Leonardo Morre

Vai al mio profilo / Se mi conosci votami

Consulente finanziario

Top MoneyController Financial Educational
Consulenti Finanziari Autonomi Indipendenti
Milano, Alessandria, Biella, Novara, Varese, Vercelli
-
Oltre a 10 anni
Laurea specialistica
58 anni
1641
05/03/2019

Vai al mio profilo

35 post - 35.225 letture


GUADAGNARE MOLTI SOLDI IN MODO SICURO E GARANTITO - UN METODO INFALLIBILE

  • 117
  • 0
  • Consulenza finanziaria
Scritto il 22.07.2019

Da pochissimi giorni è quotato anche in Italia il titolo di Stato emesso dal governo tedesco con scadenza decennale e cedola nominale pari a 0,00% (ZERO VIRGOLA ZERO PERCENTO) ma dato che il prezzo è attualmente sopra la pari, l’investitore che andasse ad acquistarlo otterrebbe la garanzia di perdere soldi portandolo fino alla scadenza tra 10 anni. (Per chi volesse approfondire, si tratta del titolo: BUND 12/07/19-15/08/29 0.00% e ovviamente questa indicazione NON E’ un consiglio di acquisto o di vendita). Sembra però, in base a recenti statistiche, che le aspettative di rendimento del tipico risparmiatore italiano siano ancora oltre l’8% annuo: evidentemente la realtà non è ancora stata completamente percepita dalla maggior parte degli investitori italiani. Di fronte a questo scenario, però, esiste la possibilità di ottenere nel tempo un risultato eccezionale dai propri investimenti, applicando un metodo che utilizza alla base un principio molto semplice. Per illustrarlo, utilizzerò un esempio concreto. Tre amici di scuola media, Matteo, Luca e Giovanni, dopo alcuni anni di lavoro sono riusciti ad accantonare 100.000 € ciascuno e all’età di 35 anni, decidono di investirli. Casualmente e senza consultarsi tra di loro, decidono di investire nello stesso fondo comune MAGIC però Matteo acquista questo fondo tramite il proprio conto on-line direttamente, Luca compra lo stesso fondo presso la banca di fiducia mentre Giovanni compra lo stesso fondo tramite il suo amico assicuratore. Tutti e tre sono abbastanza fortunati in quanto il fondo comune MAGIC riesce eccezionalmente ad avere un rendimento annuo pari a 7%. All’età di 65 anni, si ritrovano per confrontare i risultati. Con un’analisi più approfondita, si accorgono che le commissioni che hanno pagato sono state molto diverse l’una dall’altra: Matteo ha comprato la versione base del fondo MAGIC senza commissioni di ingresso pagando l’1% all’anno di commissioni interne di gestione del fondo. Luca ha comprato lo stesso fondo in banca, acquistando però senza rendersene conto, la versione con commissioni interne maggiorate dovute alla commissione di distribuzione oltre alla commissione di gestione annua e ha pagato il 2% all’anno (1% di commissioni del fondo più l’1% annuo di commissioni di distribuzione). Giovanni ha comprato lo stesso fondo tramite una polizza vita unit-linked che gli è stata venduta dall’amico assicuratore, pagando il 3% all’anno dato che oltre ai costi del fondo MAGIC si sommano le commissioni annuali della compagnia assicuratrice. Tra le altre cose, Giovanni si è reso conto troppo tardi che i presunti “vantaggi” del contratto assicurativo ramo vita a lui non servivano, in base alla sua attività lavorativa e alla sua situazione familiare. Decidono quindi di scrivere un foglio di carta i risultati ottenuti: Giovanni ha investito 100.000 € nel fondo MAGIC che sono cresciuti al 7% annuo (meno il 3% all’anno di commissioni) e si ritrova con 324.340 € Luca ha investito 100.000 € nello stesso identico fondo che sono cresciuti al 7% annuo (meno il 2% all’anno di commissioni) e si ritrova con 432.194 € Matteo ha investito 100.000 € nello stesso identico fondo che sono cresciuti al 7% annuo (meno l’1% all’anno di commissioni) e si ritrova con 574.349 € Stessa somma investita, stesso periodo di investimento, stesso rendimento, ma Matteo ha quasi il doppio del suo amico Giovanni. “Solo“ l’1% di quà e l’1% di là, non sembra molto, ma componendosi nel tempo potrebbe fare la differenza con risultati tali da poter vivere tranquillamente oppure trovarsi in maggior difficoltà, proprio quando se ne ha più bisogno. Inoltre, tanto più aumenta il tasso di rendimento che si riesce ad ottenere, tanto più aumenta la differenza finale per effetto delle commissioni periodiche: 1 milione di euro investito all’8% di rendimento annuo ipotetico per trent’anni diventa: 4.321.194 €, pagando il 3% annuo di commissioni 5.743.490 €, pagando 2% annuo di commissioni 7.612.250 €, pagando l’1% annuo di commissioni oltre 3.200.000 € in più semplicemente grazie commissioni annue più basse. Praticamente, può voler dire per molte persone lavorare 10 anni di più prima di poter smettere o, in alternativa, andare in pensione con molto ma molto meno di quanto si sarebbe potuto ottenere. Del resto, il grande Jack Bogle, inventore dei fondi indicizzati e fondatore di Vanguard (secondo asset manager al mondo per masse amministrate) spiegava che pagando commissioni eccessive rinunci a una percentuale tra il 50 il 70% del tuo capitale futuro. Come illustrato molto efficacemente Tony Robbins nel suo “Money –  Master the Game”: “…facciamo un caso più reale. Tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2012, l’indice S&P500 è rimasto fermo. Nessuno rendimento. Questo periodo comprende il cosiddetto “decennio perduto“, perché molte persone non hanno fatto nessun passo avanti, ma hanno dovuto affrontare un’altissima volatilità a causa della crescita del 2007, della caduta libera del 2008 e della forte rialzo iniziato nel 2009. Immaginiamo che tu avessi investito i tuoi risparmi di 100.000 €. Se ti fossi limitato a seguire o possedere tutto il mercato in questi 12 anni (comprando l’indice S&P500), il tuo saldo finale sarebbe stato abbastanza simile e le commissioni molto basse. Ma se hai pagato oltre il 3% all’anno di commissioni, in realtà hai pagato di 30.000 € e quindi ne restano solo 70.000 mentre il mercato è rimasto fermo: tu hai investito il capitale, tu ti sei preso tutti i rischi, e qualcuno ha guadagnato a prescindere.” Se poi ci rendiamo conto che la grande maggioranza dei fondi comuni a gestione attiva non batte il mercato, ecco che il metodo garantito e sicuro per guadagnare nel tempo è prima di tutto RISPARMIARE SULLE COMMISSIONI ANNUE. Lo stesso Tony Robbins afferma che”… devi abbassare le commissioni totali annue dei costi di investimento all’1,25% o meno in media. Questo significa che il costo della consulenza (un consulente per gli investimenti regolarmente iscritto all’albo, e preferibilmente indipendente, che ti aiuta a scegliere adeguatamente, a riequilibrare il tuo portafoglio periodicamente e così via) più i costi degli investimenti devono essere idealmente al di sotto dell’1,25% all’anno. Per esempio, potresti pagare l’1% o poco meno al consulente finanziario e lo 0,20% per fondi indicizzati a basso costo o ETF”. Dal momento in cui i fondi comuni e gli ETF in Italia costano mediamente molto di più che negli Stati Uniti, possiamo pensare ad un costo totale attorno ad 1,50% annuo di cui 1% annuo circa pagato al consulente finanziario che sarà in grado di consigliare le strategie migliori per combinare ETF e titoli, preferibilmente tramite un intermediario (banca o sim) con basse commissioni di negoziazione. Il metodo migliore per guadagnare soldi nel tempo in modo garantito e sicuro esiste: risparmiare sulle commissioni annue totali che costituiscono un dato certo mentre il rendimento futuro resta sempre e in ogni caso un dato ipotetico (anche se acquisti un fondo a cinque stelle). In questi giorni, dopo lunga attesa, sta iniziando ad arrivare ai risparmiatori italiani il RENDICONTO DEI COSTI E ONERI in base alla direttiva Mifid2: ogni intermediario dovrà fornire ai propri clienti una rendicontazione annuale aggregata del totale dei costi che l’investitore ha pagato nel corso dell’anno solare precedente. Diventa obbligatorio inserire anche tipologie di costo fino ad oggi poco evidenti, come ad esempio i costi di transazione all’interno di un fondo comune di investimento (che nel caso di alcuni fondi con particolari strategie possono essere molto elevati). Purtroppo, a fronte dell’obiettivo del legislatore di fornire dati chiari e trasparenti, sembra che alcune banche abbiano pensato di “annegare” queste poche righe essenziali ma concrete, all’interno di decine di pagine pubblicitarie, senza alcun valore effettivo per il cliente finale. Un consulente finanziario autonomo, tra le varie tipologie di consulenza svolte, può anche realizzare analisi precise e perizie sugli strumenti finanziari detenuti da un investitore: in questo caso non si tratta di “consulenza in materia di strumenti finanziari “. Trattandosi di un evento eccezionale, cioè il primo invio storico del rendiconto dei costi e oneri, ho personalmente deciso di praticare tariffe eccezionalmente basse fino al 31 dicembre 2019, a tutti gli investitori che volessero comprendere meglio l’impatto dei costi dei loro investimenti così come specificato nella nuova rendicontazione dei costi: la normativa, infatti, richiede la presentazione dei costi pagati dall’investitore nel corso dell’anno solare raggruppati per tipologie ed espressi sia in percentuale che in valore assoluto ma non richiede la definizione precisa di come tali costi siano maturati durante l’anno, e viene fornita il cliente solo dietro specifica richiesta. Negli esempi precedenti, ho fatto riferimento a commissioni annue totali massime del 3%, ma nella realtà ho avuto modo di verificare che molti investitori italiani hanno pagato e stanno pagando anche il 4% o addirittura oltre il 5% annuo, ovviamente in questi casi l’impatto distruttivo sui risultati finali nel tempo è ancora maggiore. Quale miglior occasione, quindi, per rendersi conto se siete Giovanni, Luca o Matteo? Nota importante: la promozione a cui faccio riferimento consiste in “consulenza finanziaria generica” e quindi NON avrà alcuna indicazione concreta di investimenti in strumenti finanziari. La consulenza specifica, cioè la “consulenza in materia di strumenti finanziari”, regolata da successivo apposito contratto distinto, potrà essere fornita in ogni caso con le corrette modalità a termine di legge.

Continua a leggere

MEGATRENDS: I GRANDI VANTAGGI DEGLI ETF TEMATICI

Scritto il 03.06.2019

Vi piacerebbe sapere come investire con elevatissime probabilità di ottimi risultati? Una possibile risposta a questa domanda è l’investimento a lungo termine che segue le principali tendenze che caratterizzeranno lo sviluppo economico e sociale dei prossimi anni: i cosiddetti “ MEGATRENDS “. Sono ormai passati più di vent’anni da quando acquistai una copia del libro di John Naisbitt MEGATRENDS ASIA, in cui il famoso esperto nella previsione delle tendenze economico-sociali indicava quali fossero gli otto temi fondamentali che avrebbero cambiato il volto al nostro pianeta partendo dal continente asiatico. Da allora non è cambiato il criterio fondamentale alla base di questo ragionamento: selezionare e investire nei grandi temi, i cosiddetti MEGATRENDS. Si tratta, quindi, di un’esposizione totalmente azionaria verso quelle società il cui business è legato ai temi secolari che potrebbero, nei prossimi anni, modificare il modo di vivere di tutta la popolazione umana o di gran parte di essa. Una possibile suddivisione in macro-categorie potrebbe comprendere: • Nuove tecnologie • Energia pulita • Invecchiamento e Crescita demografica • Salute • Consumi dei Paesi Emergenti Oggi possiamo brevemente trattare il primo tema, quello delle NUOVE TECNOLOGIE E DELL’AVANZAMENTO TECNOLOGICO. L’evoluzione tecnologica ha avuto negli ultimi anni un impatto enorme sugli stili di vita della popolazione, cambiando le tipologie di consumi, il modo di lavorare ed il modo di consumare il tempo libero, nonché l’accesso alle informazioni, alla cultura, alla scienza e all’intrattenimento. Nei prossimi decenni i trend più promettenti riguardano la robotica e la digitalizzazione, che potrebbero avere impatti importanti sui modelli di produzione industriale e sui servizi. Un altro tema di interesse riguarda la gestione dei cosidetti «Big Data», ovvero dello sfruttamento di tutte le informazioni raccolte mediante gli strumenti informatici a fini commerciali o scientifici. Un ultimo tema è quello dell’evoluzione dei materiali come ad esempio il Grafene che potrebbe avere moltissimi utilizzi in svariati campi. Come mia abitudine, preferisco sintetizzare concetti complessi con esempi concreti. Fino a qualche anno fa, nel momento in cui veniva proposto ad un investitore il tema delle azioni tecnologiche, il riferimento era un concetto generale di tecnologia. Oggi, all’interno di questo concetto più generale, emergono sotto-settori specifici per ciascuno dei quali può essere interessante realizzare analisi ed effettuare eventualmente degli investimenti, dato che l’evoluzione e la ricerca hanno portato a sviluppare temi e tendenze in alcuni casi molto diversi tra loro, in altri casi complementari. In altre parole, per un investitore che voglia adottare scelte di lungo termine basate su determinati criteri, ad esempio di investimento nel settore tecnologico, può essere utile scegliere aziende che operano in determinati sotto-settori specifici del più ampio spettro tecnologico, rispetto ad altre pur interessanti ma con minori potenzialità di sviluppo e di ritorno economico. Un primo esempio è costituito, all’interno del tema “Robotica e Automazione”, dalla STAMPA 3D, cioè la possibilità di realizzare oggetti tramite quella che viene anche chiamata anche “manifattura additiva” che consiste, in estrema sintesi, nella realizzazione di oggetti tramite stampa, strato dopo strato, anziché nella asportazione di materiale dal blocco pieno. Si tratta, in effetti, di una modalità completamente nuova rispetto al passato per la quale viene spesso utilizzato anche il termine di Industria 4.0: immaginiamo, ad esempio, una fabbrica che ha sostituito, nel proprio processo produttivo, le caratteristiche figure dell’operaio specializzato addetto al tornio, con ingegneri specializzati che sanno progettare e costruire oggetti tramite stampanti a tre dimensioni, gestite da appositi software. Alcune di queste aziende del futuro sono presenti anche nel nostro paese, ad esempio esiste una azienda che realizza motori e altre parti di aerei che vengono realizzate fondendo insieme, uno strato dopo l’altro, polveri di metalli: i materiali utilizzati sono speciali leghe metalliche come l’Alluminiuro di Titanio-TiAl. Un esempio: produrre un iniettore del combustore di un motore aeronautico con la tecnologia tradizionale significa forgiare cinque parti da unire successivamente, mentre con la tecnologia additiva lo si realizza direttamente in un unico pezzo. Un altro esempio è costituito dalla realizzazione di protesi in titanio ed esistono aziende che riescono a riprogettare completamente, grazie alla possibilità della successiva stampa 3D, componenti utilizzate dal settore medico e dentistico, con caratteristiche innovative e migliorative rispetto alle tecniche costruttive e ai materiali utilizzati in precedenza: miglior resistenza alle sollecitazioni, maggior durata nel tempo, maggior leggerezza e maggior funzionalità. Un altro esempio significativo è costituito da aziende che progettano e costruiscono droni, cioè velivoli senza guidatore umano a bordo, le loro applicazioni sono moltissime ad esempio quelle legate all’analisi dei terreni agricoli per la gestione di grandi superfici: grazie ai sensori a bordo, sono in grado di rilevare le caratteristiche dei terreni e di fornire in tempo reale indicazioni pratiche agli agricoltori per realizzare interventi mirati. Una tecnologia che consente risparmio di acqua e fertilizzanti e un loro utilizzo mirato consentendo di fatto un aumento della produttività in agricoltura. Un altro campo particolarmente interessato agli sviluppi della robotica è quello sanitario e in particolare la componente che si occupa di interventi chirurgici. È ormai possibile, tramite macchinari integrati che realizzano analisi 3D del paziente, realizzare interventi chirurgici con poche piccole incisioni in cui vengono inseriti componenti meccaniche guidate dal chirurgo che può sia visualizzare perfettamente su schermo 3D la situazione degli organi del paziente, sia realizzare con la massima precisione l’intervento. Una tecnologia che permette interventi chirurgici meno invasivi e più precisi ed efficaci. Un altro grandissimo e ormai prossimo campo di applicazione è quello degli autoveicoli a guida automatica: in questo caso le aziende interessate operano in moltissimi settori diversi tra loro e uno fondamentale è costituito dai produttori di sensori, con un semplice esempio quelli che oggi ci segnalano in retromarcia che stiamo per urtare la nostra auto e che tra qualche anno ci impediranno di investire un passante o di tamponare l’auto che ci precede nelle autovetture a guida automatica. Fin qui, solo alcuni e velocissimi esempi di ciò che già oggi le tecnologie legate al macro- trend della robotica e dell’automazione possono offrire. Rinviamo ad un successivo articolo altri esempi in merito alle cosiddette nuove tecnologie, si tratta di un numero crescente di aziende che già oggi e sempre più in futuro entreranno prepotentemente nella vita di ognuno di noi: per ogni argomento che ho trattato con un esempio di poche righe, sarebbe possibile parlare per ore e scrivere libri interi, dato che lo sviluppo delle nuove tecnologie è così vasto e coinvolge così tanti aspetti presenti e futuri della vita dell’uomo, e una trattazione semplice e breve risulterebbe in ogni caso riduttiva ed insufficiente. Segnalo, come esempio indicativo dello sviluppo di nuovi materiali, le ricerche per la realizzazione del Grafene, un materiale costituito da uno strato mono-atomico di atomi di carbonio, in pratica un materiale sottilissimo più leggero di un foglio di carta e 200 volte più resistente dell’acciaio. Nel campo della telefonia mobile, grazie al grafene, è possibile oggi realizzare schermi flessibili e soprattutto sarà possibile realizzare batterie per i telefoni cellulari che si pensa potrebbero durare settimane prima di una successiva ricarica che potrebbe durare pochi secondi. Sempre tramite il grafene abbiamo applicazioni nell’ambito del futuro 5G di cui potremo parlare più avanti e che, a detta degli esperti, costituirà una vera rivoluzione quindi niente a che vedere col passaggio dal 3G al 4G. Il grafene permetterà anche la realizzazione di arti protesici con caratteristiche enormemente migliorative rispetto a quanto realizzato finora. Sarà anche possibile realizzare fotocamere intelligenti, in grado ad esempio di segnalare alimenti sconsigliati alle persone con intolleranze alimentari oppure cerotti intelligenti che sono in grado di misurare il battito cardiaco o la quantità di ossigeno nel sangue. Dal punto di vista di un investitore, diventa importante poter selezionare i titoli corretti e modificarli nel tempo per investire una parte più o meno grande del proprio patrimonio per beneficiare degli sviluppi di questi MEGATRENDS, seguendo sia le caratteristiche del proprio profilo di investitore sia determinate scelte operative. Si tratta in molti casi di investire in società di media o piccola dimensione oppure in società difficilmente raggiungibili con acquisto diretto. Da alcuni anni è possibile investire tramite fondi comuni tematici, cioè fondi azionari in cui la selezione dei titoli viene realizzata per seguire un determinato tema o megatrend. Più recentemente, sono stati quotati sul mercato numerosi ETF tematici che consentono di investire su determinati temi pagando al contempo costi di gestione annui decisamente inferiori a quelli realizzati dalla maggior parte dei fondi comuni tematici. I sostenitori dei fondi comuni e della gestione attiva sono portati a promuovere l’utilizzo di strumenti, quali fondi comuni, per la possibile discrezionalità del gestore di selezionare meglio determinati titoli rispetto ad altri sia in funzione delle caratteristiche di ciascuna società sia in funzione di determinate variabili di mercato. In realtà, pur essendo strumenti a replica passiva, gli ETF tematici replicano un indice che potremmo definire intelligente e di fatto si collocano nell’ambito dai cosiddetti ETF SMART-BETA. Se quindi lo strumento ETF tematico replica un determinato indice, quest’ultimo viene costruito a priori seguendo dei criteri precisi che permettono una composizione di titoli che segue logiche coerenti e un ribilanciamento periodico che si basa sui criteri definiti. Quasi sempre gli ETF tematici utilizzano indici costruiti e realizzati da società di analisi specializzate sul singolo tema trattato: ne deriva sovente una selezione di società coerenti con il tema definito dall’ETF che presentano grande attinenza allo sviluppo del megatrend in cui vogliamo investire. Si tratterà quindi non solo di scegliere i MEGATRENDS su cui vogliamo posizionarci e i rispettivi pesi percentuali ma anche quali strumenti utilizzare in modo da evitare strumenti che hanno di fatto una parziale o scarsa attinenza al tema. In questo processo di analisi e selezione degli strumenti più idonei per costruire un portafoglio del tutto o in parte basato sui MEGATRENDS, la consulenza offerta da un consulente finanziario autonomo potrà permettere di strutturare al meglio un portafoglio e di seguirlo nel tempo, dal momento in cui determinati strumenti potrebbero risultare non acquistabili presso un unico intermediario. Il consulente finanziario autonomo potrà quindi selezionare ed indicare gli strumenti di volta in volta più appropriati, sia perché non ha vincoli di collocamento di alcun tipo che potrebbero privilegiare determinati strumenti rispetto ad altri a danno del cliente, sia perché può costruire e seguire nel tempo portafogli su strumenti acquistati tramite intermediari diversi. Non sempre, infatti, un tema “di moda” si traduce in automatico in un investimento proficuo: a titolo di esempio, ricordo come pochi anni fa era emersa la tematica delle cosiddette “terre rare”, cioè di quegli elementi chimici appartenenti alla famiglia dei lantanoidi (come il lantanio, il samario, l’erbio, il gadolinio o l’itterbio) contenuti in minerali i cui giacimenti, di fatto non si presentano nè sotto forma di terra né sono particolarmente rari. La locuzione “terre rare” fu coniata perché all’origine era difficile scoprire queste componenti chimiche all’interno dei più di 100 diversi minerali che potrebbero contenerli. Quando emerse, pochi anni, fa la loro importanza in moltissimi procedimenti industriali in campo tecnologico (l’esempio classico è quello delle marmitte catalitiche) qualcuno pensò che potesse essere un investimento particolarmente proficuo l’acquisto di azioni delle società che li estraggono. Nacquero addirittura strumenti finanziari specifici con la locuzione “Terre Rare” che dopo una prima fase di forti rialzi sui mercati finanziari, subirono un tracollo e vennero successivamente chiusi e ritirati dal mercato, quando ci si accorse che la maggior parte delle aziende che estraggono questi materiali si trovano in Cina e che di società quotate impegnate in questa attività ne esistono poche decine a livello mondiale: la conseguenza pratica era di aver realizzato strumenti diversificati su pochissimi emittenti che non avevano in ogni caso il controllo della produzione mondiale. Di fatto strumenti che avevano affrontato una moda del momento ma che per le condizioni del mercato di riferimento non avrebbero potuto garantire elementi minimi agli investitori in termini di diversificazione e attinenza al tema. Resta quindi fondamentale la scelta dei MEGATRENDS su cui operare, alcuni dei quali utilizzabili anche all’interno di portafogli tradizionali come elementi satellite in una logica complessiva del tipo “core-satellite”, che consiste nell’utilizzare strumenti tematici in fasi di mercato particolarmente favorevoli rispetto ad altri strumenti più tradizionali con l’intenzione di mantenerli in portafoglio per un tempo congruo che non necessariamente collima con l’idea di investimento di lungo periodo: utilizzati in questa modalità diventano strumenti per sfruttare un trend particolarmente favorevole di breve periodo rispetto ad altri strumenti, ovviamente per porzioni limitate del patrimonio complessivo. I consulenti finanziari autonomi hanno scelto una modalità operativa che consente loro di valutare autonomamente le fonti informative, acquisendo negli anni una formazione specifica su aree tematiche grazie alla partecipazione a convegni e conferenze con focus su questi temi e anche tramite studio e aggiornamento costante su alcuni MEGATRENDS che richiedono preparazione maggiore per essere affrontati consapevolmente in campo finanziario.

Continua a leggere

ATFUND: I GRANDI VANTAGGI DEI FONDI COMUNI QUOTATI IN BORSA

  • 1205
  • 0
  • Prodotti finanziari
Scritto il 14.05.2019

I fondi comuni quotati in borsa, in particolare su Borsa Italiana nell’apposita sezione ATFUND, costituiscono senza dubbio una enorme innovazione a favore di investitori e risparmiatori, ne parlerò di seguito per specificare alcune caratteristiche essenziali di questo mercato ancora largamente sconosciuto alla maggior parte degli investitori e degli addetti ai lavori. La possibilità di acquistare fondi comuni quotati in borsa viene attivata in Italia da Borsa Italiana all’inizio del 2015: sono stati quindi superati i quattro anni di operatività. Preciso subito che parliamo di fondi comuni e non di ETF. Non si tratta dei fondi immobiliari quotati che sono un’altra cosa né dei fondi chiusi quotati presenti su borse estere. Con il termine fondi comuni intendo, in linea generale, sia i fondi comuni veri e propri, sia i comparti di SICAV o ICAV. Per spiegare meglio di che cosa si tratta preferisco utilizzare un esempio concreto. Pensiamo, ad esempio, ad una società di gestione autorizzata (che chiameremo “Beta”) che realizza in un paese comunitario, ad esempio in Lussemburgo, una SICAV multi-comparto ed in particolare un comparto specializzato nelle azioni italiane, caratterizzato da una attività di gestione attiva: possiamo chiamarlo “Fondo Alfa”. La società di gestione Beta dovrà a questo punto raccogliere investimenti dal pubblico dei risparmiatori e normalmente questo è stato fino ad oggi sempre realizzato tramite accordi di collocamento con intermediari che fungono da distributori, banche o SIM: nel nostro esempio la società di gestione Beta si metterà d’accordo con la banca “Gamma” per collocare il fondo Alfa presso i clienti della banca Gamma. In particolare, vengono create diverse “classi” caratterizzate da lettere, potremmo quindi pensare a tre differenti classi: la classe I, la classe A e la classe B dello stesso fondo comune Alfa, ciascuna con commissioni interne diverse. Quella meno cara è la classe I, quella più cara la classe B: ne deriva, automaticamente, che nel tempo l’investimento nella classe I renderà sempre di più dell’investimento nella classe A e nella classe B, a parità di rischio. Il fondo Alfa in classe A potrebbe essere venduto quindi dalla banca Gamma con una commissione di ingresso pari al 3%; inoltre il fondo Alfa potrebbe avere commissioni annuali interne di gestione pari a 2% e l’accordo di distribuzione potrebbe prevedere che la società di gestione Beta trattenga annualmente 1% ed il rimanente 1% vada alla banca Gamma (una percentuale di quest’ultimo 1% normalmente costituisce la retribuzione annuale del consulente abilitato all’offerta fuori sede che opera per conto della banca Gamma). Se un consulente abilitato all’offerta fuori sede della banca Gamma vende il fondo Alfa della società Beta ad un suo cliente per un importo pari a 100.000 € avremo questa possibile suddivisione di costi a carico del cliente: il cliente paga 3.000 € di commissioni di ingresso, che vanno interamente al distributore cioè alla banca Gamma, che a sua volta re-distribuisce al suo consulente abilitato all’offerta fuori sede una percentuale, ad esempio il 50% di 3.000 € pari a 1.500 €, a titolo di provvigioni; dal momento in cui il fondo Alfa è domiciliato in Lussemburgo, deve obbligatoriamente intervenire un terzo soggetto - la banca corrispondente - cioè la società che gestisce le operazioni “contabili” tra la SICAV ed il cliente: questo comporta di solito una commissione che può variare tra i 9 e i 30 euro, a seconda dei soggetti; nel nostro esempio ipotizziamo una commissione di banca corrispondente pari a 20 €; il cliente investe quindi un importo pari a 96.980 €; su quest’ultimo importo viene trattenuta annualmente una commissione pari al 2%: per semplificare l’esempio la possiamo calcolare su un importo pari a 100.000 € e quindi avremo 2.000 € di commissioni annue di gestione di cui 1.000 € andranno a costituire il fatturato della società di gestione Beta e 1.000 € (i cosidetti “rebates”) verranno pagate al distributore, cioè la banca Gamma che ne tratterrà 50% per sé mentre pagherà 500 € al proprio consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede come provvigione annuale; il costo totale annuo a carico del cliente, per i primi 12 mesi, sarà quindi pari a: 3.000 € di commissione di ingresso più 20 € di commissione di banca corrispondente più 2.000 € di commissioni di gestione: in totale 5.020 €, pari ad oltre il 5% rispetto all’importo iniziale investito. Per facilitare il collocamento del fondo Alfa la società di gestione Beta ha inoltre creato anche una seconda classe dello stesso fondo: la classe B che non presenta commissioni di ingresso ma internamente presenta un secondo livello di commissioni: le commissioni di distribuzione, che ipotizziamo pari a 1%. Se un cliente dovesse acquistare 100.000 € di questo fondo in classe B non andrebbe a pagare commissioni iniziali di ingresso ma soltanto i 20 € della banca corrispondente, peraltro le commissioni annuali ammonterebbero a: 2.000 € di commissioni di gestione come per la classe A; 1.000 € di commissioni di distribuzione non presenti nella classe A; il costo totale annuo a carico del cliente, per i primi 12 mesi, sarà quindi pari a euro 3.020, di cui 1.000 € andrebbero alla società di gestione, 20 € alla banca corrispondente e 2.000 € alla banca Gamma, in qualità di distributore che a sua volta potrebbe retribuire il proprio consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede con 1.000 € annuali, pari al 50% dei 2.000 € che riceve dalla società di gestione. La società di gestione Beta ha poi creato anche la classe I con commissioni di gestione annua pari a 1% e importo minimo di sottoscrizione pari a 1 milione di euro, classe riservata solo ai soggetti istituzionali e quindi non accessibile ai clienti privati nelle modalità più frequenti. La banca Gamma potrebbe creare una gestione patrimoniale con una commissione annua pari al 2% più Iva per la propria attività gestionale. Nel nostro esempio, per semplicità, possiamo pensare che la banca Gamma investa 1 milione di euro, all’interno di una propria gestione patrimoniale, nel fondo Alfa in classe I. Se un cliente investisse 100.000 € nella gestione patrimoniale che contiene al suo interno il solo fondo Alfa, andrebbe complessivamente a pagare: una eventuale commissioni di ingresso nella gestione patrimoniale, che potrebbe ad esempio essere pari ad 1% e quindi 1.000 € una tantum; la commissione interna al fondo Alfa pari a 1.000 € annui; la commissione di gestione patrimoniale pari a 2.000 € più Iva al 22%, cioè 2.440 € annui; il costo totale annuo a carico del cliente, per i primi 12 mesi, sarà quindi pari a euro 4.440, pari quindi al 4,44% sull’importo investito. In questo esempio, ho voluto evidenziare come uno stesso investitore potrebbe ritrovarsi i propri 100.000 € investiti nel medesimo fondo Alfa con strutture di costi molto diverse tra loro e, conseguentemente, risultati effettivi diversi, a fronte di un medesimo prodotto di base e conseguentemente di una identica volatilità e livello di rischio. Un dato certo è costituito dal fatto che un investitore privato otterrebbe il miglior risultato possibile investendo nella classe meno cara, la classe I, purtroppo riservata ai soggetti istituzionali ed in ogni caso non facilmente accessibile per via dell’importo minimo elevato. A fronte di diverse classi dello stesso fondo con differenti livelli di commissioni, la classe meno cara sarà certamente quella che nel tempo renderà di più e le differenze nel medio-lungo termine potrebbero essere particolarmente ampie. In questo esempio, per semplicità, non consideriamo altre tipologie di costi a carico del cliente: le commissioni di performances e le commissioni interne di transazione del fondo. Parlando di differenti classi dello stesso fondo, va ricordato che le lettere utilizzate per definirle non seguono un criterio identico per tutte le società di gestione, che possono pertanto utilizzare ciascuna le definizioni che ritengono opportune: pertanto la classe per gli istituzionali in alcune società viene definita con la lettera I ma in altre potrebbe essere caratterizzata dalla lettera H oppure dalla lettera Q. Non esiste a questo proposito una regola uguale per tutti. Per avere un’idea precisa dei livelli di commissione di ciascuna classe di un fondo comune è sempre importante riferirsi all’ultima edizione del KIID, che tra pochi mesi verrà sostituita dal KID. Per proseguire in questo esempio, possiamo ipotizzare che il bravissimo gestore del fondo Alfa dia le dimissioni per andare a gestire un fondo simile presso un’altra società di gestione. Il cliente che ha appena investito 100.000 € in questo fondo pagando le commissioni che abbiamo appena visto, se volesse seguire il gestore chiedendo il rimborso del fondo Alfa per acquistare il nuovo fondo realizzato dallo stesso gestore presso una società di gestione concorrente, dovrebbe presumibilmente mettere in conto ulteriori costi oltre a quanto già pagato. Inoltre, la nuova società di gestione potrebbe non aver stipulato un accordo di distribuzione con la banca Gamma: di conseguenza il consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede della banca Gamma, che per legge è obbligato ad operare per un unico intermediario, non potrebbe consigliare al proprio cliente questo passaggio da un fondo all’altro, anche se dovesse considerarlo molto valido. Potrebbe poi accadere che la banca Gamma interrompa i rapporti di distribuzione con la società Beta, creando difficoltà ai clienti: il consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede della banca Gamma non potrebbe più consigliare il suo cliente in merito al fondo Alfa della società Beta. Gli accordi di distribuzione per il collocamento di fondi comuni hanno fino ad oggi costituito, di fatto, un ostacolo per la maggior parte dei clienti che avessero voluto effettuare passaggi da una società di gestione ad un’altra, volendo disporre della maggior ampiezza di gamma, costituita sia dalla numerosità delle società di gestione sia dai fondi offerti da ciascuna. La soluzione ideale e definitiva a queste problematiche, a totale vantaggio del cliente investitore, è la possibilità di acquistare il maggior numero possibile di fondi comuni, offerti alle più basse condizioni di costo e senza minimi di ingresso elevati, senza dover cambiare intermediario. Questa possibilità esiste ed è rappresentata in Italia dal mercato ATFund di Borsa Italiana. Proseguendo con l’esempio di questo articolo, la società Beta potrebbe anche creare una quarta classe, la classe X, per il fondo Alfa con caratteristiche pensate per la quotazione in borsa, ad esempio una commissione annuale di gestione di poco superiore a quella della classe I ed un minimo di entrata pari ad una quota, potrebbe anche trattarsi di importi di poche decine di euro. Un investitore potrebbe quindi acquistare tramite il proprio intermediario che gli fornisce accesso al mercato ATFUND di Borsa Italiana, un importo pari a 100.000 € per la classe X del fondo Alfa della società Beta. Se questa classe fosse quotata ad un prezzo pari a 10 € per quota, per investire 100.000 € il cliente dovrebbe inserire un semplice ordine di 10.000 quote prima delle ore 10:30 del mattino, in questo modo l’intermediario potrà convogliare il suo ordine che verrà eseguito al prezzo NAV del fondo della stessa giornata di chiusura, diversamente verrà eseguito al prezzo NAV della giornata seguente. Le quote dopo tre giorni verrebbero accentrate in MonteTitoli. Non essendoci un collocamento realizzato con un accordo distributivo, non ci saranno i costi della banca corrispondente, ma ci saranno piuttosto i costi di transazione simili a quelli pagati per l’acquisto di un titolo di Stato o di una azione (tramite un intermediario on-line potrebbe trattarsi di un importo tra i 5 e i 20 €). I costi a carico del cliente dell’esempio, nei successivi 12 mesi, sarebbero determinati unicamente dal costo di gestione interno al fondo che potrebbe essere pari, ad esempio all’1,1% cioè 1.100 € più i costi pagati a parte di transazione pari a 20 €. Se il fondo dovesse essere mantenuto in portafoglio per un lungo periodo, ad esempio per 10 anni, è evidente l’enorme differenza di costi rispetto al collocamento tradizionale: nell’esempio che abbiamo evidenziato, molto semplicemente, si tratterebbe di un risparmio annuo di costi per il cliente per una percentuale annua compresa tra l’1% e il 3%: in 10 anni, a fronte dell’investimento di 100.000 € nel medesimo fondo Alfa, l’acquisto tramite fondo quotata in borsa, potrebbe rappresentare un risparmio fino a circa 30.000 € di costi aggiuntivi qualora effettuato con altre modalità. E un risparmio di costi, a parità di altre caratteristiche, costituisce un guadagno garantito. In pratica, la novità assoluta dei fondi quotati in borsa, è rappresentata dal fatto che lo stesso intermediario, SIM o banca, che offre questo mercato ai propri clienti, non deve realizzare vari accordi di distribuzione con le diverse società di gestione dei fondi comuni, dal momento che queste ultime andrebbero a quotare apposite classi dei loro fondi presso Borsa Italiana. Teoricamente, quindi, tutti i fondi comuni autorizzati nel mercato europeo potrebbero essere presenti sul mercato ATFUND con quote minime di poche decine di euro e costi complessivi simili a quelli riservati agli investitori istituzionali, a tutto vantaggio dei clienti finali. Stiamo parlando di più di 30.000 diversi fondi comuni possibili. Per concludere con l’esempio che abbiamo evidenziato in questo articolo, qualora il bravissimo gestore del fondo Alfa dovesse dare le dimissioni ed andare a lavorare presso una società concorrente realizzando un fondo simile, anch’esso quotato in borsa, il cliente potrebbe molto semplicemente vendere il fondo Alfa e comprare il nuovo fondo realizzando una prima vendita ed un successivo acquisto pagando unicamente le commissioni di transazione previste dal proprio intermediario, pari a poche decine di euro. I fondi quotati in borsa NON SONO ETF quindi su Borsa italiana non hanno una negoziazione in continuo e vengono negoziati al valore calcolato a fine giornata, il NAV. Quindi non ci sono differenza di bid-ask come invece accade ad es. ai fondi comuni quotati a Stoccarda o Berlino. Purtroppo, la realtà fino ad oggi vede soltanto 120 fondi comuni quotati sul mercato ATFUND di Borsa Italiana, contrariamente a quanto accade su altre borse estere in cui i fondi quotati sono una realtà presente da molti anni. Da quanto si legge nella stampa specializzata, sembra che in Italia, finora, il problema sia costituito dagli intermediari che non permettono ai propri clienti di accedere al mercato ATFUND dei fondi quotati in borsa. Esistono però alcuni intermediari che offrono piena operatività ai loro clienti sui fondi quotati in Borsa Italiana. Da questo punto di vista, un consulente finanziario autonomo potrà consigliare al meglio i suoi clienti anche in merito ai fondi quotati in borsa, specificando quali siano gli intermediari migliori con cui accedere a questa possibilità alle condizioni più favorevoli per i clienti, di fatto costituite dai costi notevolmente più bassi. Un consulente finanziario autonomo autorizzato, essendo pagato a parcella direttamente dal suo cliente, potrà anche consigliare i fondi quotati in borsa senza nessun tipo di condizionamento (conflitto di interesse) in quanto non avrà nessun motivo (oltre ai severi obblighi di legge e relativi controlli che prevedono la sua assoluta indipendenza dagli emittenti) di consigliare quello piuttosto che quell’altro in base alle retrocessioni che costituiscono ancora la modalità prevalente nel sistema tradizionale di distribuzione dei fondi comuni, che possono pagare molto o molto poco a chi li colloca.

Continua a leggere

ETF: GLI ERRORI FREQUENTI DA EVITARE

  • 5525
  • 0
  • Prodotti finanziari
Scritto il 04.05.2019

Alcuni lettori mi sottopongono sovente domande sul tema ETF che mi inducono a ritenere che su questo argomento ci siano parecchie idee “sbagliate“ in circolazione; proverò pertanto a spiegare alcuni aspetti che dovrebbero chiarire meglio i singoli temi. Le più autorevoli fonti informative in merito a questi strumenti di investimento sono rappresentate dai siti Internet delle diverse società di gestione che emettono queste tipologie di prodotti: esiste on-line una vasta letteratura in materia, in alcuni casi purtroppo scritta in modo approssimativo e con frequenti errori. È fondamentale su questi temi, così come molto spesso anche su altri, fare riferimento alle fonti ufficiali o comunque a fonti attendibili. Nel corso degli ultimi 14 anni della mia professione, in qualità di consulente finanziario autonomo, ho frequentato numerosi corsi di formazione e partecipato a numerosi convegni in merito a ETF – ETC -ETN e l’idea che mi sono fatto è che, a fronte di un’estrema semplicità operativa per la realizzazione delle operazioni di investimento o disinvestimento, esiste in realtà “dietro le quinte” una costruzione tecnica e legislativa notevolmente complessa. Risulta quindi estremamente facile correre il rischio di semplificare troppo la questione oppure di fare riferimento a fonti informative che creano una falsa idea in merito ad alcuni aspetti di questa tipologia di strumenti: i risultati potrebbero alla fine essere estremamente negativi per gli investitori poco preparati in materia. 1° errore: credere che tutti gli strumenti quotati nel segmento ETF Plus di Borsa Italiana siano ETF In questo particolare mercato sono infatti trattati anche altri strumenti tecnicamente e legalmente molto diversi dagli ETF, come ETN – Exchange Traded Notes, in pratica obbligazioni quotate negoziate sul mercato (i termini “Exchange Traded” significano semplicemente “negoziato in borsa”). Gli ETF sono infatti legalmente fondi comuni di investimento o comparti di SICAV, identici quindi come forma giuridica ai fondi comuni di investimento o ai comparti di SICAV normalmente acquistati in banca, con la particolarità aggiuntiva di poter essere negoziati sul mercato in tempo reale. Le ETN sono invece sostanzialmente delle obbligazioni emesse da una società di gestione, con la particolarità di essere negoziate sul mercato in tempo reale, come gli ETF, ma con struttura giuridica completamente diversa. Gli ETF offrono agli investitori la tutela del patrimonio separato mentre le ETN offrirebbero agli investitori una tutela notevolmente inferiore, essendoci il cosiddetto “ rischio emittente “ (compreso quello degli emittenti dei derivati su cui sono costruite), se non venissero opportunamente “ rafforzate “ tramite il cosiddetto “ collaterale “ che può essere rappresentato da un portafoglio di titoli (ad es. Titoli di stato americani o giapponesi) oppure può essere rappresentato da un deposito “ certificato “ di materie prime - in particolare metalli preziosi: oro, argento, platino, palladio. 2° errore: credere che le ETC siano strumenti diversi dalle ETN Le ETC – Exchange Traded Commodities, che possiamo tradurre con “materie prime negoziate in borsa” - sono sostanzialmente obbligazioni emesse dalle società emittenti, in cui il valore è indicizzato all’andamento di una o più materie prime, che in alcuni casi possono avere come collaterale a garanzia una pari quantità certificata della stessa materia prima di cui rappresentano la quotazione sul mercato. Trattandosi di obbligazioni quotate collateralizzate, è possibile considerare le ETC come ETN riferite alle materie prime: non esiste una struttura giuridica particolarmente diversa per il solo fatto di essere indicizzate alle materie prime. Molto semplicemente, le prime ETN emesse erano riferite alle materie prime e sono state chiamate ETC; in seguito sono state emesse ETN indicizzate a valute o ad indici diversi dalle materie prime ma il termine ETC è rimasto nell’uso comune. 3° errore: credere che esistano ETF contenenti oro o altre materie prime come il petrolio Un ETF è come abbiamo visto sostanzialmente un fondo di investimento e la normativa europea a questo proposito vieta ai fondi di investimento di avere in portafoglio materie prime fisiche, possibilità invece realizzabile dagli ETF di diritto statunitense. Gli ETF di diritto statunitense sono per il fisco italiano OICR non armonizzati: è possibile per un investitore fiscalmente residente in Italia acquistarli, ma comportano una tassazione complicata dal fatto di dover essere realizzata in sede di dichiarazione dei redditi, in base alla aliquota di tassazione personale. Per questo motivo storicamente sono pochissimi gli investitori italiani interessati. Inoltre, con la recente applicazione delle disposizioni europee in materia di PRIIPS (strumenti di investimento pre-assemblati), è diventato praticamente impossibile acquistarli per un cittadino italiano, in quanto gli ETF non armonizzati non hanno la necessaria documentazione richiesta dalla nuova normativa europea.  Ne deriva che un ETF armonizzato non può contenere al suo interno oro fisico. Per investire in metalli preziosi - oro, argento, palladio, platino - si ricorre sempre a ETC indicizzate alle quotazioni di queste materie prime, che possono avere come collaterale un deposito certificato nella stessa materia prima. In ogni caso non si tratta di ETF. Potrebbero anche essere realizzate ETC indicizzate a metalli preziosi senza collaterale, di fatto realizzate unicamente tramite strumenti derivati; in realtà, il mercato degli investitori ha negli ultimi anni decretato il successo dei prodotti collateralizzati, in quanto oggettivamente molto più sicuri. Esistono però ETF armonizzati che nel nome riportano “ gold” : si tratta di ETF che acquistano al loro interno azioni di società minerarie prevalentemente indirizzate verso la ricerca e l’estrazione dell’oro. In questi casi, vanno considerati altri aspetti specificamente legati alle dinamiche delle singole aziende: in estrema sintesi, una società mineraria che estrae oro potrebbe fallire azzerando il valore delle proprie azioni, magari per politiche aziendali errate, nonostante nello stesso periodo il prezzo dell’oro sia magari aumentato notevolmente. Gli ETF specializzati nelle azioni di società minerarie (ad esempio, RandGold o Barrick) presentano andamenti solo in parte legati alle dinamiche di prezzo dell’oro e costituiscono di fatto strumenti di investimento di nicchia per molti aspetti notevolmente diversi dalle ETC physically-backed, che come abbiamo visto sono obbligazioni indicizzate al prezzo dell’oro con un deposito di oro fisico come collaterale. Nel caso del petrolio, gli strumenti acquistabili da un investitore italiano sul mercato ETF Plus sono ETC indicizzate al prezzo del petrolio - sia il Brent, sia il WTI - di fatto obbligazioni con sottostanti strumenti derivati: in ogni caso non si tratta di ETF. Esistono però ETF costruiti tramite strumenti derivati che investono in indici globali sulle materie prime, ma in questo caso non abbiamo la possibilità di selezionare la specifica materia prima su cui investire. 4° errore: investire in ETF limitandosi a leggere la descrizione con il nome del prodotto Esistono casi in cui il nome dello strumento quotato sul segmento ETF Plus non riesce a definire i dettagli della specifica operatività e arriviamo addirittura ad avere successivamente intermediari e relative piattaforme on-line che semplificano ulteriormente il nome dello strumento con abbreviazioni incomprensibili. È indispensabile investire in questi strumenti solo dopo aver letto attentamente quantomeno il relativo KIID (che verrà sostituito tra pochi mesi dal KID, un documento costruito per specificare le caratteristiche di ciascuno strumento di investimento assemblato) ma l’unica vera fonte informativa è la documentazione che ogni emittente di questi strumenti realizza nel proprio sito proprietario. Nel caso in cui non sia del tutto chiaro quanto riportato nel KIID, è ovviamente opportuno chiedere maggiori chiarimenti o alla società emittente o a un consulente finanziario sufficientemente preparato in materia. Purtroppo, esistono ormai numerose pubblicazioni sia on-line sia su carta stampata, che spiegano le caratteristiche di ETF – ETC – ETN con numerosi errori: è opportuno per un investitore evitare di riferirsi a pubblicazioni non attendibili. 5° errore: investire in ETF o ETC a leva senza aver attentamente capito le caratteristiche degli strumenti Investire a leva significa utilizzare strumenti o tecniche che permettono di amplificare l’esposizione ad un determinato indice o strumento finanziario: investire a leva 1 è la normalità degli investimenti mentre investire a leva 2 significa amplificare il risultato di pari misura. Ad esempio, se acquisto per 100 euro un ETF indicizzato al Dax tedesco, potrò beneficiare della crescita del Dax (costituito dai 30 maggiori titoli azionari della borsa tedesca) in pari misura: se in un dato periodo il Dax cresce del 10% il mio investimento salirà a 110 €, se nello stesso periodo il Dax scende del 10% mi ritroverò con 90 €. Se invece acquisto un ETF a leva 2X sul Dax, raddoppierò la performance sia al rialzo, sia al ribasso: a fronte di un incremento dell’indice pari al 10%, mi ritroverò con un capitale di 120 €; nel caso di perdita pari al 10% mi ritroverò con un capitale pari a 80 €. Esistono anche ETF a leva inversa, cioè strumenti costruiti per permettere di andare “short” cioè di puntare verso il ribasso di un indice o di un titolo: in questo caso la leva -1x porta a guadagnare in pari misura nel caso in cui l’indice scenda: questo è il caso classico di un ETF short che non riporta l’indicazione “-1x” (che viene quindi sottintesa) e serve sostanzialmente ad investire al ribasso senza dover aprire appositi “conti derivati” e senza dover fornire margini di garanzia all’intermediario. Se invece la leva è -2x potrò guadagnare due volte tanto rispetto alla perdita di un determinato indice di mercato. Ovviamente se l’indice sale sopporterò una perdita doppia. Dal momento in cui gli ETF sono fondi di investimento, a livello normativo europeo non è concesso andare oltre la leva 2: ne consegue che gli strumenti quotati, anche su ETF Plus, con una leva superiore a 2 (sia long, sia short) non sono ETF bensì ETN. Si tratta quindi di strumenti che, come scritto in precedenza, presentano caratteristiche strutturali e giuridiche completamente differenti da quelle degli ETF. Quindi, non possiamo avere ETF a leva 3x o a leva 4x o superiori. Nel caso in cui si voglia ricorrere a strumenti con leve particolarmente elevate, ad esempio allo scopo di difendere sul brevissimo periodo, poche ore o pochi giorni, un portafoglio azionario Long utilizzando lo strumento short a copertura con un piccolo importo, dovremo obbligatoriamente ricorrere a strumenti diversi, come ad esempio certificati di investimento a leva dinamica o derivati. Gli strumenti a leva vanno in ogni caso utilizzati per periodi brevissimi: in particolare sia gli ETF sia le ETN a leva sono costruiti con utilizzo di derivati che presentano costi e un sostanziale “decadimento strutturale” che vanificano in gran parte il risultato sperato se mantenuti per periodi lunghi: in ogni caso, qualora non si ritenga sufficientemente chiaro la loro operatività, risulta sempre opportuno il ricorso ad un consulente finanziario particolarmente preparato su questi argomenti. La definizione “daily” nel nome dello strumento aiuta a capire che l’orizzonte temporale corretto è al massimo una giornata di contrattazione. Ci sono stati casi di strumenti ricompresi in queste tipologie che, a fronte di eventi particolari, hanno visto completamente azzerato il loro valore in pochi secondi. In altre circostanze, un loro utilizzo ragionato e oculato, può invece presentare parecchi vantaggi per un investitore, di conseguenza non avrebbe senso scartare a priori questa categoria quanto piuttosto ha senso conoscerne sufficientemente bene le caratteristiche fondamentali. 6° errore: investire unicamente in ETF con grandi volumi di scambio Un ETF non è un titolo come gli altri, non è un’azione e non è un’obbligazione o un titolo di Stato. Presenta caratteristiche specifiche e come tale andrebbe considerato. Come ho avuto modo di scrivere in un precedente articolo, la specifica modalità di creazione e rimborso degli ETF, garantisce in ogni caso la loro liquidabilità (intesa come possibilità di essere acquistati o venduti) indipendentemente dal fatto che sul mercato secondario siano presenti o meno numerosi scambi. La società emittente l’ETF impegna infatti contrattualmente i soggetti che garantiscono la liquidità giornaliera a fornire prezzi d’acquisto e di vendita in via continuativa, subordinando la liquidabilità unitamente alla liquidabilità dei titoli sottostanti. È quindi possibile acquistare un ETF con volumi di scambio inesistenti o molto scarsi e avere la tranquillità di poterlo rivendere in ogni momento: nella peggiore ipotesi andremo ad acquistarlo e a rivenderlo al Market Maker, cioè all’operatore o agli operatori specializzati che ne garantiscono la negoziabilità sul mercato secondario. Se la quantità richiesta o venduta fosse elevata rispetto a quanto in circolazione sul mercato secondario (ETF Plus o altri), scatterebbe la creation-in-kind o la redemption-in-kind, cioè la creazione o il rimborso di quote in tempo reale, caratteristica peculiare degli ETF. È certamente vero che un ETF con scambi particolarmente numerosi permette di ridurre il cosiddetto costo bid-ask, cioè la differenza tra il miglior prezzo di vendita e il miglior prezzo in acquisto, ma si tratta di aspetti che hanno oggettivamente senso solo per negoziazioni di cifre elevate oppure per negoziazioni molto frequenti. Nel caso in cui un investitore costruisca un portafoglio per seguire una determinata strategia e vada ad acquistare un ETF con l’intenzione di mantenerlo per un periodo di tempo sufficientemente lungo, così come magari farebbe con un fondo comune di investimento tradizionale, l’eventuale bid-ask più elevato di un ETF senza scambi numerosi potrebbe rappresentare un elemento da tenere in considerazione solo nel caso di importi particolarmente elevati, diversamente si tratta di solito di pochi centesimi di euro di differenza, a volte ampiamente giustificati nella ricerca di particolari ETF (ad esempio uno smart Beta) che si intendono mantenere in portafoglio per lungo tempo. 7° errore: considerare lo spread bid-ask degli ETF come un elemento fondamentale e prioritario Il cosiddetto spread bid-ask, cioè la differenza di prezzo presente nel book di negoziazione di un titolo tra la migliore offerta di acquisto e la migliore offerta in vendita, rappresenta indubbiamente un costo nella misura in cui acquisto un determinato titolo o ETF e lo rivendo istantaneamente subito dopo: si tratta di una eventualità non certamente frequente nella realtà di un investitore tradizionale. È ovvio che a fronte di due diversi ETF che replicano lo stesso identico indice con lo stesso identico livello di costi interni annuali e lo stesso tracking-error, sia preferibile investire in quello con lo spread bid-ask più basso, ma va considerato che tale differenza di prezzi esiste di fatto in ogni negoziazione e quindi viene indirettamente pagato dal cliente anche nel caso di acquisto di un fondo comune di investimento o di un comparto SICAV: non è ovviamente possibile che il gestore di un fondo riesca ad evitare questo aspetto. Lo spread bid-ask andrebbe invece considerato attentamente perché si verificano casi in cui alcuni ETF obbligazionari riescono a presentare differenziali inferiori a quelli che l’investitore avrebbe acquistando gli stessi titoli contenute nell’ETF: in questo caso un evidente vantaggio per l’investitore che ricorre allo strumento ETF. 8° errore: considerare gli ETF come stumenti facilmente confrontabili con fondi comuni e SICAV Gli ETF andrebbero considerati alla stessa stregua dei prodotti semilavorati che vengono utilizzati nella costruzione di un edificio: alcuni ETF hanno certe caratteristiche e certe funzioni che vanno integrate con l’utilizzo di altri ETF differenti e anche con titoli singoli, come ad esempio titoli di stato, obbligazioni, certificati e fondi comuni attivi, per realizzare una costruzione complessiva che rappresenti la migliore traduzione pratica delle esigenze specifiche di ogni investitore. Ne deriva che un confronto oggettivo è realizzabile ma complicato. Anche alcuni validi fondi attivi possono essere utilizzati per certi scopi, addirittura possiamo arrivare ad utilizzare fondi attivi e SICAV per percentuali pari al 10%, in certi casi anche al 15% del patrimonio investito complessivo.

Continua a leggere

INDICI DEI MERCATI AZIONARI – LI CONOSCIAMO DAVVERO? - IL CASO DEL MITICO "DOW JONES"

  • 60
  • 0
  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 26.04.2019

Per la maggior parte degli investitori e degli operatori professionali in Italia, gli indici di mercato sono probabilmente un “ qualcosa “ di cui tutti hanno sentito parlare e che ricorre giornalmente alla fine dei telegiornali televisivi con un numero accanto ad una percentuale negativa o positiva, oppure sono tracciati con un grafico per confrontare l’andamento di un fondo comune, di un ETF o di qualche altro investimento, ma probabilmente pochi ne conoscono altre caratteristiche oltre al nome. In realtà, conoscere la storia e le caratteristiche principali degli indici dei mercati azionari (e degli indici finanziari in genere) permette di avere una visione maggiore di molteplici aspetti tra loro correlati e, soprattutto, aiuta a formarsi un proprio punto di vista obiettivo che può risultare utile agli investitori in diverse situazioni: ad esempio, nel momento in cui un operatore del settore utilizza un grafico per dimostrare i vantaggi di un determinato investimento finanziario, conoscere alcuni dettagli circa l’indice utilizzato per realizzare il confronto può consentire maggiormente di valutare l’operazione proposta con cognizione di causa. Dal momento in cui non è possibile comprare - e vendere - direttamente un indice - fondamentalmente un numero espresso da una formula - poca attenzione viene normalmente dedicata a conoscerli meglio, con il rischio di formarsi una vaga idea sull’argomento, o, peggio ancora, dei preconcetti basati sulla scarsa conoscenza. Faccio questa necessaria premessa, perché mi è capitato più volte nei quasi trent’anni di attività in qualità di promotore finanziario prima e di consulente finanziario autonomo negli ultimi 14 anni, di partecipare ad incontri organizzati da società di gestione e operatori del settore finanziario per presentare alcuni loro servizi di investimento, tipicamente fondi comuni, alla platea degli operatori professionali che successivamente consigliano i clienti investitori. In alcuni di questi incontri, sono stati presentati a supporto dell’argomentazione diversi grafici per dimostrare la validità di questo o di quell’altro strumento finanziario, e immancabilmente il fondo comune presentato in quell’occasione nel confronto grafico risultava nel periodo precedente superiore per risultati ad un determinato indice. In centinaia di questi incontri per operatori professionali a cui ho partecipato direttamente nel corso degli anni, non ricordo di aver mai sentito dire dalle varie società di gestione che un determinato fondo fosse sconsigliabile; ricordo invece moltissimi grafici costruiti in varia maniera, ognuno dei quali dimostrava come quel determinato fondo avesse superato un determinato indice di mercato. In altre parole, solo consigli per gli acquisti. Queste presentazioni terminano sempre con numerosi applausi da parte del pubblico in platea, composto esclusivamente dai consulenti e dagli operatori che lavorano giornalmente a contatto col pubblico degli investitori, consigliando su cosa investire: a volte, in queste situazioni, risulta “ complicato “ analizzare bene quanto appena presentato ma in seguito, una volta tornati in ufficio, è possibile per i più “ curiosi “ analizzare in maggior dettaglio i prodotti che sono stati consigliati e verificare, come a volte accade, che un determinato grafico è stato realizzato su un ben preciso arco temporale (piuttosto che un altro periodo) oppure con un confronto con un indice di mercato poco “ coerente “ con quanto effettivamente il fondo realizza. Volendo fare un esempio molto banale, prendere una nuova varietà di mele confrontandola con diverse varietà di pere potrebbe non essere il confronto più coerente e più oggettivo possibile …. a meno di avere solo mele da vendere …. Un criterio fondamentale per comprendere se quel determinato strumento finanziario che ci viene presentato in modo così convincente sia davvero valido o meno, può essere quello di considerare un confronto con un indice di mercato coerente e per riuscire a farlo la conoscenza degli indici di mercato può essere un valido aiuto. Un esempio concreto potrà chiarire questo punto e tengo a specificare subito che non si tratta di idee personali, quanto piuttosto di dati pubblici ampiamente dibattuti sulla stampa specializzata italiana negli ultimi anni: l'Euribor (acronimo di EURo Inter Bank Offered Rate, tasso interbancario di offerta in euro) è un tasso di riferimento, calcolato giornalmente, che indica il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in Euro tra le principali banche europee; per effetto delle politiche economiche realizzate dalla BCE negli ultimi anni per rilanciare l’economia dell’Eurozona, questo valore da diverso tempo risulta particolarmente basso, addirittura negativo; alcune banche italiane hanno proposto e stanno tuttora proponendo alla maggior parte dei loro clienti dei fondi comuni oppure dei comparti SICAV, costituiti in Irlanda o in Lussemburgo (essendo in Italia certe modalità di calcolo delle commissioni di performances vietate da alcuni anni); da più di 15 anni a questa parte, questi fondi presentano delle commissioni di performance calcolate su base inferiore all’anno, ad esempio base mensile, con riferimento al tasso Euribor; gli stessi fondi possono poi presentare commissioni di ingresso e/o commissioni di uscita, oltre alle commissioni di gestione e alle commissioni di transazione interne; la commissione di performance dovrebbe servire a pagare di più la società di gestione nel momento in cui è riuscita a realizzare un profitto superiore ad un determinato parametro e nel caso dei fondi azionari infatti questo parametro dovrebbe essere ragionevolmente rappresentato da un indice di mercato coerente; se questo parametro viene invece rappresentato da un indice o da un tasso che non c’entra nulla con la gestione di quel fondo, potrebbe accadere, come è affettivamente accaduto negli ultimi 15 anni, che vengano trattenute a carico dei clienti commissioni aggiuntive per importi superiori a molti milioni di euro all’anno, come riportato nelle rispettive relazioni annuali delle società di gestione interessate; in sintesi, se questi confronti fossero stati realizzati utilizzando come parametro un indice di mercato coerente (e una formula di calcolo altrettanto oggettiva), le commissioni aggiuntive trattenute a carico dei clienti, anziché essere state pari negli ultimi 15 anni ad alcune centinaia di milioni di euro, sarebbero state molto probabilmente pari a zero e i clienti avrebbero ovviamente guadagnato molto di più, dal momento in cui non avrebbero dovuto sopportare maggiori costi; trattenere commissioni di performance utilizzando come parametro di confronto indici poco coerenti o addirittura il tasso Euribor, equivale sostanzialmente a tirare un rigore a porta vuota dalla distanza di pochi centimetri; il cliente è il portiere della squadra avversaria che si è fidato e non ha parato il calcio di rigore perché gli hanno detto che le regole sono quelle, ma di fatto non le ha neppure capite e perde ovviamente tutte le gare. Conoscere e capire le caratteristiche e il funzionamento dei principali indici di mercato può quindi risultare molto utile in questa e in altre situazioni ma anche per comprendere maggiormente come strutturare il proprio portafoglio di investimenti utilizzando ETF a capitalizzazione piuttosto che ETF smart-beta. Un indice del mercato azionario si usa per monitorare il comportamento di un gruppo di azioni. Analizzando il comportamento medio di un gruppo di azioni, gli investitori sono in grado di avere maggior visione sul modo in cui un vasto gruppo di azioni potrebbe essersi comportato. Diversi indici di mercato azionario vengono calcolati per fornire agli investitori un’indicazione della performance di differenti gruppi di titoli azionari. L’indice più famoso del mondo è probabilmente il Dow Jones Industrial Average (DJIA), conosciuto in Italia semplicemente come indice Dow Jones. Si tratta di un indice che misura la performance di 30 società statunitensi. Il Dow Jones Industrial Average è quindi un indice composto da 30 società industriali “ blue-chip”. Venne calcolato per la prima volta da Charles H. Dow il 26 maggio del 1896, sommando i prezzi delle 12 azioni più conosciute dell’epoca e dividendo il risultato per il numero delle azioni; molto banalmente, la somma dei loro prezzi diviso 12. Charles Henry Dow (Sterling, 6 novembre 1851 – Brooklyn, 4 dicembre 1902), giornalista statunitense, è stato il cofondatore della società Dow Jones and Company con Edward Jones e Charles Bergstresser. Dow ha fondato anche il Wall Street Journal, che si affermò nel tempo come uno dei più importanti quotidiani finanziari del mondo. Sviluppò una serie di principi per capire e analizzare il comportamento del mercato che in seguito divennero noti come “Teoria di Dow”, e furono la base dell'analisi tecnica. Per calcolare il Dow Jones, viene divisa la somma di tutti i prezzi delle azioni che lo compongono per un apposito divisore (divisore Dow). Questo divisore viene adeguato in modo da tener conto di cambi della composizione delle azioni, aumenti di capitale, scissioni, fusioni, ecc. in modo da assicurare che questi eventi non alterino il valore dell’indice; questo divisore era semplicemente all’inizio pari al numero delle società componenti mentre attualmente, a seguito di numerosi aggiustamenti, è addirittura inferiore a uno (0,14748071991788 al 26 giugno 2018) il che significa che il valore dell’indice è oggi maggiore della somma dei suoi componenti. Nello stesso anno della prima realizzazione dell’indice Dow Jones, il 1896, in Italia Giacomo Puccini presentava La Boheme e usciva il primo numero della La Gazzetta dello Sport mentre ad Atene si teneva la prima edizione delle Olimpiadi moderne. Nessuna delle 12 società originarie è rimasta nell’indice Dow Jones odierno. Nel 1916 furono aggiunte altre otto società portando il Dow Jones al numero di 20; in Europa la morte dell’imperatore Francesco Giuseppe è il preludio alla Prima guerra mondiale. Nel 1928 in Italia si tiene la prima trasmissione in radiocronaca di una partita di calcio, Italia contro Ungheria e negli Stati Uniti d’America l’indice Dow Jones viene calcolato per la prima volta su 30 società, e tale numero rimarrà invariato fino ad oggi. Attualmente, S&P Dow Jones Indices è una società che fa parte del gruppo S&P Global, e le azioni che compongono il Dow Jones Industrial vengono decise non soltanto dai giornalisti del Wall Street Journal come è stato per circa un secolo, ma intervengono nella decisione anche professionisti della società che lo calcola giornalmente e in tempo reale. Questo collegio di esperti si basa su un’ampia visione del tipo di società che viene considerato “ industriale “: praticamente, quasi tutte le società che non facciano parte dei “ trasporti “ o delle “ utilities “, dal momento che esistono per queste tipologie di business altri due specifici indici Dow Jones: il Dow Jones Utility Average ed il Dow Jones Transportation Average. Per poter inserire una nuova società all’interno del classico Dow Jones Industrial, questo gruppo di esperti analizza le società industriali americane con una storia di crescita di successo e che nutrono un ampio interesse della platea degli investitori. Le componenti del Dow Jones Industrial vengono cambiate periodicamente; ad esempio, recentemente ATT e Bank of America sono state sostituite con Apple e Nike e nel 2018 Walgreens Boots Alliance è stata l’ultima società inserita. Molti osservatori pensano che il Dow Jones Industrial non sia il miglior indicatore della performance giornaliera di tutto il mercato azionario americano, anche se nel tempo ha sostanzialmente perso la caratteristica iniziale di dover misurare l’andamento del settore azionario dell’industria pesante. Continua però ad essere seguito principalmente per via del fatto che si tratta dell’indice più vecchio ed il primo per il quale siano state pubblicate delle quotazioni regolari. Continua quindi ad essere considerato perché è probabilmente l’indice che misura meglio lo sviluppo storico del mercato azionario statunitense nel lungo periodo. Tutte le 30 società comprese nel Dow Jones Industrial sono comprese anche nel famoso Standard & Poor’s 500 Index e certamente in indici ancora più estesi come il Wilshire 5000. Le società che compongono attualmente il Dow Jones Industrial sono quotate sia sul New York Stock Exchange, sia sul NASDAQ. Per poter investire nel Dow Jones Industrial è possibile acquistare degli specifici ETF che replicano questo indice, alcuni dei quali presenti anche sul mercato italiano; in alternativa è possibile acquistare delle opzioni o dei contratti futures. Uno dei problemi principali dell’indice Dow Jones Industrial nel panorama odierno è rappresentato dal fatto di includere soltanto 30 titoli azionari. Una seconda critica deriva dal fatto di essere costruito sulla media pesata in base ai prezzi che fornisce più influenza alle azioni che hanno un prezzo individuale più alto rispetto alla media piuttosto che alle azioni presente nell’indice con un prezzo singolo più basso, senza tener conto in alcun modo della relativa dimensione industriale e neppure della capitalizzazione di mercato. Ad esempio, un dollaro di incremento nel prezzo dell’azione col prezzo più basso può essere più che compensato da una diminuzione di un dollaro nel prezzo dell’azione col prezzo più alto nonostante il fatto che il primo titolo, quello che presenta un prezzo nominale più basso, possa aver maturato quel dollaro in più di valutazione a fronte di una performance molto maggiore rispetto all’altro titolo che ha un prezzo nominale più alto. Esempi di problemi in questo senso si sono avuti ad esempio durante i mesi di settembre e ottobre 2008 quando una delle precedenti società componenti, la grande compagnia assicuratrice statunitense AIG vide scendere il suo prezzo da 22,76 dollari dell’8 settembre 2008 a 1,35 $ del 27 ottobre 2008: a seguito di questa discesa dovuta anche ad uno split azionario, l’indice Dow Jones Industrial cadde di circa 3000 punti. A marzo 2019, le società Boeing e United Health sono quelle con i prezzi azionari più alti all’interno della media del Dow Jones Industrial e pertanto hanno su di esso la maggior influenza. Al contrario, Pfizer e Coca-Cola sono i titoli con il prezzo più basso nella media e hanno pertanto la minor influenza sull’andamento dell’indice Dow Jones. Al di là degli aspetti storici relativi all’indice Dow Jones Industrial, preferisco personalmente suggerire ai clienti (qualora opportuni in base alla valutazione della singola posizione personale) posizionamenti basati invece sull’indice S&P500 o sul Wilshire 5000, che sono indici calcolati in base alla valorizzazione di mercato dei titoli che li compongono, oltre ovviamente al fatto di essere indici costituiti da un numero estremamente più ampio di titoli, ma di questi indici tratterò nei successivi articoli. Il Dow Jones Industrial, quotato per la prima volta il 26 maggio 1896 al prezzo di 40,94, in data 25 aprile 2019 è arrivato al valore di 26.462,08.

Continua a leggere

LA FISCALITA’ DI FONDI COMUNI, SICAV, ICAV – MOLTO FACILE SBAGLIARE E PAGARE PIU’ TASSE

  • 7346
  • 0
  • Prodotti finanziari
Scritto il 19.04.2019

Dopo il mio ultimo articolo sull’utilizzo dei certificati di investimento per compensare le minusvalenze realizzate, alcuni lettori mi hanno chiesto maggiori chiarimenti, confermandomi che su questi argomenti esiste molta confusione, anche tra gli addetti ai lavori, probabilmente più soggetti a dover aderire alle procedure delle rispettive banche per cui operano: l’opinione di un consulente finanziario autonomo, autorizzato e obbligatoriamente libero da relazioni con gli intermediari, può essere oggettiva e maggiormente utile agli investitori. Un primo aspetto da chiarire riguarda l’utilizzo del termine “white-list “: si tratta dell’elenco dei paesi che intrattengono adeguati scambi informativi a scopo di monitoraggio fiscale con l’Italia. Pertanto, quando si fa riferimento a titoli di Stato, occorre tenere presente che la cosiddetta white-list è costituita da un elenco di nomi di Stati e non da un elenco di titoli finanziari. Il termine white-list ricorre sovente per definire l’insieme dei titoli finanziari emessi dagli Stati elencati nella lista white-list, ma si tratta evidentemente di una semplificazione che rischia di confondere le idee agli investitori. I titoli emessi da paesi presenti in questo elenco, vengono tassati allo stesso modo dei titoli di Stato italiani, quindi con una trattenuta fiscale pari al 12,5%, sia sulle cedole maturate, sia sulle vendite che portano ad una plusvalenza in conto capitale. Beneficiano di questa agevolazione anche titoli emessi da enti territoriali facenti capo ai paesi contenuti nella lista appena citata. Le obbligazioni che non rientrano in questo elenco vengono tassate al 26% sia sulle cedole maturate, sia sulle vendite che portano ad una plusvalenza. È importante partire da questa considerazione per definire l’aliquota di tassazione degli OICVM (Organismi di Investimento Collettivo in Valori Mobiliari) che potrà quindi variare dal 12,5% al 26%, in base alla quantità di titoli emessi dai soggetti presenti nella cosiddetta white-list. Il calcolo di tale percentuale non è mai prefissato ma varia nel tempo in funzione del contenuto degli OICVM. Il termine OICVM viene utilizzato per indicare complessivamente i fondi comuni di investimento, le SICAV (Società di Investimento a CApitale Variabile) e le recenti ICAV (Irish Collective Asset-management Vehicles - sostanzialmente fondi comuni di diritto irlandese emessi a seguito della recente normativa irlandese in materia di fondi comuni). Tutte queste categorie sono attualmente presenti sul mercato italiano. Un altro termine utilizzato per definire complessivamente queste categorie è il termine OICR - Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio. Possiamo suddividere questi strumenti in tre gruppi: -  OICR di diritto italiano; -  OICVM esteri armonizzati fiscalmente UE, che risultano quindi conformi alla direttiva 85/611/CEE e comunque situati in uno stato della Comunità europea o dello Spazio SEE (Spazio Economico Europeo - di fatto costituito da tutti i paesi della Comunità europea con l’aggiunta di Norvegia, Liechtenstein e Islanda); - OICVM esteri non armonizzati UE, quindi organismi di investimento collettivo che non risultano situati in uno stato della Comunità europea o dello Spazio SEE. Fiscalmente, i proventi positivi generati da queste tipologie di strumenti sono considerati “redditi di capitale” mentre le perdite realizzate a seguito di vendita di tali tipologie di strumenti costituiscono minusvalenze che risultano deducibili dai redditi diversi di natura finanziaria. Va ricordato che anche gli oneri sostenuti per la sottoscrizione, per la conversione (switch) e per la vendita di tali strumenti costituiscono minusvalenze che risultano deducibili dai redditi diversi di natura finanziaria. Le categorie certamente più utilizzate dagli investitori italiani sono quelle degli OICR di diritto italiano e degli OICVM armonizzati, pertanto di seguito analizzeremo la tassazione fiscale di queste categorie e per la seconda prenderemo in considerazione soltanto gli OICVM collocati in Italia. Per definire la base imponibile di tali categorie di OICR e OICVM è stato stabilito un criterio “forfettario patrimoniale”. Viene quindi fatto riferimento alla percentuale media dell’attivo di tali fondi investita, direttamente o per il tramite di altri OICR, in strumenti emessi da paesi presenti nella cosiddetta White-list. Si prescinde quindi dalla effettiva redditività dei titoli medesimi. La percentuale di tali titoli pubblici italiani ed esteri viene rilevata sulla base degli ultimi due prospetti, semestrale e annuale, redatti entro il semestre solare anteriore alla data di distribuzione dei proventi, di riscatto, cessione o liquidazione delle quote o azioni. Nel caso in cui sia stato redatto il solo prospetto in tale semestre, si farà riferimento a quello. Ne deriva che la percentuale media di tassazione varia ogni semestre solare ed è calcolata utilizzando i due prospetti contabili più recenti tenuto conto dei tempi di approvazione e di diffusione degli stessi. Nel caso in cui in fondo sia di recente istituzione e non si è ancora previsto un prospetto, la tassazione sarà fissata nella misura massima pari al 26%. Per semplicità illustrativa, non entrerò in maggiori dettagli su questo argomento ma è già evidente da quanto definito sopra quale sia la complessità che deriva dal definire periodicamente l’aliquota precisa di tassazione che riguarda sia le vendite con plusvalenza, sia le conversioni fiscalmente rilevanti, sia anche la percezione di proventi periodici (ricordo a questo proposito che utilizzare il termine “cedola” per i fondi comuni è errato dal momento in cui le cedole vengono staccate unicamente dai singoli titoli di stato e dalle singole obbligazioni). Questa modalità di calcolo riguarda quindi sia i fondi e le SICAV, sia gli ETF, sia i fondi quotati in borsa (ma non i fondi immobiliari quotati). Volendo fare un esempio concreto, ipotizziamo di investire in un comparto SICAV (definito sovente con il termine “fondo” per semplicità) obbligazionario mondiale con distribuzione semestrale di un provento (che potrebbe anche essere rimborso parziale del capitale investito) che acquista al suo interno sia titoli di Stato sia obbligazioni emesse da società: in base alla percentuale di titoli interni con tassazione 12,5% rispetto a quelli con tassazione 26%, potrà capitare che il provento del primo semestre sia tassato con l’aliquota pari al 16,32%, che un anno dopo il provento sia tassato con aliquota pari al 14,33%, e una conversione parziale successiva verso un altro fondo della stessa SICAV venga tassata al 15,31% (della plusvalenza contabilizzata con la conversione) e che il rimborso finale residuo effettuato qualche mese dopo venga tassato con aliquota pari al 16,34% sulla plusvalenza residua realizzata. Queste diverse aliquote dipendono ovviamente dalla composizione del portafoglio registrata periodicamente e implicano una attenta comunicazione delle informazioni relative da parte della società di gestione agli altri attori coinvolti nel collocamento delle quote del fondo, in particolare la banca corrispondente e l’intermediario o distributore. Nella mia precedente esperienza personale in qualità di promotore finanziario, ho potuto verificare come a volte venissero commessi degli errori, in alcuni casi di lieve entità, in altri casi particolarmente rilevanti, in sede di tassazione delle plusvalenze realizzate con la vendita di fondi e SICAV. Ricordo, in particolare, il caso estremo di un cliente che a fronte della vendita di fondi di diritto estero, si vide applicare la tassazione non solo sulla plusvalenza, ma sull’intero importo rimborsato; in questo caso l’errore era talmente evidente e di importo elevato a danno del cliente che il successivo reclamo scritto ottenne una veloce restituzione dell’importo indebitamente trattenuto nonché le scuse della direzione della banca. Purtroppo, in altre situazioni meno evidenti, le mie frequenti osservazioni e domande su questa tipologia di argomenti si scontravano spesso con gli uffici della banca per la quale lavoravo all’epoca in qualità di promotore finanziario: in pratica, nella mia posizione di allora, diventava “complicato” mettersi “dalla parte del cliente” tutelandone gli interessi ed entrare in conflitto ripetutamente con la propria mandante con il rischio di fornire risposte superficiali ai clienti, sovente ignari dei possibili errori in materia di corretta tassazione fiscale. Un problema rilevante da questo punto di vista per gli investitori è costituito dalla difficoltà di farsi certificare in maniera corretta le minusvalenze derivanti dalla vendita o dalla conversione su altri comparti di fondi comuni e SICAV, e di riuscire a caricare nello zainetto fiscale tali minusvalenze in modo da poterle compensare successivamente (entro i quattro anni) con le plusvalenze derivanti dalla vendita di strumenti quali certificati, azioni, titoli di Stato, obbligazioni, ETN ed ETC. Come ho avuto modo di scrivere nel precedente articolo, le minusvalenze derivanti dalla vendita o conversione di fondi, SICAV ed ETF possono essere compensate soltanto da plusvalenze generate con gli strumenti sopra indicati mentre le plusvalenze successive generate dalla vendita di altri fondi, SICAV ed ETF in capo allo stesso cliente vengono in ogni caso tassate senza permettere la compensazione con le minusvalenze pregresse: si può quindi realizzare il caso di clienti che, nel tempo, si trovano a pagare tassazioni complessivamente superiori a quanto effettivamente dovuto. Fino a pochi anni fa, era pratica diffusa con i comparti di fondi e SICAV estere ad ombrello, di rimborsare i soldi investiti nel comparto che stava perdendo e contestualmente convertire (switch) un pari importo da un comparto in guadagno verso lo stesso comparto da cui si stava effettuando il rimborso: questa possibilità era realizzabile solo all’interno della stessa SICAV e permetteva sostanzialmente di rinviare la tassazione ad un periodo successivo dal momento in cui veniva prelevato un importo generando una minusvalenza. Da alcuni anni (dal 1 luglio 2011 a seguito della Circolare 33/e dell’Agenzia delle Entrate) è stata modificata la legislazione italiana che ha considerato “fiscalmente rilevanti” anche le conversioni da un fondo all’altro della stessa "famiglia" senza rimborso sul conto del cliente: in questi casi se la conversione determina una plusvalenza, la banca corrispondente tratterrà la tassazione relativa, e verrà reinvestito nel comparto-fondo finale l’importo al netto della tassazione. Nel caso in cui si vada a convertire all’interno della stessa famiglia di fondi o della stessa SICAV con creazione di minusvalenza, questa sarà in seguito compensabile come sopra descritto. Esistono casi in cui tali conversioni non sono considerate “fiscalmente rilevanti” come ad esempio quella da un comparto denominato in euro allo stesso comparto denominato in altra valuta. Se la minusvalenza viene determinata dalla vendita di OICR quali ETF o fondi quotati in Borsa (che non sono gli ETF ma piuttosto fondi e SICAV quotati nell’apposito segmento di Borsa Italiana e pertanto acquistabili presso ogni intermediario), sarà più facile per l’intermediario caricare tale importo nello zainetto fiscale del cliente, ma nel caso in cui la minusvalenza sia determinata dalla vendita di fondi comuni o comparti SICAV che vengono collocati dall’intermediario in qualità di distributore (a fronte della presenza di accordi di collocamento con la società di gestione), potrebbero esserci difficoltà legate alle diverse procedure interne che ciascun intermediario realizza per questa tipologia di fondi. In sintesi, il cliente ha diritto di vedersi certificate le minusvalenze e di poterle compensare nelle modalità adeguate, ma sovente le procedure interne di alcuni intermediari non facilitano questa possibilità. Diventa quindi necessario richiedere in maniera formale l’emissione di una certificazione di minusvalenze che non è il primo documento che riceve il cliente a fronte di un rimborso o di una conversione fiscalmente rilevante in cui sia presente l’indicazione della minusvalenza e che di fatto è unicamente un documento contabile e non è una certificazione. Successivamente sarà necessario richiedere all’intermediario di caricare tale certificazione nel proprio zainetto fiscale. La consulenza che può fornire a questo proposito un Consulente Finanziario Autonomo permetterà di quantificare e specificare nei dettagli tutti questi aspetti. In particolare, laddove venga ravvisata la possibilità di chiedere il rimborso di fondi o SICAV per sostituirli con strumenti maggiormente efficaci ed efficienti, sarà possibile considerare a priori la possibilità di realizzare delle minusvalenze potendo quindi verificare se il proprio intermediario sarà in grado in seguito di realizzare tutte le procedure nella modalità utile ad una successiva compensazione oppure se sarà necessario selezionare un intermediario diverso e richiedere un trasferimento (a zero costi) di tali posizioni prima di effettuare le vendite che porteranno minusvalenze a quel punto correttamente utilizzabili con successive compensazioni, ottenute componendo un portafoglio adeguato con strumenti idonei.

Continua a leggere

CERTIFICATI E MINUSVALENZE – MEGLIO IL CONSULENTE AUTONOMO

  • 1690
  • 0
  • Cosa sono i Certificates
Scritto il 11.04.2019

“Caro consulente, finora ho accumulato molte minusvalenze: potrei fare qualcosa per evitare di pagare troppe tasse sui miei investimenti?” Si tratta di una classica domanda che mi pongono molti nuovi clienti e le considerazioni su questo specifico argomento sono varie ed articolate. Proverò di seguito a spiegare alcuni concetti basilari e perché il ricorso ad un consulente finanziario autonomo potrebbe essere la soluzione ottimale. Prima di individuare alcune possibili soluzioni, vorrei fare due riflessioni sul tema delle minusvalenze: perché se ne parla diffusamente solo da pochi anni a questa parte, soprattutto come esigenza molto sentita da parte degli investitori italiani; perché in generale possano esserci minusvalenze accumulate nella primavera dell’anno 2019, cioè esattamente dopo 10 anni di mercati complessivamente in crescita. Alla seconda delle due domande è forse più facile trovare una risposta. Partiamo dal concetto di base: le minusvalenze si accumulano solo a seguito di vendite di strumenti finanziari ad un prezzo più basso rispetto al prezzo di acquisto (per semplicità ipotizzando di non avere costi di ingresso, di uscita o di transazione). Se la vendita di uno strumento finanziario si conclude con un guadagno oppure si mantiene l’investimento fino al momento in cui il prezzo di vendita supera quello pagato per l’acquisto, ovviamente non avremo la creazione di una minusvalenza. A fronte di mercati finanziari mediamente in discesa (come ad esempio negli anni 2001-2002 oppure nel corso della grande crisi del 2008) diventa senz’altro più facile concludere operazioni in perdita anche perché nel corso delle recessioni prolungate può essere utile vendere gran parte degli strumenti maggiormente rischiosi eventualmente anche con una perdita allo scopo di ridurre il rischio complessivo di portafoglio e per evitare ulteriori perdite, ovviamente ponendosi come obiettivo di rientrare a prezzi più bassi in seguito una volta superata la fase recessiva. Ma negli ultimi 10 anni riuscire ad ottenere delle perdite è risultato un’impresa estremamente difficile, dato che mediamente la maggior parte degli indici mondiali sono saliti. Dal momento in cui la normativa vigente permette, in regime amministrato, di compensare le perdite con i guadagni nei quattro anni successivi, allo scopo di evitare di pagare la tassazione prevista sui guadagni in quantità superiore a quella massima, arrivare alla primavera dell’anno 2019 con delle minusvalenze significa sostanzialmente aver effettuato, negli ultimi quattro anni degli errori, che possono essere o di eccessiva rotazione degli strumenti in portafoglio o di scelte iniziali di determinati strumenti poco efficaci o poco efficienti che si preferisce vendere in perdita per sostituirli con altri ritenuti migliori, oppure, molto più semplicemente, per motivazioni emotive in generale riconducibili al mancato rispetto del corretto orizzonte temporale degli strumenti finanziari che erano stati inizialmente acquistati. Per alcuni investitori più sofisticati, si potrebbe anche trattare, eventualmente, del rispetto di precisi punti di uscita anche in perdita da determinati strumenti finanziari a fronte di una strategia predefinita inizialmente. Da questo punto di vista, oltre al problema di recuperare le minusvalenze accumulate, sarà probabilmente opportuno rivedere molti aspetti relativi al proprio approccio personale agli investimenti nonché, eventualmente, a valutare interlocutori diversi rispetto ai precedenti. La seconda riflessione sul tema delle minusvalenze riguarda il fatto che questo aspetto era francamente poco manifestato come esigenza dagli investitori fino a pochissimi anni fa anche se si tratta di una problematica che è sostanzialmente sempre esistita. Una prima spiegazione riguarda certamente l’aumento delle aliquote di tassazione sugli strumenti finanziari che hanno goduto per molti decenni di valori di tassazione particolarmente bassi rispetto alla media europea: fino a qualche anno fa, infatti, accumulare € 10.000 di minusvalenze e non riuscire a recuperarle nei quattro anni successivi, significava sostanzialmente pagare € 1.250 in più di tassazione a fronte della vendita successiva in guadagno di altri strumenti finanziari che avrebbero pagato la tassa non più compensabile perché i tempi per il recupero erano ormai scaduti. Ma dal momento in cui moltissimi investimenti hanno visto aumentare l’aliquota di tassazione fino al 26%, evidentemente si è iniziato a ragionare maggiormente su questo aspetto. Una seconda spiegazione riguarda il fatto che moltissimi investitori italiani erano e sono abituati ad acquistare titoli di Stato in collocamento e a portarli a scadenza, modalità che sostanzialmente non porta ad accumulo di minusvalenze o plusvalenze nel corso della vita dello strumento. Una terza spiegazione può essere ricondotta al largo impiego di fondi comuni di diritto italiano per i propri investimenti, piuttosto che a strumenti di risparmio gestito di diritto estero: fino a pochi anni fa i fondi comuni di diritto italiano (quelli con codice ISIN che inizia con “IT”) prevedevano una tassazione interna allo strumento stesso (modalità che in molti casi ha portato in passato all’accumulo di crediti d’imposta all’interno del fondo non reinvestibili con facilità che sostanzialmente hanno danneggiato le performance dei sottoscrittori). Di fatto in questi casi veniva spiegato ai clienti di non doversi preoccupare della tassazione. Una spiegazione simile vale anche per le gestioni patrimoniali. Per i fondi di diritto italiano la normativa è stata modificata pochi anni fa per uniformare la loro tassazione a quella dei fondi di diritto estero sottoscrivibili anche in Italia dal 1992; data la scarsa diffusione sul mercato dei prodotti di diritto estero per oltre 15 anni, pochissimi in passato si erano preoccupati delle problematiche relative agli aspetti fiscali dei fondi di diritto estero che già nel 1992, qualora venduti in perdita, creavano minusvalenze difficilmente recuperabili sia perché le banche corrispondenti e le società di gestione estere (tantomeno i distributori italiani) per molti anni sottovalutarono questo aspetto senza consegnare ai clienti la corretta documentazione fiscale utile alla successiva compensazione (anche perché nessuna norma lo imponeva), sia perché già allora, trattandosi di OICR, le minusvalenze generate dalla loro vendita non potevano essere compensate con successive vendite in guadagno derivanti da strumenti della stessa tipologia. È quindi possibile che molti investitori italiani di Sicav e fondi esteri abbiano venduto in perdita negli anni passati senza una informazione doverosa e completa circa le modalità di possibile compensazione con altre tipologie di strumenti. Se la Sicav era stata “venduta” e non “acquistata” dal cliente, molto probabilmente la destinazione successiva quasi sempre era un nuovo fondo o una nuova Sicav che non permettono la compensazione fiscale con la minusvalenza generata dalla precedente vendita. La certezza è che vendendo in guadagno l’ultimo fondo acquistato al posto del primo venduto in perdita, si paga in totale una tassazione superiore al dovuto. Pochi anni fa sono state introdotte in Italia numerose modifiche relative alla tassazione di fondi e SICAV uniformando sostanzialmente le modalità di prelievo fiscale, quindi è stata modificata la tassazione dei fondi comuni di diritto italiano, è stato considerato fiscalmente rilevante il passaggio (switch) da un comparto all’altro della stessa Sicav estera rendendolo tassabile nel momento in cui avviene ed è stata anche uniformata la tassazione degli ETF che in passato prevedeva due livelli differenti di tassazione, uno come redditi da capitale l’altro come redditi diversi (quest’ultimo, sempre in parte minima come importi, era compensabile). L’insieme di queste modifiche a livello fiscale circa la tassazione in Italia di fondi comuni e SICAV ha creato non poca confusione sia tra gli addetti ai lavori sia soprattutto tra gli investitori. A dimostrazione di quest’ultimo aspetto è sufficiente ricordare che circola ancora su Internet una tabellina in parte errata che attribuisce agli ETF la possibilità di generare plusvalenze compensabili con minusvalenze precedenti quando in realtà le plusvalenze realizzabili sugli ETF sono oggi unicamente di una tipologia tale da determinare la tassazione in caso di vendita in guadagno e la generazione di minusvalenze in caso di vendita in perdita che NON sono compensabili con successive vendite in guadagno né di ETF tantomeno di fondi o SICAV. Con un semplice esempio: acquisto un ETF, un fondo comune o una Sicav per € 100.000 e lo rivendo dopo un certo periodo ad un prezzo più basso ricavando € 70.000 di liquidità e € 30.000 di minusvalenze acquisto in seguito con € 70.000 un altro ETF o un altro fondo o SICAV che rivendo dopo un anno a € 100.000 ricavando una plusvalenza di € 30.000 questa plusvalenza di € 30.000 può essere tassata fino al 26% quindi, ad esempio nel caso di un ETF in obbligazioni societarie o di un fondo azionario, posso ottenere € 22.200 di risultato netto a fronte di € 7.800 di tassazione che in ogni caso viene pagata e non va a compensare le minusvalenze pregresse pari a € 30.000 il risultato finale sarà: € 100.000 inizialmente investiti che sono diventati € 92.200 di liquidità in conto corrente e € 30.000 di minusvalenze da compensare nel caso si tratti di ETF, la minusvalenza viene caricata in automatico dall’intermediario nello zainetto fiscale (che è il conto apposito per tenere traccia delle minusvalenze in un rapporto amministrato) mentre se vendo in perdita fondi comuni o SICAV con alcuni intermediari dovrò anche prestare molta attenzione affinché la minusvalenza venga correttamente caricata nello zainetto fiscale. La massiccia promozione di gestioni patrimoniali e polizze unit-linked che investono in fondi, Sicav ed ETF al loro interno, sostanzialmente maggiorando le commissioni complessive a carico del cliente, ha trovato una argomentazione commerciale plausibile proprio grazie alla possibile compensazione fiscale che risulta più difficile da realizzare qualora gli stessi strumenti siano comprati direttamente. Molto probabilmente l’aver messo in rilievo in modo costante (con motivazioni prettamente commerciali) da parte di molti operatori del settore questa problematica, ha finalmente fatto ragionare i clienti in tal senso forse esagerando al punto tale che oggi alcuni investitori la ritengono una problematica essenziale che a volte cercano di risolvere dimenticando l’impostazione fondamentale del loro portafoglio e correndo quindi il rischio di incorrere in errori pur di riuscire a compensare le perdite accumulate. Dopo questa lunga dissertazione iniziale, cercherò di ridurre i tempi di lettura delle possibili soluzioni per la compensazione delle minusvalenze. Riprendendo l’esempio precedente, con € 30.000 di minusvalenze nello zainetto fiscale, potrò evitare di pagare troppe tasse se riuscirò in seguito, nei quattro anni successivi, ad ottenere fino a € 30.000 di plusvalenze realizzate vendendo le seguenti tipologie di titoli: singole azioni, con plusvalenza derivante dalla vendita ad un prezzo più alto rispetto al prezzo medio di carico; eventuali dividendi percepiti vengono in ogni caso tassati; singole obbligazioni, con plusvalenza derivante dalla vendita ad un prezzo più alto rispetto al prezzo medio di carico; eventuali cedole percepite vengono in ogni caso tassate; singoli titoli di stato, con plusvalenza derivante dalla vendita ad un prezzo più alto rispetto al prezzo medio di carico; eventuali cedole percepite vengono in ogni caso tassate; ETC ed ETN, venduti ad un prezzo più alto rispetto al prezzo di carico; strumenti derivati (che peraltro non possono essere consigliati dal consulente finanziario autonomo in base alla vigente normativa); certificati (certificates) di investimento. Ricordando quindi la regola fondamentale che impone di non stravolgere la struttura del proprio portafoglio per rincorrere la compensazione delle minusvalenze a tutti i costi, è opportuno considerare che la possibile compensazione ottenuta con la vendita di titoli di Stato, ad esempio un BTP, richiede normalmente importi rilevanti investiti in tale direzione. Riprendendo l’esempio precedente, ed ipotizzando di acquistare un BTP a breve termine (per evitare le scadenze lunghe ad esempio in una fase in cui un possibile rialzo dei tassi potrebbe essere eccessivamente penalizzante) dovrei necessariamente utilizzare un BTP con cedola nominale molto bassa, in modo da ottenere maggiormente il risultato dalle variazioni di prezzo piuttosto che dalla cedola, ma in ogni caso se dovessi investire € 100.000 per acquistare un BTP al prezzo di 100, qualora anche riuscissi a venderlo a 105, otterrei soltanto € 5.000 di plusvalenze che andrebbero a ridurre solo in parte i € 30.000 nello zainetto fiscale; acquistare scadenze più lunghe potrebbe risultare difficile da realizzare in funzione del profilo di adeguatezza di molti clienti e al tempo stesso potrebbe comportare un eccessivo aumento di rischio nel portafoglio. Una delle soluzioni ottimali a questo punto è di ricorrere all’acquisto di certificati, che sono di fatto degli strumenti derivati cartolarizzati, assimilabili alle obbligazioni. Si tratta di strumenti quotati sul mercato secondario e, per quanto riguarda l’Italia sui mercati SeDex di Borsa Italiana e Cert-X di EuroTLX, su cui sono complessivamente quotati oltre 3.300 strumenti di questo tipo senza dimenticare che il mercato principale in Europa per i certificati è la borsa tedesca su cui sono oltre 300.000. I certificati si acquistano come qualsiasi altro titolo e beneficiano della liquidità garantita dal market maker; trattandosi a volte di certificati con quantitativi limitati o addirittura costruiti su misura e poi quotati per uno specifico cliente, potrebbe verificarsi la situazione, abbastanza rara,  di certificati quotati soltanto in "bid" cioè per i quali è possibile soltanto la vendita da parte di coloro che già li possiedono ma non sono possibili acquisti ulteriori rispetto a quelli già effettuati che hanno esaurito il plafond complessivo. Le due regole principali per chi acquista certificati sono: acquistarli sempre ed esclusivamente sul mercato secondario dopo la loro quotazione evitando di acquistarli in collocamento in modo tale da evitare i costi impliciti, spesso molto elevati, che servono a retribuire la struttura distributiva; del resto ha poco senso acquistare in collocamento un certificato dal momento in cui l’offerta di quelli già quotati è decisamente più ampia e più variegata; diversificare attentamente gli emittenti, dal momento in cui trattandosi di obbligazioni   (ancorché di una tipologia particolare con maggiori tutele per gli obbligazionisti), dato che sussiste in ogni caso il cosiddetto rischio emittente che potrebbe in casi estremi avere difficoltà di rimborsare tutto o in parte l’importo investito; può essere utile in tal senso verificare l’esistenza di garanzie collaterali presenti in alcuni certificati. Riprendendo l’esempio precedente, se i € 30.000 di minusvalenze sono state da poco realizzate, una soluzione potrebbe essere quella di reinvestire € 100.000 in una semplice struttura "tracker" cioè in un certificato che replica un indice in maniera lineare oppure realizza al suo interno una strategia specifica e di fatto segue un indice costruito alla stregua della gestione di un fondo comune a gestione attiva. Se questo certificato, o meglio ancora, un paniere di certificati con strategie diverse dovesse arrivare dopo un certo periodo di tempo ed in ogni caso prima della scadenza della minusvalenza a generare € 30.000 di guadagni, la sua vendita porterebbe ad una plusvalenza di € 30.000 che verrebbe incassata lorda dal cliente azzerando di fatto le minusvalenze, indipendentemente dalla tipologie di titoli che le hanno causate e anche se si trattasse di minusvalenze generate dalla vendita di ETF, fondi o SICAV. Questa strategia può essere realizzata presso lo stesso intermediario in cui è presente il dossier titoli e il relativo zainetto fiscale. Nel caso in cui, invece, i € 30.000 di minusvalenze dell’esempio precedente siano stati generati in precedenza e non si sia riusciti a realizzare operazioni tali da compensarle fino ad essere vicini alla scadenza dei quattro anni e quindi alla perdita della possibilità di compensazione, i certificati di investimento e alcuni di loro in particolare potrebbero risolvere il problema, non in maniera definitiva, ma quanto meno permettendo di “posticipare” di altri quattro anni le minusvalenze accumulate. Se ad esempio le minusvalenze stessero per scadere con la fine dell’anno 2019, ricorrere ad un investimento in certificati legati agli indici azionari potrebbe non essere sufficiente perché nel breve periodo i mercati selezionati tramite certificati potrebbero scendere o anche salire in misura insufficiente per compensare completamente la perdita. Tra le innumerevoli forme di strutture di certificati esistono anche quelli che staccano delle cedole periodiche che possono essere di tipo incondizionato oppure soggette a possibili condizioni, da valutare attentamente caso per caso. Alcune di queste cedole sono relativamente basse e possono essere utili all’interno di determinati portafogli ma nel caso della necessità di compensazione a breve termine di minusvalenze già accumulate, sarà possibile selezionare quei certificati caratterizzati dallo stacco di una maxi-cedola con le tempistiche sufficienti a determinare la compensazione necessaria. Una caratteristica particolare dei certificati è che non solo la loro vendita con una plusvalenza compensa le minusvalenze pregresse ma anche le loro cedole possono compensare le minusvalenze accumulate nello zainetto fiscale. Su questo particolarissimo aspetto occorre evidenziare che l’interpretazione della normativa viene ad oggi realizzata con modalità differenti a seconda dell’intermediario: alcuni intermediari infatti non compensano immediatamente la cedola percepita da un certificato con le minusvalenze pregresse, ma conteggiano piuttosto tale compensazione rinviandola di fatto alla scadenza del certificato tramite la diminuzione del prezzo medio di carico; altri intermediari compensano immediatamente la cedola staccata dal certificato versandola lorda sul conto del cliente e riducendo la minusvalenza nello zainetto fiscale. Ovviamente, se le minusvalenze stanno per scadere, sarà opportuno non solo selezionare i certificati che presentano maxi-cedole iniziali elevate (anche nell’ordine del 15 o 20%) ma sarà anche necessario selezionare opportunamente l’intermediario che interpreta con la seconda modalità sopra evidenziata questo particolare aspetto. Qualora intermediario in cui si ha il dossier titoli non dovesse permettere la compensazione immediata delle cedole dei certificati, trovandosi nella situazione sopra delineata di minusvalenze che stanno per scadere, la soluzione più logica sarà quella di individuare un diverso intermediario che consenta questo tipo di operatività e pertanto sarà inevitabilmente necessario chiudere la posizione con l’intermediario precedente per riuscire ad ottenere la certificazione fiscale attestante le minusvalenze pregresse che andrà consegnata in copia originale al nuovo intermediario su cui potrà essere acquistato il certificato o, meglio ancora, i certificati con la maxi cedola. Nel momento in cui i certificati selezionati avranno staccato la cedola e conseguentemente il loro prezzo di mercato sarà sceso di pari misura potremo valutare due possibilità: mantenere i certificati acquistati perché in ogni caso validi all’interno del portafoglio del cliente, con la possibilità quindi di rivenderli con ulteriore plusvalenza in seguito; rivenderli subito dopo lo stacco della cedola, generando di fatto nuove minusvalenze che avranno altri quattro anni di tempo per poter essere compensate. In ogni caso, le cedole staccate dai certificati selezionati perverranno per l’intero importo, quindi al lordo, sul conto corrente del cliente e parallelamente verranno ridotte di pari importo le minusvalenze accumulate in precedenza. Per riuscire a realizzare nel migliore dei modi questa strategia di compensazione, potrà essere di aiuto il Consulente Finanziario Autonomo che per la sua particolare impostazione operativa è abituato a selezionare i certificati su tutto il mercato, senza essere in alcun modo vincolato alle indicazioni di qualche specifico intermediario, senza essere ovviamente in alcun modo vincolato al collocamento di specifici certificati e soprattutto, nell’ultimo caso delineato, con la possibilità di indicare quali siano gli intermediari più opportuni per realizzare la compensazione tramite maxi-cedole. In conclusione, non è necessario spendere ogni anno elevate commissioni inutili in gestioni patrimoniali o polizze unit-linked (tranne nei rari casi in cui servano davvero) per compensare eventuali minusvalenze perché non è detto che si riesca a perdere soldi (e quindi il problema delle minusvalenze non si pone) ed in ogni caso si possono agevolmente compensare anche con migliaia di strumenti di varia tipologia, acquistabili facilmente presso ogni intermediario anche a costi molto bassi (online). E’ assolutamente sconsigliabile stravolgere l’impostazione corretta del proprio patrimonio e le regole principali dell’investimento per rincorrere a tutti i costi la compensazione delle minusvalenze.

Continua a leggere

ETF … SE LI CONOSCI, NON LI EVITI … – IL RITORNO

  • 144
  • 0
  • Prodotti finanziari
Scritto il 08.04.2019

“Caro Consulente, mi hai spiegato e ho capito che per acquistare un ETF devo inserire l’ordine nel mio conto on-line quando il mercato è aperto, ma ci sono differenze in base all’orario durante la giornata? “ Questa è una delle domande che molti miei clienti mi pongono all’inizio di un rapporto di consulenza continuativa e la risposta è ovviamente affermativa dato che esistono delle differenze che potrebbero incidere sul risultato a lungo termine. Infatti, se per quanto riguarda i mercati europei l’orario di contrattazione nel segmento ETF Plus di Borsa Italiana va dalle 9.30 alle 17.30 dal lunedì al venerdì e quindi di fatto coincide con l’apertura delle borse europee, esistono invece scostamenti temporali significativi per gli ETF che investono sui mercati asiatici, sui mercati nordamericani, sui mercati sudamericani e, in generale, per tutti quegli ETF globali che hanno al loro interno titoli quotati sui mercati asiatici, sui mercati nordamericani e sui mercati sudamericani. È quindi buona regola negoziare gli ETF che investono sui mercati nordamericani oppure su quelli sudamericani dopo l’apertura di tali mercati. In particolare, assume rilievo l’orario delle borse USA che vedono l’apertura alle 15.30 ora italiana (tranne per la settimana ogni sei mesi in cui l’ora legale italiana differisce dall’ora legale statunitense). In pratica l’orario migliore per negoziare ETF investiti del tutto o in parte sul mercato azionario statunitense va dalle 15.30 alle 17.30 ora italiana: in questo orario, infatti, avremo piena corrispondenza tra le valutazioni in tempo reale dei titoli contenuti nell’ETF e la valutazione dell’ETF stesso quotato sul mercato italiano. Se, per qualche motivo, la negoziazione dell’ETF relativo al mercato azionario statunitense dovesse aver luogo prima di tale orario, i prezzi dell’ETF stesso sarebbero basati sia sui prezzi di chiusura dei singoli titoli nella giornata precedente, sia soprattutto sull’andamento dei futures che di fatto anticipano un possibile trend nella giornata di contrattazione che sta per iniziare sui mercati americani. Quest’ultima considerazione vale ovviamente in ogni caso per tutti gli ETF relativi alle borse asiatiche, alla borsa australiana e della Nuova Zelanda, compresa ovviamente anche la borsa giapponese: dato che non esistono orari giornalieri di apertura dei mercati in contemporanea con quelli europei, i prezzi degli ETF relativi a questi mercati trattati sul segmento ETF Plus di Borsa italiana ed in generale sulle piazze europee (su cui è possibili acquistarli in alternativa alla Borsa Italiana), saranno necessariamente correlati ai prezzi di chiusura della giornata appena conclusa in Asia nonché ai futures relativi alla giornata successiva. Per questi ultimi ETF, quindi, potranno crearsi divergenze tra i prezzi negoziati e i prezzi della giornata immediatamente successiva, ma si tratterebbe di scostamenti minimi in un’ottica di investimento a medio-lungo termine mentre potrebbero esserci divergenze più significative per chi utilizza gli ETF con logica di trading a brevissimo termine. Volendo invece negoziare ETF su paesi dell’Europa orientale, è opportuno effettuare le operazioni dalle 9.30 ora italiana in poi, potendo di fatto contare su una parziale sincronia temporale dei mercati. In generale, però, il significato maggiore di questa regola si applica sugli ETF maggiormente utilizzati cioè quelli globali (quindi anche per gran parte di quelli tematici), in cui la componente di titoli statunitensi supera di solito il 50% del loro valore: per questi ETF l’orario migliore di negoziazione resta quindi quello pomeridiano. Se quanto appena scritto può avere una importanza relativamente contenuta per quanto riguarda i risultati complessivi di un patrimonio investito tramite ETF a medio-lungo termine, decisamente più importante è invece la corretta allocazione del portafoglio su diversi strumenti in base ad un insieme di fattori, gran parte dei quali sono riferibili alla situazione specifica, al profilo di rischio e alle esigenze di ciascun singolo investitore. I fautori dell’investimento in fondi attivi sono portati a volte a confrontare gli ETF con alcuni fondi attivi che hanno registrato validi risultati nel passato recente, volendo a tutti i costi dimostrare la validità dell’investimento dei fondi attivi rispetto agli ETF. Se per certi aspetti il confronto risulta essere sensato e utile, il ragionamento sottostante si basa quasi sempre su logiche strumentali alla vendita e al collocamento di fondi attivi, sia per effetto di strutture commerciali che privilegiano i fondi attivi in base alla retrocessione di commissioni (retrocessioni assenti nel caso degli ETF), sia sovente per un’errata impostazione del confronto. Vanno evidenziate a questo proposito due considerazioni fondamentali: la prima, più semplice, deriva dalla difficoltà, a volte, di effettuare un confronto tra il fondo attivo e l’ETF basandosi su strumenti oggettivamente confrontabili; ad esempio, è palesemente errato confrontare l’andamento di un ETF azionario a capitalizzazione di una certa area geografica, con un fondo a gestione attiva azionario in cui sia prevalsa una determinata strategia. Volendo fare un esempio semplice, possiamo considerare un fondo azionario Europa basato sui titoli Growth cioè sulla selezione di società care dal punto di vista dei multipli ma caratterizzate da trend di crescita dei risultati superiori ad altre società. In un periodo come quello recente, questa strategia è risultata particolarmente valida, di conseguenza i risultati sono stati sovente superiori a quelli di un indice a capitalizzazione tradizionale e pertanto il confronto con un ETF basato su un indice a capitalizzazione tradizionale porterebbe senz’altro a giudicare migliore il fondo a gestione attiva. In realtà il confronto è sbagliato in partenza e un fondo attivo di questo tipo andrebbe confrontato con un ETF che seleziona i titoli seguendo i medesimi criteri. Da questo punto di vista non sempre i confronti oggettivi sono possibili dato che non esistono a volte ETF che seguono determinate strategie. Allo stesso tempo, un confronto come quello indicato poco sopra basato su un presupposto iniziale errato, potrebbe portare danni significativi al patrimonio di un investitore. Se infatti negli anni recenti la strategia basata sulle azioni europee Growth ha prodotto risultati significativamente maggiori rispetto agli indici tradizionali, sarebbe del tutto errato pensare che questa tipologia di fondi possa costantemente superare gli indici tradizionali all’infinito: in realtà non esiste una regola certa che possa garantire la superiorità di questa strategia rispetto ad altre pertanto un investitore che andasse a confrontare un fondo attivo di questo tipo con un ETF basato su indici tradizionali, potrebbe correre il rischio di ottenere risultati peggiori nel momento in cui la strategia su cui si basa il fondo attivo dovesse iniziare a fare peggio rispetto all’ETF tradizionale. Purtroppo la logica di selezionare i fondi in base ai risultati passati è una caratteristica di molti investitori (peggio ancora se a seguirla sono i consulenti…) e il rischio di arrivare tardi, cioè quando è evidente il risultato superiore rispetto a prodotti concorrenti, può a volte tradursi in seguito in risultati peggiori rispetto al posizionamento sull’ETF tradizionale. La seconda considerazione fondamentale deriva piuttosto dal fatto che gli ETF andrebbero considerati come dei semilavorati utili alla costruzione di un edificio complessivo, quindi piuttosto che confrontare il singolo fondo attivo con il singolo ETF, il confronto corretto dovrebbe essere tra una specifica strategia realizzata con diversi ETF in un determinato arco temporale e il singolo fondo attivo. Ma dal momento in cui, sovente, questa strategia viene costruita su misura per il singolo investitore, di fatto il confronto a priori tra la strategia in ETF e un singolo fondo attivo non ha alcun valore logico. Sarà invece possibile un confronto a posteriori sostanzialmente utile a fini statistici o quantomeno per evidenziare se il ricorso alla strategia in ETF abbia portato a un vantaggio reale in termini di rapporto rischio/rendimento. Resta, in ogni caso, come dato oggettivo da valutare a priori, l’enorme differenza di costi tra l’investimento in una strategia di ETF e l’investimento in un fondo attivo o, peggio ancora, in un fondo di fondi attivi, in una gestione patrimoniale di fondi attivi o in una polizza Unit Linked che compra al suo interno fondi attivi; infatti, se l’investimento diretto in un fondo attivo presenta determinati costi, normalmente l’investimento in fondi di fondi, gestioni patrimoniali in fondi o in polizze Unit Linked che investono in fondi presenta costi complessivamente molto più elevati rispetto a quelli dell’acquisto diretto di un singolo fondo attivo. Volendo ricorrere ad un esempio concreto, possiamo pensare di investire € 100.000 per trent’anni con un rendimento del 6% annuo e TER (cioè il costo complessivo di mantenimento annuale) pari a 0,4%: il risultato finale a scadenza sarà di circa € 513.000. Per contro, € 100.000 investiti per trent’anni con un tasso di rendimento del 6% annuo in un prodotto in cui la commissioni di gestione risulti pari a 1,80% annuo, porterebbe ad un risultato finale pari a circa € 344.000. È evidente come il risultato sia enormemente a favore di un investimento che privilegia strumenti a basso costo. Dal momento in cui, peraltro, anche il mercato degli ETF appare particolarmente complesso e articolato, è opportuno considerare il ricorso ad un professionista come il Consulente Finanziario Autonomo, che potrà suggerire al cliente sia come costruire un portafoglio iniziale in base alle proprie caratteristiche, sia come mantenere nel tempo una impostazione corretta, soprattutto in termini di adeguatezza come risultante dall’apposito questionario. Volendo operare, per criteri di esigenze personali, con intermediari diversi come ad esempio la propria banca di fiducia, l’investimento tramite ETF potrà essere strutturato agevolmente suddividendolo sui vari intermediari ma mantenendo una visione complessiva su tutto il patrimonio. Nel prossimo appuntamento, vedremo come esistano ETF particolari che anziché replicare indici tradizionali a capitalizzazione, replicano indici costruiti appositamente per realizzare strategie di un certo tipo; vedremo anche come queste tipologie innovative di ETF stiano ottenendo un grande successo sui mercati internazionali. Faremo anche, in seguito, alcune importanti considerazioni circa l’opportunità di integrare, all’interno della costruzione dell’asset-allocation di un patrimonio, ETF, singoli titoli, altri ETP (ETC ed ETN), certificati e anche alcuni fondi attivi, con l’obiettivo di creare un mix efficace ed efficiente che possa sfruttare le peculiarità di ciascuna categoria laddove risultino maggiormente opportune.

Continua a leggere

ETF … SE LI CONOSCI, NON LI EVITI …

  • 117
  • 0
  • Prodotti finanziari
Scritto il 23.03.2019

Dopo trent’anni di esperienza nel settore finanziario, mi sento di affermare con tranquillità che gli ETF sono in assoluto una delle più grandi invenzioni dell’ultimo secolo e vorrei di seguito condividere alcune considerazioni e consigli pratici per comprenderli ed utilizzarli proficuamente. All’inizio della mia attività, in qualità di promotore finanziario, gli ETF non erano ancora stati inventati e avevo la possibilità di vendere ai clienti un numero limitato di strumenti finanziari, in particolare alcuni fondi comuni e SICAV oltre alle classiche polizze vita. Ricordo che una classica argomentazione di vendita si basava sul fatto che gli investitori italiani, tra il 1980 e il 1990, si erano abituati ad investire in titoli di Stato ed in particolare nei famosi Buoni Ordinari del Tesoro – i BOT - che offrivano rendimenti a doppia cifra anche se in realtà a stento coprivano l’inflazione particolarmente elevata: se una famiglia normale era in grado di accantonare non più di 200.000 Lire al mese, occorrevano oltre due anni per raggranellare l’importo minimo, pari a 5 milioni di lire, per acquistare un BOT. Di conseguenza, facevo notare come l’acquisto di quote di un fondo comune di investimento avrebbe permesso di “ far fruttare “ i risparmi senza dover ogni volta attendere due anni per effettuare un nuovo investimento, potendo infatti investire in un’unica soluzione in un fondo comune che prevedesse una soglia minima di accesso inferiore a 5 milioni di lire oppure aprendo un Piano di Accumulo di Capitale – un PAC - sempre in un fondo comune di investimento, ad esempio con investimenti mensili pari a 50.000 lire. La seconda argomentazione era, ovviamente, quella di sottolineare l’esistenza di una gestione professionale da parte della società di gestione che offriva il fondo comune di investimento, permettendo tra le altre cose, anche la diversificazione su un numero elevato di titoli di emittenti diversi, riducendo in tal modo il rischio di perdita a causa di vicende specifiche negative di una singola società. Tralasciando in questa sede di trattare gli argomenti relativi alle modalità di retribuzione e, in generale, alla questione della economicità o meno dei fondi comuni di investimento rispetto ad altri strumenti, vorrei evidenziare come uno dei problemi pratici dell’epoca era dato dalla operatività con cui veniva realizzato l’acquisto di un fondo comune. Ricordo, in particolare, che per ogni fondo comune proposto esisteva un prospetto informativo, costituito da due fascicoli oltre alla domanda di sottoscrizione con diverse copie sovrapposte di moduli che andavano compilati a mano con una forte pressione per riuscire a lasciare traccia sulle copie sottostanti. Gli uffici di zona avevano gli armadi strapieni di questi contratti, variamente colorati, e sovente si correva rischio di andare all’appuntamento del cliente con una copia non aggiornata, anche perché alcuni prospetti venivano utilizzati maggiormente anche dai colleghi e altri magari meno, mentre i rifornimenti avvenivano solo a fronte di esaurimento delle scorte. Ricordo quindi, ad esempio, la situazione in cui dopo aver faticosamente definito con il cliente un appuntamento presso il suo domicilio ed essere arrivati alla conclusione del contratto con le firme dei clienti, magari quattro cointestatari, a tarda serata, occorreva poi far pervenire le copie dei contratti alla sede della banca e le spedizioni venivano effettuate tramite corriere soltanto quando c’era l’urgenza diversamente si cercava di attendere un numero congruo di contratti compilati nell’ufficio. Esistevano delle disposizioni di legge in merito ma meno vincolanti rispetto ad oggi, oltre al fatto della sospensione per alcuni giorni a seguito della offerta a domicilio del cliente. Capitava quindi, alcune volte, di ritrovarsi a distanza di alcuni giorni con la restituzione da parte dell’ufficio contratti della sede della banca, o per qualche particolare errato nella compilazione del contratto, o per aver utilizzato un modulo superato. A quel punto l’unica soluzione era di tornare dal cliente e rifare tutto daccapo per cui poteva capitare che il cliente che aveva deciso di investire in un fondo legato ad esempio ai mercati azionari, riuscisse davvero ad investire i suoi soldi anche dopo un mese dalla prima sottoscrizione. Se nel frattempo i mercati erano saliti il cliente di fatto aveva subito un danno cospicuo, se erano scesi poteva approfittare dei prezzi più bassi ma sostanzialmente il problema era particolarmente rilevante e determinato dal fatto di non poter in alcun modo decidere sulla data di acquisto del fondo comune di investimento, senza quindi avere la minima idea del livello di prezzo a cui si sarebbe entrati. Ovviamente il problema si poneva anche nel caso dei rimborsi parziali o totali; immaginiamo quindi caso di un cliente che si fosse trovato con un’esigenza imprevista a dover giocoforza disinvestire quote del suo investimento a medio-lungo termine, trovandosi obbligato a chiamare il proprio promotore finanziario per riuscire a far pervenire la richiesta di rimborso nel più breve tempo possibile ma, anche in questo caso, a volte passavano molti giorni prima della effettiva realizzazione. Negli ultimi anni, da questo punto di vista, le cose sono migliorate notevolmente grazie alla digitalizzazione del processo operativo di sottoscrizione: il cliente di fatto può acquistare e vendere fondi comuni di investimento tramite Internet, senza quindi correre il rischio di ritardi legati ed errori umani potendo quindi sottoscrivere investimenti in fondi comuni con una maggior sicurezza, maggior semplicità e in tempi decisamente più brevi rispetto ad un tempo. Peraltro, un problema irrisolto resta quello della definizione ex-ante del prezzo di acquisto o di vendita di un fondo comune di investimento o di un comparto Sicav dal momento in cui tra l’inserimento dell’ordine e l’effettiva realizzazione dello stesso passano in ogni caso alcuni giorni, che possono variare in base alla società di gestione ed in base alla banca corrispondente utilizzata per realizzare le transazioni nel caso di fondi o SICAV domiciliate all’estero. Inoltre, la comunicazione ufficiale dei dettagli dell’ordine per il cliente è disponibile solo alcuni giorni dopo l’esecuzione dello stesso. È quindi assolutamente impossibile realizzare un investimento in un fondo comune e decidere di chiederne il rimborso subito dopo; è possibile, al limite, in caso di errori richiedere all’annullamento dell’ordine di sottoscrizione qualora non sia ancora stato processato. L’acquisto di ETF permette di risolvere completamente le due problematiche che abbiamo evidenziato. Un ETF è infatti un fondo comune di investimento negoziabile sul mercato durante gli orari di contrattazione, che offre le stesse garanzie legali di un fondo comune di investimento ma la possibilità di negoziazione in continuo permette da un lato di conoscere con sufficiente definizione il prezzo di acquisto, dal momento in cui esiste un prezzo di ultima quotazione ed esistono, obbligatoriamente, prezzi in acquisto e in vendita per ciascun ETF quotato forniti dal market maker. È quindi possibile acquistare quote di un ETF e rivenderle pochi secondi dopo: la liquidabilità dell’investimento in ETF è quindi assicurata in ogni caso con la massima velocità e trasparenza possibile, tranne nei casi particolari in cui i titoli contenuti nell’ETF siano in quel momento illiquidi cosa che peraltro può avvenire anche in un fondo comune tradizionale, pensiamo ad esempio al caso estremo di un fondo azionario specializzato in un mercato che venga sospeso per alcuni giorni per motivi vari (una rivolta popolare o  uno sciopero generale). Un errore che viene ancora commesso da molti investitori è quello di ritenere l’investimento in un ETF rischioso nel momento in cui vedono che non ci sono contrattazioni sul mercato, a volte anche di alcuni giorni, per determinati ETF, per cui si ritiene che potrebbero esserci difficoltà nel momento in cui si volesse liquidare la posizione. In realtà, la società che realizza l’ETF obbliga i market makers contrattualmente a definire in ogni caso un prezzo in acquisto e un prezzo in vendita per ciascun ETF durante gli orari di apertura del mercato, quindi la liquidabilità dell’ETF, intesa come la possibilità di acquistarlo o di venderlo in ogni momento, viene comunque garantita dalla struttura particolare dell’operazione. Nel caso in cui non ci siano quote negoziabili in un dato momento, verranno create o annullate in tempo reale con il meccanismo della creation-in-kind o della redemption-in kind, caratteristica esclusiva degli ETF. Esiste, quindi, la possibilità di verificare in ogni momento il prezzo di acquisto e di vendita, cosa assolutamente non possibile per un fondo comune tradizionale. Ovviamente il prezzo effettivo che risulterà ad operazione conclusa sarà intermedio ai prezzi denaro e lettera (o bid-ask). Il valore di un ETF sarà quindi il risultato dei valori dei titoli sottostanti durante la giornata di contrattazione, che definiscono il cosiddetto iNAV che è il NAV (Net Asset Value) intraday basato sui prezzi dei titoli contenuti nell’ETF. Il prezzo di negoziazione sarà ovviamente determinato dalla domanda e dall’offerta  sul mercato secondario e qualora si creino differenze sostanziali tra l’ iNAV  e il prezzo di negoziazione, potranno intervenire investitori istituzionali con possibili arbitraggi, di fatto migliorando l’efficienza del mercato. L’investimento in ETF permette anche di fissare un prezzo a cui effettuare l’operazione, alla stessa stregua di un titolo quotato, cosa che invece non è possibile fare con l’acquisto o la vendita di un fondo comune di investimento tradizionale. Diversamente un ordine “a mercato” troverà comunque sempre esecuzione. Un argomento sovente utilizzato da coloro che desiderano sostenere a tutti i costi la validità dei fondi comuni di investimento tradizionali rispetto agli ETF  è quello che vede come elemento negativo di costo il cosiddetto spread bid-ask, cioè la differenza di prezzo disposta in acquisto e in vendita. Ovviamente, nel caso in cui si acquisti un ETF ad un certo prezzo e lo si rivenda istantaneamente, si subirà un costo perché il prezzo offerto in acquisto il prezzo offerto in vendita presentano questo scostamento. D’altro canto, anche nell’acquisto di titoli quotati si presenta questa situazione e in effetti è possibile affermare che lo spread bid-ask di un ETF riflette in gran parte gli spread dei titoli sottostanti e soltanto in parte il ricavo del market maker. Borsa Italiana, nel segmento ETFPlus in cui sono quotati gli ETF, impone uno spread massimo pari all’1% ma di fatto, gli spread medi attuali sono vicini a 0,1% grazie all’efficienza del mercato; ovviamente ogni specifico ETF avrà un proprio spread variabile nel tempo. Andrebbe quindi considerato che il cosiddetto costo bid-ask degli ETF assume importanza rilevante per un investitore intraday, ad esempio un trader on-line che vada ad effettuare numerosi scambi sullo stesso ETF nell’arco della medesima giornata mentre lo stesso costo diventa assolutamente irrilevante per un investitore con un orizzonte temporale di medio-lungo periodo, del resto anche acquistando singoli titoli questo costo risulterebbe reale e anche acquistando un fondo comune di investimento tradizionale avremmo al suo interno i costi bid-ask dei titoli acquistati dal gestore. In realtà, ritengo sia corretto distinguere da questo punto di vista l’investimento in ETF rispetto all’investimento in un fondo comune tradizionale, considerando come non rilevante il costo bid-ask dell’ETF per un investitore di medio-lungo periodo laddove non è in ogni caso possibile un confronto ragionevole nel momento in cui l’ETF permette di conoscere con la massima precisione il prezzo di acquisto o di vendita in tempo reale, cosa assolutamente impossibile nel caso di un fondo comune tradizionale. Inoltre, la modalità di negoziazione notevolmente più efficiente per un ETF di fatto sottolinea caratteristiche tali per cui un confronto oggettivo su più fronti si dimostra poco plausibile. Volendo concludere con riferimento alle argomentazioni iniziali, possiamo anche considerare la notevolissima innovazione dello strumento ETF, che permette acquisti anche con importi notevolmente più bassi di quanto richiesto da altre tipologie di investimento come soglia minima. Di fatto, è possibile acquistare anche una sola quota di un ETF per importi di pochissimi euro, che contiene al suo interno in ogni caso l’ampia diversificazione in titoli caratteristica dei fondi comuni. A questo proposito, è utile ricordare che la negoziazione di ETF comporta costi di transazione che variano a seconda dell’intermediario utilizzato e sono presenti sia in acquisto sia in vendita. Anche in questo caso il confronto con l’acquisto di un tradizionale fondo comune di investimento risulta poco plausibile, dal momento in cui occorre considerare eventuali commissioni di ingresso o di uscita dal fondo e, anche nel caso di loro assenza, esistono le commissioni fisse per ogni transazione dovute alla banca corrispondente laddove si vada ad acquistare un fondo di diritto estero. Se trent’anni fa, occorreva attendere due anni ad una famiglia normale prima di avere accantonato la disponibilità per l’acquisto di un solo BOT, oggi è possibile anche tramite tablet o smartphone, negoziare in tempo reale con pochi euro l’acquisto di quote di un ETF che contiene al suo interno un intero mercato, ad esempio il mercato azionario americano. Nei prossimi articoli andrò a definire altre caratteristiche degli ETF ancora mediamente poco conosciute ma particolarmente utili per ogni investitore.

Continua a leggere

DIAMANTI, UNICORNI E ALTRE LEGGENDE METROPOLITANE DELLA FINANZA

  • 113
  • 0
  • Investimenti
Scritto il 16.03.2019

E’ vicenda di questi giorni la notizia delle vendite “truffa “ di diamanti tramite le banche. Il riferimento è fatto, in questa sede, unicamente per cercare di realizzare un parallelo concreto tra alcuni aspetti psicologici certamente connaturati all’acquisto di diamanti e altri aspetti che caratterizzano la ricerca e le proposte di altre tipologie di investimento finanziario. Ciò che sappiamo, ascoltando le notizie trasmesse in radio o leggendole sui giornali, è che nel nostro paese, negli ultimi anni, molti investitori hanno acquistato diamanti tramite canali di acquisto che nell’immaginario collettivo godono ancora, evidentemente, di ampia fiducia (in questo caso certamente mal riposta): la notizia certa è che le banche vendevano con lo scopo di intascare enormi provvigioni, a fronte dei prezzi medi di vendita notevolmente superiori al reale valore di mercato. I diamanti erano, in questo caso, certamente autentici ma il meccanismo si reggeva da un lato, sull’autorevolezza del venditore, dall’altro sull’incapacità del compratore di valutare il valore reale di ciò che stava acquistando. Consideriamo il dato oggettivo: il diamante è un cristallo trasparente composto da atomi di carbonio; dal punto di vista termodinamico si tratta di un oggetto instabile che, in teoria, per la seconda legge della termodinamica, dovrebbe trasformarsi interamente in grafite, cosa che non avviene poiché impedita cineticamente ed è per questo che si tratta di un materiale metastabile. Quanti investitori, nel momento in cui decidono di acquistare un diamante, anche solo per un attimo riescono a pensare che, in fondo, si tratta di grafite, uno stato del carbonio, guarda caso proprio lo stesso materiale che consente al venditore della banca di scrivere su un foglio bianco con la matita quali siano i vantaggi miracolosi di quell’acquisto. In realtà, il diamante è da sempre associato al concetto di rarità: i produttori mondiali di diamanti sono pochi, le pietre si vanno esaurendo e l’80% della produzione è destinato a scopi industriali, solo un quinto del prodotto si destina alle gemme, e solo il 2% presenta caratteristiche qualitative adatte all’investimento. Queste erano le argomentazioni principali a sostegno della vendita ma sappiamo bene che il diamante da sempre viene utilizzato nella produzione di gioielli e il suo acquisto è legato a fattori strettamente emotivi che trovano terreno fertile nelle caratteristiche intrinseche: la longevità, la bellezza scintillante e la purezza. L’acquisto di un gioiello con diamanti è sempre legato a motivazioni psicologiche, culturali ed economiche; “io valgo “, “ce l’ho fatta “, “festeggiamo “, “voglio fare impressione “, “è una promessa “. In sintesi, aspetti psicologici e culturali ben radicati come terreno fertile da coltivare con ragionamenti concreti circa l’aspetto di rarità, che associa facilmente un valore che aumenta al diminuire dell’offerta. Un messaggio facile e concreto per un’ampia platea di investitori certamente poco preparati e molto propensi ad investire il proprio denaro in qualcosa di tangibile e facilmente, in apparenza, comprensibile. Purtroppo, la cruda realtà dei fatti ha ampiamente dimostrato che l’investimento semplice, comprensibile, realizzabile con minimo dispendio di tempo e di energie mentali, spesso conduce a perdite economiche parziali o totali difficilmente recuperabili. In altre parole, possiamo affermare che l’investimento di denaro in modo semplice, facilmente comprensibile, che non richiede particolari sforzi culturali e dispendio di tempo ed energie, è qualcosa oggi che appartiene più alla mitologia che alla realtà. E, sempre alla mitologia, appartengono gli unicorni, creature fantastiche dotate di poteri magici. I ritrovamenti, nei secoli, di tracce, quali fossili o corni di animali, hanno alimentato la leggenda. Anche in questo caso, l’aspetto psicologico è fondamentale: vorremmo trovare davvero un unicorno, simbolo di purezza e strumento per rendere innocui i veleni, peccato che fino ad oggi nessuno li abbia davvero  incontrati, salvo continuare a credere che esistano (questo quantomeno accadeva in passato), incontrando “ prove “ della loro esistenza: reperti fossili o corni di narvalo o di orice. Da anni, nella mia attività di consulente finanziario autonomo, leggo sui giornali e su internet e ascolto sovente investitori e consulenti che sono convinti dell’esistenza dell’unicorno, quantomeno in campo finanziario: il gestore di fondi attivi, capace di realizzare costantemente risultati significativamente superiori a quelli dei suoi diretti concorrenti e anche alla media del mercato in cui investe il denaro dei clienti. Purtroppo, parlare di indici di mercato e di valori medi di riferimento, è in genere poco attraente dal punto di vista della narrazione. L’immaginario collettivo dell’investitore è ancora convinto, soprattutto in Italia, che possano esistere persone dotate di informazioni privilegiate o di capacità particolarmente superiori alla media, in grado di “ far crescere “ i soldi velocemente, senza grandi rischi e, soprattutto, di beneficiare di quell’insieme di caratteristiche “ magiche “ che, in quanto tali, consentirebbero a chi affida a loro i propri investimenti, di entrare in una sorta di “ cerchio magico “, una specie di ambito elitario costituito da pochi privilegiati che, guarda caso, hanno avuto proprio loro la fortuna di incontrare la “ persona giusta “. Se così non fosse, non assisteremmo, periodicamente, a vere e proprie truffe finanziarie a cui abboccano purtroppo per loro ancora troppe persone. La complessità del sistema finanziario e del sistema politico-economico, la numerosità degli strumenti in cui investire, la numerosità delle normative di riferimento e la loro variabilità nel tempo nonché la numerosità degli operatori, amplificano la difficoltà per l’investitore medio di ragionare efficacemente su basi oggettive, da qui la ricerca di “mitologia finanziaria”, la ricerca di unicorni: soluzioni semplici e veloci che consentono di mettere da parte il ragionamento e la logica, troppo faticosi, per “credere “ nella soluzione di investimento miracolosa. Il problema però, non si trova solo dal lato degli investitori, cosa abbastanza comprensibile e ragionevole anche se non condivisibile ma, purtroppo, anche sovente dal lato degli operatori professionali, proprio le persone che dovrebbero consigliare al meglio i loro clienti. Oggi affrontiamo uno di questi miti in campo finanziario: la ricerca di risultati superiori alla media tramite la combinazione di fondi attivi di gestori professionali che hanno dimostrato, NEL PASSATO, caratteristiche superiori alla media dei loro concorrenti. Questo tipo di impostazione può, in alcuni casi, nascondere delle insidie e portare il cliente a comporre portafogli di investimento caratterizzati da aspetti tecnici quantomeno discutibili. Un concetto fondamentale, mai sufficientemente ripetuto ed argomentato, è costituito dal principio della diversificazione: un investimento concentrato su pochi strumenti finanziari degli stessi emittenti presenta, in linea di principio maggiori rischi rispetto ad un investimento diversificato su molti strumenti finanziari di emittenti diversi, banalmente espresso con la classica frase “mai mettere tutte le uova nello stesso paniere “. Una tipologia di strumenti finanziari particolarmente efficace ed efficiente per realizzare questo principio è costituita dagli ETF, fondi comuni scambiati in Borsa, che al loro interno acquistano molti titoli di emittenti diversi, copiando un determinato indice in modalità passiva, quindi senza intervento di gestori che decidono cosa e quanto comprare in un certo momento rispetto a varie scelte possibili. E, proprio su questo punto, si innesta una prima “ leggenda metropolitana” che da anni sento ripetere: se un investimento copia un indice di mercato in modo passivo, sarà un investimento più rischioso, dal momento in cui non esiste un gestore attivo che possa vendere al momento opportuno i titoli e, allo stesso tempo, sarà un investimento meno remunerativo nel tempo, dal momento in cui non beneficia della capacità del gestore attivo professionale di scegliere i titoli più performanti rispetto al resto del mercato. In realtà, l’attività di un gestore attivo, introduce elementi discrezionali di scelta, più o meno ampi in base a vari fattori, che possono certo portare a risultati nel tempo migliori, ma anche che possono ottenere il risultato opposto, cioè di perdere più denaro, in parte anche a causa dei costi dei fondi attivi, notevolmente superiori a quelli dei fondi passivi. L’evidenza empirica di numerose ricerche ci dice che, in particolare in alcuni mercati come quello statunitense, solo una piccolissima parte dei gestori attivi riesce a battere gli indici di mercato nel tempo e, particolare fondamentale, coloro che ci riescono non sono sempre gli stessi gestori ma variano nel tempo. A fronte di questa evidenza, alcuni operatori del settore ritengono di poter consigliare al meglio i loro clienti consigliando unicamente i “migliori gestori” e realizzando una apparente diversificazione dividendo il patrimonio affidato loro dai clienti su diversi fondi comuni attivi di diverse società di gestione, utilizzando il criterio della selezione dei “migliori fondi” che, nella maggior parte dei casi, consiste nel valutare in maniera superficiale ed approssimativa i fondi consigliati, scegliendoli nella gamma di strumenti per i quali la banca per cui lavorano ha realizzato accordi di distribuzione. La seconda “leggenda metropolitana“ è proprio questa: pensare di poter realizzare un portafoglio efficace e ben diversificato utilizzando unicamente fondi attivi scelti sulla base delle maggiori performances passate piuttosto che sulla loro reale operatività prospettica e sulla loro effettiva composizione (cose facili da sapere solo per gli stessi gestori). Spesso, infatti, uno dei problemi principali nell’utilizzo dei fondi di gestori attivi è costituito dalla possibilità di conoscere in tempo reale cosa il gestore stia realmente facendo all’interno del fondo e quali siano i titoli contenuti nello stesso. A dimostrazione di questo concetto, ho considerato cinque diversi fondi azionari di cinque diverse società di gestione tra le più conosciute al mondo con le seguenti caratteristiche: •          hanno ottenuto tutti e cinque valutazioni molto elevate da parte di Morningstar; •          ciascuno di loro ha superato l’indice di categoria e la media dei concorrenti nei 36 mesi precedenti; •          appartengono a settori diversi e a regioni geografiche diverse. Consideriamo quindi un investitore con un patrimonio finanziario complessivo pari a € 300.000, con un orizzonte temporale sufficientemente ampio, disponibile ad accettare oscillazioni di una certa ampiezza del proprio patrimonio, a cui sia stato prospettato di dedicare € 100.000 al mercato azionario acquistando: € 40.000 fondo azionario globale € 30.000 fondo azionario Stati Uniti € 10.000 fondo azionario Cina € 10.000 fondo azionario settore tecnologia € 10.000 fondo azionario settore beni e servizi di consumo In apparenza, si tratta di una ampia diversificazione e l’idea di dedicare soltanto il 10% del portafoglio azionario al mercato cinese potrebbe apparire molto rassicurante: si tratta di un’economia vivace e in forte crescita ma vari fattori portano alla decisione di dedicarci solo una parte limitata del totale. Se però cerchiamo di realizzare una analisi più approfondita, nel caso specifico favorita dalla disponibilità dei dati precisi, cosa assai rara per i fondi con una gestione attiva, arriviamo a scoprire che nel fondo azionario cinese le maggiori posizioni sono costituite dalle società Tencent, Alibaba e TAL con importi particolarmente rilevanti pari a circa € 1000 di azioni Tencent, € 1000 di azioni Alibaba e € 900 di azioni TAL (nel periodo immediatamente precedente alla realizzazione di questo articolo, sulla base dei dati più recenti forniti dalle società di gestione). Si tratta evidentemente di un fondo concentrato su un numero limitato di titoli ma questo potrebbe essere ragionevole per il nostro cliente, nella misura in cui è stato deciso di investire un importo relativamente limitato sulle azioni. Andando però nel dettaglio degli altri quattro fondi, scopriamo che: •          nel fondo azionario Stati Uniti abbiamo investito, indirettamente, oltre € 1000 in azioni Alibaba e poco meno in azioni Tencent •          nel fondo azionario globale abbiamo investito circa € 2700 in azioni TAL •          nel fondo azionario del settore tecnologia abbiamo investito altri € 500 in azioni Tencent e € 300 circa in azioni Alibaba •          nel fondo azionario settore beni e servizi di consumo abbiamo investito oltre € 500 in azioni Alibaba In totale, € 2800 circa in azioni Alibaba, € 2500 circa in azioni Tencent e € 3600 circa in azioni TAL. Se, quindi, l’idea era quella di dedicare non più di € 10.000 alle azioni cinesi, nella realtà abbiamo investito, indirettamente, quasi il doppio, concentrando gli investimenti in soli tre titoli cinesi laddove il principio iniziale era quello di ottenere una ampia diversificazione. Si tratta evidentemente di un semplice esempio reale poco approfondito, nella misura in cui la trasparenza dei fondi gestiti attivi non è certamente la loro caratteristica principale. Un consulente finanziario autonomo, non dovendo basare la propria remunerazione sulle provvigioni derivanti dalla vendita dei fondi, può suggerire un portafoglio costruito con vari ETF, realizzando certamente una maggiore diversificazione di titoli di società diverse, ma consentendo soprattutto di conoscere in ogni momento la reale composizione interna di ciascun ETF e, di conseguenza, del portafoglio completo: ogni ETF, infatti, pubblica giornalmente la composizione precisa e completa del proprio portafoglio titoli, offrendo quindi maggior trasparenza rispetto ad un portafoglio di soli fondi attivi. La seconda considerazione, fondamentale, è costituita dal fatto che, quasi sempre, i maggiori risultati rispetto alla media di mercato e ai concorrenti diretti viene realizzata dai fondi attivi tramite la concentrazione dell’investimenti su pochi titoli: questo da un lato consente ovviamente di ottenere risultati migliori se le scelte si riveleranno corrette, esponendo peraltro i clienti a rischi maggiori rispetto ad più semplice investimento sull’intero mercato. Purtroppo, però, siamo tutti in grado di scegliere i fondi “migliori “ DOPO che hanno realizzato i risultati ma riuscire a scegliere i “migliori” fondi PRIMA che realizzino risultati superiori al mercato e ai concorrenti diretti, appare francamente molto più simile alla ricerca degli alchimisti medievali che giustificavano l’esistenza degli unicorni dopo aver trovato reperti fossili o altro che potesse giustificare nell’immaginario collettivo la sussistenza del mito. Un consulente finanziario autonomo deve purtroppo fare i conti con la realtà e fa parte dei suoi obblighi evidenziare agli investitori la possibilità che un fondo comune a gestione attiva che ha ottenuto risultati superiori alla media di mercato possa in seguito ottenere risultati inferiori alla stessa media (“mean reversion”); la ricerca di risultati superiori potrebbe essere ottenuta con ETF Smartbeta o con combinazioni opportune di ETF tradizionali con la certezza dei costi complessivi più bassi nel medio lungo periodo e la massima trasparenza circa il contenuto. E visto che siamo in tema di alchimisti e formule magiche, la terza “leggenda metropolitana” che circola nel settore della consulenza vedrebbe il consulente finanziario autonomo come un novello alchimista chiuso nel suo piccolo antro alla ricerca fantasiosa della formula magica per la trasformazione del piombo in oro, con l’argomentazione che solo le grandi società organizzate con studi e uffici in tutto il mondo potrebbero offrire rendimenti superiori grazie alla loro immensa struttura. In realtà, il consulente finanziario autonomo è un professionista autorizzato e vigilato che non dovendo perdere tempo per incontri commerciali periodici, ha maggiori risorse per partecipare a convegni, per studiare e per spiegare nei dettagli i consigli ai suoi clienti, ma soprattutto non ha i “vincoli” che sono imposti a chi opera per conto di un intermediario: se riconosce la validità di un fondo attivo per una determinata asset-class rispetto ad un ETF potrà consigliarlo ai suoi clienti non essendo legato ad una offerta limitata definita da altri e nel contempo potrà consigliare la combinazione di ETF, fondi attivi e altri strumenti quotati che riterrà più consona alle esigenze specifiche di ciascun cliente, dal momento in cui la sua remunerazione è pagata direttamente dalla parcella definita col cliente anziché dalle commissioni generate dalla vendita degli strumenti (che non sono uguali per tutti gli strumenti e possono generare conflitti di interesse).

Continua a leggere

OGGI DIAMO I NUMERI ….. DEGLI ETF ….

  • 174
  • 0
  • Prodotti finanziari
Scritto il 06.03.2019

E’ sempre più frequente, sul Web e sulle riviste specializzate, leggere articoli sugli ETF ma sovente mi chiedo quanti investitori e consulenti abbiano davvero chiari i numeri del fenomeno. Negli ultimi 15 anni ho dedicato gran parte dei miei studi a questa particolare tipologia di fondi comuni di investimento, gli ETF, frequentando numerosi corsi e convegni e sperimentando l’operatività di questi strumenti che sono divenuti, nel tempo, via via più numerosi sia sul mercato sia  nei portafogli dei clienti che seguo. Oggi vorrei iniziare una serie di incontri su questo tema con l’obiettivo di realizzare una sintesi  delle loro caratteristiche fondamentali senza però tralasciare aspetti poco conosciuti di questa tipologia di strumenti tanto semplici da inserire in un portafoglio quanto complessi nella loro costruzione interna. Gli ETF sono stati inventati dagli americani, infatti il loro nome deriva da Exchange Traded Funds, che in italiano risulta “fondi negoziati sul mercato”: una delle caratteristiche principali di questa categoria è infatti la possibilità di comprare e vendere in tempo reale le loro quote o azioni su un mercato secondario dedicato. In particolare, possiamo acquistarli nella sezione di Borsa Italiana denominata ETF Plus, dalle 9.30 alle 17.30 dal lunedì al venerdì. In alternativa è possibile acquistarli anche nei principali mercati europei, come Londra, Parigi, Amsterdam o sul mercato tedesco, mentre risulta oggi decisamente più complicato acquistarli sul mercato americano. La prima caratteristica fondamentale è proprio questa: possiamo inserire facilmente nel nostro conto on-line o andando fisicamente all’ufficio titoli della Banca, un ordine di acquisto di un determinato ETF e subito dopo è possibile rivenderlo, volendo, con una immediatezza che non è consentita in alcun modo nell’investimento tradizionale in fondi comuni che richiede alcuni giorni per l’esecuzione dell’ordine di acquisto e alcuni giorni per l’esecuzione dell’ordine di vendita. Da questo punto di vista, quindi, l’investimento in ETF permette di essere utile sia al trader che può negoziare più volte nello stesso giorno il medesimo strumento, sia all’investitore con un orizzonte temporale più lungo che può valutare investimento in un ETF potendolo mantenere anche per anni in portafoglio, con la consapevolezza della possibilità di vendita della quantità esatta desiderata in ogni momento negli orari di mercato aperto. I mercati in cui è possibile negoziare gli ETF sono in ogni caso mercati secondari, dal momento in cui esiste anche un mercato primario a cui si rivolgono tipicamente gli investitori istituzionali: un investitore privato potrà quindi negoziare anche una sola quota in tempo reale al prezzo di mercato (quindi con importi anche di pochi euro, dipende dal valore della singola quota), mentre un investitore istituzionale potrà contattare direttamente l’emittente per investire un importo rilevante fissando, ad esempio, il prezzo di chiusura di giornata. Dal punto di vista giuridico, gli ETF possono essere fondi comuni di investimento (in questo caso vengono acquistate delle quote) o comparti di SICAV (in questo caso vengono acquistate delle azioni). Parlando di ETF, va senza dubbio ricordato che si tratta di strumenti che hanno come obiettivo quello di replicare, cioè sostanzialmente di copiare in maniera passiva un determinato indice costruito da società specializzate: per questo motivo si parla di index investing e di fondi passivi, cioè di fondi in cui non è presente l’operato di un gestore che agisce con discrezionalità, cioè che decide giornalmente quanto investire in un titolo e quanto in un altro: la quantità percentuale di un determinato titolo all’interno dell’ETF risulterà infatti pari alla quantità percentuale di quel titolo all’interno dell’indice replicato. Rinviando a incontri successivi la spiegazione di altre caratteristiche particolarmente interessanti degli ETF, possiamo fornire oggi qualche numero che possa definire le caratteristiche del loro mercato. La crescita dell’ “index investing”, infatti, è stata uno dei trend chiave nella finanza degli ultimi decenni, fin dal lancio del primo fondo passivo negli Stati Uniti nel 1971 e del primo ETF nel 1993. Negli ultimi anni il trend di crescita del mercato degli ETF è stato esponenziale. Infatti, a partire dal 2007, gli asset in gestione in fondi passivi sono cresciuti quattro volte più velocemente rispetto ai tradizionali prodotti attivi. L’incremento, secondo dati Morningstar, è stato del 230% e tale da portare gli asset in gestione a livello globale da parte dell’industria dei fondi passivi a 6.700 miliardi di dollari a maggio 2016. Questo fenomeno ha riguardato tutte le zone geografiche del mondo ad esclusione dell’America Latina. Se nel 2007 l’industria dei fondi attivi era 8,5 volte più grande di quella dei fondi passivi, questo differenziale si è ridotto a 4 volte e, nei soli Stati Uniti, l’industria dei fondi passivi è arrivata ad avere 1/3 del mercato dei fondi attivi, dai 2.000 miliardi di dollari del 2013 ai 5.000 miliardi di metà 2016. All’interno dell’universo passivo (che contempla anche la categoria dei fondi indicizzati, decisamente poco presenti e poco conosciuti finora sul mercato italiano) il patrimonio investito a livello globale in ETF superava i 3.500 miliardi di dollari a fine 2016 raggiungendo, in pochi anni, una quota di oltre 6.000 strumenti quotati sui mercati regolamentati globali. L’aspetto più rilevante, da questo punto di vista, è stata l’esponenzialità della crescita: se ci sono voluti 10 anni per raccogliere i primi 1.000 miliardi e quattro anni per i secondi 1.000 miliardi ne sono bastati solo tre per raggiungere altri 1.000 miliardi (fonte: AIPB). Oggi, gli investitori italiani operano prevalentemente sul mercato ETF Plus di Borsa Italiana, che è diventato il terzo maggior mercato di ETF a livello europeo, caratterizzato da un elevato numero di scambi giornalieri per importi relativamente contenuti, se confrontati al mercato di Londra e a quello tedesco. In particolare, sul mercato italiano degli ETF sono stati realizzati, nel solo 4° trimestre 2018, 11.697 contratti per un controvalore pari a 376,5 milioni di euro circa, con un incremento del 16,3% rispetto al 2017 (fonte: Borsa Italiana). A dicembre 2018 il patrimonio totale investito in Italia in ETF era pari a 61.215,9 milioni di euro, suddivisi su 950 diversi ETF emessi da 18 società. Per avere un termine di confronto, possiamo considerare che sul mercato di Londra gli ETF quotati a fine febbraio 2019 sono 1.187, la maggior parte dei quali è ovviamente quotata anche a Milano dal momento in cui lo stesso ETF a livello europeo può essere quotato su diverse piazze. Si tratta di numeri certamente rilevanti, sui quali possiamo trarre alcune conclusioni: •          se il mercato italiano è caratterizzato da un numero rilevante di scambi giornalieri di importo contenuto, possiamo ipotizzare una presenza rilevante di traders che utilizzano l’investimento in ETF per acquistare un singolo indice, ragionando in termini di scambi frequenti; •          il mercato degli investitori privati che si rivolgono agli ETF per investimenti a medio lungo termine è ancora limitato; •          le società che emettono ETF sono decisamente poche, solo 18 sul mercato italiano, ma in ogni caso non molte di più a livello europeo; •          non esistono società italiane che emettono ETF, quindi le 18 società presenti sul mercato italiano sono società estere e, in particolare, sono nove società americane, quattro società francesi, una società tedesca, tre società inglesi e una società svizzera; •          delle 18 società emittenti di ETF presenti su Borsa italiana, 12 fanno parte di gruppi internazionali che si collocano nei primi 25 più grandi asset manager mondiali in base agli AUM (Asset Under Management, cioè la quantità di soldi in gestione); fonte: Willis Tower Watson. È quindi possibile, in ultima analisi, per un investitore privato (o azienda) costruire un portafoglio ponderando diverse asset-class (che sono le categorie dei mercati, ad esempio le azioni americane piuttosto che le obbligazioni societarie dei paesi emergenti) tramite l’acquisto di ETF specifici, quotati su Borsa Italiana, che possono essere considerati alla stregua di “semilavorati” allo stesso modo in cui, per costruire un palazzo, molte componenti sono costituite da strutture “pre-assemblate”, con la tranquillità di sapere che i propri soldi sono in strumenti realizzati dalle società di investimento più grandi al mondo. Da questo punto di vista, un consulente finanziario autonomo ha la possibilità progettare un portafoglio su misura per ciascun investitore, realizzabile facilmente dai clienti presso qualsiasi intermediario autorizzato, sia quindi allo sportello titoli della propria banca, sia tramite un conto on-line. Nella prossima puntata, vedremo come un cliente smart può oggi investire in modo smart tramite il proprio smartphone utilizzando ETF smart (beta) ….. laddove il termine inglese smart si può tradurre con “intelligente”, “furbo” o “sveglio”…

Continua a leggere
Condividi