Alberto Marracino

Consulente finanziario

2020
2019
Finecobank
Roma, Milano, Chieti, Pescara, Teramo, L'Aquila
-
Da 5 anni a 10 anni
Master universitario di II° livello
50 anni
949
28 settembre 2018
2020
2019

Profilo professionale

Studi classici e laurea in Economia Aziendale alla Bocconi, ho lavorato oltre 11 anni a Londra come analista finanziario su M&A (Mergers and Acquisitions) e nella City londinese come Equity Sales (fornendo consigli d’investimento sul mercato azionario italiano direttamente a gestori e analisti di fondi investimento e hedge funds basati a Londra e Dublino) per Intermonte, la principale società italiana di brokeraggio. Da 5 anni in Fineco come consulente finanziario aiuto le persone a conseguire i loro obiettivi di pianificazione finanziaria, gestione e protezione del risparmio e finanza comportamentale. Durante il mio soggiorno londinese ho conseguito le certificazioni professionali dell’ Investment Management Certificate (IMC), Financial Security Authority (FSA) e svolto un MBA presso la European School of Economics. Sono CFA Charterholder dal 2017. La qualifica di Chartered Financial Analyst è solitamente conseguita a livello internazionale dai gestori e dagli analisti dei fondi d’investimento e include, insieme alla certificazione di elevate competenze tecnico-finanziarie anche l’adesione a elevati standard etici di condotta morale e professionale. Oltre a seguire con passione e interesse i mercati finanziari e l’economia in genere, i miei hobby includono il beach volley, tennis, bici, viaggiare.
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Le mie principali competenze

I miei credit

  • Dal 2013 a oggi - Personal Financial Adviser presso FinecoBank
  • Dal 2010 al 2012 - Trader indipendente presso Titanus AM
  • Dal 2006 al 2010 - Equity sales presso Intermonte
  • Dal 2000 al 2006 - Analista finanziario presso M&A Monitor Ltd
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Le mie ultime attività

COSA STA SUCCEDENDO SUI MERCATI AZIONARI? È SEMPRE IL MOMENTO GIUSTO PER INVESTIRE: L’IMPORTANTE È SAPERE DOVE

04.03.2021 / 27 / 0

Oggi cercherò di fare il punto della situazione sui mercati azionari, alla luce dei recenti rialzi dei tassi di interesse e delle prospettive di inflazione, cercando di individuare i possibili settori di maggiore interesse in cui investire nel 2021. Partiamo da una similitudine: che ci sia il sole o la pioggia, che tu sia triste o allegro, se partecipi ad una corsa di cavalli ci sarà sempre un cavallo che vince e molti che perdono. Allo stesso modo, sui mercati finanziari, che tu abbia molte o poche risorse da investire, che tu sia spavaldo o timoroso nell’investire, ci sarà sempre il mercato, il singolo settore, la singola azione, obbligazione o semplicemente strumento finanziario che farà bene e quello che farà male. Indubbiamente uno dei cavalli più vincenti del 2020 è stato l’indice Nasdaq 100, che raccoglie le azioni a maggior contenuto di crescita ed innovazione sul mercato americano, salito di quasi il 50%, grazie soprattutto al contributo di alcuni dei suoi principali componenti quali Apple (che ha un peso dell’11% sull’indice), Microsoft (9,5%), Amazon (8,4%) e Tesla (4,3%). Per quanto ancora simili performance sono sostenibili? Dal grafico su base mensile del Nasdaq 100 dal 2000 si notano un paio di cose interessanti. La prima è che l’angolazione di ascesa del trend è cresciuta via via nel tempo (circa 20 gradi  tra il 2010 il 2016, 47 nei due anni successivi, 61 nel 2019 e 80 gradi da crollo di marzo 2020 fino ad oggi) fino a raggiungere quasi una salita verticale nell’ultimo anno, una situazione simile a quanto accaduto nel 2000 prima dello scoppio della Internet bubble. La seconda è che quelle che si chiamano ombre superiori sul grafico a candele giapponesi, solo in pochi casi sono state così estese rispetto al corpo della candela, una situazione ripetutasi a febbraio e gennaio del 2021, a dimostrare come ci siano pochi compratori (o molti venditori se vogliamo) sui nuovi massimi. Spesso queste situazioni sono state seguite da correzioni dell’indice. Abbiamo quindi tutte le premesse grafiche per una possibile correzione. Nasdaq 100   Per entrare nel dettaglio analizziamo in grafici dei 4 maggiori componenti dell’indice: Apple Dal grafico settimanale si nota una rottura al ribasso della trendline ascendente partita da marzo. Attualmente una seconda trendline tracciabile da settembre cerca di difendere il livello di 118 dollari per azione, che se non dovesse tenere potrebbe riportare il titolo verso i 100 dollari. Si notano anche importanti volumi di vendita nell’ultima settimana di febbraio e gennaio. Su base fondamentale il target price di consensus del titolo è 150 dollari e presenta un forward P/E di 27. Microsoft Microsoft mostra un solido trend ascendente a partire da fine 2019, solo momentaneamente interrotto dalla caduta di marzo 2020. Da luglio 2020 i prezzi si muovono in un canale laterale, rotto al rialzo nelle ultime settimane ma un ritracciamento verso la base del canale, in area 200 non sarebbe scandaloso, anche considerando i volumi di vendita in aumento nell’ultima settimana, e non andrebbe ad inficiare il trend di fondo. Dei 4 titoli è quello meglio impostato probabilmente. Target price di consensus a 270 dollari, forward p/e a 29. Amazon Amazon mostra un solido trend di crescita dal 2017, un forte balzo all’insù a partire da aprile 2020, e poi una situazione di lateralità da luglio in poi. La rottura della base del canale a circa 2900 potrebbe riportare il titolo verso i 2500. Situazione di incertezza, considerando anche i multipli elevati (forward p/e a 49), anche se il consensus è molto positivo con target a 4000. Tesla Sul grafico mensile di nota una verticalizzazione del grafico nell’ultimo anno insostenibile nel lungo periodo, anche se le vendite sulla barra di febbraio non registrano forti volumi. Su base settimanale, dopo alcune settimane in laterale, la violazione di 717, minimo anche del mese di gennaio, sembra aver rotto gli indugi al ribasso e un supporto possibile è ora in area 500, dove passa anche la trendline ascendente. Il titolo è impostato al ribasso, presenta multipli esagerati (forward p/e di 130), target di consensus a 600, sotto le attuali quotazioni, ha deluso anche le attese negli ultimi dati di bilancio trimestrali, oltre ad aver ricevuto molte critiche sul ruolo eccessivo della vendita dei certificati verdi nella sua profittabilità aziendale rispetto a core business delle auto. Dando uno sguardo più vicino a casa, dal grafico mensile su Eurostoxx 50 notiamo come ci sia una forte resistenza in area 3750-3840, che ha già respinto al ribasso le quotazioni nel 2015, 2017 e 2020. Sarà il 2021 la volta buona per rompere al rialzo questa barriera,  grazie magari al sostegno dei recovery plan? Possibile ma più probabile prima una pausa di “riflessione”. Eurostoxx50 Il fattore scatenante delle flessioni degli indici nei giorni scorsi già caratterizzati da eccessi grafici, è riconducibile al timore di un ritorno dell’inflazione, e al rialzo dei tassi di interesse, soprattutto negli Stati Uniti: si può notare, infatti, l’accelerazione della salita sul decennale americano, a partire da fine gennaio, che ha spinto il rendimento dall’ 1% all’1,5% in poche settimane. Le obbligazioni con scadenze lunghe, se non indicizzate all’inflazione, se da un lato hanno rappresentato un valido porto sicuro in un momento di turbolenza dei mercati azionari, sono attualmente da maneggiare con cura, come già spiegato in un’analisi della casa di investimento Algebris (vedi mio articolo del 2 Ottobre 2020) mesi fa e come solo pochi giorni fa indicato da Warren Buffet, il più famoso investitore. Nella sua lettera agli azionisti Buffet scrive: “Bonds are not the place to be these days”. Buffett aggiunge che i tassi negativi sui debiti sovrani in alcuni paesi quali Germania e Giappone penalizzano fortemente i fondi pensione e le assicurazioni che hanno e avranno difficoltà a generare rendimenti e la ricetta, a suo parere, non è puntare su obbligazioni sostenute da prestiti più rischiosi solo per avere un maggior rendimento. Tornando all’effetto rialzo dei tassi di interesse si nota l’impatto nella performance settoriale negli ultimi 7 giorni, dove i comparti maggiormente sensibili in negativo, immobiliare ed utilities, ma anche i tecnologici, hanno sofferto molto più rispetto a settori che invece possono beneficiarne quali le banche o le materie di base. E qui si torna al discorso dei cavalli: pur in un mercato che tende a correggere e che probabilmente continuerà a farlo per ridurre gli eccessi di breve, ci sono i cavalli vincenti e quelli perdenti. Se questa è l’analisi cerchiamo allora di formulare qualche previsione e consiglio di investimento. Alcuni indici azionari mostrano chiari eccessi di ipercomprato e correzioni potrebbero solo che essere salutari. Sul timing è più complicato esprimersi. Le statistiche sulla stagionalità sono a favore di rialzi nei mesi di marzo ed aprile, per cui una correzione più marcata potrebbe solo essere rimandata di qualche mese ? Ogni circostanza va contestualizzata: marzo e aprile 2020 hanno registrato performance terribili, ampiamente fuori della ricorrenza statistica, e un anno dopo ci troviamo con molti indici che hanno corso molto e assai verticalizzati, quindi a rischio di correzioni. In questo contesto vale più la pena puntare su singoli settori, analizzando una possibile rotazione settoriale a partire da quelle che sono state le performance nello scorso anno. I settori maggiormente penalizzati sono stati quello finanziario ed energetico che quindi, in un contesto di normalizzazione, dovrebbero fare meglio degli altri: la ripresa delle attività economiche post pandemia legata ad un maggiore spinta inflazionistica dovrebbe continuare a supportare il recupero dei titoli petroliferi. Il grafico mensile del prezzo del petrolio mostra un netto recupero dai minimi di un anno fa e sembra aver raggiunto un punto critico, dove la trendline di lungo periodo potrebbe respingere di nuovo i prezzi o più probabilmente essere bucata al rialzo, con quotazioni comunque difficilmente sopra i 70-75 dollari al barile. Petrolio mensile Le performance settoriali da inizio anno dimostrano come gli operatori economici abbiano puntato su questo settore, che dovrebbe continuare la sua performance positiva, insieme a quello finanziario (da valutare con selettività) e delle basic materials, scommettendo su una ripresa economica e protezione dall’inflazione. Altro settore destinato a sovraperformare è quello del travel and leisure, ovvero legato al recupero delle attività delle compagnie aeree, crociere, degli hotel, delle scommesse sugli eventi sportivi e così via. Vorrei ricordare come nel mio articolo dell’8 giugno 2020 consigliavo già di entrare sul settore oil e alcuni titoli travel quali Boeing e Norwegian Cruises: il punto di ingresso sarebbe stato migliore ma rimangono ancora dei margini di recupero. Anche il FTSEMIB Italia, che praticamente è in laterale da oltre 10 anni, potrebbe riacquistare una sua centralità considerando il peso che hanno nell’ indice gli energetici quali Eni ed Enel (25%), quest’ultima particolarmente attiva nel promettente settore delle rinnovabili, e banche (15%) ad assicurazioni (10% includendo anche Poste Italiane). Ovviamente nel caso delle banche c’è da considerare l’eventuale effetto negativo sulle quotazioni dei titoli di stato italiano, ampiamente detenuti dalle banche domestiche, per cui l’effetto finale è più difficile da stimare. In questo senso, di maggior interesse e prospettiva, per il mercato italiano, sono titoli mid e small cap. Conclusioni: è il momento di puntare più su singoli settori e tematiche di investimento piuttosto che sul mercato azionario in toto, soprattutto su alcuni indici che sembrano aver corso in maniera eccessiva negli ultimi mesi e hanno probabilmente bisogno di una pausa. In questo senso il supporto di un valido consulente è senza dubbio di aiuto.    

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Come si spiega questo rally azionario degli ultimi mesi e quali fattori lo hanno sostenuto?

21.07.2020 / 317 / 4

Chi è riuscito a trarre vantaggio da questa situazione e chi invece è stato penalizzato?

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GLI ITALIANI RISPARMIANO TROPPO E INVESTONO TROPPO POCO? MOTIVAZIONI, RISCHI, SOLUZIONI E RUOLO DEI CONSULENTI FINANZIARI

19.02.2021 / 75 / 0

Il livello di liquidità sui conti correnti ha aggiunto livelli record, non solo per il fenomeno pandemia. Se da un lato ciò rappresenta una grande opportunità per gli investitori e il paese, dall’altro nasconde anche dei rischi e delle conseguenze negative. L’analisi seguente cerca di identificare le ragioni del fenomeno, i suoi rischi e risvolti negativi e le possibili soluzioni. Partiamo dall’analisi l’aumento dei depositi in conto corrente negli ultimi anni e soprattutto durante il 2020. Dal report mensile dell’ABI del gennaio 2021 notiamo come, nel triennio 2016-2018, i depositi della clientela residente siano cresciuti di circa 160 mld, con incrementi sostanzialmente simili a quelli dei decrementi delle obbligazioni detenute, mediamente 50 mld annui, lasciando sostanzialmente inalterato lo stock della raccolta totale (depositi+obbligazioni) a circa 1730 mld, come se (semplificando) la liquidità dei disinvestimenti obbligazionari si fosse riversata sui conti deposito. Tuttavia, già tra il 2018 e il 2019 c’è un forte aumento dei depositi, circa 90 mld, ovvero quasi il doppio dell’incremento medio dei 3 anni precedenti, mentre la diminuzione delle obbligazioni è assai modesta, con meno di 5 mld. Già quindi nel 2019 assistiamo ad un forte incremento della liquidità sui conti correnti sicuramente non imputabile ad un deflusso dal segmento obbligazionario. Nel 2020 c’è la vera esplosione dei depositi che, entro dicembre, salgono di oltre 162 mld, anche in questo caso con una modesta riduzione dello stock delle obbligazioni, solo 20 mld. In particolare, come è ovvio, l’accelerazione scatta da aprile in poi, raggiungendo una variazione annua di oltre il 10% a dicembre. Assumendo (ipotesi già forte) che l’incremento dei depositi tra 2018 e 2019 di 90 mld sia fisiologico, la differenza è di oltre 72 mld rispetto all’incremento dell’anno precedente, e di questi, al netto dei 20 mld di deflussi obbligazionari, 52 mld possono essere considerati l’eccesso di risparmio delle famiglie italiane dovute all’effetto della pandemia. Possiamo confrontare questo dato con la perdita stimata del PIL italiano nel 2020, intorno al 9%, che sul PIL totale italiano di 1787 mld nel 2019, porta ad una perdita nel 2020 di circa 160 mld. Considerando che circa il 60% è fatto dai consumi delle famiglie, mancano all’appello oltre 90 mld di consumi, per cui la stima dell’eccesso di risparmio può considerarsi anche in difetto. Piccola notazione di complemento: il debito italiano netto è salito di oltre 150 mld nell’anno, più o meno quello che si è perso in prodotto interno lordo. Se questi sono i dati, il forte aumento dei depositi sui conti correnti, in ogni caso 90 mld per ciascuno degli anni del biennio 2019-2020 al netto dell’effetto pandemia, a quali fattori può essere attribuito? Gli italiani sono storicamente un popolo di risparmiatori ma molto meno un popolo di investitori di lungo periodo. Una larga parte del retail nel passato ha investito al massimo i propri risparmi in obbligazioni bancarie, molto spesso della stessa banca di cui erano correntisti, o in titoli di stato italiani, spesso a breve termine: si parlava, non a caso, di Bot people. La costante riduzione dei tassi d’interesse sulle obbligazioni sia governative sia corporate, a seguito delle politiche monetarie ultra espansive delle banche centrali negli ultimi anni, ha portato a un graduale allontanamento da questi strumenti, riducendo il “costo opportunità” di detenere liquidità su conti (ovvero il rendimento a cui si rinuncia non investendo in obbligazioni). Le incertezze di carattere economico e politico che da anni gravano sull’Italia, generando prospettive lavorative sempre più incerte, hanno alimentato un clima di sfiducia e timore, innalzando di conseguenza il risparmio a scopo precauzionale. Alcuni eventi di cronaca, recenti e non solo, dai bond Parmalat ai Tango bond, dalla vendita di prodotti non adeguati alla clientela da parte di filiali bancarie più interessate ad esigenze commerciali di budget e meno alla corretta consulenza al risparmiatore fino al fallimento delle banche popolari quali Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e via dicendo, hanno alimentato un clima di ulteriore sfiducia negli investimenti in genere. La scarsa cultura finanziaria della popolazione italiana, testimoniata da tante statistiche e sondaggi, rappresenta un ostacolo per favorire la canalizzazione dei risparmi infruttiferi verso forme d’investimento che, non solo possano portare profitto all’investitore, ma anche favorire lo sviluppo economico della stessa nazione in cui il risparmiatore vive e quindi trarre un secondo vantaggio economico e non solo da un tessuto sociale ed economico più prospero. I livelli di inflazione contenuti, ma pur sempre positivi negli ultimi anni rispetto al passato (il tasso di inflazione armonizzato in Italia è stato di circa l’ 1,2% nel 2018, lo 0,5% nel 2019 e vicino a 0 nel 2020 ma già mostra segnali di crescita nelle letture preliminari di gennaio 2021) hanno ridotto la percezione di perdita di valore e di poter di acquisto da parte del risparmiatore che, senza accorgersene, lentamente “perde” ricchezza. A questo proposito riporto integralmente un estratto da “Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani” pubblicata da Centro Einaudi nel 2020: “In dieci anni di mancati investimenti, tra il 2010 e il 2020, il potere d’acquisto della liquidità è sceso dell’11%.Investire in tempi di rendimenti negativi richiede quindi una marcia in più rispetto a quella del risparmiatore italiano medio, che investiva quasi solo in BOT e CCT. Anche quando il rendimento medio obbligazionario di mercato è zero o negativo, altri fattori di esposizione al rischio sono prezzati positivamente dal mercato. Congelare un portafoglio liquido è coerente con un limitato livello d’istruzione finanziaria, ma ignora le opportunità che il mercato finanziario continua a offrire attraverso esposizioni al rischio diversificate, quasi sempre con rendimenti medi positivi, anche quando i tassi base di mercato per gli strumenti senza rischio sono negativi o nulli”. In uno studio pubblicato da Bank of America dal titolo “Stagnation, stagflation or elevation” nel 2020 si ipotizza che, sotto un certo livello dei tassi di interesse, i consumatori piuttosto che aumentare il livello di spesa, cominciano ad avere un atteggiamento contrario, ovvero riducono le spese e aumentano i livelli di risparmio. Infatti, mentre nel ventennio tra il 1980 e il 2000 ad una riduzione dei tassi di interesse su decennale americano si è associato un graduale aumento della componente del reddito disponibile destinato a maggiori spese, a partire da tassi di interesse inferiori al 4%, tipici del periodo 2000-2020 caratterizzato anche da una forte globalizzazione dell’economia, il consumatore ha speso meno e risparmiato di più. In pratica, sotto certi livelli di tassi di interesse è come se la politica monetaria espansiva portasse meno inflazione piuttosto che più spesa e quindi più inflazione. Una spiegazione di questa evidenza empirica suggerita nel report è che la riduzione di asset a basso rischio capaci di generare reddito (quindi obbligazioni governative ad esempio) costringe le famiglie a risparmiare di più in vista della pensione, al fine di compensare quel mancato flusso di reddito atteso indotto da un minore rendimento sullo stock di risparmio già accumulato. La riduzione dei consumi tuttavia, crea un circolo vizioso: la mancanza di stimolo alla domanda, e quindi alla crescita economica, spinge le autorità di politica monetaria ad abbassare ulteriormente i tassi per creare domanda, secondo un classico approccio di politica monetaria, spingendo però i consumatori ad aumentare ulteriormente i risparmi e ridurre i consumi.C’è da aggiungere un ulteriore elemento legato alle aspettative: continui annunci di riduzione di tassi di interesse mandano un segnale ben preciso di difficoltà economica, segnale che aumenta il livello di insicurezza economica e sociale del consumatore e quindi anche il livello di risparmio precauzionale nel breve termine. Quali sono i rischi per l’investitore di questo eccesso di risparmio?  Uno dei principali rischi è legato indubbiamente alla possibile ripartenza dell’inflazione (vedi mio articolo del 5 gennaio 2020). L’investitore, infatti, dovrebbe (anche se spesso non lo fa) sempre fare attenzione al suo rendimento in termini reali, e quindi tenere conto dei livelli di inflazione sia esistenti e prospettici, che possono quindi creare delle perdite di poter di acquisto anche senza aver fatto alcun investimento, che invece servirebbe proprio per evitare che ci siano perdite dal non far nulla. In termini di finanza comportamentale si parlerebbe di status quo bias, ovvero un errore cognitivo che consiste nel preferire la situazione esistente rispetto a possibili altre. Alla base di questa distorsione comportamentale ci sono fattori quali l’avversione al rimorso, i costi di transazione, il coinvolgimento personale, l’avversione al cambiamento e alle perdite a cui viene dato maggior peso rispetto alle possibilità di successo. L’altro rischio è legato al fatto che, evitando qualsiasi forma di investimento, oltre a non recuperare l’inflazione, si perdono anche i possibili guadagni (più o meno grandi in relazione alla propria propensione al rischio) legati ad una corretta pianificazione finanziaria. Infine, il mancato finanziamento di validi progetti di investimento nell’economia reale riduce le possibilità di crescita economica a danno della collettività e quindi anche a danno del singolo risparmiatore che vive in quella collettività. Quali le possibili soluzioni? E’ necessario che le autorità incentivino e promuovano sempre più investimenti capaci di incanalare il flusso di risparmio verso investimenti nell’economia reale e non solo speculativi di breve termine.In questo senso si possono inquadrare le recenti emissioni di titoli di stato italiano le cui performance sono anche legate al tasso di crescita del PIL italiano nei prossimi anni (BTP Futura), le emissioni di BTP Green attese nel 2021 per finanziare specificamente progetti ambientali, le agevolazioni fiscali legate agli investimenti nei PIR Alternativi, negli ELTIF e nei fondi pensione che hanno un orizzonte di investimento di lungo periodo. Anche se negli ultimi anni si è assistito a un aumento degli investimenti nel risparmio gestito, è pur vero che molti di questi flussi finiscono all’estero in quanto i fondi di investimento investono a livello globale e l’Italia, anche per il fatto che la sua capitalizzazione borsistica in relazione al PIL è piccola se confrontata con altri paesi, riceve poi solo una piccola parte di queste risorse.Questo è confermato anche da un recente studio del gennaio 2020 di Intermonte SIM in collaborazione con la School of Management del Politecnico di Milano che mostra come, nel periodo 2017-2019, ci sia stato un generale disinvestimento del mondo retail e degli investitori esteri dall’economia reale italiana, con un aumento degli impieghi verso l’estero in cui gli intermediari finanziari hanno giocato un ruolo determinante nel “dirottare” queste risorse. Al di fuori degli strumenti quotati, importante rimane il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti a sostegno dell’economia reale attraverso la sottoscrizione di debito e basket bond cartolarizzati, investimenti nel venture capital, sostegno all’export e via dicendo. Sul lato educativo è necessario aumentare il livello di cultura finanziaria dell’investitore medio attraverso un valido supporto di consulenza finanziaria e patrimoniale che favorisca la migliore pianificazione finanziaria e allo stesso tempo fornisca risorse per lo sviluppo del nostro paese. Vedremo nei prossimi mesi se il nuovo premier Draghi sarà in grado di fornire ulteriori strumenti che possano favorire il cammino in questa direzione sia per i risparmiatori che per gli stessi consulenti finanziari.

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