Emiliano Angelucci

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Consulente finanziario

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Laurea
37 anni
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04/05/2020

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CONVIENE ANCORA INVESTIRE NEL MATTONE?

Scritto il 11.09.2020

Investire nel mattone è da sempre una delle grandi passioni degli italiani. Siamo la nazione con più case di proprietà in Europa, lo dimostrano i numeri: le unità immobiliari ad uso abitativo sono circa 35.000.000 e di queste più del 90% risultano possedute da persone fisiche. Possiamo tranquillamente dire che ormai è diventata una vera e propria abitudine. Ma perché si investe così tanto nel mattone? In Italia la casa ha un valore particolare, un po’ per motivi culturali, un po’ per la grande quantità di immobili a disposizione. Ma soprattutto gran parte della popolazione è convinta che il mattone sia un investimento sicuro, un bene rifugio sul quale investire la maggior parte dei propri risparmi. Sicuramente il motivo principale che porta una persona a comprare una casa è quello di andarci a vivere e su questo non possiamo discutere. Vorrei invece focalizzare l’attenzione su un altro motivo, quello prevalentemente speculativo: acquistare un immobile per poi ricevere una rendita derivante dall’affitto dello stesso oppure ricavare una plusvalenza dalla futura rivendita. Cominciamo a vedere quanto rende effettivamente un immobile. Nel primo caso (se si affitta), il rendimento netto si aggira sul 2% l’anno rispetto alla somma immobilizzata per acquistare la casa. Questo soprattutto grazie ad alcuni benefici fiscali che lo Stato ci ha concesso, come la cedolare secca.  Lo stesso rendimento annuo può essere dato, con relativa facilità, anche da alcuni titoli obbligazionari. E allora perché preferiamo investire su un immobile e non su un obbligazione? Perché pensiamo che l’investimento immobiliare sia garantito. Ma di questo ne siamo sicuri? Bene, se guardiamo solo al valore reale (che considera l’effetto dell’inflazione) degli immobili negli ultimi 25 anni, si nota come esso sia sceso mediamente del 15%. Questo vuol dire che, chi ha investito sul mattone in questi anni, non è riuscito a proteggere il valore del suo capitale neanche dall’inflazione, che negli ultimi 25 anni non ha neanche particolarmente galoppato. A questo aggiungiamoci:   Tasse: Se l’Imu è stata abolita sulla gran parte delle prime case, lo stesso non si può dire delle seconde case. Senza dimenticarci delle tasse locali.   Affitto: In Italia il tasso di morosità degli inquilini è estremamente elevato e gli strumenti legali a disposizione dei proprietari sono limitati. C’è poca tutela   Liquidità: L’investimento immobiliare è per definizione poco liquido. Vendere la propria abitazione richiede tempi lunghi e costi di intermediazione elevati.   Diversificazione: Se si possiede una prima casa si è già molto esposti al rischio legato al settore immobiliare. In un’ottica di lungo periodo è consigliabile diversificare i propri asset. Detto questo, non è compito mio dire se oggi convenga o meno investire nel mattone. Posso però sicuramente affermare che, nel valutarlo, non si possono non tenere in considerazione tutti i fattori sopra elencati. Ad oggi, dobbiamo entrare nell’ottica che gli immobili sono un asset come tutti gli altri strumenti finanziari e a cui esistono delle alternative.    

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PIANIFICARE LA SUCCESSIONE, UN DOVERE NEI CONFRONTI DEI NOSTRI CARI

Scritto il 02.07.2020

PIANIFICARE LA SUCCESSIONE, UN DOVERE NEI CONFRONTI DEI NOSTRI CARI   L’Italia è un paese dove la cultura del passaggio generazionale è poco diffusa: soltanto l’8% degli italiani fa testamento, a differenza di paesi come la Gran Bretagna (80%) o gli Stati Uniti (50%). Questa riluttanza ad utilizzare uno strumento di organizzazione della propria successione è sicuramente frutto di un tabù associato all’idea della morte e di una distorsione culturale che considera il testamento uno strumento adatto a chi possiede grandi patrimoni e sia prossimo alla morte. Un doppio blocco, culturale e psicologico. Il testamento in realtà è uno strumento efficace per una suddivisione pensata e valutata del proprio patrimonio, in assenza del quale è la legge ad imporsi circa la divisione dei beni (successione legittima). Ad esempio, in caso di coniugi senza figli, nessuno pensa che qualora uno dei due venisse a mancare, la casa coniugale andrebbe in eredità, oltre al coniuge superstite, anche ai parenti del defunto. Ciò potrebbe creare conflitti e preoccupazione per il coniuge rimasto. Con il testamento, invece, è possibile destinare la propria casa esclusivamente al coniuge e, con la legge n.76 del 2016, anche al partner di una unione civile. Al contrario, i conviventi non hanno alcun diritto successorio. Un testamento pensato e soprattutto un’attenta pianificazione successoria possono dirimere ex ante possibili conflitti e consentire notevoli risparmi dal punto di vista fiscale. La pianificazione successoria è il percorso con cui si programma la trasmissione del patrimonio (beni e capitali) prima della morte del disponente. In altre parole è un’attività motivata dal desiderio del disponente di sistemare il proprio patrimonio, in vista della successione, mediante atti compiuti in anticipo rispetto all’evento morte. Perché è importante la pianificazione successoria? Perché consente di: Decidere come e a chi destinare i propri beni Tutelare i propri cari Evitare le liti ereditarie Ottimizzare la fiscalità successoria ed evitare oneri a carico degli eredi. Quest’ultimo punto merita senz’altro un’analisi più approfondita, in quanto credo che, quello delle imposte di successione, sia un buon motivo per iniziare a pensare alla pianificazione successoria. Contrariamente agli altri paesi l’Italia, in materia di successioni, costituisce un paradiso fiscale in quanto vengono applicate franchigie molto alte. Cerchiamo di spiegare meglio con un esempio. Se un genitore venisse a mancare, lasciando un’eredità di 1 milione di euro al suo unico figlio, le tasse di successione in linea diretta ammonterebbero a: - circa 300.000 euro in Gran Bretagna (imposta del 40% oltre i 325.000 euro) - 450.000 euro in Francia (imposta del 45%) - 300.000 euro in Germania (imposta del 30%) - zero in Italia, in virtù della franchigia di 1 milione di euro per ogni erede/beneficiario in linea retta (oltre il milione, imposta del 4%) Dal momento che da diversi anni nel nostro paese si parla di inasprimento di aliquote e franchigie, il discorso della pianificazione successoria assume una valenza ancora più strategica. Anche possedere un’azienda può essere motivo di ricorso alla pianificazione successoria, soprattutto in un paese come l’Italia dove il tessuto industriale è prevalentemente formato da imprese familiari (circa 92%) e tra di esse ben il 42% sono posizionate tra le prime 100; se si considera che oltre il 50% delle aziende di famiglia non arriva alla seconda generazione e solo il 15% arriva alla terza, si comprende come, alle difficoltà oggettive, sia bene non aggiungere litigi e conflitti tra eredi. La legge ha previsto diversi strumenti che permettono di gestire al meglio una pianificazione successoria, come le donazioni, le polizze vita, le fiduciarie, il fondo patrimoniale, i patti di famiglia, i trust. Scegliere il più adatto non è semplice; la successione deve essere studiata caso per caso e non esistono soluzioni preconfezionate. Tutto questo con il supporto di un esperto qualificato, un consulente patrimoniale. La pianificazione successoria è il coronamento della consulenza patrimoniale, perché offre la possibilità di “organizzare” il passaggio della ricchezza rispettando i legami affettivi, ma soprattutto proteggendoli sia in termini fiscali che in termini di rischi successori, tra i quali la possibile insorgenza di conflitti. E’ la valorizzazione della ricchezza accumulata e, contemporaneamente, del suo proseguo nel tempo. Ma soprattutto, pianificare la successione è un dovere nei confronti dei nostri cari.

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Il rischio non è nell'investire, ma nel non farlo

Scritto il 17.06.2020

Gli Italiani sono immersi in un mare di liquidità; anche in pieno lockdown a causa del Covid, i dati dimostrano come questa sia continuata a salire come e più di prima. Secondo l’ultimo rapporto mensile dell’Abi, in aprile i depositi della clientela presso le Banche risultavano in crescita di altri 8,5 miliardi, portando a +19 miliardi il bilancio del bimestre e a +38,5 miliardi quello dei primi 4 mesi dell’anno.   Possiamo tranquillamente dire che il Conto Corrente è lo strumento meno adatto dove parcheggiare i nostri soldi, per vari motivi.   Innanzitutto viviamo, da diversi anni, un periodo di tassi a zero o addirittura negativi, quindi i risparmi parcheggiati sui conti non vengono remunerati; per “racimolare” qualche decimale occorre vincolare queste somme su un conto deposito.   Pensare di tenere i soldi sul conto corrente per non correre rischi è sbagliato; il pericolo principale è rappresentato dall’inflazione, i cui effetti possono essere analizzati in 2 modi: erosione del potere di acquisto e aumento dei prezzi (1.000 euro di 10 anni fa, oggi varrebbero 875 euro in termini di potere di acquisto). A tutto questo aggiungiamoci che, chi più chi meno, tutti i conti correnti hanno un costo, bancario e statale: si stima che 10.000 euro lasciati fermi nelle Banche tradizionali per 5 anni, possano arrivare a perdere fino al 18% (tra spese sostenute e potere di acquisto), diventando così 8.161 euro.   Ma allora per quale motivo in Italia si predilige lasciare i soldi sul conto?   Personalmente credo che la causa principale sia da ricercare nella scarsa educazione finanziaria del nostro Paese. Basti pensare che in altri Stati, soprattutto nel Nord Europa, “l’educazione finanziaria” è una materia che viene insegnata sin dalle scuole primarie, mentre in Italia è rivolta solo a chi decide di intraprendere un indirizzo economico/finanziario all’Università.   Quando si chiede ad un italiano il motivo per il quale detiene così tanta liquidità sul conto, nella maggior parte dei casi, la risposta è sempre la stessa: far fronte ad eventuali imprevisti. Per carità, è giusto tutelarsi da eventuali avvenimenti inattesi, ma per proteggersi da essi esistono metodi più efficaci, come le polizze assicurative. Non è detto, infatti, che quello che abbiamo messo da parte sia sufficiente per far fronte all’imprevisto. Tramite le polizze assicurative, invece, assicuriamo non solo noi, i nostri cari e i nostri beni, ma proteggiamo anche il nostro denaro che possiamo quindi destinare al raggiungimento di altri obiettivi di vita, come farsi una famiglia, pagare gli studi ai figli o comprare una casa.   A questa analisi dobbiamo aggiungere che l’Italiano, storicamente, è stato sempre abituato ad investire in Titoli di Stato e ora, vista la fortissima riduzione dei rendimenti degli stessi, è possibile che preferisca lasciare i soldi sul proprio conto, in attesa di tempi migliori (che chissà se e quando torneranno).   E allora cosa fare?   La strada da percorrere è una: costruire un piano, analizzare i propri bisogni, individuare degli obiettivi. E’ un’attività complessa, che richiede il supporto di un esperto, qualificato, un pianificatore finanziario.   Concludo citando una frase del collega, amico, Marco Sestilli: INVESTIRE NON PER DIVENTARE RICCHI, MA PER NON DIVENTARE POVERI.

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Il piano di accumulo ai tempi del Covid

Scritto il 27.05.2020

Siamo entrati nella fase 2 della pandemia, una fase di transizione in cui ci stiamo abituando a questa nuova normalità. Le domande a cui non c’è risposta sono ancora molte: in estate il Virus rallenterà? Quando sarà pronto il vaccino? Quali saranno le conseguenze sull’economia? Le misure monetarie e fiscali, messe in atto dalle Banche Centrali, riusciranno a sortire gli effetti auspicati?   Tante incertezze, tanti dubbi e punti interrogativi senza risposta, per questo ci aggrappiamo alle poche certezze, a quello che conosciamo; e questo vale soprattutto in ambito finanziario.   Sappiamo che il Covid 19 ha generato panico sui mercati. Il crollo violento di tutti i listini azionari nel mese di Marzo è la testimonianza evidente di questo sentimento e del conseguente “Panic Selling”. Un errore, questo, che può essere superato se si adotta la strategia propria dei PIANI DI ACCUMULO.   Partiamo dalla definizione: il Piano di Accumulo (che d’ora in poi chiameremo PAC) è una modalità di sottoscrizione di uno o più strumenti finanziari attraverso un ETF, un fondo d’investimento o qualsiasi altro OICR. Tutto questo attraverso il versamento di quote costanti, a scadenza regolare, la cui durata è stabilita precedentemente nel contratto di sottoscrizione. Per fare un esempio, se volessi comprare 6.000 euro di qualsiasi fondo, potrei farlo tranquillamente (e se ne ho la possibilità) in un'unica soluzione, oppure versando 100 euro al mese per 5 anni (60 rate).   Quali sono in vantaggi?   Sicuramente uno dei più grandi benefici è che, attraverso il PAC, tutti possono investire; questo perché la sua struttura si adatta bene alle esigenze di tutti, anche di quelli che non dispongono di capitali elevati da investire, ma riescono ad avere una buona capacità di risparmio.   Inoltre, per venire incontro alle più diverse esigenze del risparmiatore, è possibile personalizzare il proprio PAC al momento della sottoscrizione: fattori come il numero delle rate da versare, il loro importo e la durata dell’investimento vengono decise a seconda delle proprie possibilità e del proprio profilo di rischio.   Infine, una delle caratteristiche più importanti di questo strumento è quella di saper beneficiare dell’effetto del “prezzo medio di carico”, adottando un orizzonte temporale d’investimento di lungo periodo. Investire sfruttando l’effetto del “prezzo medio di carico”, significa effettuare acquisti costanti nel tempo su un mercato azionario, in un contesto in cui le quotazioni evidenziano elevate oscillazioni: si acquistano quantità maggiori quando i prezzi sono bassi e minori quantità quando le quotazioni sono alte, con il risultato che il prezzo medio d’acquisto risulta favorevole.     Questo metodo, inoltre, impedisce di agire sull’onda delle emozioni, aiutando il risparmiatore a non commettere l’errore più facile e più banale che si possa fare, quello di vendere preso dal panico.    Ci sono persone che durante il recente crollo dei mercati hanno tratto benefici. Molte di quelle persone possiedono un PAC.

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TFR: LASCIARLO IN AZIENDA O VERSARLO IN UN FONDO PENSIONE?

Scritto il 21.05.2020

Ricordo bene il giorno in cui mio padre è andato in pensione: era Marzo 2018 e lui…un mix di emozioni: da un lato la felicità di aver raggiunto un traguardo importante, forse il più importante della sua vita da lavoratore, dall’altro il dispiacere di non poter più rivivere certi momenti, di lasciare colleghi che col tempo erano diventati amici. Ma ricordo ancora meglio il giorno in cui arrivò il TFR, quando gli chiesi: “Come ti senti oggi papà?” e lui mi rispose: “Oggi mi sento Dio!”. Il TFR è la cosa più preziosa della vita di un lavoratore dipendente e come tale va trattato.   Ma cos’è il TFR? L’Inps lo definisce “un importo che il datore di lavoro deve corrispondere al proprio dipendente alla cessazione del rapporto, corrispondente alla sommatoria delle quote di distribuzione accantonate e rivalutate annualmente”. Si calcola prendendo il reddito annuo lordo e dividendolo per 13,5: su un reddito annuo lordo di 40.000 euro, verranno accantonati a TFR 2.962,96 euro.   Entro 6 mesi dall’assunzione, il lavoratore del settore privato deve decidere cosa fare del proprio TFR: lasciarlo in azienda o destinarlo ad una forma di Previdenza Complementare.    Non è compito mio consigliare questa o quella scelta, il mio compito è di offrire un servizio che permetta di capire le differenze che ci sono tra le 2 opzioni.   Innanzitutto ragioniamo su 4 caratteristiche:  Rendimenti Fiscalità dei rendimenti Fiscalità al momento del riscatto Anticipazioni   DIFFERENZE TRA TFR IN AZIENDA E TFR NEL FONDO PENSIONE       Sicuramente la Fiscalità al momento del riscatto è il punto dove si possono notare le maggiori differenze e un esempio, in questo caso, può essere utile per farle emergere ulteriormente.   Immaginiamo di andare in pensione dopo 30 anni di servizio ed aver accantonato 100.000 euro di TFR lordo. Per capire quanto ci spetta di netto, bisogna innanzitutto ricavare la base imponibile, che si ottiene moltiplicando il TFR lordo per il parametro fisso 12 e dividendo il risultato per gli anni di servizio. Quindi: (100.000 x 12) /30 = 40.000 euro.   La base imponibile ammonta a 40.000 euro. A tale somma va applicata l’aliquota IRPEF vigente, che oggi presenta i seguenti scaglioni: Sotto i 15.000 euro: 23% Da 15.001 a 28.000 euro: 27% Da 28.001 a 55.000 euro: 38% Da 55.001 a 75.000 euro: 41% Oltre i 75.000 euro: 43%   Considerato che per la fascia tra i 28.001 e i 55.000 euro l’aliquota IRPEF è fissata al 38%, ma che l’applicazione avviene in maniera progressiva, avremmo:   [(15.000 x 23) /100] + [(13.000 x 27) /100] + [(12.000 x 38)/100]= 11.520   Questa cifra, 11.520 euro, corrisponde al 28,8% della base imponibile ed è la percentuale di ritenuta che verrà applicata sul nostro TFR. Quindi:   TFR NETTO: 100.000 – 28,8% = 71.200 euro   Se invece, in precedenza, avessimo scelto di destinare il nostro TFR ad un Fondo Pensione, al momento del riscatto la situazione sarebbe stata questa:   TFR NETTO: 100.000 – 15% = 85.000 euro nella peggiore delle ipotesi 100.000 – 9% = 91.000 euro nella migliore delle ipotesi   Le ultime considerazioni che vorrei fare sono riferite al momento storico che stiamo vivendo. Il cambiamento del mondo del lavoro registrato negli ultimi anni ha quasi cancellato il posto fisso, dando luogo a numerosi cambi di società e, di conseguenza, di datori di lavoro. Ogni volta, quindi, il TFR viene liquidato e tassato, finendo frammentato e, ancor peggio, disperso lungo l’intera carriera del dipendente, col rischio ulteriore di spenderlo e quindi di non trovarsi più con una “buonuscita” dal lavoro.   Al contrario, nel Fondo Pensione il TFR viene accumulato in un unico strumento, anche a fronte di diversi datori di lavoro presso cui l’aderente è di volta in volta impiegato.   Il TFR rappresenta una risorsa importante per tutti i lavoratori dipendenti e proprio per questo merita un’attenta analisi ed una consulenza adeguata.                                               

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EDUCARE ALLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Scritto il 12.05.2020

È ormai idea diffusa, soprattutto tra i giovani, che la pensione sia un traguardo lontano o addirittura irraggiungibile. La previdenza rappresenta un tema che troppo spesso viene utilizzato come strumento per alimentare l’odio politico verso questo o quel partito, ma che invece dovrebbe essere oggetto di un’attenta analisi e di iniziative concrete, soprattutto tra i ragazzi.   A seguito delle continue riforme che si sono susseguite nel corso degli anni, a causa dell’allungamento dell’aspettativa di vita e del calo delle nascite, sappiamo già da ora che la pensione pubblica rappresenterà solo una percentuale (e neanche troppo alta) dell’ultimo reddito percepito.   Nel 2012, con la riforma Fornero, è diventato definitivo il passaggio al metodo di calcolo contributivo, cioè è stato certificato che la pensione va costruita pezzo per pezzo, attraverso il versamento di contributi; si calcola che con questo metodo, nella migliore delle ipotesi, gli assegni pensionistici saranno pari al 55% delle ultime retribuzioni. Ciò significa che, dopo aver preso l’ultimo stipendio di 2.000 euro, ci ritroveremo a vivere con una pensione di 1.100 euro, sempre nella migliore delle ipotesi.   Vien da se che, oggi più che mai, c’è la necessità di fare qualcosa: mettere in atto un piano che ci consenta di colmare questo gap, mantenere le nostre abitudini e goderci, nel miglior modo possibile, il momento più rilassante della nostra vita.    L’erogazione di una pensione complementare è uno strumento che permette di appianare la differenza tra pensione pubblica e ultimo reddito.   L’adesione alla Previdenza Integrativa è sempre volontaria ed aperta a tutti: lavoratori, soggetti fiscalmente a carico, persone inoccupate o studenti.   Una volta individuato il Fondo Pensione più adatto al proprio profilo, è possibile scegliere liberamente l’importo e la frequenza dei contributi. I lavoratori dipendenti privati possono anche scegliere di destinare alla previdenza complementare il proprio TFR.   Una volta raggiunta l’età pensionabile (e raggiunti i 5 anni di adesione alla Previdenza Complementare) è possibile richiedere l’erogazione della prestazione finale, potendo scegliere tra 3 diverse modalità: 100% RENDITA 50% RENDITA, 50% CAPITALE 100% CAPITALE (solo in alcuni casi)   Sono previsti notevoli benefici fiscali sia in fase di contribuzione (deduzione dal reddito dichiarato dei contributi versati fino ad un massimo di 5.164 euro all’anno), sia in fase di erogazione (alla prestazione finale si applica un’aliquota cha va dal 15% al 9%, con una notevole differenza rispetto alle aliquote Irpef). Inoltre i rendimenti che consegue il fondo, vengono tassati al 20%, contro il 26% della maggior parte degli altri strumenti finanziari.   Naturalmente il risultato finale dipenderà dagli anni di partecipazione al Fondo di Previdenza, dalla linea d’investimento prescelta e dall’importo dei contributi versati.    Di seguito un esempio che permette di comprendere meglio com’è possibile colmare il gap previdenziale.     Si può notare subito una cosa fondamentale: prima si inizia e maggiore sarà il risultato.   Bisogna abbandonare l’idea del “vivere alla giornata” e cominciare a ragionare in un’ottica di lungo periodo.    Purtroppo ad oggi, in Italia, ancora poche persone possiedono un fondo pensione.   Se la superficialità della politica in merito dimostra che difficilmente il tema sarà oggetto di attenta analisi (almeno nel prossimo futuro), non resta che agire sull’educazione finanziaria, cominciando dalle scuole.   Educare alla previdenza complementare equivale a fare del bene al Paese, in particolar modo ai ragazzi di oggi, che andranno in pensione domani.

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La “strana” figura del consulente finanziario

Scritto il 07.05.2020

Io: “Molto piacere, Emiliano Angelucci”   Sig. Rossi: “Piacere mio, Mario Rossi”   Io: “Di cosa si occupa Sig. Rossi?”   Sig. Rossi: “Sono dirigente presso un’azienda farmaceutica. E lei Sig. Angelucci, di cosa si occupa?”   Io: “Sono un consulente finanziario”   Ed è qui che troppo spesso, dopo questa affermazione, gli occhi del tuo interlocutore cominciano a prendere una forma strana e capisci subito che la persona che hai di fronte non ha assolutamente idea di cosa tu faccia nella vita. Perché noi Consulenti Finanziari siamo visti un po’ così: un misto tra Leonardo Di Caprio in “The Wolf of Wall Street” e un invasore alieno del film “Indipendence Day”. Proprio per questo motivo, sono sempre più convinto che il “grosso” del nostro lavoro sia far capire alla gente cosa facciamo e di cosa ci occupiamo. Se siamo bravi a fare questo, tutto sarà più semplice; una volta compreso cosa fa un consulente finanziario, sarà quasi impossibile non apprezzarlo e non capire la sua indispensabile utilità sociale.   Sig. Rossi: “E cosa fa di preciso?”   Io: “Caro Sig. Rossi, mi occupo semplicemente (si fa per dire) della vita delle persone. Perché parlare di un’attenta pianificazione finanziaria che la aiuti a raggiungere i suoi obiettivi, come comprare una casa, provvedere al sostentamento della sua famiglia, lo studio dei suoi figli, andare in pensione senza patemi d’animo, significa occuparmi della sua vita. Certo, non è assolutamente facile, soprattutto perché la maggior parte delle persone tende a vivere alla giornata, trascurando il futuro e senza mettere in atto un piano finanziario che potrebbe rendergli molto più semplice la sua esistenza.”   Sig. Rossi: “Ma cos’è un piano finanziario e come faccio a metterlo in atto?”   Io: “Pensi ad un piano come ad una mappa che traccia la strada per il futuro finanziario che vuole raggiungere; quando ha un piano, questo le dà la sicurezza di quale strada seguire per raggiungere i suoi obiettivi.    Coloro che hanno un piano finanziario sono molto più sicuri di raggiungere i propri traguardi; tuttavia molte persone esitano a crearlo perché credono di non avere né le conoscenze necessarie né il tempo disponibile per metterlo in atto.   Pensi che in Australia il 20% ritiene la scarsa pianificazione finanziaria uno dei maggiori rimpianti della sua vita; in Canada il 40% ritiene il denaro uno stress e il 60% afferma di non avere la giusta conoscenza in merito.   Il vantaggio di lavorare con un Consulente è semplice: gli investitori si sentono più sicuri delle loro possibilità di successo.   Non è una vergogna chiedere aiuto! Come non si vergogna ad andare da un medico a sviluppare un “piano benessere”, allo stesso modo non deve vergognarsi di rivolgersi ad un consulente che la possa aiutare a realizzare i suoi obiettivi.   Allo stesso tempo, però, non deve fare l’errore opposto, cioè pensare di farcela da solo! Io non credo che sia in grado di aggiustare il suo condizionatore, di costruire il suo computer o addirittura di volare con un aereo costruito da lei stesso.   Usiamo un Professionista perché ha più formazione ed esperienza e sappiamo che farà bene il suo lavoro; questo ci fa stare tranquilli.   Ragioni così anche per le sue finanze. Credo, se mi posso permettere, che tutte le persone abbiano bisogno di un consulente, una persona che ci dica quanti soldi dovremmo risparmiare per la pensione, che ci sappia consigliare anche sul tema della fiscalità, che le stia vicino nel pianificare la propria successione facendole risparmiare tanti soldi e preoccupazione a lei ed ai suoi eredi, che contribuisca a tenere sotto controllo le emozioni dal punto di vista finanziario che sono l’elemento che troppo spesso inficia il risultato degli investimenti.    Su quest’ultimo punto vorrei soffermarmi, perché di stretta attualità. Quando il mercato azionario subisce un forte calo, come sta accadendo in questo periodo, il suo stomaco inizia rigirarsi. Perché? Semplice, perché c’è la sua vita in gioco e sa bene che un calo del mercato corrisponde ad un calo del suo patrimonio, costruito duramente nel corso del tempo; a quel punto entrano in gioco le sue emozioni che potrebbero prendere il controllo della logica e farle prendere decisioni sbagliate, come vendere e nascondere tutto sotto al materasso.   A questo punto Sig. Rossi credo che sia giunto il momento di sederci e cominciare a tracciare insieme la strada che la porti a realizzare più efficacemente e velocemente i suoi obiettivi. Perché questo è il lavoro del consulente finanziario, aiutare le persone a realizzare i loro obiettivi e sogni.

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