Emiliano Angelucci

Consulente finanziario

II° 2020
Widiba
Roma, Frosinone, L'Aquila, Latina, Pescara, Rieti, Viterbo
Fino a €20MLN
Da 5 anni a 10 anni
Laurea
37 anni
158
04 maggio 2020
II° 2020

Profilo professionale

ASCOLTARE, COMPRENDERE, AGIRE. Su questo si basa la mia attività dove non ci sono scommesse, ma solo pianificazione. Analizzare i bisogni e trovare le giuste soluzioni, il tutto contornato da passione e professionalità.Tutti noi abbiamo un sogno, il difficile è realizzarlo e senza l’aiuto di qualcuno diventa quasi impossibile; affidarsi ad una figura professionale diventa quindi indispensabile.“Se si sogna da soli è solo un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia”

Le mie principali competenze

I miei credit

  • Dal 17/07/2014 Consulente finanziario In Banca Widiba.

Le mie ultime attività

CONVIENE ANCORA INVESTIRE NEL MATTONE?

11.09.2020 / 216 Visualizzazioni

Investire nel mattone è da sempre una delle grandi passioni degli italiani. Siamo la nazione con più case di proprietà in Europa, lo dimostrano i numeri: le unità immobiliari ad uso abitativo sono circa 35.000.000 e di queste più del 90% risultano possedute da persone fisiche. Possiamo tranquillamente dire che ormai è diventata una vera e propria abitudine. Ma perché si investe così tanto nel mattone? In Italia la casa ha un valore particolare, un po’ per motivi culturali, un po’ per la grande quantità di immobili a disposizione. Ma soprattutto gran parte della popolazione è convinta che il mattone sia un investimento sicuro, un bene rifugio sul quale investire la maggior parte dei propri risparmi. Sicuramente il motivo principale che porta una persona a comprare una casa è quello di andarci a vivere e su questo non possiamo discutere. Vorrei invece focalizzare l’attenzione su un altro motivo, quello prevalentemente speculativo: acquistare un immobile per poi ricevere una rendita derivante dall’affitto dello stesso oppure ricavare una plusvalenza dalla futura rivendita. Cominciamo a vedere quanto rende effettivamente un immobile. Nel primo caso (se si affitta), il rendimento netto si aggira sul 2% l’anno rispetto alla somma immobilizzata per acquistare la casa. Questo soprattutto grazie ad alcuni benefici fiscali che lo Stato ci ha concesso, come la cedolare secca.  Lo stesso rendimento annuo può essere dato, con relativa facilità, anche da alcuni titoli obbligazionari. E allora perché preferiamo investire su un immobile e non su un obbligazione? Perché pensiamo che l’investimento immobiliare sia garantito. Ma di questo ne siamo sicuri? Bene, se guardiamo solo al valore reale (che considera l’effetto dell’inflazione) degli immobili negli ultimi 25 anni, si nota come esso sia sceso mediamente del 15%. Questo vuol dire che, chi ha investito sul mattone in questi anni, non è riuscito a proteggere il valore del suo capitale neanche dall’inflazione, che negli ultimi 25 anni non ha neanche particolarmente galoppato. A questo aggiungiamoci:   Tasse: Se l’Imu è stata abolita sulla gran parte delle prime case, lo stesso non si può dire delle seconde case. Senza dimenticarci delle tasse locali.   Affitto: In Italia il tasso di morosità degli inquilini è estremamente elevato e gli strumenti legali a disposizione dei proprietari sono limitati. C’è poca tutela   Liquidità: L’investimento immobiliare è per definizione poco liquido. Vendere la propria abitazione richiede tempi lunghi e costi di intermediazione elevati.   Diversificazione: Se si possiede una prima casa si è già molto esposti al rischio legato al settore immobiliare. In un’ottica di lungo periodo è consigliabile diversificare i propri asset. Detto questo, non è compito mio dire se oggi convenga o meno investire nel mattone. Posso però sicuramente affermare che, nel valutarlo, non si possono non tenere in considerazione tutti i fattori sopra elencati. Ad oggi, dobbiamo entrare nell’ottica che gli immobili sono un asset come tutti gli altri strumenti finanziari e a cui esistono delle alternative.    

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PIANIFICARE LA SUCCESSIONE, UN DOVERE NEI CONFRONTI DEI NOSTRI CARI

02.07.2020 / 91 Visualizzazioni

PIANIFICARE LA SUCCESSIONE, UN DOVERE NEI CONFRONTI DEI NOSTRI CARI   L’Italia è un paese dove la cultura del passaggio generazionale è poco diffusa: soltanto l’8% degli italiani fa testamento, a differenza di paesi come la Gran Bretagna (80%) o gli Stati Uniti (50%). Questa riluttanza ad utilizzare uno strumento di organizzazione della propria successione è sicuramente frutto di un tabù associato all’idea della morte e di una distorsione culturale che considera il testamento uno strumento adatto a chi possiede grandi patrimoni e sia prossimo alla morte. Un doppio blocco, culturale e psicologico. Il testamento in realtà è uno strumento efficace per una suddivisione pensata e valutata del proprio patrimonio, in assenza del quale è la legge ad imporsi circa la divisione dei beni (successione legittima). Ad esempio, in caso di coniugi senza figli, nessuno pensa che qualora uno dei due venisse a mancare, la casa coniugale andrebbe in eredità, oltre al coniuge superstite, anche ai parenti del defunto. Ciò potrebbe creare conflitti e preoccupazione per il coniuge rimasto. Con il testamento, invece, è possibile destinare la propria casa esclusivamente al coniuge e, con la legge n.76 del 2016, anche al partner di una unione civile. Al contrario, i conviventi non hanno alcun diritto successorio. Un testamento pensato e soprattutto un’attenta pianificazione successoria possono dirimere ex ante possibili conflitti e consentire notevoli risparmi dal punto di vista fiscale. La pianificazione successoria è il percorso con cui si programma la trasmissione del patrimonio (beni e capitali) prima della morte del disponente. In altre parole è un’attività motivata dal desiderio del disponente di sistemare il proprio patrimonio, in vista della successione, mediante atti compiuti in anticipo rispetto all’evento morte. Perché è importante la pianificazione successoria? Perché consente di: Decidere come e a chi destinare i propri beni Tutelare i propri cari Evitare le liti ereditarie Ottimizzare la fiscalità successoria ed evitare oneri a carico degli eredi. Quest’ultimo punto merita senz’altro un’analisi più approfondita, in quanto credo che, quello delle imposte di successione, sia un buon motivo per iniziare a pensare alla pianificazione successoria. Contrariamente agli altri paesi l’Italia, in materia di successioni, costituisce un paradiso fiscale in quanto vengono applicate franchigie molto alte. Cerchiamo di spiegare meglio con un esempio. Se un genitore venisse a mancare, lasciando un’eredità di 1 milione di euro al suo unico figlio, le tasse di successione in linea diretta ammonterebbero a: - circa 300.000 euro in Gran Bretagna (imposta del 40% oltre i 325.000 euro) - 450.000 euro in Francia (imposta del 45%) - 300.000 euro in Germania (imposta del 30%) - zero in Italia, in virtù della franchigia di 1 milione di euro per ogni erede/beneficiario in linea retta (oltre il milione, imposta del 4%) Dal momento che da diversi anni nel nostro paese si parla di inasprimento di aliquote e franchigie, il discorso della pianificazione successoria assume una valenza ancora più strategica. Anche possedere un’azienda può essere motivo di ricorso alla pianificazione successoria, soprattutto in un paese come l’Italia dove il tessuto industriale è prevalentemente formato da imprese familiari (circa 92%) e tra di esse ben il 42% sono posizionate tra le prime 100; se si considera che oltre il 50% delle aziende di famiglia non arriva alla seconda generazione e solo il 15% arriva alla terza, si comprende come, alle difficoltà oggettive, sia bene non aggiungere litigi e conflitti tra eredi. La legge ha previsto diversi strumenti che permettono di gestire al meglio una pianificazione successoria, come le donazioni, le polizze vita, le fiduciarie, il fondo patrimoniale, i patti di famiglia, i trust. Scegliere il più adatto non è semplice; la successione deve essere studiata caso per caso e non esistono soluzioni preconfezionate. Tutto questo con il supporto di un esperto qualificato, un consulente patrimoniale. La pianificazione successoria è il coronamento della consulenza patrimoniale, perché offre la possibilità di “organizzare” il passaggio della ricchezza rispettando i legami affettivi, ma soprattutto proteggendoli sia in termini fiscali che in termini di rischi successori, tra i quali la possibile insorgenza di conflitti. E’ la valorizzazione della ricchezza accumulata e, contemporaneamente, del suo proseguo nel tempo. Ma soprattutto, pianificare la successione è un dovere nei confronti dei nostri cari.

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Il rischio non è nell'investire, ma nel non farlo

17.06.2020 / 247 Visualizzazioni

Gli Italiani sono immersi in un mare di liquidità; anche in pieno lockdown a causa del Covid, i dati dimostrano come questa sia continuata a salire come e più di prima. Secondo l’ultimo rapporto mensile dell’Abi, in aprile i depositi della clientela presso le Banche risultavano in crescita di altri 8,5 miliardi, portando a +19 miliardi il bilancio del bimestre e a +38,5 miliardi quello dei primi 4 mesi dell’anno.   Possiamo tranquillamente dire che il Conto Corrente è lo strumento meno adatto dove parcheggiare i nostri soldi, per vari motivi.   Innanzitutto viviamo, da diversi anni, un periodo di tassi a zero o addirittura negativi, quindi i risparmi parcheggiati sui conti non vengono remunerati; per “racimolare” qualche decimale occorre vincolare queste somme su un conto deposito.   Pensare di tenere i soldi sul conto corrente per non correre rischi è sbagliato; il pericolo principale è rappresentato dall’inflazione, i cui effetti possono essere analizzati in 2 modi: erosione del potere di acquisto e aumento dei prezzi (1.000 euro di 10 anni fa, oggi varrebbero 875 euro in termini di potere di acquisto). A tutto questo aggiungiamoci che, chi più chi meno, tutti i conti correnti hanno un costo, bancario e statale: si stima che 10.000 euro lasciati fermi nelle Banche tradizionali per 5 anni, possano arrivare a perdere fino al 18% (tra spese sostenute e potere di acquisto), diventando così 8.161 euro.   Ma allora per quale motivo in Italia si predilige lasciare i soldi sul conto?   Personalmente credo che la causa principale sia da ricercare nella scarsa educazione finanziaria del nostro Paese. Basti pensare che in altri Stati, soprattutto nel Nord Europa, “l’educazione finanziaria” è una materia che viene insegnata sin dalle scuole primarie, mentre in Italia è rivolta solo a chi decide di intraprendere un indirizzo economico/finanziario all’Università.   Quando si chiede ad un italiano il motivo per il quale detiene così tanta liquidità sul conto, nella maggior parte dei casi, la risposta è sempre la stessa: far fronte ad eventuali imprevisti. Per carità, è giusto tutelarsi da eventuali avvenimenti inattesi, ma per proteggersi da essi esistono metodi più efficaci, come le polizze assicurative. Non è detto, infatti, che quello che abbiamo messo da parte sia sufficiente per far fronte all’imprevisto. Tramite le polizze assicurative, invece, assicuriamo non solo noi, i nostri cari e i nostri beni, ma proteggiamo anche il nostro denaro che possiamo quindi destinare al raggiungimento di altri obiettivi di vita, come farsi una famiglia, pagare gli studi ai figli o comprare una casa.   A questa analisi dobbiamo aggiungere che l’Italiano, storicamente, è stato sempre abituato ad investire in Titoli di Stato e ora, vista la fortissima riduzione dei rendimenti degli stessi, è possibile che preferisca lasciare i soldi sul proprio conto, in attesa di tempi migliori (che chissà se e quando torneranno).   E allora cosa fare?   La strada da percorrere è una: costruire un piano, analizzare i propri bisogni, individuare degli obiettivi. E’ un’attività complessa, che richiede il supporto di un esperto, qualificato, un pianificatore finanziario.   Concludo citando una frase del collega, amico, Marco Sestilli: INVESTIRE NON PER DIVENTARE RICCHI, MA PER NON DIVENTARE POVERI.

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