50% secondo i dati riportati della Banca Mondiale. In base ai dati USDA le aree di maggiore produzione di grano sono quelle di Charkiv, Dnipro, Zaporizhia e Odessa (nell’est e nel sud del paese), mentre la produzione di mais si concentra nelle regioni di Poltava, Sumy e Chernihiv (nel nord-est). Poiché si tratta quasi sempre di aree caratterizzate da un forte scontro militare, è facile immaginare quanto questo possa condizionare i raccolti per il prossimo anno. Secondo la FAO tra il 20% e il 30% della superficie ucraina coltivata a cereali invernali, mais e semi di girasole non verrà seminata o rimarrà senza raccolto durante la stagione 2022/23. Ulteriori problematiche future potrebbero derivare dalla perdita di terreno coltivabile in seguito ai bombardamenti e alla riduzione di fertilità del suolo. In aggiunta ad una ridotta produzione, bisogna considerare anche i costi aggiuntivi di quella realizzata e gli impatti anche sulle altre componenti della catena alimentare. La Russia è il più grande esportatore mondiale di fertilizzanti, i cui prezzi già fortemente cresciuti nel 2021, sono schizzati nel 2022 ai massimi storici. Sebbene a livello mondiale le importazioni dei vari paesi (con piccole eccezioni quali Serbia, Azerbaijan, Moldova, Finlandia) sono abbastanza diversificate, quindi non c’è un rischio di forniture dirette dalla Russia, prezzi assai alti produrranno un inevitabile aumento dei costi di produzione (USDA stima che i fertilizzanti rappresentino storicamente il 35% del costo marginale di produzione di grano e mais). Mais e orzo sono molto utilizzati nell’allevamento del bestiame (ad esempio, il mais rappresenta circa il 60% del costo di allevamento dei polli) e l’aumento dei loro prezzi va ad influenzare anche il costo delle carni di maiale, pollo, tacchino. Un effetto geopolitico non trascurabile di una minore disponibilità e a maggiori prezzi di prodotti agricoli è legato alle problematiche di carattere sociale nei paesi più poveri, in particolare nel Nord Africa.  L’Algeria è in maggior importatore di cibo in Africa con il 75% del totale del suo fabbisogno, mentre la Tunisia è al 70% e il Marocco a oltre il 50%. In termini di maggiore dipendenza diretta dall’Ucraina, i principali paesi sono Libano, Tunisia ed Etiopia con, rispettivamente, il 64%, 49% e 31% delle loro importazioni di grano. Anche Egitto, Mauritania, Marocco, Uganda e Giordania ricevono dall’Ucraina più del 20% di tutte le loro importazioni. Tensioni sociali in queste aree, legate a un aumento del prezzo del grano, non sono una novità come ci ricordano le “rivolte del pane” in Egitto nel 1977, lo sciopero generale in Marocco nel giugno del 1981, le rivolte in Tunisia del 1983-84, senza dimenticare le primavere arabe iniziate in Tunisia a fine 2010 e allargatesi nel Medio Oriente e in Nord Africa nel 2011. Infatti, al fine di prevenire tensioni sociali, i prezzi dei principali beni alimentari sono calmierati da parte dei governi. Tuttavia, come ci ricorda l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), aumentano i timori sulla effettiva capacità di tali governi nel continuare a fornire sussidi adeguati per calmierare i prezzi nel lungo termine proprio a causa del limite ai budget pubblici, la lenta ripresa economica dopo la pandemia, l’effetto del conflitto in Ucraina, le problematiche dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole mondiali.I segnali di allarme sono già evidenti. In febbraio il primo ministro egiziano ha annunciato che aumenterà il prezzo del pane per la prima volta dagli anni ’80. In Algeria ci sono stati mesi di protesta da parte dei panettieri che hanno visto ridursi i propri margini di profitto mentre in Marocco migliaia hanno protestato per l’aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità. Ovviamente l’effetto inflattivo sui generi alimentari coinvolge anche i paesi più ricchi: in Grecia di recente in migliaia hanno protestato per chiedere un aumento dei salari contro l’inflazione, in Francia la Le Pen ha guadagnato consensi nelle periferie proprio sul tema dell’aumento del costo della vita, nel Regno Unito il premier Johnson è stato recentemente sconfitto nelle elezioni legislative locali in presenza di un’inflazione ai massimi degli ultimi 30 anni, mentre in Italia l’ultimo decreto del governo ha finanziato un bonus di 200 euro contro il carovita per tutte le categorie sociali con redditi sotto i 35mila euro. Negli USA la voce “cibo” contribuisce al 15% del paniere dell’inflazione (5% il carburante) e una simile composizione si riscontra nei paesi europei. L’aumento dei costi delle materie prime alimentari ed energetiche spingerà quindi l’inflazione anche per i prossimi mesi. E’ evidente che, se nei paesi maggiormente sviluppati e ricchi, il forte livello di risparmio, aumentato nel periodo pandemico, contribuirà ad attenuare gli effetti di disagio sociale sulla popolazione, con i governi focalizzati maggiormente su politiche redistributive in favore delle fasce sociali più deboli, nei paesi più poveri, i cui governi sono già gravati da restrizioni di budget (secondo la Banca Mondiale, poco prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina, circa il 60% dei paesi più poveri erano già in difficoltà legate al debito pubblico o ad alto rischio di avere difficoltà ad esso connesso), i problemi economici e sociali saranno molto maggiori. Cosa dunque aspettarci relativamente a questa crisi alimentare nel prossimo futuro? Un report della Banca Mondiale ci ricorda come, negli ultimi 50 anni, ci siano state 2 crisi alimentari di un certo rilievo, entrambe in concomitanza di shock petroliferi. La prima nel 1972-74 (70% di aumento in termini reali del food price index della Banca Mondiale), la seconda durante gli anni 2000, all’interno di un boom dei prezzi delle materie prime (45% di incremento dell’indice tra il 2006 e il 2008). Sulla base dell’esperienza passata si andrà quindi incontro a fenomeni di sostituzione e all’arrivo sul mercato di nuovi fornitori.Alcune colture saranno sostituite con altre similari più facili ed economiche da ottenere. Prima della crisi alimentare degli anni ’70, Argentina e Brasile non avevano nessuna produzione di soia mentre oggi forniscono, rispettivamente, il 17% e il 50% della produzione mondiale. Guardando alla crisi attuale, una similitudine con le precedenti è il comune ruolo di elevati prezzi di energia e fertilizzanti nel contribuire all’aumento dei prezzi alimentari. Il fenomeno sostitutivo spiega anche le differenti variazioni dei prezzi: i prezzi dell’olio di semi di girasole sono aumentati meno rispetto a quelli del grano in quanto l’olio di semi di girasole è più facilmente sostituibile con altri prodotti simili. Relativamente alle azioni tipicamente intraprese dai governi nel passato, ovvero restrizioni al commercio e divieti di export al fine di proteggere le proprie produzioni domestiche, in questa fase sembrano essere state poco usate, anche se la Banca Mondiale ci ricorda come, maggiori restrizioni all’export dall’ Ucraina (e possibilmente dalla Russia) potrebbero portare ad un aumento di tali misure maggiormente restrittive, così come accaduto in passato. Quali sono dunque le previsioni per il 2022 e il 2023? La tabella sotto riporta le previsioni sui prezzi delle commodity da parte delle Banca Mondiale. In generale, dopo un forte aumento nel 2022 e una correzione al ribasso nel 2023, tenderanno comunque a rimanere elevati nel periodo 2023-2024 rispetto ai livelli degli ultimi 5 anni. In particolare i prezzi dei beni agricoli sono visti in aumento del 18% (il grano in particolare del 42%) nel 2022 con una riduzione di circa l’8% nel 2023 in seguito ad una maggiore produzione, soprattutto di grano, da parte di Argentina, Brasile e Stati Uniti. Sulle stime pesano ovviamente le incognite legate alla durata e agli sviluppi del conflitto in Ucraina e ai forti focolai di covid in Cina che stanno portando a estese chiusure (quali conseguenze della politica cinese di tolleranza zero nei confronti del virus) e a rallentamenti dei traffici commerciali, con centinaia di navi container bloccate davanti ai porti cinesi. In sintesi: La riduzione di forniture di grano e altri prodotti alimentari dall’Ucraina, sia quest’anno che il prossimo anno, contribuirà a mantenere elevati i prezzi dei beni agricoli di prima necessità, contribuendo a sostenere un’inflazione che avrà difficoltà a scendere, considerando anche i forti aumenti dei prezzi per le altre materie prime non alimentari. La persistenza di un’inflazione più alta e per un periodo più lungo rispetto alle aspettative complica maggiormente le scelte di politica monetaria delle banche centrali che, per lo più, stanno preferendo sacrificare parzialmente la crescita economica, vista non ancora troppo in pericolo, al fine di combattere più efficacemente l’inflazione con una politica di rialzi dei tassi. Ciò contribuisce al calo dei prezzi delle obbligazioni e a correzioni sul mercato azionario, in particolare sui titoli tecnologici (Nasdaq). Possibili tensioni sociali potranno scaturire in quei paesi del mondo più poveri, in particolare nelle zone del Nord Africa, che sono forti importatori di prodotti alimentari e i cui prezzi sono già calmierati dai governi sempre più in difficoltà sui budget nazionali a causa degli elevati prezzi dei prodotti agricoli sui mercati internazionali.

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COME DIFENDERSI DA INFLAZIONE E STAGFLAZIONE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 05.04.2022

Con il termine stagflazione si intende una “fase del ciclo economico, detta anche inflazione recessiva, caratterizzata da ristagno e insieme da inflazione, ossia dal rallentamento del ritmo di espansione dell’attività produttiva accompagnato da inflazione o anche da accelerazione del tasso di inflazione.” I dati macroeconomici delle ultime settimane, che da un lato vedono un aumento dei tassi di inflazione e dall’altro una riduzione delle stime dei tassi di crescita delle varie economie nel mondo, indicano che si sta andando in quella direzione. Il conflitto in Ucraina, oltre ad aggravare il fenomeno inflattivo attraverso riduzioni, effettive o minacciate, dell’offerta di materie prime e fonti energetiche, ha creato ulteriori rischi al ribasso dei volumi del commercio mondiale abbassando le stime di crescita dell’economia. La riduzione della globalizzazione, i fenomeni del reshoring, la distruzione della global value chain sono fenomeni non transitori che, in aggiunta allo shock sulle fonti energetiche e l’impatto delle sanzioni nel conflitto tra Russia e occidente democratico, spingono verso un’ inflazione strutturalmente maggiore nei prossimi anni e minore crescita delle economie dall’altro. Per capire cosa potrebbe succedere a livello dei mercati finanziari in un tale scenario, analizziamo quanto accaduto nel passato in situazioni simili, focalizzandoci sul rischio geopolitico, di inflazione e di tasso di interesse.Come premessa vale la pena considerare che le stime di crescita del PIL in base al consensus, ovvero l’opinione della maggior parte degli operatori economici, sono comunque positive con circa il 3,5% nel 2022 per gli Stati Uniti, del 3,3% dell’area Euro e del 5,1% per la Cina, con circa il 3,2% a livello mondiale. Rischio geopolitico Come evidenziato in tabella i mercati azionari, dopo anche un iniziale forte shock, tendono a recuperare ampiamente nei mesi successivi.E’ necessario notare, tuttavia, come questa crisi geopolitica sia molto più importante di quelle verificatesi negli ultimi 30 anni e come tale potrebbe portare a correzioni dei mercati anche maggiori, anche se tuttavia non vi è alcun segnale grafico, al momento, in questo senso. E’ indubbio che l’eventuale decisione di scollegarsi volontariamente dalle forniture di gas russo potrebbe portare a ulteriori revisioni al ribasso delle stime di crescita in Europa. 2. Rischio inflazione Dall’ analisi dell’S&P500 su un periodo temporale di circa 70 anni si nota come, anche in situazioni di inflazione elevata (entro il 7%), i rendimenti del mercato azionario americano rimangono ampiamente positivi. Ciò che davvero conta è la crescita.Infatti, secondo un’ analisi di Goldman Sachs, quando il tasso d’ inflazione supera il 3% ma si rimane in un periodo di crescita, la performance del mercato azionario è mediamente del 12% annuo (7% per le materie prime) e solo in una fase di contrazione economica i rendimenti diventano negativi: -6% (-4% delle materie prime). Qual è quindi il pericolo di una recessione?Sempre secondo le analisi di GS la probabilità di una recessione è aumentata e attualmente stimata intorno al 20-30%. Relativamente all’inversione della curva dei rendimenti verificatasi di recente, ovvero con i tassi a breve (2 anni) maggiori di quelli a lungo termine (10 anni), che molto spesso anticipa le recessioni, gli analisti fanno notare come i tassi a lungo termine siano eccessivamente e artificialmente schiacciati a seguito delle forti politiche monetarie espansive post pandemia e che quindi, in condizioni normali, non ci sarebbe stato un fenomeno di inversione della curva. Ne consegue che l’attuale inversione sarebbe da considerare come un segnale previsionale debole relativamente ad una possibile recessione in arrivo. 3. Rischio di tasso di interesse Riguardo al rischio che un rialzo dei tassi di interesse, soprattutto da parte della Fed, possa portare ad una marcata correzione dei mercati, si può osservare come, durante gli ultimi 9 cicli di rialzi negli Stati Uniti, i mercati azionari abbiano comunque registrato una performance positiva (con le commodity tra i migliori asset) e che quindi appaiono eccessive le preoccupazioni in tale senso.   In questo contesto quali soluzioni di investimento adottare? Due, a mio parere, le direttrici principali: 1) privilegiare settori specifici che gli eventi degli ultimi mesi confermano come promettenti per il futuro, ad esempio quello delle rinnovabili e della difesa/spesa militare(Erg +12% di performance e Leonardo +16% da inizio marzo per riprendere 2 esempi citati nel mio ultimo articolo); 2) focalizzarsi su settori che storicamente hanno ben performato in condizioni di stagflazione. In particolare il settore delle utilities, dei beni di consumo di prima necessità, l’immobiliare e quello dell’energia, ovvero settori relativi a prodotti e servizi essenziali per la vita quotidiana delle persone e poco correlati ad un rallentamento della crescita economica o che beneficiano (come il settore energetico) degli aumenti dei costi delle fonti energetiche. Infine, osservando il grafico mensile dell’S&P500 si nota la tenuta importante delle quotazioni che hanno recuperato i livelli di fine gennaio, con il movimento di marzo che ha praticamente annullato il movimento di ribasso di febbraio, come se nulla fosse accaduto negli ultimi 2 mesi. Al momento, quindi, il mercato azionario continua a mostrare un certo ottimismo anche se i rischi al ribasso delle previsioni di crescita legati alle tensioni geopolitiche e ai mercati delle materie prime sono in aumento.

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IL GIORNO CHE HA CAMBIATO IL MONDO. QUALI IMPLICAZIONI PER LE SCELTE DI INVESTIMENTO?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 01.03.2022

C’è un prima e un dopo. Un mondo che se ne va e uno che arriva. Il discorso di Putin del 21 febbraio segna uno spartiacque nella storia così come la caduta del muro di Berlino. In quel caso tuttavia si andava verso un mondo migliore, in questo caso sembra il contrario. Putin ha dichiarato guerra all' Ucraina, alla democrazia, ai diritti umani, alla storia. Siamo in una guerra non voluta che gli ucraini combattono con il sangue e il coraggio, noi al momento con i costi economici e sociali a cui andremo incontro. In questo momento è difficile dire come finirà il conflitto. Sappiamo con sicurezza cosa accadrà, invece, nei prossimi anni e quali saranno le implicazioni economiche e finanziarie. L’Europa si compatterà e costruirà una politica energetica sempre più di indipendenza dal gas russo con aumenti negli investimenti in rinnovabili e gas proveniente da altri paesi. Di Maio e De Scalzi, AD di ENI, sono già volati in Algeria per parlare di un rafforzamento delle forniture da quella ragione. Si pensa di aumentare il flusso del gas proveniente dall’Azerbaijan tramite il Tap. Ci sarà una rinnovata enfasi e un aumento degli investimenti e degli incentivi a favore delle rinnovabili. Un esempio banale è il forte rimbalzo del titolo Erg sul mercato azionario italiano dall’inizio del conflitto. È probabile, se non certa, la creazione di un esercito europeo di cui si parla da tempo. Questo, unito alle recenti dichiarazioni della Germania di aumentare la spesa militare nei prossimi anni, cosa che faranno molti altri paesi europei, spingerà i titoli del settore (vedi balzo di Leonardo ad esempio). Parallelamente si svilupperanno sempre più i comparti della difesa anche non militare, come la cybersecurity, rafforzando un trend già in atto. La Nato rafforzerà la sua presenza nei paesi europei dell' Est Europa e nei Baltici, attraverso una maggiore presenza sia americana che dei singoli stati europei. La globalizzazione, per come la conosciamo, rallenterà ulteriormente incrementando il fenomeno, già in atto e fortemente rafforzato dalla pandemia, del reshoring, ossia del riavvicinamento delle catene del valore all’interno di aree geografiche più ristrette se non all’intero del singolo paese. Si parla già in Italia di reinvestire maggiormente nell’agricoltura al fine di evitare una eccessiva dipendenza estera su un settore strategico come le forniture alimentari. Maggiore interdipendenza sarà accettata solo tra quei paesi che condividono gli stessi valori sociali di fondo. Nel caso dell’ Italia i regimi democratici del mondo. Ci sarà un probabile ripensamento anche della dipendenza dalla Cina e una maggiore attenzione verso i paesi dell’ Africa e dell’ America latina, alla ricerca di quelle materie prime da cui vorremo dipendere sempre meno se presenti in paesi con visione egemonistiche, leggasi Russia e Cina. Sul fronte africano, c’è da dire, siamo in ritardo in quanto i cinesi hanno già una forte presenza nei paesi africani per via della loro lungimiranza e fame di  materie prime. Meno certezze al momento sull’impatto dei rifugiati ucraini in Europa. In base alla durata e alla conclusione del conflitto avremo una presenza più o meno forte di nuova forza lavoro nei vari paesi europei che andrebbe ad impattare positivamente sul riequilibrio demografico, specialmente in paesi a bassa natalità come l’Italia, ma che comunque dovrà essere gestita con una politica lungimirante di accoglienza e reciproco vantaggio. Inutile dire che se l’esodo comportasse una presenza per anni di milioni di persone che fuggono dalla guerra sarebbe un problema assai più complesso ma non credo succederà.   Un fattore impossibile da prevedere al momento è in quanto tempo le pressioni economiche e mediatiche sulla popolazione e gli oligarchi russi possano spingere, addirittura, ad un cambio dei vertici al Cremlino. Il crollo del rublo, il crollo della borsa russa (anche oggi rinviata l’apertura altrimenti vedremo un -50%, -60%, -70%?), la corsa ai bancomat dei cittadini russi, le proteste, per il momento solo timide e coraggiose dei manifestanti in Russia ma crescenti, che profondità di cambiamenti porteranno sul conflitto e sui vertici russi? I costi economici e finanziari per noi occidentali sono e saranno alti ma per l’economia russa potrebbero essere letali anche in poco tempo. Si tratta di sanzioni mai viste prime e altre potrebbero seguire. Tuttavia, se volessimo spingerci a fare una previsione, potremmo dire che Putin ha già perso, avendo sottovalutato la forza dei meccanismi finanziari, mediatici e soprattutto democratici. Più che le armi sul campo deve temere i fallimenti di banche e società, la pressione degli oligarchi che vedono all’orizzonte uno stile di vita differente, la forza degli opinion leader (sportivi, artisti ecc.), un collettivo mondiale di cybercombattenti più o meno spontanei. Più aumenterà la pressione militare, più orrore vedremo, più aumenteranno le pressioni su tutti questi fronti in una lotta a chi cade a terra prima. Se anche spianasse l’Ucraina l’isolamento finanziario, economico, sociale ed interno sarebbe solo maggiore e permanente e porterebbe al collasso il paese, ossia la sua sostituzione. In sintesi, per tornare a temi più strettamente economici, le strategie d’investimento per i mesi e gli anni a venire vedono da un lato il rinforzarsi di tematiche quale le rinnovabili e la sicurezza informatica, di cui ho già parlato da tempo, dall’ altro aggiungono temi nuovi ed inaspettati quali la spesa militare e settori ad essa collegati. Venendo ad un’analisi operativa di breve periodo nell’ articolo di un mese fa scrivevo: “A meno di notizie particolarmente negative sul fronte Ucraina (che in ogni caso arriverebbero molto più probabilmente a partire dalla seconda metà di febbraio, è probabile un ulteriore recupero fino ai 4600, area da monitorare con attenzione e dalla quale potrebbe partire un nuovo movimento ribassista”.  Aggiungevo anche “è possibile stimare due ulteriori punti di ingresso interessanti sul S&P500 a 4000 punti e soprattutto in area 3500-3600”. Confrontiamo il grafico previsionale di un mese fa con quello attuale. Previsione Effettivo   3 cose da notare: Il mercato è andato esattamente a ritestare l’area di 4600 da cui poi ha ripreso la discesa. Ha fatto un nuovo minimo rispetto a gennaio sfiorando il livello di ingresso ideale a 4000 punti ma praticamente centrandolo (un 2% circa di margine di tolleranza). Nonostante quanto sta accadendo, sia in gennaio che in febbraio, ha recuperato circa il 50% dai minimi del mese andando a chiudere sopra i minimi di settembre e dimostrando una buona tenuta. Previsioni per il futuro a breve? Si sprecano i grafici e le analisi su come, anche durante i conflitti, le borse, dopo un’iniziale tonfo, tendano comunque a fare più o meno bene. Per carità, tutto giusto ma conflitto o non conflitto il prossimo livello su cui entrare o incrementare gli acquisti, come già detto, rimane 3500-3600.    

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MERCATO AZIONARIO: COSA E QUANDO COMPRARE

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Scritto il 01.02.2022

Il 2022 è partito esattamente come da previsioni (vedi il mio articolo del 20 dicembre 2021) ovvero rotazione da growth a value con sottoperformance del Nasdaq rispetto all’S&P500, sovraperformance dei settori energia e finanziario rispetto a quello tecnologico, importante correzione del mercato. Torniamo, quindi, sui due messaggi di fondo: quali tipologie di investimento prediligere nel lungo termine e come muoversi nel breve? L’utilità di privilegiare gli investimenti di tipo ESG e i megatrend, in particolare, quello della transizione energetica, viene confermata da due recenti analisi. In un report di Morningstar (“Global Thematic Funds Landscape”) si segnala come le masse allocate a questa tipologia di fondi siano triplicate negli ultimi 3 anni, raggiungendo i circa 600 mld di dollari, con un peso del 2,1% sugli asset globali investiti in fondi azionari e con una forte prevalenza degli investitori europei (51%) rispetto a quelli statunitensi (28%). In particolare l’accelerazione è partita nel 2020, ovvero dallo scoppio della pandemia, con un crescente interesse verso i temi legati alla tecnologia quali, ad esempio, artificial intelligence, fintech, blockchain e automazione. Andando ad analizzare le masse gestite a livello globale (dati Morningstar al 31/3/2021) si nota come le tematiche di maggiore interesse siano quelle della transizione energetica, della tecnologia e della digital economy. Un recente sondaggio effettuato da RBC Asset Management, coinvolgendo oltre 500 fund buyer e consulenti europei, di cui 103 in Italia, dimostra un crescente interesse per fondi ESG oltre che per i mercati emergenti. In particolare il 70% tra i rispondenti italiani (il 75% tra gli europei) dichiara la volontà di accrescere gli investimenti in asset ESG nei prossimi 3-5 anni, con un aumento in media del 20%. I temi di maggiore interesse sono quelli del cambiamento climatico, della scarsità delle risorse e dei progressi tecnologici. Riguardo ai mercati emergenti l’interesse a livello europeo è maggiore per l’area dell’ Asia ex-Cina (60%), Europa centrale ed orientale (53%) e Cina (36%). Vale la pena fare un commento sul settore energetico che nel 2021, così come da inizio 2022, è stato il settore con la maggiore performance. Se da un lato il peso di tale settore nel paniere azionario globale è sceso negli ultimi 10 anni dall’11% al 3,5% (con un recupero dal 3% tra il 2020 e il 2021), mentre è cresciuto moltissimo il peso del settore tecnologico (nel Morningstar Global Market Index si arriva a quasi il 21%, il doppio rispetto al decennio precedente), dall’altro va ricordato come la transizione energetica richiederà tempo e che molte aziende petrolifere, vedi Eni ad esempio, stanno diversificando nel settore delle rinnovabili. Ovviamente, per chi fosse entrato nel settore con livelli del petrolio intorno ai 20-30 USD al barile sarebbe il caso di prendere parzialmente profitto visto che attualmente viaggiamo in area 85-90. Veniamo ora ad un’analisi grafica di breve-medio periodo. Con oltre il 12% di discesa dai massimi registrati il 4 gennaio quella attuale per l’S&P500 è la prima correzione importante post pandemia. Infatti, durante il 2021 non si era mai arrivati a correzioni superiori al 6% (settembre e novembre) e bisogna risalire ai mesi di maggiore incertezza di giugno, settembre e ottobre 2020 per avere qualcosa di simile, ovvero correzioni tra l’ 8 e il 10%. Nel precedente articolo del 6 dicembre scrivevo come il primo punto di ingresso interessante sull’S&P500 fosse in area 4300-4200. A posteriori l’analisi si è rivelata corretta con il mercato che ha registrato recenti minimi in area 4220 il 24 gennaio. A questo punto cosa potrebbe succedere? A meno di notizie particolarmente negative sul fronte Ucraina (che in ogni caso arriverebbero molto più probabilmente a partire dalla seconda metà di febbraio), è probabile un ulteriore recupero fino ai 4600, area da monitorare con attenzione e dalla quale potrebbe partire un nuovo movimento ribassista. Sul grafico mensile si è creata una figura ribassista (non perfetta) di engulfing, significativa quando presente proprio all’apice di un trend crescente, come l’attuale partito da aprile 2020. Situazioni simili negli anni recenti si sono avute nell’ agosto 2015, nell’ ottobre 2018, nel febbraio 2020 e nel settembre 2021. Escludendo settembre 2021, in questi casi abbiamo avuto ulteriori discese dalla chiusura mensile a minimi successivi di almeno l’8%-9%. Va, tuttavia, fatto notare che la chiusura di fine mese è superiore di circa il 7% rispetto ai minimi di qualche giorno fa proprio ad indicare come ci siano stati molti compratori proprio in area 4200-4300 e quindi la violazione al ribasso di questo livello sarebbe negativa per la conferma del trend rialzista di lungo periodo. Anche in base a queste considerazioni, è possibile stimare due ulteriori punti di ingresso interessanti sul S&P500 a 4000 punti e soprattutto in area 3500-3600. Infine, da evidenziare che, circa una settimana fa, il premio Nobel Robert Schiller ha fatto notare come il valore del CAPE (Cyclically-adjusted price-earnings ratio) avesse raggiunto quasi i 40 punti, il secondo valore più alto dal 1880, risultando elevato anche in termini relativi rispetto a Europa (valore moderato), Giappone (ancora più moderato) e UK (basso), consigliando quindi di privilegiare altri mercati azionari rispetto a quello americano.  

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CONSIGLI DI INVESTIMENTO PER IL 2022

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Scritto il 20.12.2021

Le previsioni per fine 2022 degli strategist di Wall Street relativamente al valore dell’S&P500, attualmente a circa 4600 punti, variano dai 4,400 ai 5,300, mostrando un grado di variabilità tra le varie banche di affari tra i più alti degli ultimi dieci anni. Tra i più ottimisti troviamo Credit Suisse (5200), Goldman Sachs (5100) e JP Morgan (5050); tra i più cauti Barclays (4800), Bank of America (4600) e Morgan Stanley (4400). Analizziamo più nel dettaglio alcune delle loro previsioni. Goldman Sachs (GS) continua a puntare sull’azionario seppure specificando che i rendimenti attesi potrebbero essere più contenuti a causa di valutazioni elevate, una crescita più moderata, il rialzo dei tassi di interesse ma comunque trainati da una crescita importante degli utili societari. Storicamente, infatti, nel ciclo economico, dopo una fase che può essere chiamata di “speranza” in cui è l’espansione dei multipli a generare i rendimenti, nella fase di crescita sono gli incrementi dei profitti a trainare i rendimenti, anche se attesi come più modesti rispetto alla fase precedente. Sul tema dell’inflazione GS prevede che questa si ridurrà rispetto ai valori attuali anche se con andamenti differenti tra le varie economie, rimanendo più elevata negli Stati Uniti, con valori intorno al 3% a fine 2022 e intorno all’1% in Europa. In generale GS si aspetta una crescita del mercato azionario con Europa meglio di US, un indebolimento, seppure lieve, del dollaro e una buona tenuta delle materie prime, con oro (target a 2000 dollari all’oncia) e petrolio in rialzo fino a 85-90 dollari al barile. Le previsioni di Bank of America (BofA) sono invece al ribasso. A loro parere, infatti, se da un lato il quadro di ottimismo sarebbe basato su una crescita ancora forte dell’economia, tassi reali e spread creditizi assai bassi dall’altro le loro previsioni sono per una riduzione della crescita, un aumento dei tassi reali e un allargamento degli spread di credito, tutti fattori negativi per il mercato azionario. Ancora più cauta è Morgan Stanley (MS) che vede un calo delle quotazioni sul mercato US a causa di valutazioni elevate e preferisce puntare sull’azionario europeo e giapponese. Secondo MS la sovraperformance del mercato US rispetto al resto del mondo avutasi negli ultimi anni dovrebbe venire meno a causa di una crescente incertezza sull’aumento dei costi, problematiche relative alle catene di approvvigionamento nonché cambiamenti fiscali e incertezze normative. Le loro stime per il mercato europeo prevedono un apprezzamento di circa l’8% senza contare i dividendi. I settori da privilegiare sarebbero quello finanziario, dell’energia e delle auto, ovvero legati ad un aumento dei tassi reali, oltre ai settori dell’health care e della secular technology, ovvero tematiche quali il cloud, l’intelligenza artificiale, l’internet of things ecc. trainate da aspettative di crescita nel lungo periodo. Sul petrolio le previsioni di MS vedono un valore intorno ai 90 dollari al barile nel 2022 grazie a una crescente domanda e una limitata capacità di ampliare l’offerta. Anche la casa d’investimento europea Nordea condivide che la sottoperfomance dell’azionario europeo rispetto a US che si è registrata sin dall’inizio del quantitative easing, ovvero a partire dal 2009, potrebbe rientrare venendo meno quelli che sono stati alcuni dei freni in Europa ovvero un’austerità fiscale dei bilanci nazionali e un derisking/deleveraging dei bilanci delle banche. Passando a un’analisi  tecnica dell’indice S&P500 nelle ultime settimane si sono accumulati segnali di ribasso (vedi anche miei articoli del 26 Ottobre e 6 Dicembre). Tra i più recenti vale la pena ricordare un segnale raro quale l’Hindernburg Omen, che secondo alcuni studi presenta una probabilità del 77% di un ribasso maggiore del 5%, del 41% di un panic selling e del 24% di un crollo di mercato. Anche guardando alla correlazione del NAAIM Exposure Index, ovvero l’esposizione media al mercato azionario americano riportata dei membri della National Association of Active Investment Managers, con l’andamento dell’S&P 500 si nota come, spesso, in corrispondenza di valori elevati dell’indice, quali quelli attuali, ci siano state successivamente delle correzioni. Se prendiamo in considerazione il grafico mensile di uno dei più popolari ETF sull’indice S&P, si nota come la distanza dalla sua media mobile a 36 periodi sia maggiore di quanto sia accaduto nelle precedenti crisi degli ultimi 25 anni, a testimonianza del potenziale spazio di discesa in caso di una correzione importante o, da un altro punto di vista, prezzi eccessivamente elevati rispetto a questa metrica di lungo periodo. Infine alcune considerazioni del celebre fund manager John Hussman. A suo parere, sulla base del parametro che storicamente ha dato maggiore capacità di predire i rendimenti dell’S&P 500 nei successivi 10-12 anni, ossia il rapporto tra capitalizzazione delle società non finanziarie e il valore aggiunto lordo (nel 2021 ha raggiunto il suo massimo storico a 3,5 mentre, prima della crisi del 2000 il picco era stato di 2,4), l’attuale valutazione dell’S&P 500 è assai più alta di quella che dovrebbe essere e storicamente, tutte queste situazioni sono state successivamente riassorbite. Proviamo ora a fare una sintesi. Al di là delle differenti previsioni delle banche di affari, molti concordano sul fatto che le valutazioni siano elevate, che maggiori opportunità di performance sarebbero da cercare sui mercati azionari non US, che è preferibile puntare su temi specifici quali quelli della transizione energetica e digitale. Riguardo agli indicatori che segnalano possibili correzioni, c’è da dire che l’eccezionalità delle condizioni storiche avutesi con il quantitative easing, tassi di interesse negativi e da ultimo i forti stimoli fiscali per combattere la pandemia, hanno probabilmente contribuito a estendere sia nel tempo che nell’ampiezza questo periodo di sovraperformance dell’indice rispetto a molte metriche valutative e statistiche di lungo periodo, derivate in una situazione in cui queste circostanze di politica monetaria e in parte anche fiscale non erano presenti. Questo quindi a ricordarci come il permanere di tali “anomalie” potrebbe continuare a mantenere questo stato di overperformance per un periodo il cui termine è difficile da prevedere. Un esempio: si va verso un rialzo dei tassi nel 2022 ma chi può escludere, che in presenza di fattori nuovi, quali ad esempio un forte impatto della variante omicron (o di eventuali altre future) che portassero a nuovi lockdown o rallentamenti importanti delle attività economiche, la politica monetaria non sia costretta a rimanere accomodante oltre quelle che sono le attuali previsioni? Quali, quindi, le indicazioni per il 2022 sul mercato azionario? Approccio strategico: più Europa e meno US, meno titoli growth (con le dovute eccezioni) e più titoli value,  preferenza per società che rispettivo i criteri esg e legate alla grande tematica del cambiamento climatico e degli obiettivi di riduzione delle emissioni di C02 quindi energia pulita (solare, eolico, stoccaggio energia), efficienza delle risorse (smart city, auto elettriche), economia circolare (gestione dei rifiuti, riutilizzo), sostenibilità idrica (distribuzione dell’acqua, desalinizzazione). Tra i settori più tradizionali da privilegiare i finanziari e quelli legati all’energia con un caveat, ovvero che si proceda sulla strada del rialzo dei tassi di interesse senza intaccare eccessivamente la crescita. Approccio tattico: attendere probabili correzioni, anche nell’ordine del 10% a seguito dei diversi fattori di incertezzaquali inflazione che possa rimanere più alta del previsto (la stessa Fed adesso non la definisce più transitoria), varianti del virus che portino a nuovi lockdown, tensioni geopolitiche di USA con Cina e Russia, crescenti problematiche sul settore immobiliare cinese.

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SCENARI SUL MERCATO AZIONARIO PER LE PROSSIME SETTIMANE

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 06.12.2021

Cominciamo dall’ultima previsione. Nell’articolo del 26 ottobre 2021 facevo notare come la bassa volatilità sulla volatilità dell’Eurostoxx50 (V-Vstoxx) fosse un campanello di allarme per il mercato azionario. Ecco il passaggio: “Si nota come in concomitanza degli ultimi minimi di aprile, metà giugno, luglio e agosto, siano partite delle correzioni su Eurostoxx50 mediamente dopo 7-10 giorni (minima quella in aprile, più ampie quelle successive). In questi giorni siamo tornati di nuovo in questa area di minimi. Cosa succederà nelle prossime settimane?”. Ebbene ecco cosa è successo: Contando circa 10 giorni di borsa aperta dal 26 ottobre si sarebbe identificato quasi il massimo del mercato delle ultime settimane. Si noti come l’eurostoxx abbia iniziato a correggere rispetto al sell signal prima del crollo del 26 novembre provocato dalle notizie sulla variante omicron. Il V-Vstoxx, che appunto il 26 ottobre era in area dei minimi dell’anno, è schizzato, nel giro di poco più di un mese, di nuovo verso i massimi annuali. Cosa aspettarci da qui in poi? La volatilità, e quindi l’incertezza sui mercati, rimane ancora alta come testimonia l’indice Vstoxx ormai sui massimi da inizio anno. Questo non solo è dovuto alla mancanza di dati certi sulla nuova variante ma anche alle crescenti spinte inflazionistiche che preoccupano sempre più le banche centrali e gli analisti finanziari. Lo scenario somiglia probabilmente a quello di fine ottobre/inizio novembre 2020 quando, l’annuncio dell’altissima dell’efficacia dei vaccini Pfizer favorì la crescita dei listini azionari fino ai massimi di metà novembre 2021. Questo in quanto si attendono, nelle prossime settimane, indicazioni sulla capacità di tenuta degli attuali vaccini nei confronti della variante omicron. Cosa si può ragionevolmente dire al momento? Pare quasi certo che sia più contagiosa; probabilmente diverrà la variante dominante in circolazione. Questo è già sufficiente a creare problemi rispetto alla situazione precedente in quanto, a parità di pericolosità e di protezione dei vaccini, un maggiore numero di casi si tradurrebbe in più ricoveri, quindi maggiore pressione sulle strutture sanitarie e maggiori rischi di chiusure più o meno estese, in ogni caso un rallentamento delle attività economiche e questo le borse lo hanno già prezzato insieme al fatto che la perdita di protezione dei già vaccinati dopo 5-6 mesi sta già facendo crescere i contagi anche con la vecchia variante. Quello che non è prezzato è legato alla maggiore pericolosità e alla protezione vaccinale rispetto a omicron. Sulla prima, azzardando ipotesi da non scienziato, direi che è improbabile che questo accada (l’autodistruzione non è nella natura della vita per definizione), sulla seconda mi aspetto, anche in base alle ultime dichiarazioni di Moderna che parla di circa 3 mesi per aggiornare i vaccini, che la protezione sia solo minore ma non annullata. Ovviamente, in attesa di dati certi, 3 sono i possibili scenari a mio parere: 1) le ipotesi suggerite sono corrette e un ulteriore calo dei mercati (che probabilmente non si muoveranno né troppo all’insù o all’ingiù prima che arrivino dati certi sulla nuova variante) sarà legato alla percentuale di minore efficacia della protezione del vaccino: un conto se scende ma rimane sufficientemente alta (notizia in ultima istanza positiva), un conto se andiamo verso il 30-40% o meno; 2) la nuova variante sfugge totalmente o quasi agli attuali vaccini e questa sarebbe l’ipotesi peggiore; 3) la nuova variante è più contagiosa ma meno pericolosa e questo sarebbe il migliore degli scenari. Nei primi due casi, tuttavia, non potremo avere una situazione simile a quella di marzo 2020 dove il panico rispetto all’ignoto e la mancanza di vaccini e l’incertezza sui tempi per svilupparli portarono una correzione dell’S&P500 di oltre il 30%. Anche nell’ipotesi peggiore, ovvero che si debba rivaccinare completamente o quasi tutta la popolazione mondiale, il fatto di avere in mano dei vaccini aggiornabili e altri di nuova generazione in arrivo, oltre a farmaci sempre più efficaci per la cura, porterebbe il mercato azionario a correzioni difficilmente maggiori del 10-20% (ovviamente qualora non subentrino elementi di altra natura quali inflazione fuori controllo, rischi geopolitici e via dicendo). Attualmente l’S&P500 ha corretto di circa il 5% dai massimi; un calo che arrivasse intorno al 10% (non ci sono state correzioni maggiori del 10% da marzo 2020) porterebbe le quotazioni verso i minimi dei mesi di ottobre e settembre, in area 4300-4200 che rappresenta, quindi, il primo punto d’ingresso interessante sul mercato azionario americano.  

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È ARRIVATA LA PATRIMONIALE SUI CONTI CORRENTI

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  • Consulenza patrimoniale
Scritto il 23.11.2021

Alla fine è arrivata la patrimoniale ma non quella che temevamo. Infatti non è patrimoniale sugli asset finanziari che esiste già da diversi anni, ovvero la mini patrimoniale dello 0,2% da pagare ogni anno, introdotta da Monti nel 2011. Si tratta di una patrimoniale sui conti correnti ma non è nemmeno quella in stile Amato dello 0,6%, in quel caso una tantum, introdotta dalla sera alla mattina nel luglio del 1992 per far quadrare la pesante legge di bilancio. Quella del 2021 è una patrimoniale di circa il 3% sulla liquidità dei conti correnti, legata al fatto che l’indice armonizzato dei prezzi al consumo ha registrato, a ottobre, un aumento del 3,2% su base annua con una forte crescita della componente energetica dovuta agli aumenti dei prezzi di gas e petrolio che hanno spinto anche il governo a intervenire nella legge di bilancio per sostenere le famiglie colpite dal caro bolletta. Considerando che, dall’ultimo report ABI di Ottobre 2021, vi sono circa 1.800 mld di depositi da clientela residente, la perdita di potere di acquisto equivale a oltre 50 mld. Si sarebbe potuta evitare? Parzialmente si, in quanto una parte di questa liquidità non è funzionale a scopi finanziariamente razionali. Considerando circa 3.300 mld (report ABI Ottobre 2021) di asset finanziari (tra azioni, quote di fondi comuni, assicurazioni, fondi pensione e obbligazioni) in mano alle famiglie italiane, potremmo stimare che almeno un 10% di un intero patrimonio possa essere lasciato in liquidità provvisoria per un utilizzo più tattico e di breve periodo a fine di incrementare eventuali investimenti o perché liquidità risultante da disinvestimenti e pronta per essere riutilizzata, per cui possiamo considerare quasi 400 mld di liquidità a complemento dei 3.300 mld investiti che ha senso rimangano sui conti correnti. C’è poi da considerare una parte che va mantenuta a scopo precauzionale. Secondo alcuni esperti, la liquidità da mantenere su un conto corrente dovrebbe essere tra i 6 e i 9 mesi lo stipendio netto mensile. Arrotondando anche a 12 mesi, considerando uno stipendio medio di 1.500 euro, vuol dire che non ha senso economico, per un contribuente medio, avere sul proprio conto corrente oltre 18K in liquidità, o per un dirigente con uno stipendio medio da circa 4.500 euro mensili (dati di JP Salary Outlook 2020) oltre 50K euro. A livello aggregato, considerando i circa 23 milioni di lavoratori in Italia, vi sarebbero altri 400 mld correttamente detenuti a scopo precauzionale dalle famiglie italiane. Tirando le somme, dei circa 1.800 mld liquidi, 1.000 mld sono letteralmente parcheggiati e colpiti dalla tassa evitabile dell’inflazioneche quest’anno quindi vorrebbe dire 30 mld di perdita di poter d’acquisto. Questo a livello aggregato. Nello specifico si può passare da chi non subisce in alcune modo questa patrimoniale occulta a chi la estende a larga parte se non all’intero suo patrimonio. Secondo l’ultima indagine Wealth Insights promossa da Prometeia e Ipsos, circa una famiglia su due del campione intervistato detiene in liquidità tutta la propria ricchezza. Inoltre, il 30% delle famiglie con un patrimonio finanziario maggiore di 25K euro non ha alcune investimento finanziario. Proprio focalizzandosi su questa categoria il report prova anche a simulare quale potrebbe essere un probabile portafoglio per queste famiglie qualora investissero, indubbiamente più prudente rispetto ai classici investitori, concludendo che nel periodo 2005-2018 coloro che hanno mantenuto solo liquidità sul proprio portafoglio hanno rinunciato a un rendimento del 30% in termini reali, ovvero anche al netto dell’inflazione.   Una forte crescita dell’inflazione non sola erode il potere d’acquisto dei risparmi ma contribuisce a ridurre il benessere sociale del consumatore come anche indicato dal MIC, il Misery Index elaborato da Confcommercio. A differenza del Misery Index tradizionale, che somma inflazione e disoccupazione tout court, il MIC assegna un peso maggiore alla disoccupazione, calcolata poi in maniera più estesa rispetto al valore ufficiale, includendo parte di sottooccupati, scoraggiati e cassaintegrati a zero ore. Secondo il MIC la disoccupazione estesa a settembre 2021 si è attestata all’11,7% (9,1% quella ufficiale) mentre l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi ad alta frequenza d’acquisto ha raggiunto il 2,6% su base annua. A commento di tali dati Confcommercio scrive: “Al di là delle criticità che interessano la componente relativa all’occupazione – nei prossimi mesi si potrebbe assistere a un ritorno significativo di popolazione sul mercato del lavoro con una presumibile crescita della disoccupazione – preoccupa la risalita dell’inflazione. In pochi mesi, infatti, si è passati da una situazione di deflazione a una crescita prossima al 3%. Fenomeno che, inizialmente guidato dagli energetici, comincia a interessare un insieme sempre più ampio di beni e servizi e la cui durata e intensità potrebbero comprimere in misura significativa i redditi e limitare le capacità di ripresa del sistema ed il recupero dell’occupazione”. Conclusioni: Da diversi mesi le banche centrali ripetono che l’inflazione (vedi mio articolo sull’inflazione di gennaio 2021) è solo transitoria ma, dati alla mano, si sta dimostrando meno transitoria di quanto annunciato. Sull’inflazione, come risparmiatori, possiamo dire 3 cose con certezza: 1) Possiamo misurarla con precisione solo ex post; 2) Non è una variabile che possiamo controllare; 3) Ce ne accorgiamo prima o poi nella vita di ogni giorno. La soluzione è quindi attuare quelle scelte di investimento appropriate che da un lato, limitino la liquidità inutile sui conti correnti e dall’altro la indirizzino verso scelte di volta in volta adeguate rispetto al momento congiunturale dell’economia. Nel caso specifico, è sempre consigliabile mantenere in portafoglio obbligazioni a protezione dell’inflazione quali BTP Italia, BTPi, TIPS (Treasury Inflation-Protected Securities) americani, fondi obbligazionari inflation linked, fondi azionari maggiormente performanti in contesti inflattivi.

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LE TRE REGOLE PER GUADAGNARE SUL MERCATO AZIONARIO E ANALISI ATTUALE

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 26.10.2021

Esistono delle semplici regole da seguire per essere sicuri di poter avere dei rendimenti sul mercato azionario? A mio parere ne bastano 3, non complicate, ma molto spesso disattese. La prima regola è quella del tempo, dare tempo al tempo, per meglio dire, dare tempo ai prezzi di muoversi nella direzione auspicata. Statistiche alla mano, in modo innegabile, si può osservare come, aumentando il periodo in cui l’investimento viene tenuto, la probabilità di incappare in un anno o più negativi diminuisce drasticamente (si azzera dai 15 anni in su) mentre aumenta la possibilità di avere più anni positivi non solo per recuperare l’eventuale perdita ma anche per aumentare i propri guadagni: infatti, nel 75% dei casi degli ultimi 100 anni il valore dell’S&P500 ha registrato una performance positiva tra inizio e fine anno. Questa statistica deriva dal fatto che il mercato azionario ha un trend di fondo in salita, legato allo sviluppo delle attività economiche umane, alla crescita della popolazione, allo sviluppo tecnologico e all’accumulo di capitale ed eventuali fluttuazioni in uno specifico anno sono inevitabili. La seconda regola è la diversificazione. Le statistiche appena menzionate, infatti, si riferiscono al mercato in generale, ovvero alla performance dell’indice che lo rappresenta, una media delle performance dei tanti singoli titoli che lo compongono che, a differenza dell’indice, hanno una andamento assai più difficile da predire. Investire quindi in una singola azione, o un esiguo numero di azioni, comporta un rischio tanto maggiore quanto minore la famigliarità del singolo investitore con tematiche economiche e capacità di valutare gli scenari di sviluppo di un business e quindi di profitto di una specifica società. Ricordiamo cosa è successo e sta ancora succedendo al Monte dei Paschi, visto che se ne parla di nuovo in questi giorni.  Esempio troppo abusato? Prendiamo un caso meno noto alle cronache. Il caso di Bion. Quella che sembrava una splendida società a media capitalizzazione, un vanto dell’ingegno e della tecnologia e know-how italiano, destinata a rivoluzionare il mondo delle plastiche biodegradabili, è saltata nel 2019 quando, grazie a un’analisi attenta e non convenzionale del fondo di investimento Quintessential Capital Management (mentre tanti altri operatori professionali non si erano accorti di nulla) si è scoperto che il business model non era “sostenibile” e molti risparmiatori ci hanno rimesso parecchi soldi. Morale: è già difficile per operatori professionisti, con ore e ore di analisi settimanali, selezionare le società migliori per evitare grosse cantonate, di conseguenza risulta inappropriato e assai rischioso per il singolo puntare su un unico cavallo da corsa mentre vale la pena crearsi una scuderia, così se anche un cavallo venisse azzoppato, si può continuare tranquillamente a gareggiare. La terza regola è affidarsi a un valido professionista per almeno due ragioni principali. La prima è che ti permette di rispettare le prime due regole che abbiamo appena visto, cosa che difficilmente in singolo investitore farebbe se lasciato a decidere in maniera autonoma, per una serie infinita di ragioni, dall’emotività, alla mancanza di tempo per analizzare propriamente il mercato, alla mancanza delle competenze necessarie. La seconda è che, se è pure vero che il mercato tende a salire, è indubbio che, da un lato, vi sono momenti particolari in cui può essere più vantaggioso investire rispetto ad altri, dall’altro la scelta di strumenti diversi a seconda delle condizioni di mercato permette di minimizzare i rischi aumentando invece le probabilità di maggiori guadagni nel lungo termine. Visto che ne stiamo parlando, diamo un’occhiata all’ attuale situazione del mercato azionario, in questo caso l’indice S&P500, che raggiunge i nuovi massimi storici in questi giorni. Diverse sono le metriche per valutare il mercato azionario. La più classica è il P/E, ovvero il rapporto tra capitalizzazione di mercato e utili (storici o attesi). Il grafico riportato associa all’attuale forward P/E di 21 (sopra la media storica di circa 15 negli ultimi 20 anni) il cosiddetto Misery Index, un parametro che somma l’attuale livello di disoccupazione (4,8%) con quello dell’inflazione (5,4%). Il Misery Index serve a misurare in maniera grossolana il benessere economico delle persone sulla considerazione che prezzi bassi e bassa disoccupazione indichino elevato potere di acquisto e reddito disponibile per gli individui, per cui idealmente un basso valore dell’indice è qualcosa di auspicabile. Due le considerazioni guardando al grafico: 1) il mercato azionario appare costoso se paragonato al suo trend storico; 2) l’impatto della crescente inflazione tende a ridurre il potere di acquisto degli individui accentuando ulteriormente la forte divaricazione di ricchezza tra coloro che detengono asset finanziari, il cui valore è fortemente cresciuto negli ultimi anni grazie alle politiche monetarie ultra espansive, e i semplici lavoratori, in balia del mercato del lavoro e dei prezzi. Su base più operativa andiamo a guardare la correlazione del V-VStoxx50, un indicatore della volatilità della volatilità del mercato azionario europeo con alcune correzioni di mercato. Si nota come in concomitanza degli ultimi minimi di aprile, metà giugno, luglio e agosto, siano partite delle correzioni su Eurostoxx50 mediamente dopo 7-10 giorni (minima quella in aprile, più ampie quelle successive). In questi giorni siamo tornati di nuovo in questa area di minimi. Cosa succederà nelle prossime settimane? In sintesi: Per beneficiare del trend di fondo di crescita continua del mercato azionario nel tempo è necessario allungare il più possibile l’orizzonte temporale di investimento.Questo, da un lato, permette di avere rendimenti maggiori (basti pensare a chi avesse comprato azioni Apple 20 anni fa e le avesse vendute 10 anni dopo oppure mantenute, almeno in parte, fino ad oggi) e dall’altro, come abbiamo visto, riduce al mimino se non azzera completamente la possibilità di incappare in perdite. Evitare il fai dal te/me lo ha consigliato un amico e diversificare con cognizione di causa. Non basta seguire la regola 1, ovvero essere dentro il mercato per un periodo adeguato, per essere vincenti. Bisogna evitare, se non si è particolarmente esperti, di concentrarsi solo su una singola azione o poche azioni, se non si vuole incappare nella MPS di turno. Il ricorso al risparmio gestito tramite fondi o la costruzione di un portafoglio azionario ben diversificato sotto consulenza sono valide soluzioni. Affidarsi a professionisti validi che aiutino il singolo investitore a rispettare un piano di investimento nel tempo, minimizzando i rischi e utilizzando gli strumenti migliori in base alle condizioni di mercato. Se si è di fronte ad un mercato azionario particolarmente effervescente forse meglio partire con un piano di accumulo mentre davanti a una importante correzione o un mercato particolarmente depresso (vedi marzo 2020) non bisogna essere troppo titubanti nel fare investimenti importanti.   Tre semplici regole eppure ancora molti perdono soldi. Tu cosa aspetti a seguirle?  

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COME IL CONSULENTE FINANZIARIO AUMENTA LA TUA FELICITÀ.

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Scritto il 23.09.2021

Esiste la formula della felicità? Qualcuno ha proposto la seguente: Felicità=B+R+F, ovvero Benessere+Relazioni+Futuri. Vediamo nel dettaglio cosa significa e come un consulente finanziario può migliorare ciascuna delle sue componenti. Innanzitutto la felicità, o quanto meno la percezione di essere felici, varia in base al paese di origine e l’età. Nei due grafici si vede come l’Italia abbia un declino di felicità a partire dal 2000 a differenza di altri paesi che mostrano un trend stabile o in salita a partire da quella data. Altro dato interessante è che si tende a percepirsi più felici o da giovani o da anziani, molto meno nella fase intermedia della vita. Spostandoci verso criteri più strutturati di misurazione della felicità, notiamo come, a livello internazionale, nel 2015 le Nazioni Unite abbiamo approvato una serie di 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs ovvero Sustainable Development Goals) su cui tutti gli stati devono impegnarsi entro il 2030 e che includono, tra gli altri, lotta alla povertà e alla fame, sostegno alla salute e all’educazione, accesso all’acqua e a sistemi energetici sostenibili e moderni, protezione dell’ecosistema terrestre, promozione di una crescita economica duratura e sostenibile e riduzione delle disuguaglianze. Guardando nello specifico in Italia, l’Istat utilizza il Bes (Benessere Equo e Sostenibile), un indice pensato per andar oltre la mera misurazione del PIL come criterio principe per misurare il benessere di un paese e che include criteri quali salute, istruzione, sicurezza, ambiente, benessere economico, relazioni sociali ecc.Nel 2020 il report sull’evoluzione dell’indice negli ultimi 10 anni ci fornisce qualche indicazione sui trend in atto nel nostro paese. Vediamone alcuni: 1) Meno posti letto, medici più anziani e maggiore disuguaglianza nell’accesso alle cure; 2) Ancora troppo pochi i bambini iscritti al nido e i giovani che si laureano mentre il divario con l’Europa sull’istruzione continua ad ampliarsi; 3) In diminuzione i rischi di abbandono scolastico ma crescono i NEET (Not in education, employment or training); 4) La povertà, raddoppiata nel 2012, torna ad aumentare per effetto della pandemia; 5) Cresce la quota di lavoratori della conoscenza, ma aumenta la distanza dall’Europa; 6) Bassi investimenti in ricerca e sviluppo, la distanza con l’Europa non diminuisce; 7) Avanza, ma lentamente, la presenza delle donne nei luoghi decisionali; 8) Inadeguati e in diminuzione gli investimenti per la tutela e la valorizzazione di beni e attività culturali; 9) Lento miglioramento della qualità dell’aria ma i livelli restano critici, progressi più netti sul fronte dei rifiuti; 10) Aumenta la sensibilità dei cittadini per i cambiamenti climatici; 11) In recupero dopo la crisi economica, ma sempre su livelli bassi, la quota di persone molto soddisfatte per la vita nel complesso; 12) Alta e stabile la soddisfazione per le relazioni familiari e con gli amici; 13) Dopo anni di declino torna a crescere la partecipazione civica e politica. Tornando alla nostra formula (proposta in Italia dallo studioso di queste tematiche Sergio Sorgi), comprendiamo, quindi, quali possano essere gli impatti dei criteri citati sui suoi componenti. Il Benessere è quindi la risultante della presenza, qualità e interconnessione di vari fattori, da quello economico a quello ambientale, da quello educativo a quella di accesso a cure mediche adeguate. Le Relazioni personali nell’ambiente di lavoro, a livello famigliare e a livello di coinvolgimento nella vita sociale e politica sono un ulteriore tassello. Infine, uno sguardo propositivo e ottimistico al Futuro, immaginativo come lo chiama Sorgi, anziché un atteggiamento di nostalgia del passato (retrotopico), negatività per qualsiasi cosa (distopico) o irrealistico (utopico), indubbiamente contribuiscono a incrementare il grado di felicità personale percepita. Sorgi stesso ci fornisce alcuni suggerimenti che possono aiutare nel percorso di ricerca della felicità personale, ciò che nella costituzione americana è considerata un diritto, alla pari di vita e libertà (Life, Liberty and the pursuit of Happiness).  A livello personale:A) Curiosità e conoscenza riducono i rischi e ci aiutano a capire se siamo protetti e dove vogliamo andare; B) Progettualità per il futuro; C) Imparare a decidere. Le domande chiave da porsi sono: 1) Come mi vedo tra 10 anni? 2) Cosa posso fare per rendere felici le persone che mi sono intorno? 3) C’è qualcuno che può aiutarmi a realizzare il mio progetto? In che modo, allora, un consulente finanziario interagisce con questa formula e può contribuire a innalzare il livello di felicità individuale? Analizziamo ciascuna componente. Benessere Contribuendo a indirizzare il risparmio privato verso forme d’investimento che accrescano il benessere collettivo, ad esempio investimenti rispettosi di criteri ESG o focalizzati sull’economia reale (PIR alternativi, ELTIF), il consulente aiuta a migliorare l’ambiente socio economico nel quale l’individuo prima e investitore poi vive e interagisce. In aggiunta, un’attenta pianificazione e valutazione degli investimenti contribuiscono, da un lato a incrementare la ricchezza disponibile e quindi la capacità di consumo futuro, dall’altro, tramite prodotti più orientati ai bisogni assicurativi e previdenziali, soddisfano le esigenze di maggiore tutela delle persone e dei propri famigliari oltre a creare una sensazione di maggiore serenità nell’affrontare i bisogni del domani. Relazioni Attraverso la capacità di precisa identificazione delle esigenze del cliente, ascolto, empatia e trasparenza, fondamentale diventa il ruolo del consulente nel creare un clima di fiducia reciproca in grado di effettuare e supportare le migliori scelte di investimento nel medio e lungo periodo, soprattutto nelle fasi di mercato in cui alcune valutazioni possono sembrare meno valide che in passato. Questo dovrebbe permettere all’investitore di vivere con maggiore serenità tutte le fasi di un processo di investimento, da quelle più redditizie a quelle di minor successo. Futuro La maggior parte degli investitori/risparmiatori effettua scelte di investimento focalizzandosi su imprevisti futuri indistinti oppure su singoli prodotti e specifici eventi vita. Il passaggio da un semplice sostegno nel processo di investimento a una pianificazione a 360 gradi può migliorare la progettualità del proprio futuro, incrementando il senso di fiducia con cui il singolo guarda al domani. In questo senso la pianificazione deve guardare a tutti gli aspetti della sfera economica che coinvolge l’investitore, identificando e contribuendo a migliorare i gradi di interazione reciproca tra i vari elementi che la compongono, incluso quindi il budgeting (stabilizzazione di entrate/uscite), la gestione dell’indebitamento (mutui, crediti), la protezione della persona o delle persone vicine (polizze assicurative), la previdenza complementare (fondi pensione), il passaggio generazionale (prodotti e strutture giuridiche ad hoc).  

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QUANTE NOTIZIE INUTILI LEGGIAMO…IO QUANTE NE HO SCRITTE IN UN ANNO DI CONSIGLI DI INVESTIMENTO?

Scritto il 17.06.2021

Secondo la definizione della Treccani l’infodemia è “la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.” In questi mesi quante notizie finanziarie hai letto che hai trovato utili ai tuoi investimenti e quante invece ti hanno solo generato confusione e magari portato a scelte sbagliate? Io ne ho lette tante inutili e ridondanti, poche invece interessanti e valide per le mie strategie di investimento. Ora mi chiedo: io, come consulente, ho contribuito ad aumentare l’infodemia o a ridurla? Sono andato a rileggere alcuni dei miei articoli dell’ultimo anno per fare un consuntivo. Facciamo insieme un veloce riepilogo su alcuni consigli : Articolo del 24 febbraio 2020 - CROLLO DEI MERCATI? È IL MOMENTO DELLO SHOPPING: BUY ENI. Consigliavo di iniziare a comprare Eni intorno ai 12 euro e di continuare a farlo qualora il prezzo avesse continuato a scendere, cosa che si verificata fino a quasi 6 euro, per cui, continuando a comprare sui ribassi, si sarebbe potuto ottenere un prezzo medio di acquisto intorno ai 9-10 euro. Oggi Eni quota poco sotto gli 11 euro, ha già distribuito circa 80 centesimi di dividendi, ovvero rendimenti intorno all’8% medio (come sanno bene alcuni miei clienti) e con il petrolio a 70 dollari e inflazione in salita ha ancora spazi di crescita. Articolo del 1 marzo 2020 - VIRUSINDEX: DUE POSSIBILI SCENARI E CONSIGLI OPERATIVI SUI PORTAFOGLI. Tre erano i consigli principali rivolti a tre categorie di investitori diversi: 1) Quelli completamente fuori dal mercato: le correzioni di questi giorni possono essere un buon momento per iniziare a creare gradualmente delle posizioni; 2) Quelli con portafogli maggiormente prudenti: iniziare a comprare in maniera selettiva; 3) Quelli con un portafoglio bilanciato/dinamico: acquistare protezione contro discese e strumenti come il Treasury a 30 anni. Sappiamo bene come l’S&P500 sia crollato nelle tre settimane successive dai circa 3000 punti ai 2200 per poi tornare ai 4200 circa attuali. Podcast del 30 marzo 2020 - QUESTA CRISI SI POTEVA PREVEDERE? Consigliavo di investire nel settore petrolifero e nei cosiddetti megatrend o investimenti tematici, dalla robotica al fintech, dall’intelligenza artificiale alla protezione ambientale. A marzo il prezzo del petrolio era sceso intorno ai 20 dollari al barile, oggi quota oltre i 70 dollari, un ETC come il WisdomTree WTI Crude Oil ha fatto praticamente il 100% di rendimento da allora, l’ETF IShares Global Clean Energy è passato dai circa 5 euro di fine marzo 2020 ai 10,6 attuali, avendo toccato quasi 16 euro a inizio gennaio 2021. Articolo dell’8 giugno 2020 - CHECK UP DI PORTAFOGLIO: COSA È SUCCESSO E COSA PUÒ SUCCEDERE. Qui scrivevo come “L’indice italiano è anche quello rimasto più indietro rispetto ad altri e quindi un ulteriore recupero dei bancari e dei petroliferi nonché di alcuni industriali dovrebbe supportare il rialzo.” Da allora il FTSEMIB, grazie al recupero di ENI, la spinta di ENEL sempre più esposta al settore delle rinnovabili e l’ottima performance dei bancari si è portato verso il massimo storico degli ultimi 11-12 anni. Articolo del 5 gennaio 2021 – L’ INFLAZIONE E L’ANNO CHE VERRÀ: IMPATTO SU PORTAFOGLI E SCELTE DI INVESTIMENTO. Qui scrivevo come diversamente dal passato, potevano esserci 3 ragioni principali per un aumento consistente e più a lungo termine dell’inflazione: le politiche fiscali ampiamente espansive a livello globale che in passato non abbiamo avuto, la possibile riduzione di alcuni fattori disinflattivi presenti negli ultimi decenni, il volume degli interventi delle banche centrali che non ha precedenti, nemmeno nella crisi del 2008-2009. Oggi la principale preoccupazione dei gestori e degli investitori è legata alla crescita dell’inflazione e delle sue aspettative i cui dati degli ultimi mesi, oltre le attese degli analisti, hanno scatenato l’ultima correzione di mercato, successivamente riassorbita, grazie anche alle parole della Fed che continua a dichiarare che il fenomeno è solo temporaneo. Tuttavia sempre più operatori cominciano ad avanzare dubbi in merito. In questi giorni è il turno di JPMorgan, Morgan Stanley e Deutsche Bank per le quali la crescita dei prezzi rappresenta un trend più duraturo e la Fed sarà costretta ad alzare i tassi prima del previsto. I rialzi dell’oro e delle materie prime, tra cui il petrolio, sembrano confermare attualmente questo scenario. Infatti, proprio ieri il presidente della FED Powell ha incrementato le previsioni d’inflazione per il 2021 dal 2,4%, stimato a  marzo, al 3,4%, annunciando 2 aumenti dei tassi di interesse entro il 2023, prima di quanto molti si aspettassero. Articolo del 15 gennaio 2021 - CONSEGUENZE SULLE SCELTE DI INVESTIMENTO DELL’ ASSALTO AL PARLAMENTO AMERICANO. Qui scrivevo: “Da un punto di vista degli investimenti i settori delle costruzioni e delle infrastrutture in genere, quelli legati alla produzione di energie rinnovabili e alla transizione verso un’economia dei trasporti green (auto elettriche e batterie ad esempio) saranno i sicuri beneficiari.  Un allontanamento dal modello orientato alla deregolamentazione potrebbe portare un focus particolare sulle posizioni di estremo monopolio raggiunte da colossi quali Google, Facebook e Amazon e l’introduzione di una digital tax per le multinazionali dell’ e-commerce (basti vedere la recente causa avviata dalla Federal Trade Commission e molti stati americani contro Facebook per abuso di posizione dominante). Quest’ultimo fattore, unito alla graduale uscita dall’emergenza pandemia, potrebbe far calare l’attenzione verso i titoli growth della stay-home economy, fortemente cresciuti nel 2020, e riaccenderla per i titoli value o della old economy (trasporti, leisure, ecc.) fortemente penalizzati fin qui”. Il settore delle rinnovabili e delle batterie rimane un settore vincente su cui investire (vedi il titolo Seri Industrial che quotava 4 euro circa il 15 gennaio, oggi ne vale 8). Un articolo del Wall Street Journal dell’11 giugno titolava “House bills seek to break up Amazon and other big tech companies”, ovvero sono allo studio delle leggi per rompere i monopoli delle grandi corporations come Amazon, Google, Facebook ecc., dividendole in diverse business separati. Vedremo i risultati finali ma il fatto che se ne parli e si stia passando alle proposte di legge è significativo. Riguardo all’aspetto fiscale è notizia di questi giorni l’ accordo tra i paesi del G7 per una tassa globale minima sulle grandi società. Da ultimo il tema della rotazione settoriale: da febbraio il Nasdaq 100, dopo due correzioni, è praticamente stabile a circa 14000 punti, mentre l’S&P 500, nonostante l’importante peso dei titoli tecnologici al suo interno, è salito dai 3800 punti ai 4200 circa attuali, a testimonianza di una rotazione dai titoli growth a quelli value e della old economy negli ultimi mesi. Articolo 4 marzo 2021 - COSA STA SUCCEDENDO SUI MERCATI AZIONARI? È SEMPRE IL MOMENTO GIUSTO PER INVESTIRE: L’IMPORTANTE È SAPERE DOVE. Qui scrivevo: “I settori maggiormente penalizzati sono stati quello finanziario ed energetico che quindi, in un contesto di normalizzazione, dovrebbero fare meglio degli altri: la ripresa delle attività economiche post pandemia legata ad un maggiore spinta inflazionistica dovrebbe continuare a supportare il recupero dei titoli petroliferi”. Come si vede dal grafico, negli ultimi tre mesi il settore energy è stato il migliore insieme a quello finanziario e del real estate. Articolo del 25 marzo 2021 - COME BATTERE LA BORSA ITALIANA E I NORVEGESI: INVESTIRE NEL SEGMENTO STAR.Qui scrivevo “Nonostante, negli ultimi anni, le performance dell’indice azionario italiano siano deludenti se rapportate ad altri indici dei principali paesi sviluppati al mondo, esistono particolari segmenti del mercato, quali il segmento STAR, che offrono rendimenti nettamente superiori all’indice principale di riferimento”. Come dimostra il grafico sotto, chi avesse investito negli ultimi mesi (o anni) sull’indice Star avrebbe portato a casa un importante extra rendimento rispetto al semplice indice italiano. Stai ancora pensando a quante notizie finanziarie inutili dovrai leggere prima di trovare alcune indicazioni valide su come gestire al meglio i tuoi risparmi e assicurare a te e i tuoi famigliari un futuro finanziario più sereno? Stai ancora pensando a quale consulente affidarti?  

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TASSI DI INTERESSE TROPPO BASSI: RISCHI, VINCITORI E VINTI

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Scritto il 23.04.2021

Too low too long? Per quanto a lungo le politiche monetarie ultra espansive saranno in grado di tenere i tassi così bassi e soprattutto quali sono i rischi, vincitori e vinti di queste politiche? In un report dell’International Center for Monetary and Banking Studies di Ginevra del 2015 vengono indicati alcuni degli effetti sui mercati finanziari e sulla stabilità del sistema finanziario. Un primo effetto è favorire investimenti in asset quali il settore immobiliare che presentano un alto livello di leva finanziaria. Questo aumenta anche la propensione e la percentuale di coloro con redditi disponibili più bassi ad entrare nel mercato immobiliare esponendoli a rischi legati a rialzi dei tassi o alla capacità di sostenere le rate in caso di recessioni economiche e difficoltà sul lato occupazionale. Su un altro fronte, tuttavia, ciò aiuta coloro che hanno già dei mutui o prestiti in essere, la cui rinegoziazione a tassi minori, riduce i pagamenti contribuendo ad aumentare la capacità totale dei consumatori e quindi favorire i consumi. Innegabile, comunque, che i minori rendimenti sui propri risparmi spostino il focus del risparmiatore, al fine di coprire il proprio fabbisogno finanziario nella fase pensionistica, dalle obbligazioni o fondi obbligazionari a basso rendimento verso i mercati azionari e verso l’ immobiliare, in particolare nel settore del buy-to-let, incrementando ulteriormente i flussi finanziari in questi settori, con possibili effetti distorsivi sui prezzi. Un esempio dal mercato USA: a gennaio, i prezzi delle abitazioni negli Stati Uniti sono saliti dell’11,2% (S&P CoreLogic Case-Shiller index), il maggior incremento annuale a partire dal 2006. L’analisi degli ultimi 30 anni indica il forte incremento dei prezzi delle abitazioni, che anche corretti per l’inflazione, hanno superato i picchi 2007, ovvero poco prima dello scoppio della bolla immobiliare. Ovviamente parte dell’aumento dei prezzi è legato alla crescita economica e le valutazioni sul mercato devono tenere conto di altri parametri come il reddito medio o il costo medio degli affitti. In ogni caso, anche se si usa, ad esempio, il CAPE (Cyclically Adjusted Price Earnings) applicato al mercato immobiliare statunitense si nota come abbia superato la soglia di 40, non troppo lontano dai valori del 2008 e come, con alcune eccezioni, la riduzione dei tassi aumenti il valore del parametro. Un secondo effetto riguarda i fondi pensione e le compagnie assicurative che hanno venduto in passato prodotti con rendimenti garantiti e che hanno maggiori difficoltà a garantire tali rendimenti, con la conseguenza di incrementare la percentuale di investimenti più rischiosi per cercare di recuperare il gap. A questo proposito, un research paper della Durham University del luglio 2018 ha dimostrato come l’allocazione verso la componente azionaria dei fondi pensione (analisi su 151 fondi in 50 stati) negli Stati Uniti sia salita a seguito della riduzione dei rendimenti del decennale americano, con incrementi maggiori durante il periodo in cui la Federal Reserve ha fatto ricorso a politiche monetarie non convenzionali. In particolare la riduzione del 5% dei rendimenti sul treasury americano tra il 1999 e il 2014 ha portato ad una riduzione di 18 punti percentuali della componente obbligazionaria nei fondi (raggiungendo il 23% degli asset nel 2013) e un aumento della componente azionaria del 17%, passando da un’allocazione del 43% del periodo 1998-2000 al 60% del 2013. Anche l’allocazione verso gli investimenti alternativi è aumentata passando da un 2% a oltre il 6% nel periodo analizzato. Lo studio ha inoltre evidenziato che il benchmark del rendimento annuale medio atteso utilizzato dai fondi di circa l’8% non si è dimostrato realistico, portando a una situazione di scompenso dal lato delle obbligazioni (underfunding) per la maggior parte dei fondi. In particolare il valore medio attuariale di copertura delle obbligazioni dei fondi pensione è sceso dal 99% nel 1998 al 71% nel 2013. I dati più recenti del febbraio 2021 pubblicati dalla NASRA (National Association of State Retirement Administrators) indicano che il ritorno medio atteso è sceso ulteriormente fino all’attuale 7,18%, contribuendo ulteriormente ad innalzare il livello di underfunding dei fondi pensione statunitensi. Non a caso, alla ricerca di rendimento, la percentuale degli asset investita in alternatives (ovvero private equities, hedge funds, infrastrutture) è cresciuta negli anni fino a superare il 19% degli asset totali. In sintesi, il persistere di tassi d’interesse estremamente bassi per lungo tempo crea un incentivo ad aumentare il livello di indebitamento, e quindi di leva finanziaria dell’economia, e genera una ricerca di rendimento verso asset finanziari con maggior rischio, con minore liquidità e su orizzonte temporale più lungo. Le considerazioni sin qui fatte fanno riferimento al settore privato ma i bassi livelli dei tassi di interesse se da un lato rendono meno gravoso il costo del debito pubblico, dall’altro rendono meno urgenti per i governi manovre di risanamento con la conseguenza di mantenere spesso elevati i livelli di debito nazionale a fronte di una crescita, in particolare nei paesi europei, non brillante. L’effetto pandemia ha ulteriormente aggravato questa situazione portando i livelli di indebitamento mondiale, sia in valore assoluto che relativi al PIL, a livelli record. Chi vince e chi perde da tassi costantemente bassi? Vincitori Indubbiamente coloro che hanno già dei debiti o si apprestano a contrarne, ovvero i consumatori che hanno un mutuo, le corporation che possono finanziarsi con minori costi, i governi nazionali, specialmente quelli con un livello di indebitamento assai elevato (come l’Italia). Un’altra categoria sono gli esportatori: rendendo meno attraenti i flussi di capitale stranieri alla ricerca di rendimento, la probabile debolezza della valuta nazionale rende meno costose le merci per i compratori esteri, favorendo le esportazioni. Un terzo gruppo di vincitori sono coloro che chiameremo asset holders, ovvero detentori di consistenze patrimoniali, azioni, commodities, asset immobiliari, criptovalute,che divengono relativamente più attraenti se comparati ai safe asset ormai con rendimenti limitati. Vinti In primis i puri risparmiatori o detentori di liquiditàche trova impieghi di breve termine remunerati sempre meno se non zero o anche meno (ne è testimonianza il recente approccio di diverse banche, adesso anche  in Italia, che tendono a penalizzare coloro che detengono esclusivamente liquidità). Un secondo gruppo è legato ai fondi pensioni e alle assicurazionicome abbiamo visto. Un terzo gruppo è rappresentato dai consumatori colpiti da un aumento dei prezzi dei beni di consumo: infatti, una riduzione dei tassi produce un aumento dei prezzi delle commodities (petrolio, delle materie prime, dei prodotti alimentari) sia per un effetto tecnico di carry sia in quanto, stimolando l’attività economica, aumenta la domanda di tali beni da parte del settore manifatturiero. Conclusioni Per quanto la FED manterrà/potrà mantenere bassi i tassi di interesse è difficile dirlo, probabilmente fin quando non ci sarà abbastanza inflazione nel sistema che diventa la via più auspicabile e meno traumatica come strumento per ridurre il peso dell’ingente debito pubblico. Il Congressional Budget Office ha recentemente pubblicato le previsioni di lungo termine sul decennale americano, indicando che si aspetta rendimenti medi intorno all’1,6% tra il 2021-2025 e del 3% nel quinquennio successivo e prevendo un rapporto debito/PIL  del 102% nel 2021. I recenti rialzi dei tassi sul decennale americano hanno destato preoccupazioni sui mercati finanziari, soprattutto sui detentori delle obbligazioni. L’aumento dei rendimenti lungo la curva, con le scadenze a lungo che crescono più di quelle a breve, aumentandone l’inclinazione, dovrebbe favorire quindi assicurazioni e banche: non è un caso che i titoli finanziari, tra i più penalizzati nel 2020, siano tra i miglior performer nel 2021. È bene quindi tenere bene a mente a quali attori economici e asset class prestare attenzione in base alla direzione che prenderanno i tassi nel futuro.  

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