Emanuele Provini

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15/01/2020

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LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DEL MUTUO

Scritto il 06.08.2020

Il prenditore di fondi è chiamato, tenendo conto delle caratteristiche tecniche illustrate, a individuare fra le varie alternative confrontabili quella più adatta alle sue esigenze. Si tratta in particolare di fare valutazioni in tema di ammontare del finanziamento, garanzie richieste, flessibilità dell’operazione. Particolare rilievo è naturalmente assunto da due profili: quello di costo e quello di rischio. Sotto il profilo dei costi è evidente come l’utilizzatore punti alla minimizzazione di questo elemento. La componente di costo più caratteristica di un finanziamento è sicuramente data, come si è detto, dal tasso di interesse. Si tenga però conto che il tasso di interesse è solo una piccola parte del costo del finanziamento. Infatti, ulteriori costi che devono essere presi in esame sono quelli relativi al costo di istruttoria cioè al prezzo che la banca chiede per effettuare l’operazione e che rappresenta la remunerazione per la banca per il tempo impiegato e le risorse utilizzate per la messa a punto del finanziamento; ma anche il costo della perizia di stima da considerare quando il mutuo riguarda il finanziamento di un immobile. La banca ingaggia un perito che ha il compito di valutare l’effettivo valore del bene, vi è poi il costo relativo agli oneri accessori che può essere relativo ad esempio alla stipula di una polizza assicurativa sul bene dato in garanzia o sulla persona contraente del mutuo. Infine vi possono essere le spese notarili che fanno riferimento al pagamento degli atti per la stipulazione del contratto e per la cancellazione dell’ipoteca al momento di estinzione del mutuo. TUTTI QUESTI COSTI AGGIUNTIVI POSSONO CONDURRE A UN TASSO EFFETTIVO DIVERSO DA QUELLO NOMINALE. Tale considerazione è da tenere bene a mente, in quanto generalmente ci si sofferma sulla valutazione del tasso annuale nominale, il quale però incorpora solo il tasso di interesse che la banca ci propone, senza tener conto di tutte le spese accessorie che possono derivare dalla stipulazione di un contratto di mutuo. Al fine di considerare anche tutte queste spese è fondamentale considerare anche il TAEG, in quanto esso non solo considera il tasso di interesse ma incorpora anche l’impatto che tutti i costi relativi al notaio piuttosto che alla perizia o ai costi accessori hanno sul costo effettivo del mutuo per il cliente. La previsione di un determinato tasso di interesse riveste per il prenditore di fondi un ruolo di rilievo non solo sotto il profilo del costo, ma anche con riguardo al profilo del rischio. Questo perché la scelta fra tasso fisso e tasso variabile non è per lui senza conseguenze. La stipula del contratto a tasso fisso lo espone al rischio che le condizioni di mercato portino a un ribasso del tasso e quindi il prenditore di fondi non riuscirà a beneficiare di tale riduzione, viceversa la stipula di un tasso variabile, potrebbe esporre il soggetto finanziato a un rialzo dei tassi con un conseguente aumento della rata. Mentre il rischio legato al cambio lo si riscontra solo ed esclusivamente qualora si decida di stipulare il contratto di mutuo per un finanziamento che presenta una valuta diversa rispetto a nostra. Facendo un semplice esempio, consideriamo una coppia di giovani che voglia acquistare casa e per tale ragione necessita di un finanziamento. Il valore della casa è di 100.000 euro, il finanziamento richiesto è pari all’80% e quindi pari a 80.000 euro da rimborsare in 20 anni a tasso fisso. Inoltre, vi viene richiesto di indicare anche l’età di chi richiede il finanziamento e la tipologia di lavoro, quindi se a tempo determinato o indeterminato. Qui per comodità si è scelto un’età di un giovane che si presuppone voglia acquistare la prima casa e un lavoro a tempo indeterminato in quanto generalmente risulta difficile ottenere un finanziamento a 20-30 anni se il lavoro è a tempo determinato. Mutui online ci permette di mettere a paragone le diverse offerte delle banche che operano sul mercato dei mutui. Se dovessimo scegliere il finanziamento in base all’importo della rata sceglieremmo il finanziamento di BNL, in quanto la rata è più bassa... ma se entriamo nel dettaglio, notiamo che il TAEG di BNL è pari a 5,48% rispetto a un TAN del 5,15%, tale differenza è data dai costi relativi all’istruttoria e alla perizia. Se teniamo in considerazione tutte le spese aggiuntive che non impattano sul TAN, ma impattano sul TAEG, notiamo che la banca a concedere la linea di finanziamento più conveniente è Cariparma, la quale ha si una rata più alta sia di BNL che di INTESA SAN PAOLO, ha anche spese di istruttoria e di perizia anche più alte delle altre due condizioni, un TAN più alto che negli altri casi... ma per i primi 2 anni ci permette di pagare ad un tasso fisso del 2,50. Tale promozione impatta moltissimo sul TAEG, che rappresenta l’indicatore sintetico più importante da considerare in quanto non fa riferimento ai soli interessi che bisogna pagare alla banca ma anche di tutte le spese accessorie richieste per poter contrarre il finanziamento. Anche per la banca l’operazione di mutuo può riservare alcuni rischi. Il finanziatore deve tenere in considerazione, come il debitore, due aspetti importanti che sono quelli relativi al profilo dei costi e quella relativa al profilo di rischio In merito ai costi, certamente devono essere considerati i costi di gestione relativi alle pratiche di istruttoria e il tasso attivo che riconosce a chi a sua volta finanzia la banca al fine di finanziare il soggetto che ha richiesto il mutuo. Ciò è ovviamente il processo di trasformazione delle scadenze, la banca si finanzia sul mercato raccogliendo capitali tra i risparmiatori al fine poi di finanziare soggetti che necessitano di capitale a medio lungo termine. In merito al profilo di rischio, i due principali rischi da tenere in considerazione sono quelli di interesse e di credito. In merito al tasso di interesse si presenta la situazione contraria a quella esposta per il prenditore dei fondi, e cioè, a seconda che il mutuo sia concesso a tasso variabile o a tasso fisso, la banca dovrà far fronte a dei rischi di variazione dei tassi di mercato che la porteranno a incassare meno interesse qualora si sia in presenza di tasso variabile e i tassi di mercati sono in calo e a subire un costo opportunità qualora si sia in presenza di tasso fisso e i tassi di mercato aumentano. Con riferimento al rischio di credito, la banca deve valutare in modo adeguato il merito creditizio del cliente, al fine di definire in modo adeguato il livello di tasso da applicare e l’ammontare di accantonamenti da effettuare per far fronte alle possibili perdite derivanti da un’insolvenza del soggetto finanziato. Al fine di ridurre la propria esposizione a tale rischio di credito la banca può richiedere delle garanzie al cliente che possono essere di tipo personale, quando un garante affianca il finanziato ovvero di tipo reale se si ha invece una garanzia data dal valore del bene stesso. Generalmente comunque, i mutui richiesti per l’acquisto di un immobile sono mutui di tipo ipotecario e cioè la banca richiede come garanzia l’immobile stesso per cui si sta erogando il finanziamento. Il livello di rischio di credito che la banca si assume viene misurato nella fase ex ante l’eroga- zione del mutuo, la cosiddetta fase istruttoria, la fase in cui la banca ha la necessità di raccoglie- re tutte le informazioni sul cliente, da quelle anagrafiche a quelle di tipo mandamentale, cioè quelle relative ai rapporti che il cliente ha con la banca e con gli altri istituti di credito. Infatti solo se il cliente risulta avere buoni rapporti con il sistema bancario e avere una condizione pregressa positiva in merito a prestiti passati, riuscirà ad accedere al finanziamento. Lo spazio economico di utilizzo del mutuo Abbiamo visto che l’operazione di mutuo può essere composta con caratteristiche molto diverse. È evidente come all’interno di tale soluzione il soggetto finanziato dovrà ricercare la combinazione che egli ritiene soddisfare al meglio le esigenze. Con riferimento ai tassi di interesse, se è vero che il tasso variabile permette di beneficiare di un andamento favorevole dei tassi, è anche vero che una variazione dei tassi in aumento potrebbe portare a una crescita troppo onerosa della rata, e mettere quindi a rischio il rimborso del capitale, ciò deve essere tenuto in considerazione soprattutto da quei soggetti che hanno entrate costanti nel tempo e potrebbero preferire una rata costante e sicura così da programmare le proprie spese. Con riguardo al profilo della durata si deve infatti tenere conto che maggiore risulta essere il periodo di ammortamento tanto più elevato sarà il carico degli interessi da pagare. Sul fronte opposto, occorre considerare che una durata molto contenuta richiede il pagamento di rate più elevate e quindi un’adeguata capacità finanziaria di servizio del debito da parte del prenditore. È quindi evidente come la scelta da parte del soggetto finanziato della durata del mutuo richieda una preventiva verifica delle proprie capacità di rimborso, al fine di ottenere dall’istituto di credito la soluzione più adeguata alle proprie esigenze. Nel caso delle imprese, occorre precisare che il ventaglio dell’offerta è spesso articolato e si tratta quindi di effettuare confronti con soluzioni di finanziamento alternative. Tra queste vi è ad esempio il leasing. Infine, come si è anticipato quando si è parlato dei rischi che la banca si assume, chi richiede un mutuo deve dimostrare alla banca di essere in grado di poter restituire la somma ottenuta in prestito. Oltre ai requisiti legali minimi di cittadinanza ed età la banca valuta quindi tramite la cosiddetta istruttoria il richiedente, la sua capacità di credito e il bene immobile su cui si iscriverà l’ipoteca. Come criterio indicativo, per le banche la rata mensile non dovrebbe essere superiore ad un terzo del reddito familiare netto mensile del richiedente, ma la valutazione può cambiare a seconda del reddito e della banca. I dati e le richieste contenuti nella domanda consentono alla banca di esprimere un primo parere di fattibilità sull’operazione di mutuo. La concedibilità o meno (fattibilità dell’operazione) della somma richiesta dipende in generale dal concorso di più elementi. Essi sono: il reddito netto del richiedente e dei suoi familiari (nucleo familiare) desunto dalla dichiarazione dei redditi; il valore dell’immobile oggetto del finanziamento; la presenza di garanzie supplementari prestate da terzi (fideiussione, pegno). Dall’esame dei dati sopra elencati la banca è in grado di esprimere un proprio parere di fattibilità che, se positivo, dà l’avvio alla fase successiva consistente nella richiesta della documentazione. Uno dei principali elementi utilizzati dalla banca per determinare l’importo del mutuo è il cosiddetto rapporto rata/reddito: la rata del mutuo, calcolata ai valori del momento, non dovrebbe indicativamente superare il 30-35 % del reddito netto mensile complessivo dei richiedenti.    

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GLI ASPETTI TECNICI DEL MUTUO II° parte

Scritto il 29.07.2020

  In merito agli aspetti tecnici del mutuo, si possono evidenziare 4 aspetti molto importanti che sono stati introdotti o rinnovati dalla legge n. 40 del 2 aprile 2007. Essi sono: l’estinzione anticipata del mutuo; la portabilità; la rinegoziazione; il pre-finanziamento. In merito all’estinzione anticipata del mutuo, il cliente può rimborsare il finanziamento ricevuto prima della scadenza contrattuale, in misura sia totale che parziale (estinzione anticipata). Per i contratti di mutuo stipulati a decorrere dal 2 febbraio 2007, per l’estinzione anticipata il debitore non deve più pagare penali, cioè non deve più pagare una somma di denaro aggiuntiva rispetto al capitale che si intende restituire. Inoltre, esiste il divieto di inserire nel contratto di mutuo clausole che pongono a carico del debitore una qualsiasi prestazione a favore della banca, e, qualora previste, tali clausole devono sempre considerarsi nulle. Per i mutui sottoscritti prima del 2 febbraio 2007, e quindi in essere a tale data, le penali di estinzione già previste contrattualmente sono ridotte; la misura della riduzione è stabilita da un accordo tra l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) e le organizzazioni dei consumatori, siglato il 2 maggio 2007. Con riferimento alla portabilità, l’articolo 1202 del codice civile definisce la surrogazione come la possibilità del debitore di sostituire il creditore iniziale (ad esempio il mutuante), senza necessità di consenso di quest’ultimo, previo il pagamento del debito. Con riferimento ai mutui bancari, la surrogazione realizza la cosiddetta portabilità del mutuo, ossia permette al debitore di sostituire la banca che ha erogato inizialmente il mutuo con una nuova banca, che ad esempio propone condizioni migliori, mantenendo viva l’ipoteca originariamente costituita. Nel caso in cui si decida di trasferire il mutuo ad altro intermediario non è quindi più necessaria la cancellazione della vecchia garanzia e l’attivazione di una nuova, con riduzione di formalità e soprattutto di costi notarili. La banca che subentra provvederà a pagare il debito che residua e si sostituirà a quella precedente. Il debitore rimborserà il mutuo alle nuove condizioni concordate. Le recenti disposizioni normative rendono il ricorso a tale facoltà più agevole. É infatti prevista la nullità delle clausole contrattuali che ne impediscono ovvero ne rendono oneroso l’esercizio per il cliente. Il termine rinegoziazione è usualmente utilizzato con riferimento a quell’operazione mediante la quale le parti ridiscutono il contenuto dei patti cui si sono vincolati in precedenza. Realizzare questo tipo di attività quando si ha quale controparte contrattuale una banca non è un’eventualità irrealizzabile ed impossibile, bensì una concreta opportunità che può essere agevolmente sfruttata dalla parte che ne ha maggiore interesse. L’equilibrio, infatti, che si è raggiunto stipulando un contratto di mutuo in un determinato tempo e con determinati requisiti può essere modificato in ambito economico-finanziario dalle continue modificazioni delle condizioni di mercato che essendo, appunto, variabili, possono sbilanciare gli interessi e le utilità che ciascuna parte ha inteso preservare. La rinegoziazione del mutuo, tuttavia, non è stata disciplinata dalla legge del 2 aprile 2007 n. 40, bensì dalla legge Finanziaria del 2008 la quale fa salva la possibilità del creditore e del debitore di pattuire la variazione, senza spese, delle condizioni del contratto di mutuo in essere, mediante scrittura privata anche non autenticata. Ciò significa che non è necessario l’intervento di un notaio per l’autenticità alla mutazione delle condizioni contrattuali, ma è sufficiente l’incontro della volontà della banca e di quella del mutuatario espresso in un documento che deve essere sottoscritto da entrambi. Inoltre la stessa precisa che la rinegoziazione del mutuo deve avvenire senza spese per il mutuatario e senza privare quest’ultimo delle eventuali agevolazioni fiscali. Nella prassi può accadere che il contratto di mutuo, contratto che regolamenta le modalità di rimborso ma anche quelle di erogazione del prestito, preveda l’erogazione differita del mutuo. Il mutuo quindi verrà erogato non contestualmente ma solo dopo che sarà decorso il tempo necessario - undici giorni – affinché l’ipoteca sia definitivamente consolidata. Questa modalità di erogazione può portare a problemi per il mutuatario, soprattutto nell’ipotesi in cui questi debba impiegare la somma di denaro erogata dalla banca proprio per acquistare l’immobile sul quale deve essere iscritta l’ipoteca. Tuttavia, nella prassi può accadere che la banca conceda al cliente il prefinanziamento. Esso è in pratica una specie di scoperto in conto corrente bancario. Ciò consente al mutuatario di avere a disposizione la somma richiesta immediatamente, così da poter effettuare l’investimento subito. Il prefinanziamento andrà quindi a coprire il periodo che va dalla firma del con- tratto di mutuo fino all’effettiva erogazione dello stesso, momento in cui il prefinanziamento verrà estinto. Naturalmente l’istituto di credito non concede detto strumento finanziario gratuitamente, sulla somma anticipata mediante prefinanziamento dovranno essere pagati gli interessi passivi, che in genere sono di poco superiori a quelli convenuti per il mutuo. Di fatto il costo del prefinanziamento, pur con un tasso d’interesse maggiore, comporta per il mutuatario l’esborso di una somma più contenuta rispetto alla normale rata del mutuo, questo perché dovrà rimborsare solo gli interessi e non anche una quota di capitale (come invece accade nella rata di rimborso del mutuo) e perciò il costo del prefinanziamento non andrà a influire negativamente nei conti economici del mutuatario.    

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Gli aspetti tecnici del mutuo

Scritto il 23.07.2020

Il piano di ammortamento Come qualsiasi finanziamento, anche per il mutuo è previsto un piano di ammortamento, il quale non deve essere confuso con l’ammortamento dei beni durevoli. Se nel caso dei beni si fa riferimento al valore del bene spalmato su tutta la sua vita economica utile, nel caso del mutuo si parla di piano di ammortamento quando si fa riferimento al piano di restituzione del capitale. Generalmente, è lasciata libertà ai debitori su come effettuare il rimborso del finanziamento ottenuto dalla banca. I debitori possono decidere la durata, la periodicità delle rate pagate e la forma delle rate, cioè se rate costanti o decrescenti nel tempo. Quest’ultimo aspetto dipende proprio dal tipo di piano di ammortamento per cui si opta. Nel caso di rate decrescenti, si è in presenza di un ammortamento italiano. Ciò significa che decidiamo di pagare rate via via più basse e ciò è reso possibile dalla modalità di costruzione della rata. Per rendere la rata decrescente si opta per una quota capitale costante, cioè fissa nel tempo e poi si hanno invece interessi decrescenti, in quanto come già detto gli interessi vengono calcolati sul livello di capitale residuo che per definizione decresce nel tempo. Altra possibilità di scelta è rappresentata dall’ammortamento alla francese, in cui invece la rata rimane costante nel tempo. Per far ciò quindi a variare sono sia le quote capitale che le quote interessi. Infatti definito il livello della rata, questa si comporrà in parte da interessi e in parte da capitale. Per definizione, inizialmente il debitore pagherà più interessi rispetto al capitale in quanto il capitale residuo all’inizio è molto elevato. Solo successivamente, quando il capitale residuo si sarà ridotto abbastanza si inizierà una quota di capitale più alta e una quota interessi più contenuta. Un esempio permetterà di chiarire meglio le idee. In questo caso, il cliente ha stipulato un contratto di mutuo di importo pari a 50.000 euro, da rimborsare in 10 rate semestrali, con un tasso semestrale del 3%. Come detto in precedenza, nell’ammortamento italiano ciò che resta costante è la quota capitale da rimborsare. Pertanto per calcolare la quota capitale basta dividere il capitale richiesto per il numero di rate in cui deve essere rimborsato. Si ottiene così facilmente la quota capitale pari a 5.000 euro. Pertanto è facile anche calcolare l’andamento del capitale residuo. Ogni semestre il capitale residuo si ridurrà di 5.000 euro fino ad essere totalmente estinto. La quota interessi al tempo t viene calcolata sul capitale residuo al tempo t-1. Pertanto  alla scadenza del primo semestre, l’interesse del 3 per cento sarà calcolato sul capitale inizialmente ottenuto, pari cioè a 50.000 euro. Cosi facendo la quota interesse della prima rata sarà pari a 1.500 euro, per una rata complessiva data dalla somma tra quota capitale e quota interessi pari a 6.500 euro. Si proseguirà così per tutti i semestri successivi fino all’estinzione totale del mutuo. Si può dunque notare come la prima rata di 6.500 euro sia più elevata dell’ultima rata pari a 5.150 euro, ciò proprio perché nell’ultima rata, la quota capitale è rimasta pari a 5.000 euro, mentre la quota interessi è stata calcolata sul capitale residuo al 9 semestre pari a 5.000 euro, dunque il 3 per cento di 5.000 euro è ovviamente pari a 150 euro. Passando ora a vedere invece l’esempio dell’ammortamento francese, che è anche quello più consueto e utilizzato nella realtà italiana, anche in questo caso il debitore ha contratto un mutuo per 50.000 euro rimborsabile in 10 rate semestrali e anche in questo caso il tasso di interesse è pari al 3% semestrale. Come anticipato in precedenza, caratteristica basilare di tale piano di ammortamento è quella relativa alla costanza della rata. Per fare ciò dunque a variare saranno sia la quota interessi che la quota capitale. Per calcolare la rata si applica una forma matematica che vedremo tra poco. Comunque, dall’esempio si nota come la prima quota interessi è pari a 1.500 euro, mentre la quota capitale è pari a 4.361,53, così da formare una rata pari a 5.861,53 che sarà mantenuta costante nel tempo. Via via che passerà il tempo e il capitale residuo su cui sono calcolati gli interessi si riduce, anche la quota interessi si ridurrà, lasciando maggior spazio alla quota capitale. Da notare è che due mutui, che presentano caratteristiche identiche in termini di ammontare iniziale, tasso di interesse e periodo di ammortamento, presentano due rate profondamente diverse. Nel piano italiano, la prima rata ammonta a ben 6.500 euro, mentre in questo secondo caso abbiamo come prima rata 5.861,53. Ciò è da tenere in considerazione in quanto generalmente chi richiede un finanziamento, all’inizio della restituzione non ha elevate disponibilità, pertanto potrebbe essere preferibile un piano alla francese così da mantenere fisse le uscite anziché un piano all’italiana dove sì le rate sono decrescenti, ma all’inizio sono più elevate. Come si è potuto vedere dai due esempi appena illustrati, ciò che contraddistingue fondamentalmente il piano di ammortamento alla francese da quello all’italiana è la tipologia di rata pagata. Con riferimento al calcolo della rata del mutuo secondo il piano alla francese, la formula della rata vede coinvolti tre diversi parametri, il tasso di interesse, il capitale totale preso a prestito e il periodo di rimborso. Il calcolo non prevede una semplice moltiplicazione della quota capitale per il tasso di interesse, bensì, affinché la rata possa rimanere costante, è necessario calcolare una quota interessi e una quota capitale che si compensino tra di essi. Pertanto il capitale preso a prestito viene moltiplicato per una componente che vede impegnato il tasso di interesse sia al numeratore che al denominatore i quali sono elevati al numero di periodi in cui il finanziamento è ripartito. Invece, per il calcolo della rata del piano italiano, la formula della rata è molto più semplice, in quanto la quota capitale è data semplicemente dal capitale totale diviso il numero delle rate, e la quota interessi che sarà invece decrescente, è data dal prodotto tra il debito residuo, che decresce di volta in volta per effetto del pagamento della quota capitale, e il tasso di interesse applicato al mutuo. La somma della quota capitale e della quota interessi permette di conoscere la rata del finanziamento. Anche il debito estinto e di conseguenza il debito residuo, cresce e decresce in modo costante, in quanto la quota capitale pagata rimane costante nel tempo.

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Le variabili che definiscono il mutuo

Scritto il 16.07.2020

Il contratto di mutuo presenta diverse variabili che sono fondamentali al fine di capirne a pieno le caratteristiche. Innanzitutto, la rata rappresenta l’ammontare che deve essere pagato periodicamente al fine di rimborsare il debito contratto. Essa si compone di una quota capitale e di una quota interessi. La somma delle quote capitali permettono di definire l’ammontare totale del debito, mentre la quota interessi è data dal prodotto tra il debito residuo del periodo appena precedente a quello considerato e il tasso di interesse applicato al finanziamento. Altri due elementi che possono essere utili per capire come sta procedendo il rimborso del proprio finanziamento sono il debito estinto e il debito residuo. In merito al debito estinto, come dice la parola stessa, esso rappresenta quanto debito via via stiamo pagando ed è dato dal debito estinto nel periodo precedente cioè t-1 meno la quota capitale pagata, pertanto come è evidente, non deve essere sottratta l’intera rata in quanto in essa oltre alla quota capitale vi è anche la quota interessi, la quale rappresenta semplicemente la remunerazione per la banca che ci ha finanziato. Infine, il debito residuo è dato dal capitale iniziale meno il debito estinto all’epoca che stiamo considerando. Anche tale elemento è importante in quanto ci consente di definire, via via, qual è la quota interessi del periodo che stiamo considerando. Tutti questi elementi sono alla base del piano di ammortamento, che approfondiremo in un’al- tra lezione. Pertanto al fine di comprendere come sta procedendo il pagamento del nostro finanziamento, o ancor prima, al fine di comprendere bene la struttura del contratto di mutuo che stiamo per sottoscrivere è bene comprendere nel dettaglio tutte queste voci.  

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Il Mutuo

Scritto il 10.07.2020

  Il mutuo è definito dall’articolo 1813 del codice civile come il contratto col quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità. Si tratta di una definizione piuttosto ampia che è stata definita meglio dalla prassi bancaria. In generale, con il termine mutuo si intende un contratto di finanziamento a medio lungo termine di carattere monetario in cui è previsto che il rimborso del prestito non avvenga in un’unica soluzione, al termine del periodo concordato, ma gradualmente nel tempo mediante un rimborso a rate. Il finanziamento può essere in euro o in altra valuta e di solito è erogato in unica soluzione. Si tratta di un’operazione destinata a soddisfare il fabbisogno finanziario di medio lungo termine che i prenditori di fondi possono manifestare in particolari periodi del ciclo di vita e/o in corrispondenza dell’effettuazione di determinati investimenti. Infatti, il mutuo è un contratto di finanziamento di carattere monetario che può essere contratto per soddisfare diverse esigenze, tra le quali quella di acquistare, costruire o ristrutturare un immobile, che può essere ad esempio l’acquisto della casa da parte di una famiglia, oppure può essere richiesto al fine di finanziare la realizzazione di uno specifico progetto come ad esempio la costruzione di un impianto, o ancora per coprire un fabbisogno aziendale di medio termine. A tal proposito, generalmente, l’orizzonte temporale è piuttosto lungo, e si aggira attorno ai 10-15-20 anni, fino ad arrivare a 30 anni per i mutui di tipo ipotecario. Occorre poi sottolineare come il mutuo si presuma a titolo oneroso, quindi l’eventuale assenza di interessi (titolo gratuito) deve essere esplicitata all’interno del contratto. Il costo è solitamente individuato da un tasso di interesse espresso in percentuale in modo tale da renderlo direttamente proporzionale al tempo e al capitale. L’erogazione avviene, in genere, in un’unica soluzione, cioè il finanziatore eroga immediatamente al finanziato l’intera somma pattuita. Altro elemento importante in questo contratto è la richiesta di garanzie, le quali possono essere di tipo reale o personale. Quando a garanzia del mutuo è dato il bene, il finanziatore potrà ricorrere a un perito esterno per effettuare la verifica del valore del bene stesso. Solitamente, al fine di tutelarsi da possibili errori di stima, il mutuo viene concesso non per l’intero valore attribuito al bene, ma per circa il 75/80% dell’importo riconosciuto. Uno dei principali profili sui quali è possibile intervenire per caratterizzare un’operazione di mutuo e renderla maggiormente attenta alle esigenze del privato o dell’impresa è quello legato al piano di rimborso. Di solito il modo più consueto di rimborso è il pagamento di rate periodiche Tipicamente, l’intermediario concede un finanziamento che non supera l’80% del valore dell’immobile, valore stabilito in base alla perizia effettuata da un esperto.   Il tasso di interesse Come detto in precedenza, il mutuo è un contratto che generalmente prevede il pagamento di un tasso di interesse. Il tasso di interesse applicato al mutuo può essere di diverse tipologie. Il tasso è fisso quando il tasso di interesse resta quello fissato dal contratto per tutta la durata del mutuo. Solitamente si prende in considerazione quale base di partenza il tasso IRS al quale la banca aggiunge uno spread, cioè un differenziale. Lo svantaggio è non poter sfruttare eventuali riduzioni dei tassi di mercato che potrebbero verificarsi nel tempo. Il tasso fisso è consigliato a chi teme che i tassi di mercato possano crescere e fin dal momento della firma del contratto vuole essere certo degli importi delle singole rate e dell’ammontare complessivo del debito da restituire. A fronte di questo vantaggio l’intermediario spesso applica condizioni più onerose rispetto al mutuo a tasso variabile. Infatti, generalmente, il tasso di partenza è più alto nel tasso fisso rispetto a quello variabile, proprio perché comunque rimarrà lo stesso tasso di interesse per i prossimi 20 o 30 anni e la banca deve cercare di tutelarsi e prevedere l’andamento del tasso nel corso dell’orizzonte temporale preso a riferimento. Il tasso è definibile variabile quando può variare a scadenze prestabilite rispetto al tasso di partenza, seguendo le oscillazioni di un parametro di riferimento, di solito un tasso di mercato o di politica monetaria. Il rischio principale è un aumento insostenibile del tasso e dell’importo delle rate di conseguenza. A parità di durata, i tassi variabili all’inizio sono più bassi di quelli fissi, ma possono aumentare nel tempo facendo così aumentare l’importo delle rate, anche in misura consistente. Tuttavia, tale forma di tasso può essere indicata da quei soggetti che non temono le oscillazioni di tasso e dunque che non temono il variare della rata, in quanto preferiscono godere dei periodi di decrescita del tasso che conduce al pagamento di una quota interessi più contenuta. Il tasso di interesse può passare da fisso a variabile (o viceversa) a scadenze fisse e/o a determinate condizioni indicate nel contratto. Vantaggi e svantaggi sono alternativamente quelli del tasso fisso o del tasso variabile. È questo il tasso misto. In pratica, il cliente della banca ha la possibilità in determinati periodi di trasformare il proprio tasso di interesse da fisso a variabile o viceversa a seconda della condizione iniziale a cui si è stipulato il mutuo. Così facendo, il cliente si riserva la possibilità di modificare il proprio mutuo senza spese aggiuntive o senza dover rinegoziarlo. Ovviamente tale opzione solitamente comporta un costo leggermente maggiore rispetto ai classici mutui a tasso fisso e a tasso variabile. Inoltre bisogna tener presente che il passaggio da un tasso all’altro non è libero da qualsiasi cosa, ma deve sottostare a dei vincoli generalmente di natura temporale. Infine, Il mutuo a tasso variabile con CAP, definito anche Tetto Massimo è semplicemente un mutuo a tasso variabile, con una soglia prefissata contrattualmente oltre la quale il tasso di interesse applicato al mutuo (il TAN) non può oltrepassare. In sostanza, dato il Tetto Massimo imposto al Tasso Annuo Nominale, l’importo della rata del mutuo, pur legato agli andamenti dei mercati finanziari, non può superare un determinato valore. Di fatto, in situazioni macroeconomiche in cui i tassi di riferimento (l’Euribor) scendono, il mutuatario gode di una riduzione dell’importo mensile della rata, mentre in periodi caratterizzati ad esempio da alta inflazione, con i tassi di interesse in salita, il mutuatario gode di una protezione: oltre un determinato valore imposto dal contratto la rata del mutuo non potrà salire. Chiaramente, il Tetto Massimo è possibile visto che la banca acquista una vera e propria assicurazione (si tratta di un derivato sui tassi associati ai mutui) con cui si protegge dalle fluttuazioni dei tassi, il cui costo è di fatto ribaltato sullo spread applicato al mutuo. I mutui a tasso variabile con CAP hanno infatti uno spread maggiore rispetto ai mutui a tasso variabile puri, in quanto ricomprendono il costo dell’assicurazione.  

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IL FABBISOGNO DI INVESTIMENTO E I CRITERI DI SCELTA

Scritto il 02.07.2020

    I prenditori di fondi sono coloro che necessitano di capitale esterno per poter soddisfare le proprie esigenze in quanto non sono in grado di farlo esclusivamente con capitale proprio. In genere i soggetti prenditori di fondi, detti anche soggetti in deficit, sono rappresentati da imprese e enti pubblici. Talvolta però anche le famiglie per poter acquistare beni durevoli necessitano di ricorrere a fonti di finanziamento esterne (basti pensare al mutuo per l’acquisto della casa). Per semplicità, parleremo di bisogno finanziario da parte delle imprese. I prenditori di fondi hanno bisogno di finanziamenti per acquistare beni e servizi al fine di perseguire il proprio obiettivo imprenditoriale. Essi possono utilizzare il capitale proprio, ma nel momento in cui questo non è sufficiente a soddisfare le proprie esigenze, allora è necessario fare ricorso a linee di finanziamento alternative, tra le quali si posizionano le linee di finanzia- mento provenienti dagli intermediari finanziari. Solitamente, l’esigenza di capitale presenta orizzonti temporali di utilizzo e importi non sempre ben definibili anticipatamente. Al fine di raggiungere adeguati risultati aziendali, l’impresa deve predisporre un business plan in cui definire gli obiettivi, gli orizzonti temporali e le linee di finanziamento necessarie per raggiungerli. All’interno di tale piano deve poi essere strutturato il prospetto di restituzione del finanziamento, individuando anche i flussi di cassa in entrata che consentono il pagamento delle rate del mutuo. Ovviamente il capitale preso a prestito non è gratuito, ma presenta un costo, rappresentato principalmente dal tasso d’interesse che deve essere corrisposto alla banca. il tasso dipende principalmente dalla durata del rimborso del debito e dal livello di rischio che l’intermediario attribuisce all’operazione. Prendendo in considerazione il ciclo economico delle aziende, infatti, esse prima investono i propri capitali nella propria attività lavorativa al fine di produrre il proprio prodotto finito, il quale viene venduto sul mercato e solo dopo avverrà l’incasso del prezzo. Inoltre, è possibile che le aziende si trovino a dover pagare i propri fornitori ancor prima di aver incassato il prezzo dalla vendita del prodotto. Per far fronte a tali esigenze, l’imprenditore ha a disposizione diversi strumenti finanziari che gli consentono di smobilizzare in via anticipata i propri crediti. Basti pensare al factoring, allo sconto delle fatture, strumenti che permettono di soddisfare il fabbisogno finanziario di breve periodo. Allo stesso modo, esistono numerosi strumenti finanziari che gli permettono di ottenere capitali per poter effettuare investimenti anche di importi ingenti e con orizzonte temporale di medio lungo termine. Si pensi al mutuo piuttosto che al leasing.

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LE OBBLIGAZIONI SOCIETARIE

Scritto il 26.06.2020

Le obbligazioni societarie (o corporate bond) sono strumenti finanziari rappresentativi di un contratto mediante il quale una parte (l’impresa) promette alla controparte (l’investitore), in cambio della somma riscossa all’atto del collocamento, di pagare flussi cedolari a date predefinite e di rimborsare il valore nominale dei titoli alla scadenza, generalmente medio-lunga. Per l’impresa che emette l’obbligazione, quindi, quest’ultima rappresenta uno strumento finanzia- rio utilizzato per la raccolta di capitali, da rimborsare nel medio-lungo termine. Per l’investitore, invece, l’obbligazione rappresenta uno strumento di investimento che viene acquistato per realizzare un rendimento. In Italia tutte le società per azioni e le società in accomandita per azioni possono ricorrere al prestito obbligazionario come forma di finanziamento a medio-lungo termine. Recentemente, tale possibilità è stata estesa anche alle società a responsabilità limitata, se pur con alcuni vincoli relativi all’emissione. Ai fini dell’emissione di obbligazioni da parte della società, la legge italiana richiede all’impresa emittente una delibera di emissione del prestito obbligazionario e un verbale redatto da un notaio (da cui deve risultare la delibera di emissione). L’art. 2411 c. c. sancisce il diritto degli obbligazionisti al rimborso del capitale prestato e all’incasso degli interessi maturati. L’art. 2412 del c.c., invece, stabilisce il contenuto delle obbligazioni. Ai sensi di questo articolo, i titoli obbligazionari devono necessariamente indicare: la denominazione, l’oggetto e la sede della società emittente l’obbligazione, con l’indicazione dell’ufficio del registro delle imprese presso il quale la società è iscritta; il capitale sociale e le riserve esistenti al momento dell’emissione; la data della deliberazione di emissione e della sua iscrizione nel registro; l’ammontare complessivo dell’emissione, il valore nominale di ciascun titolo, i diritti con essi attribuiti, il rendimento o i criteri per la sua determinazione e il modo di pagamento e di rimborso, l’eventuale subordinazione dei diritti degli obbligazionisti a quelli di altri creditori della società; le eventuali garanzie da cui sono assistiti; la data di rimborso del prestito e gli estremi dell’eventuale prospetto informativo. Le obbligazioni sono caratterizzate da tre elementi distintivi: la durata, la modalità di rimborso del capitale e gli interessi finanziari. Per quanto riguarda la durata, essa viene definita nel regolamento di emissione, che individua il termine entro il quale verrà restituito il capitale e termineranno tutti gli impegni assunti dall’emittente (quali, per esempio, il pagamento degli interessi). La durata delle obbligazioni societarie è generalmente di 3, 5, 7 o 10 anni. Solo le imprese operanti nei settori più sicuri sono in grado di emettere con successo anche obbligazioni con scadenze più elevate, ad esempio, a 15 o 20 anni. Oltre tale durata, le emissioni societarie sono molto rare. Per quanto riguarda la modalità di rimborso del capitale, essa può essere effettuata dall’emittente in una o più soluzioni, entro il termine della durata del prestito, e può avvenire secondo tre principali modalità: in un’unica soluzione, alla scadenza del prestito (si parla in questo caso di prestito obbligazionario bullet); attraverso un piano di ammortamento (amortizing): in questo caso, il capitale viene restituito dall’emittente gradualmente in più soluzioni, tipicamente con frequenza annuale, insieme allo stacco della cedola, nel corso della durata del prestito; per estrazione (lottery): in questo caso, un numero predefinito di titoli da rimborsare anticipatamente e integralmente viene estratto a sorte in date prefissate; all’esercizio del diritto di una delle due controparti: si parla in questo caso di prestito obbligazionario callable,extendableo putable. Un’obbligazione callablegarantisce all’emittente il diritto di rimborsare anticipatamente il prestito a un prezzo predeterminato. Al contrario, un prestito obbligazionario putableconsente ai sottoscrittori la possibilità di essere rimborsati anticipatamente, a un prezzo prefissato. Infine, un prestito obbligazionario extendableconsente all’emittente la possibilità di procrastinare la scadenza, oltre la sua durata naturale, ad una nuova scadenza predefinita. In questo caso, il rimborso può avvenire al valore nominale o ad un prezzo più elevato prefissato rispetto a quello individuato per la scadenza naturale. Per quanto riguarda invece gli interessi finanziari pagati sul capitale ricevuto, che possono essere remunerati sotto forma di cedole periodiche o implicitamente nella differenza tra prezzo di emissione e prezzo di rimborso delle obbligazioni, distinguiamo tra titoli: a tasso fisso: può trattarsi di obbligazioni senza cedola o con cedola periodica, di importo costante oppure prefissato; a tasso variabile: sono obbligazioni in cui esiste almeno un elemento di variabilità nella determinazione del valore del capitale di rimborso (si parla in questo caso di indicizzazione sul capitale), del livello delle cedole (si parla in questo caso di indicizzazione sulle cedole) o di entrambi. L’indicizzazione delle cedole e/o del capitale può essere effettuata rispetto a diversi parametri, quali un indice di variazione dei prezzi di un paniere o di uno o più beni o servizi (indicizzazione reale), un indice del mercato dei capitali (indicizzazione finanziaria), un rapporto di cambio tra la moneta interna e la moneta o le monete di un paniere (indicizzazione valutaria), un indice di bilancio (indicizzazione all’andamento aziendale) o sulla base della somma o l’unione di due o più parametri sopra indicati (indicizzazione mista). Le obbligazioni possono inoltre essere distinte a seconda della valuta di riferimento nella quale avvengono i pagamenti del capitale e degli interessi. A questo scopo è possibile identificare: obbligazioni domestiche: sono bond emessi in un mercato di residenza dell’emittente e de- nominati nella valuta in corso legale nello stato dell’emittente; obbligazioni estere: si tratta di titoli emessi in un mercato diverso da quello di residenza dell’emittente e denominati nella valuta in corso legale nel mercato estero; euro-obbligazioni: sono bond emessi in un mercato da soggetti non residenti nel Paese del mercato di emissione in una valuta diversa da quella in corso legale in quel Paese. Le obbligazioni societarie possono prevedere o meno la presenza di garanzie. Se un’obbligazione è assistita da garanzie, essa viene definita garantita(o, analogamente, secured ocovered), in contrapposizione ai titoli non garantiti, detti unsecured. In caso di obbligazione garantita, la garanzia può essere costituita, ad esempio, da una garanzia reale, come un’ipoteca o un pegno su di un bene. I principali rischi a cui è esposto l’investitore che investe in obbligazioni societarie sono: il rischio emittente, il rischio di cambio (qualora i titoli siano espressi in valuta estera), il rischio di liquidità, il rischio monetario (poiché la maggioranza dei corporate bond, tradizionalmente, non sono indicizzati rispetto all’inflazione), il rischio di interesse e il rischio di reinvestimento (per i soli titoli che pagano cedole). La rilevanza del rischio emittente nella determinazione delle perdite e dei guadagni economici connessi all’investimento in corporate bondrende fondamentale la disponibilità di giudizi sul merito creditizio degli emittenti. Il rischio emittente è sintetizzato nel giudizio di rating offerto dalle agenzie specializzate. Il rating è «una valutazione sulla capacità di adempimento preciso e puntuale di un emittente o di una singola emissione, espressa in maniera sintetica attraverso un scala di valori, accompagnata da un’analisi che ne spiega le motivazioni». In altre parole, le società di rating esprimono giudizi in modo professionale sulla capacità dell’emittente di onorare le proprie obbligazioni: questa attività di analisi si fonda su indagini di tipo sia qualitativo che quantitativo. Il rating può essere emesso relativamente a un emittente o ad una emissione. Il primo fornisce una valutazione globale della solvibilità del soggetto emittente, mentre il secondo valuta la probabilità che il capitale e gli interessi di una specifica emissione vengano pagati puntualmente. A livello internazionale, le principali società di rating sono Standard & Poor’s (S&P’s), Moody’s e Fitch, le cui scale di rating sono rappresentate comparativamente in Figura 7.   Sulla base del grado di solvibilità dell’emissione, le obbligazioni si possono suddividere, rispettivamente con rischiosità crescente, in investment gradee speculative grade(quest’ultime dette anche junk bondso high hield). Poiché il rischio emittente varia nel tempo, le agenzie di rating monitorano costantemente questo livello di rischio, comunicando al mercato il miglioramento o il peggioramento del rating assegnato. Il miglioramento del rating è definito upgrade, mentre il peggioramento del rating è definito downgrade.  

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I CCT e BTP

Scritto il 18.06.2020

I Certificati di Credito del Tesoro (CCT) sono titoli con taglio minimo di 1.000 euro o un multiplo di tale cifra. Si tratta di strumenti dematerializzati a medio-lungo termine, che circolano al portatore: i CCT attualmente in circolazione hanno una durata di 7 anni.   Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Figura 1.     I CCT vengono negoziati sul MOT per quantitativi limitati e sull’MTS per scambi di importo rilevante.   Dal 2010 è stata lanciata sul mercato una nuova classe di CCT: i CCTeu, ovvero i Certificati di Credito del Tesoro indicizzati all’Euribor. Essi hanno una durata di 5 o 7 anni e condividono quasi tutte le caratteristiche coi CCT tradizionali. Ciò che contraddistingue i CCTeu rispetto ai tradizionali è l’indicizzazione, che riguarda solo le cedole e viene effettuata rispetto al tasso Euribor a 6 mesi (rilevato il secondo giorno lavorativo antecedente il primo giorno di matura- zione della cedola). È inoltre previsto uno spread fisso che va ad incrementare il tasso Euribor a 6 mesi.   I BTP I Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) sono strumenti a medio-lungo termine, dematerializzati ed emessi al portatore. Il taglio minimo è, ancora una volta, di 1.000 euro o un suo multiplo. I BTP sono ad oggi collocati con le seguenti durate: 3, 5, 7, 10, 15 e 30 anni. Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Figura 2.     I BTP sono negoziati sul MOT e sull’MTS ma, in questo secondo mercato, solo per operazioni non inferiori a 2,5 milioni di euro.   Oltre ai BTP tradizionali, sul mercato esistono BTP indicizzati all’inflazione europea (BTP€i), più precisamente indicizzati rispetto all’indice armonizzato dei prezzi al consumo dell’area euro, escluso il tabacco. La durata di questi BTP è di 5, 10, 15 e 30 anni.   Le cedole, corrisposte semestralmente, sono a tasso fisso, ma vengono calcolate sul capitale periodicamente rivalutato in base alla dinamica dell’inflazione. In pratica, le cedole offrono un rendimento costante in termini reali, ma sono di importo variabile. Anche il capitale rimborsato a scadenza è rivalutato sulla base dell’andamento dell’indice.   Per tutte le altre caratteristiche tecniche, i BTP indicizzati all’inflazione sono del tutto simili ai BTP tradizionali, ma presentano una minore rischiosità di questi ultimi poiché proteggono l’investitore dal rischio di inflazione.   Dal 2012 hanno inoltre iniziato ad essere emessi i BTP indicizzati all’inflazione italiana. Si tratta di strumenti che pagano cedole semestrali, con durata pari a 4 anni o, nel caso delle emissioni più recenti, 6 anni. Il parametro di indicizzazione è l’indice nazionale dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati (FOI) con esclusione dei tabacchi e si applica sia alle cedole che al capitale. Questi Titoli di Stato offrono, alle sole persone fisiche che hanno acquistato gli strumenti finanziari all’emissione detenendoli fino alla scadenza, un premio di fedeltà del 4 per mille lordo sul valore nominale. A differenza dei Buoni del Tesoro indicizzati all’inflazione europea, che rivalutano il capitale in un’unica soluzione a scadenza, quelli indicizzati all’inflazione italiana riconoscono al detentore la possibilità di recupero immediato dell’inflazione grazie alla corresponsione ogni 6 mesi della rivalutazione del capitale sottoscritto.

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I BOT e CTZ

Scritto il 12.06.2020

I Buoni Ordinari del Tesoro (o BOT) sono titoli a breve termine che presentano tre diverse scadenze, espresse in giorni: 3, 6 e 12 mesi. In realtà, possono essere emessi anche BOT con durate differenti da quelle standard, definiti BOT flessibili. Il taglio minimo di sottoscrizione è di 1.000 euro (l’euro è l’unica valuta di denominazione) o un multiplo di tale cifra. I BOT circolano al portatore e sono soggetti al regime di dematerializzazione.   Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Tabella.     I Buoni Ordinari del Tesoro sono negoziati al dettaglio sul Mercato Obbligazionario Telematico (il MOT) il giorno successivo all’asta. Vi è poi un ulteriore mercato di negoziazione dei BOT, detto MTS (Mercato Telematico dei Titoli di Stato), dedicato agli investitori istituzionali, dove questi strumenti si possono scambiare per quantitativi non inferiori a 2,5 milioni di euro. Al fine di comprendere il calcolo del rendimento di un BOT, facciamo un esempio numerico. Gli elementi utili per il calcolo del rendimento sono il prezzo d’emissione, le commissioni applicate, il valore di rimborso, sempre pari a 100, e la durata in giorni. Immaginiamo di acquistare in asta un BOT che scade tra 180 giorni al prezzo di 98. Le commissioni sono pari allo 0,2%, mentre la ritenuta fiscale è del 12,5%. Il primo passo da effettuare è il calcolo della ritenuta fiscale, che ammonta al 12,5% della differenza tra il valore di rimborso (100) e il prezzo di emissione (98). Il risultato è pari a 0,25, come emerge dall’equazione:   Ritenuta fiscale: 12,5% x (100 – 98) = 0,25   In secondo luogo è necessario calcolare il prezzo netto di aggiudicazione, sommando al prezzo di emissione le commissioni e la ritenuta fiscale, come emerge dall’equazione:   Prezzo netto di aggiudicazione: 98 + 0,2 + 0,25 = 98,45   Il risultato è pari a 98,45. A questo punto, gli interessi netti percepiti sono stimati come differenza tra 100 e 98,45 ed ammontano a 1,55, come di seguito rappresentato:   Interessi netti percepiti: 100 – 98,45 = 1,55   Ora è possibile calcolare il rendimento netto del titolo applicando il regime di capitalizzazione semplice secondo la formula:   R = (I / P) x (360 / N) x 100   dove R è il rendimento semplice netto, I sono gli interessi netti percepiti, P rappresenta il prezzo netto d’aggiudicazione e N indica la durata in numero di giorni. Nel nostro caso, il rendi- mento netto del titolo ammonta al 3,15%, come emerge dalla formula:   R = (1,55 / 98,45) x (360 / 180) x 100 = 3,15%   I CTZ I Certificati del Tesoro Zero Coupon (CTZ) sono titoli con durata di 24 mesi. Come per i BOT, si tratta di titoli dematerializzati, con un taglio minimo di 1.000 euro o un suo multiplo ed emessi a sconto (poiché rimborsano alla pari in un’unica soluzione alla scadenza). L’emissione avviene, anche in questo caso, tramite asta, riservata agli intermediari finanziari autorizzati, ai quali si possono prenotare le quantità desiderate di titoli entro il giorno precedente l’asta pubblica.   Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Tabella.     I CTZ vengono negoziati sul MOT per quantitativi limitati e sull’MTS per scambi di importo rilevante, pari almeno a 2,5 milioni di euro. Al fine di comprendere il calcolo del rendimento di un CTZ, facciamo un esempio numerico7. Ipotizziamo di acquistare un CTZ, della durata di 2 anni, emesso al prezzo di 96,56 e rimborsa- to al prezzo lordo di 100. Prima di calcolare il rendimento (al lordo di eventuali commissioni) bisogna applicare la ritenuta del 12,5% che grava sullo scarto di emissione, che risulta pari a 0,43, come emerge dall’equazione:   Ritenuta fiscale: 12,5% x (100 – 96,56) = 0,43   A questo punto, sottraendo questo valore al valore di rimborso, si ottiene il valore netto di rimborso, pari a 99,57, come si evince dall’equazione:   Valore netto di rimborso: 100 – 0,43 = 99,57   Infine, è possibile calcolare il rendimento su base annua in regime di capitalizzazione composta, che risulta pari a 1,54%, come mostra l’equazione:   r= [(99,57/96,56)1/2 - 1] + 100 = 1,54%

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Il rendimento e il rischio dei titoli di Stato

Scritto il 04.06.2020

In questo paragrafo sono analizzati i profili di rendimento e rischio che caratterizzano i Titoli di Stato. Relativamente al rendimento di un titolo, è bene precisare che esso rappresenta il risultato economico complessivo garantito, espresso in percentuale sul capitale investito, e fornisce una misura della redditività di un investimento. Per stimare il rendimento di un titolo occorre considerare i flussi di cassa a esso collegati e i relativi tempi di manifestazione.   Per quanto riguarda le obbligazioni zero coupon, il rendimento è calcolato come rappresentato nella formula (1), ovvero come differenza tra la somma che il sottoscrittore riceve alla scadenza e la somma che egli versa al momento della sottoscrizione:   Rendimento zero coupon = Somma a scadenza (VN) – Somma alla sottoscrizione (V0)  (1)   I titoli zero coupon prevedono infatti, a fronte dell’investimento iniziale (V0), un unico flusso di cassa in entrata, detto prezzo di rimborso a scadenza (VN). A seconda della durata del titolo, il calcolo del rendimento di un’obbligazione zero coupon può essere effettuato utilizzando il regime di capitalizzazione semplice o il regime di capitalizzazione composta.   Il regime di capitalizzazione semplice si utilizza generalmente per stimare il rendimento di un titolo con durata inferiore all’anno. In questo caso, il tasso di interesse semplice è ricavabile tramite alcuni passaggi algebrici. È infatti sufficiente stimare il rapporto tra prezzo di rimborso (VN) e investimento iniziale (V0), sottraendo al risultato l’unità: questo ulteriore risultato viene moltiplicato per il rapporto tra 365 e il numero di giorni di durata dell’investimento (gg), come rappresentato nella formula (2):     È invece opportuno utilizzare il regime di capitalizzazione composta nel caso di vita residua del titolo superiore all’anno «o quando si intende confrontare titoli che si caratterizzano per scadenza o struttura finanziaria diversa»4. Nel caso di regime di capitalizzazione composta è necessario prima stimare il rapporto tra prezzo di rimborso (VN) e investimento iniziale (V0), elevando il risultato per il rapporto tra 365 e il numero di giorni di durata dell’investimento (gg). A questo ulteriore risultato viene sottratta l’unità, come rappresentato nella formula (3):     Per i titoli con cedola, il calcolo del rendimento è un po’ più complesso rispetto a quanto visto finora e, per questo motivo, sono stati elaborati vari indicatori. Il più comunemente utilizzato è certamente il tasso di rendimento effettivo a scadenza (TRES), detto anche tasso interno di rendimento o Internal Rate of Return. Il TRES è quel tasso che, in regime di capitalizzazione composta, rende uguale il valore attuale del titolo alla sommatoria attualizzata di tutti i flussi finanziari attesi. Ciò è evidenziato nella formula (4)     dove Vo indica il valore attuale del titolo, FC indica il flusso di cassa previsto contrattualmente, ovvero il valore di rimborso (VR) e le eventuali cedole periodiche (CED), t indica il tempo di manifestazione dei flussi di cassa ed i indica il tasso di rendimento effettivo a scadenza.   Nella pratica, la quantificazione del TRES è svolta mediante un metodo di calcolo iterativo che può essere effettuato utilizzando un elaboratore o le tavole finanziarie.   Facciamo un esempio per meglio comprendere il calcolo del TRES. Immaginiamo un Titolo di Stato con scadenza 5 anni, che paga una cedola annuale di 10 euro e ha un valore nominale di 100 euro. Il prezzo di mercato del titolo è 98 euro. In questo caso, l’unico tasso di interesse che rende uguale 98 al valore attuale delle cedole e del capitale a scadenza è 10,53%, che rappresenta il TRES, come rappresentato nella formula (5):     Passiamo ora al tema dei rischi a cui possono essere esposti gli investitori che scelgono i Titoli di Stato per i loro investimenti.   Un primo rischio a cui possono essere soggetti i Titoli di Stato è il rischio emittente, che consiste nella possibilità che l’emittente non sia in grado di rimborsare il capitale e corrispondere regolarmente gli interessi. Ad oggi, il rischio emittente dello stato italiano è considerato piuttosto contenuto, anche se superiore rispetto allo scorso decennio.   Un secondo possibile rischio a cui sono potenzialmente soggetti i Titoli di Stato è il rischio di cambio o valutario. Esso consiste nella possibilità che, nel corso dell’investimento, si modifichi il valore della valuta estera in cui sono denominati i flussi di cassa dello strumento finanziario. Attualmente i government bond italiani non sono esposti a questo rischio, in quanto sono espressi solo in euro.   Un terzo rischio da prendere in esame è il rischio di liquidità. Esso si sostanzia nell’eventualità che non si possa realizzare, in tempi brevi e costi contenuti, una conversione anticipata del titolo in moneta. Possiamo affermare che, in merito ai Titoli di Stato italiani, questo rischio è relativamente trascurabile.   Un quarto rischio a cui è importante fare riferimento è il rischio monetario. Esso è inteso come la possibilità che l’inflazione modifichi il valore reale dei flussi monetari attesi. Questo rischio è presente in alcuni Titoli di Stato, mentre è pressoché trascurabile in altri che, come vedremo in seguito, si definiscono indicizzati rispetto all’inflazione.   Un quinto rischio a cui sono esposti i Titoli di Stato è il rischio di interesse, inteso come la possibilità che la variazione dei tassi di interesse di mercato determini fluttuazioni nel prezzo di un titolo sul mercato secondario. Facciamo un esempio. Immaginiamo di possedere un Titolo di Stato a tasso fisso e di venderlo prima della scadenza. Se, rispetto al giorno di acquisto del titolo, i tassi di interesse di mercato si sono alzati, questo significa che riusciremo a vendere il nostro titolo ad un prezzo più basso e, pertanto, potremo subire una perdita. Ma il rischio di tasso di interesse può agire anche nel senso opposto. Se infatti, al contrario di quanto ipotizzato poco fa, rispetto al giorno di acquisto del titolo, i tassi di interesse di mercato si fossero abbassati, questo significa che riusciremmo a vendere il nostro titolo ad un prezzo più alto e, pertanto, potremmo ottenere un guadagno.   Un rischio ulteriore, profondamente legato al rischio di tasso di interesse, è il rischio di reinvestimento. Esso consiste nella possibilità che le variazioni dei tassi di interesse di mercato provochino ulteriori cambiamenti nelle condizioni di reinvestimento delle cedole rispetto a quanto ipotizzato ex ante. Tale rischio caratterizza, ovviamente, solo i Titoli di Stato che pagano cedole.   Approfondisci il concetto di "rendimento" sulla guida di MoneyController

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I Titoli di Stato Italiani

Scritto il 27.05.2020

I Titoli di Stato (detti anche bond governativi, government bond o titoli sovrani) sono obbligazioni, ovvero strumenti di debito emessi dallo Stato o da Enti Pubblici ed espressivi di una relazione creditizia esistente tra l’emittente, che è lo stato, e il sottoscrittore, che è l’investitore. L’obbligazione può essere definita come un certificato di debito in base al quale l’emittente si impegna a rimborsare al detentore del titolo il capitale ricevuto e, in generale, a effettuare una serie di pagamenti di interessi nel corso della durata dello strumento. I Titoli di Stato sono titoli di massa, emessi in serie e perfettamente fungibili fra loro.    L’acquisto dei Titoli di Stato, effettuato tipicamente avvalendosi di un intermediario finanziario, può avvenire:  in asta, cioè al momento dell’emissione. In questo caso, chi acquista Titoli di Stato deve prenotare il quantitativo desiderato, per un importo minimo di 1.000 euro, con almeno un giorno di anticipo rispetto alla data dell’asta. Per semplificarne la gestione a beneficio dei cittadini, i titoli governativi sono ormai dematerializzati, ossia non sono più in formato cartaceo, ma sono rappresentati da iscrizioni contabili a favore dei risparmiatori. In questo caso l’investitore non paga commissioni, tranne nel caso in cui si acquistino Buoni Ordinari del Tesoro (BOT); sul mercato secondario, dove i government bond già in circolazione vengono quotidianamente scambiati. In tal caso le banche e gli altri intermediari sono liberi di applicare commissioni, che devono essere chiaramente indicate e possono essere negoziate dai risparmiatori.   L’esistenza di un mercato secondario garantisce la liquidità dei Titoli di Stato, ovvero la possibilità per i cittadini di vendere i titoli prima della loro scadenza naturale ai prezzi di mercato. Il Mercato Telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di Stato, il MOT, è il mercato secondario dove il cittadino, attraverso il proprio intermediario finanziario, può comprare e vendere titoli governativi e obbligazioni; anche in tal caso l’importo minimo è pari a 1.000 euro. Questo mercato è gestito da Borsa Italiana S.p.A.   Attualmente sono sette le tipologie di Titoli di Stato italiani in circolazione sul mercato:  i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT); i Certificati del Tesoro Zero Coupon (CTZ); i Certificati di Credito del Tesoro (CCT); i CCT indicizzati all’Euribor 6 mesi (CCTeu); i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP); i BTP indicizzati all’inflazione europea (BTP€i); i BTP indicizzati all’inflazione italiana (BTP Italia);   Ad oggi, i più diffusi tra i risparmiatori sono i BTP, come emerge dalla Figura 1.      I diversi Titoli di Stato hanno in comune alcune caratteristiche tecniche, riepilogate nella Figura 2.      In primo luogo, una caratteristica comune a tutti i government bond è la natura dell’emittente, poiché tutti i Titoli di Stato sono emessi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. La circolazione di questi strumenti finanziari avviene in regime di dematerializzazione ed il taglio minimo sottoscrivibile ammonta a 1.000 euro o multipli di tale cifra. La quotazione e negoziazione ha luogo sui mercati MOT ed MTS (Mercato Telematico dei Titoli di Stato) ed il meccanismo di collocamento è quello dell’asta, applicato a tutti i Titoli di Stato ad eccezione dei BTP Italia. I partecipanti all’asta sono gli intermediari abilitati e l’esecutore delle operazioni è Banca d’Italia.    I Titoli di Stato italiani hanno caratteristiche comuni, ma divergono tra loro per alcune peculiarità. A questo proposito, i bond governativi possono essere variamente classificati:  in base alla scadenza: questa classificazione permette di distinguere i titoli a breve termine (con scadenza inferiore all’anno) i titoli a medio termine (con scadenza superiore all’anno, ma inferiore a 5 anni) e i titoli a lungo termine (con scadenza superiore ai 5 anni). I titoli a breve termine, come i BOT, sono negoziati sul mercato monetario, che soddisfa prevalentemente esigenze di investimento di breve periodo dei datori di fondi. I Titoli di Stato a medio-lungo termine – come i CTZ, CCT, CCTeu, BTP, BTP€i e i BTP Italia – sono invece trattati nel mercato obbligazionario, che soddisfa fabbisogni per investimenti in capitale fisso e accoglie le transazioni aventi a oggetto titoli con scadenza superiore ai 12 mesi;  in base alla periodicità e numerosità dei flussi di cassa a cui danno diritto: questa distinzione consente di identificare titoli con cedola, che garantiscono all’investitore flussi di cassa periodici (detti cedole) nell’arco di vita dello strumento finanziario, come i CCT e i BTP, e titoli senza cedola (definiti titoli zero coupon), come i BOT e i CTZ. Nel caso dei titoli con cedola, il rendimento per l’investitore è dato dalla somma delle cedole periodiche e dal guadagno o perdita in conto capitale. Per guadagno o perdita in conto capitale si intende la differenza tra il prezzo di rimborso o vendita e il prezzo di emissione o acquisto: questa differenza è chiamata anche scarto di emissione, reddito incorporato o reddito in linea capitale. Al contrario, le obbligazioni zero coupon non offrono alcun flusso di cassa periodico all’investitore, poiché quest’ultimo, a fronte dell’investimento iniziale, ottiene un solo flusso di cassa a scadenza, definito valore di rimborso che, ovviamente, incorpora l’interesse implicito maturato sull’investimento;  in base al grado di prevedibilità della remunerazione cui danno diritto: questa classificazione permette di distinguere i Titoli di Stato a tasso fisso e variabile (o indicizzati). I titoli sovrani a tasso fisso prevedono che il valore di rimborso alla scadenza e le eventuali cedole periodiche siano contrattualmente predeterminati. Al contrario, i government bond a tasso variabile hanno un rendimento non determinabile a priori, nemmeno se detenuti fino alla scadenza, perché cedole e valore di rimborso variano nel tempo a seconda dell’andamento di un parametro a cui sono indicizzati. Tipicamente, l’indicizzazione è di tipo finanziario, ovvero avviene rispetto ad un tasso di mercato. L’indicizzazione può però anche essere effettuata in funzione di un indicatore del livello dei prezzi o di un tasso di cambio tra l’euro e una valuta estera. In questi casi si parla rispettivamente di indicizzazione reale e indicizzazione valutaria. L’indicizzazione può riguardare le sole cedole, il valore di rimborso o entrambi gli elementi (nell’ipotesi di indicizzazione completa).    Per convenzione, il valore dei Titoli di Stato viene esplicitato in base 100. A questo proposito, è molto importante conoscere il significato dei termini valore nominale, valore di emissione, valore di mercato e valore di rimborso:  il valore nominale è utilizzato per il calcolo della remunerazione ed è sempre pari a 100, ovvero alla pari;  il valore di emissione è il prezzo a cui l’emittente vende il titolo ai primi sottoscrittori. Esso può essere sopra, sotto o alla pari, in funzione delle offerte, del tasso di interesse nominale e dei tassi di mercato.Alla pari significa che il prezzo di emissione è uguale al valore nominale. Sotto la pari significa che il prezzo di emissione è minore del valore nominale, mentre sopra la pari significa che il prezzo di emissione è maggiore del valore nominale;  il valore di mercato, invece, è il prezzo al quale, in un certo istante, gli investitori si scambiano il titolo. Esso può essere sopra, sotto o alla pari, in funzione del tasso di interesse nominale e dei tassi di mercato;  il valore di rimborso è il prezzo al quale l’emittente rimborsa il prestito all’ultimo portatore. In genere è alla pari, ovvero coincide con il valore nominale.    Un investitore che acquista bond governativi, all’atto della scelta tra titoli alternativi:  dovrebbe in primo luogo considerarne attentamente le caratteristiche tecniche, e tra queste dovrebbe porre particolare attenzione al profilo della durata dell’investimento, verificando che essa sia tendenzialmente coerente con il proprio orizzonte temporale.  in secondo luogo, l’investitore dovrebbe calcolare il rendimento atteso dal titolo prescelto tenendo conto dello specifico profilo di rischio dello strumento. Argomento che analizzeremo nel prossimo articolo.

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Il conto corrente

Scritto il 22.05.2020

Il conto corrente bancario o postale è uno strumento di deposito che consente ai risparmiatori di raccogliere i propri risparmi, effettuare pagamenti e riscuotere incassi.    Rispetto alle forme di deposito analizzate negli articoli precedenti, nei conti correnti la funzione di servizio prevale su quella di investimento. Infatti, per i titolari di conti correnti, la funzione principale del deposito è quella di rendere possibili operazioni di incasso e pagamento. Per questo motivo, la remunerazione garantita al depositante è generalmente bassa ed espressa in forma di interesse sulle somme presenti sul conto. Il conto corrente si costituisce mediante il deposito di una somma di denaro, a fronte del quale il depositante firma un contratto. Emittente e correntista possono chiedere la chiusura del conto in qualunque momento, salvi gli obblighi di preavviso contrattualmente stabiliti. Questa tipologia di conto corrente si definisce conto corrente passivo: l’aggettivo passivo indica che l’emittente (ovvero la banca o la posta) si trova in posizione debitoria nei confronti del depositante, per le somme da questi versate sul conto. Il conto corrente può essere intestato a più persone e anche a un minorenne, purché quest’ultimo lo utilizzi tramite i propri genitori o altri familiari autorizzati.    Il conto può essere alimentato con versamenti di vario tipo da parte del depositante, che incrementano il suo saldo a credito, come, a titolo di esempio, contanti, assegni bancari, circolari o postali, giroconti o bonifici a favore del correntista, accrediti di stipendi. L’utilizzo delle somme depositate può essere effettuato dal depositante anche dando disposizioni di pagamento via telefono (si parla in questo caso di phone banking) o on line (si parla in questo caso di home banking).    La documentazione inviata periodicamente al correntista comprende: l’estratto conto, la staffa e il prospetto competenze e spese.    L’estratto conto presenta le operazioni effettuate dal correntista ordinate in base alla data di effettuazione, affiancate dalla data valuta e da una loro breve descrizione. In questo modo, il titolare del conto può verificare la correttezza delle operazioni stesse. Se riscontra degli errori commessi dalla banca o dalla posta, il cliente ha il diritto di ottenerne la correzione, segnalandoli per iscritto entro 60 giorni dalla ricezione dell’estratto conto. L’estratto conto va inviato al correntista almeno una volta l’anno.    La staffa, detta anche conto scalare o scalare interessi, riclassifica invece le operazioni effettuate dal depositante ordinandole per data valuta. Questo documento viene utilizzato dalla banca o dalla posta per calcolare gli interessi attivi o passivi. In corrispondenza di ogni operazione, infatti, e quindi di ogni valuta, viene determinato un saldo come somma algebrica tra l’operazione corrispondente alla valuta e le operazioni con valuta anteriore. Gli interessi sono calcolati sui singoli saldi riportati nella staffa, per un periodo corrispondente alla loro durata, al tasso previsto dal contratto.    Il prospetto competenze e spese, infine, riassume tutte le spese addebitate dalla banca o dalla posta al correntista, l’eventuale imposta di bollo sul conto corrente e gli interessi a credito del cliente, calcolati al netto della ritenuta fiscale del 26%.    Il correntista è tenuto a corrispondere all’emittente alcune spese per la tenuta del conto corrente e per ogni operazione effettuata. Tali spese possono essere modulate a seconda delle esigenze dal correntista. Ad esempio, può essere previsto un tetto massimo o un unico canone annuo che consenta di effettuare un numero illimitato di operazioni. In altri casi, invece, sono gratuite le prime operazioni effettuate.    Quando un depositante apre un conto corrente, egli firma con l’emittente un contratto che sancisce diritti e obblighi per entrambi. È quindi importante valutare preventivamente le clausole contenute nel testo del contratto. A questo proposito, è bene leggere attentamente i documenti Principali diritti del cliente e Foglio informativo, che contengono l’elenco completo delle condizioni economiche, le clausole contrattuali sul recesso e le tempistiche di chiusura del conto. Tipicamente, il contratto prevede che la banca o la posta si impegni a eseguire, su disposizione e nell’interesse del correntista, le operazioni di incasso e di pagamento impartite utilizzando le somme di denaro versate dal risparmiatore. A questi l’emittente consente, in ogni momento, il prelievo dei risparmi accumulati. Dall’altro lato, il correntista si impegna a pagare all’intermediario le somme dovute per le spese e le commissioni: queste somme vengono prelevate automaticamente dal conto corrente del depositante. Oltre alla copia del contratto, la banca o la posta deve consegnare al cliente anche il Documento di sintesi, che riepiloga le principali condizioni sottoscritte. Queste condizioni possono essere modificate in senso sfavorevole al correntista solo se ciò è espressamente previsto dal contratto firmato.    Un utile elemento per comparare le spese dei diversi conti è l’Indicatore sintetico dei costi (ISC) presente nel Foglio informativo e nel Documento di sintesi. L’ISC esprime il costo complessivo del conto corrente: esso comprende le spese e le commissioni, ma non gli oneri fiscali e gli interessi. L’ISC viene calcolato in riferimento a diverse categorie di clienti, le cui caratteristiche sono individuate dalla Banca d’Italia, come, ad esempio, famiglie con operatività bassa, media o elevata o pensionati con operatività bassa o media.    All’apertura di un conto corrente, la banca o la posta assegna al correntista un numero di con- to, ossia un codice che rappresenta il collegamento fra l’investitore e il suo conto: attraverso l’abbinamento ad altri codici e numeri, il numero di conto determina l’IBAN.    Per utilizzare correttamente il conto corrente, è bene conoscere il significato di alcuni termini relativi a questo strumento:  movimenti: sono i versamenti (accrediti) e i prelevamenti (addebiti) effettuati dal correntista;  data contabile: è la data di registrazione del movimento di conto corrente;  data valuta: è il giorno a partire dal quale la banca o la posta calcola gli interessi;  data disponibile: è il giorno a partire dal quale il denaro sul conto del correntista può essere utilizzato;  saldo: indica l’entità di denaro presente sul conto corrente ed è calcolato come differenza tra l’importo complessivo degli accrediti e degli addebiti ad una certa data. Se questa differenza produce un numero positivo si dice che il saldo è a credito; se invece il numero è negativo ne consegue un saldo a debito. Ogni nuovo movimento sul conto corrente determina, ovviamente, un aggiornamento del saldo. Vi sono tre differenti saldi: il saldo contabile, il saldo valuta, detto anche liquido, e il saldo disponibile, e fanno riferimento ai medesimi criteri descritti per le registrazioni delle date dei movimenti;  scoperto di conto o sconfinamento: si verifica quando il saldo del conto corrente è un numero negativo, ovvero a debito. Sulla somma a debito la banca o la posta applica un tasso d’interesse, definito tasso debitore.    L’applicazione, da parte della banca o della posta, dei giorni valuta può determinare, talvolta, il cosiddetto scoperto per valuta. Si tratta di una circostanza in cui il correntista figura temporaneamente a debito della banca con un saldo dare. Questo può avvenire perché i versamenti, tipicamente, hanno valuta posteriore rispetto alla data di effettuazione dell’operazione, mentre i prelevamenti hanno valuta coincidente con la data di effettuazione dell’operazione.    Il conto corrente, in qualità di strumento di investimento, espone il correntista ad alcuni rischi. Uno di questi è il rischio di tasso di interesse, poiché il tasso di interesse corrisposto dalla banca o dalla posta al depositante non è costante nel tempo, ma viene modificato sulla base dell’andamento dei tassi di mercato. Un secondo rischio che grava sul correntista è poi il rischio emittente, ovvero il rischio che la banca o la posta non siano in grado di restituire al depositante, a fronte di una sua richiesta, le somme presenti sul suo conto corrente. A questo proposito, a tutela del cliente sono previsti specifici meccanismi di garanzia, come il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Sotto il profilo del rendimento, invece, come abbiamo già detto, esso si mantiene generalmente al di sotto dei rendimenti offerti dagli altri strumenti di deposito: ciò si giustifica con il fatto che nel conto corrente la funzione di servizio prevale su quella di investimento.    Dal punto di vista tecnico, le tipologie di conto corrente più diffuse offerte dalle banche italiane sono diverse:  conti ordinari: sono i cosiddetti conti a consumo, nei quali le spese dipendono dal numero di operazioni effettuate;  conti a pacchetto: prevedono un canone che può comprendere anche altri servizi, quali cassette di sicurezza, assicurazioni e gestione del risparmio. Questi conti possono includere un numero limitato (conti con franchigia) o illimitato (conti senza franchigia) di operazioni gratuite;  conti di base: prevedono solo alcuni servizi, come la carta di debito, l’accredito della pensione o dello stipendio, il versamento di contanti o di assegni bancari o circolari, il prelievo di contante e il pagamento automatico delle bollette. I conti di base sono adatti per i clienti con esigenze finanziarie limitate e hanno un canone annuo onnicomprensivo (che include un determinato numero di operazioni). Le somme depositate non producono interessi.    Esistono poi forme innovative di conti corrente, caratterizzate da diverse componenti di servizio o di investimento o da pricing differenziati. Tra queste si ricordano:  conti di liquidità: sono conti correnti abbinati all’investimento in fondi comuni. L’emittente e il cliente definiscono una giacenza minima, una media e una massima: se il saldo del conto supera la giacenza massima, l’eccedenza rispetto alla giacenza media viene investita nel fondo comune collegato; al contrario, quando il saldo scende al di sotto della giacenza minima, l’emittente procede al disinvestimento dal fondo in modo da riportare il saldo sul livello medio;  conti correnti abbinati a contratti assicurativi: sono strumenti pensati per la copertura dei rischi da parte del depositante o del suo nucleo familiare;  conti convenzionati: sono il frutto di convenzioni tra un intermediario e un ente per l’apertura del conto corrente. In questo caso, a tutti i titolari del conto corrente convenzionato vengono applicate le stesse condizioni, che sono generalmente condizioni più favorevoli di quelle standard.   Un prodotto similare al conto corrente e particolarmente diffuso negli ultimi anni è il conto deposito. Esso si differenzia dai tradizionali conti correnti per il fatto di essere utilizzato per tenere depositati i risparmi in cambio di interessi di solito più elevati. Il conto deposito, quindi, non viene usato per la gestione delle spese quotidiane e offre pochi e semplici servizi (per esempio, la carta di debito e le ricariche telefoniche). Il conto di deposito può essere libero o vincolato. Nel primo caso, il cliente può prelevare o versare denaro, senza alcuna limitazione di tempo e di importo, e senza alcuna penalizzazione sugli interessi riconosciuti. Nel conto deposito vincolato, invece, il cliente beneficia di rendimenti elevati solo se le somme restano depositate per un periodo di tempo prestabilito.    Sul mercato sono inoltre piuttosto diffuse forme ibride di conti correnti nelle quali, all’interno dello stesso strumento finanziario, è possibile vincolare solo una parte delle somme depositate (nella forma del conto deposito) a fronte di un maggiore tasso di interesse riconosciuto sul saldo vincolato, se mantenuto per il periodo di tempo pattuito. 

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