Marco Sestilli

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23/04/2020

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Le obbligazioni non servono più?

Scritto il 09.09.2020

Leggendo qualunque libro di finanza, o più in generale sugli investimenti, troveremo sempre uno degli assunti più noti della finanza, ossia: per costruire un portafoglio bilanciato non possono mancare le obbligazioni. Perché? Le obbligazioni da sempre sono considerate un modo per controbilanciare l’esposizione all’azionario nei periodi di crisi, senza per questo sacrificare i rendimenti nel lungo periodo. Infatti sono nati dei veri e propri modelli di portafoglio come il 50/50, metà azioni metà obbligazioni, o il 60/40, stesso concetto, fino ai modelli più complessi come “all weather portfolio”. Tutti questi modelli sono fondati sull’assunto che le obbligazioni controbilanciano il nostro portafoglio nelle fasi più complesse del mercato, ma oggi è ancora così? Stiamo vivendo un’epoca totalmente nuova e c’è un importante elemento di cui gli investitori devono tenere conto: i tassi d’interesse a 0. Questo è il tema su cui si è concentrato uno studio di Bridgewater associates (l’hedge fund di Ray Dalio) e tra i vari punti trattati due in particolare hanno attirato la mia attenzione: In un portafoglio di azioni e obbligazioni è ancora vero che le obbligazioni sostengono il portafoglio nei momenti di discesa dei mercati? Quindi sono ancora un reale contrappeso? Quali sono le implicazioni? Se le obbligazioni non vanno più bene come costruiamo un portafoglio efficiente? Le obbligazioni sono sempre state il contrappeso, l’airbag di sicurezza, delle azioni nei portafogli, come nel 2008 ad esempio, quando le Banche centrali tagliando i tassi d’interesse, hanno favorito l’aumento dei prezzi delle obbligazioni. In questo modo le due asset class hanno avuto comportamenti opposti nella fase più dura dell’economia, mentre le azioni scendevano, le obbligazioni salivano come evidenziato dal grafico in basso. Leggendo qualunque libro di finanza, o più in generale sugli investimenti, troveremo sempre uno degli assunti più noti della finanza, ossia: per costruire un portafoglio bilanciato non possono mancare le obbligazioni. Perché? Le obbligazioni da sempre sono considerate un modo per controbilanciare l’esposizione all’azionario nei periodi di crisi, senza per questo sacrificare i rendimenti nel lungo periodo. Infatti sono nati dei veri e propri modelli di portafoglio come il 50/50, metà azioni metà obbligazioni, o il 60/40, stesso concetto, fino ai modelli più complessi come “all weather portfolio”. Tutti questi modelli sono fondati sull’assunto che le obbligazioni controbilanciano il nostro portafoglio nelle fasi più complesse del mercato, ma oggi è ancora così? Stiamo vivendo un’epoca totalmente nuova e c’è un importante elemento di cui gli investitori devono tenere conto: i tassi d’interesse a 0. Questo è il tema su cui si è concentrato uno studio di Bridgewater associates (l’hedge fund di Ray Dalio) e tra i vari punti trattati due in particolare hanno attirato la mia attenzione: In un portafoglio di azioni e obbligazioni è ancora vero che le obbligazioni sostengono il portafoglio nei momenti di discesa dei mercati? Quindi sono ancora un reale contrappeso? Quali sono le implicazioni? Se le obbligazioni non vanno più bene come costruiamo un portafoglio efficiente? Le obbligazioni sono sempre state il contrappeso, l’airbag di sicurezza, delle azioni nei portafogli, come nel 2008 ad esempio, quando le Banche centrali tagliando i tassi d’interesse, hanno favorito l’aumento dei prezzi delle obbligazioni. In questo modo le due asset class hanno avuto comportamenti opposti nella fase più dura dell’economia, mentre le azioni scendevano, le obbligazioni salivano come evidenziato dal grafico in basso. Una nuova realtà i cui, come si evince dalla relazione di Bridgewater, le obbligazioni non serviranno più né per trovare rendimento, né per diversificare il rischio.   Quindi come costruiamo oggi un portafoglio in questa nuova realtà fatta di tassi bassissimi e in cui le Banche Centrali possono solo stampare moneta per supportare l’economia? La ricetta di Bridgewater è relativamente semplice, ossia comprare asset che nel medio-lungo periodo sovraperformeranno la liquidità e diversificare gli asset in base a diversi scenari. All’atto pratico questo vuol dire inserire nei propri portafogli una quota d’oro, l’asset per eccellenza che copre dall’inflazione come è riscontrabile in questa fase, e le obbligazioni legate all’inflazione. In uno scenario così complesso comprare obbligazioni in paesi in cui tassi sono a 0 ha meno senso di prima per i motivi citati sopra, acquistare delle obbligazioni il cui capitale e cedole si modificano al variare dell’inflazione ci garantisce una copertura e diversificazione del rischio che le obbligazioni classiche non fanno più in questi paesi. Conviene inoltre comprare obbligazioni di paesi in cui i tassi sono ancora alti, una su tutte la Cina.   Per concludere, i nuovi scenari economici mondiali ci richiedono di cambiare i paradigmi che ci hanno accompagnato per moltissimi anni. Gli investitori devono valutare molto attentamente le posizioni obbligazionarie in portafoglio per assicurarsi di disporre di diversificazione e flessibilità in questo contesto così complesso. Oggi più che mai vedere gli investimenti con uno sguardo nuovo, rivolto al futuro e non ancorato al passato, è fondamentale. Sempre partendo dal presupposto che ognuno di noi deve investire in base ai propri obiettivi di vita e alle sue esigenze, facendosi supportare da un professionista che ci aiuti a comprendere il contesto in cui viviamo.  

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Rendita immobiliare o rendita finanziaria, qual è la soluzione migliore?

Scritto il 06.07.2020

  In Italia la casa ha un valore particolare, diverso da qualunque altro paese del mondo. Il mattone è da sempre considerato un “bene rifugio”, un investimento “sicuro” dove destinare i risparmi ed infatti in Italia il 73% della popolazione possiede una casa di proprietà, uno dei dati più alti al mondo. Per motivi culturali il grande risparmio privato dei cittadini italiani è spesso indirizzato sull’acquisto di uno o più immobili. Ma gli investimenti immobiliari sono realmente migliori di quelli finanziari? Intanto bisognerebbe entrare nell’ottica che l’immobiliare è un asset come un altro, solo un modo come un altro per investire i propri risparmi. Fatta eccezione per la prima casa, dovremmo smetterla di dare un valore speciale o diverso agli investimenti immobiliari rispetto a qualunque asset finanziario. Ci sono caratteristiche di un investimento immobiliare che aumentano la percezione di ricchezza dell’individuo e che in maniera errata ne offuscano gli svantaggi rispetto ad un investimento finanziario. Le valutazioni che si dovrebbero fare prima di acquistare un immobile sono diverse: il valore degli immobili, che considera gli effetti dell’inflazione, è sceso mediamente del 15% negli ultimi 25 anni. le imposte: si tende a non considerare le tasse di mantenimento della proprietà (iuc, imu, tasi, tari) e quelle sulla rendita (solitamente la cedolare secca). la liquidità: vendere un immobile richiede spesso tempo e costi di intermediazione importanti. Inoltre se servisse una parte del valore dell’immobile, per una spesa improvvisa, non si potrebbe vendere un “pezzo di casa”, come invece si potrebbe fare con un asset finanziario. affitto: il tasso di morosità in Italia è piuttosto elevato ed anche se le leggi sullo sfratto hanno garantito maggiori tutele per i proprietari, i tempi per liberare l’immobile sono sempre piuttosto lunghi. diversificazione: se si investe esclusivamente in immobili si rischia di essere esposti a crisi di settore, per questo integrare investimenti illiquidi e liquidi è la soluzione migliore per ridurre i rischi. Quindi cos’è meglio: l’investimento immobiliare o un investimento finanziario? Dipende. Intanto bisognerebbe iniziare ad approcciare agli investimenti immobiliari con lo stesso approccio critico degli investimenti finanziari, tenendo in considerazione gli elementi elencati sopra, eliminando quei bias e  quelle convinzioni legate agli immobili. Dovete sapere che dal 2010 ad oggi il valore delle case è sceso drasticamente, ma non c’è un listino chiaro che ce lo sbatte in faccia. Mentre vi siete mai chiesti cosa sia successo al mercato azionario, nello stesso periodo? Da precisare che arriviamo dal 2008, una delle crisi più grosse mai viste, che ha danneggiato il patrimonio immobiliare e finanziario. Il mercato azionario Americano (Sp500) ci ha dato un +200% in questo periodo (2010). Quindi bisogna entrare nel merito e sviscerare ogni elemento di un investimento, sia esso finanziario o immobiliare.  

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Pensione Integrativa - Perché non ci hai ancora pensato?

Scritto il 21.05.2020

Il tema è centrale da anni, sia per questioni politiche che culturali. Sempre più persone decidono di prendere in mano il loro futuro e gestire la loro pensione. Costruire un piano di previdenza integrativa e trasferire il tfr in un fondo pensione porta un grande valore aggiunto: migliori rendimenti, maggiore sicurezza, agevolazioni fiscali e l'impignorabilità del patrimonio, sono solo alcuni dei vantaggi del fondo pensione. Razionalmente, scegliere i fondi pensione è la scelta giusta. E invece quasi l’80% degli italiani ha deciso di non costruirsi una pensione complementare. Tant’è che un giorno andare in pensione, anziché una risorsa, per molti sarà un problema. O forse solo un “lusso” che non tutti potranno permettersi.   Ma perché ancora pochi italiani hanno sottoscritto un fondo pensione?   Una domanda, tante risposte che sembrano scontate perché siamo abituati a darle o a sentirle. Sbagliando. Ecco perché, partendo dallo studio di Assoprevidenza, ho voluto approfondirle. Insieme a voi.   Partiamo dal quesito:     Queste sono le motivazioni per le quali non ci si avvale di un fondo pensione e non si costruisce una pensione integrativa. Analizziamo le principali:   1. è troppo caro: questa risposta dimostra che i fondi pensione sono spesso incompresi. Analizziamoli:   il costo di attivazione di un fondo pensione è, media di mercato, di 29,36 euro i costi di gestione variano in base alla linea d’investimento, ma comunque sono esattamente in linea con quello dei fondi comune, anche qui parliamo di una media vicino all'1.60% del montante.   A parità di costo e con la premessa che uno non esclude l’altro, perché preferire il fondo pensione al fondo comune?   Per i vantaggi fiscali. I fondi pensione non possono assumersi rischi troppo elevati come i gestori dei fondi che offrono probabilmente un rendimento maggiore, ma questo gap viene ampiamente colmato e perfettamente bilanciato con la fiscalità. Infatti, si può dedurre annualmente fino a 5.164,57 euro, secondo l’imposta sulla plusvalenza tassata al 20% piuttosto che al 26% come per gli altri strumenti finanziari. Senza contare che l’imposta sulla rendita per chi avrà mantenuto il fondo pensione per 35 anni sarà solamente del 9%.   La motivazione del costo è, quindi, frutto di una credenza e non dell’analisi di dati effettivi, se parliamo di Fondi Pensione Aperti. Lo strumento che invece ha sicuramente un costo troppo elevato, a causa della sua natura assicurativa, è il Piano Individuale Pensionistico che infatti sconsiglio a beneficio di un FPA.   2. La pensione pubblica sarà sufficiente: questa è la motivazione che più mi preoccupa perché rispondere in questa maniera vuol dire non rendersi conto del contesto in cui viviamo. Lo Stato non riesce più a fornirci i servizi che fino ad oggi garantiva, come la sanità e appunto la pensione.   Il tasso di sostituzione è di circa il 60%, che tradotto in soldoni vuol dire che tra il nostro ultimo stipendio e il primo assegno dell’INPS ci sarà un gap del 40%. Come pensiamo di poter mantenere inalterato il nostro stile di vita? Dobbiamo aiutarci da soli e aderire ad una forma di previdenza integrativa il prima possibile.   3. è presto ci penserò più avanti: questo è definito in gergo “effetto procrastinazione”. Vi faccio degli esempi per capire quanto costa non decidere oggi:   quanto devo risparmiare per una rendita pensionistica di 100 euro al mese? 25enne --> 20 euro 40 anni --> 55 euro 48 anni --> 100 euro 53 anni --> 134 euro   Questo è il risparmio per soli 100 euro di pensione integrativa. Considerando che mediamente il gap previdenziale è di circa 1.100 euro a persona, è evidente che se si inizia troppo tardi recuperare diventa impossibile.   Non facciamoci spaventare dalle false informazioni, non accontentiamoci di arrivare alla pensione con lo “stipendio” dello Stato che non ci permetterà di vivere la stessa vita di prima, non fermiamoci ad aspettare che piova dal cielo un consiglio, o meglio ancora un consulente, magari in un momento di difficoltà. Agiamo oggi, programmiamo il domani. Non è mai troppo presto per pensare al nostro futuro.

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Liquidità e patrimoniale: i rischi di non investire

Scritto il 11.05.2020

Soldi sul conto corrente. Tanti e il più possibile. È l’obiettivo della maggior parte degli italiani, che puntano al risparmio “facile”. Ma non sempre la liquidità si rivela il bene prezioso che pensavamo, anzi può diventare dannosa se accumulata sul proprio conto corrente senza prendersene cura. L’eccesso di “cash” è l’errore strategico più comune, soprattutto nel lungo periodo.   L’esplosione della pandemia ha ampliato questo fenomeno ed è notevolmente aumentata la quota di chi, indipendentemente dalla dimensione del proprio patrimonio, preferisce la liquidità pur dovendo rinunciare alla remunerazione.   L’Italia è un paese a due facce da sempre: da un lato mostra uno dei debiti pubblici più alti nel mondo, dall’altro vanta la ricchezza privata più elevata a livello europeo.   Nonostante la crisi globale e la pandemia, si prevede che la ricchezza investibile dagli italiani aumenterà del 2% circa, arrivando a quasi 3.500 miliardi da qui al 2022. La criticità rimane l’utilizzo di questo incremento di ricchezza, perché più della metà è destinata a rimanere ferma sui conti corrente o sui conti deposito, che - è importante ricordare - non sono un investimento.   L’investimento è uno strumento di tutela del patrimonio personale. In particolare se ragionato e pianificato con un professionista e non se viene dettato dall’onda delle notizie, come per esempio il crollo del petrolio. La pianificazione finanziaria ci impone di rivedere le scelte di consumo oggi per beneficiare domani di uno stile di vita adeguato alle nostre esigenze e ai nostri sogni.   L’investimento non è (solo) per i ricchi e, soprattutto, non serve per diventare ricchi, ma per non diventare poveri.   Le motivazioni sono fondamentali nell’approccio alla materia finanziaria. Spesso le persone non sono preoccupate dall’inflazione, dalla perdita del potere d’acquisto, dalla svalutazione del patrimonio immobiliare o dai servizi essenziali che lo Stato non riesce più a garantirci come la sanità, l’istruzione e le pensioni: tutti validi motivi per avviare subito un piano finanziario. Troppo spesso, invece, ci si avvicina a questo mondo per questioni opportunistiche. Vedi l’esempio precedente: a quale consulente non è stato chiesto un parere sul crollo del petrolio in questo periodo? Domande di carattere speculativo come questa andrebbero quantomeno abbinate a quesiti più importanti per il nostro futuro, ad esempio: come posso costruirmi una pensione sicura e all’altezza della mia qualità di vita?    A proposito di risparmiatori, la domanda (lecita) che in questo momento li sta spaventando è un’altra: se facessero una patrimoniale come faremmo ad evitarla?   Con la pandemia il PIL italiano è crollato, sono diminuite le entrate fiscali per lo Stato che inoltre sta stanziando molte risorse per fronteggiare l’emergenza e per recuperare le mancate entrate e le forti uscite ci vorrà molto tempo. La situazione è aggravata dal nostro sproporzionato debito pubblico. Per queste ragioni il risparmio privato è entrato nel mirino del Governo.   Oggi è soltanto un’ipotesi, che potrebbe verificarsi in forme diverse. Probabilmente è da escludere il prelievo forzoso dai conti correnti, come accadde con il Governo Amato, per diverse ragioni: la moneta non è più nazionale, i tassi d’interesse sono a 0 e la liquidità è oggi più importante che mai per il tessuto economico italiano che ha fretta di tornare come prima.   Una possibilità è l’introduzione di una nuova imposta sulla prima casa o l’aumento delle rendite catastali. D'altronde, negli immobili risiede una buona parte della ricchezza del paese. Un’altra idea è quella di tassare i redditi più alti, un limite potrebbe essere quello degli 80.000 euro, ma anche in questo caso sarebbe difficilmente attuabile per una questione di consenso elettorale.   Per concludere, ad oggi non è dato sapere se la tassa patrimoniale ci sarà e, nel caso, su cosa impatterà e se ci sarà un modo per ridurre questo impatto sul patrimonio privato. Quello che si può dire con assoluta chiarezza e fermezza è che approcciare ad un investimento esclusivamente per un beneficio fiscale non è il modo corretto per affrontare un tema fondamentale e complesso come la pianificazione finanziaria (i PIR ci dovrebbero aver insegnato qualcosa), che deve piuttosto seguire obiettivi e priorità tramite un’analisi delle risorse disponibili e la considerazione della propria capacità di tollerare il rischio. Un piano che non può prescindere dalla figura di un professionista in grado di rispondere alle domande che possono cambiare la nostra vita.

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INVESTIMENTI ESG – PRODURRE UN DOPPIO RENDIMENTO, PER NOI E PER IL PIANETA. MA É COSÌ SEMPLICE SELEZIONARE FONDI SOSTENIBILI?

Scritto il 04.05.2020

La crescente preoccupazione degli investitori per il clima e le crisi sociali hanno contribuito all’aumento della domanda di fondi di investimento sostenibili che tengano conto dei fattori ambientali, sociali e di governance, i cosiddetti criteri ESG.   Secondo Morningstar Inc., i fondi sostenibili hanno attratto 20,6 miliardi di dollari di nuovi asset a livello globale nel 2019, quasi quattro volte in più rispetto all'anno precedente. Questo è uno sviluppo positivo che dimostra l’attenzione dei risparmiatori alle tematiche ambientali e l’intenzione di convogliare più capitale nelle aziende attive su questo fronte. Tuttavia la selezione dei fondi sostenibili richiede un’accurata analisi in quanto la modalità di misurazione dei criteri ESG varia da società a società.   Le maggiori differenze si notano tra i fondi a gestione attiva e quelli a gestione passiva. Infatti, gli investimenti passivi utilizzano in genere dati acquisiti da terze parti per selezionare i titoli da inserire nel portafoglio, mentre gli investimenti attivi prevedono la selezione sulla base di una valutazione “interna” dei loro fondamentali sottostanti e utilizzano un’analisi ESG sia di tipo qualitativo sia di tipo quantitativo.   Rimangono però molte domande sulla validità delle metriche ESG, inclusa la mancanza di standardizzazione dei dati, e sui metodi di punteggio complessivi utilizzati. Ad esempio, nel 2018 tre servizi ben noti ed apprezzati hanno prodotto valutazioni completamente diverse per Tesla Inc. sulle tematiche ESG.   FTSE Russell ha valutato Tesla come la peggiore casa automobilistica a livello mondiale in base alle sue metriche, MSCI Inc. l’ha classificata come la migliore e Sustainalytics era nel mezzo. Inoltre, è comune scoprire che anche le aziende con il punteggio più alto in materia di ESG tendono ad essere società più grandi e sviluppate, il che suggerisce che i dati siano distorti verso le società a grande capitalizzazione che hanno politiche più formalizzate e una divulgazione più trasparente.   L'uso di dati quantitativi ESG può essere utile in alcune circostanze, ma porre troppa enfasi su questi fattori esclusivamente in base ai numeri può essere una strategia rischiosa ed è improbabile che si realizzi il risultato desiderato, ossia quello di investire in aziende che effettivamente producono benefici per l’ambiente e per la società civile.   Una rapida occhiata ai componenti dell'indice Dow Jones Sustainability World, agli ETF iShares ESG o agli indici FTSE4Good, rivelano i nomi familiari di aziende come Apple Inc., Alphabet Inc. e Bank of America e viene da sé domandarsi se queste sono davvero le imprese più "sostenibili".   Nel selezionare le aziende che si presentano come sostenibili è necessario impostare parametri di tipo qualitativo piuttosto che quantitativo. Per questo dovremmo chiederci: i prodotti e i servizi di questa azienda sono effettivamente utili ed offrono un prezioso contributo alla società? l'azienda sta davvero cercando di migliorare il proprio approccio alla sostenibilità o piuttosto si sta limitando al cosiddetto greenwashing (è un neologismo indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un'immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell'impatto ambientale)? l'azienda è in grado di cambiare le preferenze o i comportamenti dei consumatori? com’è la “governance” dell'azienda? In altre parole, come si rapporta con i vari componenti: azionisti, dipendenti, clienti?   Non è facile trovare risposte a queste domande solo nei dati ESG, ed è difficile accertare la vera natura e le intenzioni di suddette aziende quando si investe in centinaia e talvolta migliaia di queste. I gestori degli investimenti realmente attivi dovrebbero essere in una posizione migliore per valutare queste aree grigie e quindi esprimere giudizi più ponderati e consapevoli.   Investire è una decisione personale, ognuno ha obiettivi, propensione al rischio e orizzonte temporale differenti. Anche la propensione a ricercare investimenti sostenibili è una scelta puramente individuale. Da parte di un consulente devono esserci la curiosità e le capacità di individuare fondi, sia attivi sia passivi, che realmente promuovano le migliori aziende che applicano i principi ESG per indicarle ai clienti e poter strutturare un portafoglio efficiente e realmente sostenibile.

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Il rischio povertà delle donne che non si creano un portafoglio personale

Scritto il 27.04.2020

L’indipendenza è un lusso a cui tutti devono, e possono, ambire. Senza distinzioni di genere. La mancanza di un reddito autonomo azzera la libertà di scelta oltre che l’autostima. Ecco perché le donne devono combattere la violenza economica, problema incredibilmente attuale. Una donna su due ha subito questo tipo di sopruso. Un freno che rischia di rendere vani gli sforzi fatti nell’eterna lotta alla parità dei sessi.    Perché chi non investe nel proprio futuro creando un portafoglio personale su misura per i propri obiettivi di vita e carriera ha più possibilità di conoscere lo spettro della povertà.   Le donne sono più esposte a questo pericolo, hanno remunerazioni mediamente inferiori a quelle maschili, più frequenti interruzioni di carriera e una più alta aspettativa di vita.   Il 17% delle donne che lavorano non ha un conto corrente e non gestisce il guadagno del suo lavoro. In generale il 23% delle donne italiane non ha un conto corrente, in alcune regioni – soprattutto al Sud –  si arriva addirittura al 40%. L’85% delle famiglie monoreddito in condizioni di povertà assoluta ha come riferimento una donna.   Dati eclatanti che raccontano un gap finanziario di genere.   Ma non solo. La propensione ad investimenti più conservativi come libretti di risparmio e di tipo immobiliare, rispetto a quelli più rischiosi del mercato azionario, è indicativa di una mentalità da cambiare.   D’altro canto però, secondo uno studio della società di consulenza Kantar, le donne sono più interessate alla realizzazione degli obiettivi – l’istruzione dei figli, la pensione, il mutuo… -  piuttosto che alla performance del portafoglio come fanno gli uomini, dimostrando un approccio comportamentale più efficiente in ottica di pianificazione finanziaria e ricercano standard qualitativi e di preparazione molto elevati dal loro consulente.   Proprio in questi giorni di emergenza Covid, in cui le donne sono in prima linea – l’80% del sistema sanitario italiano è femminile – la parità di genere è un tema all’ordine del giorno. Più di 50.000 donne hanno firmato una lettera diretta al Presidente del Consiglio reclamando la parità nei luoghi decisionali e nelle task force che interverranno sulla ripresa.   L’indipendenza economica è la miglior arma da impugnare per portare avanti questa battaglia, che proviamo a vincere insieme. Anche perché le donne sono una sfida quotidiana per un consulente finanziario. Sono, infatti, più attente alla preparazione dell’interlocutore a cui si affidano e meno propense al fai da te: il 71% (contro il 58% degli uomini) si rivolge ad un professionista o ad una banca.    Non perché siano meno indipendenti, ma perché farsi guidare è una scelta, la migliore che si possa fare per costruirsi un futuro che tenga conto degli imprevisti della vita. Prevenendo il rischio povertà.

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Il Piano di accumulo per non cedere alla paura

Scritto il 23.04.2020

La differenza negli investimenti la fanno i comportamenti. Uno dei più importanti ed efficaci comportamenti da attuare è "comprare quando il mercato scende", ma purtroppo in pochissimi lo fanno, mente in moltissimi, facendosi condizionare dall'emotività, vendono le loro posizioni consolidando perdite importanti.   Invece voglio mostrarti il comportamento corretto per usciremo da questo mercato ribassista meglio del 99% degli investitori.   Premessa: prevedere il futuro è impossibile. A comprare ai minimi e vendere ai massimi ci riescono solo i bugiardi. Le azioni infatti potrebbero facilmente calare di un altro 20% da qui in avanti, oppure, il peggio potrebbe essere passato. Per questo ci vuole METODO per affrontare questa situazione.   Quello che sappiamo è che un'opportunità come questa capita una volta ogni dieci anni per iniziare a costruire posizioni sul mercato azionario con enormi sconti. Infatti abbiamo assistito ad un intero mercato orso medio in sole tre settimane! Il mese scorso, le azioni statunitensi si sono immerse per la prima volta in un mercato ribassista dal 2009 e sono crollate del 30% in 22 giorni, cosa che non è mai accaduta prima. Ci sono stati 19 mercati orso nella storia - è la definizione di quando le azioni scendono del 20% dai massimi storici - dal 1929 ad oggi. Normalmente durano poco più di un anno, durante il quale le azioni scendono in media del 37%, ma di solito ci vogliono cinque mesi e mezzo per scendere del 30% dai massimi. Questo declino è avvenuto in circa tre settimane.   Questo è estremamente importante perchè diventa un'incredibile opportunità. Significa che ora possiamo acquistare azioni di società di livello mondiale con uno sconto del 30% o più rispetto al prezzo di poche settimane fa.   Ma come detto non sappiamo se abbiamo toccato il fondo, quindi sarebbe rischioso entrare con tutto il capitale sul mercato. Per questo la miglior strategia di investimento è il così detto"dollar cost average" che è il principio alla base del PAC (piano di accumulo del capitale). Con questa strategia, si definisce un importo fisso che viene investito gradualmente nel tempo sfruttando così le oscillazioni del mercato. Come?   Supponiamo di voler investire 10.000$ in un fondo o su un titolo. Invece di investire il capitale tutto in unica soluzione, lo diluiremo in tranche da 2.500$ l'una a distanza di un mese l'uno dall'altro. Investendo in questo modo, durante queste fasi caratterizzate da alta volatilità, si ottengono due cose: perdere meno durante la discesa e guadagnare di più dalla ripresa che ci sarà.   Applichiamo questa strategia sull'azienda più importante del mondo in questo momento: Amazon. Durante la crisi del 2008 le azioni di Amazon sono crollate, come quelle di molte altre società, del 60% in 4 mesi. Se avessimo investito in un'unica soluzione 10.000$ ai massimi di agosto, a circa 90$ per azione, saremmo rimasti con soli 3.900$ a novembre, quando le azioni scesero a 35$ .   Ma ecco cosa sarebbe successo se avessi momediato l'acquisto nel tempo, dividendo gli stessi $ 10.000 in quattro investimenti separati ogni mese da 2.500$: Prima "tranche" di $ 2.500 a $ 90 per azione Una seconda tranche a settembre a $ 70 per azione Una terza ad ottobre a $ 50 E infine, una quarta a novembre a $ 40.     Quindi avremmo acquistato riducendo il costo medio, ossia comprando più azioni con meno soldi. Al termine del piano avremmo acquistato delle azioni di Amazon ad un prezzo medio di soli 57,47$ . Ciò significa che invece di perdere il 60% nella fase di discesa, avremmo ridotto le perdite al 39%, ed ancora più importante, saremmo pronti ad ottenere rendimenti maggiori.   Infatti Amazon al termine del 2009 quotava 135$ per azione.   Nel primo caso, quello dell'investimento in un'unica soluzione - 10.000$ a 90$ per azione -avremmo avuto un importante guadagno del 50%. Un buon profitto di $ 5.000.   Ma, nel secondo caso, con la strategia di mediare il prezzo d'acquisto, avremmo prodotto un rendimento del 135%, che in termini nominali equivarrebbero a $ 13.500.   Questa strategia è perfetta per i mercati incerti di oggi visto che, come detto prima, non possiamo sapere esattamente quando i mercati toccheranno il fondo. E va bene così, non bisogna conoscere quando ci saranno i minimi per fare la mossa giusta oggi.   Il punto fondamentale è che i comportamenti finanziari che adotteremo in questa fase, definiranno i risultati dei prossimi anni e potranno trasformare dei momenti di crisi in grandi opportunità.

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