Alberto Marracino

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Master universitario di II° livello
51 anni
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28 settembre 2018
Top Financial Educational

Awards: I-2022 , anno 2021, anno 2020, anno 2019,

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Profilo professionale

Studi classici e laurea in Economia Aziendale alla Bocconi, ho lavorato oltre 11 anni a Londra come analista finanziario su M&A (Mergers and Acquisitions) e nella City londinese come Equity Sales (fornendo consigli d’investimento sul mercato azionario italiano direttamente a gestori e analisti di fondi investimento e hedge funds basati a Londra e Dublino) per Intermonte, la principale società italiana di brokeraggio. Da 5 anni in Fineco come consulente finanziario aiuto le persone a conseguire i loro obiettivi di pianificazione finanziaria, gestione e protezione del risparmio e finanza comportamentale. Durante il mio soggiorno londinese ho conseguito le certificazioni professionali dell’ Investment Management Certificate (IMC), Financial Security Authority (FSA) e svolto un MBA presso la European School of Economics. Sono CFA Charterholder dal 2017. La qualifica di Chartered Financial Analyst è solitamente conseguita a livello internazionale dai gestori e dagli analisti dei fondi d’investimento e include, insieme alla certificazione di elevate competenze tecnico-finanziarie anche l’adesione a elevati standard etici di condotta morale e professionale. Oltre a seguire con passione e interesse i mercati finanziari e l’economia in genere, i miei hobby includono il beach volley, tennis, bici, viaggiare.
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Le mie principali competenze

I miei credit

  • Dal 2013 a oggi - Personal Financial Adviser presso FinecoBank
  • Dal 2010 al 2012 - Trader indipendente presso Titanus AM
  • Dal 2006 al 2010 - Equity sales presso Intermonte
  • Dal 2000 al 2006 - Analista finanziario presso M&A Monitor Ltd
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Le mie ultime attività

LO SHOCK DEI TASSI D’INTERESSE E COME BENEFICIARNE

13.06.2022 / 116 / 0

L’annuncio della BCE, che la scorsa settimana ha fortemente scosso i mercati obbligazionari e azionari, di una politica di rialzo dei tassi di interesse in maniera graduale ma sostenuta in Europa a partire da luglio non è altro che il finale di un romanzo i cui primi capitoli potevano già essere letti un paio di anni fa. In un precedente articolo dell’ottobre 2020 sui rischi di un portafoglio 60% azionario/40% obbligazionario scrivevo: “E’ indubbia, a mio parere, la trasformazione della componente obbligazionaria da mitigatrice ad amplificatrice del rischio (inteso in questo caso come massimo drawdown) e volatilità dell’intero portafoglio, sia esso un 60/40 e ancor di più un risk parity.” Nell’articolo riportavo anche la valutazione della società di investimento Algebris secondo cui “una delle cose più pericolose da avere in portafoglio in questo momento sono le obbligazioni governative a lunga scadenza sia per un rischio inflazione sia per un possibile modifica delle aspettative macroeconomiche”. La Santa Barbara era piena di esplosivo, mancava solo la miccia per far esplodere il tutto, che si è dimostrata essere poi l’inflazione. In un successivo articolo del gennaio 2021 mettevo in guardia sul fatto che l’inflazione, ormai un desaparecido da anni, potesse questa volta palesarsi: “Perché quindi, ci si chiede, questa volta dovrebbe essere diverso? Per tre motivi principali: le politiche fiscali ampiamente espansive a livello globale che in passato non abbiamo avuto, la possibile riduzione di alcuni fattori disinflattivi presenti negli ultimi decenni, il volume degli interventi delle banche centrali che non ha precedenti, nemmeno nella crisi del 2008-2009”. L’azione delle banche centrali Attualmente la BCE si sta accodando alla politica di rialzi dei tassi della Federal Reserve, già partita mesi fa, che ha portato ad una correzione dei prezzi delle obbligazioni governative USA del 12%, il maggiore crollo di sempre nel primo semestre. Nel giro di pochi mesi la percentuale di obbligazioni a livello globale con rendimenti negativi è passata dal 20% al 4%. Nello specifico, se da un lato la BCE ha annunciato un rialzo di 25 punti base a luglio (probabilmente 50 bps a settembre), un’inflazione stimata a quasi il 7% nel 2022 (3,5% nel 2023 e 2,1% nel 2024) e tassi di crescita del PIL rivisti al ribasso (2,8% nel 2022 e 2,1% nel 2023), dall’altro l’assenza di dettagli su uno scudo antispread per i paesi periferici ha diffuso il panico tra gli investitori, riportando al centro dell’attenzione il grande debito pubblico italiano e la sua sostenibilità. Le analisi delle case di investimento sui rialzi dei tassi Gli investitori, infatti, temono il perdurare di alti tassi di inflazione e il dover rincorrere della BCE fa temere per rialzi del costo del danaro anche oltre le attuali previsioni. Gli analisti di Goldman Sachs (“GS”), ad esempio, ipotizzano un possibile punto di arrivo del rialzo dei tassi a quota 1,5% nel giugno del 2023 che potrebbe spingersi, eventualmente, fino al 2%. Secondo le analisi dell’investment house Schroders di sono 3 motivazioni per il perdurare dell’inflazione: 1) Il perseguimento della politica zero covid in Cina, i cui pesanti lockdown hanno generato colli di bottiglia nelle catene globali di approvvigionamento creando riduzioni dal lato dell’offerta; 2) I prezzi delle materie prime di energia, alimentari e fertilizzanti rimangono elevati in seguito al conflitto in Ucraina; 3) L’inflazione nel settore dei servizi continua a crescere in seguito alle riaperture post covid e la sua alta intensità di manodopera rischia di essere il motore nella spirale di rialzo salari-prezzi. L’approccio seguito dalle banche centrali quindi è quello di sacrificare la crescita economica pur di riportare sotto controllo l’inflazione. Seppure i rischi di una fase recessiva siano in aumento, le aspettative di crescita del PIL rimangono del 3,3% a livello globale mentre, come evidenzia un’analisi di GS, delle 12 fasi di mercato ribassista verificatesi dopo la seconda guerra mondiale, 4 di queste non hanno coinciso con una recessione, registrando un drawdown (escursione dai massimi ai minimi) del 28% (il 35% mediano nelle fasi in cui, al contrario, c’è stata una recessione). Lo scenario di base di GS prevede una fase di mercato ribassista di breve durata senza il verificarsi di una recessione. Secondo Algebris, nonostante i mercati del credito e azionario sembrino prezzare una recessione nel breve periodo, la probabilità di recessione, calcolata ad aprile in base ai loro modelli, si attestava al 30%, in linea con la probabilità di qualsiasi altro mese, mentre era maggiore nel medio periodo, ossia il 60%-65% sui 24-36 mesi. Questo fa loro concludere che il principale rischio sui mercati obbligazionari e azionari sia l’inflazione e non la recessione che, al contrario, solo un distacco dal gas russo nei prossimi mesi potrebbe anticipasi al 2022-2023. Riguardo alla loro analisi del debito pubblico italiano, si ricorda come circa il 30% dell’intero stock è attualmente detenuto dalla BCE e che questa interverrà con misure di contenimento degli spread solo al raggiungimento di soglie di emergenza. Quali interessanti spunti possono derivare dalle analisi fin qui fatte? Mercato obbligazionari Quanto accaduto negli ultimi mesi sui mercati obbligazionari ha finalmente riportato verso condizioni di maggiore equilibrio i prezzi delle obbligazioni alterati da anni di politiche di quantitative easing, rendendo di nuovo attraenti le obbligazioni americane IG e HY (quest’ultime con rendimenti del 7%). Guardando all’Italia, i rendimenti del BTP decennale sfiorano il 4%, mentre anche su scadenze di 2-3 anni è possibile spuntare tassi oltre il 2%. Se quindi, fino a solo un anno fa, un investimento sul BTP decennale generava un piccolo rendimento a fronte di un rischio di rialzo dei tassi elevato (e quindi di potenziali perdite in conto capitale per i titoli non portati a scadenza), attualmente i rendimenti sono molto più interessanti e compensano molto meglio per ulteriori cali dei prezzi che si avvicinano sempre più ad una soglia di intervento antispread da parte della BCE. Inoltre, lo shock inflattivo e la conseguente aggressività nel rialzo dei tassi nel breve periodo possono portare ad un appiattimento della curva dei rendimenti con maggiori rialzi dei rendimenti soprattutto sulle scadenze di breve e un minore effetto sulle scadenze di lungo penalizzate da previsioni di minore crescita prospettica, frutto delle politiche monetarie più restrittive della BCE. La maggiore attrattività del mercato obbligazionario può quindi sintetizzarsi con un passaggio da un approccio TINA “There is no alternative”, ovvero non c’è alternativa valida all’azionario, ad un approccio TARA “There are reasonable alternatives”, ovvero ci sono di nuovo delle alternative interessanti. Se, quindi, negli ultimi anni l’approccio più corretto per investire sui mercati obbligazionari era usare delle gestioni separate o fondi obbligazionari con duration molto limitata, fermo restando la loro validità, le nuovi condizioni di mercato permettono di esplorare nuove opzioni. Mercati azionari Guardando al mercato azionario notiamo come la massima correzione dai record del novembre 2021 sia stata per il Nasdaq del 30%, di circa il 21% per S&P500 e del 25% per il FTSEMIB italiano. La peggiore performance dei titoli tecnologici si spiega con il fatto che le loro quotazioni sono più sensibili ai rialzi dei tassi che, spinti dalla lotta all’inflazione, stanno guidando l’attuale correzione sui mercati obbligazionari ed azionari. Abbiamo ricordato prima come le correzioni, in media, nelle fase recessive, si attestino intorno al 30-35% dai massimi. E’ interessante notare che nel recente sondaggio di Bloomberg tra gli operatori finanziari, il gruppo più ampio di questi, circa il 30%, stima il livello di minimo dell’S&P500 nel 2022 intorno ai 3600-3400 punti, ovvero circa un 10% in meno rispetto ai livelli attuali, mentre un ulteriore 14% prevede un minimo intorno ai 3200-3400. In sintesi, potremmo concludere che oltre il 40% degli operatori farebbe acquisti sul mercato azionario, sulla base delle condizioni economiche e geopolitiche ad oggi note, su ribassi tra il 10% e il 15% rispetto ai valori attuali.Ricordo come, in un articolo di inizio febbraio, stimavo un interessante punto di acquisto sull’S&P500 a 3500-3600, ben prima di questo sondaggio…

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Come si spiega questo rally azionario degli ultimi mesi e quali fattori lo hanno sostenuto?

21.07.2020 / 564 / 4

Chi è riuscito a trarre vantaggio da questa situazione e chi invece è stato penalizzato?

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PESTE, GUERRA E CARESTIA

10.05.2022 / 62 / 0

Peste, guerra e carestia. Sembra una frase che eravamo abituati a leggere a scuola solo sui libri di storia, invece è tornata molto attuale anche in questi giorni. Con la fine della fase emergenziale del covid e i problemi sulle catene di approvvigionamento da questo causato, la forte ripartenza dell’economia mondiale aveva già creato pressioni inflazionistiche sulle materie prime, dal petrolio, ai metalli, ai prodotti agricoli.Lo scoppio del conflitto in Ucraina sta ora amplificando l’effetto inflazionistico generale, in particolare riguardo ai prodotti agricoli, il cui forte aumento dei prezzi può avere conseguenze geopolitiche destabilizzanti, soprattutto nei paesi più poveri dell’Africa fortemente dipendenti dalle importazioni di cibo. Su questa situazione si inseriscono anche fattori climatici e congiunturali specifici non favorevoli. Durante il 2021 una forte siccità ha ridotto la produzione di grano primaverile negli USA e in Canada, mentre alluvioni da record in Cina hanno danneggiato e ritardato la semina del grano su circa un terzo della superficie coltivabile destinata, provocando un aumento dei prezzi del grano sui mercati internazionali. L’Ucraina fornisce oltre il 10% di tutte le esportazioni globali di grano, il 14% di mais, il 17% di riso e il 51% di olio di girasole. Il conflitto ha generato conseguenze nell’immediato limitando i trasporti e provocherà problematiche future sulle coltivazioni. Secondo i dati della Banca Mondiale, circa il 90% delle esportazioni di grano avvenivano tramite i porti del Mar Nero e si stima che solo meno della metà delle esportazioni ucraine annuali possa transitare via terra considerando i rallentamenti e i danni alla rete stradale e ferroviaria e comunque a costi maggiori che in passato, considerando anche gli incrementi dei premi assicurativi sui carichi. La situazione militare, inoltre, sta fortemente condizionando il raccolto per il prossimo anno. Il mais (per il quale il Dipartimento dell’Agricoltura USA (USDA) in marzo stimava una riduzione delle esportazioni del 18% nel 2022), la soia e il girasole sono piantati in aprile-maggio, mentre il grano nel periodo da settembre a metà novembre. La mancanza di forza lavoro, carburante, fertilizzanti, la distruzione di attrezzature agricole e i rischi legati alla sicurezza ridurranno la produzione agricola per la prossima stagione tra il 25% il 50% secondo i dati riportati della Banca Mondiale. In base ai dati USDA le aree di maggiore produzione di grano sono quelle di Charkiv, Dnipro, Zaporizhia e Odessa (nell’est e nel sud del paese), mentre la produzione di mais si concentra nelle regioni di Poltava, Sumy e Chernihiv (nel nord-est). Poiché si tratta quasi sempre di aree caratterizzate da un forte scontro militare, è facile immaginare quanto questo possa condizionare i raccolti per il prossimo anno. Secondo la FAO tra il 20% e il 30% della superficie ucraina coltivata a cereali invernali, mais e semi di girasole non verrà seminata o rimarrà senza raccolto durante la stagione 2022/23. Ulteriori problematiche future potrebbero derivare dalla perdita di terreno coltivabile in seguito ai bombardamenti e alla riduzione di fertilità del suolo. In aggiunta ad una ridotta produzione, bisogna considerare anche i costi aggiuntivi di quella realizzata e gli impatti anche sulle altre componenti della catena alimentare. La Russia è il più grande esportatore mondiale di fertilizzanti, i cui prezzi già fortemente cresciuti nel 2021, sono schizzati nel 2022 ai massimi storici. Sebbene a livello mondiale le importazioni dei vari paesi (con piccole eccezioni quali Serbia, Azerbaijan, Moldova, Finlandia) sono abbastanza diversificate, quindi non c’è un rischio di forniture dirette dalla Russia, prezzi assai alti produrranno un inevitabile aumento dei costi di produzione (USDA stima che i fertilizzanti rappresentino storicamente il 35% del costo marginale di produzione di grano e mais). Mais e orzo sono molto utilizzati nell’allevamento del bestiame (ad esempio, il mais rappresenta circa il 60% del costo di allevamento dei polli) e l’aumento dei loro prezzi va ad influenzare anche il costo delle carni di maiale, pollo, tacchino. Un effetto geopolitico non trascurabile di una minore disponibilità e a maggiori prezzi di prodotti agricoli è legato alle problematiche di carattere sociale nei paesi più poveri, in particolare nel Nord Africa.  L’Algeria è in maggior importatore di cibo in Africa con il 75% del totale del suo fabbisogno, mentre la Tunisia è al 70% e il Marocco a oltre il 50%. In termini di maggiore dipendenza diretta dall’Ucraina, i principali paesi sono Libano, Tunisia ed Etiopia con, rispettivamente, il 64%, 49% e 31% delle loro importazioni di grano. Anche Egitto, Mauritania, Marocco, Uganda e Giordania ricevono dall’Ucraina più del 20% di tutte le loro importazioni. Tensioni sociali in queste aree, legate a un aumento del prezzo del grano, non sono una novità come ci ricordano le “rivolte del pane” in Egitto nel 1977, lo sciopero generale in Marocco nel giugno del 1981, le rivolte in Tunisia del 1983-84, senza dimenticare le primavere arabe iniziate in Tunisia a fine 2010 e allargatesi nel Medio Oriente e in Nord Africa nel 2011. Infatti, al fine di prevenire tensioni sociali, i prezzi dei principali beni alimentari sono calmierati da parte dei governi. Tuttavia, come ci ricorda l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), aumentano i timori sulla effettiva capacità di tali governi nel continuare a fornire sussidi adeguati per calmierare i prezzi nel lungo termine proprio a causa del limite ai budget pubblici, la lenta ripresa economica dopo la pandemia, l’effetto del conflitto in Ucraina, le problematiche dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole mondiali.I segnali di allarme sono già evidenti. In febbraio il primo ministro egiziano ha annunciato che aumenterà il prezzo del pane per la prima volta dagli anni ’80. In Algeria ci sono stati mesi di protesta da parte dei panettieri che hanno visto ridursi i propri margini di profitto mentre in Marocco migliaia hanno protestato per l’aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità. Ovviamente l’effetto inflattivo sui generi alimentari coinvolge anche i paesi più ricchi: in Grecia di recente in migliaia hanno protestato per chiedere un aumento dei salari contro l’inflazione, in Francia la Le Pen ha guadagnato consensi nelle periferie proprio sul tema dell’aumento del costo della vita, nel Regno Unito il premier Johnson è stato recentemente sconfitto nelle elezioni legislative locali in presenza di un’inflazione ai massimi degli ultimi 30 anni, mentre in Italia l’ultimo decreto del governo ha finanziato un bonus di 200 euro contro il carovita per tutte le categorie sociali con redditi sotto i 35mila euro. Negli USA la voce “cibo” contribuisce al 15% del paniere dell’inflazione (5% il carburante) e una simile composizione si riscontra nei paesi europei. L’aumento dei costi delle materie prime alimentari ed energetiche spingerà quindi l’inflazione anche per i prossimi mesi. E’ evidente che, se nei paesi maggiormente sviluppati e ricchi, il forte livello di risparmio, aumentato nel periodo pandemico, contribuirà ad attenuare gli effetti di disagio sociale sulla popolazione, con i governi focalizzati maggiormente su politiche redistributive in favore delle fasce sociali più deboli, nei paesi più poveri, i cui governi sono già gravati da restrizioni di budget (secondo la Banca Mondiale, poco prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina, circa il 60% dei paesi più poveri erano già in difficoltà legate al debito pubblico o ad alto rischio di avere difficoltà ad esso connesso), i problemi economici e sociali saranno molto maggiori. Cosa dunque aspettarci relativamente a questa crisi alimentare nel prossimo futuro? Un report della Banca Mondiale ci ricorda come, negli ultimi 50 anni, ci siano state 2 crisi alimentari di un certo rilievo, entrambe in concomitanza di shock petroliferi. La prima nel 1972-74 (70% di aumento in termini reali del food price index della Banca Mondiale), la seconda durante gli anni 2000, all’interno di un boom dei prezzi delle materie prime (45% di incremento dell’indice tra il 2006 e il 2008). Sulla base dell’esperienza passata si andrà quindi incontro a fenomeni di sostituzione e all’arrivo sul mercato di nuovi fornitori.Alcune colture saranno sostituite con altre similari più facili ed economiche da ottenere. Prima della crisi alimentare degli anni ’70, Argentina e Brasile non avevano nessuna produzione di soia mentre oggi forniscono, rispettivamente, il 17% e il 50% della produzione mondiale. Guardando alla crisi attuale, una similitudine con le precedenti è il comune ruolo di elevati prezzi di energia e fertilizzanti nel contribuire all’aumento dei prezzi alimentari. Il fenomeno sostitutivo spiega anche le differenti variazioni dei prezzi: i prezzi dell’olio di semi di girasole sono aumentati meno rispetto a quelli del grano in quanto l’olio di semi di girasole è più facilmente sostituibile con altri prodotti simili. Relativamente alle azioni tipicamente intraprese dai governi nel passato, ovvero restrizioni al commercio e divieti di export al fine di proteggere le proprie produzioni domestiche, in questa fase sembrano essere state poco usate, anche se la Banca Mondiale ci ricorda come, maggiori restrizioni all’export dall’ Ucraina (e possibilmente dalla Russia) potrebbero portare ad un aumento di tali misure maggiormente restrittive, così come accaduto in passato. Quali sono dunque le previsioni per il 2022 e il 2023? La tabella sotto riporta le previsioni sui prezzi delle commodity da parte delle Banca Mondiale. In generale, dopo un forte aumento nel 2022 e una correzione al ribasso nel 2023, tenderanno comunque a rimanere elevati nel periodo 2023-2024 rispetto ai livelli degli ultimi 5 anni. In particolare i prezzi dei beni agricoli sono visti in aumento del 18% (il grano in particolare del 42%) nel 2022 con una riduzione di circa l’8% nel 2023 in seguito ad una maggiore produzione, soprattutto di grano, da parte di Argentina, Brasile e Stati Uniti. Sulle stime pesano ovviamente le incognite legate alla durata e agli sviluppi del conflitto in Ucraina e ai forti focolai di covid in Cina che stanno portando a estese chiusure (quali conseguenze della politica cinese di tolleranza zero nei confronti del virus) e a rallentamenti dei traffici commerciali, con centinaia di navi container bloccate davanti ai porti cinesi. In sintesi: La riduzione di forniture di grano e altri prodotti alimentari dall’Ucraina, sia quest’anno che il prossimo anno, contribuirà a mantenere elevati i prezzi dei beni agricoli di prima necessità, contribuendo a sostenere un’inflazione che avrà difficoltà a scendere, considerando anche i forti aumenti dei prezzi per le altre materie prime non alimentari. La persistenza di un’inflazione più alta e per un periodo più lungo rispetto alle aspettative complica maggiormente le scelte di politica monetaria delle banche centrali che, per lo più, stanno preferendo sacrificare parzialmente la crescita economica, vista non ancora troppo in pericolo, al fine di combattere più efficacemente l’inflazione con una politica di rialzi dei tassi. Ciò contribuisce al calo dei prezzi delle obbligazioni e a correzioni sul mercato azionario, in particolare sui titoli tecnologici (Nasdaq). Possibili tensioni sociali potranno scaturire in quei paesi del mondo più poveri, in particolare nelle zone del Nord Africa, che sono forti importatori di prodotti alimentari e i cui prezzi sono già calmierati dai governi sempre più in difficoltà sui budget nazionali a causa degli elevati prezzi dei prodotti agricoli sui mercati internazionali.

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