Alberto Marracino

Consulente finanziario

I° 2021
2020
2019
Finecobank
Roma, Milano, Chieti, Pescara, Teramo, L'Aquila
-
Da 5 anni a 10 anni
Master universitario di II° livello
50 anni
1028
28 settembre 2018
I° 2021
2020
2019

Profilo professionale

Studi classici e laurea in Economia Aziendale alla Bocconi, ho lavorato oltre 11 anni a Londra come analista finanziario su M&A (Mergers and Acquisitions) e nella City londinese come Equity Sales (fornendo consigli d’investimento sul mercato azionario italiano direttamente a gestori e analisti di fondi investimento e hedge funds basati a Londra e Dublino) per Intermonte, la principale società italiana di brokeraggio. Da 5 anni in Fineco come consulente finanziario aiuto le persone a conseguire i loro obiettivi di pianificazione finanziaria, gestione e protezione del risparmio e finanza comportamentale. Durante il mio soggiorno londinese ho conseguito le certificazioni professionali dell’ Investment Management Certificate (IMC), Financial Security Authority (FSA) e svolto un MBA presso la European School of Economics. Sono CFA Charterholder dal 2017. La qualifica di Chartered Financial Analyst è solitamente conseguita a livello internazionale dai gestori e dagli analisti dei fondi d’investimento e include, insieme alla certificazione di elevate competenze tecnico-finanziarie anche l’adesione a elevati standard etici di condotta morale e professionale. Oltre a seguire con passione e interesse i mercati finanziari e l’economia in genere, i miei hobby includono il beach volley, tennis, bici, viaggiare.
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Le mie principali competenze

I miei credit

  • Dal 2013 a oggi - Personal Financial Adviser presso FinecoBank
  • Dal 2010 al 2012 - Trader indipendente presso Titanus AM
  • Dal 2006 al 2010 - Equity sales presso Intermonte
  • Dal 2000 al 2006 - Analista finanziario presso M&A Monitor Ltd
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Le mie ultime attività

TASSI DI INTERESSE TROPPO BASSI: RISCHI, VINCITORI E VINTI

23.04.2021 / 53 / 0

Too low too long? Per quanto a lungo le politiche monetarie ultra espansive saranno in grado di tenere i tassi così bassi e soprattutto quali sono i rischi, vincitori e vinti di queste politiche? In un report dell’International Center for Monetary and Banking Studies di Ginevra del 2015 vengono indicati alcuni degli effetti sui mercati finanziari e sulla stabilità del sistema finanziario. Un primo effetto è favorire investimenti in asset quali il settore immobiliare che presentano un alto livello di leva finanziaria. Questo aumenta anche la propensione e la percentuale di coloro con redditi disponibili più bassi ad entrare nel mercato immobiliare esponendoli a rischi legati a rialzi dei tassi o alla capacità di sostenere le rate in caso di recessioni economiche e difficoltà sul lato occupazionale. Su un altro fronte, tuttavia, ciò aiuta coloro che hanno già dei mutui o prestiti in essere, la cui rinegoziazione a tassi minori, riduce i pagamenti contribuendo ad aumentare la capacità totale dei consumatori e quindi favorire i consumi. Innegabile, comunque, che i minori rendimenti sui propri risparmi spostino il focus del risparmiatore, al fine di coprire il proprio fabbisogno finanziario nella fase pensionistica, dalle obbligazioni o fondi obbligazionari a basso rendimento verso i mercati azionari e verso l’ immobiliare, in particolare nel settore del buy-to-let, incrementando ulteriormente i flussi finanziari in questi settori, con possibili effetti distorsivi sui prezzi. Un esempio dal mercato USA: a gennaio, i prezzi delle abitazioni negli Stati Uniti sono saliti dell’11,2% (S&P CoreLogic Case-Shiller index), il maggior incremento annuale a partire dal 2006. L’analisi degli ultimi 30 anni indica il forte incremento dei prezzi delle abitazioni, che anche corretti per l’inflazione, hanno superato i picchi 2007, ovvero poco prima dello scoppio della bolla immobiliare. Ovviamente parte dell’aumento dei prezzi è legato alla crescita economica e le valutazioni sul mercato devono tenere conto di altri parametri come il reddito medio o il costo medio degli affitti. In ogni caso, anche se si usa, ad esempio, il CAPE (Cyclically Adjusted Price Earnings) applicato al mercato immobiliare statunitense si nota come abbia superato la soglia di 40, non troppo lontano dai valori del 2008 e come, con alcune eccezioni, la riduzione dei tassi aumenti il valore del parametro. Un secondo effetto riguarda i fondi pensione e le compagnie assicurative che hanno venduto in passato prodotti con rendimenti garantiti e che hanno maggiori difficoltà a garantire tali rendimenti, con la conseguenza di incrementare la percentuale di investimenti più rischiosi per cercare di recuperare il gap. A questo proposito, un research paper della Durham University del luglio 2018 ha dimostrato come l’allocazione verso la componente azionaria dei fondi pensione (analisi su 151 fondi in 50 stati) negli Stati Uniti sia salita a seguito della riduzione dei rendimenti del decennale americano, con incrementi maggiori durante il periodo in cui la Federal Reserve ha fatto ricorso a politiche monetarie non convenzionali. In particolare la riduzione del 5% dei rendimenti sul treasury americano tra il 1999 e il 2014 ha portato ad una riduzione di 18 punti percentuali della componente obbligazionaria nei fondi (raggiungendo il 23% degli asset nel 2013) e un aumento della componente azionaria del 17%, passando da un’allocazione del 43% del periodo 1998-2000 al 60% del 2013. Anche l’allocazione verso gli investimenti alternativi è aumentata passando da un 2% a oltre il 6% nel periodo analizzato. Lo studio ha inoltre evidenziato che il benchmark del rendimento annuale medio atteso utilizzato dai fondi di circa l’8% non si è dimostrato realistico, portando a una situazione di scompenso dal lato delle obbligazioni (underfunding) per la maggior parte dei fondi. In particolare il valore medio attuariale di copertura delle obbligazioni dei fondi pensione è sceso dal 99% nel 1998 al 71% nel 2013. I dati più recenti del febbraio 2021 pubblicati dalla NASRA (National Association of State Retirement Administrators) indicano che il ritorno medio atteso è sceso ulteriormente fino all’attuale 7,18%, contribuendo ulteriormente ad innalzare il livello di underfunding dei fondi pensione statunitensi. Non a caso, alla ricerca di rendimento, la percentuale degli asset investita in alternatives (ovvero private equities, hedge funds, infrastrutture) è cresciuta negli anni fino a superare il 19% degli asset totali. In sintesi, il persistere di tassi d’interesse estremamente bassi per lungo tempo crea un incentivo ad aumentare il livello di indebitamento, e quindi di leva finanziaria dell’economia, e genera una ricerca di rendimento verso asset finanziari con maggior rischio, con minore liquidità e su orizzonte temporale più lungo. Le considerazioni sin qui fatte fanno riferimento al settore privato ma i bassi livelli dei tassi di interesse se da un lato rendono meno gravoso il costo del debito pubblico, dall’altro rendono meno urgenti per i governi manovre di risanamento con la conseguenza di mantenere spesso elevati i livelli di debito nazionale a fronte di una crescita, in particolare nei paesi europei, non brillante. L’effetto pandemia ha ulteriormente aggravato questa situazione portando i livelli di indebitamento mondiale, sia in valore assoluto che relativi al PIL, a livelli record. Chi vince e chi perde da tassi costantemente bassi? Vincitori Indubbiamente coloro che hanno già dei debiti o si apprestano a contrarne, ovvero i consumatori che hanno un mutuo, le corporation che possono finanziarsi con minori costi, i governi nazionali, specialmente quelli con un livello di indebitamento assai elevato (come l’Italia). Un’altra categoria sono gli esportatori: rendendo meno attraenti i flussi di capitale stranieri alla ricerca di rendimento, la probabile debolezza della valuta nazionale rende meno costose le merci per i compratori esteri, favorendo le esportazioni. Un terzo gruppo di vincitori sono coloro che chiameremo asset holders, ovvero detentori di consistenze patrimoniali, azioni, commodities, asset immobiliari, criptovalute,che divengono relativamente più attraenti se comparati ai safe asset ormai con rendimenti limitati. Vinti In primis i puri risparmiatori o detentori di liquiditàche trova impieghi di breve termine remunerati sempre meno se non zero o anche meno (ne è testimonianza il recente approccio di diverse banche, adesso anche  in Italia, che tendono a penalizzare coloro che detengono esclusivamente liquidità). Un secondo gruppo è legato ai fondi pensioni e alle assicurazionicome abbiamo visto. Un terzo gruppo è rappresentato dai consumatori colpiti da un aumento dei prezzi dei beni di consumo: infatti, una riduzione dei tassi produce un aumento dei prezzi delle commodities (petrolio, delle materie prime, dei prodotti alimentari) sia per un effetto tecnico di carry sia in quanto, stimolando l’attività economica, aumenta la domanda di tali beni da parte del settore manifatturiero. Conclusioni Per quanto la FED manterrà/potrà mantenere bassi i tassi di interesse è difficile dirlo, probabilmente fin quando non ci sarà abbastanza inflazione nel sistema che diventa la via più auspicabile e meno traumatica come strumento per ridurre il peso dell’ingente debito pubblico. Il Congressional Budget Office ha recentemente pubblicato le previsioni di lungo termine sul decennale americano, indicando che si aspetta rendimenti medi intorno all’1,6% tra il 2021-2025 e del 3% nel quinquennio successivo e prevendo un rapporto debito/PIL  del 102% nel 2021. I recenti rialzi dei tassi sul decennale americano hanno destato preoccupazioni sui mercati finanziari, soprattutto sui detentori delle obbligazioni. L’aumento dei rendimenti lungo la curva, con le scadenze a lungo che crescono più di quelle a breve, aumentandone l’inclinazione, dovrebbe favorire quindi assicurazioni e banche: non è un caso che i titoli finanziari, tra i più penalizzati nel 2020, siano tra i miglior performer nel 2021. È bene quindi tenere bene a mente a quali attori economici e asset class prestare attenzione in base alla direzione che prenderanno i tassi nel futuro.  

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Come si spiega questo rally azionario degli ultimi mesi e quali fattori lo hanno sostenuto?

21.07.2020 / 393 / 4

Chi è riuscito a trarre vantaggio da questa situazione e chi invece è stato penalizzato?

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INVESTIRE IN CINA: POSSIBILI RISCHI E COME EVITARLI

01.04.2021 / 79 / 0

E’ indubbio che la Cina rivestirà un ruolo sempre maggiore nell’economia mondiale e negli equilibri geopolitici futuri. In un precedente articolo del 20 Marzo avevo analizzato le motivazioni dietro le interessanti opportunità di investimento in Cina, spaziando dalle iniziative della Silk e Belt Road alla creazione della Regional Comprehensive Economic Partenership con alcuni paesi dell’area pacifica, dal possibile sorpasso del PIL USA nel giro di un decennio al crescente peso del mercato azionario cinese negli indici internazionali, dagli importanti tassi di crescita dei consumi interni ai crescenti investimenti in ricerca e sviluppo e nei settori strategici delle rinnovabili, dell’intelligenza artificiale, della robotica. Il paese, tuttavia, presenta delle criticità all’interno del suo modello di sviluppo economico che devono essere ben comprese da un potenziale investitore al fine di ridurre il più possibile e gestire nella maniera migliore i rischi concernenti  un investimento. In un report del dicembre 2020 il FMI, oltre a sottolineare come sia necessario un ribilanciamento dell’economia cinese verso i consumi e come la ripresa economica sia stata guidata prevalentemente dal supporto pubblico e non ancora a sufficienza dai consumi, individua alcune aree critiche quali una riforma del sistema bancario e i suoi legami con le società statali, la leva del debito e i rischi legati al settore immobiliare. Durante la pandemia l’eccezionale supporto finanziario messo in campo ha evitato un potenziale credit crunch ma, allo stesso tempo, ha contributo ad aumentare l’elevato debito corporate (stimato al 127% del PIL, un valore eccessivo se misurato su standard internazionali) e aggravato i problemi strutturali di quelle società, anche statali, con bassa produttività ed efficienza (le società statali mostrano un gap di produttività del 20% rispetto a quelle private), particolarmente in settori ad alta intensità di capitale e con eccesso di capacità produttiva. In particolare le tante piccole banche, già sottocapitalizzate prima della pandemia, si ritrovano attualmente nei bilanci ulteriori crediti deteriorati legati all’aumento dei prestiti corporate. Nel settore immobiliare gli operatori operano con un’alta leva finanziaria unita a una forte esposizione al debito estero attraverso emissioni obbligazionarie in USD a fine 2019. Sulla stessa linea anche l’analisi, datata settembre 2020, del Center for Strategic and International Studies, un think tank statunitense, che sottolinea i rischi del mercato cinese relativi a una correzione del mercato immobiliare, a un default su debiti corporate e al peso del settore bancario che ha raggiunto asset totali di 44 trilioni di USD, quattro volte il valore post crisi finanziaria del 2008, mostrando una crescita che non ha precedenti nella storia di un paese in tempi recenti e rappresentando il più grande sistema bancario al mondo all’interno di un singolo paese. Nonostante la Cina, soprattutto per la sua struttura politica, possa utilizzare strumenti per evitare una crisi finanziaria che altri paesi non possiedono, vi sono settori, come quello immobiliare che presenta caratteristiche (un ampio numero di operatori, dipendenza da finanziamenti esterni ecc.) dove questi strumenti potrebbero essere meno efficaci. Gli immobili costituiscono la larga parte della ricchezza delle famiglie cinesi (tra il 60-80%) e i loro prezzi sono cresciuti in maniera ininterrotta dalla liberalizzazione del settore nel 1998. Il comparto mostra segnali di disequilibrio: i valori dei nuovi progetti sono al massimo storico mentre le vendite degli spazi sono diminuite negli ultimi anni, il tutto condito da tassi di proprietà immobiliare già elevati, intorno all’80%. È possibile stimare che, agli attuali tassi di crescita, la domanda di nuove abitazioni nel prossimo decennio sarà soddisfatta nel giro di 3 anni, un segno che il mercato sembra più guidato da una fiducia in un continuo aumento dei prezzi, piuttosto che dai suoi fondamentali. Goldman Sachs ha stimato che il valore del mercato immobiliare cinese abbia raggiunto 52 trilioni di USD a fine 2019, circa 3,7 volte il PIL del paese (al picco della bolla immobiliare giapponese il valore era tra 4 e 5). È chiaro che in un mercato di tale entità, se dovesse deteriorarsi la fiducia nel settore, a fronte di una correzione dei prezzi difficilmente l’autorità centrale potrebbe intervenire con efficacia. Le autorità cinesi sembrano porre ora maggiore attenzione a questi rischi: nel dicembre 2020, infatti, la PBOC è corsa ai ripari ponendo limiti nei bilanci delle principali banche al peso dei prestiti legati al settore immobiliare sul totale dei prestiti totali: circa il 40% per le principali banche, con alcuni piccoli aggiustamenti per quelle di minori dimensioni. Già nel giugno 2020 sia la China Construction Bank Corp sia la Bank of China presentavano valori vicini al 39%. L’analisi delle opportunità di investimento nel paese deve essere quindi abbinata a una corretta ponderazione dei rischi e delle criticità presenti in alcuni settori dell’economia cinese. A tal fine è opportuno farsi guidare da validi consulenti nella scelta dei migliori strumenti di investimento. In questo senso assai interessante è il nuovo fondo target lanciato da Fineco Asset Management che permette un’entrata graduale nel mercato cinese attraverso un piano di decumulo programmato nell’arco di 5 anni e allo stesso tempo fornisce una remunerazione fissa del 2% sulla liquidità detenuta all’interno del fondo e in attesa di essere investita sull’orizzonte temporale previsto.  

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