Donato Rossiello

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Consulente finanziario

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11/02/2020

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Democratici o Repubblicani? I candidati sgomitano, i cittadini scalpitano, i mercati snobbano.

Scritto il 13.11.2020

A volte la semplice provocazione, spesso sganciata a conclusione di sceneggiature, drammaturgie o saggi, cela una mole di spunti d’analisi, riflessioni e argomenti degna di specifici approfondimenti. Un processo simile a quanto accade nelle fiabe, con le loro morali autoesplicative in cui il senso di mille peripezie si concentra in criptiche ma inequivocabili battute finali. È quanto ci siamo ritrovati a scrivere (quasi) in calce al nostro articolo precedente…   C’eravamo lasciati con una frase ad effetto che sollevava più di un dubbio: la figura del presidente degli Stati Uniti d’America, fondamentale per le politiche interne e cruciale sullo scacchiere internazionale, è davvero così influente nell’andamento dei mercati finanziari globali?   In seguito a non poche polemiche è notizia recente l’ufficialità di Joe Bidencome 46esimo presidente USA. Quanto la preferenza del popolo americano di un candidato democratico – piuttosto che repubblicano – incide sull’ambito finanziario? Dando un’occhiata a quanto accaduto nella storia recente possiamo affermare che sia del tutto indifferente.   Perché? Bisogna anzitutto scindere la politica dai mercati. I due aspetti seppur interconnessi sono entità distinte, con pesi specifici diversi. È indubbio che “asini” ed “elefanti” spingano politicamente su temi opposti, puntando a veri e propri feticci tradizionali dell’uno o dell’altro schieramento. Paese che vai, ridondanza che trovi!   A riprova di quanto sostenuto, osserviamo con attenzione i grafici sull’andamento dell’indice S&P 500 [ricordate il già citato Standard & Poor’s 500? – nda] correlato agli ultimi cinque uomini a guida della Casa Bianca. La nostra scelta di non andare troppo a ritroso nel tempo è legata all’evoluzione della Borsa e del suo ruolo, divenuto (a partire dagli anni ‘80) sempre più determinante per le sorti del mondo rispetto al passato.   Nel gioco di alternanze si sono avvicendati il repubblicano George H. W. Bush (periodo 1989-93), poi il democratico Bill Clinton (1993-2001), il repubblicano George W. Bush (2001-09), il democratico Barack Obama (2009-17) ed infine il repubblicano Donald Trump (2017-21). La scadenza di ogni mandato e l’istituzionale scambio di consegne avviene nella data consueta del 20 gennaio.   Ebbene, durante i rispettivi insediamenti è stato realizzato +55% (Bush senior), +201% (Clinton), -36% (Bush junior), +181% (Obama), +57% (Trump). Qualcuno è stato più fortunato di altri a trovarsi in contesti favorevoli a prescindere dalla propria azione di governo; ad ogni modo, l’indice dei mercati si sviluppava in dinamiche autonome e indipendenti dal leader a stelle e strisce in carica.   In questo caso ci sentiamo di concludere ritornando a vecchie memorie machiavelliche; le virtù di un “principe” risiedono nella capacità di decidere tempestivamente ed in maniera risoluta in base alle date/mutevoli circostanze esterne, non lasciandosi travolgere dagli eventi ma traducendoli a favore proprio e della collettività.

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Trump, Biden e i mercati finanziari Uno sguardo alle imminenti Elezioni USA 2020

Scritto il 26.10.2020

Ci siamo! Negli Stati Uniti, il prossimo 3 novembre si terranno le elezioni presidenziali. Alla guida della Casa Bianca si riconfermerà il repubblicano Donald Trumpo avrà la meglio il democratico Joe Biden? Tra l’altro, si aggiungono le votazioni per la Camera dei Rappresentanti e per il Senato. E godere della maggioranza nei due rami del Congresso agevolerebbe non poco il compito del Presidente.   Non possiamo celare il nostro interesse per l’evento in questione, ritenuto cruciale per i mercati. La figura del Presidente è, infatti, potenzialmente in grado di influenzare l’andamento dell’economia USA e di conseguenza Wall Streetanche per anni dal suo insediamento.   Come funziona il sistema elettorale americano?I cittadini dei singoli Stati non eleggono direttamente il Presidente ma i cosiddetti Grandi Elettori, i quali andranno poi ad esprimere la scelta effettiva. I “GE” sono in totale 538. Ogni Stato ne elegge un numero variabile – non meno di 2 – in base alla popolazione. Il candidato che ottiene anche un solo voto in più rispetto al contendente si aggiudica tutti i GE dello Stato in questione (tranne Nebraska e Maineche li attribuiscono con un sistema proporzionale). L’esito finale si ottiene con 270 preferenze.   Di solito a decidere il vincitore dello scontro sono gli “swing states”, ovvero quelli in cui nessuna delle due fazioni ha un sostegno predominante e si gioca tutto su una manciata di voti. Tradizionalmente gli Stati con più GE non sono contendibili (per esempio la California ha 55 GE ed è un solido baluardo democratico). Causa timori da emergenza Covid-19, quest’anno si incrementerà il già diffuso ricorso al voto postale.   In termini di programmi, le aree più rilevanti a livello economico sono tre: fisco, commercio internazionale e clima. Trump punta a stabilizzare gli sgravi fiscali realizzati in deficit, senza copertura di bilancio e in scadenza nel 2027, grazie ai quali c’è stata una straordinaria ascesa di Wall Street (circa +60% dell’S&P500); i democratici sottolineano il peggioramento dei conti pubblici e le disuguaglianze sociali, pertanto propongono di riportare la corporate taxdal 21 al 28% e l’aliquota IRPEF massima al 39,6%. Tiene banco il rapporto con la Cina e si dovrà scegliere se proseguire con un approccio bellicoso o ripristinare un multilateralismo diplomatico. Trump continua a negare i cambiamenti climatici mentre Biden vorrebbe riabbracciare l’Accordo di Parigi.   Tra le combinazioni su cui stanno ragionando i mercati c’è quella ritenuta poco probabile dai bookmaker(tra il 5 e 10%), ossia la riconferma repubblicana alla Presidenza e al Senato con la conquista della Camera; in tal caso è possibile l’innalzamento dell’asprezza con Cina ed Europa, una prospettiva premiante per la corporate Americanel breve periodo, ma che arriverebbe al prolungato protezionismo con scenari inediti. Decisamente in vantaggio (tra il 20 e 30%) l’ipotesi di   un Biden che ottiene la Presidenza e i democratici finiscono sia alla Camera che al Senato; i mercati, da subito, potrebbero non gradire l’aumento di alcune tasse ma apprezzerebbero i miliardi previsti in favore di istruzione, health caree infrastrutture.   In definitiva, Donald Trump viene considerato un “amico” dei mercati e Joe Biden offre un approccio più rassicurante nonché molti miliardi di dollari. Chiunque dovesse vincere, in fin dei conti, sarebbe ben accolto dalle Borse!   Allora chiudiamo con una provocazione… Sicuri che il Presidente degli Stati Uniti d’America conti qualcosa?

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Tesla, Inc. vince e convince? Nel frattempo Elon Musk se la ride!

Scritto il 21.09.2020

Vi ricordate il vecchio beneamato cinema di fantascienza? E lo stupefacente Blade Runner, film del 1982 diretto da Ridley Scott? I suoi scenari metropolitani e le sue vetture dal design avanguardistico sono ancora impressi nell’immaginario collettivo. Poi, come non parlare dei mitici anni ‘90, quando in ambito videoludico comparivano delle strambe auto poligonali che nulla avevano da spartire con le loro controparti reali; tutt’al più parevano futuristiche navicelle spaziali dal taglio moderno e luccicante, come in Wipeout. Ah, la nostalgia! Il 21 novembre 2019 molti avranno assistito con interesse [e un pizzico di ilarità – nda] alla presentazione mondiale del Tesla Cybertruck, una concept car a propulsione elettrica, presso il Tesla Design Studio di Hawthorne, in California. Potremmo considerarlo un picco di successo in termini di popolarità, marketing e comunicazione. Ma l’azienda guidata da Elon Musk come se la sta cavando in ambito finanziario? Benone, altroché! – potremmo rispondere in maniera lapidaria. Analizziamo i fatti. Per anni su Tesla ha aleggiato un alone di scetticismo generale. Tanti bei numeri e risultati ottimali in termini di rialzi, eppure tra gli analisti serpeggiavano molteplici “sì, ma le auto?”, “sì, però…”, sempre e solo “ma”. Poi, a gennaio scorso è riuscita a superare il gruppo tedesco Volkswagen per capitalizzazione, piazzandosi al secondo gradino nella classifica dei costruttori mondiali di automobili e destando un certo stupore. Stupore tramutato in clamore quando a giugno si è posizionata saldamente in vetta (oltre la giapponese Toyota) con risultati straordinari: le sue azioni passarono da quasi 900 USD a 1025 USD, un vero e proprio record per il brand californiano. I numeri evidenziano una performance in 1 solo anno pari a +379,2%. E ad oggi diviene il primo produttore mondiale di auto elettrice, avendo oltrepassato il colosso cinese BYD Auto. La sua scalata non si è limitata a questo. Ad agosto Tesla, Inc. ha raggiunto una quota superiore a 367 miliardi di dollari che le vale l’ottavo posto nella TOP 10 delle società più capitalizzate del mondo sviluppato(MSCI World Index), ovvero 0,79% del totale dell’indice. Le ragioni del successo sono molteplici e riconducibili alla sua forte identità, l’orientamento verso l’energia sostenibile, il focus a zero emissioni peculiare nel mondo dell’auto, l’inesauribile ricerca in ambito tecnologico nonché il costante incremento dell’offerta e dei volumi. Concludiamo con una piccola ma sentita provocazione: si potrà continuare a polemizzare su Chiara Ferragni, i piedi orribili e il prezzo delle bottiglie d’acqua Evian, si potrà sottolineare quanto facciano schifo i tormentoni estivi dei Boomdabash o criticare il gioco soporifero delle squadre di Massimiliano Allegrima, se i loro risultati sono vincenti e gli obbiettivi raggiunti, tutto assume il valore di vanvera, pretesti. “E chiacchiere non ce ne vogliono”!

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Settembre da incubo? Dall’attentato alle Torri Gemelle al fallimento Lehman Brothers

Scritto il 09.09.2020

Il mese di settembre nella cronaca contemporanea è stato funestato da eventi che hanno inevitabilmente alterato la nostra percezione del mondo (o di parte di esso) e smosso la coscienza collettiva. E i mercati finanziari?   Come avrete già letto, abbiamo posto in evidenza due avvenimenti di enorme portata tacciati d’essere i fattori scatenanti di un crollo dei mercati, con conseguenti perdite irrimediabili e dissesti economici negli investitori. Ma è davvero così? Scopriamolo insieme…   Tralasciando volutamente approfondimenti di natura geopolitica e sociale [non è questo il nostro ambito e scopo – nda], l’11 settembre 2001una serie di quattro attacchi aerei combinati minarono le fondamenta della sicurezza degli Stati Uniti, falciando migliaia di vite e lasciando un solco indelebile nella storia. Il crollo delle torri Nord e Sud del World Trade Center, però, non pare sia stato così determinante come ci vien spesso riportato, da un punto di vista finanziario.   Analizzando su ampia scala i dati e i rendimenti percentuali del mercato americano (valori “Standard and Poor’s”, S&P 500) appare tangibile come, ben prima dell’azione terroristica, i mercati fossero già in crisi da oltre un anno; invero dal 24 marzo 2000 al 10 settembre 2001 si registrano perdite del (-)30% circa. La settimana immediatamente successiva all’attentato c’è stato un ulteriore calo del (-)11% ma, rispetto a questo valore, al 31 dicembre dello stesso anno è stato recuperato/guadagnato un (+)7%. E, a dirla tutta, da quel maledetto 11 settembre ad oggi si documenta un incremento superiore a (+)200%!   Stessa disamina potrebbe esser fatta per il fallimento della società Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008. Nonostante i conseguenti ed inevitabili effetti “domino” negativi (legati per lo più ai debiti non saldati), anche in questo caso il mercato globale appariva in perdita da tempo. Difatti, sino al 15 settembre si attesta una percentuale negativa del (-)22% dai massimi precedenti e del (-)45% dai minimi successivi, salvo poi riprendersi e totalizzare un ricavo del (+)170% ad ora.   In definitiva, è evidente quanto gli episodi (di carattere finanziario) succitati non siano stati la «causa di» quanto piuttosto la «conseguenza di» situazioni e andamenti pregressi. Già, molto spesso alcune dinamiche di Borsa appaiono slegate dall’economia e dalla società reale. Come si spiegherebbero altrimenti i rialzi post Covid-19, essendo i PIL mondiali in rosso, o anche i cali del (-)20% nel 2018senza che ci fosse alcun fenomeno scatenante di rilievo? Un mistero pari a quello del numero esatto di fagioli nel barattolo, in una nota trasmissione televisiva condotta dalla Carrà.   Eppure non siamo al cospetto di un ambito caotico e casuale, come si potrebbe desumere, ma pragmatico e lucido: in Borsa non esistono fatti positivi/negativi né pretesti ma soltanto impostazioni corrette o sbagliate.

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Un’estate nei FAANG I titoli che hanno veleggiato durante il lockdown

Scritto il 27.07.2020

  Una massima, all’inizio di quest’anno, sembrava riecheggiare come una sorta di presagio: “anno bisesto, anno funesto”. Molti si sono persino cimentati in una serie di rituali apotropaici – antiscarogna – magari battezzandosi immersi nel latte scremato con prezzemolo e finocchio, per contrastare l’Innominæto. Sebbene esistano periodi particolarmente ostici e le difficoltà, gli imprevisti e i già citati “cigni neri” siano sempre dietro l’angolo, la capacità di saper reagire con lucido ottimismo smentisce senza dubbio alcuno questa vetusta diceria.   Anche in momenti bui come quello del lockdown pandemico esistono delle concrete opportunità, nonché delle possibilità di investimento sui mercati finanziari. Non solo crisi, crolli e fallimenti, dunque!   Parliamo del caso lampante dei FAANG, acronimo che si riferisce ai titoli azionari di cinque prominenti compagnie specializzate nel settore tecnologico, ovvero Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google, in grado di resistere, recuperare e superare quelle terribili correnti di ribassi dovute all’emergenza Coronavirus. Perché?   Le ragioni sono molteplici e sfaccettate ma risiedono innanzitutto nella tipologia di offerta che ogni azienda produce. È abbastanza intuitivo comprendere quanto gran parte della popolazione mondiale costretta in quarantena abbia rivolto la propria esistenza su social, internet, servizi di streaming, serie tv, per comunicare e intrattenersi, oppure abbia adoperato il commercio elettronico per l’approvvigionamento di risorse introvabili altrove.   Esse sono singolarmente riuscite a (r)innovarsi, perfezionando il loro pacchetto di risorse in queste mutate condizioni, riuscendo a cogliere le esigenze inedite e contingenti del proprio bacino d’utenza. Facebook ha avviato un strumento (Rooms) in grado di facilitare le videoconferenze, estendendo la possibilità di videochiamate sino a 50 ospiti, Amazon ha assunto oltre 150.000 dipendenti in lungo e largo per far fronte alla crescente mole di ordini on-line, Apple e Google hanno rilasciato a maggio la loro discussa app per il tracciamento dei contagi e Netflix ha registrato un incremento record di 15,8 milioni d’abbonati aggiuntivi nel solo primo trimestre del 2020.   Apple, in particolare, costituisce l’azienda più capitalizzata del mondo. Vi ricordate il riferimento dei mercati globali di cui vi parlammo qualche articolo fa, l’onnipresente MSCI World Index? Beh, la compagnia fondata da Steve Jobs da sola ha un indice superiore a quello di tutta l’Italia nel complesso… Potremmo affermare che le sue azioni hanno assunto il valore di “beni rifugio”, come l’oro e il franco svizzero di un tempo; conseguentemente risulta oggetto di strumenti finanziari passivi delle banche che si riferiscono al MSCI World Index (es: su 100 euro, più di 3 vengono automaticamente indirizzati sulla compagnia californiana).   In molti ritenevano che questi titoli avrebbero rallentato e terminato la loro corsa man mano che lo stato di emergenza si fosse placato con le progressive aperture in «fase 1», «fase 2», […], «fase n» ma così non è stato. A luglio, fondi di investimento in ambito hi-tech stanno registrando incrementi del +50%. Altro che materassini sgonfi, qui si naviga a gonfie vele!

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CR+7% e oltre Un colpo gobbo sui mercati finanziari!

Scritto il 07.07.2020

  Abbiamo più volte ribadito quanto la Borsa “e” la vita siano interconnesse in maniera indissolubile. Non esiste ambito nel quale un evento di più ampia portata non abbia i suoi riscontri sui mercati finanziari. E viceversa. Senza andar lontano con la fantasia, immaginiamo una scena tipica della nostra amata cittadina: una tranquilla mattinata cocente di luglio, in uno dei tanti bar che costellano il corso. Davanti ad un paio di espressini freddi e un maritozzo a metà, Feluccio e Chelino stanno animatamente discutendo della loro passione principale, spulciando le pagine fragranti di un giornale sportivo. Il tutto sotto gli occhi di Tanino, il titolare del locale, che li ascolta compatendoli mentre lucida a nuovo le tazzine. Proprio in questo periodo, nel luglio 2018, assistemmo ad uno degli eventi più discussi sia in termini calcistici che in quelli prettamente economici. A cosa alludiamo? Le indiscrezioni parecchio insistenti sull’acquisto (poi avvenuto) da parte della Juventus di quella macchina da gol e soldi col numero 7 impresso dietro la schiena, Cristiano Ronaldo,esemplificano quanto il parlare quotidiano prenda forma concreta sui grafici borsistici, veicolando flussi di denaro davvero impressionanti. Un simile episodio è avvenuto per il caso dell’allenatore Guardiola, i cui bisbiglii sul suo arrivo in panchina (poi rivelatesi irrealizzati) crearono più di uno scossone azionario. Quando iniziarono a circolare le prime voci sull’eventuale trasferimento di CR7 dal Real Madrid alla squadra bianconera i titoli relativi schizzarono, registrando rialzi su rialzi e guadagnando sino al 12%. Un andamento tale da allertare la Consob (Commissione nazionale per le società e la Borsa) che ne ha preteso un chiarimento delle posizioni. La risposta non si fece attendere e, come atto dovuto, proprio il 6 luglio 2018, la dirigenza torinese precisò in un comunicato che, durante la Campagna Trasferimenti, avrebbe valutato diverse opportunità di mercato e all’eventuale perfezionamento delle stesse avrebbe fornito “adeguata informativa nei termini di legge”; lasciando intendere una sua totale estraneità dalla circolazione di notizie fuorvianti. Se la juve avesse esternato l’acquisto o meno del campione portoghese e poi avesse agito diversamente la Consob l’avrebbe potuta sanzionare per evidente manipolazione dei mercati. Nulla accade per caso e la scelta del giorno/momento in cui parlare non fu affatto casuale. Tale dichiarazione avvenne un venerdì, ovvero poco prima della chiusura dei mercati, quando ormai era chiassoso il vociferare con cui si dava per scontato l’arrivo del bomber il giorno successivo – il 7/07 – in una prevedibile ma proficua manovra di marketing/comunicazione. Ma la tanto attesa notizia avvenne solo poco più tardi, il dieci luglio, con l’entusiasmo della tifoseria zebrata. E mentre i due pensionati ancora discutono su chi sarebbe stato meglio come attaccante di sfondamento o su moduli assai improbabili, il barista continua ad osservarli supponente e disincantato, pensando cinicamente: “A’ sòlte, chìdde de ‘la Juvéns la sàpəne lòng”!*   *(“In quanto a monetizzare, alla Juventus la sanno lunga!”)

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“Non c’è futuro!” Guida pratica per sovvertire il pessimismo

Scritto il 25.06.2020

  A tutti sarà capitato, prima o poi, di imbattersi nei soliti discorsi sulle “mezze stagioni che non esistono più”, sul “si stava meglio quando si stava peggio”, sui “giovani di oggi”, sul “che ci azzecca l’ananas sulla pizza”, etc… Si potrebbe dibattere a lungo per sfatare o confutare quelle tesi. In questo articolo ci occuperemo di un tema altrettanto ricorrente nel parlare quotidiano, ovvero “il futuro” quasi sempre visto in un’ottica pessimistica, disillusa o apocalittica.   Tralasciando ambiti non di nostra pertinenza, sebbene di sicuro interesse, vogliamo sottolineare la capacità del singolo individuo di poter muovere quei passi in ambito finanziario che contribuiscano a tracciare un sentiero quanto più stabile, solido e proficuo per gli anni a venire. “La Borsa o la vita” cerca, nel suo piccolo, di infondere uno spirito propositivo e proattivo nel lettore/risparmiatore attraverso dei piccoli suggerimenti, stimolando curiosità e un briciolo di ottimismo pragmatico.   È possibile esser fiduciosi nel nostro futuro economico? Possiamo far qualcosa per aiutarci a migliorarlo?La risposta è assolutamente affermativa. Cercando di non risultare una tediosa pappardella teorica, abbiamo deciso di proporvi un esempio concreto che possa fornirvi alcuni consigli pratici, immediati, a riguardo. E come se a parlarvi ci fosse un vecchio amico al bar sotto casa o un’amica dall’estetista di fiducia!   Vi riportiamo fatti ed esperienze personali volte al domani di chi scrive, in sintetici passaggi.   Primo passo: intorno ai 25 anni ho ritenuto opportuno iniziare un piano di accumulo con un versamento di 200 euro mensili per 30 anni (quindi da rivalutare in base al tasso d’inflazione del 2041). Come ribadito più volte, la scelta del lungo periodo premia sempre. Facendo un rapido calcolo, significa che saranno versati 72.000 euro (senza la rivalutazione). In questo trentennio, mantenendoci volutamente cauti, tale cifra sarà quantomeno raddoppiata nei nostri conti, arrivando a circa 150.000 euro nel 2041. E, ormai 55enne, non dovrò versare più nulla. Ma non finisce qui…   Nel 2041 quei 150.000 euro saranno poi decumulati mensilmente dal già citato piano d’accumulo (ormai terminato) ad un fondo pensionistico fino a quando non avverrà il mio ritiro dal lavoro; ipotizzandolo a 77 anni, significa permettere altri 12 anni di rendimenti ed ingrossare ancora quei 150.000 euro. Sì, senza esagerare, supererebbero quota 200.000 euro il giorno esatto in cui andrò in pensione – la quale, non dimentichiamolo, sarà aggiunta a quanto sin qui ottenuto.   Secondo passo: per prevenire spiacevoli imprevisti ho anche attivato una polizza assicurativa a copertura totale in caso di invalidità, infortunio e qualsiasi altro rischio grave come la non autosufficienza fisica, mentale ed economica, versando 100 euro mensili.   In definitiva, ne trarrete una rapida guida per permettervi una buona volta di zittire con l’azione quegli incrollabili menagrami che, quando si parla di futuro, non fanno altro che “tirarvela” e sospirare!

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Anche la finanza va in vacanza “Vendi a maggio e vattìnne!”

Scritto il 04.06.2020

Solitamente proverbi e modi di dire affondano le radici nell’esperienza tramandata e nella cultura. Questo è quanto mai vero anche in ambiti di natura finanziaria. Con l’avvicinarsi dell’estate è ricorrente il detto “sell in May and go away”, ovvero “vendi a maggio e va’ via”. A chi non piacerebbe, per un po’, mollare tutto e godersi un bel cocktail su qualche atollo tropicale, oppure una bella birra ghiacciata con un pezzo di focaccia sulle spiagge di Pane e Pomodoro!?   Ma cosa vuol dire? Il motto appena citato deriva dalla letteratura: a maggio – di solito – i mercati azionari stornavano poiché gli investitori, incassando i dividendi distribuiti dalle aziende in quel periodo, andavano letteralmente in vacanza o quanto meno beneficiavano dei profitti appena ottenuti. Ecco il non celato consiglio di vendere le proprie quote entro il 31, essendo previsti dei repentini cali successivi.   L’uso del tempo passato, però, è doveroso; tali dinamiche non si verificano da circa un ventennio, essendo mutato drasticamente il ruolo della Borsa a livello mondiale. Indubbio affermare che essa  rappresenti un campo di battaglia sempre più cruciale per le sorti dell’uomo. Nel farlo, ricordiamo quanto i veri terreni di scontro si siano spostati dalle trincee concrete ai mercati borsistici, dove le contese appaiono meno drammatiche e cruente ma non meno vitali.   E il 2020? Beh, considerando avvenimenti e andamenti verificati potrebbe essere un anno che conferma tale riecheggiante proverbio: lo scorso aprile è stato un mese estremamente positivo (segnando un rialzo come non se ne vedevano da anni) e l’estate si prospetta comunque volatile e insidiosa. Persino la scelta del rinomato imprenditore/economista Warren Buffett, il quale ha dichiarato di aver liquidato tutte le sue posizioni su varie compagnie aeree, sembrerebbe suggerire tale condotta. Nonostante l’insolito clamore mediatico del caso, specifichiamo l’importanza di considerare il contesto generale di crisi da Coronavirus che ha funestato quel settore, ora in estrema difficoltà, con l’aggiunta di una naturale tendenza a consolidare i profitti più in generale. Vanno valutati i casi specifici e i dati oggettivi.   Ad ogni modo, quest’anno potrebbe eccezionalmente rispecchiare quella convenienza “da vecchi antichi” di vendere titoli prima che giunga la calura. Non sarebbe poi male restare sonnecchianti su delle sdraio a distanza di sicurezza, magari beneficiando di un dissetante gelato al limone, con l’unico pensiero di essere destati dalle urla folkloristiche di richiamo da parte del gelataio in Apecar con guanti e mascherina. “A limuooòzze!”

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Percorso d’investimento da formica o da cicala? Il piano di accumulo e la fiaba della buonanotte

Scritto il 28.05.2020

  C’era una volta un piccolo villaggio tra le foglie e l’erba alta, abitato da una formica e una cicala. La prima, serafica ed instancabile, gestiva le giornate con lungimiranza e oculatezza. Mangiava quel tanto che le serviva ma, puntualmente, accantonava parte del suo cibo in dispensa. La cicala vagabonda, invece, si godeva ogni momento, ingurgitando quello che poteva e canzonando la vicina per la sua noiosa operosità. Tra una strampalata coreografia ed un saltello, il tempo scorse inesorabile. E giunse l’inverno.   La fredda stagione era arida di risorse e la cicala si ritrovò a morire di stenti, con ancora indosso degli orrendi scaldamuscoli fucsia. La saggia formica continuava ad apprezzare il tepore del suo rifugio e le scorte accumulate in precedenza. In tutto il bosco risuonava solo l’eco del jingle di Heather Parisi, in attesa della primavera.   Diciamolo, la morale della favola di Esopo è quanto mai attuale e può aiutarci a comprendere meglio l’efficacia di un percorso di investimento molto spesso sottovalutato: il piano di accumulo.  È una metodologia di tipo “asset management” (ovvero un risparmio gestito, con trasparenza, discrezionalità e competenza da esperti professionali) che permette al cliente di depositare il denaro con una quota minima iniziale e conseguenti quote ricorrenti, costanti mensilmente. Un “tot” al mese piuttosto che un’unica grande soluzione. Il nostro – ormai noto – consiglio resta sempre quello di strutturarlo sul lungo periodo, per una durata minima di dieci anni, seguendo le dinamiche del MSCI World Index.   Perché? Quali sono i suoi vantaggi?   Il beneficio più evidente è dato dalla capacità non solo di superare i ribassi dei mercati finanziari ma di sfruttarli, trasformando così il rischio in opportunità e vantaggi. Investire costantemente, anche se meno, permette di entrare nel mercato al momento giusto, acquistando titoli in svalutazione “oggi” ma che verranno rivalutati in seguito e potranno essere venduti ad un prezzo superiore.   Un’altra importante caratteristica è il dinamismo. Chi gestisce l’investimento è un professionista qualificato del settore ed è in grado di fiutare con tempestività i ribassi più vantaggiosi, riposizionandosi così sul mercato in maniera puntuale e strategica.    È, di conseguenza, flessibile, consentendo una variazione (aumento o diminuzione) della quota mensile sulla base delle proprie esigenze. Un’eventuale uscita dal mercato avverrebbe in modo rapido e indolore, senza implicazioni di natura economica per l’investitore. Sì, il cliente potrà rientrare in pieno possesso del proprio denaro senza finire ad imprecare rivolgendosi al Santo del giorno sul calendario.   Non grava sul bilancio familiare. Essendo costituito da piccole quote mensili concordate e flessibili, non corrisponde ad un esborso notevole e rigido di liquidità che alleggerirebbe di molto le tasche dei risparmiatori.   In definitiva, investire agendo da formica appare un comportamento virtuoso che consente di sopravvivere e sfruttare le crisi invernali ma anche di poter sfregare i palmi della mani sul petto, danzando spensierati e divertiti al grido di “Cica-cicaaà”!

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Il declassamento non è acqua! Fitch declassa l’Italia. C’è da preoccuparsi?

Scritto il 12.05.2020

Negli ultimi anni avrete sicuramente sentito parlare delle cosiddette agenzie di ratinginternazionali e delle loro puntuali pagelle sulle condizioni di solidità degli enti governativi o privati. Proprio come quelle severe maestre dal porro sul naso e gli occhiali da vista triangolari che scrutano e bacchettano gli alunni della classe con una vocina stridula ed inacidita da anni di “zitellanza”. Perdonate l’ironia. Ma, di preciso, cos’è un’agenzia di rating?   È una società privata che si occupa della valutazione sintetica sulla solvibilità di un emittente obbligazionario, ovvero sulla sua capacità di poter estinguere il debito contratto. Il rating, quindi, non è altro che un’opinione – pertanto, soggettiva e tutt’altro che infallibile – che viene espressa attraverso un “layout di giudizio”, dal valore massimo della qualità del credito (AAA) sino al valore minimo (D) ad indicare l’ufficiale bancarotta. A tali voti si aggiunge quello che in gergo tecnico si chiama “outlook” (positivo, negativo o stabile) che rappresenta una previsione sul possibile miglioramento o peggioramento delle condizioni attuali, nell’immediato futuro.   Perché stiamo rimarcando la natura soggettiva del giudizio? Beh, basti pensare al caso della Lehman Brothers: letteralmente “tripla A” il venerdì e fallita nel concreto il lunedì seguente! Indubbio, poi, quanto tali valutazioni siano strumentalizzate, dando adito a ingenti speculazioni. Ma questo è un altro discorso…    Il 28 aprile abbiamo assistito al declassamento del debito italiano a BBB- con outlook stabileda parte della prestigiosa agenzia di rating Fitch. Seppur vero che l’Italia da almeno un decennio non se la passi bene in termini di prestigio, qualità e stabilità economico-finanziaria, un’ulteriore retrocessione (complice la precarietà nelle attuali condizioni da lockdown pandemico) lascia un qualche motivo di perplessità e di analisi. Il Codacons ha persino presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma contro Fitch per possibile manipolazione dei mercati.   Cosa significa BBB-?Significa essere sul gradino immediatamente sopra CCC, ad un passo dal baratro. Un debito “tripla C” viene considerato a tutti gli effetti come spazzatura (“junk bond”) ed  implicherebbe una serie di problematiche di natura tecnica e pratica; per regolamento, molti fondi comuni di investimento non possono avere in portafoglio tali titoli rifiuto, costringendo alla loro vendita. In caso di ulteriore declassamento, l’Italia si troverebbe in condizioni analoghe a quelle della Grecia o, peggio, dell’Argentina, scatenando un flusso di vendite da panic selling.   Uno scenario da vecchio bidone (fondo comune di investimento) ricolmo di pattume maleodorante (insieme di titoli spazzatura) che necessita di essere svuotato al più presto. Appare evidente come questo metterebbe a repentaglio la tenuta dello Stato. Ad ogni modo, stiamo parliamo di un rischio possibile, non probabile e tutt’altro che inesorabile. Per ora, non ci resta che sperare che quel cestino dell’umido non si riempia ulteriormente.

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Il petrolio crolla, l’economia trema. Prezzi sotto zero: svolta epocale o incidente di percorso?

Scritto il 27.04.2020

Il crollo del prezzo del petrolio.   Trascurando discorsi d’ordine ecologico o di ecosostenibilità (Greta non ce ne volere), è innegabile quanto il greggio abbia assunto il valore di un bene primario, ovvero indispensabile negli innumerevoli processi produttivi d’epoca moderna. Basti pensare ai suoi derivati come benzina o il GPL, gli oli, la plastica o i composti per l’asfalto, ecc. Ma cosa è accaduto?   Sintesi brutale: l’emergenza Coronavirusha, di fatto, bloccato il mondo. Intere catene produttive sono ferme e, con esse, anche l’estrazione del greggio. Si è reso necessario lo smaltimento delle scorte già estratte e stoccate, con un’incidenza sui relativi contratti a scadenza mensile.   Lunedì 20 aprile scorso, abbiamo assistito al picco minimo del prezzo del barile, crollato in media intorno ai 5-10 dollari; ma quello che colpisce maggiormente è l’espansione di aree in cui tale costo è addirittura negativo, sino a toccare punte dei -40 dollari. Perché?   Ci sono così tanti barili di greggio già estratto che iniziano a scarseggiare i luoghi preposti al loro stoccaggio, i quali hanno degli onerosi costi di mantenimento. Vi accennavamo ai contratti degli investitori in questo ambito. Essi sono mensili, alla loro scadenza si ricevono un “tot” numero di barili (già acquistati). A causa della scarsa richiesta dovuta ad un’economia in lockdown da emergenza pandemica, gli investitori sono disposti a liberarsi di questi contratti, con prezzi sempre inferiori, sino ad arrivare a regalare e pagare chiunque sia disposto a mantenere quei barili, ora divenuti ingombranti. Prospettive?   Difficile ipotizzare uno scenario possibile. Dovremo attendere almeno fine maggio per avanzare delle ipotesi vagamente credibili. Di certo possiamo inquadrare una “forbice” di possibilità. La prospettiva apocalittica avverrebbe nel caso in cui il lockdown si dovesse estendere per un periodo indefinito di tempo, rendendo la benzina un bene ormai in disuso e rivoluzionando in maniera irreversibile le fasi produttive, l’economia ma soprattutto il vivere quotidiano. Assisteremmo a quello di cui vi accennavamo in un nostro precedente articolo, il cosiddetto “Black Swan”, ora macchiato di catrame. Agli antipodi c’è lo scenario della scoperta immediata di una cura ed il rapido ritorno alla normalità, compreso l’utilizzo e la progressiva estrazione del petrolio. La verità, con tutta probabilità, starà nel mezzo. Ne riparleremo…    Noi, intanto, ci auguriamo che quel cigno possa tornare a librarsi in volo quanto prima.

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I benefici di una crisi

Scritto il 14.04.2020

Attentato alle Torri Gemelle, settembre 2001. Fallimento della banca Lehman Brothers, settembre 2008. Pandemia da Covid-19, febbraio 2020. Sembrano crisi finanziarie molto diverse tra loro ma presentano diversi fattori che le accomunano.   Primo: la paura.   Nel 2001, la paura che il mondo potesse cambiare a causa degli attentati e non andare avanti come prima.   Nel 2008, la paura che il mondo potesse fermarsi a causa della crisi finanziaria dell’epoca e non andare avanti come prima.   Ora, la paura che il mondo possa fermarsi a causa della crisi sanitaria in atto e non andare avanti come prima.   Timori del tutto fondati. Nella vita reale gli attentati purtroppo minacciano costantemente la nostra quotidianità e le crisi finanziarie sono sempre dietro l’angolo, in ogni nazione ed in ogni settore. Sull’attuale crisi sanitaria è inutile aggiungere altro. Ma la paura è un sentimento positivo che porta l’uomo al progresso, ad ingegnarsi e ad evolversi.   Analizzando ciò che succede nei mercati finanziari, la paura genera il cosiddetto panic selling, il quale porta a ribassi forti e repentini. Durante queste crisi se hai temuto, anche per un solo attimo, che potesse succedere qualcosa di negativo a livello finanziario, significa che la tua pianificazione finanziaria presenta delle falle assolutamente evitabili e, forse, non più rimediabili.   Secondo: potevano essere evitate.   L’attentato alle Torri Gemelle e il fallimento della Lehman Brothers sono avvenuti con i mercati finanziari in continua discesa da un anno, mentre la pandemia da Covid-19 è scoppiata con i mercati ai massimi storici, quando solo l’avidità può portare l’investitore a pretendere profitti maggiori.   Chi imputa a questi tre eventi la causa delle proprie perdite finanziarie cerca solo delle scusanti per le proprie scelte sbagliate.   Terzo: opportunità.   Le crisi nascondono rarissime opportunità per chi ha saputo pianificare saggiamente le proprie strategie d’investimento. Per dare un valore a queste opportunità, dal giorno dell’attentato alle Torri Gemelle ai giorni pre Covid-19 i mercati finanziari mondiali hanno guadagnato circa il 200%, invece dopo il fallimento della Lehman Brothers circa il 170%; lo stesso succederà a seguito dell’attuale crisi sanitaria, perché il progresso mondiale è inarrestabile. Durante le crisi, così come nei periodi tranquilli, ci saranno sempre delle aziende che emergeranno ed altre che falliranno a livello globale.   Vorrei sottolineare due aspetti: mai investire su singoli Stati o settori (per esempio l’Italia al massimo è arrivata al 50% circa dei prezzi pre crisi 2008, altro che 170% o 200%… ) ma questo non significa che bisogna investire tutto e subito, piuttosto rimarca quanto sia necessaria una corretta e lungimirante pianificazione finanziaria.   Quali sono state le ultime opportunità nei mercati finanziari? Esattamente il post attentato alle Torri Gemelle e il post fallimento della Lehman Brothers, quasi come se il mercato (o chi lo comanda) non aspettasse altro! Inoltre, il picco dei casi in Cina non ha creato nessun panico sui mercati finanziari mondiali, mentre i primi contagi in Italia hanno dato vita ad una volatilità che non si era mai vista prima. Senza alcuna logica, dato che l’economia cinese pesa sette volte quella italiana.   Sono state create le basi per approfittare di un’ennesima ghiotta occasione. Ad ogni modo non dimentichiamoci che il bene trionfa sempre sul male.

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