Donato Rossiello

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41 post - 3.178 letture


Mercati incerti e volatili, in attesa di un calo significativo dell’inflazione

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 28.11.2022

I dati macro continuano a riflettere un clima di decelerazione dell’economia. L’inflazione resta su livelli elevati, il conflitto in Ucraina prosegue, il restringimento delle condizioni finanziarie permane, così come la politica zero-Covid in Cina. Tali fattori sono però controbilanciati della resilienza di consumi e occupazione, nonché dalle politiche fiscali di supporto attuate dai Governi. Negli Stati Uniti la crescita viaggia sotto il suo potenziale e fa capolino il rischio recessione a fronte della stretta monetaria della Federal Reserve; nonostante questo l’economia si è dimostrata in grado di ammortizzare i colpi a cui è sottoposta, grazie agli ingenti risparmi accumulati dalle famiglie durante la pandemia a sostenere la capacità di spesa. La domanda di lavoratori è elevata (sebbene in leggera diminuzione) e la produzione cresce. Ne consegue un PIL nel 3° trimestre a +2,6% annualizzato, in recupero rispetto ai negativi due trimestri precedenti. Per quanto riguarda gli utili societari la reporting season è apparsa meglio delle attese. La maggior parte delle aziende ha infatti riportato dei risultati superiori alle aspettative, con una crescita media non eccellente ma comunque positiva (+3,4%). Progressi ancora limitati in termini di inflazione. Calo marginale da 8,3% a 8,2%. A farla breve, si muovono lenti passi nella direzione auspicata dalla Fed: gli aumenti dei tassi stanno raffreddando l’economia (soprattutto in alcuni settori sensibili, anzitutto l’immobiliare), di conseguenza si riduce gradualmente il gap tra domanda e offerta di lavoro, che a sua volta dovrebbe tradursi in una decelerazione dei salari e prezzi in generale. E come previsto, nell’ultima riunione del 2 novembre è stato determinato un ulteriore rialzo dei tassi sui fed funds di 75 punti base. I mercati pronosticano un picco dei tassi intorno al 5% nel primo semestre del 2023, seguito poi da alcuni mesi di stabilità. In definitiva, è ancora troppo presto per parlare di tagli. In Europa permane l’annosa questione dei costi energetici a frenare i consumi delle famiglie e limitare le scelte di produzione/investimento delle imprese. Gli indici PMI di ottobre segnano una discesa in territorio di moderata contrazione – più accentuata nel comparto manifatturiero, soprattutto in Germania. Sorprende in positivo la tenuta del PIL nell’Eurozona, con +0,2% nel terzo trimestre. L’Italia si è distinta con una crescita dello 0,5% rispetto allo 0% supposto. Ad ogni modo le stime parlano di recessione europea per i prossimi due mesi. Gli effetti saranno comunque di lieve entità in quanto la situazione economica di partenza è piuttosto solida (vedasi il vivace mercato del lavoro e un’occupazione record nel secondo trimestre del 2022), il prezzo del gas è sceso a circa 100 euro/MWh e i supporti fiscali posti in essere riducono [ridurranno] l’impatto della crisi. Nel frattempo l’inflazione del Vecchio Continente sale al 10,7%. Lo scenario economico dovrebbe rimanere debole nei prossimi mesi. Le Banche Centrali non sembrano dar cenni di un cambio rotta decisivo delle politiche monetarie. Si attende con trepidazione il cosiddetto “pivot”…

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Giugno, tra resilienza e decelerazione: la tenuta dei mercati, oltre l’inflazione e l’instabilità

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 28.06.2022

Come evidenziato già nel nostro precedente report, a maggio si conferma l’ipotesi di un rallentamento della crescita economica globale piuttosto che una brusca frenata. E nonostante i numerosi “ostacoli”. A ben guardare i dati emerge, infatti, quanto l’elevata inflazione non stia affatto frenando i consumi. Negli Stati Uniti la spesa si sta espandendo ad ritmo superiore al 3% (nei primi due trimestri), grazie ai redditi da lavoro e al calo dei tassi di risparmio. Anche la produzione industriale prosegue a buon ritmo. Il mercato del lavoro appare poi molto forte, con un tasso di disoccupazione ai minimi storici degli ultimi 50 anni – seppur mostrando primi accenni di riduzione dello squilibrio tra domanda e disponibilità di lavoratori. In Europa, nonostante il considerevole aumento dei prezzi dell’energia e i timori per la guerra russa in Ucraina, è in corso un modesto rimbalzo dell’attività economica, sostenuto dalle misure fiscali di sostegno e dalle riaperture coincidenti con l’avvio della stagione estiva. Nell’ultimo periodo in Cina la flessione dei contagi da Covid-19 sta consentendo al Governo di allentare le misure restrittive e il peggio sembra essere ormai scongiurato, come dimostrato dal pieno recupero degli indici PMI (seppur contratti sotto soglia 50). L’economia globale sta tutto sommato reagendo bene a questa difficile prova di resilienza ma i rischi geopolitici permangono all’orizzonte. L’idea che il conflitto russo-ucraino si prolunghi alimenta il pericolo di gravose interruzioni di forniture energetiche e alimentari. Ergo: ulteriori aumenti nei prezzi delle materie prime. A proposito di pressioni inflazionistiche, negli USA il picco potrebbe essere stato raggiunto a marzo, quando la variazione annua dell’indice CPI ha toccato l’8,5% (8,3% ad aprile). Nel Vecchio Continente la situazione in materia è parzialmente diversa, considerando il non raggiungimento del succitato picco (complice una maggiore dipendenza energetica e un’esposizione diretta alle relative implicazioni belliche); i dati sull’inflazione a maggio hanno sorpreso al rialzo, indicando un’accelerazione all’8,1% nell’area euro. L’ISTAT registra il 6,9% in Italia. Cosa aspettarsi dal recente futuro, allora? È plausibile il proseguimento del trend di decelerazione della crescita, per via della costante erosione del potere di acquisto dovuta all’inflazione, dell’incertezza geopolitica ad est e del restringimento delle condizioni finanziarie da parte delle Banche Centrali.

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La ripresa rallenta ma non si arresta Maggio: crescita globale in ribasso, sorprese dal mercato del lavoro

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 06.06.2022

Il conflitto tra Russia e Ucraina ha innescato non solo una crisi di natura umanitaria ma anche un significativo “shock” economico. E proprio quando le distorsioni generate dalla pandemia di Covid-19 stavano gradualmente attenuandosi, mettendo ancora una volta sotto pressione le catene di fornitura globale – soprattutto se legate all’approvvigionamento di cruciali materie prime. Le ripercussioni sull'inflazione Questi sviluppi generano ulteriori ripercussioni sull’inflazione. Nell’Eurozona la variazione annuale dei prezzi al consumo ha raggiunto il livello record del 7,5% a marzo, con un’elevata incidenza del comparto energetico (escludendolo infatti l’inflazione si fermerebbe al 4,2%). Meno esposti al conflitto gli Stati Uniti, i cui rapporti commerciali e finanziari con la Russia sono molto più limitati. Oltreoceano l’incremento dei costi per l’energia è sostanziale (+32% su base annua nel mese di marzo) ma le pressioni inflazionistiche appaiono estese, sottraendo la componente energetica l’inflazione sarebbe comunque pari al 6,8%. l mercato del lavoro è in pieno recupero Come è facile intuire il potere di acquisto delle famiglie ne risulta contratto, registrando un sensibile calo nella fiducia dei consumatori. Eppure il quadro economico generale si dimostra resiliente. La ripresa è in rallentamento, non inversione di tendenza. Ciò è da attribuire ad alcuni fattori che stanno sostenendo la domanda e controbilanciando in parte l’impatto negativo delle nuove scosse sul piano dell’offerta. In primis, le riaperture post-pandemia stanno stimolando le attività legate ai servizi. Prosegue imperterrito il ciclo di investimenti da parte delle imprese con bilanci mediamente in salute, grazie all’incremento dei profitti/margini registrato negli ultimi mesi. Il mercato del lavoro è in pieno recupero, come dimostrato dal considerevole calo dei tassi di disoccupazione nelle economie sviluppate: 6,8% nel Vecchio Continente, 3,6% negli USA; la domanda di lavoratori da parte delle aziende è salita, in molti casi superando persino i livelli pre-pandemia. Un altro importante elemento di supporto ai consumi in un tale contesto di incertezza è rappresentato dal risparmio delle famiglie accumulato dal fatidico marzo 2020. Non vanno infine trascurate le misure fiscali introdotte dai Governi per mitigare l’impatto negativo dell’aumento dei costi energetici e alimentari.   Gli analisti Al momento lo sguardo degli analisti è rivolto all’evoluzione del conflitto e la sua intersecazione con altre complesse variabili, tra cui il processo di normalizzazione monetaria delle Banche Centrali e l’evoluzione del quadro macroeconomico cinese (alle prese con stringenti lockdown in svariate zone del Paese).   Il Fondo Monetario Internazionale ha quindi rivisto al ribasso la crescita globale nel 2022, portandola dal 4,4% al 3,6%. Contribuiscono alla revisione gli Stati direttamente coinvolti nelle ostilità e l’area europea (con una stima di crescita ora del 2,8%, contro il 3,9% atteso a gennaio). Più ottimista il quadro statunitense.   Guardando in prospettiva, nel 2023 l’economia globale dovrebbe continuare ad espandersi del 3,6%; con una (ri)accelerazione delle economie emergenti a fronte di un rientro su livelli più moderati delle economie avanzate.

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Uno sguardo rivolto a est Tramutare i conflitti in opportunità di cambiamento

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 22.04.2022

Lo scenario economico/geopolitico mondiale dallo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina (il 24 febbraio scorso) è profondamente cambiato. L’Occidente ha imposto forti sanzioni, le quali stanno di fatto estromettendo la Russia dal sistema finanziario e dagli scambi commerciali internazionali con USA, Europa e svariati altri partner. Numerose multinazionali hanno già abbandonato del tutto le attività all’interno del Paese. Buona parte delle riserve in valuta estera della Banca Centrale russa è stata congelata, costringendo quest’ultima ad alzare i tassi d’interesse dal 9,5% al 20% e introdurre pressanti controlli sui capitali nel tentativo di contrastare il deprezzamento del rublo, il deflusso di capitali o l’aumento dell’inflazione. Molte società russe (e lo Stato stesso) sono a rischio di default. Gli effetti sull’economia russa appaiono drammatici quindi. L’attenzione degli analisti si estende alle possibili ripercussioni su scala globale. Sebbene Russia e Ucraina “pesino” insieme soltanto il 2% del PIL globale, i potenziali canali di trasmissione del conflitto sono diversi. Da un punto di vista finanziario i legami tra il governo di Mosca e il resto del mondo sono modesti, se consideriamo che gli investimenti diretti reciproci rappresentano solo l’1-1,5% del totale complessivo. Il Fondo Monetario Internazionale tranquillizza persino sull’eventuale default sovietico, sostenendo che tale occorrenza non comporterebbe alcun rischio sistemico. In ambito commerciale ed energetico la più esposta Europa registra una quota di export verso queste due nazioni per meno dell’1% del PIL. Di contro, i due Paesi rivestono un ruolo più rilevante come produttori ed esportatori di materie prime – basti pensare che sommati essi coprono circa il 30% dell’export globale di farina e il 20% di quello di mais nonché di minerali fertilizzanti. Il Vecchio Continente appare ancora dipendente dalla fornitura di materie prime energetiche e cruciale è il ruolo del Cremlino, con il suo 40-45% delle esportazioni di gas naturale, il 27% di quelle di petrolio e 46% di carbone. Non è un caso che l’Europa non si sia del tutto allineata ad USA e altri Paesi NATO nell’applicazione di un embargo sull’import di prodotti energetici russi (tranne per il poco influente carbone), poiché c’è il rischio che l’aumento dei prezzi energetici si ripercuota su famiglie e imprese, portando a un rallentamento dei consumi e delle attività produttive. La condizione di incertezza sulle prospettive future rimanda alcune decisioni di spesa e di investimento. Nell’Eurozona il sentimentdei consumatori a marzo registra un calo, inficiato dall’aumento dei prezzi dei beni di consumo (in particolare carburanti); migliori delle attese sono apparsi invece gli indici PMI e gli indicatori relativi alle imprese. La crisi in atto, come spesso accade, potrebbe far rallentare alcuni trend (soprattutto nel breve termine) ma allo stesso tempo accelerarne altri, come la sicurezza energetica, cibernetica o militare, la tanto agognata transizione ecologica, stimolare una maggiore cooperazione in Europa, creando significative opportunità per l’economia reale e non solo.

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Marzo, mese pazzo? Inflazione, conflitti e incertezze non fermano la crescita

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 23.03.2022

L’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo ha esasperato il clima generale di forte volatilità e di incertezza del mercato. Il mese di febbraio era stato già abbondantemente condizionato dai timori relativi all’inflazione e dai piani risoluti delle Banche Centrali per contrastarla. Tale rialzo della volatilità si è tradotto in un deciso “ritracciamento” dei mercati: l’indice azionario globale MSCI All Country ha segnato un sonoro -2,6% nel mese. Un calo che coinvolge tutte le macro-aree geografiche ma, come era lecito intuire, a farne le spese sono state soprattutto le azioni russe (crollate a febbraio del -52,7% per l’indice MSCI Russia). La risposta occidentale al conflitto, materialmente concretizzatosi tra il 21 e il 24 febbraio scorso, è stata contenuta dal punto di vista militare, limitandosi alla fornitura di attrezzature all’esercito ucraino e un atteggiamento di difesa formale dei confini NATO. Si è agito però con pesanti sanzioni incrementali nei confronti di Russia e Bielorussia, volte ad isolarne il sistema economico-finanziario. Tali sanzioni colpiscono di fatto tre settori; quello finanziario, impedendo alla maggior parte delle banche russe e a molte delle principali aziende l’accesso ai mercati di capitali internazionali o al sistema SWIFT, nonché bloccando le riserve in valuta estera per la Banca Centrale della Federazione Russa; inoltre sono stati interrotti strategici scambi commerciali e un gran numero di beni da esportare, blindando lo spazio aereo UE a qualsiasi mezzo russo; non risultano indenni nemmeno gli oligarchi, i politici e svariate personalità sovietiche di spicco. La situazione è critica da un punto di vista umanitario/sociale. Le ripercussioni saranno complesse, probabilmente prolungate. In Russia gli effetti della mole di sanzioni appena esemplificate si stanno palesando. La Banca Centrale di Mosca si è trovata costretta ad alzare i propri tassi d’interesse dal 9,5% al 20% e ha dovuto bloccare la vendita di titoli da parte dei non residenti. Ha inoltre richiesto la conversione forzata della maggior parte dei ricavi (80%) in valuta estera delle aziende per limitare i deflussi di capitale e il crollo del rublo. Stiamo assistendo a una letterale corsa agli sportelli. L’inflazione è destinata a impennare. A livello mondiale aggregato l’impatto dovrebbe essere molto ridotto, in quanto entrambi i fronti pesano insieme meno del 2% degli scambi commerciali globali. La problematica risiede nella composizione delle esportazioni dalla Russia, che rappresenta uno dei principali produttori di materie prime energetiche come petrolio e gas naturale, ma anche agricole (metalli, legno e fertilizzanti). L’Europa risulta più esposta degli Stati Uniti non solo geograficamente, in quanto dipendente dall’estero per i beni energetici. Basti pensare che il Cremlino è il principale fornitore per l’Unione Europea di gas naturale (circa il 40% del gas importato), petrolio (circa il 27%) e carbone (circa il 47%)². Nonostante l’attenzione sia catalizzata dagli sviluppi geopolitici del conflitto e i risvolti appaiano incerti, nell’ultimo periodo sono emerse comunque delle evidenze positive. Sul piano economico il netto miglioramento del quadro sanitario ha consentito riaperture graduali, riflettendosi nella ripresa della mobilità e dei livelli di attività. I consumi si dimostrano resilienti e i dati di vendita stupiscono al rialzo. La produzione industriale è persino arrivata a superare i volumi pre-pandemia sia nell’area euro che negli USA.   Per ora, non ci resta che auspicare il ritorno a un clima di distensione.

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Le Banche Centrali tra forte inflazione e solida crescita economica

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 22.02.2022

A livello finanziario l’avvio di questo 2022 è stato caratterizzato da un considerevole aumento di volatilità e dalla più significativa correzione in ambito azionario da marzo 2020 (l’indice globale è arrivato a perdere l’8% da inizio anno e l’8,5% dai massimi dello scorso 16 novembre, salvo poi recuperare parzialmente). In un contesto del genere la crescita economica è apparsa più moderata ma ancora solida. Nel 4° trimestre la crescita globale ha dimostrato la sua resilienza, registrando una ri-accelerazione rispetto al 3°. Negli Stati Uniti il PIL è salito oltre le aspettative, dell’1,7%. Nonostante la nuova ondata pandemica anche l’Eurozona resta in territorio positivo, seppure con un modesto +0,3%; l’Italia fa meglio a +0,6%. Il bilancio complessivo mostra il 2021 in sonoro recupero, a fronte del 2020: in USA del +5,7%, Europa +5,2% e Italia +6,5%. Dopo la debolezza nei mesi estivi la Cina ha visto un parziale recupero (+1,6% nel 4° trimestre), trainato quasi interamente dal comparto industriale e dall’export. A proposito di nuove varianti, molti Paesi sembrano aver superato il picco dei contagi da Omicron. Se paragonato alle precedenti ondate l’impatto sarà contenuto e di durata inferiore, come mostrato dagli indici PMI – ad esempio. È ragionevole ritenere il periodo attuale come lo stadio conclusivo della pandemia o quantomeno il passaggio ad una fase endemica, nella quale si potrà convivere con il virus senza azioni drastiche e straordinarie da parte dei governi. Tormentone degli ultimi mesi è poi il tema dell’inflazione. Le pressioni sui prezzi si sono infatti dimostrate persistenti rispetto a quanto previsto inizialmente, raggiungendo livelli elevati rispetto alla media degli ultimi anni; parliamo del +7% negli Stati Uniti (record dal 1982) e +5% nell’area euro a dicembre. E le Banche Centrali? La Federal Reserve ha innescato il processo di normalizzazione monetaria. A inizio dicembre gli analisti ipotizzavano solo due rialzi dei tassi statunitensi nel corso del 2022, accompagnati da una lenta riduzione degli acquisti di titoli (tapering); ad oggi, invece, le attese di mercato incorporano quasi cinque rialzi nel corso del 2022, a partire da marzo. La presidente Christine Lagarde ha ribadito più volte l’approccio morbido della Banca Centrale Europea, con una graduale riduzione degli acquisti di titoli (il PEPP è in scadenza a marzo) ma anche il proseguo a tempo indeterminato nell’ambito dell’APP. I tassi d’interesse resteranno invariati ancora a lungo. È evidente che Fed e BCE agiscano su scenari dissimili tra loro, eppure entrambe adegueranno le rispettive tendenze da “falco/colomba” in base al concreto evolversi di economia e inflazione, cercando di stimolare la prima e stabilizzare la seconda. Il sopraggiungere della primavera svelerà nuovi tasselli di questo complesso mosaico… Scarica l'e-Book "La borsa o la vita: Resoconto finanziario del 2021. La quiete dopo la tempesta".

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Duemilaventidue, la transizione Cosa ci attende dopo il grande rimbalzo?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 29.01.2022

Nonostante le premesse il 2021 si è rivelato l’anno del “grande rimbalzo”, un inaspettato recupero dell’economia globale, con il PIL reale stimato intorno al 5,6% a recuperare già ampiamente il calo dell’anno precedente (-3,1%) e superare di circa il 2,3% il livello di fine 2019. Il rimbalzo ha mostrato caratteristiche e tempi diversi a seconda delle aree geografiche. Ad inizio anno gli Stati Uniti hanno avviato il processo, grazie al rapido innesco delle campagne vaccinali unitamente ai poderosi piani fiscali di supporto a lavoratori, famiglie e imprese (vedasi quello da 900 miliardi di dollari varato a dicembre 2020 oppure l’American Rescue Plan di marzo, per citarne alcuni). Nell’Eurozona le tempistiche sono apparse rallentate da una zoppicante somministrazione delle prime dosi vaccinali e dal perpetrarsi delle conseguenti restrizioni per il contenimento del virus. La ripresa ha infatti coinciso con il secondo/terzo trimestre, favorita dalle riaperture e dalla stagione turistica estiva. Nel contesto continentale va segnalato l’ottimo andamento dell’economia italiana; nei primi tre trimestri del 2021 l’Italia ha mantenuto dei tassi di crescita superiori alla media europea, con un generalizzato recupero di tutti i relativi indicatori nonché della fiducia di famiglie e imprese. In controtendenza lo scenario cinese che, dopo essersi riscattato più in fretta degli altri Paesi (tanto da registrare una crescita positiva già a partire dal 2020), ha risentito quest’anno della riduzione dei supporti monetari e fiscali o dell’introduzione di severe regolamentazioni governative su diversi fronti. La ripresa della domanda è stata senz’altro positiva ma ha generato dei risvolti imprevisti, poiché concentrata soprattutto in alcuni ambiti (come quelli dei beni fisici, legati in particolare alla sfera domestica e al lavoro da remoto). Dopo lunghi periodi di chiusura e la riduzione del personale, l’offerta non è stata in grado di ripartire così velocemente, creando circoli viziosi costituiti da carenze di materie prime (ad esempio i circuiti integrati) oppure colli di bottiglia nella produzione e distribuzione. Tali squilibri hanno gettato le basi per il tanto discusso ritorno dell’inflazione. E il 2022? Questo si preannuncia come un anno di transizione, verso una maggiore normalità. Il corso della pandemia con le sue nuove varianti rappresenta ancora un fattore di incertezza, ma è dimostrato quanto le varie ondate successive alla prima abbiano avuto un impatto sempre minore, grazie sia ai rapidi progressi in campo medico-scientifico che alla capacità d’adattamento di tutti gli attori economici. Il ritmo di crescita globale dovrebbe normalizzarsi, rimanendo pur sempre su un livello molto buono, superiore al trend potenziale (intorno al +4,5%). Lo stesso dicasi per l’inflazione; il riequilibrio di domanda e offerta, la stabilizzazione dei prezzi energetici e un più favorevole effetto base dovrebbero favorire un rientro verso livelli più compatibili con i target delle Banche Centrali.

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Dicembre, tempo di bilanci e progetti. Il 2022 è alle porte. Cosa ci aspetta?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 29.12.2021

La decelerazione della crescita economica registrata nel terzo trimestre è stata in parte fisiologica e in parte condizionata dall’andamento della variante Delta con relative conseguenze. I dati macroeconomici più recenti mostrano una riaccelerazione della ripresa globale. Tra i fattori determinanti vi è il generalizzato recupero della produzione industriale, come emerge anche dagli indici PMI relativi alle imprese manifatturiere, i quali mettono in luce un miglioramento non solo dell’attività corrente ma soprattutto dei nuovi ordinativi e delle aspettative sulla produzione futura. L’aumento dell’inflazione e l’incertezza del quadro sanitario incidono ancora parzialmente sul sentimentdelle famiglie, eppure i consumi si dimostrano molto resilienti – merito degli ingenti risparmi accumulati in precedenza e del progressivo miglioramento del mercato del lavoro. Nell’ultima riunione della Federal Reserve, il 15 dicembre scorso, è stato annunciato un raddoppio nel ritmo del tapering (da 15 a 30 miliardi di dollari al mese) che dovrebbe terminare verso marzo 2022 e non più a metà anno, nonché un più rapido rialzo dei tassi, con tre aggiustamenti previsti nel 2022 e altri tre nel 2023. Da questo lato dell’oceano la “colomba” BCE prosegue l’approccio accomodante, per via di un contesto di maggiore rigidità nel mercato del lavoro, minore sviluppo salariare e inferiori attese di inflazione rispetto agli Stati Uniti. Certo, nel corso del prossimo anno molte scelte delle Banche Centrali dipenderanno in buona parte dall’andamento ancora incerto della nuova variante Omicron. Ma esistono elementi di concreto ottimismo, considerando che la copertura vaccinale con terza dose dovrebbe risultare efficace per gli esiti gravi della malattia. È molto probabile che se ci trovassimo ad affrontare eventuali nuove pervasive varianti la ripresa risulterebbe soltanto ritardata, non compromessa, per due ragioni: l’avanzamento in campo medico e l’adattamento sostanziale dimostrato dai vari attori economici. L’anno appena trascorso verrà ricordato dagli analisti come quello del grande rimbalzo a seguito della più profonda recessione dal secondo dopoguerra. Quali sono, quindi, gli scenari per il 2022? Ormai la crescita del PIL risulta prossima al 6% e ci si aspetta un periodo di transizione verso la normalità. Come evidenziato, la domanda dovrebbe essere supportata da una graduale rimozione delle misure restrittive alle attività e agli spostamenti interni/esteri, dalle politiche macroeconomiche accomodanti e dall’eccesso di risparmio accumulato. I colli di bottiglia nelle catene produttive dovrebbero riassorbirsi, consentendo il recupero dell’offerta. Il riequilibrarsi di domanda e offerta, la stabilizzazione dei prezzi energetici, unitamente a un più favorevole effetto base favoriranno il rientro dell’inflazione verso quei livelli compatibili con i target fissati dalle Banche Centrali. «Normalizzazione» sarà la parola chiave.

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Autunno azionario, tra nuovi massimi e performance positive Il ritrovato ottimismo sui mercati finanziari

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 20.11.2021

Il terzo trimestre dell’anno si è contraddistinto per gli ottimi risultati in ambito aziendale. L’incertezza generata dall’aumento dell’inflazione, i colli di bottiglia produttivi nonché l’avvio della normalizzazione monetaria è stata di gran lunga compensata da un concreto ottimismo, il quale ha avuto dalla sua due importanti fattori stimolanti: il prosieguo della ripresa economica globale e gli orientamenti accomodanti delle Banche Centrali – con conseguenze dirette come il calo della volatilità e i principali indici azionari su nuovi massimi storici. La performance globale dei mercati azionari a ottobre registra una progressione dell’indice globale MSCI All Country World di +5,1% (il maggior rialzo mensile del 2021). In USA l’S&P 500 e il Dow Jones chiudono il mese sui record, con rialzi rispettivamente del 7% e del 5,9%. In Europa l’indice generale STOXX 600 segna un +4,7%, con il nostro FTSE MIB in testa tra i principali Paesi dell’area (+4,8%) sui massimi da ottobre 2008. Una spinta alle quotazioni giunge sicuramente dalla reporting season; infatti le aziende hanno segnato una forte crescita degli utili rispetto al medesimo periodo del 2020 (+41,5% per lo S&P 500 e +57,2% per lo STOXX 600). Un trend, questo, che si mantiene ben sopra le attese del mercato, con più dell’80% delle società a superare le stime previste. I dati trimestrali ribadiscono la fase di espansione economica globale, sebbene ad un ritmo moderato rispetto ai due trimestri precedenti e con un andamento diversificato tra aree geografiche. L’Eurozona si è contraddistinta per un’ulteriore accelerazione del PIL (+2,2%), prossimo ai livelli pre-pandemia. E all’interno del panorama europeo l’Italia ha messo a segno una crescita del 2,6%, confermandosi uno dei Paesi del Vecchio Continente con la progressione più solida e proiettandosi ai livelli di fine 2019 già a partire dal primo trimestre 2022. Dopo l’exploit negli Stati Uniti assistiamo alla fisiologica decelerazione, con una crescita trimestrale di +0,5%, che rappresenterebbe il ritorno ad un trend “normale”. Le scelte governative caratterizzate da piccoli lockdown estivi e strette sul mercato immobiliare hanno invece influenzato il quasi nullo +0,2% della Cina. Il Governo di Pechino persegue con piglio deciso l’idea di crescita equa e sostenibile nel medio-lungo termine. Il contesto attuale vede salire il termometro dell’inflazione, come risultato delle spaccature nell’offerta originate dalla pandemia e della rapida ripresa della domanda (soprattutto di beni fisici) favorita anche dai tempestivi supporti dei Governi. Ma, stando al parere di esperti analisti, molti dei fattori che oggi esercitano una pressione al rialzo sui prezzi finiranno con l’attenuarsi gradualmente nei prossimi mesi, man mano che domanda e offerta si riequilibreranno.  

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Dal grande rimbalzo al solido rilancio La ripresa economica passa attraverso istruzione, ricerca e innovazione

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 18.10.2021

I ritmi di crescita dell’economia globale hanno subito un leggero rallentamento, ma questo è da ritenersi un fenomeno fisiologico a seguito dello straordinario recupero avvenuto nei mesi scorsi. Ad onor di cronaca la ripresa post-Covid è stata sorprendentemente rapida, soprattutto in confronto a quanto accaduto dopo la Grande Crisi finanziaria. A livello globale, Cina e USA hanno già superato i livelli di PIL pre-pandemia e l’Europa si appresta a fare altrettanto entro fine anno (l’Italia dovrebbe seguire a inizio del 2022). Gli indicatori sul sentiment delle imprese dimostrano come l’espansione stia proseguendo comunque a buon ritmo sia negli Stati Uniti che nell’Eurozona. I timori sulla variante Delta hanno condizionato l’area asiatica e in generale i consumi in tutte le aree principali; tali preoccupazioni sembrano placarsi grazie alle evidenze sull’efficacia dei vaccini e alle misure di controllo sanitario. Di conseguenza le probabilità che vengano reintrodotte forti e limitanti misure restrittive – come accaduto l’anno scorso – diminuiscono. Citando le parole della presidente BCE, la ripresa post-pandemica è stata “inusuale”. A causa della sua rapidità e peculiarità ha dato origine a significativi colli di bottiglia nelle catene produttive. Da un lato la domanda di beni ha visto un notevole e repentino rimbalzo, dall’altro l’offerta s’è scontrata con la mancanza di alcuni input produttivi (materie prime e semiconduttori), dalle difficoltà nella logistica e dalla carenza di lavoratori. Gli investitori temono che tali fenomeni possano portare a un calo della crescita e, al contempo, un aumento dell’inflazione. In effetti le principali Banche Centrali nell’ultimo periodo hanno ammesso quanto le pressioni sui prezzi si stiano protraendo più a lungo del previsto, continuando però a rimarcare la transitorietà dell’evento. In definitiva il contesto macroeconomico continua ad essere positivo e favorevole, eppure l’aspetto più interessante della ripresa è rappresentato dall’opportunità di passare da una fase di “semplice” rimbalzo economico ad un vero e proprio rilancio strutturale. A tal proposito, nell’ultima NADEF, il Governo italiano stima non solo una crescita al 6% quest’anno (al 4,2% nel 2022) ma anche un ritorno per la prima volta oltre i livelli di PIL del 2007 entro il 2024. Un obiettivo possibile solo attraverso un’accelerazione della crescita di produttività, investendo maggiormente in capitale fisico e/o umano (istruzione, ricerca, formazione), che si traduce in un aumento del grado di efficienza e innovazione. Non ci resta che monitorare con attenzione i progressi dei grandi piani fiscali come il Next Generation EU in Europa e il Build Back Better in USA, i quali mirano proprio a concretizzare le opportunità offerte dalla pandemia e dalle rivoluzioni in ambito climatico e digitale per rilanciare strutturalmente le economie mondiali.

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L'estate calda dei mercati - L'economia globale è in crescita e sostiene il ritmo della ripresa

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 22.09.2021

Gli ultimi trimestri si sono rivelati particolarmente brillanti in ambito economico, trainati (a fasi alterne) da diverse aree geografiche. In particolar modo la Cina ha svolto un ruolo centrale nella ripresa per tutto il 2020; prima nel rimbalzo, rispetto agli altri Paesi ha colmato più velocemente le perdite grazie all’efficace azione di contenimento della prima fase pandemica e ai sostegni monetari e fiscali da parte del governo. A seguire, gli Stati Uniti hanno attutito gli effetti della seconda ondata  per via di un tempestivo avvio della campagna vaccinale e gli straordinari stimoli fiscali. L’Europa  ha dimostrato un’iniziale frammentarietà, accusando il contraccolpo a cavallo tra il 2020 e il 2021, poi l’accelerazione nella somministrazione dei vaccini ha consentito un rapido recupero, arrivando a superare gli stessi USA in termini di crescita relativa al secondo trimestre del 2021 e a colmare il divario col livello di PIL pre-Covid entro la fine di quest’anno. Il recupero ha persino stupito gli analisti, i quali hanno dovuto rivedere al rialzo le loro precedenti previsioni. Per citare qualche esempio lampante, nel più recente “reporting season” l’88% delle società nell’indice S&P 500 ha riportato utili superiori alle attese, con una crescita aggregata media del 95% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In Europa tali valori si attestano rispettivamente al 64% e al +152% nello Stoxx Europe 600. Nel corso dei mesi estivi la crescita ha continuato a marciare, sebbene siano emersi segnali di fisiologica decelerazione. Gli indici di fiducia di imprese e consumatori si sono affievoliti e le vendite al dettaglio in USA hanno frenato. Le ragioni risiedono in una concomitanza di fattori: il subentrare della variante Delta a maggiore trasmissibilità che ha appesantito il recupero dei consumi e il ripristino della spesa in servizi, segue il rallentamento della Cina (tra riduzione degli impulsi creditizi e fiscali, a cui si aggiunge la reintroduzione di misure restrittive localizzate per far fronte ai nuovi contagi), infine il protrarsi dei colli di bottiglia nelle catene produttive (scarsità di componenti e aumento dei tempi/costi di trasporto delle merci). Non trascuriamo, poi, che l’ultimo anno e mezzo potrebbe avere un impatto rivoluzionario sulle prospettive a lungo termine dell’economia mondiale. La pandemia ha di fatto intensificato alcuni processi già in atto ma che stentavano a decollare, come la digitalizzazione, la ricerca e sviluppo di soluzioni innovative, la svolta climatica, l’orientamento green della politica, ecc… Le stime OCSE indicano un proseguimento del trend di crescita della produttività anche per l’anno prossimo, non solo Oltreoceano ma anche nel Vecchio Continente e Italia (fuori così da lunghi anni stagnanti in tal senso). Un ruolo cruciale lo svolgeranno i piani fiscali di rilancio strutturale dei governi, focalizzati su infrastrutture, clima, welfare e digitale. Il nostro Next Generation EU e i piani del presidente Joe Biden saranno opportunità chiave.

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Un primo semestre di “solide realtà”! Ripresa globale e nuove sfide all’orizzonte

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 26.07.2021

A giugno l’attenzione dei governi si è indirizzata alla variante Delta del Covid-19, a seguito dell’inversione di tendenza con rialzo dei casi di contagio. La campagna vaccinale consolida il suo ruolo chiave: nel Vecchio Continente si mantiene un alto livello di efficacia (circa il 90%), soprattutto dopo la seconda dose. Negli Stati dove la popolazione vaccinata raggiunge a malapena il 10% – come Russia e Sudafrica – sono stati proclamati nuovi lockdown nazionali. Trascorso il primo semestre del 2021 possiamo delineare alcuni tratti distintivi di quest’anno. In primis la stretta correlazione tra riaperture post-pandemia e ripresa economica. Basti pensare alla Cina e alla sua azione di contenimento sostenuta da mirate manovre fiscali già in pieno recupero nella seconda metà del 2020; gli USA sono in forte accelerazione da questo gennaio/febbraio, stando a quasi tutti gli indicatori economici rilevanti, dal sentiment di imprese e consumatori sino ad arrivare ai “dati reali” (il rimbalzo della crescita nel I trimestre, ovvero il +6,4% annualizzato). L’Europa, se proseguisse il conteso di riaperture, dovrebbe essere protagonista nei prossimi mesi (essendo in miglioramento non solo i valori relativi alla produzione industriale o all’export, ma anche ai consumi). La rapidità della ripresa nella domanda globale sembra aver colto in parte impreparato l’ambito dell’offerta; durante la pandemia le imprese hanno dovuto ridurre la propria capacità produttiva per limitare i costi ma una volta superata l’impassesi son trovate in difficoltà a tornare prontamente a regime, generando significativi “colli di bottiglia” e un effetto domino su tutta la catena produttiva. La ripresa del commercio mondiale ha messo sotto pressione la logistica facendo schizzare (per esempio) i costi d’affitto dei container su nave, ora ai massimi storici. Non è banale nemmeno il processo di ricostruzione della forza lavoro. Le aziende segnalano infatti un’impossibilità nel reperire nuovi lavoratori e la necessità di offrire compensi più elevati, in particolar modo nei settori ricreativi e legati all’accoglienza. I fenomeni appena elencati, nonché l’aumento dei prezzi delle materie prime, stanno contribuendo a un sostanziale incremento dei prezzi alla produzione e, poi, al consumo. Con tutta probabilità l’inflazione rimarrà elevata per tutto il 2021 ma la graduale attenuazione degli squilibri tra domanda e offerta potrebbe favorire un rientro inflazionistico nei prossimi mesi. Spostando lo sguardo ai mercati, il bilancio del primo semestre risulta decisamente favorevole per le classi di attivo rischiose, in particolare per i mercati azionari. L’indice globale segna un progresso dell’11,4% (1,2% nel solo mese di giugno), in prossimità del record. In altri termini, dopo ben cinque trimestri consecutivi di rialzi registriamo una distanza dell’87,5% dallo shock virale dei minimi di marzo 2020! A livello geografico sia l’area statunitense che quella europea attestano ritorni molto consistenti (+14,4% l’indice S&P500, +13,5% lo Stoxx Europe 600). Concludendo, la ripresa globale dovrebbe rimanere solida nelle prossime settimane, sino a diventare più sincronizzata verso la fine dell’anno. I progressi nelle vaccinazioni consentiranno ai Paesi dell’area asiatica e dell’America Latina di allentare le restrizioni e sostenere il recupero. L’Europa è ancora all’inizio della fase di rimbalzo ma la stagione turistica avviata si profila florida e propulsiva per l’attività economica.

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