Glauco Pizzutto

Vai al mio profilo

Consulente finanziario

Top MoneyController Financial Educational
Finecobank
Milano, Monza, Como, Bergamo, Venezia, Treviso
Fino a €20MLN
Da 5 anni a 10 anni
Laurea specialistica
32 anni
185
03/03/2020

Leggi tutti i miei post


Record a novembre, sarà così anche dicembre?

Scritto il 04.12.2020

Che fosse un anno particolare ormai l’avevamo capito. Il mese che si è appena concluso ha regalato un altro record: è il miglior novembre di sempre in borsa. Record anche per i flussi sul mercato azionario: record storico per il mese, che nella seconda settimana ha visto ben 44 miliardi di dollari di flussi netti in acquisto, in 5 giorni di contrattazioni. E pensare che solo a Marzo abbiamo toccato il record della paura (si veda indice Vix) … e i deflussi sono stati costanti per 5 settimane. Merito di Biden o dei vaccini? Probabilmente più i secondi, almeno ad osservare le tempistiche dei flussi e il rimbalzo di tutti quei settori, e titoli, duramente colpiti dagli effetti economici della pandemia. I primi settori sono risultati: energetico, finanziario ed industriale. Meno brillanti i difensivi, mentre continuano a correre a un buon passo i tecnologici. I VACCINI Pfizer è stata la prima società a scatenare la festa sulle borse, con il suo vaccino che ha dato risposte positive al 90%. È arrivata poi Moderna che reclama risultati positivi superiori al 94%. Astrazeneca sembra essere più staccata nella corsa per l’approvazione. Qual è il migliore davvero? Basta guardare il rally di Moderna di questi giorni per capire quale sia il vaccino più efficace e vicino all’approvazione. Anche quello di Pfizer, comunque, non sembra tanto indietro. Per la cronaca, la vittoria di Biden e le minacce di Trump sono passate in secondo piano. COME AFFRONTARE L’ULTIMO MESE DELL’ANNO Seguire i flussi risulta sempre profittevole. O meglio, interpretare i flussi risulta profittevole. Come da introduzione, a marzo in molti hanno venduto e ora tutti che comprano. Gli ultimi grandi flussi in entrata sono stati registrati a gennaio 2020 e gennaio 2018, in uscita a fine 2018. Mi sembra che non si debba aggiungere altro. Vendere? Non necessariamente. Ma portare a casa un po’ di profitti potrebbe non essere una brutta idea. Il gregge si è affollato e potrebbe iniziare a muoversi in ordine sparso. La liquidità in giro, però, rimane sempre abbondante. Discese rapide potrebbero rappresentare un’occasione per incrementare l’esposizione azionaria. Meglio aumentare il peso di qualche trade che ultimamente non piace tanto: l’oro ha visto grandi deflussi, e tutti stanno vendendo dollari. Il primo è negativamente correlato ai tassi reali, il secondo è sempre un asset rifugio. Con gradualità, come sempre. Le scommesse le lasciamo alle sale da gioco.

Continua a leggere

Biden è il nuovo Presidente USA – cosa ci attende sui mercati?

Scritto il 09.11.2020

Dopo 4 giorni di suspence, Biden è stato dichiarato 46° Presidente degli Stati Uniti d’America. Trump non vuole rassegnarsi alla sconfitta, ma ha poco a cui appigliarsi. Certo, una battaglia legale non risulterà salutare agli Usa e al mondo intero, per quanto l’esito appaia scontato. Trump, doveroso dirlo, ha fatto bene al mercato azionario: la sua netta riforma fiscale, il protezionismo spinto e la forte de-regulation, hanno dato vigore a un mercato rialzista che durava già da diversi anni. Solo il Covid ha potuto scalfirlo, e solo per un paio di mesi. Il mandato presidenziale termina con l’indice S&P 500 a +45%, o più del 10% annualizzato. Biden saprà fare altrettanto? Cosa si aspettano i mercati dalla sua presidenza? IL PROGRAMMA BIDEN L’agenda del nuovo Presidente è chiara: revisione al rialzo delle tasse sulla Corporate America, forti stimoli fiscali per contrastare gli effetti economici della pandemia, finanziamento del Green New Deal. Inoltre Biden si propone di regolamentare severamente Wall Street, soprattutto in tema di bonus, dividendi e buyback; in campo sanitario punta a un controllo del costo dei farmaci e ad ampliare l’accesso all’assicurazione sanitaria, riprendendo il programma Obamacare; mira alla regolamentazione dei colossi Tech, ma proteggendo la proprietà intellettuale Usa in China; sul piano industriale punta ad incentivi per creare posti di lavoro senza focus alla bilancia commerciale; sull’ambiente il primo passo è rientrare negli accordi di Parigi, abbassando i limiti sulle emissioni derivanti da idrocarburi. IL MERCATO CON UNA PRESIDENZA DEMOCRATICA Partiamo col dire che tutti i Presidenti hanno dato ritorni positivi all’azionario dal dopoguerra, eccetto G.W.Bush che ha preso in mano l’America in cima alla bolla dot.com e ha concluso il suo secondo mandato nel pieno della Grande Crisi Finanziaria del 2008. In generale la vittoria del candidato sfidante ha prodotto rendimenti minori all’anno elettorale rispetto a una vittoria del presidente uscente. Tuttavia le presidenze democratiche hanno storicamente dato rendimenti maggiori all’indice americano, 9,7% contro 6,7% negli ultimi 100 anni. Gli ultimi 6 presidenti, eccetto G.W.Bush, hanno consegnato al mercato rendimenti annualizzati a doppia cifra. I risultati maggiori proprio con due democratici, Clinton e Obama, che hanno dato rispettivamente +16,7% e +16,5% annualizzato agli investitori. QUINDI CHE FARE? Secondo la maggioranza degli analisti, in questo scenario politico, l’azionario dovrebbe continuare ad aver vento in poppa: favoriti settore infrastrutture, rinnovabili e ciclici; penalizzati tech e energetici. I tassi dovrebbero rimanere stabili grazie ai programmi della Fed, anche se i forti stimoli fiscali potrebbero portare ad un rialzo più veloce dei tassi. Infine, tassi bassi d’interesse e una debolezza relativa dell’economia, potrebbero portare a una svalutazione del dollaro. Queste previsioni, a mio parere, lasciano sempre il tempo che trovano. Il contesto attuale è dominato dalla politica monetaria fortemente espansiva che favorisce l’azionario in generale. È l’effetto TINA – There Is No Alternative, ovvero non c’è alternativa all’investimento in azioni perché gli altri assets offrono rendimenti bassissimi, che non ripagano del rischio. L’America resterà centrale nell’economia mondiale, soprattutto in quella finanziaria, dove conta per il 55-60% dell’indice mondiale. Con questa politica monetaria, e con la debolezza dell’Europa causata dal Covid, avere meno del 50% di America nel proprio portafoglio potrebbe non essere una buona idea. Così come restare cauti nell’esposizione azionaria: i rendimenti compressi dei bond portano certamente a ritorni nulli, con qualche rischio all’orizzonte. Non bisogna aver paura di partecipare al rialzo azionario, che non sarà lineare ma inevitabilmente intervallato da veloci ribassi: l’abbondanza di liquidità e la ricerca disperata di rendimenti consentono di legittimare multipli fino ad ora inconcepibili.

Continua a leggere

Investire a tassi zero – riflessioni sul terzo trimestre e strategie future

Scritto il 05.10.2020

Due eventi di rilievo nel trimestre appena concluso: a luglio, in UE, è stato approvato il Recovery Fund; ad agosto, negli USA, la Federal Reserve ha annunciato una revisione degli obiettivi di politica monetaria, rendendo accettabile un’inflazione superiore al 2%. Due annunci che portano anche i tassi USA nella medesima direzione di quelli europei, verso lo zero, o ancora più giù. E questo sarà verosimilmente lo scenario che ci attende per diversi anni. Lo annuncia lo stesso Powell, presidente della Fed, nel suo discorso di settembre: tassi a zero almeno fino al 2023 e forti manovre monetarie di carattere espansionistico. Testuali parole: “non ci interessa se l’inflazione salga per un po’ sopra il 2%, anzi la riteniamo salutare; i nostri obiettivi primari sono la crescita economica e la piena occupazione”. Ora, prevedere i mercati è sempre impossibile. In questo contesto, però, anche alla luce delle recenti affermazioni da parte dei banchieri centrali, sembra naturale immaginare una loro prevedibile evoluzione: obbligazionario senza rendimenti e azionario con una forte spinta al rialzo. Don’t Fight the Fed, e TINA, restano due moniti attualissimi.   IL TRIMESTRE SUI MERCATI I mercati azionari hanno continuato il rimbalzo iniziato alla fine di marzo, andando a toccare, almeno per i mercati americani, i massimi storici. Il mese di settembre è stato il primo mese negativo dopo marzo. La correzione è stata anche importante, ma alla luce dei forti rialzi, risulta un ribasso salutare. Sul lato obbligazionario i rendimenti si sono ulteriormente compressi. Ormai c’è poco da ricevere nel mondo investment grade. L’oro ha registrato il nuovo record storico assoluto, sopra i 2000 $. I precisi sostengono, a ragione, che “inflation adjusted” il record risalga agli inizi degli anni 80’. Infine il dollaro, che si è indebolito notevolmente nel trimestre, a seguito di alcuni fattori: rialzo azionario, politiche della Fed ed elezioni imminenti, che creano sempre un po’ di incertezza.   QUALI STRATEGIE PER I PROSSIMI MESI Per orientarsi sui mercati nel breve, senza cercare di indovinare la direzione degli attivi, ma solo per ribilanciare le posizioni di portafoglio, occorre ragionare su 5 punti: Il vaccino per il Covid-19: è stato già fatto uno sforzo enorme per arrivare all’approvazione di un vaccino. Basti pensare che per lo sviluppo di un vaccino tradizionale ci vogliono circa 10 anni; in questo caso si riuscirà in 12-18 mesi. Al momento ci sono 4 aziende in fase III, ovvero vicine all’approvazione. A onore di cronaca, in Cina e Russia, stanno già iniettando vaccini, sebbene il processo di approvazione sia stato criticato anche dall’OMS. Elezioni USA: statisticamente si crea sempre dell’incertezza, seppur di brevissimo periodo. I candidati sono diametralmente opposti ma piacciono entrambi al mercato; sulla Cina la visione è comune tra repubblicani e democratici, non c’è quindi da aspettarsi un calo di tensione tra le due superpotenze in caso di vittoria di Biden. Don’t fight the Fed: la Federal Reserve è stata chiara e così pure le altre banche centrali. Si continuerà a stampare moneta con tassi bassissimi. Stagionalità del mercato: il quarto e ultimo trimestre è storicamente molto positivo, anche se ottobre risulta sempre essere un mese di forte volatilità, sia al rialzo che al ribasso. TINA: l’effetto TINA (there is no alternative) porta a un rialzo dei mercati azionari, non per la qualità delle società e dell’economia, ma perché l’investitore non ha altre alternative di investimento interessanti sotto il profilo rischio-rendimento.   In sintesi possiamo dire che l’incertezza regnerà nel breve periodo sui mercati, così come lo fa sempre: il quarto trimestre storicamente offre buoni rendimenti ma con volatilità elevata. La ricerca di un vaccino per il Covid-19 e le elezioni americane saranno le fonti di volatilità nel breve periodo, ma le risposte monetarie e politiche a livello globale sono state adeguate e continueranno a premere verso un’unica direzione: inondare di liquidità il sistema per stimolare la crescita economica. Anche i tassi resteranno bassi per un po’ di tempo. Al momento non ci sono pressioni inflazionistiche che, insieme agli alti livello di debito raggiunti, non lasciano pensare ad un rialzo dei tassi nel breve. TINA: There Is No Alternative… all’azionario.   COME HANNO PERFORMATO I PRINCIPALI PORTAFOGLI DA INIZIO ANNO Per un investitore in euro, che volesse utilizzare due semplici indici (MSCI World – Global Aggregate Bond), questi sono i rendimenti da inizio anno al 30/09: PTF 80/20: -1,2% (+25,6 nel 2019) PTF 60/40: -0,1% (+20,4) PTF 40/60: +0,9% (+15,3) PTF 20/80: +2,0% (+10,1) Per un investitore in dollari, che volesse seguire i portafogli leggendari anti-previsionali: PTF 60/40: +6,0% (+21,9) ALL WEATHER: +10,7% (+18,2) GOLDEN BUTTERFLY: +6,3% (+18,0) PERMANENT PORTFOLIO: +12,9% (+16,2)

Continua a leggere

SI SALIRA’ PER SEMPRE?

Scritto il 04.09.2020

Anche il mese di agosto ha visto risultati eccellenti per la maggior parte delle asset class. Sono saliti quasi tutti i mercati, stabile l’obbligazionario, sempre forte l’oro mentre continua a perdere un po’ di terreno il dollaro. Questo rally post bear market ha dello straordinario, ma non deve stupire: nasce in seguito a una crisi senza precedenti ed è supportato da interventi senza precedenti delle banche centrali. Ciò non vuol dire affatto che era prevedibile. Anche quest’ultimo mese ha però evidenziato una forte dispersione dei rendimenti azionari, soprattutto a livello settoriale: i listini, di qualsiasi regione, sono innegabilmente trainati dai titoli tecnologici. Basti osservare le differenze tra Dow e Nasdaq, Hong Kong e Shanghai, oppure i listini Europei. La “old economy” non piace più agli investitori. È doveroso anche uno sguardo al grafico di alcuni indici tecnologici, e in particolare di alcuni titoli, tra cui si potrebbero prendere decine di esempi. Bene, questa direzione dei corsi azionari non è più una risalita ma una vera e propria impennata, chiamatela pure “bolla” se vi piace. Nulla di paragonabile a vent’anni fa, la “bolla dot.com”: oggi le società che salgono hanno sicuramente un vantaggio competitivo e un futuro promettente. Ma quando i prezzi raddoppiano in pochi mesi, o settimane, qualche dubbio sul proseguo dei corsi dobbiamo porcelo. Infine uno sguardo alla stagionalità, settembre è statisticamente il peggior mese dell’anno. È una statistica storica e non un dogma, quindi vuol dire solo prudenza, non che sia vietato rimanere investiti. Anche agosto, del resto, è storicamente uno dei mesi peggiori, ma non lo è stato affatto quest’anno.   COME INTERVENIRE SUI PORTAFOGLI   I lazy portfolio rimangono sempre una soluzione adeguata per i vari profili di rischio. L’azionario continua a salire ma d’altra parte è anche difficile venderlo – there is no alternative (TINA). Sul fronte obbligazionario i rendimenti sono all’osso, salvo rivolgersi al segmento High Yield che è però molto correlato ai mercati. Scelte tattiche di qualche punto potrebbero rivolgersi verso quegli asset i cui rendimenti si sono discostati dalla media storica e dagli altri attivi: nel campo azionario si pensi soprattutto alle small cap, gradite in buona percentuale dal Golden Butterfly. Sull’obbligazionario, non mi dispiace l’aggregate US: presenza di governativi di qualità, yield medio più alto dell’euro ed esposizione in dollaro. Quest’ultima è un’altra scelta in ottica contrarian e per il medio termine. L’oro rimane di estremo interesse e ritengo sia giusto mantenerne i pesi desiderati. Per un confronto sull’asset allocation e come intervenire in questo momento non esitare a contattarmi per una consulenza gratuita.  

Continua a leggere

Attenti ai due mesi peggiori dell’anno, senza essere troppo pessimisti.

Scritto il 05.08.2020

Sell in May and go away, recita uno dei proverbi più famosi di wall street. Ce ne sarebbero tanti altri da riproporre in questo anno così intenso sui mercati, ma concentriamoci su questo. La ripresa dei listini iniziata sul finire di marzo non si è ancora arrestata, seppur stia proseguendo ad un ritmo più lento. Luglio è stato un altro mese positivo per l’azionario e per tutte le principali attività. È stato un mese spumeggiante per l’oro e i nostri Btp, mentre la debolezza del dollaro avrà pesato sicuramente un pochino sui nostri portafogli in euro (-8% in due mesi). I dati sul mercato del lavoro e sugli indici manifatturieri sono incoraggianti, anche se segnalano la persistente debolezza di alcuni settori importanti. Le trimestrali che stanno uscendo in questi giorni sono in chiaroscuro, come da aspettative, mentre le Big Tech continuano a incrementare fatturati e a macinare utili. La Fed insiste a tenere il piede sull’acceleratore dei prestiti (almeno fino a fine anno) e allo stesso modo sembra proseguire la Bce. L’unico elemento che sembra remare contro, in questo periodo, è l’analisi delle serie storiche. Attenti! Negli ultimi 50 anni, i mesi di agosto e settembre sono in media i peggiori dell’anno, con ritorni mediamente negativi. COME INTERVENIRE SUI PORTAFOGLI Premetto che, a mio avviso, almeno la metà del portafoglio debba rimanere sempre fissa: una buona percentuale dell’asset allocation non deve mai variare, una volta scelto il vostro target di rischio/rendimento. Per la componente più dinamica della vostra allocazione, si possono fare aggiustamenti in termini di qualche punto percentuale. Non sono negativo sull’azionario, ma in caso foste sovrappesati (rispetto al vostro target), potrebbe essere saggio prendere qualche profitto. Geograficamente non mi discosterei dall’Msci World. L’obbligazionario non sembra offrire spunti interessanti. L’high Yield è una delle poche classi che deve recuperare ancora terreno e può farcela, a patto che si metta in conto qualche rischio. Una soluzione interessante per noi europei potrebbe essere l’aggregate americano: il corporate rende ancora qualcosa, mentre il governativo è come sempre una garanzia in caso di ribassi azionari. Se si aggiunge la temporanea debolezza del dollaro (e il possibile recupero), il rapporto rischio/rendimento risulta interessante. Infine l’oro, beato chi ne aveva tanto in portafoglio a inizio anno. Nelle ultime settimane ha corso tanto (si veda però in relazione al tasso di cambio). Credo sia in un buon momentum e non lo venderei in questo momento volatile, anche (e soprattutto) per la sua capacità di non correlarsi agli altri attivi. Per un confronto sull’asset allocation e come intervenire in questo momento non esitare a contattarmi per una consulenza gratuita.

Continua a leggere

Don’t fight the Fed – Riflessioni sul trimestre e aspettative future

Scritto il 03.07.2020

    Il secondo trimestre di questo 2020 è iniziato nel pieno dell’emergenza Covid-19. Oggi, in gran parte del mondo la situazione appare in sensibile miglioramento, salvo diversi paesi che vedono ancora un gran numero di contagi (tra cui USA), sebbene il virus abbia perso un po’ di letalità.   Sui mercati azionari si è assistito a un rally impressionante, tanto che ad inizio giugno è stato recuperato tutto il ribasso dovuto alla crisi sanitaria, almeno per l’S&P 500. Il mese è poi proseguito con un andamento laterale, senza particolari spunti e con qualche spike di volatilità, prontamente rientrato.   I rendimenti delle obbligazioni governative sono rimasti molto compressi, mentre si è assistito a un forte recupero dei titoli obbligazionari societari, sia investment grade sia high yield.   Di particolare interesse è stato l’andamento del petrolio che nel mese di aprile, il giorno 20, ha fatto registrare prezzi negativi sul contratto di maggio, con un record di -37,63$. L’oro ha proseguito con il suo ruolo di bene rifugio, restando su quotazioni elevate.   PRINCIPALI MOTIVAZIONI DEL RALLY   Il miglioramento della situazione sanitaria è di per se un motivo importante di ottimismo, ma da solo non basta a spiegare questo forte recupero dei listini. Molti esperti del settore, continuano a segnalare la grande distanza che si sta creando tra Wall street (la finanza) e Main street (l’economia reale).   In primo luogo mi preme sottolineare che la ripresa non è stata generalizzata ma ha riguardato pochi settori, che hanno ottimi motivi e prospettive per salire: il settore tecnologico/software che beneficia dei nuovi stili di vita personali e professionali, tanto che è stato coniato il nuovo termine di “work-from-home sector”; il settore healthcare in generale, di cui è superfluo commentare; il settore utilities, beneficiario dei bassi tassi che, da un lato, riducono gli interessi sul debito e, dall’altro, rendono attrattivo il dividendo di queste società.   Venendo invece al titolo dell’articolo, possiamo dire molto serenamente che questo rally è figlio dell’azione delle banche centrali, in particolare della Fed, e degli stimoli fiscali dei singoli Paesi. Senza entrare nei dettagli, le banche centrali, prima di tutte la Fed, hanno reagito in modo tempestivo e importante, iniettando liquidità come mai fatto prima e tagliando ulteriormente il costo del denaro.   PREVISIONI E STRATEGIE   Come sempre impossibile fare previsioni accurate; possiamo però evidenziare qualche punto su cui riflettere per bilanciare o costruire i nostri portafogli. Piccola parentesi per il brevissimo termine – il terzo trimestre è statisticamente il peggiore per i rendimenti azionari, con agosto e settembre che si classificano come i due peggiori mesi dell’anno.   Così come abbiamo analizzato il rally, con gli stessi punti possiamo provare a immaginare i prossimi mesi: determinante sarà la risoluzione, o quanto meno la mitigazione, dell’emergenza sanitaria causata dal virus. E di conseguenza l’allentamento delle restrizioni e la ripresa delle attività economiche. I dati sul mercato del lavoro e gli altri indicatori economici di maggio hanno dato già risposte positive.   La ripresa però non è generalizzata; quello che sembra certo è che i cambiamenti dirompenti a cui abbiamo assistito non si esauriranno nel giro di qualche mese, ma sono destinati a durare. Sostenibilità, tecnologia e spesa sanitaria, saranno certamente dei temi interessanti da cavalcare.   Le banche centrali non allenteranno la loro azione, nemmeno con un presidente Usa diverso da quello attuale. Quindi tassi bassi e sostegno all’economia. Sui tassi bassi ci sarebbe da fare numerose riflessioni: quello che sembra scontato, almeno nel breve, è che questo livello di tassi continuerà a sostenere le quotazioni degli asset più rischiosi. Certo, non si escludono scivoloni, ma difficile immaginare alternative al mercato azionario.   Sarà invece molto difficile gestire la parte più difensiva dei portafogli. I governativi sicuri hanno poco valore, se non nullo, ma rappresentano spesso una protezione durante le fasi negative dei mercati. Le obbligazioni corporate stanno tornando verso i livelli pre-crisi, in un contesto ancora fragile per molti settori.   Infine, allungando l’orizzonte temporale, occorre riflettere sull’enorme debito accumulato da molti paesi per fronteggiare l’emergenza. È un debito sostenibile fintanto che i tassi rimangono tali, anche se diversi paesi emergenti mostrano già segnali di insostenibilità. Sarà dunque un compito arduo per i banchieri centrali riportare i tassi a livelli normali, anche se ad oggi nessuno sembra aver fretta. Al momento di inflazione non se ne vede, ma il problema sembra solo rimandato…. E qui potrebbe tornare molto interessante avere un po’ di oro, che comunque continua a comportarsi molto bene.    COME HANNO PERFORMATO I PRINCIPALI PORTAFOGLI NEL SECONDO TRIMESTRE   Per un investitore in euro, che vuole utilizzare due semplici indici (MSCI World – Global Aggregate Bond), questi sono i rendimenti del secondo trimestre: PTF 80/20: +11,7% nel trimestre (-4,0% nel 2020 e +25,6 nel 2019) PTF 60/40: +9,2% (-2,4% e +20,4) PTF 40/60: +6,8% (-0,7% e +15,3) PTF 20/80: +4,3% (+0,9% e +10,1)   Per un investitore in dollari, che vuole seguire i portafogli leggendari anti-previsionali: PTF 60/40: +13,7 (+0,5% nel 2020 e +21,9% nel 2019) ALL WEATHER: +6,7% (+7,3 e +18,2) GOLDEN BUTTERFLY: +9,4% (+2,8 e +18,0) PERMANENT PORTFOLIO: +7,6% (+9,0 e +16,2)

Continua a leggere

Petrolio in saldo : opportunità storica o trappola?

Scritto il 12.05.2020

Non sono un amante di queste “trading ideas” e personalmente non uso mai il petrolio nell’attività di consulenza. Ma dentro ogni persona che segue o lavora sui mercati finanziari, spesso arde quel desiderio di fare il grande colpo, di vincere la grande scommessa.   In questo periodo molti domandano se il petrolio non sia l’opportunità dell’anno. A questi prezzi, dicono, è destinato a salire. Se non subito, almeno nel giro di qualche mese. Voglio così fornire un’analisi semplice e comprensibile per coloro che vogliono avventurarsi, con la premessa che da consulente sconsiglio vivamente di farlo.   La mia risposta è: non lo so dove andrà il petrolio. Certo, posso farmi un’idea analizzandolo razionalmente. A tutti però dico di non contare solo sulla risalita dei prezzi ma di valutare bene l’effetto “contango”.   Perché il petrolio è ai minimi degli ulti 20 anni?   Il prezzo del petrolio, come molte commodities, è una funzione del modello domanda e offerta e delle aspettative future. Per il petrolio si aggiunge anche una difficoltà di “immagazzinamento”, che pesa molto sui contratti a breve termine   Il modello domanda e offerta del petrolio è entrato in crisi nell’ultimo decennio: dal 2012 gli USA hanno iniziato a pompare oil con la tecnica del fracking e hanno raddoppiato la produzione in 5 anni, sconvolgendo l’offerta di petrolio mondiale, prima controllata dai paesi OPEC.   L’aumento della produzione USA ha creato eccesso di offerta fin dal 2015. I prezzi hanno avuto un primo crollo quell’anno e le società private statunitensi hanno reagito inizialmente tagliando gli investimenti e producendo meno. Anche l’OPEC ha reagito tagliando la produzione per sostenere i prezzi. Tuttavia questa strategia ha favorito nuovamente i produttori USA che, una volta risaliti i prezzi sopra i 50 dollari, hanno ripreso a pompare a livelli record.   Fino al 2020 però, anche la domanda di petrolio è stata buona, grazie alla crescita economica mondiale e soprattutto grazie alla crescita della Cina e di altri paesi emergenti, consumatori netti di petrolio.   Nel 2020 arriva il virus Covid-19 che crea uno shock nella domanda: il mondo si ferma, in particolare il mondo del trasporto, e la domanda si riduce di ben il 33%. Come se non bastasse, l’Arabia Saudita, forte di prezzi bassissimi di estrazione e ingenti capacità finanziarie, decide di intraprendere una guerra dei prezzi allo scopo di ridurre l’egemonia Usa, ma anche di indebolire la Russia. Non solo, tenendo bassi i prezzi, indebolisce indirettamente anche lo sviluppo dell’electrification.   Il risultato finale l’abbiamo visto il 20 Aprile. Non si sa più letteralmente dove stoccare petrolio e i prezzi sul contratto di maggio arrivano a -37 dollari, ovvero i produttori pagano pur di liberarsi del petrolio prodotto. È una distorsione tecnica, ma qualcuno quel giorno ha pagato 37 dollari per vendere un barile di oil!   Come si può investire sul petrolio:   Siccome è difficile comprarlo fisicamente per un comune risparmiatore, a differenza dell’oro, ci sono 3 principali alternative:   CFD, con importi piccoli e con utilizzo di leva altissima Futures, con importi abbastanza elevati ma con facoltà di andare a leva ETC, fondi che investono in futures e hanno tagli più piccoli   Le prime due alternative sono più da breve termine e portano spesso all’uso di leve eccessive. L’ETC è la soluzione più plausibile per il medio termine.   Investire sul petrolio non è esattamente come investire su un’azione. Anche se sei convinto che “non può restare così basso per tanto tempo e prima o poi salirà”, c’è un fattore che rema contro la tua strategia. Più passa il tempo e più questo fattore si “mangia” le tue performance.   È il così detto “EFFETTO CONTANGO”   Essendo l’ETC a replica sintetica, ovvero ha come sottostante i futures sul petrolio e non il petrolio fisico. Ogni volta che scade il future il fondo deve “rollare” sulla nuova scadenza. Quando i futures si presentano con prezzi crescenti a scadenze successive, si crea l’effetto contango, ovvero si vende a un prezzo più basso il future in scadenza e si compra a prezzo più alto quello nuovo. Queste operazioni rappresentano dei costi nascosti, e incidono negativamente sulla performance. Questo effetto è molto frequente anche su altri attivi, ma si accentua sempre in periodi di volatilità elevata. L’effetto contrario si chiama “backwordation” ma accade più raramente.   In conclusione, per chi volesse avventurarsi sull’oil, occorre utilizzare ETC molto liquidi e senza leva. Da evitare assolutamente ETC a leva, dei quali ne sono stati liquidati molti nell’ultimo mese.   1 motivo per comprarlo:   I prezzi sono ai minimi degli ultimi 20 anni     3 motivi per non comprarlo:   C’è ancora un forte surplus di petrolio e sarà così anche per il medio periodo C’è altissima volatilità e si può perdere molto nel giro di pochi giorni L’effetto contango ti riduce, e di molto, la performance   Buon investimento a tutti.

Continua a leggere

Opportunità oltre la paura - riflessioni e risultati del primo trimestre finanziario

Scritto il 15.04.2020

Abbiamo vissuto un trimestre di forti turbolenze sui mercati. Anche nella vita reale gli eventi sono stati di tale intensità da farci sperimentare una condizione con pochi precedenti nella storia moderna.   Il 2020 è iniziato nel migliore dei modi sulle borse mondiali, continuando a cavalcare quell’ottimismo che i forti rialzi del 2019 ci avevano consegnato. In realtà qualcosa a fine gennaio è arrivato: il virus Covid-19 ha iniziato a colpire duramente in Cina. Ma la Cina, seppur ormai seconda potenza mondiale e così connessa con l’economia globale, sembrava a tutti i mercati sviluppati una terra lontana. Per la prima volta abbiamo guardato con compassione la triste situazione che stavano vivendo gli abitanti di Wuhan e della provincia dell’Hubei. Senza immaginare che potesse accadere alla nostra civiltà.   A fine febbraio il Coronavirus ha iniziato a diffondere la paura prima in Italia e poi in tutto il mondo occidentale. E si è scatenato come una tempesta sui mercati finanziari: in un mese l’S&P 500 ha perso il 35% del suo valore, segnando un record di volatilità e la più intensa discesa dell’indice in un così breve lasso di tempo. Le borse globali hanno perso tra il -22% della Cina e il -43% dell’indice britannico. I rendimenti dei governativi si sono ulteriormente abbassati.   Nell’economia reale, le aspettative di recessione si sono impennate: ad oggi la recessione è certa. Negli Usa in 3 settimane le domande di sussidi di disoccupazione sono state di 16 milioni. Per fare un esempio nel 2008 erano meno di 1 milione a settimana. La crescita del PIL globale è vista a -1,9%, con punte del -5,2% nel secondo trimestre (gli USA sono visti a -11% nel secondo trimestre).   Ora le notizie positive. Quello che è stato accolto in maniera favorevole sono le risposte monetarie straordinarie intraprese da quasi tutte le banche centrali, che hanno attivato acquisti – QE – per 6,5 trilioni di dollari. La maggior parte dei quali dalla Fed.   Anche in campo fiscale sono state intraprese azioni importanti da molti paesi. Negli USA sono stati approvati stimoli pari a circa il 10% del PIL (che diventano pari al 20% contando le garanzie statali sui crediti). Imponenti anche gli stimoli del governo tedesco e in misura minore, ma pur sempre importanti, anche quelli approvati negli altri paesi europei.   Per fare una sintesi, il quadro che ci troviamo oggi è il seguente: la recessione globale sembra ormai confermata, ma dovrebbe avere durata breve, grazie anche agli stimoli monetari e fiscali. È attesa una ripresa veloce già dal terzo trimestre 2020, per arrivare ai livelli pre-crisi nel terzo trimestre 2021.   QUALI RISVOLTI SULLE VALUTAZIONI E SUI PORTAFOGLI DEGLI INVESTITORI   Sul lato obbligazionario c’è stato un forte restringimento degli spread governativi di qualità e un forte allargamento degli spread corporate, sia High Yield (come lecito attendersi) ma anche Investment grade. Il valore globale delle obbligazioni con rendimento negativo è salito a 14,5 trilioni di dollari. Se sui governativi, per quanto “safe heaven”, ci sia pochissimo margine di upside, sui titoli corporate investment grade si sono aperte interessanti opportunità di acquisto. Per il settore High Yield, benchè attraente, le dinamiche di alcuni settori non permettono di essere altrettanto ottimisti.   Sul lato azionario la dispersione settoriale dei rendimenti durante la discesa è stata notevole: il settore software ha perso circa il 10%, mentre l’energy quasi il 50%. Per quanto in generale le valutazioni risultino attraenti, è lecito attendersi un periodo caratterizzato da volatilità superiore alla media storica. In tal senso, restare fuori dal mercato potrebbe rivelarsi una scelta sbagliata, così come entrarci con l’ansia FOMO (fear of missing out). Credo che in questa fase, chi avesse ulteriore liquidità da investire, un’entrata graduale sia quanto mai la soluzione migliore.     COME HANNO PERFORMATO I PRINCIPALI PORTAFOGLI NEL PRIMO TRIMESTRE   Per un investitore in euro, che vuole utilizzare due semplici indici (MSCI World – Global Aggregate Bond), questi sono i rendimenti del primo trimestre: PTF 80/20: -14,2% (+25,6 nel 2019) PTF 60/40: -10,4% (+20,4) PTF 40/60: -6,7% (+15,3) PTF 20/80: -2,9% (+10,1)   Per un investitore in dollari, che vuole seguire i portafogli leggendari anti-previsionali: PTF 60/40: -11,6 (+21,9) ALL WEATHER: +0,6% (+18,2) GOLDEN BUTTERFLY: -6,0% (+18,0) PERMANENT PORTFOLIO: +1,3% (+16,2)

Continua a leggere

Vendere o comprare? Questo è il dilemma

Scritto il 24.03.2020

Lunedi 16/3 abbiamo raggiunto il record dell’indice Vix che ha chiuso a 82.69. Mercoledi 18/3 è arrivato sopra 85 intraday. Il tutto nonostante la manovra eccezionale della Fed del 15/3. Siamo a circa -30/-40% dai massimi sui principali indici azionari.   E il problema più grande è arrivato dal mercato obbligazionario, con problemi di liquidità e di liquidabilità di alcuni strumenti.   Cosa sta succedendo all’economia?   Tutti ormai conosciamo il nemico ma non conosciamo bene i suoi effetti: la letalità è più alta del previsto, la Cina ha visto contrarsi del 20% le vendite al dettaglio (anno su anno) e il Pil dell’Eurozona è visto ora a -3% per il primo trimestre. Siamo ufficialmente in recessione globale. È una recessione atipica, con una paralisi dell’attività economica.   Le banche centrali stanno però reagendo velocemente e così anche i governi. È importante che il credito regga. È importante che questa recessione non si traduca in fallimenti. I governi sembrano averlo capito, ma ad aggi non abbiamo ancora segnali sufficienti da parte loro sull’effettiva politica di intervento.   Come comportarsi allora?   Credo che a questo punto non si possa fare molto per limitare le perdite, operazioni di vendita potrebbero rivelarsi estremamente dannose. Certo, nel breve in mercati potrebbero scendere ulteriormente: non siamo al picco dei nuovi casi (forse si in Italia?) e le politiche fiscali non sono ancora sufficienti per convincere i mercati che la contrazione economica possa essere superata.   Con un orizzonte temporale più lungo, diciamo sopra i 12 mesi, questi livelli potrebbero invece rappresentare un’opportunità di acquisto. Fu cosi durante la bolla dot.com e nella grande crisi del 2008.   E il Vix: già, il precedente record del Vix risale al 20 Novembre 2008, dopo il fallimento di Lehman Brothers. Le cose in quei giorni sembravano disastrose, e le prospettive erano di un ulteriore peggioramento. Ma tutto d’un tratto, tra uno stimolo monetario e uno fiscale, la volatilità iniziò a scemare.   Sei mesi dopo il record del Vix, l’S&P era 23% più alto rispetto a dove si trovava il 20 Novembre 2008; un anno dopo era 49% più alto; cinque anni dopo era ben 164% più alto. La storia non si ripeterà anche questa volta nello stesso modo, ma sarà molto simile.   Non bisogna essere ottimisti oggi sui mercati finanziari, infatti è sufficiente essere razionali. Scommettere contro la paura umana è difficile, ma ha sempre dato ottimi risultati nel lungo termine. E questa volta non sarà diverso. La crisi passerà, non sappiamo quando ma passerà, e il mondo continuerà a crescere. E i mercati torneranno su nuovi massimi.   Per i deboli di cuore, si può aspettare un’ulteriore riduzione della volatilità e programmare un’entrata graduale nel mercato azionario. Senza dimenticarci che anche l’obbligazionario, corporate soprattutto, offre degli spunti interessanti a rischi contenuti.   Buon investimento a tutti.  

Continua a leggere

L’importanza dei governativi…quelli lunghi.

Scritto il 10.03.2020

In questi giorni sembra che tutto stia andando a rotoli. E questa volta, purtroppo, non è solo un problema dei mercati finanziari. Non sono competente in materia scientifica e non è questa la sede per parlare dei problemi sanitari di un virus. Parliamo di mercati, dei nostri investimenti e dei nostri portafogli. Si, anche per molti investitori la situazione è difficile, e i portafogli soffrono. Molti si lamentano perché, pur avendo molto obbligazionario e molta diversificazione, vedono il valore del portafoglio scendere in maniera importante. Perché la diversificazione non protegge? La ragione risiede soprattutto nella gestione della componente obbligazionaria. Il livello attuale dei tassi ci porta a escludere, o a ridurre notevolmente, la quota dei titoli governativi. E soprattutto a escludere qualsiasi duration. Si privilegiano soluzioni corporate, high yield ed emerging market. Non è un errore di pochi inesperti, è una prassi anche di molti professionisti. E finché i mercati vanno bene, siamo tutti contenti di questa apparente diversificazione. Ma ogni tanto, a intervalli neanche molto distanti, arriva il così detto “cigno nero”. In questo caso è un brutto virus, che infetta anche l’economia mondiale e i mercati finanziari. Le borse scendono e così anche il valore dei portafogli. Si può evitare questo tracollo in portafogli bilanciati? Assolutamente sì. In queste settimane infatti, non lascia indifferenti la performance dell’obbligazionario governativo a lungo e lunghissimo termine. Il basket dei treasuries Us oltre i 20 anni di scadenza fa registrare un rendimento di quasi il 30% da inizio anno! Molto positive anche le scadenze più brevi e i fondi “aggregate bond”. Stesso discorso, un po’più contenuto, anche per i titoli governativi europei. Chi è veloce con i calcoli, ha già capito che bastava avere un po’ di questi banalissimi strumenti per non essere in rosso da inizio anno, pur con una componente importante di azionario. E ora che fare? Personalmente non elimino mai completamente i governativi. Nemmeno quelli a lunghissimo termine. Nemmeno dopo un rally di quest’entità. Un po’ di alleggerimento di queste posizioni può essere tattica, ma con il consiglio di ripristinarla alla prima occasione. La Fed è rapida nelle decisioni e non si fermerà al primo taglio dei tassi (si scontano già altri tagli). Le altre banche centrali seguono spesso la Fed. E i rendimenti, seppur già molto compressi, possono scendere ulteriormente. Con un certo sollievo per molti portafogli. Per un confronto sulle percentuali da inserire, e sugli strumenti da utilizzare, non esitare a contattarmi. Buon investimento a tutti.

Continua a leggere

L’efficacia della semplicità: ottenere risultati eccellenti con portafogli semplici

Scritto il 03.03.2020

Si dice che questo sia il bull market più odiato della storia, perché pochi risparmiatori hanno partecipato a questi rialzi importanti. Per come operano molti intermediari, ritengo che la direzione del mercato faccia poca differenza, perché è ancora diffusa in numerosi gestori l’idea di poter anticipare i movimenti degli attivi, con il risultato che spesso i rendimenti siano nettamente inferiori a quelli offerti dal mercato.   Ci si concentra poco sull’asset allocation strategica e sui ribilanciamenti automatici. Si preferisce invece puntare su alcuni mercati piuttosto che altri ed evitare le lunghe scadenze dei titoli obbligazionari, convinti da diversi anni ormai che i tassi non possano scendere sotto certi livelli. Si compra sull’euforia e si vende nei momenti di incertezza, vedi ieri Brexit e Coronavirus oggi, tralasciando le altre correzioni.   Esistono invece delle strategie che, anno dopo anno, continuano a dare risultati importanti, con volatilità contenuta. Ma sono noiose e non piacciono a nessuno perché sono semplici e passive. E i rendimenti ci dicono che funzionano. L’attività dell’investitore, o del suo consulente, deve risiedere nella scelta dell’asset allocation strategica e degli strumenti per massimizzarne l’efficienza.   Ma quali sono le strategie migliori? Le soluzioni sono infinite perché molteplici sono le asset classes: in generale abbiamo le azioni, le obbligazioni, oltre a commodity e real estate. E ognuna di esse ha numerose declinazioni: ci sono azioni Large Cap, Mid Cap e Small Cap; all’interno di esse ci sono azioni Value e azioni Growth; e di ognuna ci sono i mercati geografici di riferimento, per non parlare dei settori. Per quanto riguarda le obbligazioni ci sono i titoli governativi e i Corporate, i rating diversi e le scadenze più eterogenee possibili; le commodity sono tante, non esiste solo l’oro.    Un buon esercizio consiste nel provare a costruire portafogli innumerevoli con le diverse combinazioni (percentuali) di asset classes - al riguardo ci sono alcuni siti che offrono questi tools. Ne risulta che più complicate il portafoglio e più vi allontanerete dalla media rendimenti-volatilità ideale.  E trascuriamo per il momento un altro fattore che dovremmo tenere ben presente in un mondo reale, i costi di transazione.   E allora qual è una valida asset allocation strategica: sorprendentemente, o no, si compone di soli due asset, che si possono tradurre tranquillamente in due Etf o fondi attivi. Azioni e Obbligazioni.    Si, bene, ma quali in particolare? Azioni “total market” e obbligazioni governative. Sarebbe corretto utilizzare gli indici globali ma i test sul passato ci dicono che è meglio restare sulla grande America. Il mix si compone quindi di “Us total stock market” e “Intermediate term treasury”. Due attivi abbastanza decorrelati e che hanno offerto ottimi rendimenti nel passato.   E i ribilanciamenti: anche qui tante prove ma nel lungo termine il ribilanciamento annuale è preferibile rispetto a quello trimestrale o mensile. Cosa significa ribilanciare: vuole dire che all’inizio di ogni anno occorre riportare le percentuali delle diverse asset classes ai valori di partenza. Durante l’intero anno non bisogna fare niente, se non lasciar correre guadagni ed eventualmente qualche perdita. Il concetto di ribilanciamento permette di realizzare i guadagni degli attivi che sono cresciuti di più e incrementare quegli attivi che hanno dato ritorni minori.   Per rendere pratico quanto esposto finora, i grafici di seguito mostrano i risultati di una combinazione dei due attivi sopracitati, per tre profili di rischio differenti, negli ultimi 40 anni. Il Portfolio 1 è composto da 60% azioni e 40% treasury, il Portfolio 2 è un 40/60 degli stessi e il Portfolio 3 è 25/75.      I risultati di tutti e tre i portafogli sono ottimi, considerando che con un rendimento annuo del 10% si raddoppiano i propri risparmi in 7 anni (si veda la regola 7/10 – di converso con un rendimento del 7% si raddoppiano in 10 anni). Anche la volatilità risulta contenuta. Se guardiamo poi ai rendimenti annuali si nota che sono davvero pochi gli anni negativi, soprattutto per i due portafogli più prudenti.    Ritengo davvero sorprendente il Portfolio 3, che con un livello di rischio molto contenuto ha dato ritorni importanti. Anche i rendimenti annuali e i drawdowns limitati sono da apprezzare. Per dovere di cronaca, tutti questi risultati sono in dollari, quindi un investitore europeo sarebbe esposto ad un rischio di cambio.    Sicuramente questi rendimenti sono figli di un rally secolare dei titoli di stato, ma anche di un decennio “perso” dell’equity dopo lo scoppio della bolla dot.com e la crisi finanziaria. Non è escluso che anche il futuro possa riservare ottimi ritorni. Quello che è interessare notare è la volatilità, in portafogli che per semplicità ed efficacia si possono guidare con il pilota automatico.   È sempre ammessa, inoltre, la possibilità che ci siano altre combinazioni migliori.   Per confrontarti su altri portafogli modello, con diverse combinazione di asset classes, non esitare a contattarmi.   Buon investimento a tutti.

Continua a leggere
Condividi