Andrea Zanella

Consulente finanziario

17 post - 3.056 letture


Risparmio, la fiducia da recuperare - di Christian Martino su Il Sole 24 Ore 2 marzo 2019

  • 168
  • 0
  • Consulenza finanziaria
Scritto il 04.03.2019

Interessante l'articolo apparso su Plus 24 di Christian Martino. Le leggi cambiano e teoricamente offrono maggiori tutele, ma i comportamenti nei confronti dei risparmiatori troppo spesso rimangono gli stessi. Incredibile la vicenda diamanti, ma solo perché la truffa si è acclarata. Siamo sicuri che la vendita degli altri prodotti venga fatta in modo tanto diverso?     "Casi come quello della vendita dei diamanti allo sportello continuano a minare la fiducia dei risparmiatori italiani verso le banche e il sistema finanziario. Complice anche la pesante contrazione dei listini dello scorso anno e la cronica carenza di “conoscenza” finanziaria tra i risparmiatori, oggi gli italiani continuano a mantenere un terzo della loro ricchezza parcheggiata nei conti corrente. Quasi 1.400 miliardi che invece essere investiti sono fermi in banca. Gli investitori hanno paura di rischiare e non sanno cosa fare dei loro risparmi.  Come riporta il recente rapporto europeo realizzato da Demos e Fondazione Unipolis, alla base di questa diffidenza c'è da sempre, nel nostro Paese, una forte carenza di fiducia e, nonostante si sia attenuata rispetto a qualche anno fa, l’insicurezza economica rimane ancora per gli italiani la causa preponderante. Tale aspetto coinvolge sei italiani su dieci. In particolare, più di una persona su quattro teme di perdere i propri risparmi (27%), ma è ancora più elevata la componente di persone che temono di perdere il lavoro, di non avere abbastanza soldi per vivere, di non avere o perdere la pensione. Ricorda Fabio Bordignon, responsabile ricerca Demos&Pi, che il quadro italiano è il più critico tra i Paesi europei coinvolti nell’indagine . L’incertezza che caratterizza la sfera economica e occupazionale colpisce soprattutto i più giovani: in Italia oltre nove persone su dieci pensano che l’ascensore sociale-generazionale si sia bloccato, e sei intervistati su dieci i giovani è convito di avere, in futuro, una posizione sociale ed economica peggiore rispetto a quella dei genitori. Accanto a queste insicurezze strutturali c’è poi una mancanza di fiducia rispetto all’offerta di prodotti finanziari. In molti si affidano ai consigli allo sportello ma restano spesso con il dubbio di aver fatto la scelta sbagliata. Certo non è cosa facile far capire al risparmiatore che sui mercati finanziari non si può solo guadagnare. Manca un’adeguata educazione finanziaria tra i risparmiatori ma, proprio per questo, offrire loro prodotti poco calzanti al reale profilo di rischio è ancora peggio e mina il grado di fiducia.  Era il 2007, quando l’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi criticava la “stretta” integrazione tra fabbriche di prodotto e reti distributive bancarie. Anche la Consob in questi anni ha denunciato più volte l’aumento del rischio di conflitti di interessi nell’integrazione tra banche e Sgr sostenendo che le politiche commerciali avrebbero potuto orientare l’offerta di fondi più a favore delle reti di vendita che del soddisfacimento dei bisogni della clientela. Oggi l’industria finanziaria si è mossa. L’Abi e i sindacati, lo scorso dicembre, dopo quasi due anni di gestazione, hanno reso operativa la Commissione bilaterale sulle politiche commerciali con l’intento di evitare comportamenti scorretti. Inoltre, sul caso diamanti, molti istituti stanno decidendo in queste ore di rimborsare totalmente i risparmiatori nel tentativo di rimediare agli “errori” commessi. Tutti passi importanti. Ma che da soli non bastano. Il cliente non vuole essere illuso ma vuole essere consigliato in maniera corretta e purtroppo, ci sono ancora casi, come sottolinea anche l’inchiesta di Plus24, in cui le esigenze del risparmiatore vengono valutate un po’ troppo superficialmente. D’altronde anche la stessa direttiva europea Mifid2 ha come obiettivo lo sviluppo di un mercato unico dei servizi finanziari in Europa, nel quale siano però assicurate la trasparenza e la protezione degli investitori. La direttiva sottolinea il dovere di agire nel miglior interesse del cliente, garantendo una corretta informazione, evitando conflitti di interesse e fornendo un’adeguata profilatura del risparmiatore. Le regole sono ormai scritte, il sistema non deve far altro che rispettarle".

Continua a leggere

Rinvio rendiconti MiFID2? La Consob di Savona alla prova delle lobby bancarie -Daniele Barzaghi- su Citywire

Scritto il 24.02.2019

Non vorrei risultare noioso, ma si tratta di un tema particolarmente importante per i risparmiatori. Per legge devono essere informati e pure subito! Troppo facile riempirsi la bocca di consulenza, di esigenze dei clienti e poi, alla prova dei fatti, nascondere una delle informazioni importanti che, finalmente, è obbligatoria!    "In Italia mettere per iscritto i costi dei prodotti finanziari (come richiesto dalla direttiva MiFID 2, ndr) è come parlare di corda in casa dell’impiccato visto che l'industria del risparmio gestito vanta il primato poco invidiabile di far pagare ai propri sottoscrittori fra i costi più elevati di tutta Europa (il 37% contro il 24% nell'ultimo decennio), come ha indicato recentemente uno studio proprio dell'Esma" ha scritto ieri Salvatore Gaziano, direttore investimenti di SoldiExpert Scf ed ex giornalista di Borsa&Finanza, sul Fatto Quotidiano. "Proprio l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati a cui la triplice alleanza banche-reti-società di gestione chiede, tramite la Consob, di sospendere la partita dopo che l’arbitro ha già comunicato da anni le regole che gli intermediari dovrebbero rispettare" ha continuato Gaziano, citando la lettera scritta da Abi, Assoreti, Assogestioni e Assosim, rivelata da Gianfranco Ursino sul Sole 24 Ore. "Nel 2016 le società quotate a Piazza Affari si sono portate a casa mediamente un 3% di ricavi commissionali dai fondi consigliati alla clientela. Con alcune società di gestione (Azimut, Banca Generali e Banca Mediolanum) che sono riuscite a incamerare un ulteriore 0,84% alla voce commissioni di performance anche per fondi che avevano registrato nella realtà rendimenti negativi". "Non sfuggirà che la richiesta di rinvio dei rendiconti Mifid2 avviene dopo il 2018, un annus horribilis, con gli intermediari che dovranno mettere per iscritto che magari il -10% di rendimento ottenuto dal risparmiatore su 100.000 euro di capitale deriva sì dall’andamento dei mercati, ma soprattutto dall'aver consigliato strumenti che si sono mangiati il 5% del rendimento" ha puntualizzato Gaziano. Il tentativo, che ha già visto la contrarietà di associazioni come Ascofind, Nafop e Adiconsum, appare quello di prendere tempo sperando in un 2019 meno tragico del 2018. Ma, come conclude Gaziano, "richiedere adesso di aprire un tavolo europeo di consultazione su come rendicontare i costi sospendendo l’invio dei rendiconti ai risparmiatori appare quindi bizzarro e sarà interessante vedere la risposta della nuova Consob del professore Paolo Savona".

Continua a leggere

MIFID 2 Rendicontazione sì o no? La bagarre che non aiuta i risparmiatori -di Silvia Ragusa su FundsPeople 19 febbraio 2019-

Scritto il 20.02.2019

Riporto questo interessante articolo riguardante l'applicazione di Mifid 2 in uno degli aspetti più delicati: la rendicontazione (ancora per il 2018!) dei costi sostenuti dai risparmiatori. Se gli intermediari si giudicassero per quanto fanno (e non per quanto dicono), la situazione sarebbe sconfortante.    La tempistica indicata dall’Esma era "as soon as possible". Eppure forse non accadrà il più presto possibile. Tutto dipende da cosa deciderà Consob in merito alla richiesta inoltrata qualche giorno fa da Abi, Assoreti, Assosim e Assogestioni di aprire un tavolo europeo di consultazione su come rendicontare i costi, sospendendo quindi l’invio dei rendiconti ai risparmiatori. Le quattro associazioni hanno, infatti, presentato una lista di punti sui quali vogliono discutere con l’authority europea. Solo dopo “aver ricevuto tutte le informazioni dai produttori e aver effettuato le elaborazioni che a loro volta richiedono tempi tecnici”, potranno inviare i rendiconti riferiti al 2018. Come a dire, la cosa sarà più lunga del “as soon as possible” indicato. Una richiesta “intempestiva”, dicono nero su bianco Paolo Galvani e Giovanni Daprà, rispettivamente presidente e Ceo di Moneyfarm. In una lettera inviata a Consob, infatti, la società di consulenza spiega come “fermo restando il diritto delle associazioni di richiedere tutti i chiarimenti del caso, non si può non notare come la richiesta sia stata intempestiva, considerato che MiFID II è entrata in vigore a gennaio 2018, un anno dopo la data inizialmente prestabilita. Gli investitori si aspettano (e ne hanno il diritto) di conoscere al più presto tutti i costi associati ai propri investimenti e di vederli comunicati in modo trasparente e chiaro, come espressamente richiesto dal legislatore”, scrivono. “Dal nostro punto di vista non riteniamo che siano possibili ulteriori indugi”, aggiungono nella lettera. “Proprio Esma ha ricordato recentemente che l’Italia è il Paese in cui i costi associati ai prodotti finanziari sono tra i più alti in Europa: gli investitori italiani pagano molto di più dei loro pari europei per la gestione del proprio patrimonio (senza averne peraltro, nella maggior parte dei casi, alcuna consapevolezza). Le commissioni pagate, inoltre, superano spesso i rendimenti ottenuti: si tratta di una vera e propria emergenza che riguarda gli oltre 4.000 miliardi di euro di patrimonio mobiliare delle famiglie italiane. Una corretta applicazione di MiFID II è un'opportunità unica sia per l'industria del risparmio, per fare un salto di qualità, sia per tutti gli operatori che da sempre credono nei principi di trasparenza e indipendenza, per poter finalmente concorrere in un mercato dove sia semplice per gli investitori comparare costi e modelli di servizio”. Secondo i calcoli dell’Esma, infatti, nel decennaio 2008-2017, i costi degli strumenti azionari venduti alla clientela retail in Italia hanno impattato per il 37% sulle performance lorde quando la media europea si è fermata ad appena il 24%. La scorsa settimana poi ha fatto scalpore un report di Mediobanca contro molte società del risparmio gestito, tirando fuori i dati di un precedente studio di cui avevamo già parlato. Come a dire, il tema dei costi è sempre più caldo e i risparmiatori non auspicano altro che una maggiore trasparenza. “Da ben 18 anni i consulenti indipendenti comunicano in totale trasparenza tutti i costi, in particolare quelli che riguardano il proprio onorario, unica fonte di remunerazione legata al servizio di consulenza FeeOnly”, dice sul tema Luca Mainò, cofondatore e direttore commerciale di Consultique e  membro del direttivo di Nafop, associazione nazione dei consulenti autonomi. “Noi continueremo in questa direzione: semplice contratto di consulenza, trasparenza sui costi, possibilità di spaziare su tutti gli strumenti esistenti sul mercato. A questo proposito, tra i servizi maggiormente richiesti c’è la verifica dell’efficienza e la quantificazione dei costi sulle posizioni che gli investitori hanno presso uno o più intermediari”. A detta di molti, insomma, le associazioni avrebbero potuto elaborare per tempo delle linee guida coerenti o chiedere chiarimenti alla stessa Esma. In questo senso, dopo la divulgazione della lettera delle quattro associazioni, la stessa Associazione bancaria italiana sembra essersi quasi sfilata, mandando una circolare ai sui associati in cui chiarisce come  un'ulteriore richiesta di chiarimenti non possa costituire un motivo per posticipare ulteriormente le comunicazioni ai clienti. Adesso la parola spetta a Consob.

Continua a leggere

La Bce comunica i requisiti patrimoniali. Ecco le banche con le spalle più forti Di Francesco Colamartino 11 febbraio 2019

  • 476
  • 0
  • Banche e prodotti bancari
Scritto il 17.02.2019

Riporto un interessante, ma piuttosto tecnico, articolo di Francesco Colamartino riguardante i requisiti patrimoniali minimi richiesti dalla BCE. La mia personale impressione è che bene o male le più grandi banche italiane siano sulla via della guarigione. La vera incognita a questo punto è quella relativa all’andamento dell’economia UE e italiana in special modo. Se dovesse esserci una nuova recessione tutte le Banche ne risentirebbero nei loro margini di solvibilità, anche se oramai il modo di fare banca è molto cambiato e quindi non accadranno più le insolvenze viste negli ultimi 10 anni.     Di FRANCESCO COLAMARTINO 11 febbraio 2019 "A conclusione del processo annuale di revisione e valutazione prudenziale (Supervisory Review and Evaluation Process, o Srep) della Bce, UniCredit dovrà rispettare i seguenti requisiti patrimoniali su base consolidata a partire dal 1° marzo 2019: 10,07% di Cet1 ratio, 11,57% di Tier 1 ratio e 13,57% di Total Capital ratio. Al 31 dicembre 2018, i coefficienti patrimoniali di UniCredit su base consolidata sono: 12,13% Cet1 ratio transitorio (12,07% su base fully loaded), 13,64% Tier 1 ratio transitorio e 15,8% Total Capital ratio transitorio.   BancoBpm dovrà rispettare i seguenti requisiti patrimoniali su base consolidata a partire dal 1° marzo 2019: 9,25% Common Equity Tier 1 ratio, 10,25% Total Srep Capital requirement, 9,31% Tier 1 ratio e 12,81% Total Capital ratio. Il gruppo ha comunicato di avere al 31 dicembre 2018 i seguenti coefficienti patrimoniali effettivi: 12,1% Common  Equity Tier 1 ratio (phased-in), 12,3% Tier 1 ratio  (phased-in) e 14,7% Total Capital ratio (phased-in). Inoltre, tenendo conto delle operazioni di capital management collegate alla riorganizzazione del comparto Consumer Credit e al progetto Ace, la banca ricorda i valori  pro-forma al 31 dicembre 2018: un Common Equity Tier 1 ratio pari al 13,5% phased-in (11,5% fully phased) e un  Total Capital ratio pari al 16,2% phased-in (14,0% fully phased).   Ubi Banca dovrà rispettare i seguenti requisiti patrimoniali su base consolidata a partire dal 1° marzo 2019: Cet 1 pari al 9,25% fully loaded, eTotal Srep Capital Requirement pari al 10,25%. Aggiungendo un Capital Conservation Buffer del 2,5%, si arriva a un requisito minimo in termini di Total Capital Ratio di Vigilanza del 12,75%. Al 31 dicembre 2018, la banca aveva un Cet 1 Ratio phased in dell'11,70% e fully loaded dell'11,34% e un Total Capital Ratio phased in del 13,80% e fully loaded del 13,44%.   Intesa Sanpaolo dovrà rispettare i seguenti requisiti patrimoniali su base consolidata a partire dal 1° marzo 2019: Common Equity Tier 1 ratio pari a 8,96% secondo i criteri transitori in vigore per il 2019 e a 9,33% secondo i criteri a regime. Il requisito di Total Capital ratio fissato dallo Srep per il 2019 è del 9,5%, comprensivo di un minimo di Pillar 1 dell'8% (4,5% di Cet1) e di un aggiuntivo di Pillar 2 dell'1,5% (interamente Cet1). La banca afferma di rispettare "ampiamente" tali coefficienti patrimoniali al 31 dicembre 2018, che a livello consolidato vedono un Cet 1 ratio al 13,5% e un Total Capital ratio al 17,7% (secondo i criteri transitori in vigore nel 2018) e un Cet1 del 13,6% e un Total Capital ratio del 18% (pro-forma a regime)".

Continua a leggere

Quanto hanno pesato le spese sui ritorni dei clienti di B.Mediolanum, Fineco, B.Generali e Azimut. Articolo di Francesco Colamartino apparso su Citywire

Scritto il 12.02.2019

La media tra le quattro reti di consulenza quotate è stata stimata da Mediobanca Securities al 48%.   L'analista autore del report pubblicato a febbraio ha fatto riferimento a un precedente documento di Mediobanca Securities, "KIIDs don't lie", del giugno 2017, elaborato su dati 2016. Mediobanca Securities, nel documento del 2017, diceva di aver analizzato i KIID di 113 fondi, per un totale di 50 miliardi di euro di asset in gestione, che al tempo corrispondevano a due terzi del totale gestito delle reti. In termini di costi, le spese correnti escludono commissioni di performance e di ingresso-uscita. Includono commissioni di gestione, regolatorie, deposito, custodia, contabilità, transfer agent, broker dealer, audit e oneri legali. L'analisi di Mediobanca Securities relativa al 2016 si focalizza su oneri che vanno da 252 punti base (FinecoBank) a 389 (Banca Generali) per una media di 300 bps. Le commissioni di performance nel 2016 si sono attestate in media a 84 bps, tra i 65 bps di Banca Mediolanum e i 119 di Azimut (ponderati per gli asset in gestione). Banca Generali si è attestata a 68 bps, mentre FinecoBank non le applicava. Dei 113 fondi analizzati (11 di Azimut e Banca Generali e 7 di Banca Mediolanum) le commissioni di performance sono state applicate anche per 29 fondi, i cui clienti hanno registrato ritorni negativi. In totale, comprese le commissioni di performance, i clienti hanno pagato in media 363 punti base.  Per quanto riguarda l'incidenza dei costi sui ritorni lordi dei clienti, i 113 fondi analizzati hanno registrato una performance lorda (ponderata per gli asset in gestione) di 756 punti base, ma metà di questa è andata in commissioni di performance e spese correnti. Questo significa che, in media, i clienti hanno dato alle reti il 50% circa della loro performance. In quell'anno, i costi di Azimut si sono attestati in media al 3,91% su ritorni al 10,9%, Banca Generali 4,57% su 5,3%, Banca Mediolanum 3,52% su 8,3% e Fineco 2,52% su 5,7%. La conclusione di Mediobanca Securities nel report di febbraio è che qualcosa, su questo fronte, sta cambiando. Molte società stanno riducendo l'entità dei reclutamenti e questo, a detta degli analisti, è positivo.  Azimut, Banca Generali e Banca Mediolanum stanno modificando gli algoritmi con cui applicano le commissioni di performance in maniera più "fair" per i clienti. La riduzione del costo dei fondi sottostanti, inoltre, è un modo per limitare il total expense ratio. Ma ancora molto va fatto, è il verdetto di Mediobanca Securities.

Continua a leggere

Condividi