Filippo Cordella

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Private Banker Analista Finanziario

Top MoneyController Financial Educational
Fideuram S.p.a.
Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata
Oltre a €40MLN
Oltre a 10 anni
Laurea specialistica
56 anni
185
16/05/2019

E RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI .......

Scritto il 04.05.2020

Sarà che a forza di recitare la preghiera che ci hanno insegnato da bambini, molti hanno finito per convincersi che alla fine ci sarà comunque qualcuno che annullerà, condonerà i nostri debiti.     Purtroppo, però, grazie alla mia esperienza come “chierichetto” posso confermare che nel caso in questione non si fa riferimento ai debiti “finanziari” ma ai “peccati”: da ciò ne consegue che probabilmente i peccati Dio ce li perdonerà ma i debiti no.   Quindi – cari amici - mettiamoci il cuore in pace che sia i debiti che ognuno di noi ha a livello personale che, soprattutto, quelli che abbiamo come Paese Italia - una montagna di debiti alta 2.474 metri … ops 2.474 miliardi di euro - prima o poi li dovremo pagare.     E posto che il “prima” sia già passato, quel “poi” – in cui verremo chiamati a pagare il “conto” – potrebbe non essere troppo lontano.   Un conto già salato di suo e destinato ad aggravarsi per colpa di questo maledetto Covid-19 che, oltre ad irreparabili danni in termini di vite umane, sta causando e causerà enormi danni economici: danni di cui tutti i Paesi del mondo se ne dovranno fare carico con pesanti ripercussioni sui propri bilanci.   E l’ovvia conseguenza è che ci saranno Paesi che da una “buona” situazione di bilancio passeranno ad una “meno buona”, altri che da una “meno buona” passeranno ad una “così così” e chi da una condizione “così così” passerà ad una “cattiva” …….    Per capirci meglio, se la Svizzera dal suo 32% di rapporto Debito/Pil salirà verso il 40% e la Germania dal suo 59% passerà magari al 70%-75% e l’Austria dal 70% andrà al 90%, l’Italia col suo “bel” 136% non potrà che salire (in base a quelle che sono le stime diffuse da diverse istituzioni e società di analisi) verso quota 160-170% (livelli fino ad oggi di pertinenza solo della Grecia) !!    Tutto questo non farà che mettere ulteriormente in tensione il mercato dei nostri titoli di stato con la Bce sempre più destinata a rappresentare uno dei pochi, se non l’unico, baluardo in loro difesa.   Speriamo, quindi, che nelle prossime settimane si arrivi – a livello europeo - a decidere per una nuova forma di finanziamento degli investimenti necessari per rimediare ai danni del Covid-19 che non ricada completamente sui bilanci dei singoli Stati. Una forma che – a mio giudizio – potrebbe essere quella di titoli di debito comune emessi dalla Commissione Europea e garantiti dal Bilancio Comunitario. Titoli, quindi, che: - godrebbero dell’affidabilità dell’Unione Europea e quindi emessi a costi (tassi) bassissimi; - il cui rimborso sarebbe a carico del budget europeo; - i cui fondi sarebbero gestiti direttamente da Bruxelles;  - che potrebbero mettere d’accordo tutti, tranquillizzando anche i paesi più rigoristi.   Ed a tal fine chiedo ad ognuno di Voi, la sera prima di andare a letto, di rivolgere la preghiera (di cui parlavamo prima) oltre che a “Lui” anche a “Lei”.   A “Lui” per i nostri peccati ed a “Lei” (l’Europa) per i nostri debiti nella speranza che - se anche quelli vecchi non potrà “rimetterceli” - almeno ci aiuti a farne meno di quelli nuovi !!

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Al mio segnale, scatenate l'inferno

Scritto il 12.03.2020

Con questo maledetto Corona Virus - che dopo la Cina si sta rapidamente diffondendo nel resto del mondo - è facile immaginare quanto le conseguenze che si produrranno sulle economie dei principali Paesi saranno importanti.   Se questo sarà plausibilmente vero, in virtù del fatto che si tratta di un evento esogeno, imprevisto con grosso impatto sulla psiche degli investitori, potrebbe essere altrettanto vero che da questa crisi – così come ci si è entrati - se ne potrebbe poi uscire in maniera abbastanza veloce.  La Cina - dove l’infezione virale sembra drasticamente ridursi – l’attività produttiva si sta progressivamente riprendendo anche se non credo che possa tornare subito ai livelli precedenti visto che nell’altra parte del mondo (Europa, Usa) la domanda di beni si sta fermando proprio a causa degli effetti del Corona Virus.   Il recupero della crescita economica potrebbe, inoltre, essere agevolato dalla risposta della politica economica: la Fed si è già mossa con un taglio d’emergenza dei tassi di 50 pb (il 3 marzo scorso) a cui secondo le attese dovrebbero seguire altri due tagli nelle riunioni di metà marzo e fine aprile.  Le Banche Centrali di Australia e Canada hanno ridotto negli ultimi giorni il costo del denaro così come la Bank of England e la nostra BCE starebbero – ugualmente - apprestandosi a decidere ulteriori mosse espansive (aumento degli acquisti di titoli, taglio del tasso sui depositi e misure mirate per garantire liquidità alle imprese). A tal proposito è bene, comunque, sottolineare – visto il bassissimo livello in cui i tassi già si trovano (sotto zero in buona parte del mondo) – che non sarà probabilmente dalla politica monetaria che potranno arrivare i maggiori aiuti alla congiuntura bensì dalle politiche fiscali che i diversi Paesi potrebbero decidere di attuare: Stati Uniti in primis, con Trump che cercherà di mettere in campo tutte le misure possibili (ordinarie e straordinarie) pur di rimettere in piedi economia e mercati e sperare di essere rieletto alle presidenziali di novembre.   Per quanto mi riguarda, pur essendo ovviamente anche io una persona con le sue paure e timori (e questa epidemia alimenta una delle situazioni più stressanti per la psiche umana andando ad incidere su quella che è la paura più grande, quella della morte) in qualità di professionista di lungo corso, di Private Banker con il suo gran bel “portafogli clienti”, di appassionato di analisi di mercati, di ex docente in materie finanziarie a centinaia di colleghi, titolari, consulenti finanziari, non posso che continuare a tenere ben ferma la barra del timone ed andare avanti a tutta forza.   Il Covid-19 io ovviamente non posso vincerlo (posso cercare di tenerlo lontano seguendo quelle regole dettate da medici e scienziati), ma una cosa importante la posso fare: aiutare i miei clienti, i miei lettori a combattere la paura di perdere denaro e, soprattutto, fargli comprendere che quella che stiamo vivendo, come avvenuto sempre con tutte le altre crisi (1987, 1990, 1998, 2001, 2008, 2011: vedasi nella tabella qui sotto riportata) rappresenta l’ennesima grande occasione – finanziariamente parlando - per mettere in “serbatoio” in maniera graduale e ben pianificata “della buona benzina” a poco costo per poi trarne grandi benefici negli anni a seguire.     E a dirla tutta è da diverso tempo che sto aspettando una situazione come questa di rintracciamento dei mercati e di riavvicinamento dei valori finanziari ai valori reali.   Lo sanno i lettori del mio sito www.cordellafilippo.it e dei miei post (esempio: “Wall Street ed il gioco delle 3 carte: i BuyBack”, “Perché il cavallo non beve più”, “Chi non lavora, non fa l’amore”).   Lo sanno i miei clienti e soprattutto quelli i cui portafogli sono stati costruiti negli ultimi anni/mesi: portafogli con un’importante componente obbligazionaria governativa americana, una discreta componente in oro ed una % azionaria particolarmente ridotta proprio in attesa dello svilupparsi di una fase come questa per essere rimpinguata se non addirittura creata.   Clienti con cui avevo concordato di cominciare ad incrementare l’asset “equity” (ovviamente non le singole azioni ma un buon equity internazionale scelto e gestito dalle migliori case di investimento mondiali) SE e QUANDO i mercati avessero smesso di salire e fossero scesi di almeno il 15%-20% rispetto ai massimi precedentemente raggiunti, aumentando poi progressivamente l’entità degli acquisti per ogni eventuale ulteriore scalino che avessero fatto in discesa (a -25, a -30%, a -35%, -40%, ecc ecc).    Sul SE - ovviamente - non ho mai avuto dubbi (dopo ogni giorno viene per forza la notte) sul QUANDO cominciavo effettivamente ad averne qualcuno, visti i massimi che settimana dopo settimana le borse continuavano a segnare quasi in preda ad un delirio di onnipotenza: ma alla fine il momento è arrivato.   E come disse ai suoi sottotenenti sul campo di battaglia, in quel celeberrimo film, il valoroso generale Massimo Decimo Meridio: “Al mio segnale scatenate l’inferno!”, io Private Banker Filippo Cordella, adesso dico: COMINCIATE AD ACCUMULATE EQUITY!!   E tutto ciò che i miei clienti (ed i lettori) andranno a comprare “oggi, domani e forse dopodomani” a 80, 70, 60 rispetto al 100 che costava fino a ieri, diverrà nei prossimi anni PER LORO rendimento e PER ME ulteriore fiducia, riconoscenza, apprezzamento.   https://www.youtube.com/watch?v=FEwo0B2GffQ

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Chi non lavora, non fa l'amore…

Scritto il 04.02.2020

Sarà forse che da bambino ogni volta che ascoltavo questa canzone finivo per rattristarmi pensando a chi poveretto oltre a non avere un lavoro (ed uno stipendio da riportare a casa a moglie e figli) aveva pure la sfortuna di non potere fare l’amore (e non capivo perché visto che - stando a casa tutto il giorno - ne avrebbe avuto il tempo) ma ogni volta che leggo, ascolto, valuto i dati relativi al mercato del lavoro – in primis quelli sulla disoccupazione - mi riparte in testa il famoso ritornello della canzone ed in pancia quel doppio senso di amarezza.   Questo preambolo perché oggi, appunto, vorrei parlare del “tasso di disoccupazione”, uno di quei dati a cui normalmente economisti, investitori, operatori finanziari fanno riferimento per capire lo stato di salute di un Paese e, conseguentemente, comprendere le possibili prospettive dei mercati finanziari.   Un dato a cui però bisognerebbe dare il giusto valore (senza esasperarlo) visto che, talvolta, gli stessi “addetti ai lavori” lo usano – assieme ad altri dati “market sensitive” - in maniera poco ortodossa al fine di meglio convincere – chi devono convincere – a fare determinate scelte di investimento …   Se ad esempio dovessimo sentire dire da qualcuno che la recente discesa del tasso di disoccupazione Usa al minimo storico del 3,5% “rappresenta la prova inequivocabile di un’economia che continua a viaggiare a gonfie vele con scontate future conseguenze rialziste sul mercato … “del pesce” e/o ribassiste su quello … “delle cipolle” sarebbe bene bloccare subito l’interlocutore: innanzitutto perché in economia e nei mercati non c’è nulla di inequivocabile e di scontato e poi perché il tasso di disoccupazione al 3,5% va compreso nella sua vera sostanza.   Innanzitutto togliamo di mezzo l’eventuale convinzione che il 3,5% di disoccupazione si riferisca alla popolazione totale e che quindi, per differenza, il restante 96,5% dei 327.000.000 di americani lavori.   No, il 3,5% (ed il residuo 96,5%) si riferiscono a coloro che fanno parte della “forza lavoro” (164.556.000 persone) costituita solo da:   - DISOCCUPATI: per il Bureau of Labor Statistics è considerato disoccupato chi ha effettuato almeno una ricerca attiva di lavoro nelle ultime quattro settimane ed è disposto a lavorare entro le due settimane successive. Quindi, ad esempio, se uno a fine dicembre 2019 avesse perso il posto di lavoro e scoraggiato dall’evento non fosse subito riandato ad iscriversi all’ufficio del lavoro, oggi non sarebbe considerato disoccupato: risulterebbe inattivo, quindi fuori dalla popolazione in “forza lavoro”, quindi fuori dal tasso di disoccupazione.   Eventualità questa particolarmente diffusa tra le persone senza lavoro da lungo tempo: persone che scoraggiate e con sempre meno speranze di trovare un’occupazione rinunciano ad andare con la dovuta frequenza a ricercare attivamente un lavoro (la ricerca di un lavoro sui giornali o su internet non viene considerata dalle statistiche).   - OCCUPATI: è considerato occupato colui che abbia lavorato – anche per soli 15 minuti - durante la settimana presa a riferimento. Capito: un quarto d’ora!   Utile poi precisare che, ad esempio, una persona con 2 contratti di lavoro part-time anche solo di qualche ora viene considerata occupata a tempo pieno.   E’ facile quindi comprendere come le statistiche sul lavoro vadano lette attentamente ed analizzate sia dal punto di vista qualitativo (la tipologie dei contratti, le mansioni svolte, ecc.) che quantitativo (la durata oraria dei contratti, i livelli salariali applicati, ecc.).   Non ci si può, quindi, fermare al semplice tasso di disoccupazione ma è necessario prendere in considerazione, ad esempio, il tasso di occupazione e, perché no, quello degli inattivi in età lavorativa valutandone magari l’incidenza sulla cosiddetta  “Popolazione Civile Non Istituzionale” (pari a 260.181.000) costituita da Occupati, Disoccupati, Inattivi in età lavorativa.    Si scoprirebbe che gli occupati negli States sono oggi al 61% rispetto al 63% del 2007 e al 64,4% del 2000 o che gli inattivi sono da diverso tempo attorno al 37%: ai massimi degli ultimi 35 anni !!   Tutte evidenze che confermano che gli Usa non stanno affatto in una situazione di massimo splendore dal punto di vista occupazionale ed economico.   Determinato che gli occupati (158.803.000) sono al 61%, ne scaturisce che i disoccupati (5.753.000) assieme agli inattivi (95.625.000) rappresentano ben il 39%: quindi ci sono oltre 100.000.000 di americani in età lavorativa che NON LAVORANO !   .... E che, come cantava Adriano Celentano, NON FANNO L’AMORE!!!

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The Elephant in the Room

Scritto il 09.12.2019

Da diversi anni c’è uno zombie che si aggira sui mercati europei e mondiali: una banca di dimensioni enormi con problemi altrettanto grandi legati, principalmente (ma non solo), alla marea di derivati che aveva già nel 2007 (anno dello scoppio della crisi dei mutui subprime …) e che, in buona parte, ancora ha.   Derivati che per il 90% sono “over the counter” (cioè negoziati al di fuori dei mercati regolamentati e quindi illiquidi) per un valore nozionale di circa 50.000.000.000.000 € (cinquantamila miliardi  di euro): 15 volte il PIL della Germania !!   Stiamo parlando di Deutsche Bank, considerata la grande “malata d’Europa”, la vera, grande minaccia alla stabilità dell’economia europea: il classico esempio – a mio giudizio – dell’“Elephant in the Room” cioè di un problema che tutti vedono (come è ben visibile un elefante in una stanza) ma che tutti cercano quasi di ignorare nella vana speranza che questo aiuti ad evitarlo.   Gli ultimi bilanci di Deutsche Bank sono stati un vero e proprio bagno di sangue (ed anche quest’anno si stanno accumulando perdite per oltre 4 miliardi di euro): dal 2008 ad oggi la banca ha sborsato, per multe e dispute legali, qualcosa come 18 miliardi di dollari ed è recente la decisione di avviare una ristrutturazione monstre con annesso il licenziamento di 18.000 dipendenti e la creazione di una bad bank (le bad bank non sono mai una soluzione: al massimo permettono solo di guadagnare un po' di tempo …..).   Ricordiamo poi: - lo scandalo del 2015 sulla manipolazione fraudolenta del Libor, il tasso di riferimento sui mutui immobiliari; - i guai giudiziari iniziati nel novembre 2018 con un'ondata di perquisizioni per presunte mega operazioni di riciclaggio di denaro sporco per oltre 150 miliardi di euro. - le 4 azioni legali avviate nei suoi confronti nel 2017 dalla stessa Federal Reserve che pubblicamente parlava di “condizioni problematiche” del colosso bancario.   E potrebbe essere anche a causa del problema Deutsche Bank che le autorità economiche e finanziarie tedesche si sono recentemente convinte a rompere un tabù storico affermando che è ora di completare l’unione bancaria europea e dar vita a «una qualche forma comune di assicurazione dei depositi»: la Germania sta forse chiedendo aiuto all’Europa e/o sta cercando la maniera per condividere il rischio ???!!!!   Infine taluni insinuano il dubbio di una possibile relazione con ciò che da metà settembre sta succedendo sul mercato interbancario americano con le banche che hanno drasticamente ridotto di prestarsi i soldi, con i tassi sui prestiti a 1 giorno (c.d. overnight) schizzati al 10% e con la Federal Reserve costretta precipitosamente ad intervenire con una serie di iniezioni di liquidità di emergenza che ad oggi hanno raggiunto quota 450 miliardi di $ !!!!   Un evento – questo delle banche che hanno deciso di tenersi stretta la liquidità e non prestarsela se non a tassi “da usura” - che non accadeva dalla crisi di Lehman e che, come insistentemente si mormora negli ambienti finanziari, potrebbe celare l’esistenza di problemi molto, molto seri di una (o più) grossa istituzione finanziaria.   Su questo, però, non mi sento di poter azzardare nulla.   Quello che, invece, mi sento di dire è che - oggi più che mai - nel gestire un portafoglio finanziario non ci si può continuare ad affidare a chi – per tornaconto suo o della sua banca – persevera a suggerire di ignorare questo ed altri “elefanti che passeggiano nella stanza”: i danni potrebbero davvero essere enormi.   E termino presentando il grafico dell’azione Deutsche Bank (che nel maggio 2007 veniva scambiata a 92 euro ed oggi è arrivata a 6,5 euro) affiancato a quello di un’altra importante banca (italiana) di cui però, per creare un po’ di suspense, non indicherò il nome.     E’ fin troppo evidente come l’andamento delle quotazioni delle 2 banche sia pressoché identico (con buona pace per chi avesse avuto la malsana idea di acquistarle): Deutsche Bank: – 93% (meno 93 per cento !!)   Banca italiana: - 94% (meno 94 per cento !!)   PS: chi volesse sapere di che banca italiana stiamo parlando, mi dia un colpo di telefono e …….. sottovoce glielo dico :) 

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Perché il cavallo non beve più?

Scritto il 09.10.2019

Perché il cavallo non beve? A questa domanda la risposta più ovvia sarebbe “perché ha già bevuto abbastanza”.   Forse, però, potrebbe non essere l’unica.   Chiariamo innanzitutto che non ho nessuna intenzione di dilungarmi su comportamento ed etologia del cavallo: è solamente la frase introduttiva del mio nuovo post dedicato alle conseguenze ed all’inutilità, ormai, di quel perseverare delle Banche Centrali con le politiche monetarie ultra-espansive iniziate circa 10 anni fa (in Giappone 30 anni fa) in risposta alla crisi finanziaria originatasi negli States con lo scoppio della bolla delle obbligazioni subprime.   Una perseveranza che ha ormai ben pochi risvolti positivi da offrire e tanti, invece, da aggiungere alle criticità ed effetti collaterali generatisi in questi anni in conseguenza a tale interventismo.   Un fiume di miliardi di $ che Federal Reserve, Banca Centrale Europea, Bank of England, Bank of Japan, Popular Bank of China hanno speso per fare acquisti direttamente sui mercati finanziari spingendo letteralmente alle stelle le quotazioni dell’equity e dei bond (sia governativi che aziendali) e condizionandone pesantemente l’andamento e, ad oggi, le prospettive future.     Espansione bilanci delle prime 5 Banche Centrali – IlSole24Ore   Prezzi alle stelle delle obbligazioni che si sono ovviamente tradotti in rendimenti alle “stalle” con l’assurdità di ben 15.000 miliardi di $ di bond presenti sui mercati con rendimenti a scadenza negativi (cioè chi se li comprasse e li tenesse fino alla scadenza avrebbe la sicurezza di ottenere un risultato negativo: su un governativo tedesco a 10 anni sarebbe del - 6%).   Come se non bastasse tanti di questi bond a rendimento negativo sono addirittura emessi da società e Stati ad alto rischio/non investment grade: cioè obbligazioni dove c’è pure la concreta possibilità di non ottenere nemmeno il rimborso alla scadenza, una vera “figata” per chi ci investe!   Rendimenti negativi che stanno per arrivare a coinvolgere anche la liquidità detenuta dai risparmiatori nei c/c: è dell’altro giorno la richiesta alla Bce rivolta da Mustier, amministratore delegato di UniCredit, di poter “scaricare” l’onere dei tassi negativi sui conti correnti dei clienti con saldi sopra i 100.000 € (dal momento che gli istituti di credito pagano oggi lo 0,50% sui depositi da loro detenuti presso la Bce oltre un determinato importo).   Una specie di “tassa sui depositi” che è già, comunque, divenuta realtà in Svizzera, Danimarca ed in diverse banche regionali tedesche (con tassi a -0,75%).   E l’assurdo che ha creato, questo approccio accomodante dei banchieri centrali, è che, tanto più l’economia dà segni di stanchezza, debolezza e rallentamento (come sta appunto succedendo) e tanto più i mercati (sia quelli obbligazionari che azionari) salgono nella certezza che la necessaria dose di “droga” sui mercati verrà ancora comunque “somministrata” dai Draghi o Powell di turno (come è avvenuto puntualmente nelle scorse settimane).   Un ottimismo di operatori e mercati che, a mio avviso, è però forse eccessivo rispetto a quello che in pratica ulteriori operazioni di stimolo monetario potranno effettivamente ottenere.   Questo sulla considerazione che ulteriori allentamenti dei tassi di interesse in un sistema in cui si stanno segnando ogni giorno nuovi record nel livello dei crediti erogati ad aziende e privati (solo per fare un esempio, negli States, i famosi mutui sub-prime che nel 2007 rappresentavano il 23% della totalità dei mutui, adesso sono addirittura al 30%) difficilmente potranno essere in grado di rinvigorire l’economia in quanto è dimostrato che quando c’è troppo debito la domanda di nuovi prestiti è poco elastica all’andamento dei tassi d’interesse.   Cosa, questa, ancor più vera in situazioni in cui i tassi sono già a zero (in Europa e Giappone siamo appunto a questi livelli) tale da rendere - per il sistema bancario - sempre meno conveniente erogare credito. Quindi se è scontato che i tassi a zero sono favorevoli per chi si indebita, non possiamo dire che lo sia altrettanto per chi presta denaro. Tutt’altro, visto anche che chi presta i soldi oltre a farlo gratis dovrebbe comunque assumersi il rischio che il debitore alla scadenza non restituisca il capitale: mi sa un po’ troppo ….    E’ questa, cioè, la famosa “trappola della liquidità” con cui le banche centrali (in primis Bce e Bank of Japan) hanno oggi a che fare; una situazione in cui nonostante il costo del denaro sia ormai a zero (o addirittura negativo) l’imprenditore e il privato cittadino non prendono più soldi a prestito per investire o per spendere in consumi.   La situazione, cioè, in cui “il cavallo non beve”: perché ha già bevuto abbastanza; perché non c’è quasi più nessuno che ha interesse a dargli l’acqua e perché ha, lui stesso, perso la speranza del domani.   Povero cavallo…..

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WALL STREET ED IL GIOCO DELLE 3 CARTE: I BUYBACK

Scritto il 11.09.2019

Vietata fino a qualche decennio fa perché illegale, la pratica del buyback (cioè il riacquisto sul mercato da parte delle aziende delle proprie azioni) ha registrato negli ultimi anni a Wall Street un’impennata clamorosa.   Dal 2009 ad oggi le aziende Usa hanno fatto buyback per 4.644 miliardi di dollari: un importo doppio rispetto agli acquisti per investimenti fatti da fondi pensione, investitori esteri, famiglie statunitensi, fondi comuni e compagnie assicurative.   Solo nell’anno 2019 si spenderanno circa 1.000 miliardi di dollari, più di quanto le stesse aziende investono per sostenere e sviluppare il proprio business.   Si stima che una percentuale compresa tra il 40 e il 60 per cento dei tagli fiscali targati Trump anziché essere usati per accelerare l’economia, la Corporate America li abbia usati proprio per riacquistare le proprie azioni e spingere così più in alto il loro prezzo.     C’è, oltretutto, da aggiungere che spesso questi piani di acquisto sono attuati anche quando alle aziende manca la liquidità: sono cioè fatti a debito !! Nel recente passato più del 30% delle operazioni di buyback sono state fatte tramite il canale del debito. Non è difficile capire quanto appesantire il bilancio di una azienda con nuovo debito, al solo scopo di sostenere le quotazioni dei propri titoli, sia un’azione a dir poco discutibile.   Uno tra i tanti casi eclatanti è quello dell’Harley Davidson che dal 2015 ad oggi ha speso quasi 3 miliardi di $ per riacquistare azioni proprie: una scelta che, non solo, non ha impedito il tracollo del titolo (che ha perso circa metà del suo valore nell'ultimo quinquennio) ma ha anche contribuito ad appesantire ulteriormente la posizione debitoria dell'azienda: nel 2015 il suo debito valeva 4,7 volte l'Ebitda, oggi è 7,4 volte tanto!   Ma non sarebbe meglio che tutti questi miliardi fossero stati utilizzati per fare investimenti in azienda con prospettive di lungo termine o al massimo per ridurre il debito e risanare i bilanci??   Veniamo, adesso, a capire il perché di questa folle “mania” per i buyback.   I buyback servono a spingere in alto il prezzo delle azioni (quanto meno nel breve termine) e a migliorare (anche se solo in apparenza) i ratios borsistici delle società:   1) con un buyback si aumenta la domanda di una azione e quando la domanda di una azione aumenta, il suo prezzo sale (questo vale anche per i bond, le valute, l’oro, gli immobili, ….il pesce, …….le patate, ecc;   2) con un buyback si riduce il capitale in circolazione di una società, cioè si riducono le azioni a disposizione sul mercato: e, si sa, più una cosa è scarsa e più il prezzo tende a salire…..   3) con un buyback si migliorano i ratios borsistici delle società, in particolare l’Earning per Share EPS (il rapporto utile/azione), il Dividend Yield (il rapporto dividendo/prezzo) ed il Price Earning P/E (il rapporto prezzo/utile). Mostrando (seppur formalmente) un valore intrinseco maggiore, si stimolano ulteriormente acquisti e quindi si spingono ulteriormente in alto i prezzi….   Per comprendere meglio questo 3° punto è bene sapere che le azioni oggetto di un buyback - diventando di proprietà della società - non vengono più prese in considerazione nel calcolo dei multipli di borsa: quindi, voilà, il gioco è fatto.   Facciamo l’esempio di una società “Alfa” con un capitale diviso in 1.000.000 di azioni negoziate in Borsa a 850 $ ciascuna; un utile complessivo di 60.000.000 $ e di dividendi complessivamente distribuiti per 30.000.000 $.   I ratios di questa società sarebbero: EPS pari a 60 $ (60.000.000 $ / 1.000.000 azioni), Dividend Yield pari a 30 $ per azione (30.000.000 $ / 1.000.000) ed in % al 3,5% (30$ / 850$ *100), P/E pari a 14,2 (850$ / 60$)   Ipotizziamo che poi la società Alfa effettui un buyback di 200.000 azioni.   Il numero delle azioni che compongono il capitale resterebbe, ovviamente, pari ad 1.000.000 ma il numero delle azioni circolanti scenderebbe a 800.000 (e su queste 800.000 azioni si calcolerebbero i nuovi multipli): l’EPS da 60 salirebbe a 75 $ (60.000.000 $ / 800.000 azioni), il Dividend Yield da 30$ per azione salirebbe a 38$ e, percentualmente, dal 3,5% salirebbe al 4,4% (38 / 850 *100), il P/E da 14,2 scenderebbe a 11,3.   EPS e Dividend Yield migliorerebbero del 25% ed il Price/Earning del 20% !!     Ed infatti secondo i calcoli di Artemis Cm (società statunitense di analisi e consulenza registrata alla SEC) la crescita degli utili per azione delle aziende Usa dal 2012 al 2017 è stata per il 72% frutto della sola politica di riacquisto di azioni proprie!!   Quindi non è difficile affermare che questi buyback sono una vera e propria “manipolazione delle quotazioni”. Questo, ovviamente, non è solo un’opinione di Cordella: c’è chi li chiama “una dipendenza dalla cocaina aziendale” (L’Economist), chi “auto-cannibalizzazione” (Reuters), chi “un conflitto d’interessi travolgente” (Il Financial Times), chi “una manipolazione del prezzo delle azioni“ (L’Harvard Business Review).   Compreso meglio che cosa sono e che effetto hanno avuto questi buyback sui mercati, spero che - quando qualcuno Vi verrà a raccontare che “oggi i prezzi a Wall Street non sono affatto cari grazie al fatto che i multipli borsistici delle aziende sono in linea ai valori medi storici….” - qualche dubbio Vi sorga (anche sulla correttezza, serietà e professionalità dell’interlocutore).   Comunque, al lato pratico, è innegabile che questi buyback hanno fatto finora la felicità di tutti: degli azionisti: che hanno visto salire il valore della loro partecipazione; dei top manager delle aziende: che hanno fatto soldi a palate (grazie al fatto che hanno i bonus che scattano quando il titolo o l'utile per azione superadeterminate soglie) di chi è alla guida politica/economica/monetaria degli Stati Uniti perché una Wall Street che brilla è una delle migliori carte che si possano giocare per mantenere la leadership a livello nazionale ed internazionale; di chi lavora e vive nel mondo della gestione dei risparmi (banche, intermediari, sgr, assicurazioni, operatori, consulenti finanziari) che, indirettamente, guadagnano molto meglio con strumenti legati all’equity che non rispetto ad altre asset class.   Tutti quindi felici ma ricordiamo che tutto questo resta, comunque, solo un giochino, un’illusione, un “Campo dei Miracoli” da cui, prima o poi, saremo costretti ad uscirne per tornare ad una realtà un po' diversa.   Ma adesso non allarmateVi: chi ha un Private Banker d’Eccellenza al suo fianco (che gli avrà nel frattempo suggerito tutta una serie di contromisure da adottare vista l’attuale “particolare” situazione dei mercati) non ha nulla da temere: quando comincerà il temporale probabilmente si bagnerà le scarpe, i calzini ma nulla di più.   E chi un Private Banker d’Eccellenza non ce l’ha (e magari credeva pure di averlo) ??   Beh, che si compri almeno un buon ….. shampoo per i capelli !!! 

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L’investimento del Secolo...

Scritto il 22.08.2019

Con TV, giornali, media che quotidianamente ci parlano: delle tante incertezze dei mercati finanziari con Wall Street vicina ai massimi ma con i primi evidenti scricchiolii del trend rialzista di lungo termine; della guerra commerciale tra Usa e Cina che non potrà non avere ripercussioni negative su una crescita economica già ovunque in affanno (anche la Germania in recessione); di una hard Brexit alle porte e di un governo italiano “ballerino” che non fanno che aumentare l’instabilità nella zona euro; delle proteste ad Honk Kong con i dubbi sulla possibile reazione della Cina; delle rinnovate tensioni nel Golfo Persico tra Iran e Stati Uniti che inducono lo stesso papa Francesco a dire “ho davvero paura dello scoppio di una guerra nucleare”; comincio a pensare se non sia davvero il caso di liquidare tutti i mie investimenti per mettere tutto in un bel titolo di stato in Euro (così da non avere il rischio cambio), a doppia o tripla “A” (così da non avere il rischio emittente) e magari anche con scadenza lunga (così da non ritrovarmi fra qualche anno a dover nuovamente trascorrere ore col mio Private Banker a parlare di asset allocation, diversificazione, ecc per risolvere l’amletico problema di come investire i miei risparmi).   E come per miracolo, “sfogliando” l’Ipad mi imbatto in quello che - senza ombra di dubbio – è l’investimento del … Secolo.   Si, proprio l’investimento del secolo visto che si tratta di un’obbligazione governativa austriaca (Isin AT0000A1XML2), tasso 2,1% e con scadenza a 100 anni (21/9/2117) che mi risolverebbe – per sempre - il problema degli investimenti a me, mio figlio ed al figlio di mio figlio.    Sarebbe, infatti, questa una obbligazione: in euro: rischio cambio ZERO. di un paese sicuro come l’Austria: paese con 2 belle “a” come giudizio da parte delle agenzie di rating (“AA+” per Standard &Poors e “Aa1” per Moody’s): rischio emittente ZERO con cedola del 2,1% che su quel mio milioncino (….magari) di euro sarebbero bei 21.000 € all’anno: non mi sembra affatto male un rendimento del 2,1% all’anno !! con rischio prezzo quasi nullo visto anche che la Banca Centrale Europea sta varando un nuovo Quantitative Easing (con cui riprenderà ad acquistare sul mercato titoli governativi e societari europei tra cui anche quelli dello stato austriaco) così come la Federal Reserve è già passata da una politica restrittiva a, nuovamente, una espansiva operando qualche settimana fa un primo taglio dei tassi dello 0,25.   Beh, le affermazioni ed i ragionamenti che – provocatoriamente - ho appena proposto potrebbero sembrare ridicoli a chi ne mastica un po’ di questi argomenti ma in considerazione del fatto che le quotazioni di questo Bond, emesso nel settembre 2017 sono in neanche 2 anni raddoppiate, quindi hanno fatto + 100% (oggi viene scambiato attorno a 200, l’altro giorno addirittura era a 205) vuol dire che – comunque – tanti che hanno fatto simili ragionamenti ci sono stati, eccome.   Sono stati talmente tanti gli acquirenti che il governo di Vienna si è convinto, qualche giorno fa, ad emetterne una nuova tranche per un controvalore nominale di 1,25 miliardi (raccogliendo sottoscrizioni per 5,3 miliardi cioè oltre 4 volte l’offerta).   Lo so che buona parte di coloro che hanno messo in portafoglio questo bond matusalemme sono gli “istituzionali” quali banche, assicurazioni o fondi pensione che hanno obiettivi e logiche di investimento diverse da quelle di un investitore persona fisica.   Lo so che ci troviamo di fronte ad un movimento strutturale di lungo periodo che ha interessato sia i mercati azionari che quelli obbligazionari (con una follia di 15.000.000.000.000 $ di bond in giro per il mondo con rendimenti negativi) grazie al supporto iper-generoso (se non in parte sconsiderato) delle banche centrali.   Lo so che le incertezze dal punto di vista politico, economico, sociale (come vedevamo sopra) ce ne sono davvero tante in giro per il mondo tanto da spingere gli investitori a fare incetta di asset rifugio come oro, franco svizzero, bond ad alto rating, ecc   Lo so che questo bond con scadenza nel 2117 è un titolo perfetto per chi fa trading.   Ma vorrei, almeno, sperare che chi – da singolo investitore - oggi (ancor più di ieri) stesse valutando di investire i propri risparmi in questo titolo (o titoli similari a 20-30-50 anni..) sia ben consapevole di apprestarsi a fare un investimento davvero “esplosivo”.   Infatti:  “Il titolo è in euro e quindi rischio cambio ZERO ??”Beh, con una Brexit in via di partenza che se non mina direttamente l’euro mina comunque l’Unione Europea ed i tanti movimenti, partiti, correnti anti Unione Europea ed anti-euro che ci sono in giro, io la mano sul fuoco sull’euro non ce la metterei neanche da qui a 20-30 anni.   “Il bond è emesso dall’Austria quindi rischio emittente ZERO ?”Beh, da qui a 30-50-100 anni nessun paese, nessuna società al mondo può considerarsi a rischio credito/emittente ZERO. Nessuna.   “Cedola 2,1% …… vi sembra poco un rendimento del 2,1% annuo ??”   Purtroppo NON è affatto cosi:  con le attuali quotazioni del bond arrivate a quota 200 col mio milioncino (..magari) di euro ci comprerei 500.000 € nominali su cui calcolare la cedola annua del 2,1%: cosa questa che mi genererebbe solo 10.500 € lordi all’anno (netti 9.187 €) e non 21.000 €. alla scadenza – a fronte di un investimento attuale di 1.000.000 € mi verrebbero rimborsati 500.000 € con una perdita a scadenza di ben 500.000 €.    Tenendo conto di questi 2 elementi, il rendimento annuo di questo bond – per chi lo acquistasse oggi e lo tenesse fino alla scadenza (magari ad esserci alla scadenza..) - sarebbe pari allo 0,52% netto (qualora il figlio di mio figlio riuscisse a compensare nei 4 anni successivi alla scadenza  tutta la maxi minusvalenza di 500.000 € - cosa non affatto semplice vista l’enormità della stessa - il rendimento salirebbe allo 0,58%).   Se poi mettiamo in conto un’inflazione media ipotetica dell’1,92% (media dell’inflazione in Austria negli ultimi 20 anni) il rendimento reale annuo diverrebbe negativo e pari a -1,4% all’anno. Tasso questo in base al quale il mio attuale milione di euro (..magari) nel 2117 corrisponderebbe a soli 251.000 €: quindi il figlio di mio figlio andrebbe a riscuotere un capitale con valore reale diminuito del 75% rispetto ad oggi.   E non è finita qui: da qui alla scadenza del bond, io, mio figlio ed il figlio di mio figlio subiremmo un rischio tasso (concretizzabile in un rischio prezzo) pazzesco che in caso di vendita prima della scadenza naturale ci esporrebbe al rischio di perdite “monstre”.   Facciamo un esempio semplice, semplice: ipotizzando che magari tra 10 anni i rendimenti sulle lunghe scadenze fossero risaliti un po’ ad esempio dell’1% rispetto ad oggi (fra 10 anni non ci sarebbe nulla di eccezionale che ciò accadesse: basti pensare che questo titolo 2 anni fa rendeva il 2,1% mentre oggi è allo 0,52% !!) le quotazioni di questo titolo crollerebbe attorno a 25-30 con la conseguenza che oggi ho investito 1.000.000 € e fra 10 anni (andando a vendere) riporterei a casa 300.000 € (- 70%) !!!   Quindi massima attenzione a questo bond ma in linea generale a tutto il comparto obbligazionario con scadenze medio / lunghe (io direi dai 10 anni in su) viste le eccezionali, assurde, attuali quotazioni: il rapporto rischio/rendimento di tali titoli risulta sbilanciato completamente dalla parte del rischio !!!

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