Marco Beccaria

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Consulente finanziario

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21/09/2020

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Prima regola negli investimenti: la Diversificazione

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 21.04.2021

La diversificazione è la prima regola negli investimenti, o almeno per coloro che non sanno predire il futuro. Posto che la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno, è impossibile sapere a priori come andrà un certo titolo o un certo mercato. Partendo da questo assunto, mettere tutte le proprie risorse investibili in un solo titolo (o pochi) o una sola tipologia di attività (o poche) può rivelarsi molto rischioso, e non risponde in alcun modo ad alcun sano principio di consulenza finanziaria. Parliamo sempre di investimento, NON di speculazione: per quella un solo titolo o una sola classe di attività bastano e avanzano. Ma se ci si concentra sulla parte strategica del proprio patrimonio, quella che ha un orizzonte temporale di medio-lungo periodo, che deve essere adeguatamente costruita in base al proprio profilo di rischio e che soprattutto mira a raggiungere i propri obiettivi, allora la diversificazione diventa fondamentale. Il grafico infatti ci mostra chiaramente da una parte come se si hanno pochi titoli in portafoglio il rischio sia estremo, e dall’altra che il rischio, rappresentato dalla forbice delle performance attese, si riduce drasticamente con l’aumentare della diversificazione. Lo stesso ragionamento viene fatto se si ragiona in una logica di costruzione di portafoglio, con la volatilità (indicatore del rischio) che si riduce all’aumentare delle asset class inserite. E più esse sono de-correlate tra di loro, ossia si muovono in modo diverso se non addirittura inverso tra di loro, e più la diversificazione è efficace. La diversificazione dunque consente di minimizzare i rischi, efficientare il portafoglio e, in ultima analisi, contribuisce in modo determinante al raggiungimento dei propri obiettivi. Per applicarla correttamente però occorre analizzare, studiare le varie asset class, guardare la loro correlazione, considerare vincoli specifici, condizioni contingenti e liquidabilità degli investimenti, il tutto con un occhio sempre rivolto ai costi: una vera pianificazione finanziaria di portafoglio. E qui infatti che il ruolo del professionista della consulenza risulta fondamentale, perché tutte quelle attività le fa in modo professionale, con strumenti avanzati, spiegando con trasparenza la soluzione identificata come quella ottimale attraverso reportistiche puntuali e complete e monitorando costantemente i risultati conseguiti, in modo da poter correggere la rotta per raggiungere i propri obiettivi.

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Quanto si ascoltano i rumori di sottofondo?

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 07.04.2021

Tutti sentiamo dei rumori che ci danno fastidio, non voluti, che non ci piacciono. Quindi? Niente, sappiamo che prima o poi quel rumore finirà e potremmo tornare ad ascoltare la nostra musica. Negli investimenti i rumori si traducono con volatilità e correzioni di breve termine: accadono, sono inevitabili, ma se gli viene data troppa importanza possono condizionare il proprio processo decisionale dando adito a quegli errori comportamentali che allontanano dai propri obiettivi finanziari. In un mondo interconnesso in cui notizie e micro tendenze tendono ad amplificarsi è sempre più importante imparare a rimanere calmi, concentrati, a darsi un protocollo e un metodo per investire. Essa infatti è un’attività che richiede disciplina e pazienza. Non ci sono scorciatoie per arrivare ai propri obiettivi finanziari. Toccare il meno possibile è essenziale per evitare errori emotivi (si ricordi sempre che se negli ultimi 20 anni si fossero persi i 5 giorni migliori dello S&P500, e dico 5, il rendimento del proprio investimento si sarebbe ridotto di ben il 34%). Come investitori occorre accettare che esistono delle interferenze, dei rumori di sottofondo, ma anche che occorre rimanere concentrarsi sull’obiettivo finale, attenendosi minuziosamente alla pianificazione finanziaria concordata in precedenza. Evitare quindi di controllare ossessivamente i rendimenti, di farsi prendere dalla paura quando il mare è più mosso, ma anche evitare l’eccessiva fiducia che i propri investimenti non potranno mai perdere e di non vedere i rischi in un bull market. L’importanza del consulente finanziario non si rileva solo nella fase di pianificazione ma anche e soprattutto nella fase di esecuzione di quel piano, per gestire correttamente l’emotività, imparando a non ascoltare i rumori di sottofondo, nemici delle proprie scelte.

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Relazione tra tassi a zero e liquidità sui conti correnti

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 29.03.2021

In una situazione come quella attuale, in cui ai tassi a zero portati dalle Banche Centrali oramai da anni si affianca un ammontare di liquidità enorme sui conti correnti (in Italia circa 1.745 miliardi €), la questione dei tassi negativi sui conti correnti è quanto mai di attualità. Attualmente, la Banca d’Italia ribadisce la sua interpretazione sulla loro non applicabilità in Italia. Anche se così facendo si crea quella distorsione per cui alle banche questa liquidità depositata alla BCE costa attualmente lo 0,5%. Tralasciando l’effetto deleterio sulla redditività delle banche, la liquidità parcheggiata e infruttifera ha effetti devastanti sulla crescita economica del nostro paese (si consideri che il PIL italiano è poco oltre i 2.000 miliardi €), oltre che per i risparmiatori stessi, che in questo modo, sono in balia dell’inflazione e dei mancati rendimenti, che a lungo andare contribuiscono ad aumentare il divario sociale ed economico. Lo scopo dei tassi a zero è quello di rendere costosa la liquidità favorendone l’approdo all’economia reale, ma se questo meccanismo viene interrotto, allora la relazione tra i tassi a zero e denaro parcheggiato sui conti in eccesso rispetto alle reali esigenze di liquidità diventa negativa, per l’economia in generale ed in particolare per i risparmiatori. Una volta di più, il ruolo del consulente finanziario nell’assistere le famiglie nelle proprie scelte finanziarie risulta essere determinante.

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Trading: facciamo un po’ di chiarezza

  • 41
  • 1
  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 08.02.2021

Il termine “trading” indica semplicemente l’attività di negoziazione, di un’azione, un’obbligazione, un sacco di patate, qualsiasi cosa. Deriva da “to trade” (negoziare). Oggi questo termine viene comunemente utilizzato per indicare l’attività di compiere operazioni SPECULATIVE sui mercati, in particolare sui mercati finanziari. Il cosiddetto “fai-da-te”. Il caso Gamestop ha portato agli “onori” della cronaca gli elevatissimi rischi legati al trading: le statistiche ci dicono chiaramente che circa l’80% dei trader in media perde soldi, e solo l’1% è in grado di generare profitti nel medio termine. Cosa ci dice questo? Che è importante per una persona non professionista della finanza non confondere l’idea di INVESTIMENTO con quella di TRADING. Quest’ultimo non ha nulla a che fare con gli investimenti intesi come gestione professionale dei propri risparmi nel medio/lungo termine. “Ah ma io compro solo alcune azioni per me, le tengo, sono aziende solide” e poi “solo per giocare”; sono le frasi che più spesso mi sento dire per giustificare il “fai-da-te”, e questo a tutto discapito dei propri obiettivi perché impiegare risorse (per quanto esigue possano essere) in quell’attività le sottrae alla propria pianificazione finanziaria, al raggiungimento dei propri obiettivi. La speculazione nel breve termine è un gioco a somma zero. Per ogni euro guadagnato da qualcuno esiste un euro perso da qualcun altro. La mancanza di diversificazione e i conseguenti enormi rischi di esporsi su singole società, la mancanza di una strategia e di un obiettivo sono gli elementi che stanno alla base di tali statistiche. Tendenzialmente sono coloro che non sono ancora assistite da un professionista della consulenza finanziaria ad indugiare maggiormente in tali pratiche speculative, indicativo di come il confronto con un consulente consenta di comprendere il valore di darsi un budget molto limitato a tali attività (svolte confrontandosi comunque sempre), interiorizzando concetti fondamentali come DIVERSIFICAZIONE, adeguatezza delle proprie scelte al proprio profilo RISCHIO/RENDIMENTO e investimento per OBIETTIVI finanziari lungimiranti.

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A quali domande si risponde quando si investe?

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  • Investimenti
Scritto il 02.02.2021

Quali sono le domande che ci si pone quando si investe? Quali sono i principi su cui basare la gestione dei propri risparmi? PERCHÉ investo? Quali sono gli OBIETTIVI che voglio raggiungere con questa soluzione? Ho avuto il grado di trasparenza e di consapevolezza tale da comprendere le caratteristiche e il profilo di rischio/rendimento di tale soluzione? Gli ultimi dati ci dicono che mediamente queste domande non le si fa: 330 miliardi €, la cifra che hanno raggiunto i Buoni e i libretti postali, un record. Poste Italiane dichiara che ci sono oltre 50 milioni di buoni postali e quasi 31 milioni di libretti in tutta Italia. Circa 1 italiano su 2 ha uno di questi strumenti in portafoglio. Ma che obiettivo si raggiunge con strumenti che hanno rendimenti LORDI “garantiti” che mediamente non arrivano all’1%? Semplice, NESSUNO. Non sono uno strumento di rendimento, non sono una buona alternativa alla liquidità cui conti (ricordo che il rendimento è LORDO e NOMINALE, quindi ancora da depurare dell’inflazione) e non si integrano in alcun portafoglio strutturato ed efficiente. Quindi? Semplice, perché ci si è posti domande diverse: tassazione agevolata, assenza di imposte di successione, assenza di costi (che costi dovrebbero mai avere dei prodotti che non hanno alcune gestione al loro interno???). È fondamentale pertanto consultare un professionista della consulenza che assista in un percorso di pianificazione finanziaria finalizzata al raggiungimento dei propri obiettivi e a farsi le domande giuste.

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Il concetto di rischio nella corretta pianificazione finanziaria

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 25.01.2021

Dopo aver ascoltato la persona che ho di fronte, comprendendone la situazione attuale, gli obiettivi, la propensione al rischio e l’orizzonte temporale, qual è il primo passo materiale, operativo, per dare luogo ad una corretta pianificazione finanziaria?  Qual è il primo step, il punto di partenza per la costruzione di un portafoglio che sia adeguato alla specifica persona?  Sicuramente il RISCHIO: so che sembra brutto partire da una cosa non piacevole come questa, ma è indispensabile, perché, assodato che nessuno ha la sfera di cristallo, una delle cose su cui abbiamo controllo ex-ante è proprio il rischio.  Inteso come la possibilità che il rendimento dei propri investimenti si discosti in peggio dalle proprie attese.  Che lo si traduca tecnicamente con la volatilità attesa, con il Value-at-risk (Var) o con qualunque altro indicatore, è fondamentale che ciascuno sia consapevole del rischio che sta correndo, ed è importante che esso sia allineato alla specifica propensione al rischio. Questo è il primo punto.  Il passaggio successivo consiste nell’andare a costruire una soluzione che, per il quantitativo di rischio CORRETTAMENTE identificato, massimizzi il rendimento atteso, perché un investimento non lo si valuta mai solo dal rendimento, ma dal profilo di rischio/rendimento, ossia quanto rischio si sta sopportando per il rendimento che si sta ottenendo.  Il tutto con la massima attenzione alla qualità degli strumenti da inserire in portafoglio con il più ampio grado di diversificazione coerente con la cifra in oggetto, con un’analisi puntuale dei costi e un’ottimizzazione fiscale dello stesso.  Completano il processo, un costante monitoraggio delle posizioni e una rendicontazione TRASPARENTE e dettagliata, in modo da comprendere sempre dove si sta andando e come lo si sta facendo.  In altre parole, l’antitesi del fai-da-te (mi si mettesse a fare il dentista probabilmente avremmo tutti le bocche distrutte) a favore invece di una consulenza vera, professionale, in cui l’ascolto e il servizio alla persona vengono prima di tutto e che possa assistere efficacemente nelle scelte finanziarie grandi e piccole di ognuno. 

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Conseguenze del “non si sa mai

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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 19.01.2021

La piramide dei bisogni di Maslow (1954) ci dice che subito dopo quelli fisiologici (es: respirare), i bisogni più importanti per una persona sono quelli di SICUREZZA; fisica ma anche morale, di sé stessi ma anche della propria famiglia, del proprio patrimonio presente ma anche delle prospettive per quello futuro. Questo innato bisogno di protezione non solo è giustissimo, ma anche fondamentale per la nostra tutela. E se mi ammalo e ho bisogno di cure? E se non riuscissi più ad essere autosufficiente? E se faccio un incidente? E se non posso più lavorare per un periodo? Queste domande sono comuni a tutti noi, proprio per quel bisogno di protezione; si tratta di quel famoso “eh ma non si sa mai…” Questa frase porta una quantità di danni nelle proprie scelte finanziarie veramente significativi. Infatti, in base a quella logica, si ci potrebbe far prendere dalla paura e poi bloccare qualunque scelta, cercando unicamente di accantonare sul proprio conto corrente la maggiore quantità di denaro possibile per far fronte a quelle paure. Ma la paura, e non solo nella gestione dei propri averi, è cattiva consigliera: accumulare risparmi liquidi non consente sicuramente di risolvere realmente nel lungo periodo il problema temuto in caso si verificasse. Qui l’importanza di essere assistiti adeguatamente nelle proprie scelte finanziarie porta a un duplice effetto positivo: l’utilizzo mirato e personalizzato di soluzioni assicurative fornisce quella copertura e quella TRANQUILLITÀ necessaria per avere la consapevolezza in merito a ciò che potrebbe accadere. Una volta soddisfatti i propri bisogni di protezione, si ottiene conseguentemente di avere a propria disposizione quelle somme che altrimenti sarebbero rimaste inoperose sul proprio conto corrente e che in ogni caso non avrebbero consentito di tutelare rispetto al proprio “non si sa mai”. Queste somme pertanto possono essere adeguatamente impiegate per raggiungere i propri obiettivi coerentemente con il proprio profilo di rischio ed il proprio orizzonte temporale. Consapevolezza invece che paura, protezione invece che incertezza, prospettiva invece che attesa. L’importanza di una vera consulenza, con buona pace del “non si sa mai” che fa più danni che altro.

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"L’importanza della finanza sostenibile per il proprio portafoglio"

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  • Investimenti ESG
Scritto il 11.01.2021

ESG, SRI, Impact Investing, Green Bond, Investimenti Tematici, sono tanti gli acronimi e le definizioni emerse negli ultimi anni, ma nel concreto, quanto è importante la finanza sostenibile per i propri portafogli? In passato, vi era un concetto errato in base al quale chi investiva in modo sostenibile lo faceva a discapito del rendimento atteso; è provato invece che non solo non è così, ma che addirittura i prodotti sostenibili contribuiscono a migliorare il profilo rendimento/rischio del proprio portafoglio. Da un lato viene migliorato il rendimento atteso a lungo termine: solo a titolo di esempio, l’MSCI World SRI dal 2007 al 2020 ha avuto una performance di +124,6%, contro il +114,79% dell’MSCI World nello stesso periodo, con l’indice SRI che ha performato meglio dell’altro per ben 9 degli ultimi 12 anni. Al contempo viene anche ridotta la rischiosità del portafoglio, in quanto non espone lo stesso a tutta una serie di rischi quali il rischio di catastrofi ambientali rispetto all’attività di business non sostenibili, il rischio legale e il rischio reputazionale, ed è un elemento rilevante in particolare per gli investitori istituzionali che non vogliono avere in portafoglio società non in linea con i temi sensibili all’opinione pubblica (leggasi ad esempio la Lettera agli azionisti del 2020 di Larry Fink, CEO di BlackRock, primo asset manager al mondo con masse in gestione per circa 8 mila miliardi di dollari) e che, muovendo grandi masse di denaro, influenzano sensibilmente gli andamenti dei prodotti sostenibili. Ma allora, conviene avere tutto il portafoglio “verde”? Una non ancora completa normativa europea su cosa si intenda “sostenibile” e cosa no, rischi ancora elevati di “greenwashing” (far sembrare sostenibile un titolo o un fondo quando in realtà non lo è) e rating ESG in continua evoluzione sono solo alcuni degli elementi da considerare nella situazione attuale in merito alla finanza sostenibile, e pertanto a mio avviso i prodotti sostenibili è importante inserirli gradualmente nel proprio portafoglio, privilegiando temi o aree di particolare interesse personale. In un contesto come quello attuale, il ruolo di un consulente finanziario preparato circa gli scenari della finanza sostenibile, sulla normativa attuale, sulle varie strategie e sui prodotti SRI e che riesca a tradurre in pratica i valori personali di ciascuno è fondamentale, e può portare grandi benefici al proprio portafoglio.

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Bitcoin: facciamo un po’ di chiarezza sul prezzo

Scritto il 30.12.2020

Quali sono i fattori che influenzano il prezzo del Bitcoin? Occorre fare un po’ di chiarezza su quest’asset class così chiacchierata. Innanzitutto è necessario specificare che, ad oggi, il Bitcoin NON è una valuta, ma un asset, esattamente come le azioni o le obbligazioni, e come tale ha le sue peculiarità. 21 milioni. Questo è il quantitativo totale di Bitcoin disponibili che è già stato prefissato in origine. Ad oggi (30/12/2020) ne sono già stati estratti oltre 18,5 milioni. Questo primo elemento già da solo dovrebbe dare un’idea di quell’effetto “scarsità” che è poi anche alla base dell’utilizzo dell’oro come bene rifugio (e del suo prezzo): una forte spinta al rialzo. Questo effetto viene alimentato anche del cosiddetto “halving”, ossia il dimezzamento della quantità giornaliera estraibile, che è passata da 12,5 a 6,25 Bitcoin all’ultimo di maggio 2020. Un altro elemento che ha dato un impulso forte ai prezzi del Bitcoin è sicuramente stato l’atteggiamento ultra-accomodante delle Banche Centrali le quali, immettendo una quantità enorme di liquidità in circolazione, svalutando le tradizionali valute e correlando sempre più le tradizionali asset class, a tutto vantaggio di quelle “alternative” come il Bitcoin, oggi adottato da una platea sempre più ampia di investitori, anche istituzionali, alla disperata ricerca di qualcosa con cui de-correlare almeno in parte i loro portafogli. Nessuno sa esattamente quale sarà il prezzo del Bitcoin tra uno, due o 10 anni. Ma tralasciando i fantomatici prezzi che si trovano negli innumerevoli outlook che si susseguono ed eventuali cigni neri non prevedibili (es: i Governi o le Banche Centrali che intraprendono una guerra contro le crypto), l’elemento che inciderà maggiormente sarà il caro vecchio equilibrio domanda-offerta per cui, considerando che la domanda è limitata al momento (21 milioni), più le domanda sarà sostenuta per un motivo o per l’altro, più il suo prezzo salirà.  

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Considerazioni sull’amato mattone

  • 76
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  • mercato immobiliare
Scritto il 28.12.2020

Noi italiani abbiamo da sempre uno smodato amore per il “mattone”, la casa, gli immobili in generale. Circa la metà della ricchezza totale delle famiglie italiane è costituita da immobili (circa 5.246 miliardi di euro). Nel mio ragionamento non considero chiaramente la prima casa, ed eventualmente la seconda, e comunque tutti gli immobili che vengono destinati ad abitazioni per propri famigliari, che rappresentano invece una grande risorsa. Sento spesso persone che mi dicono: “i miei genitori hanno fatto degli affari con le case”; fantastico, bene, il problema è che il contesto in cui ci si muoveva 50, 40, 30 anni fa non è assolutamente confrontabile con quello attuale a livello internazionale, meno che mai a livello italiano. La PERCEZIONE dell’investimento immobiliare, quella sensazione di sicurezza portata dal fatto di poterlo toccare, vivere, trae in inganno: la REALTÀ è tutt’altra, come evidenziato dal grafico nell’immagine. Gli immobili chiaramente costituiscono parte fondamentale del patrimonio di una famiglia ed è giustissimo che sia così, ma pensare che sia la più sicura e redditizia forma di impiego dei propri risparmi sull’onda di: “appena ho dei soldi in più mi compro una casa, un alloggio” è quanto di più lontano dalla verità. Eccesso smodato di offerta rispetto alla domanda (pensiamo a tutte le case invendute o non affittate), normative sempre più esigenti che richiedono interventi di manutenzione e di adeguamento (costi) sempre più frequenti e onerosi, un rischio di liquidità enorme; e se si decidesse di metterlo a reddito, c’è il rischio che l’inquilino non paghi, contenziosi con gli stessi, costi di acquisto (prezzo, notaio) e di gestione elevati, sono tra gli elementi che contribuiscono a rendere quest’asset class (perché è una classe di investimento come le altre) Come tutti gli investimenti alternativi, l’immobiliare deve ricoprire una parte limitata del proprio patrimonio, che deve essere correttamente equilibrato tra investimenti azionari, obbligazionari ed alternativi (la componente monetaria del patrimonio in un contesto di tassi a zero lo considero il conto corrente) in relazione al proprio specifico profilo rendimento/rischio e ai propri obiettivi. Se si vuole raggiungere i propri obiettivi, non si può prescindere da una corretta pianificazione patrimoniale, che consideri il patrimonio del risparmiatore nel suo complesso.  

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"Scegliere di non scegliere, una strada molto pericolosa"

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 10.12.2020

Oggi c’è una marea di liquidità sui conti correnti degli italiani, parliamo di circa 1.700 miliardi di euro (+149 miliardi solo in un anno). Un bene per le famiglie e per l’economia? Assolutamente no, cosa significa? Significa che i consumi delle famiglie vanno a rilento, e con essi i fatturati delle imprese, per cui l’economia soffre, e inoltre, purtroppo si vedono i risparmi di una vita che non solo non si rivalutano nel tempo, ma addirittura che rimangono in balia dell’inflazione. Siamo storicamente un popolo di risparmiatori e di amanti della proprietà immobiliare. Purtroppo però questa NON è una gestione efficace ed efficiente dei nostri risparmi. Secondo i dati riportati da Euler-Hermes, tra il 2003 e il 2017, la variazione di ricchezza registrata in Italia è stata per l’87% imputabile al risparmio e solo per il 13% agli investimenti. Tutta un’altra storia in Paesi come Spagna o Francia dove rispettivamente le attività finanziarie contavano per il 53% e il 38%. In base ai dati ISTAT, 10.000 euro depositati su un conto corrente nel 2000, oggi in termini reali (depurati dall’inflazione), valgono soltanto 7.812 euro. 7.812 euro. Eh ma io non voglio rischiare…ok, quindi razionalmente, se dovessimo scegliere tra un investimento che di sicuro ci farà perdere denaro e che ci espone a rischi sicuri, quali l’inflazione, e uno che, mediante professionale pianificazione finanziaria, ci consente di minimizzare i rischi, applicando sani principi d’investimento quali la diversificazione, il controllo dei costi, l’efficienza fiscale, consentendoci di premiare per il rischio calcolato corso i nostri risparmi rivalutandoli nel tempo (leggasi Spagna e Francia), quale sceglieremmo? Anche lasciare i soldi sul conto corrente è una scelta di investimento. I rischi si corrono comunque, che si decida di investire o meno, la differenza è che nella prima ipotesi, questi rischi vengono remunerati, valorizzando i nostri risparmi.

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"Status quo bias"

  • 65
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  • La Finanza Comportamentale
Scritto il 23.11.2020

Gli individui appaiono estremamente conservatori quando viene loro richiesto di rivedere le scelte finanziarie fatte in precedenza. Il forte attaccamento allo stato attuale delle cose, o “status quo bias”, ha proprio nell’avversione alle perdite la sua causa principale. Infatti, cambiando le proprie scelte, si può incorrere in guadagni o in perdite, ma dato che psicologicamente le perdite pesando il doppio che i guadagni, si potrebbe tendere a scegliere l’opzione di default, la propria banca, il proprio consulente, non andando ad esaminare le scelte fatte, la loro coerenza con il momento attuale, la loro adeguatezza. Questa inerzia nei processi decisionali in merito alla gestione dei propri risparmi può arrecare danni molto seri: “ah ma io ho sempre fatto così…”, piuttosto che non “ah ma io non controllo mai, mi fido di quello che fa il mio gestore…” sono frasi molto pericolose, le cui conseguenze potrebbero essere molto pericolose che vanno dalla mancata valutazione di approcci e investimenti diversi, passando per un approccio eccessivamente conservativo, che porta a prediligere in portafoglio alcune asset class come le obbligazioni considerate più sicure, a discapito di quelle considerate meno sicure, ma più redditizie come l’azionario. È psicologicamente più semplice fare la scelta di default, decidendo magari alle volte di non scegliere. Ma siamo sicuri che sia la scelta giusta?

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