Andrea Zanella

Andrea Zanella

Consulente finanziario

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Il Sole 24 Ore 4 aprile 2020. Investimenti in sicurezza se i primi passi sono corretti

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Scritto il 08.04.2020

Mia intervista su Il Sole 24 Ore sulla relazione dell'ACF Dalla relazione dell'Arbitro emerge che per la tutela del cliente è cruciale la fase della consulenza ...

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Vendo tutto o compro? Lo chiediamo al consulente

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Scritto il 14.03.2020

Mia intervista apparsa su Plus 24 di oggi sul tema di copertina

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La storia di Giuseppe

Scritto il 02.02.2020

Giuseppe era mio cliente, vorrei dire amico. Mi aveva accettato come un familiare, confessandomi che la molla scattata in lui per diventare cliente era stata la mia giovane età e il fatto che avessi un’auto modesta e di seconda mano. Avevo 24 anni e lavoravo per una rete di promotori finanziari. Ricordo l’enorme fatica per far accettare alla famiglia una minima copertura assicurativa in caso di infortunio, un semplice prodotto che copriva la morte e l’invalidità. Giuseppe era guida alpina. Scomparve in un freddo pomeriggio primaverile sui luoghi della Grande Guerra. Lo abbiamo cercato per mesi. Molti dicevano alla moglie: vedrai, sarà scappato da qualche parte! Frasi sgradevoli, ma questo è quanto accade quando sei immerso nel dolore e nel dubbio. Lo trovammo in autunno, su una cengia. Scivolato via alla vita, alla famiglia. Ricordo la vicinanza al figlio e a Renata, la vedova e la piccola consolazione di aver fatto sottoscrivere quella polizza. Troppo piccola, chiaramente. Mi chiedo perché ci si debba sempre scontrare con la cruda realtà prima di poter divenatare davvero consapevoli di che cosa possa rappresentare il proprio lavoro. Ora lo sono un po' di più. Grazie Giuseppe!

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Cresce l'offerta di certificati per recuperare le minus

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  • Cosa sono i Certificates
Scritto il 01.12.2019

Mia intervista apparsa su Il Sole 24 Ore sabato 30 novembre 2019 -Andrea Gennai- Manca un mese alla fine del 2019 e come ogni anno di questi tempi i risparmiatori che devono recuperare le minusvalenze puntano l'attenzione sui certificati che staccano maxi cedole (anche sopra il 20%). Sono alcune decine gli strumenti quotati creati ad hoc per favorire il recupero delle potenziali perdite fiscali pregresse. Sono titoli complessi da un punto di vista tecnico e devono essere maneggiati con attenzione. Una delle modalità per recuperare le minus è quello di acquistare i certificati maxi coupon e rivenderli dopo l'accredito della cedola. "Bisogna ricordare - spiega Andrea Zanella, consulente finanziario autonomo - che questo tipo di operazione semplicemente rimanda nel tempo la minusvalenza. Si deve però fare molta attenzione perché spesso l'operazione ha dei costi impliciti. Il giorno dello stacco soventemente... (vedere allegato)

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Diversificare con i cloni indicizzati - mia intervista apparsa su Il Sole 24 ore sabato 26 ottobre 2019 -

Scritto il 27.10.2019

Sono una ventina gli Etf ed è possibile esporsi sui mercati globali... segue su allegato

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Un mare di liquidità... per fortuna!

Scritto il 31.07.2019

Molti operatori del settore mettono in guardia il risparmiatore dal detenere troppa liquidità. Qualcuno si spinge a considerare molto rischioso avere grosse cifre in conto corrente…  Se leggiamo le statistiche, in effetti, noi Italiani amiamo particolarmente questa forma di... non investimento. Personalmente non biasimo chi mantiene molta liquidità nel conto. Siamo un popolo medialmente con poca cultura finanziaria e molto ignorante in materia. Il ragionamento è piuttosto semplice e banale: non conosco, quindi non mi fido, quindi piuttosto di sbagliare non scelgo. Come dare torto a questo pensiero? Anzi! è un sillogismo che parte da una consapevolezza, quella del non sapere. Non è poco avere coscienza di questo. A mio parere è anche sintomo di sfiducia nel sistema finanziario attuale nel quale la fanno da padroni banche, assicurazioni e reti di vendita che campano sulle laute commissioni incassate da molti prodotti inefficienti del risparmio gestito. Con i tassi attuali le probabilità di investire in un fondo obbligazionario e di subire una perdita sono notevoli, tanto vale perdere il valore dell’inflazione e vivere senza patemi d’animo: i soldi devono essere nostri schiavi e non viceversa. Il passo in avanti che invece si dovrebbe fare è quello di prendere consapevolezza che il danaro deve essere un mezzo. Un mezzo per arrivare a degli obiettivi. Finalmente da dicembre dello scorso anno c’è un albo che istituzionalizza i consulenti autonomi che dovrebbero proprio aiutare il risparmiatore in questo processo. Se non riusciamo a compiere questo passo è logico che si debba pagare un prezzo. Il prezzo del detenere il patrimonio finanziario liquido probabilmente è il prezzo minore.

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Se il Kid inciampa sugli scenari. Da Il Sole 24 Ore del 27 luglio 2019 di Antonio Criscione

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  • Prodotti finanziari
Scritto il 28.07.2019

Mia intervista apparsa su Il Sole 24 Ore su un tema piuttosto tecnico, ma molto importante per il risparmiatore

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Un semplice concetto finanziario che potrebbe farti ricco (e perché non lo farà) di Alessandro Pedone

Scritto il 09.04.2019

Sono impressionanti i dati che emergono da questa analisi di Alessandro Pedone, Tekta Consulting. Si tratta di un modo di fare consulenza completamente sconosciuto in Italia. Probabilmente lo rimarrà.

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La guerra dei costi e la consulenza finanziaria di Paolo Tirabassi

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 02.04.2019

Considerazioni molto interessanti espresse da Paolo Tirabassi componende del direttivo di NAFOP (l'associazione dei consulenti autonomi).     Presto (o tardi) ogni risparmiatore italiano riceverà dalla sua banca una comunicazione che lo informa sui costi che ha sostenuto sui suoi investimenti nello scorso anno. Molti la accantoneranno, ritenendola una delle tante informative scarsamente comprensibili e praticamente poco utili. Faranno male. Lo faranno tuttavia, perché non sanno che i prodotti che hanno acquistato investono in azioni, obbligazioni ed altri titoli ma il rendimento di quei titoli solo in parte diviene rendimento del prodotto. In parte, una parte spesso fin troppo larga, rimane in tasca alla banca. Molti invece conoscono già il concetto sintetizzato sopra, il concetto di “costi impliciti” degli investimenti. Ma avranno ugualmente serie difficoltà a comprendere quelle informazioni, che sono un po’ tecniche. E chi le comprenderà appieno avrà forse difficoltà a valutare se quei costi siano giusti o magari, appunto, troppo alti. E a sapere che fare di conseguenza. Ben pochi tra i risparmiatori, invece, avranno un’idea di quale guerra ci sia stata e ci sia tuttora dietro quella comunicazione. Potremmo iniziare a raccontarla a partire dai primi anni di questo secolo. Le parti in guerra – mi si perdoni questa espressione un po’ pittoresca – sono grossomodo due. La prima è il sistema bancario e finanziario, che con i titoli costruisce i prodotti, dai prodotti preleva i costi impliciti con cui si remunera e infine … consiglia quei prodotti allo sportello o tramite reti di agenti. L’altro belligerante sono le autorità dell’Unione Europea, che non potevano non vedere il conflitto di interessi, ossia che per guadagnare di più la banca può consigliare il prodotto con costi più alti. E hanno deciso di mettere delle regole. La prima regolamentazione organica europea arriva con la direttiva MiFID. Per tutelare gli investitori dal conflitto di interessi la direttiva ha stabilito obblighi di trasparenza sui costi impliciti. Chi costruisce prodotti di investimento deve produrre una documentazione che ne illustri i costi. Chi li distribuisce la deve mettere a disposizione di chi investe, ecc. Ha funzionato? Mica tanto. I motivi sono fondamentalmente due. Il primo è che le informazioni sono di difficile comprensione, perché sono tecniche e perché i prodotti di investimento sono spesso scatole cinesi, i dati sono sparpagliati in documenti diversi e l’investitore medio riesce difficilmente a reperirli e ancor più difficilmente a comprenderli e valutarli. Il secondo motivo è che, nella pratica, non vi è alternativa. Solo banche e reti consigliano investimenti e se pure il risparmiatore comprendesse i costi, quelli sono e quelli rimangono. Sotto questo secondo profilo, anzi, la direttiva MiFID ha peggiorato la situazione. Prima infatti la consulenza sugli investimenti poteva essere offerta da chiunque, ovvero anche da soggetti estranei alla produzione e distribuzione di prodotti finanziari e pertanto estranei al conflitto di interessi. La direttiva invece l’ha riservata, almeno come principio generale, alle stesse banche e reti. Con qualche eccezione, è vero, ma troppo limitata e difficile da praticare. . Strano, perché nel mondo ormai si stava affacciando la consulenza finanziaria indipendente, ovvero la consulenza offerta da soggetti che non hanno remore ad esplicitare i costi dei prodotti, per il semplice motivo che non partecipano al processo di costruzione e distribuzione dei prodotti e quei costi non finiscono nelle loro tasche. Lo scarso successo della MiFID sotto questo profilo è una delle motivazioni alla base di una nuova più recente direttiva, la MiFID 2. Essa da un lato recepisce il concetto di indipendenza nella consulenza e ne stabilisce un quadro normativo. Ma non si affranca ancora sufficientemente dal peccato originale, di averla riservata al mondo bancario. Dall’altro lato ritiene di dare una soluzione alla comprensibilità dei costi negli investimenti ponendo in capo all’ultimo anello della catena di produzione e distribuzione, catena lunga e complessa, un obbligo informativo generale: chi è a contatto con l’investitore finale dovrà dargli conto di tutti i costi gravanti sulle soluzioni di investimento che gli offre, sia che li produca egli stesso, sia che siano stati introdotti nelle scatole cinesi più interne dagli altri operatori a monte. Giusto, a prima vista. Ma più facile a dirsi che a farsi. Anzi, piuttosto complesso già a dirsi: chi ha letto la normativa ne ha la prova. Più complesso a farsi: gli interrogativi sollevati al riguardo dalle banche e dalle reti distributive italiane, anche di recente, non possono essere ritenuti totalmente strumentali a ritardare l’applicazione della regolamentazione. E più complesso ancora a comprendersi: perché il numero finale che raccoglie tutti i costi, risultante di un'espressione matematica di ancora incerta costruzione, sarà in molti casi poco significativo se non fuorviante per l'investitore cui viene comunicato. Non basta infatti conoscere tutti i costi e la loro la somma. Occorre comprendere a quale scopo sono stati prelevati dal rendimento dei titoli sottostanti all’investimento. Occorre comprendere se sono stati sostenuti a fronte di un’attività o servizio realmente utile all’investitore o invece inutile, per sua natura o perché è un doppione. Occorre sapere se vi siano alternative a costi inferiori. Occorre distinguere, anziché accorpare, i costi correnti e quelli una tantum. Eccetera. Occorre, insomma, consulenza. Una consulenza vera, che spieghi come sono costruiti gli investimenti e perché. Che renda comprensibili i dati. Che non demonizzi i costi di per sé stessi, perché nessuna attività può essere svolta senza costi, neppure investire. La guerra intanto è in corso. Alle banche ed agli intermediari finanziari la prospettiva di mettere in mano al cliente questo riassunto annuale dei costi ovviamente poco aggrada. Specialmente dopo un anno, il 2018, che registrerà comunque un risultato negativo per moltissimi risparmiatori. E i costi prelevati, specie in Italia, sono mediamente molto alti. Sono trascorsi mesi dalla fine dell’anno da rendicontare e si sta ancora discutendo, a proposito di una normativa ormai completa da molto tempo, come si debba fare. La necessità di approfondire la complessa materia si sposa bene, in questo caso, con la convenienza ad allontanare nel tempo il momento del rendiconto. Le autorità hanno fornito spiegazioni, il sistema bancario continua a sostenere che non bastano e sarebbe semplice se avesse tutti i torti. La guerra però è anche interna al sistema bancario e finanziario. La direttiva MiFID 2, con i suoi più esigenti obblighi informativi, produrrà ed anzi sta già producendo qualche riduzione dei costi impliciti degli investimenti. Dal punto di vista del sistema questo si chiama riduzione dei margini, ossia meno soldi da spartire tra i vari anelli della catena. Raggiungere nuovi equilibri nella spartizione di questa torta divenuta più piccola richiederà tempo e produrrà contrasti non lievi, perchè gli introiti derivanti dal "wealth management" sono diventati importanti in un contesto in cui l'attività creditizia è ormai poco remunerativa. Si tratta di cose che possono apparire lontane dall'interesse dei risparmiatori ma una di queste certamente non lo è: banche e reti stanno tagliando sportelli e consulenti, in parte per rimodernare un sistema distributivo obsoleto in un mondo che sta andando verso la disintermediazione, in parte per non essere costrette a tagliare i dividendi agli azionisti. Il rischio però è quello di lasciare ancora una volta il risparmiatore con ulteriore carta in mano ma, stavolta, con meno interlocutori dedicati a spiegargliela. Se la direttiva MiFID 2 manifesta già questi limiti, perché non si punta più decisamente sui consulenti indipendenti? Sarebbe certamente una soluzione efficace. Chi si fa remunerare direttamente dal cliente e solo dal cliente può essergli vicino in modo personalizzato e disinteressato nell’illustrazione dei costi. Può aiutare a ridurre se non ad azzerare i costi improduttivi ma anche a dare senso a quelli produttivi e necessari. Può dare risalto ai prodotti ed agli intermediari finanziari efficienti e filtrare a vantaggio del cliente quelli inutilmente esosi. Certo non verrebbe meno la necessità di obblighi informativi. Ma la decifrazione delle informazioni obbligatorie non graverebbe più soltanto sul contributo, naturalmente restio, di chi le informazioni non ha interesse a darle. Né sull'improbabile conoscenza professionale di chi deve investire i suoi risparmi. Ed il risparmiatore sarebbe assistito non solo nel capire ma anche nel prendere le decisioni migliori.

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Italia all’ultimo posto per serenità finanziaria -Il Sole 24 ore 26 marzo 2019 di Morya Longo

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 26.03.2019

Interessante articolo di Morya Longo apparso su Il Sole 24 Ore del 26 marzo 2019 a commento del sondaggio di BlackRock sulla "salute finanziaria".    Solo il 28% delle famiglie è tranquillo economicamente, contro il 42% medio globale   Un popolo di infelici. Era evidente da anni che tra gli italiani fosse forte il malessere economico, ma i numeri che emergono da un sondaggio presentato ieri da BlackRock vanno forse oltre l’immaginazione: la “salute finanziaria” percepita dagli italiani è infatti la più bassa al mondo. Solo il 28% delle persone nel nostro Paese si ritiene insomma sereno dal punto di vista finanziario. Molto meno del 42% medio globale (dei 13 Paesi censiti in realtà). Molto meno del 39% medio dei tedeschi. O del 40% degli inglesi. O del 53% - sembra incredibile - dei messicani. Insomma: nessuno come gli italiani si sente instabile e insicuro dal punto di vista finanziario. Questo sondaggio si scontra certamente con i dati ufficiali della Banca d’Italia, secondo i quali le famiglie della Penisola hanno oltre 4mila miliardi di ricchezza finanziaria e oltre 6mila miliardi di ricchezza immobiliare e reale, ma spiega molto dell’umore degli italiani in tema economico-finanziario. Umore nero. E offre quindi anche una chiave di lettura interessante per capire gli eventi politici e sociali degli ultimi anni, nei quali il voto di protesta e anti-sistema ha prevalso. Il sondaggio di BlackRock, che ha coinvolto 27mila persone in 13 Paesi del globo, cerca di sondare gli umori della gente non solo in campo finanziario. Emerge così che gli italiani sono molto insoddisfatti in tutti i sensi: solo il 48% delle famiglie segnala infatti un benessere generale positivo, contro il 61% medio globale. Per avere un benessere generale positivo, gli italiani guardano al primo posto la salute, al secondo la salute mentale (intesa come capacità di guardare al futuro con tranquillità), al terzo posto la serenità, la stabilità e la sicurezza. Solo al settimo posto gli italiani mettono il denaro. Ebbene: guardando questi parametri, solo il 48% degli italiani (cioè meno di uno su due) si sente di vivere nel benessere. Percentuale che ci lascia all’ultimo posto in Europa e al penultimo nel mondo dopo i giapponesi. In questo contesto, la salute finanziaria gioca in ogni caso un ruolo importante: il 60% degli italiani ritiene infatti che abbia un impatto sul proprio benessere generale. Per intenderci: salute finanziaria, per le famiglie, significa innanzitutto vivere senza dover fare i conti sullo stipendio alla fine del mese ed essere preparati per gli imprevisti. Questi risultati sono certamente dovuti alla lunga crisi economica che ha rivoltato il Paese nel profondo, ma la colpa - segnala il sondaggio di BlackRock - è anche delle famiglie stesse: infatti uno dei motivi di questo malessere finanziario deriva dal fatto che gli italiani programmano poco il loro futuro e non investono i loro risparmi.  I dati del sondaggio lo dicono chiaramente. Solo il 43% degli italiani, per esempio, ha iniziato a risparmiare per la pensione: valore più basso a livello mondiale, considerando che la media degli altri Paesi è del 63%. E anche chi investe i propri risparmi lo fa con un’ottica tendenzialmente di breve termine: il primo obiettivo di chi investe è infatti «migliorare la qualità della vita» (46% del campione in Italia) e il secondo è «fare una bella vacanza» (36%). Insomma: c’è scarsa programmazione del futuro. Non solo. Gli italiani tendono a investire poco i propri risparmi, considerando che il 75% del campione blocca il proprio patrimonio sotto forma di depositi bancari o risparmi. Se gli italiani percepiscono un tale malessere finanziario, ne deducono Luca Giorgi (responsabile sales retail Italia e Grecia di BlackRock) e Francesca Sesia (Responsabile marketing italia), è anche per questo: «Chi investe riesce ad ottenere dei ritorni, dunque migliora il suo benessere finanziario - osservano -. Chi invece non investe e tiene i soldi sul conto corrente vede la sua ricchezza erosa dall’inflazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA Morya Longo

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Davvero gli ETF sono meglio dei fondi attivi? di Óscar R. Graña

Scritto il 25.03.2019

Eccellente articolo apparso su Funds People scritto dalla loro redazione spagnola. Non fermiamoci alle guerre di strumento, cerchiamo veramente il meglio per i nostri clienti!   (purtroppo non compaiono le tabelle, che trovate nell'allegato. L'articolo si può consultare a questo indirizzo: https://it.fundspeople.com/people/oscar-r-grana)   Negli ultimi anni, la gestione attiva sta perdendo parte della sua reputazione. Il motivo principale? I risultati che non sono stati all'altezza di ciò che l'investitore si aspettava, con rendimenti netti nella maggior parte dei casi inferiori agli indici. Ci sono diversi studi che si sono concentrati su questo problema: prima S&P con il suo rapporto SPIVA e ora Morningstar con il suo rapporto Active/Passive. In entrambi, la conclusione è che la percentuale di gestori attivi che riescono a battere i loro benchmark è molto bassa. Il SPIVA confronta le performance dei fondi attivi con gli indici di S&P. Il secondo invece, rispetto alla media ponderata di un paniere di ETF (figura 1: percentuale di fondi con rendimenti netti superiori all'indice in periodi diversi, fonte: Morningstar). La conclusione che potrebbero trarre gli investitori è che scegliere un prodotto passivo rappresenta chiaramente una decisione migliore rispetto ad uno attivo. Ma nel settore del risparmio gestito, come in quasi tutto nella vita, non tutto è bianco o nero. In mezzo c'è una vasta gamma di tonalità. Se guardiamo solo alle conclusioni di S&P e Morningstar nei loro studi bisognerebbe optare per una strategia di gestione passiva, soprattutto per investire in quei mercati più efficienti. Il problema è che questi studi non prendono in considerazione parecchie questioni importanti. Una delle più rilevanti è che non tutti gli investitori hanno l’obiettivo di battere degli indici di mercato. Spesso alcuni hanno un proprio benchmark: infatti nei loro opuscoli dichiarano che il loro obiettivo non è quello di sovraperformare un indice e, quindi, non si possono confrontare con quello di mercato. “Se sei un manager attivo, non vuoi che i tuoi risultati siano misurati con qualcosa che non hai scelto come parametro di riferimento", sottolinea José García-Zárate, analista di fondi passivi presso Morningstar. I fondi income, ad esempio, hanno come obiettivo principale quello di offrire dividendi agli investitori. Confrontare i risultati con un indice generico non ha molto senso. Per valutare la gestione, dovrebbero essere utilizzate altre metriche. Questo succede in tutte le categorie: tra i Blockbuster Funds People, il DWS Concept Kaldemorgen ne è l’esempio. Il suo manager, Klaus Kaldemorgen, ha dichiarato pubblicamente che il suo obiettivo è quello di riuscire a catturare due terzi degli aumenti del mercato e assorbire per un terzo i drawdown. Questo prodotto deve essere valutato sulla base di questo obiettivo. Se il gestore ci riesce, nessun investitore dovrebbe sentirsi ingannato se il prodotto non supera il benchmark. Un altro esempio, è il Pyrford Global Total Return Sterling: il suo obiettivo è preservare il capitale evitando pesanti drawdown. Dal 1994, ha avuto solo due anni negativi. Il peggior drawdown è stato -2,1%. "Nel 2008, l'anno della grande crisi, il fondo ha guadagnato il 12,8%, ma poi abbiamo perso il grande rally del mercato. Che cosa faremo? Il nostro obiettivo è evitare rendimenti negativi nell’arco di dodici mesi, fornire rendimenti che superino l'inflazione e mantengano una bassa volatilità. Se i mercati crollano del 30% e il fondo del 25%, non ho motivo di essere soddisfatto: i miei clienti hanno perso il 25% del loro capitale. Il rischio di perdita, non è misurato rispetto a un indice", afferma Lars Nielsen, specialista di prodotto. Pertanto, se il prodotto ha superato o meno il benchmark non è un aspetto rilevante quando si analizza un fondo. Di cosa non si parla mai? Del fattore umano Quando parliamo di gestione passiva, non prendiamo mai in considerazione un elemento fondamentale che condiziona tutto: il comportamento dell'investitore di fronte alla volatilità. L’avversione al rischio cambia da investitore a investitore. Seguire il gregge è un pregiudizio comportamentale molto tipico. Sebbene il consulente finanziario sappia che la migliore decisione in questo scenario di turbolenza sia quella di rimanere investito, potrebbe sentire la pressione del suo cliente per vendere le posizioni o ridurre i rischi. Il problema delle strategie passive è che assorbono il 100% della volatilità del mercato. Sono prodotti progettati per raccogliere il comportamento di un indice, nel bene o nel male. Dire che per ogni investitore l'ETF o il fondo indicizzato sia la migliore opzione è supporre che il partecipante assumi questa volatilità vendendo e comprando, ma sappiamo tutti che è quasi impossibile indovinare il giusto timing. La prova più evidente è che i rendimenti che mostrano i fact sheet non sempre corrispondono ai rendimenti che l’investitore porta a casa. Maggiore è la volatilità che un fondo assume, maggiore è il divario. Questo è vero indipendentemente dalla categoria di prodotto su cui è realizzato lo studio. Morningstar lo ha analizzato (vedi figura 2: i rendimenti medi generati dai fondi nelle principali categorie - color senape - e i rendimenti medi ottenuti dagli investitori - in verde. Fonte: Morningstar).   Questo è il motivo per cui molti manager prestano grande attenzione al controllo del rischio e non si preoccupano di sacrificare parte dei rendimenti per tenere a bada la volatilità. Lo fanno allo scopo di evitare che i loro clienti se ne vadano e il prodotto mantenga una certa stabilità patrimoniale. Per essere onesti, possiamo anche dire che, per molti, consigliare un prodotto indicizzato fa sì che l'investitore sia rincuorato dal fatto che ha seguito il gregge. "Per un investitore perdere il 10% con un fondo di gestione attiva quando il mercato è aumentato del 10% è insopportabile. Se, d'altro canto, si perde il 10% e il mercato scende del 10%, ci si sente meglio. Con i fondi passivi la sofferenza è minore, dal momento che possono vincere o perdere in generale", teorizza François Badelon, manager e fondatore di Amiral Gestion. Non tutti i prodotti sono adatti ad ogni profilo Comunque sia, questo sembra dimostrare che ci sono investitori di tutti i tipi e che non tutti i prodotti sono adatti ad ogni profilo. Questo non accade solo nel mondo retail ma anche in quello istituzionale. "Alcuni gestori di piani pensionistici ritengono che le capacità del gestore siano un fattore determinante per le performance finali e che l'importante non siano i costi, ma il rendimento netto generato dagli strumenti in cui investe. Altri pensano il contrario: l'asset allocation strategica e i costi sono fondamentali. Entrambi i profili sono completamente diversi e anche i loro portafogli. Nel primo ci sarà una gestione più attiva e meno passiva; nel secondo, più indicizzazione combinata con una gestione attiva, ma non troppo. L'importante è che i processi d’investimento siano in linea con le proprie convinzioni. Se questo è il caso, la soddisfazione dell’investitore sarà molto maggiore", sottolinea David Cienfuegos, investment director di WillisTowersWatson. Il problema non è la gestione attiva, ma la variabile costo Secondo uno studio presentato da Fernando Luque, redattore finanziario di Morningstar, solo due delle dodici categorie azionarie europee attive (Eurozone Mid Cap ed Europa ex Gran Bretagna Large Cap Equity), hanno ottenuto rendimenti netti medi che hanno battuto gli indici confrontati. D'altra parte, se si analizza la redditività lorda (prima di attualizzare i costi), in tutte le categorie i gestori hanno battuto i loro benchmark (vedi grafico 3: i punti rossi indicano la differenza rispetto all'indice in termini di rendimento lordo a cinque anni e i punti blu in termini di redditività netta, fonte: Morningstar con dati a partire dal dicembre 2018). Ciò dimostra che i costi giocano un ruolo fondamentale e che il problema non sia nelle capacità del manager. Quindi se le case di gestione riuscissero a ridurre i costi e a offrire fondi di gestione attiva più economici, naturalmente senza avere effetti negativi sui risultati, è probabile che ci sarebbero molte più strategie attive che battono i relativi benchmark. Questo è una cosa su cui i gestori di fondi attivi hanno lavorato a lungo, come dimostra il calo delle commissioni verificatosi negli ultimi anni (figura 4: variazione delle commissioni dei dieci maggiori asset manager negli Stati Uniti nel 2017 rispetto al 2016, fonte: Morningstar).   Tuttavia, finché questo non accade, solo i prodotti che generano rendimenti più elevati rispetto agli indici, al netto dei costi, avranno successo e quindi gli studi continueranno a condannare la gestione attiva L'allocazione delle risorse e i costi sono i fattori che determinano la generazione di alfa di lungo termine.

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Su orizzonti brevi meglio la liquidità -mia intervista apparsa su Il Sole 24 Ore del 9.3.19

Scritto il 10.03.2019

Cosa consiglia oggi a un risparmiatore che ha un orizzonte temporale di brevissimo, vale a dire tre mesi? L’orizzonte di tre mesi è troppo breve per poter impostare delle vere strategie di portafoglio. Chi non vuol prendersi rischi è giusto che lasci i soldi sul conto corrente oppure in un conto deposito, chiaramente con rendimenti quasi nulli. Chiaro. Ma se un risparmiatore vuol assumersi un qualche rischio controllabile, come può muoversi? Chi invece vuole o può prendersi qualche rischio, sapendo quindi che il capitale alla fine di questo brevissimo periodo potrebbe registrare delle perdite, potrebbe puntare su un certificato di investimento con stacco cedole (cash collect) con possibile estinzione anticipata (autocallable), quindi con il sottostante (azioni o indici) molto vicino al prezzo di rimborso che normalmente è rappresentato dal valore che aveva l’azione o l’indice al momento di emissione del certificato (valore strike). In questo modo si potrebbe puntare al guadagno rappresentato dalla cedola e dall’eventuale differenza tra il prezzo attuale e il valore di rimborso (di solito 100). Negli ultimi tempi si torna a parlare di bond. Sono proprio da escludere per un lasso di tempo così ristretto? Sempre prendendosi un discreto rischio, si potrebbe acquistare un Etf sui CoCo bond, strumento che investe in obbligazioni subordinate bancarie Tier1. Questo perché il rendimento teorico di tali prodotti (ne esistono due quotati su Borsa Italiana) è decisamente elevato, superiore al 7%. Tecnicamente si chiama yield to worst, ovvero rendimento al momento del primo possibile richiamo dei titoli, che di fatto sono dei “perpetual”. Con un orizzonte di 3 mesi potrei puntare a un rendimento assoluto di circa l’1,75%, quindi con un discreto cuscinetto sulle inevitabili oscillazioni del prezzo dell’Etf. © RIPRODUZIONE RISERVATA Andrea Gennai

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