Giuseppe Ghittoni

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Consulente finanziario

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Piacenza, Cremona, Lodi, Milano, Parma
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Master universitario di I° livello
46 anni
272
23/05/2019

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Tassi negativi in conto corrente per chi risparmia: un problema o una opportunità?

Scritto il 11.09.2020

Manteniamo un’eccessiva liquidità sui conti correnti, perché ci dà tranquillità. Con il lockdown si è superata la cifra mostruosa di 790 miliardi di euro. È una mossa istintiva per ridurre incertezza, ma non è assolutamente razionale. In realtà la maggior parte delle scelte che compiamo durante la giornata non lo sono affatto. “E per fortuna” aggiungerei io, visto che - anche se non ce ne rendiamo conto - sono migliaia e se non ne prendessimo la maggior parte in modo automatico impazziremmo. È il nostro sistema limbico, il centro delle emozioni del cervello, che si scontra con la corteccia cerebrale, area deputata ad effettuare in modo analitico confronti e valutazioni. Questo eterno conflitto non sempre ci porta a prendere la scelta migliore, anche perché ogni scelta stanca e più la decisione è importante più cerchiamo faticosamente di raccogliere ulteriori informazioni in merito. Vi sono centinaia di dimostrazioni sulla fallacia della nostra mente nella maggior parte dei processi decisionali, da quelli più banali che avvengono al supermercato quando facciamo la spesa, per arrivare alle decisioni più complesse. La scelta di detenere grosse cifre sui conti correnti è per la maggior parte delle persone figlia di quanto scritto. Per tanti è più facile scacciare il pensiero di dover elaborare una strategia di protezione contro gli imprevisti e di pianificazione per il futuro, ripiegando su un più confortante e confortevole deposito in conto corrente. Pur avendo – chi più e chi meno - la consapevolezza che l’inflazione andrà nel tempo a rosicchiare in termini reali come un topolino in un granaio la cifra depositata, una fetta enorme di nostri connazionali è disposta a rinunciare alla rivalutazione di quanto risparmiato in cambio di tranquillità. Alla voce tranquillità la Treccani ci dice “pace, serenità dell’animo non turbato da timori, preoccupazioni, rimorsi”. Ogni famiglia è gravata quotidianamente da pensieri da ogni tipo e le preoccupazioni legate al denaro sono sempre tra le più cupe e fastidiose. La complessità degli scenari economici e la volatilità dei mercati sono per chi non si occupa professionalmente di risparmio un peso gravoso da sopportare. Il consulente che sottostima queste paure difficilmente conquista la fiducia del proprio assistito. Sarebbe come prendere in giro un adulto che per la prima volta mette gli sci ai piedi, perdendo quelli che sono i suoi appoggi naturali con il terreno. Ci salveranno i tassi negativi? Saranno sufficienti a far vincere la paura? Le banche ormai sono compresse in una forbice dei tassi strettissima che ne pregiudica la redditività e a breve potrebbero far pagare ai clienti tassi negativi sui depositi, facendo pagare il costo del servizio al cliente finale. Da sempre la consapevolezza del cliente della banca è che la stessa movimenti il denaro affidatole, con ovvia convenienza per la stessa. È concettualmente difficile per la maggior parte delle persone accettare l’idea che la banca possa far pagare una cifra per detenere per un lasso di tempo più o meno lungo i suoi soldi faticosamente risparmiati, anzi… sembrerebbe quasi una scortesia verso il cliente che dà fiducia all’istituto e questa fiducia andrebbe comunque ripagata almeno con un tasso simbolico. Nessuno invece storce il naso per il costo del canone nel possedere una cassetta di sicurezza più o meno grande nel caveau di un istituto, che possa proteggere documenti importanti, monili e oggetti che spesso hanno un valore affettivo superiore a quello commerciale. Riusciranno i tassi negativi a spostare l’attenzione dal denaro a ciò che con il denaro possiamo realizzare? Sarà la spinta gentile per vincere le ritrosie a investire o sarà l’incipit per riportare i soldi sotto il materasso?  

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È più facile gestire bene i propri risparmi o allenare la nazionale italiana di calcio?

Scritto il 25.08.2020

La presunta truffa da 30 milioni di euro che l’allenatore dell’Inter Antonio Conte avrebbe subito in Gran Bretagna ad opera del “signor” Bochicchio mi ha stupito solo per l’importo (se confermato)!  La lista di sportivi e vip che in passato sono rimasti vittime di raggiri è chilometrica: le più eclatanti e recenti vanno dal marmo nero della cava peruviana che rapì i risparmi – tra i tanti - del “divin codino” Roberto Baggio e di Billy Costacurta, al “Madoff dei Parioli” Gianfranco Lande che riuscì a far evaporare il congruo tesoretto di oltre 700 persone (vip e non), tra cui giocatori di serie A non solo della capitale. Quello che mi ha invece infastidito è leggere l’intervista al Ct della Nazionale Roberto Mancini che, mentre nel virgolettato riportato sui social assume il tono del buon padre di famiglia - “Giovani calciatori, occhio ai truffatori” – nell’intervista snocciola perle da bar Sport in campo finanziario, con la stessa sicumera con cui gli stessi avventori criticano le sostituzioni e la formazione messa in campo dal mister. “Ho investito in azioni e ho puntualmente perso. Meglio l’obbligazionario. Adesso preferisco il mattone: hai sempre qualcosa in mano e, anche se il mercato non è sempre al massimo, prima o poi il prezzo risale. E puoi affittare, quindi è un ritorno sicuro”: così recita il mister jesino al Corriere.  Parafrasando la metafora sportiva è come se io – che pure qualche centinaio di partite dal vivo l’ho vista e che ho diversi amici nel mondo del calcio professionistico - andassi a Coverciano ai corsi della FIGC a dire “giocate con nove difensori e un attaccante: lo 0-0 è certo e con un pizzico di fortuna qualche partita certamente la vincete!”. In un calcio dove oggi la professionalità è maniacale e i match analyst usciti dai corsi della Figc conoscono anche con quale piede un giocatore di serie A scende dal letto, fanno sorridere le parole del Mancio a chi vive di finanza da mattina a sera. Ovviamente la sua esperienza personale in materia (un miliardo e quattrocento milioni di vecchie lire polverizzate con il crack della finanziaria Cofiri Tarquinia oltre vent’anni fa) è stata traumatica e chi si scotta con l’acqua bollente difficilmente si avvicina a quella tiepida. Le promesse di interessi “sicuri” superiori a quelli di mercato difficilmente hanno basi solide, un po’ come gli zecchini d’oro di Pinocchio affidati alle lusinghe del Gatto e della Volpe. Considerando però l’eco delle sue parole sarebbe stata più opportuna una considerazione nella quale invitasse ad affidarsi a bravi professionisti, iscritti ad un albo, dopo averne valutato i titoli di studio e gli anni di esperienza, esattamente come è opportuno fare in tutte le professioni. Un consulente che millanti rendimenti superiori a quelli di mercato ha la stessa credibilità di un allenatore che prometta al suo presidente di vincere il campionato, indipendentemente dalla rosa che il direttore sportivo gli andrà ad allestire. #consulenzafinanziaria #educazionefinanziaria #calcio #soccer #consulenteresiliente #rischio #rendimento  

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“Quanto ha fatto il Dow Jones?” Dipende da dove lo guardi

Scritto il 07.04.2020

Come le emozioni influenzino il giudizio su di un indice che dal maggio 1896 accompagna chi si occupa di mercati   Il Dow Jones (nome completo Dow Jones Industrial Average) è il più noto indice azionario della borsa di New York. Prende il nome da Charles Henry Dow e Edward Davis Jones. Dow era un giornalista statunitense vissuto nella seconda metà dell’Ottocento che, oltre a inventare questo indice, fondò il famoso quotidiano Wall Street Journal e fu il papà dell’analisi tecnica. Jones invece era un matematico. Insieme a Dow e a Charles Bergstresser fondarono nel 1882 la Dow Jones & Company, agenzia di informazione finanziaria.    L’indice è composto dai principali trenta titoli di Wall Street, scelti dalla redazione del “The Wall Street Journal” tra diversi settori produttivi.   Essendo nato a fine Ottocento l’indice è passato attraverso guerre, crisi politiche, recessioni, … e in queste settimane, contraddistinte dalla pandemia Covid-19, ha visto una discesa alla quale non eravamo certo preparati.   Nonostante tutto nell’ultimo mese vi sono stati tre dei maggiori rialzi della sua storia ultracentenaria: l’ultimo – quello dello scorso 6 aprile con un bel +7,73% - rappresenta il diciannovesimo miglior guadagno di sempre.    Al di là dell’ovvia impossibilità di prevedere, al pari degli storni, il loro accadimento e dell’opportunità di rimanere comunque investiti se l’obiettivo di investimento è di lungo termine, mi sono preso la briga di affiancare cinque foto dello stesso indice: a una settimana, a un mese, a un anno, a cinque anni e a trentacinque anni dalla chiusura del 6 aprile.     A livello emotivo le sensazioni nel guardare i grafici sono profondamente diverse: dall’ottovolante settimanale ma con rendimento positivo, alla moderata insoddisfazione per gli ultimi trenta giorni, per giungere alla più cupa disperazione allargando l’orizzonte ad un anno. Su cinque anni emerge il rimpianto di non aver alleggerito la posizione a inizio 2020, ma si è comunque soddisfatti di aver incrementato del 30% il valore della cifra investita, mentre su 35 anni sembra chiaro che il mercato azionario statunitense sia sempre il miglior investimento della propria vita e non sarà certo una correzione dovuta ad uno shock esogeno a fermare la locomotiva economica del mondo!    Quanti stati d’animo diversi di fronte allo stesso indice, fotografato però da diverse angolature. Viene da sorridere pensando che un terzo delle aziende che compongono oggi l’indice erano presenti anche 35 anni fa e probabilmente lo saranno anche in un futuro remoto.   Gli orizzonti temporali, come le prospettive giocano dei brutti scherzi alle nostre emozioni. L’aveva già capito un secolo fa Mario Ponzo, psicologo e docente universitario che si occupò di localizzazioni spaziali e illusioni ottiche e che diede il nome alla famosa “illusione di Ponzo”, per cui la mente umana giudica un oggetto in base a ciò che gli sta intorno. Il nostro occhio, quando osserva qualcosa, cerca di conferire ad esso una prospettiva per collocarlo in modo corretto.     Nell’illusione di Ponzo il segmento nero di destra è percepito più lungo di quello di sinistra, ingannati dalla prospettiva convergente dell’angolo che da sinistra va verso destra.   Interpretazioni errate di dati sensoriali sono del tutto normali e vengono ad esempio sfruttate dai bravi architetti in edilizia e negli arredi d’interni per ampliare visivamente spazi angusti.   Nel giudicare un grafico dei mercati serve quindi un giusto distacco emozionale e temporale, nella consapevolezza dell’imprevedibilità degli stessi nel breve e medio periodo.    Anche l’orizzonte temporale non deve essere elastico in base alle emozioni, ma il più possibile commisurato all’effettivo bisogno di realizzare progetti legati al proprio arco di vita.   Occorre allora sforzarci di non cadere vittime della trappola che la percezione e la realtà giocano costantemente contro l’essere umano. Accade in tutti gli aspetti della vita umana ed è impossibile non esserne coinvolti. Unico “vaccino”? Guardarli sempre (magari con una buona guida e mentore in ogni settore), dalla giusta prospettiva.

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Cosa c’è di diverso questa volta? Niente

Scritto il 25.02.2020

Sabato scorso mi sono recato a far spesa insieme a mia moglie al supermercato e ho osservato scene di assalto agli scaffali degne di una carestia. Persone con guanti in lattice e maschere, che mi ricordavano quelle che a militare indossavamo per gli addestramenti NBC (per simulazioni contro attacchi nucleari e batteriologici ndr), caricavano i carrelli di confezioni di latte e pasta come se il supermercato non dovesse mai più riassortire gli scaffali. Tra lo stupito e il rassegnato, per deformazione professionale nella mia mente già mi immaginavo l’apertura delle borse di lunedì, i titoli dei TG, qualche cliente allarmato, …   Anche se la realtà ha superato la fantasia e l’agenda della settimana è stata stravolta, aver liberato forzatamente qualche impegno mi ha permesso di scambiare con alcuni colleghi un paio di riflessioni su tutte le “catastrofi” che abbiamo visto in qualche lustro, partendo dalle malattie. Influenza aviaria, suina, SARS, … sembravano lontani ricordi, ma evidentemente non era così.   Da lì a ricordare eventi sociopolitici come la Brexit o finanziari come la crisi del debito italiano o di quello greco o la bolla della New Economy, il passo è stato breve. Parimenti dalla guerra del Golfo, all’attacco alle Torri Gemelle o alle metropolitane di Londra e Madrid, anche terrorismo ed eventi bellici hanno da sempre accompagnato l’andamento altalenante dei mercati finanziari.   Come sempre le reazioni emotive, più o meno marcate, durano qualche giorno e non condizionano in modo significativo trend di più lungo periodo, positivi o negativi che siano.   Sapevo di aver tenuto traccia di svariata letteratura e articoli in materia, ma – senza nemmeno la fatica di scartabellare - questa mattina mi è apparso un tweet di Charlie Bilello – fondatore e CEO di Coumpound Capital Advisors – che ha elencato in una chiarissima tabella le correzioni dell’indice S&P 500 che hanno superato il 5% da marzo 2009 ad oggi.   Quanti “schiaffoni” presi con maggior o minor consapevolezza dai risparmiatori, appesantiti dal fatto che il dispiacere della perdita è doppio rispetto alla gioia del guadagno, come ben sa chi ha letto qualche libro di finanza comportamentale.    Anche questa volta occorrerà rimboccarsi le maniche e aiutare i clienti a non valutare i rischi sulla base delle proprie paure, ma a portare avanti progetti di pianificazione finanziaria e patrimoniale utili per sé e per i propri cari. Semplice? No, anche perché sociologi e psicologi hanno dimostrato che in momenti di forte stress i comportamenti dei singoli sono fortemente influenzati da quelli dei gruppi di riferimento.    Lasciamo fare agli immunologi e ai virologi il loro lavoro e ai consulenti finanziari altrettanto!    #coronavirus #panicselling #consulenzafinanziaria #consulenzapatrimoniale  

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Investire dovrebbe essere noioso. Non dovrebbe essere eccitante...

Scritto il 27.05.2019

Quando il direttore mi ha annunciato l’argomento del numero di Investors su cui preparare l’articolo sono per la prima volta rimasto spiazzato: “costruire i portafogli”! Bell’argomento, ma forse più adatto al gestore di un fondo o a uno strategist, non ad un consulente che nella realtà è un life planner, ossia una figura professionale che è al fianco dei clienti nel realizzare i loro obiettivi di vita da un punto di vista patrimoniale e finanziario. Per riordinare le idee ho allora fatto un passo indietro, cercando di allineare la tanta teoria immagazzinata sui banchi dell’università e su numerosi libri e riviste con l’esperienza di diciassette anni di professione (non tantissimi, ma sufficienti per vivere sul campo più di una crisi finanziaria). Mettendo da parte la considerazione che sui mercati la realtà ha talvolta superato la fantasia e che i tassi nominali negativi non erano contemplati in nessun tomo accademico, ho riflettuto su quello che determina il buon successo di un investimento finanziario: l’allocazione del portafoglio (asset allocation), la scelta dei tempi (market timing) e per ultima la selezione dei titoli (stock picking).   Gli obiettivi L’allocazione di portafoglio pesa per il 91,5% del risultato final e di un investimento, in particolare è senz’ombra di dubbio la componente più importante, soprattutto man mano che l’orizzonte temporale dell’investitore si allunghi. La letteratura che - dati alla mano - ne conferma la veridicità è estremamente corposa e, a titolo di esempio, ricordo lo studio di Gary Brinson, Brian Singer e Gil Beebower che nel loro “Determinants of portfolio performance”, analizzando le performance dei fondi pensione nel decennio 1977-87, quantificarono al 91,5% il merito dell’asset allocation nel raggiungimento del risultato finale, a fronte di un misero 8,5% a favore di market timing e stock picking. Se a questo contributo affianchiamo quello di Charles Ellis che nel 1998 pubblicò uno studio sul destino perdente delle strategie di market timing1, la conclusione sembra al limite del banale: prendi una allocazione che rispecchi il tuo profilo di rischio e lasciala maturare per il suo naturale orizzonte di investimento. Se vuoi provare a battere il mercato sul tempo devi riuscirci per un numero di volte superiore alla metà di tentativi effettuati, altrimenti la fatica non solo è inutile, ma anche dannosa. Ma se l’evidenza empirica è così semplice e oggi un banale robot advisor è in grado di costruire asset allocation valide per gran parte della clientela retail, come mai i rendimenti dei risparmiatori sono sovente ben distanti da quello che hanno performato i mercati? Benjamin Graham, papà della value investing, ossia l’approccio all’investimento basato sull’analisi fondamentale, disse: “il problema principale per un investitore, e anche il suo peggior nemico, è probabilmente lui stesso”. Su questa inconfutabile verità si potrebbero sviluppare due corposi filoni di analisi, legati al tema dell’educazione finanziaria e della finanza comportamentale. Un po’ perché sono tematiche abbondantemente trattate sul web e sulla stampa specializzata e un po’ perché andremmo fuori tema come a scuola; passiamo oltre perciò e cerchiamo di capire come aiutare il nostro cliente a rispettare la sua asset allocation strategica. L’avvento nel corso degli anni di continua regolamentazione (Mifid, Mifid2,...) ha senza dubbio aumentato la trasparenza nei confronti del cliente, ma l’eccesso di informazione non ci è di aiuto al nostro scopo, anzi! La compilazione del questionario di profilatura porta a determinare una fattispecie univoca che mal si concilia con le diverse esigenze (e quindi con i diversi progetti temporali e di allocazione) del cliente. Gli accadimenti talvolta traumatici sui mercati finanziari e con fattispecie sempre differenti, anziché favorire la messa a fuoco di una corretta strategia, condannano sovente il risparmiatore a una miopia che accorcia il suo orizzonte temporale di investimento, vanificando così il lavoro di allocazione strategica impostato. I termini “bolla speculativa” o “cigno nero” vengono spesso usati a sproposito anche dalla stampa specializzata, ma a parte quella immobiliare del 2008 e quella della new economy nel 2002, ben difficilmente le altre correzioni hanno condizionato pesantemente un portafoglio costruito con una corretta strategia. Se riusciamo a distogliere il cliente dalla “schiavitù” della performance e della volatilità, sarà più facile fargli comprendere come la costruzione del suo portafoglio non sia figlia di un algoritmo miracoloso, ma molto più simile a una dieta personalizzata dove ogni pietanza e ogni cibo sono inseriti per rispondere al suo fabbisogno. E come in ogni dieta i repentini cambiamenti o gli squilibri tra proteine, grassi e carboidrati non sono certo adatti al raggiungimento del peso forma.   La costruzione di un portafoglio Una volta che questo concetto è stato assimilato, possiamo finalmente passare alla gestione del rischio! La mente umana tende ad esorcizzarlo ed utilizza le scorciatoie mentali (le cosiddette euristiche) per rimuoverlo, riconducendo l’investimento sicuro al bene rifugio per contrapporlo alle “attività a rischio”! Il mattone illiquido e la crisi di tanti istituti di credito dovrebbero aver fatto un po’ scuola anche in Italia sul concetto di sicurezza, ma dal momento che è scontato far sempre riferimento alla scarsa educazione finanziaria degli italiani, vorrei fare un viaggio oltreoceano. Ma non solo da un punto di vista geografico, ma anche temporale! A fine Ottocento negli Stati Uniti uno degli investimenti più conservativi e privi di rischio, anche per gli investitori istituzionali, erano i bond delle compagnie ferroviarie. Il diritto di passaggio della strada ferrata le rendeva un porto sicuro per gli obbligazionisti. La crisi del ’29 e l’avvento dell’aereo su larga scala mutarono però repentinamente lo scenario con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare. Sembra banale, ma mentre è facile identificare la sicurezza volgendo lo sguardo verso il passato, è alquanto complesso scegliere titoli che abbiano successo negli scenari che si presenteranno in futuro. Se a questo sommiamo la difficoltà di prevedere come l’inflazione possa eventualmente erodere il rendimento reale, è facile comprendere come la costruzione del portafoglio non possa essere snobbata o lasciata ai suggerimenti che il cliente possa ricevere da un amico, un parente o un vicino di casa.   Conclusione La centralità del consulente (qualunque sia il modello di servizio: banca, rete, consulente indipendente) e la progettualità devono quindi essere il cardine della consulenza. La costruzione di uno o più portafogli ne costituisce poi il naturale porto di arrivo. E a chi cerca strumenti finanziari sofisticatissimi o algoritmi quantitativi a prova di crisi, mi viene da suggerire la frase di Paul Samuelson, Premio Nobel per l’Economia nel 1970: “Investire dovrebbe essere noioso. Non dovrebbe essere eccitante. Dovrebbe essere un po’ come rimanere a guardare la vernice che si asciuga o l’erba che cresce. Se cercate il brivido, prendete ottocento dollari e andate a Las Vegas, anche se non è facile diventare ricchi al casinò, alle corse dei cavalli e nemmeno alla Merrill Lynch”. ©

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