Linda Leodari

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CONSULENTI FINANZIARI AUTONOMI INDIPENDENTI
Vicenza
Da €20MLN a €40MLN
Fino 5 anni
Diploma di specializzazione
49 anni
308
22 dicembre 2021
MoneyController Financial Educational Award Top Financial Educational

Awards: I-2022 ,

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Profilo professionale

Consulente finanziario autonomo con studio a Malo (VI), opero in tutta Italia.
Mi occupo di pianificazione per obiettivi di vita, con analisi previdenziale, assicurativa e gestione personalizzata di investimento del patrimonio finanziario.
Aspetto fondamentale della mia professione è la totale indipendenza e assenza di conflitti di interesse con i miei clienti, i quali rimangono liberi di accettare o rifiutare i miei consigli, mantenendo la gestione del proprio denaro nelle loro mani.
Nel mio servizio accompagno il cliente nella mappatura della sua situazione patrimoniale, individuo gli aspetti critici, se presenti, negli ambiti previdenziale e assicurativo, aiutandolo a focalizzare i propri obiettivi, al fine di impostare al meglio la gestione finanziaria del patrimonio finanziario presente e futuro, per permettergli di raggiungerli.
Sulla base delle informazioni recepite, elaboro per esso un piano finanziario, offrendo uno pratico strumento per simulare l’andamento nel tempo del patrimonio, testando la sostenibilità delle scelte che si vorrebbero fare, dell’eventuale apporto derivante dagli investimenti finanziari o l’impatto di eventi potenzialmente dannosi.
Questa fase progettuale è fondamentale per prendere consapevolezza della propria situazione nella sua globalità, per capire quali siano i suoi punti critici e verificare se gli obiettivi desiderati siano o meno raggiungibili ed eventualmente a quali condizioni.
Definito il piano di fondo, elaboro una proposta di investimento del patrimonio, tarata sugli obiettivi indicati e compatibile con il grado di rischio definito e approvato dal cliente.
La proposta si concretizza attraverso l’uso di diverse tipologie di strumenti, scelti sulla base di una mia strategia di investimento, con attenzione alla loro effettiva efficienza in termini di costo/rendimento e fiscalità.
Monitoro nel tempo il portafoglio investimenti, con proposte di manutenzione periodica quando necessario, offrendo un report annuale illustrante l’andamento del patrimonio in gestione e il suo percorso verso gli obiettivi indicati.

CONSULENZA SPOT
Disponibile anche per singole consulenze negli ambiti:
- previdenza complementare
- tutele assicurative personali
- analisi di efficienza portafogli investimento esistenti

SERVIZI DEDICATI ALLE AZIENDE
I servizi alle aziende sono:
- analisi finanziaria delle condizioni economiche nei rapporti bancari, attraverso la quale individuare eventuali condizioni eccessivamente onerose e penalizzanti per l’impresa, affiancandola, se necessario, nella rinegoziazione.
- soluzioni di gestione efficiente del T.F.R. e della liquidità aziendale.
- corsi di formazione in azienda e per i dipendenti su previdenza complementare e gestione del risparmio.

PRIMO INCONTRO GRATUITO
Il primo incontro conoscitivo è sempre gratuito.
Nel corso di tale incontro sarà illustrata e spiegata l’attività svolta, ascoltate le richieste del cliente e formulato il preventivo per il servizio richiesto.
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Le mie principali competenze

Analisi strumenti finanziari, trading
Consulenza agli imprenditori
Consulenza patrimoniale
Gestione del rischio finanziario
Ottimizzazione di portafoglio
Pianificazione assicurativa
Pianificazione del patrimonio immob.
Pianificazione pensionistica
Pianificazione successoria
Valutazione Mutui e leasing

I miei credit

  • Iscritta all’albo unico dei consulenti finanziari nella sezione dei consulenti finanziari autonomi con delibera OCF n. 1612 del 04/03/2021
  • VEDI I MIEI ATTESTATI

Le mie ultime attività

PREVIDENZA COMPLEMENTARE Quali opzioni possibili?

12.12.2022 / 859 / 7

Sempre più spesso si sente parlare di previdenza complementare e della necessità di costruirsi un patrimonio da poter convertire in rendita, al fine di integrare la pensione pubblica, che negli anni sarà sempre più esigua. Ma quanto esigua? Dipende... Per poter farsene un’idea è opportuno prima di tutto ottenere una sua stima, che per quanto soggetta in futuro a possibili cambiamenti a seguito di variazioni delle norme in vigore, permette di farsi un’idea di cosa ci aspetta. Sulla base dei dati ottenuti si può poi decidere quali scelte intraprendere, anche se in linea di massima si può affermare che con il sistema di calcolo contributivo le generazioni più giovani otterranno una rendita pensionistica decisamente più modesta rispetto al passato. Partendo da questo dato, diventa quindi importante attivare il prima possibile una forma di risparmio da dedicare al sostegno della pensione pubblica e più anni si avranno davanti a sé in questo percorso e più contenuta potrà essere la quota di risparmio annuale da destinare a questo scopo. Quando si pensa a questo tema viene subito alla mente lo strumento del fondo pensione. Ma è l’unica scelta percorribile o ve ne sono altre? In realtà il sostegno alla pensione pubblica può essere generato in diversi modi. In questo articolo non parlerò delle caratteristiche e del funzionamento dei fondi pensione o di come scegliere quello più idoneo alla propria situazione. La mia è piuttosto una riflessione sui pro e contro di ognuna delle opzioni considerate. A titolo di esempio un’alternativa al fondo pensione può essere il piano di accumulo personale, con cui investire nei mercati finanziari, o, per un proprietario di immobili, la rendita derivante dalla loro locazione. Ognuno di queste soluzioni presenta aspetti positivi e negativi, che vanno valutati prima di effettuare una scelta. Inizio dalla situazione del proprietario di immobili. Naturalmente questa non è una condizione comune a tutti, in quanto appunto non tutti possono disporne. Non è tuttavia inusuale il caso in cui ci si trovi ad aver ereditato l’abitazione dei propri genitori o di qualche parente, che quindi potrebbe essere poi affittata, generando un’entrata periodica. La scelta di destinare l’immobile a tale scopo può comunque comportare delle problematiche che una persona non desidera o non si sente in grado di gestire, come inquilini morosi, o che provocano danni all’immobile e difficilmente sfrattabili, o periodi sfitti in cui non si riesce a locare l’immobile o situazioni in cui sorge la necessità imprevista di manutenzioni o riparazioni con costi considerevoli. Questa opzione è agevolata comunque se nel tempo gli immobili sono stati ben tenuti. In caso contrario, ci si troverebbe ad affrontare importanti spese di ristrutturazione per poterli affittare e se non si disponesse di fondi sufficienti per farlo, ci si ritroverebbe ad un’età magari già troppo avanzata per poter fare altre scelte per creare un sostegno alla pensione pubblica. Un fondo pensione o un piano di accumulo con investimenti personali, possibilmente avviati già agli inizi della propria attività lavorativa, sono possibilità alternative. Ma quale delle due è la migliore? Anche qui dipende. Il fondo pensione offre diversi benefici che il piano di accumulo personale non ha, ma sono benefici non rivolti a tutte le categorie di lavoratori e in alcuni casi esso risulta essere meno conveniente del piano di accumulo. Il fondo pensione offre la possibilità ai lavoratori dipendenti di ottenere un contributo dal proprio datore di lavoro (la cui misura è stabilita dal contratto collettivo nazionale o da un accordo aziendale), a fronte del versamento di un proprio contributo. Inoltre ai lavoratori dipendenti permette la deducibilità dai redditi assoggettati ad IRPEF dei contributi volontari, compreso il contributo del datore di lavoro e da questo deriva un beneficio importante. L’erogazione del capitale o della rendita pensionistica ottenuti inoltre vengono assoggettati ad una tassazione di favore, con un ulteriore importante risparmio fiscale. Per lavoratori autonomi, che non dispongono del contributo del datore di lavoro e non hanno la possibilità di dedurre i contributi volontari, come ad esempio chi oggi opera in regime forfettario, la convenienza del fondo pensione rispetto ad un piano di accumulo per investimenti personali viene meno, anche se di poco. In una simulazione effettuata ho posto a confronto il montante finale ottenuto da un fondo pensione con quello di un piano di accumulo personale, ipotizzando rendimento uguale e medesimo numero di anni di permanenza nella posizione. In essa ho previsto tutte le agevolazioni riservate agli aderenti ai fondi pensione e ho considerato che i rendimenti ottenuti dal fondo pensione sono tassati ogni anno (ad oggi la tassazione è prevista al 20% o al 12,50% se rendimento deriva da titoli di stato), mentre quelli del piano di accumulo personale, privo di qualsiasi agevolazione, lo sono solo al momento della loro liquidazione e nella misura ad oggi vigente del 26% o 12,50% per i rendimenti da titoli di stato. Da questa analisi è risultato che, per i lavoratori che non possono dedurre i contributi volontari, il capitale finale ottenuto con il piano di accumulo personale, al netto della tassazione, è più elevato di quello derivante dal fondo pensione, anche se di pochi punti percentuali. Situazione che si ribalta invece per chi può beneficiare della deducibilità dei contributi versati, per il quale risulta più interessante la scelta del fondo pensione, con la convenienza ulteriormente accresciuta qualora sia presente il contributo datoriale. Ma quali sono gli altri aspetti da considerare per il fondo pensione e per il piano di accumulo personale? La scelta del fondo pensione implica il vincolo di quanto versato fino al pensionamento. Esso è una forma di risparmio destinata a creare un sostegno alla pensione e per garantire ciò impone regole ben precise che limitano le possibilità di poter chiedere liberamente delle anticipazioni. Vi sono condizioni e limiti prestabiliti per poterlo fare, che tuttavia possono scoraggiare chi si avvicina a questo strumento. Altro limite imposto dal fondo pensione è che se, alla conclusione del periodo di cumulo, il montante finale supera un determinato valore, almeno il 50% del suo ammontare deve essere convertito in rendita vitalizia. (ciò accade quando la rendita derivante dalla conversione del 70% del montante totale, incluse le anticipazioni, è superiore al 50% dell'assegno sociale INPS). Superata la soglia di questo valore accumulato quindi non si ha più la libertà di scelta tra incassare il montante o convertirlo tutto o in parte in rendita. (Va detto che comunque questo limite può tuttavia essere aggirato aderendo a due fondi pensione, così da mantenere in ognuno il patrimonio accumulato sotto il valore di soglia). Anche se l’imposizione di convertire almeno metà del montante accumulato in rendita può non piacere, va tenuto presente che questa rendita è vitalizia, ovvero viene erogata per tutta la vita del soggetto, anche con garanzie aggiuntive, come la reversibilità ad un altro soggetto in caso di decesso, o l’aumento di valore in caso di non autosufficienza, o la certezza di erogazione di un valore più elevato per un numero predeterminato di anni. La rendita, tuttavia, ha dei costi piuttosto importanti che vanno a ridurne il valore: Questi costi sono dati sia dal premio pagato per il rischio dovuto alle compagnie assicurative per garantire a vita il suo pagamento, sia dai costi da esse applicati per l’erogazione e per la copertura delle garanzie che si è eventualmente richiesto di aggiungere. Il piano di accumulo al contrario è libero da vincoli (se investito in strumenti facilmente liquidabili) e in qualsiasi momento disponibile. In esso, inoltre, vi è la scelta diretta degli strumenti di investimento, cosa non possibile nel fondo pensione, in cui l’aderente sceglie può solo scegliere la linea di investimento. Se da un lato ciò offre massima libertà di scelta, dall’altro espone ad una maggiore responsabilità e al rischio di vanificare nel tempo i propri scopi, in quanto si può essere tentati ad utilizzare in anticipo questi risparmi. Nel periodo di accumulo inoltre può accadere che, per diversi motivi (per paura dei periodi negativi dei mercati o per esigenze personali) si sospendano i versamenti, o li si riducano, fino ad abbandonare il progetto, mettendo in discussione anche le scelte di investimento fatte. Alla conclusione del periodo di accumulo, il capitale ottenuto potrà essere utilizzato a sostegno della pensione pubblica, considerando però che una volta consumato non si avranno da questo canale ulteriori risorse. Naturalmente esiste la possibilità di acquistare con esso una polizza assicurativa, erogante una rendita vitalizia, che, seppur costosa, permetterebbe anche di liberarsi dall’impegno di dover ancora occuparsi della gestione del capitale. Qui però si tratterebbe di una scelta, non di un’imposizione. A onor del vero, l’acquisto individuale di una polizza di questo tipo potrebbe essere più oneroso della polizza proposta da un fondo pensione, che in teoria ha una maggiore forza di contrattazione delle condizioni economiche, data dalla massa di aderenti molto ampia. Va tenuto presente infine che un buon piano di accumulo dovrebbe essere impostato con un’ottica temporale allineata al numero di anni mancanti al pensionamento, scegliendo strumenti efficienti, calibrati per creare un portafoglio con un livello di rischio adeguato alla propria situazione. Anche la scelta di un intermediario con cui mettere in pratica il piano è importante, al fine di contenere il più possibile i costi operativi. Per fare ciò, se si è in grado, si può fare da sé, oppure ci si può avvalere della consulenza di professionisti. I consulenti finanziari autonomi possono essere una guida importante nell’affrontare al meglio queste scelte, offrendo una consulenza libera da conflitti di interesse e operando unicamente al servizio del propri clienti.

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OBBLIGAZIONI – Vale la pena comprare?

11.07.2022 / 179 / 2

Link al podcast di Market Mover de Il Sole 24 Ore con la mia intervista su questo tema: Obbligazioni, vale la pena comprare? - Il Sole 24 ORE   Il forte calo generalizzato delle obbligazioni e il conseguente aumento dei rendimenti, causato in questo 2022 dal restringimento monetario e dall’aumento dei tassi di interesse avviati da quasi tutte le banche centrali del mondo, al fine di contrastare un’inflazione galoppante, ha riportato, dopo molti anni, la parte governativa e investment grade alla sua originaria funzione di alternativa al mercato azionario. Dal periodo post grande crisi finanziaria del 2008, infatti, le banche centrali hanno sostenuto l’economia con l’immissione nei mercati di un’immensa mole di liquidità, alimentando la crescita di valore sia del comparto azionario che dell’obbligazionario, spingendo le obbligazioni a quotazioni sempre più elevate, con rendimenti negativi negli asset più sicuri e molto compressi per quelli più rischiosi. Ora il vento è cambiato. Dopo i recenti cali, il comparto obbligazionario ha iniziato ad offrire rendimenti positivi interessanti e buone occasioni di acquisto. Nell’attuale situazione di forte incertezza nei mercati, inflazione galoppante e in ipotesi di recessione, titoli governativi e corporate con rating investment grade sono tornati ad essere rifugio per il risparmiatore alla ricerca di sicurezza, offrendo un discreto potenziale di rendimento. Nelle ultime settimane la maggiore attrattività e l’opinione sempre più rafforzata di essere orientati verso una fase di recessione, sia negli Stati Uniti che in Europa, anche se generata da fattori differenti e con tempistiche diverse, ha portato ad una loro maggiore richiesta e ad un aumento delle quotazioni. Le condizioni offerte rimangono comunque ancora allettanti. Ampliando il raggio di valutazione ad altri ambiti geografici, un discorso a parte va fatto per i titoli cinesi e giapponesi. Seppur essendo contesti molto diversi, entrambi stanno introducendo forti stimoli all’ economica interna, immettendo liquidità nei mercati e mitigando il costo del denaro, a scapito del valore delle proprie valute. In particolar modo i bond governativi cinesi, che nell’ultimo anno sono stati un’ asset redditizia e molto decorrelata dagli altri mercati, sono penalizzati ora della debolezza del renminbi e un acquisto della copertura valutaria  prosciugherebbe buona parte del rendimento offerto. L’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti ha comportato un conseguente rafforzamento del dollaro e ciò ha penalizzato fortemente le economie dei paesi emergenti, già pesantemente minate dalla pandemia e in forti difficoltà. Vi sono già i primi default. Sri Lanka, forse fra non molto seguito dal Pakistan. Potremmo essere solo all’inizio per cui, seppur cinicamente, se si desidera inserire titoli governativi che comunque offrano rendimenti più interessanti di Treasury americani e bond europei, è bene non essere generalisti in quest’area, ma mettere in atto un’attenta selezione dei paesi emittenti. Oggi, quindi, la proposta per la composizione della parte più moderata del comparto obbligazionario del portafoglio potrebbe essere un mix prevalente di titoli di stato americani ed europei, tra cui inserire anche qualche BTP italiano, evitando per ora scadenze troppo lunghe. Considerando l’elevata inflazione attuale, prevista in calo nei prossimi anni, ma comunque a livelli ben superiori al passato, è utile ripartire il peso di questi governativi anche su titoli legati al suo andamento, oltre che sui nominali. Ai titoli governativi si possono affiancare obbligazioni societarie di rating investment grade, assieme a qualche investment certificate a capitale protetto. Nell’ambito dei certificates, infatti, a seguito della recente forte volatilità nei mercati, si sono generate diverse occasioni di acquisto. Rimanendo nel contesto dei titoli di stato, la scelta degli strumenti potrebbe spaziare sia su etf che su singole emissioni, con selezione di emittenti con rating creditizi buoni (entro il livello di investment grade). Alternative interessanti ma più rischiose si trovano in titoli governativi con rating inferiori all’investment grade. Rimanendo su titoli europei in valuta euro, quindi senza rischio valutario, un esempio sono i bond greci, che si potrebbero dosare in proporzioni più contenute, attraverso un etf o, in singole emissioni, selezionando le scadenze più vicine. Nel caso di obbligazioni societarie invece si sconsiglia l’acquisto di singoli titoli, salvo che non si conosca bene l’emittente. In questo caso meglio orientarsi su un etf con un numero di aziende sottostante elevato, così da diluire il rischio di default dei sottostanti. Ma quali sono i pericoli da considerare nella selezione di questi strumenti? In questa fase di mercato ci potrebbero essere ulteriori cali dei corsi, visto che non vi è certezza che il mercato abbia completamente assorbito le previsioni del restringimento monetario. Ulteriore elemento di incertezza in italia, e quindi nei nostri Btp, sono le prossime elezioni politiche. Si sconsiglia quindi per ora di sovrappesare strumenti con scadenze troppo lunghe, dato che sarebbero quelli più penalizzati dall’aumento dei tassi. Per i titoli emessi in valuta diversa dall’euro, infine, rimane la questione della convenienza della copertura del rischio valutario. Ai tassi attuali, per un investitore italiano, la copertura del cambio euro/dollaro costa quasi il 2%. Va valutato quindi se possa valerne la pena.  

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Prodotti o clienti?

07.06.2022 / 102 / 1

L’intervento del segretario generale della Federazione Autonoma Bancari Italiani (Fabi) Lando Maria Sileoni dinanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario italiano (maggio 2022) ha riportato l’attenzione sul cambio di pelle degli istituti bancari italiani, in corso ormai da qualche decennio. Le banche stanno sempre più orientando il loro business soprattutto alla vendita di prodotti, trasformandosi in negozi finanziari e abbandonando gradualmente l’attività di erogazione, più rischiosa e meno redditizia. Nel 2021 i ricavi da commissioni (54%) hanno superato quelli da prestiti (48%). Può sembrare solo una questione di riorganizzazione interna, ma in realtà questo cambiamento ha conseguenze importanti sul tessuto sociale del nostro paese e porta a una drastica riduzione nella tutela dell’interesse dei clienti. Nella rincorsa verso guadagni più elevati, con sempre minor assunzione di rischi, i gruppi bancari spingono   i propri dipendenti alla vendita ad ogni costo, spesso con pressioni commerciali molto forti e senza un’adeguata formazione. In questo contesto, a farne le spese, oltre ai dipendenti non compiacenti, sono ovviamente i clienti. Secondo la denuncia di Sileoni, con l’obiettivo (o l’obbligo) di arrivare ogni giorno ad un target di vendita stabilito, pur di convincere il cliente a sottoscrivere l’acquisto dei prodotti offerti, molti dipendenti arrivano a presentarli in modo poco limpido, omettendo informazioni importanti sui loro costi, sul loro funzionamento e sui loro reali vantaggi, rispetto ad altri simili. L’interesse economico del cliente non è contemplato tra gli obiettivi degli istituti bancari. A sua teorica tutela, per quanto discutibile per molti aspetti, è stato introdotto il questionario Mifid, che ogni intermediario finanziario è tenuto a far compilare al cliente, per determinare il grado di rischio da questi sopportabile e accettabile. Pur di vendere i prodotti più redditizi per la banca e per i suoi consulenti, tuttavia, molti di essi suggeriscono le risposte ai clienti nel questionario, così che questi ottengano la “patente finanziaria” idonea per acquistarli. La differenza rispetto alla consulenza finanziaria indipendente è abissale. Il consulente finanziario autonomo non percepisce alcun compenso dalla vendita degli strumenti finanziari ed è pagato unicamente dal cliente. Questo lo rende libero da qualsiasi condizionamento o pressione commerciale e senza conflitti di interesse nelle sue proposte. Come consulente finanziario autonomo quale sono, il cliente è sempre al centro del mio servizio. Ascolto la sua storia, i suoi bisogni, i suoi obiettivi, i suoi desiderata, al fine di elaborare un piano finanziario di investimenti coerente con la sua personale situazione, con una selezione di strumenti finanziari scelti attraverso una continua ricerca di efficienza, sia economica che fiscale; strumenti spiegati con chiarezza  nel loro funzionamento, costi, aspetti positivi e soprattutto limiti.

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