Claudio Cabella

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La settimana si è caratterizzata per due interventi

Scritto il 17.09.2020

La settimana si è caratterizzata per due interventi. Quello del Presidente della Fed Jerome Powell, che non ha fatto altro che confermare che i tassi al di là dell’oceano rimarranno fermi vicino allo zero almeno fino al 2023 e che continueranno gli acquisti di titoli ai ritmi attuali (scongiurando qualsiasi default). La Federal Reserve prolunga il proprio orientamento espansivo, in seguito all'adozione della nuova strategia che le impone di raggiungere un obiettivo di inflazione del 2% medio “nel tempo”. Sicuramente qualche spunto in più lo possiamo leggere tra le righe del discorso sullo stato dell’Unione (l’appuntamento annuale per i presidenti della Commissione europea) di Ursula von der Leyen.  Dopo un 2020 da incubo e una crisi pandemica in atto, la numero uno dell’esecutivo ha virato sulla concretezza, stilando un elenco abbastanza netto di priorità.  Eccole:  • maggiore collaborazione comunitaria sulla sanità, competenza rimasta finora nelle - gelose - mani degli Stati membri. Nel 2021 si terrà un vertice mondiale della sanità in Italia, nel quadro del G20 • la crisi del Covid non ha congelato il Green new deal della Commissione, anzi. Von der Leyen ha alzato la posta in palio sul taglio delle emissioni, fissando l’obiettivo di una riduzione del 55% entro il 2030 contro l'iniziale proposta del 40%  • la transizione ecologica sarà centrale anche nella dotazione finanziaria del Recovery fund, il fondo da 750 miliardi coniato dalla Ue per contrastare la crisi del Covid-19. Il 30% delle risorse sarà raccolta con green bond (obbligazioni che finanziano progetti a impatto ambientale). Von der Leyen ha ribadito anche l’urgenza di superare il sistema di Dublino nella gestione dei flussi migratori. Il proposito è quello, già tentato, di rinforzare gli obblighi di solidarietà dei paesi Ue e istituire meccanismi di ricollocamento obbligatorio dei rifugiati. Bisognerà farlo digerire ai paesi dell’Est, da sempre riottosi a qualsiasi apertura in materia (e bersaglio indiretto della stessa von der Leyen quando ha garantito che non ci saranno «ammorbidimenti» sulla violazione dello stato di diritto...). Quali spunti trarre dal punto di vista finanziario? Inserire nei portafoglisoluzioni tematiche che perseguono rendimenti puntando sulla Green Economy non se ne potrà più fare a meno, scegliendo insieme al tuo consulente quali e con che metodo acquistarli.

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la riunione BCE di giovedí 10 settembre 2020

Scritto il 11.09.2020

C’era attesa per la riunione del 10 settembre 2020 della BCE, che però non ha introdotto alcuna variazione alla propria politica monetaria e sono state poche le novità di rilievo. La BCE si è espressa con un tono un poco più costruttivo sulla ripresa in corso, pur ribadendo che rimane soggetta ad elevata incertezza, presentando molte divergenze sia a livello di economie che di settori, essendo dipendente dall’efficacia delle misure di contenimento della pandemia. La BCE rimane però soddisfatta delle misure e degli strumenti messi in campo durante la primavera per affrontare la pandemia e non sembra intenzionata ad apportare delle modifiche a breve. A questo proposito è molto probabile che il PEPP venga usato nella sua interezza (1350 miliardi).  Il focus della conferenza stampa ha poi toccato il recente trend di apprezzamento dell’euro. La Lagarde ha confermato di considerare attentamente per le implicazioni che potrebbe avere a livello inflattivo utilizzando più volte l’espressione “carefully monitoring”, che rappresenta comunque una soglia di allerta per la BCE. La stessa Lagarde ha anche precisato che la BCE rimane pronta ad utilizzare tutti gli strumenti, se necessari, compreso lo strumento rappresentato dai tassi di interesse. Non è però emersa alcuna volontà di voler intervenire nel breve periodo, perché evidentemente la BCE non ritiene che l’attuale livello dell’euro lo richieda. Questa visione “wait and see”, che non necessita di azione immediata, è stata confermata anche dalle nuove previsioni di crescita ed inflazione, che sono rimaste pressoché immutate rispetto a giugno : il calo previsto per il PIL quest’anno è passato da -8.7% a -8%, in linea con i dati del secondo trimestre che hanno mostrato un calo meno profondo di quanto temuto inizialmente, mentre l’inflazione il prossimo anno è stata lievemente rivista al rialzo a 1% da 0.8%. Rimane invece eccezionalmente bassa la previsione di inflazione per il 2022, all’1.3%, così come le pressioni di inflazione al momento, trainate al ribasso dall’inutilizzo delle risorse produttive causato dal calo della domanda, per le quali l’apprezzamento dell’euro non aiuta. Per quanto riguarda infine la revisione della strategia di politica monetaria, è evidente che la BCE sente ora una maggiore pressione, dopo l’annuncio della Fed di avere rivisto in una direzione più accomodante il proprio approccio di politica monetaria. Dopo una pausa per rispondere alla emergenza pandemica, la revisione della strategia della BCE riprenderà questo mese, con un primo seminario il 23 settembre dedicato al tema della misurazione del livello di inflazione. Nel complesso, mi sembra che per riuscire a comunicare qualche cosa di rilevante in merito entro fine anno la strada sia ancora piuttosto lunga. Nonostante l’impressione generale emersa dalla conferenza stampa sia quella di una BCE che non si stia preparando ad agire ancora in tempi rapidi, ritengo che probabilmente l’evoluzione degli eventi lo richiederà per rispondere al debole scenario di inflazione, alle difficoltà della ripresa post rimbalzo nel terzo trimestre, all’aumento dell’indebitamento pubblico ed all’elevata incertezza sanitaria e geopolitica e potrebbero andarsi a concretizzare nei prossimi mesi con un’ulteriore mossa espansiva che potrebbe favorire i mercati europei rimasti indietro rispetto a quelli d' oltreoceano, questi ultimi favoriti dal pronto e marcato sostegno della FED.  

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Il ritorno dell’inflazione.

Scritto il 03.09.2020

Il ritorno dell’inflazione. Volevo ritornare su quanto deciso a Jackson Hole la settimana scorsa durante il simposio dei banchieri centrali dove la Fed ha promesso una politica monetaria espansiva: inflazione anche sopra il 2% ma l’importante è la piena occupazione. Ho voluto guardare dietro le quinte di questa decisione per le implicazioni che ne potrebbero scaturire. Personalmente, tre sono i punti focali : nuova benzina al rally dei mercati; ridare lavoro a milioni di americani, per tornare alla piena occupazione; dare un po’ di fiato agli istituti bancari La Fed può permetterselo perché a differenza della Bce, l’istituto Usa ha tre obiettivi: stabilità dei prezzi, occupazione e crescita economica. Non solo, come qui nel Vecchio Continente, stabilità dei prezzi. Powell ha spiegato che le motivazioni di questo profondo cambiamento sono da ricercarsi nei miglioramenti tecnologici e nella bassa crescita demografica. Il più lento ritmo di crescita della popolazione, insieme al suo invecchiamento, ha portato ad una frenata della produttività e della crescita economica. Gli effetti sul mercato non si sono fatti attendere visto l’immediata reazione della curva dei tassi con il forte aumento dei tassi a lungo periodo e calo dei tassi a breve. Tradotto significa bond che nel lungo periodo renderanno di più ma nel breve si sostiene ancora il travaso di investimenti da obbligazioni ad azioni nonostante i livelli da record. ul fronte cambi il timore è di vedere l’euro continuare a correre sul dollaro. A livello di comparti possono festeggiare quello bancario e assicurativo: un rialzo di tassi significa rialzo di margini soprattutto di lungo periodo.

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Jackson Hole, più inflazione asimmetrica o forward guidance?

Scritto il 28.08.2020

Sicuramente uno dei fatti più importanti dell’ultima settimana di Agosto è stato l’incontro tenutosi in America a Jackson Hole e dove gli argomenti evidenziati dai membri della Fed in diversi interventi, hanno riguardato i potenziali cambiamenti in materia di politica monetaria e processo decisionale. I due temi che sembrano essere i più rilevanti ruotano intorno alla forward guidance e a un obiettivo di inflazione asimmetrica. Dobbiamo sempre tener presente il duplice mandato della Fed: stabilità dei prezzi e massima occupazione. Il recente contesto economico ha messo in discussione entrambi gli aspetti, rendendo quanto mai pertinente una revisione delle politiche esistenti in vista di futuri interventi. Di recente l’adozione di un obiettivo di inflazione asimmetricaè diventato un argomento caldo, già accennato dai funzionari in qualche occasione. La questione che riguarda la strategia della Fed per il raggiungimento del proprio obiettivo dichiarato del 2% di inflazione può mandare in tilt qualsiasi prospettiva di ripresa economica. Ed è facile capire l’importanza di questo punto, dati i danni all’economia che hanno fatto seguito alle risposte per contenere la pandemia. Gli economisti hanno definito l’obiettivo d’inflazione come una strategia del passato, che non cerca, però, di compensare le mancanze del passato. Pensiamo ad esempio alla perdita in termini di Pil nominale a seguito del lockdown: con una ripresa economica, ci aspetteremmo (si spera) di vedere l’inflazione tornare al proprio livello del 2%, mentre il Pil nominale non avrebbe ancora recuperato i livelli pre-crisi. La Fed che, dopo aver raggiunto il suo obiettivo di inflazione al 2%, avrebbe in passato cercato di inasprire la politica monetaria ben prima del recupero in termini di Pil nominale, cosa possibile solo quando l’economia sarebbe tornata a riscaldarsi per innescare quel recupero necessario a colmare il gap creato dalla crisi. È necessaria una politica di “recupero” che forse richiede l’individuazione di un target in termini di livello nominale del Pil permettendo forse all’inflazione di superare per un certo periodo la soglia del 2%. Più in generale, forse questo richiede un obiettivo di inflazione asimmetrico che riformuli le aspettative di inflazione a un livello “medio” piuttosto che su un obiettivo specifico per un determinato momento. In ogni caso, l’idea è quella di dare alla ripresa economica la possibilità di ritornare sul proprio percorso pre-recessione, piuttosto che frenare potenzialmente sul nascere questo percorso perché un obiettivo di inflazione del 2% venga raggiunto quanto prima. E qui si è innestato il primo argomento di rottura con il passato. La Fed acconsentirebbe a mantenere tassi bassi anche con un’inflazione tendente prima al 2% ma anche oltre. L’altro argomento degno di nota è la forward guidance. Un’inflazione molto bassa significa che anche i tassi d’interesse rimarranno probabilmente bassi. E dato il livello dei tassi d’interesse nominali che oggi continuano a calare verso lo zero, diminuisce anche l’efficacia di ulteriori tagli dei tassi per contribuire a stimolare la crescita economica. Di conseguenza, il tradizionale kit di strumenti a disposizione della Fed dovrà cambiare. Quando il tasso dei Fed funds si è avvicinato al limite più basso durante la crisi finanziaria globale, la Fed ha cambiato marcia e ha iniziato a utilizzare nuovi strumenti: acquisti su larga scala di Treasury e di titoli ipotecari garantiti dal governo, insieme a dichiarazioni sull’evoluzione dei tassi di interesse a breve termine. Il primo è stato un allentamento quantitativo, il secondo una forward guidance. Entrambe miravano a mettere un freno ai tassi di interesse a lungo termine. Sembra che la Fed dovrà fare molto più affidamento sull’allentamento quantitativo e sulla forward guidance come leva fondamentale della politica monetaria, ma l’idea di basarsi sulla forward guidance è sembrato essere l’argomento più pertinente di questa settimana. Ci potrebbero essere due modi per affrontare il rafforzamento di questo strumento: uno è una forward guidance basata sui dati in cui la Fed afferma semplicemente che i tassi di non saranno aumentati almeno fino ad una certa data. Naturalmente questo potrebbe essere troppo specifico per cui potrebbe essere sufficiente una formula come “i tassi non saranno incrementati per un lungo periodo”. Il punto è che il linguaggio implica che i tassi non si muoveranno per un certo periodo di tempo. L’altra opzione è basata sul risultato, in cui la Fed delinea criteri specifici che devono essere soddisfatti prima che i tassi possano essere rivisti al rialzo. Ciò potrebbe comportare un obiettivo in termini di livello di Pil nominale, un livello specifico di occupazione o di disoccupazione. Oppure, come detto in precedenza, un tasso medio di inflazione. Anche in questo caso, la definizione di obiettivi economici specifici potrebbe essere un altro cambiamento in termini di gestione di tale forward guidance. E nel tentativo di aumentarne la credibilità basata sui risultati, la Fed potrebbe, se i tassi d’interesse incominciassero a salire, intervenire sui mercati attraverso l’acquisto di asset per riportare i tassi all’obiettivo dichiarato. Da qui il termine “limiti massimo dei tassi d’interesse”. Ciò aggiungerebbe un ulteriore livello di credibilità ed efficacia a qualsiasi cambiamento di una forward guidance basata sui risultati. A livello di suggerimenti di investimento penso possa essere una cosa sensata inserire nel proprio portafoglio di investimento almeno un 5% di titoli legati all’inflazione o, meglio ancora, un fondo che investe direttamente in infltion linked.

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“La mattanza delle filiali bancarie”. E la consulenza?

Scritto il 21.08.2020

Un dato mi è balzato agli occhi questa settimana. Soltanto nei primi 6 mesi del 2020, sono stati chiusi sul territorio italiano 300 sportelli. E’ l’effetto del taglio alle filiali effettuato dai gruppi bancari attivi in Italia. Le cifre sono disponibili nel sito dellaFisac-Cgile sono aggiornati al 30 giugno 2020. A livello regionale, il maggior numero di chiusure si registra in Lombardia (-52), seguita dall’Emilia Romagna (-46), dal Lazioe dal Piemonte(-31). Più contenute le chiusure nelle piccole regioni. Questa tendenza sarà sempre più in atto con l’acquisizione tra banche e con il massiccio ricorso alla tecnologia. Il Covid non ha fatto altro che dare un’ulteriore spinta a questo fenomeno già in atto. Il distanziamento aveva portato prima a poter accedere negli sportelli solo previo appuntamento ma oggi nulla è cambiato. Molti clienti mi segnalano le difficoltà nel mettersi in collegamento con la propria filiale ed i tempi di attesa per un appuntamento (mediamente 3 settimane). Se molti pensavano che il tutto fosse riconducibile al momento, oggi ci si comincia a rendere conto realmente che qualcosa è cambiato e che nulla tornerà come prima. Penso che diverrà sempre più importante poter contare su un consulente, una persona sempre al tuo fianco, facilmente raggiungibile (è sufficiente una telefonata) e che si caricherà per te, anche,  di tante piccole incombenze. Ma soprattutto ti potrà aiutare sempre a pianificare l’allocazione dei tuoi risparmi non in funzione del momento, ma dei tuoi obiettivi di vita ed insieme sceglierete le strade da percorrere e con i tempi che deciderai tu.

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La banca del futuro e la realtà del consulente.

Scritto il 14.08.2020

Il Covid-19 ha accelerato il processo di digitalizzazione delle banche italiane e la filiale è diventata un luogo dove si riceve su appuntamento, che piaccia o meno, così come già da anni avveniva per i clienti dei consulenti finanziari. La pandemia? Ha spazzato via dalla sera alla mattina il concetto di filiale bancaria. L’idea di un luogo fisico dove fruire di servizi finanziari, pur con la massima dotazione di strumenti digitali all’avanguardia, è stata ampiamente superata dallo tsunami dell’emergenza sanitaria che impone distanziamento sociale e sanificazione degli ambienti. Il Coronavirus cambia le nostre abitudini di vita e i nostri business: anche la finanza ne è travolta con tutto quello che ne conseguirà in termini di nuove organizzazioni e modalità di lavoro inedite. Redditività bancaria sotto pressione Lo abbiamo visto nei primi giorni del lockdown, con il settore in agitazione, le sedi fisiche a scartamento ridotto ma costrette a lavorare perché servizi essenziali e le richieste pressanti di ricevere i clienti solo su appuntamento. Gli istituti si sono organizzati per gestire l’emergenza, ma il futuro richiederà uno sforzo strategico non indifferente. Il virus ha innanzitutto l’effetto di mettere sotto pressione i bilanci bancari. E potrebbe vanificare alcuni dei passi in avanti fatti dal sistema bancario italiano per aumentare i livelli di capitalizzazione. Boom dei servizi digitali Quel che è certo è che la digitalizzazione dei servizi non potrà essere più rimandata dalle banche che vorranno restare nell’arena competitiva. Nel mondo, un cliente bancario su quattro pianifica di usare meno le filiali anche dopo la crisi di smettere del tutto di visitarle. Lo rileva la prima edizione dell’indagine “Retail Banking in the New Reality”, condotta su 5mila consumatori del retail banking in 15 Paesi da Boston Consulting Group. Gli italiani sono stati tra i più attivi su online e mobile banking: secondi solo ai cittadini di Singapore (con il 51% degli intervistati) sono i consumatori che più hanno intensificato il proprio rapporto con la banca di riferimento sul canale online, mentre il 54% – dopo Singapore e Hong Kong – ha aumentato l’uso del mobile. Il 27%, sopra la media globale, prevede poi di ridurre o cessare la frequentazione della filiale anche a crisi terminata. Il 58% dei clienti bancari italiani si è dichiarato pronto ad aprire un conto attraverso online banking o mobile nel caso in cui la filiale non fosse accessibile.  Insomma, il lockdown imposto per fronteggiare la pandemia da Coronavirus ha incentivato la trasformazione del modo in cui i consumatori interagiscono con le loro banche. Come cambia il rapporto con i clienti Entrambe queste dinamiche vanno gestite dimostrando reale vicinanza ai clienti.E’ necessario massimizzare azioni di Corporate Social Responsibility e gestire la Customer Experience dei clienti. La capacità delle banche di adottare un approccio forward looking e di indirizzare famiglie e imprenditori sulle giuste strategie di uscita dalla crisi, costituirà il vero ruolo ‘sociale’ che il sistema finanziario dovrà assumere. La gestione della Customer Experience sarà l’altro grande tema su cui lavorare: affrontare un cliente che sta vedendo il valore dei propri investimenti scendere in modo consistente richiede un approccio professionale, ma anche fortemente empatico. Chi in questa fase riuscirà a gestire con efficacia il rapporto, si garantirà un livello di fidelizzazione di lungo periodo e una maggior fiducia. Anche i clienti abituati a operare in filiale sono stati migrati forzatamente sul canale digitale remoto con un salto in avanti – che hanno dovuto fare in molti casi anche le banche – di 5-7 anni in tre settimane. La migrazione su digitale potrebbe passare da fase contingenziale ad abitudine, con un impatto positivo alla digitalizzazione del sistema Paese e dando impulso agli investimenti nel digitale anche per gli operatori che storicamente sono sempre stati legati a un rapporto incentrato sulla filiale.  Come sarà la filiale del futuro La filiale tradizionale, con ogni probabilità non esisterà più. Il che significherà che si dovranno immaginare nuovi modelli per continuare a servire quelle generazioni di clienti che non possono prescindere dall’approccio fisico ma che sono anche le più vulnerabili alla virulenza del virus.  Sarà necessario ridefinire le logiche degli spazi lavorativi e prevedere ampie disponibilità di dotazioni di presidi di sicurezza sia nella fase emergenziale sia per quella successiva. Sarà necessario gestire punti di contatto con la clientela retail sul territorio, dotando queste sedi di adeguati presidi di contenimento, per separare fisicamente operatore di sportello e clientela. Robotica e intelligenza artificiale applicate a processi critici consentirebbe un più agevole presidio in caso di mancanza del personale, così come la più rapida migrazione verso sistemi e infrastrutture cloud possono supportare picchi di smart working ogni volta che si rendano necessari. Già oggi, nei Paesi più avanti nella curva pandemica come la Cina, è aumentato l’uso di Whatsapp nella relazione col cliente e la firma digitale è la soluzione prevalentemente usata per la conclusione dei contratti, seguita dal cartaceo con scambio di documenti via scanner. App, wealth management platform, roboadvisory, strumenti di maching learning e di goals based planning costituiranno sempre più la consuetudine nell’offerta dei servizi bancari. Con miglioramenti di efficienza anche nella consulenza: le nuove tecnologie consentiranno ai consulenti digitali di gestire maggiori asset nell’ordine del 40% e portafogli con una dimensione media superiore del 42%, aumentando del 22% la quantità di prodotti o servizi collocati per cliente.  Sembra fantascienza ma è più vicina di quanto avremmo pensato solo a inizio anno ma poi non è tanto distante da come, personalmente,mi sto muovendo con i miei assistiti. Infatti se le banche più tradizionali sono state travolte da un vero e proprio tsunamy, per me si è trattato di modificare solo un po’ l’approccio con i miei clienti utilizzando tutti ciò che la realtà per cui opero da più di 19 anni mi ha messo a disposizione per poter continuare comunque a star “vicino” ai miei assistiti. Se mi contatterai, avrò piacere di dimostrarti che tutto quello che il Covid ha accelerato, per me e per i miei assistiti era già realtà.

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Crollo record per i Pil di Usa e Germania ed ora, dove investo?

Scritto il 31.07.2020

La notizia della settimana è senza alcun dubbio il calo del Pil americano nel secondotrimestredel 9,5% rispetto ai tre mesi precedenti  e del 32,9% su base annua, calo senza precedenti per la sua severità anche se gli analisti se lo aspettavano al 34,5%,  e di quello tedescosceso del 10,1%. L’unico paragone possibile con la storia americana moderna è la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, ovvero prima che iniziasse la raccolta dei dati del 1947. Il calo del secondo trimestre riflette la risposta al Covid – 19 con gli ordini “stay at home” di marzo e aprile rimossi in alcune aree del paese in maggio e giugno e gli aiuti del governo distribuiti alle famiglie ed alle imprese. La spesa personale nel secondo trimestre è rollata del 34,6%, il calo maggiore mai registrato da quando è iniziata la raccolta dati. Dopo le sorprese positive delle banche centrali,  i mercati si avviano a percorrere quindi quello che resta del 2020 in un clima dominato da molte incertezze. Se prima la BCE aveva sorpassato le aspettative, annunciando a giugno 600 miliardi di euro di acquisti aggiuntivi nell’ambito del PEPP, mentre la Fed, pur in presenza di dati macro in netto miglioramento, dall’occupazione alle vendite al dettaglio ben superiori alle attese, e di forte recupero dei mercati, aveva deciso di mantenere la politica estremamente accomodante per un periodo prolungato e quindi nessun rialzo dei tassi almeno fino a fine del 2022 e, se necessario, misure di stimolo ulteriori, fino al ritorno della piena occupazione e di un’inflazione stabilmente sopra il 2%, ora tuttavia il tema dominanteresta l’evoluzione della pandemiae le ricadute a livello regionale e globale sulla ripartenza delle attività economiche. Se iprogressi sono evidenti in alcune aree, come Europa, Australasia e Canada,  risultano invece difficoltosi in altre, come USA e Russia, con dati in arrivo ancor più preoccupanti da alcuni paesi emergenti, con Brasile e India in testa. Per ora i timidi progressi sul fronte sanitario consentono ai mercati di ridimensionare i rischi economici legati alla possibilità di nuovi lockdown generalizzati. In questo contesto si cala l’ulteriore incognita delle presidenziali USA, dove la gestione inefficace della crisi sanitaria negli Stati Uniti rafforza non solo la probabilità di vittoria alle presidenziali di novembre del democratico Joe Biden, ma anche quella di un contemporaneo controllo democratico di tutto il Congresso, uno scenario da cui sarebbe lecito aspettarsi maggiori tasse sulle imprese e una ri-regolamentazione, in particolare nei settori finanziario, energetico e sanitario, i più a rischio da una mancata rielezione del Presidente Trump. La difficile lettura delle valutazioni ed il limitato supporto nelle decisioni di investimento, vista l’estrema volatilità e dispersione nelle previsioni degli utili, suggeriscono un approccio strutturalmente cauto, in un contesto di rischio asimmetrico tra potenziale di apprezzamento e quello di rischio correttivo per i listini azionari. Alle incertezze perduranti, e possibilmente crescenti nella stagione autunnale, legate alla pandemia e alle elezioni americane, si sommano infatti i molteplici rischi geopolitici che si stanno accumulando all’orizzonte, fra i quali quello fra Stati Uniti e Cina è al momento, il più visibile ma non certo l’unico. Tutto ciò mi fa certamente propendere per consigliare di impiegare parte della liquidità disponibile in piani d’accumulo su quelle tematiche varie volte caldeggiate proprio nei miei precedenti articoli pubblicati. Se in ogni caso volessi approfondire maggiormente come approcciare tali settori, unendoli anche ad esempio con un risparmio fiscale, ti invito a contattarmi

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Le certezze nel mondo post-Covid (seconda parte).

Scritto il 24.07.2020

Se nel mio articolo della settimana scorsa avevo evidenziato alcuni aspetti positivi che influenzano alcuni asset del mondo obbligazionario, oggi vorrei spostare l’attenzione sugli attivi azionari. Nelle ultime settimane, si registra una stabilizzazione nelle previsioni per gli utili, soprattutto negli Stati Uniti. Questa ha portato ad una risalita delle valutazioni (multipli Price Erning), visto il brusco movimento al rialzo dei prezzi dai minimi di metà marzo. Il mercato sembra, quindi, aver sposato ormai lo scenario di un recupero a “V”, confermato per il momento anche dai dati economici più recenti. Da questi livelli il potenziale di un’ulteriore scalata dei corsi azionari pare limitato, in particolare negli USA. Il Paese nord-americano infatti, oltre ad aver mostrato una gestione meno efficace del virus, è anche alle prese con le prossime elezioni presidenziali: la possibilità di una vittoria democratica sia alla Presidenza con Joe Biden che al Congresso, verosimilmente poco gradita ai mercati, sembra ancora sottostimata dagli stessi. Per questi motivi nei portafogli dei miei clienti, nel momento che procedo al ribilanciamento dei pesi delle singole posizioni, sto incominciando a sottopesare i listini USA in favore di quelli di Cina ed Europa, quest’ultima in grado di beneficiare della transizione energetica voluta da Green Deal e Next Generation EU (al vaglio dei leader europei tra il 17 e il 18 luglio). Sempre esaminando i mercati dal punto di vista degli asset azionari ritroviamo dei punti fermi osservando i grandi fenomeni di cambiamento strutturale che impattano sulle nostre vite quotidiane (i cosiddetti Megatrend). Infatti, agendo in modo lento ma ineluttabile, questi modellano le nostre abitudini di vita e di consumo, determinando quali saranno le aziende vincitrici del domani, quelle in grado di cavalcare e determinare tali cambiamenti. Nei Megatrend ritroviamo, quindi, le certezzeche ci sono venute a mancare nel contestomacroeconomico di breve. Anche perché molti di questi fenomeni di cambiamento hanno ricevuto una decisa accelerazione grazie alla crisi recente. L’esplosione del mondo digitale, in cui siamo stati costretti a vivere per diverse settimane, ha portato ad un’impennata nella crescita di alcuni settori che erano già in forte espansione prima che il Coronavirus facesse la sua apparizione nelle nostre vite: pensiamo, per esempio, all’e-commerce, ma anche alla telemedicina. A tal proposito, gli Stati Uniti hanno approvato di recente al Congresso una deroga alle restrizioni che impedivano l’accesso al Medicare a distanza e ciò è diventato possibile grazie al fatto che oggi visitare i pazienti in remoto è una necessità. Grazie a questa “deregolamentazione”, i privati che si sono affidati a visite mediche a distanza sono passati da 11.000 a settimana a oltre 650.000 a settimana (dato fornito dallo stesso Trump in conferenza stampa). Un altro settore dell’universo digitale che ha sperimentato una rapida diffusione è quello dei pagamenti digitali, capaci di soppiantare buona parte delle transazioni prima effettuate con il contante, che incideva sul 75% dei pagamenti effettuati in Europa prima del Covid. Non sorprende, quindi, che un’azienda come Paypal abbia registrato quasi $200 miliardi di transazioni nel primo trimestre dell’anno e mediamente 250.000 nuovi utenti ogni giorno del mese di aprile. E con il lancio prossimo di WhatsApp Pay, che consentirà agli utenti di trasferirsi denaro e pagare nei piccoli negozi usando direttamente l’app sul modello della cinese WeChat Pay, il segmento dei pagamenti digitali, più veloci ed economici potrebbe vivere una fase di ulteriore accelerazione.   Un’espansione del mondo digitale richiede uno sviluppo di pari basso delle soluzioni di cybersecurity: più le attività si spostano online, più si espande la superficie attaccabile dai criminali cibernetici. Difatti, negli ultimi mesi il numero di attacchi, tentati e riusciti, è aumentato a dismisura. Basti pensare agli attacchi subiti dalle organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali, già sotto forte stress per via dell’emergenza medica, o dalle aziende di servizi finanziari, cresciuti di oltre il 200% negli ultimi mesi. Per proteggersi molte aziende si sono trovate costrette ad investire nei sistemi di sicurezza. Addirittura in pieno COVID, quando da molte parti si tagliavano i budget di spesa, i CIO delle aziende più grandi a livello globale hanno ribadito che le uniche 3 voci di spesa che cresceranno nel 2020 saranno quelle del cloud, dei software per la collaborazione tra dipendenti e con clienti e la sicurezza informatica appunto. Per concludere, la robotica, l’automazione industriale e le stampanti 3D diverranno centrali nelle nuove filiere produttive, più regionali e meno globali, che si stanno formando come reazione allo shock prodotto dalla pandemia, ma anche dalle tensioni commerciali tra USA e Cina.  I Megatrendsono numerosi e variegati, in quanto sempre più complesse e articolate sono diventate le nostre vite quotidiane, ma presi tutti insieme ci forniscono le basi e le certezze su cui costruire il nuovo mondo post-Covid. Anche per i vari temi affrontati in questo mio articolo, se vorrai approfondirli e cercare insieme al sottoscritto quali soluzioni è possibile trovare sul mercato ti invito a contattarmi. Un cordiale saluto  

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Le certezze nel mondo post-Covid (parte prima).

Scritto il 17.07.2020

La pandemia di Coronavirus ha certamente seminato un’ondata di incertezza senza precedenti. Il mondo, semplicemente, non era preparato ad un’emergenza sanitaria della portata di quella che abbiamo vissuto nei mesi passati e che stiamo vivendo tuttora. Il costo di tale impreparazione è stato pagato prima con le vite di centinaia di migliaia di persone e dopo con il danno economico causato a milioni di attività costrette a chiudere i battenti, almeno temporaneamente (si spera), per ottemperare alle regole di distanziamento sociale. L’imprevedibilità circa l’evoluzione futura della curva dei contagi e il conseguente impatto economico ci lasciano a navigare in un contesto di visibilità limitata sui possibili scenari. Ma in questo mio articolo voglio soffermarmi su due aspetti positivi che possono riguardare gli investitori. Per gli investitori obbligazionariche ricercano non solo protezione, ma anche rendimento da reddito fisso (il famoso income), se è lecito aspettarsi, in seguito ad una crisi profonda come quella attuale, un aumento nel numero di fallimenti societari nei prossimi 6-12 mesi (come i casi recenti di Hertz e Pizza Hut sono lì a testimoniare), vorrei sottolineare come un metodo efficace per contenere il rischio di default si è rivelato quello dell’applicazione dei criteri ESG (Environmental, Social e Governance) nella selezione degli emittenti creditizi: infatti il 78% delle aziende IG fallite negli ultimi 10 anni non avrebbe superato uno screening di questo genere. Aiutarvi a selezionare soluzioni d’investimento nelle quali l’applicazione dei criteri ESG viene svolto in modo flessibile, caso per caso, anche sulla base del settore di appartenenza dell’azienda emittente, in modo tale da essere sicuri di prendere in considerazione i rischi ESG effettivamente rilevanti per ciascuna azienda: così, per esempio, una società finanziaria viene valutata soprattutto sulla base dei parametri di governance, mentre per una società energetica risultano dominanti i fattori energetici.   Mentre per chi tramite la componente a reddito fisso ricerca soprattutto decorrelazione resta valida l’alternativa delle obbligazioni cinesi, come dimostrato durante la correzione di mercato di marzo e dove invece queste obbligazioni sono state in grado ancora una volta di apportare reali benefici di diversificazione rispetto agli attivi finanziari più tradizionali. A conferire stabilità a questi strumenti è soprattutto l’assoluta dominanza di investitori locali, perlopiù istituzionali. Questi, che rappresentano quasi il 90% di questo immenso mercato obbligazionario (il secondo più grande al mondo dopo quello USA), proteggono infatti le emissioni cinesi dalle fluttuazioni del sentiment degli investitori globali, che tanto affliggono invece il resto del debito dei mercati emergenti. In aggiunta a fronte di un merito creditizio elevato (A+), le obbligazioni cinesi offrono anche un rendimento a scadenza prossimo al 5% annuo, introvabile altrove a parità di rischio: basti pensare che nel mondo ci sono circa 14mila miliardi di dollari di obbligazioni a rendimento negativo e che il differenziale di rendimento tra i titoli governativi cinesi e quelli statunitensi è oggi ai livelli più alti degli ultimi 10 anni, prossimo al 2%. Tale preziosa fonte di rendimento risulta ancora più attraente se si considera il fatto che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, la Cina sarà tra i pochi Paesi al mondo a registrare una crescita positiva del PIL nel 2020 (+1,2%, World Economic Outlook di giugno), contro il crollo che subiranno le economie sviluppate, Italia su tutte. Se vorrai approfondire questi temi e valutare insieme al sottoscritto quali soluzioni è possibile trovare sul mercato ti invito a contattarmi

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Ma gli Stati Uniti ripartiranno più velocemente rispetto all’Europa?

Scritto il 10.07.2020

  In questi giorni mi trovo a leggere diversi articoli in cui molti economisti, alla luce della Pandemia “fuori controllo” negli USA a differenza di quanto sta avvenendo in  Europa, si interrogano se ci si riprenderà prima al di quà o al di là dell’oceano. E’ indubbio che il lockdown ha causato una grave recessione economica in tutte le economie mondiali. In Europa, alcuni Paesi avevano già dovuto affrontare delle recessioni tecniche, ma negli Stati Uniti il coronavirus è arrivato ad interrompere la fase più lunga di espansione economica della storia. Personalmente ritengo che sono soprattutto i punti di forza degli Stati Uniti, da un lato, e i punti deboli dell’Ue, dall’altro, che mi portano a fare questa affermazione così come anche le considerazioni sulle rispettive valute e il diverso peso che i vari settori economici svolgono.  Gli Stati Uniti hanno processi decisionali più semplici e diretti in materia di politica monetaria e fiscale, con un miglior coordinamento tra i centri del potere. In Europa, invece, abbiamo un’unione economica e monetaria, ma non politica, caratterizzata da cicli economici diversi e parzialmente asincroni, oltre che da fondamentali macroeconomici molto diversi. Gli interessi diversi ed in alcuni casi divergenti degli stati membri complicano sostanzialmente qualsiasi decisione con la difficoltà di mettere in campo tempestivamente azioni di politica monetaria e fiscale. Tra i motivi che mi spingono a sostenere la tesi che il recuperosarà più veloce negliUsa rispetto all’Europa, c’è anche quello che riguarda l’attuale bilancio dell’Ue, assolutamente insufficiente per far fronte alle sfide poste dalla crisi Covid-19.  Sebbene il pacchetto fiscale proposto per la zona euro rappresenti un primo passo verso un’unione fiscale e una maggiore solidarietà tra gli stati membri, resta da vedere se e quanto rapidamente tutto questo diventerà realtà”. Il dibattito acceso di questi giorni sull’approvazione del Recovery fund sottolinea proprio questa difficoltà. Naturalmente non possiamo dimenticare, accanto alle misure paneuropee, i pacchetti di stimolo, relativamente ampi, che sono stati adottati dai singoli stati che potrebbero non far altro che aumentare le divergenze tra i Paesi membri. Gli Usa hanno anche un ulteriore vantaggio, ossia lo stato del dollaro come valuta diriserva globale. La ricerca internazionale di beni rifugio implica che gli Stati Uniti possono finanziare il proprio deficit più facilmente, senza dover accettare un alto rischio di svalutazione mantenendo bassi i costi di finanziamento sia per il settore pubblico sia per quello privato mentre l’euro è una valuta troppo forte per alcuni Paesi e troppo debole per altri. Inoltre a dare una grande spinta alla ripresa economica ci ha pensato anche il settore tecnologico. Il predominio degli Stati Uniti in questo settore ha giocato un ruolo importante durante la crisi, soprattutto per grandi colossi che ne hanno approfittato per beneficiare del nuovo contesto. Ecco perché quindi, secondo me, gli Stati Uniti hanno un vantaggio strutturale che, molto probabilmente, permetterà loro di superare la crisi attuale più rapidamente di quanto farà l’Europa. Ed in che modo potremo noi cogliere questi punti di vantaggio che ho esaminato? Sicuramente una scelta che ritengo oggi opportuna da adottare è incominciare ad accumulare posizioni che impattano con la tecnologia. Vi invito per questo a contattarmi per esplorare insieme le soluzioni più congrue a seconda del vostro profilo. 

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Patrimoniale sì o patrimoniale no?

Scritto il 02.07.2020

  Sempre più spesso mi capita di leggere sui giornali interviste ad economisti, richieste di chiarimento, domande inerenti al tema che, dovendo l’Italia causa Coronavirus aumentare a livelli mai toccati il debito pubblico, portandolo a circa il 160% del PIL, come, prima o poi, si potrà rientrare e quindi torna di moda il tema dellaPatrimoniale” ed in particolare  quali beni ne saranno oggetto  e se ci si  potràdifendere.   Anche tra i miei clienti, comincia a divenire oggetto prima di telefonata ed ora anche di domanda a visu. Ricordando che anche Benjamin Franklin, noto politico statunitense era solito dire che  “in un mondo incerto vi fossero solo due cose sicure ed una delle due erano le tasse”, sono andato a vedermi, in un rapido excursus, le “patrimoniali” applicate in Italia da vari Governi e dal 1920 sono state otto in totale. E volete sapere che cosa hanno sempre, escludendo un solo caso, colpito? Gli immobili. D’altronde se noi consideriamo che in Italia fatto 100 il patrimonio detenuto, quasi il 60% sono immobili ed un altro 15% è costituito dai saldi dei conti correnti diventa assai semplice individuare quali asset eventualmente andare a colpire e con quale sicuro ritorno. Inoltre dobbiamo considerare che : metà del gettito fiscale è già dato dalle imposte sull’immobiliare; le imposte sugli immobili frenano, meno delle altre, produttività ed investimenti; incentivano forme d’investimento alternative con tassi di remunerazione più elevati; sono più adatte al finanziamento degli Enti Locali; presentano un gettito relativamente meno volatile rispetto al ciclo economico; incidono maggiormente sulla popolazione più abbiente. E quindi cosa potrei suggerire ai miei assistiti per difendersi dell’aumento delle imposte immobiliari? Innanzitutto davanti ad un eventuale rischio di aumento di ICI, IMU e TASIo, ancor peggio, Riforma degli indici catastali, suggerirei di aumentare la componente detenuta in investimentifinanziari e fondi pensione(evitando di conferire gli immobili in società, fondazioni, trust italiani o esteri); mentre davanti al rischio di prelievo forzoso sui depositi, il mio consiglio sarebbe di optare innanzitutto per detenere solo la liquidità realmente necessaria sui conti correnti investendo, dopo un’attenta pianificazione finanziaria e con il mio aiuto, in soluzioni di risparmio gestito (Fondi comuni, Gestioni Patrimoniali e Fondi Pensione). Alla luce poi del progressivo sgretolamento del segreto bancario, non vedo alcuna utilità nel portare soldi all’estero che anzi aumenterebbe solo l’aggravio sui beni e redditi detenuti in Italia; così come non serve a mio modesto parere staccare assegni circolari che se non incassati, subirebbero comunque il prelievo; ritirare il contante comporterebbe segnalazioni con inversione dell’onere della prova e per ultimo ritengo anche costoso investire in oro per poi rivenderlo. Pertanto una delle poche certezze che abbiamo ereditato dal Covid è la crisi economica che ha fatto precipitare il mondo. E’ indispensabile mettere in sicurezza i patrimoni delle famiglie degli impatti che questa crisi può determinare sulla capacità reddituale  e patrimoniale delle persone. Il mio consiglio? Fatti aiutare a ridurreil peso degli immobili,  la liquidità che detieni sui conti correnti e ad aumentarela diversificazione di portafoglio attraverso soluzioni di risparmio gestito studiate da me ad hoc per te e la componente previdenziale.   

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Gli italiani e la liquidità : una scelta giusta?

Scritto il 25.06.2020

Gli italiani e la liquidità : una scelta giusta? Ho letto un recente articolo in cui Banca d’Italia segnala che tra febbraio ed aprile altri 54 miliardi di eurosono stati parcheggiati sui conti correnti degli Italiani per la paura del futuro facendoci comportare come se non ci fosse un futuro. Ma è veramente così? Non credo e sfido chiunque a dire che non ci sarà un domani. Allora sono andato ad esaminare quale fenomeni si stanno sviluppando davanti ai nostri occhi e di cui solo in parte ci accorgiamo o molti, se non aiutati, neanche si accorgono. Ad esempio è abbastanza semplice notare l’asimmetria che si sta generando sempre più tra le Economie avanzate dove la popolazione invecchia rapidamente ed i Paesi in via di sviluppo che  invece, al contrario,  beneficiano di maggiori ritmi di crescita della popolazione e maggiori tassi di produttività. Ed è proprio in questi Paesi ad alto tasso di crescita che si sta generando nuova ricchezza con l’affermazione di una nuova classe media che tra il 2010 ed il 2020 ha fatto registrare una forte accelerazione della spesa media per consumi, soprattutto dovuto ad un segmento di particolare interesse verso i consumi stessi, potendo godere di redditi elevati, età media intorno ai 40 anni, abituati a spendere facendo prevalentemente acquisti online. Quindi è proprio guardando le dinamiche demograficheche risulta semplice riconoscere due tematiche di investimento di lungo termine accumunate dal fatto che sono storie di crescita sorrette da fenomeni di lungo termine che aiutano l’investitore alla pazienza ed il più delle volte le storie d’investimento di successo sono storie di “capitali pazienti”. La prima tematica è legata ai  beni di lusso, settore particolarmente colpito nei mesi del lockdown, dove la chiusura forzata dei negozi ha segnato duramente i risultati del settore nel primo trimestre e soprattutto di quelle società esposte al mercato asiatico ma se  il mercato dei beni di lusso valeva nel 2019 450 miliardi di dollari è stimato crescere a 600 miliardi di dollari entro il 2024. La Cina da sola copre il 68% del mercato asiatico ed il 33% del mercato mondiale ed in Asia l’attività economica è ripartita ed il settore sta scommettendo su quella classe media che ha facilità di spesa ed in particolar modo sui millennials(nati tra il 1981 ed il 1996) e sulla generazione Z(nati tra il 1997 ed il 2012) che a breve costituiranno oltre la metà dei consumatori e le loro abitudini di acquisto online tenderanno a compensare gli acquisti in negozio. La stessa natura stessa del negozio è destinata a cambiare : da luogo di acquisto a luogo di consulenza. Nel 2018, quindi solo due anni fa, il 90% delle vendite dei beni  di lusso avveniva in negozio  mentre ora si sta verificando un passaggio verso l’acquisto online che costituirà entro pochi anni, il 25% delle vendite complessive del settore. Quindi marketing digitale, presenza  digitale sui social per andare a catturare e fidelizzare i clienti delle nuove generazioni, millennials e generazione Z, l’attenzione ai criteri di sostenibilità ambientale e sociale fanno del lusso una storia d’investimento di lungo termine che merita di essere presa in considerazione. Altro tema che mi sento di segnalare è quello della salute. E’ una dinamica che beneficia dell’asimmetria demografica che ho considerato in precedenza, sia dal lato invecchiamento popolazione, che influisce sull’aumento nella ricerca medica farmaceutica e della spesa sanitaria ed al contempo beneficia di quella popolazione giovane che caratterizza i Paesi in via di sviluppo che investe in welfare e strutture sanitarie. Anche nell’healthcare si è sentito l’impatto della pandemia ma con esiti diametralmente opposti. Oggi sugli scudi ci sono non solo quelle aziende biofarmaceutiche e biotecnologiche che sono in prima linea impegnate nella ricerca di farmaci efficaci o nella ricerca del vaccino anti-Covid ma anche coloro che introducono l’innovazione digitale nella scoperta e nell’introduzione di nuovi farmaci o nel monitoraggio dei pazienti. Quindi la tecnologia, la rivoluzione digitale anche nella salute così come nel lusso e, così, in molti altri settori, costituisce il discrimine che determinerà vincitori e vinti. In definitiva, lusso ed helthcare,  due settori, due strategie che affrancano dalla trappola del presente e dalla preferenza per la liquidità di cui mi piacerebbe, incontrandoti, approfondire come poterne cogliere i vantaggi.   

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