Francesca Felloni

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06 aprile 2021
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Profilo professionale

Provengo da una famiglia di consulenti finanziari, dai quali ho appreso i principi base della professione: centralità della relazione con il cliente, priorità all’ascolto dei suoi bisogni, selezione di prodotti finanziari su misura e attenzione costante all’evoluzione del mercato finanziario.
Ho conseguito la laurea magistrale in Giurisprudenza all’Università di Torino, con tesi in diritto bancario sulla Finanza Sostenibile e Responsabile, tema che mi ha consentito di coniugare i miei interessi: finanza, ambiente e tematiche sociali.
In Fineco Bank ho trovato l'ambiente ideale per far emergere i miei valori umani e professionali, pur avendo la libertà di proporre i prodotti finanziari che personalmente ritengo più validi nel panorama attuale. Il rapporto umano e la comprensione dei bisogni che nascono da un primo colloquio sono quelli che mi consentono di definire il progetto di investimento più adatto all'investitore e costruirgli, quindi, un portafoglio su misura. Ho approfondito, infatti, le mie conoscenze sulla finanza comportamentale, per meglio comprendere e guidare il cliente verso soluzioni condivise, il più possibile protette dai fattori emotivi che rischiano di fargli commettere errori negli investimenti.
Tra i miei obiettivi vi è quello di migliorare la gestione finanziaria non solo degli investitori tradizionalmente più disponibili, ma anche quella di giovani, donne, anziani, spesso caratterizzati da diffidenza e/o difficoltà nell’approcciarsi al mondo degli investimenti finanziari. La mancata conoscenza delle opportunità di investimento oggi disponibili finiscono con il determinare una sorta di “inerzia” finanziaria, con il risultato ultimo di erodere nel tempo il patrimonio accantonato. Parliamone insieme, troveremo sicuramente la soluzione di investimento ottimale.
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Le mie principali competenze

I miei credit

  • Laurea Magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino
  • Iscrizione all'Albo Unico dei Consulenti Finanziari abilitati all'offerta fuori sede

Le mie ultime attività

L’EMOTIVITA’ GIOCA BRUTTI SCHERZI IN MATERIA DI INVESTIMENTI

22.10.2021 / 199 / 6

I rendimenti ottenuti dal gestore di un fondo (total return), ossia i valori che compaiono nei documenti informativi forniti al cliente, non sempre coincidono con i rendimenti finali che il singolo investitore  riesce ad ottenere sulla propria posizione (investor return). Lo studio annuale Mind the Gapdi Morningstarha rilevato che negli ultimi 10 anni - con riferimento al 31 dicembre 2020 -  gli investitori hanno guadagnato in media il 7% all’anno tramite investimenti in fondi e ETF. Questo corrisponde a 1.7% in meno rispetto ai rendimenti ottenuti dai gestori degli stessi fondi nel periodo esaminato. Tale risultato è sostanzialmente in linea con quanto rilevato dal medesimo studio relativo agli anni precedenti. L’entità di questo gap, sostanzialmente stabile nel tempo, deriva per lo più da errori di market timing, ovvero errori effettuati dall’investitore nella scelta del momento in cui entrare e uscire dall’investimento. Tali scelte sono costate ai clienti quasi un sesto del ritorno finanziario che si sarebbe realizzato mantenendo, invece, inalterato l’investimento nel tempo. Questo gap, insieme al costo degli investimenti stessi e all’effetto del prelievo fiscale, costituisce uno dei fattori più significativi in grado di influenzare negativamente il risultato finale del portafoglio. E’ ben noto che le emozioni dell’investitore possono giocare un ruolo cruciale nelle scelte operate sui propri investimenti, rendendo spesso difficile non cedere alla tentazione di vendere ai minimi – perdendo così le occasioni che si creano quando il mercato è fortemente ribassista -  e comprare invece ai massimi.  Il risultato finale di scelte non basate su una strategia lucida, definita a priori, è quello di effettuare un turnover del proprio portafoglio basandosi sulle performance di breve periodo dei fondi, sostituendo magari quello che ha ottenuto a un anno il rendimento più basso con quello che ha reso di più. Restare coerenti con il proprio piano di investimento consente di non perdere di vista l’obiettivo per cui si è scelto quel determinato investimento e anche di capire qual è il momento “migliore” per uscirne, ovvero quando verranno meno le ragioni per cui abbiamo inserito quello strumento in portafoglio. Piuttosto che concentrarsi sulle correnti agitazioni del mercato finanziario e tentare di prevedere le sue evoluzioni nel breve termine, è preferibile definire a priori e mantenere fede ad una buona strategia di investimento. Il rendimento ne gioverà e l’investitore potrà dormire sonni tranquilli.              Improvvisare non è quasi mai una buona cosa, anche in materia di investimenti. Definire invece con il proprio consulente finanziario di fiducia gli obiettivi e le aspettative di rischio/rendimento del portafoglio riduce la possibilità di scelte irrazionali. Parlandone insieme prima, è possibile definire una strategia utile ad evitare perdite economiche e a massimizzare il rendimento.

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Definirsi “sostenibili” non è sufficiente, ma occorre che qualcuno lo certifichi: il rating ESG

21.05.2021 / 570 / 8

Il rating ESG (o rating di sostenibilità) è il cuore della finanza sostenibile e responsabile. È un giudizio sintetico che  misura la solidità di un’emittente, di un titolo o di un fondo dal punto di vista delle sue performance ambientali, sociali e di governance. Inoltre, tiene conto della capacità dell’impresa di gestire al meglio l’effetto sociale e ambientale delle proprie attività. In quest’ottica, il rating ESG non costituisce un’alternativa al rating tradizionale (che tiene in considerazione le sole variabili economico-finanziarie e misura il merito di credito di un emittente), ma si presenta come complementare. La finalità è quella di allargare la sfera delle informazioni disponibili  per l’investitore ottimizzando le valutazioni e le conseguenti scelte di investimento.  Il rating ESG si basa su due tipi di criteri di valutazione:  criteri negativi, che escludono attività e settori ritenuti eticamente controversi (per es. produzione e commercio di armi, tabacco, alcol, pornografia, OGM, nucleare, gioco di azzardo); criteri positivi, che consentono di individuare le imprese con le migliori performance ESG. I criteri positivi a cui maggiormente si fa riferimento nella valutazione delle imprese sono: per l’aspetto ambientale, la riduzione delle emissioni di CO2, l’efficienza energetica, l’efficienza nell’utilizzo di risorse ambientali; per l’aspetto sociale, la qualità dell’ambiente di lavoro, le relazioni sindacali, il controllo della catena di fornitura, il rispetto diritti umani; per l’aspetto della governance, la presenza di consiglieri indipendenti, la  remunerazione del top management connessa al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità.   Anche per il rating ESG degli Stati figurano criteri negativi, quali l’ esclusione di Stati in cui vige la pena di morte, mancano garanzie delle libertà e dei diritti civili e politici fondamentali e criteri  positivi. Per questi ultimi, si tiene conto, per l’aspetto ambientale della ratifica di protocolli e accordi internazionali (ad es.,  Accordo di Parigi), della produzione di energia rinnovabile, della tutela della biodiversità; per l’aspetto sociale, della ratifica di convenzioni internazionali (ad es., Convenzioni Ilo su diritti umani), dell’accesso a cure sanitarie, della spesa pubblica per istruzione, della percentuale della forza lavoro costituta da donne;  per l’aspetto di governance,  della stabilità politica, della la corruzione percepita. I rating ESG sono elaborati dalle agenzie di rating ESG, ossia  centri di ricerca specializzati nella raccolta, elaborazione e analisi di dati riguardo la dimensione sociale, ambientale e di governance delle attività delle imprese, stati sovrani, organizzazioni sovranazionali e altre entità. Sulla base delle valutazioni espresse dalle agenzie di rating ESG sono poi costruiti gli indici di Borsa SRI. Determinante è stata la capacità di tali agenzie di recepire le nuove istanze provenienti dalla società e il mutamento della sensibilità dell’opinione pubblica sulle questioni legate alla sostenibilità. L’integrazione di tale processo nei meccanismi di analisi e valutazione dei titoli ha poi consentito che la finanza sostenibile e responsabile non restasse statica,  ma si evolvesse nel tempo. E’ tuttavia da rilevare che, per quanto le diverse agenzie di rating cerchino di differenziarsi le une dalle altre, le fonti  dalle quali traggono le informazioni sono prevalentemente le stesse: le fonti pubbliche disponibili sui canali ufficiali dell’impresa, le informazioni fornite da terze parti o quelle che ottengono inviando questionari. Gli aspetti su cui differiscono sono la frequenza con cui aggiornano le informazioni su cui basano i propri rating, le metodologie utilizzate, l’eventuale uso di altre informazioni fornite ad esempio da grandi organizzazioni non governative. Non esiste, infatti, un metodo univoco per l’elaborazione del rating ESG. Come sottolineato da un’analisi del Mit Sloan School of Management, un’agenzia ad esempio “potrebbe valutare le pratiche lavorative dell’azienda sulla base del turnover della forza lavoro, mentre  un’altra agenzia potrebbe valutare il numero di vertenze mosse contro l’azienda. Mentre entrambe le misurazioni catturano aspetti delle pratiche lavorative di un’azienda, è probabile che le analisi conducano a valutazioni diverse”. Proprio tale discrezionalità nella valutazioni fa sí che  i rating di una stessa società effettuati da agenzie diverse abbiano una correlazione pari soltanto al 61%, mentre invece la correlazione dei rating sul credito raggiunge il 99%. Uno degli esempi più eclatanti è Tesla, il cui titolo è valutato da alcune agenzie in modo negativo per le condizioni di lavoro applicate e gli aspetti di governance mentre è premiato da  altre agenzie  sulla base della considerazione che le sue auto elettriche generano un impatto ambientale più basso rispetto rispetto alle società concorrenti, ancoralegate a propulsori a gas o diesel. In conclusione, l’assenza di terminologia e di definizioni univoche in materia di sostenibilità e di finanza sostenibile portano inevitabilmente con sé un certo grado di incertezza e di potenziale distorsione nel settore finanziario. Come sottolineato dal Piano d’Azione per la Finanza Sostenibile dell’UnioneEuropea,  fondamentale risulterà l’adozione a livello comunitario della tassonomia, ossia un sistema comune per definire e classificare le attività che possono essere ritenute sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale, garantendo anche  maggiore uniformità e trasparenza rispetto alle metodologie utilizzate dalle agenzie di rating. La chiarezza in materia di finanza sostenibile risulta essere quindi requisito indispensabile per aumentare la fiducia dei risparmiatori verso questa tipologia di investimenti e consentire così la progressiva riduzione del divario esistente tra investimenti effettuati dai risparmiatori e quelli che sarebbe auspicabile realizzare per consentire una reale transizione dello sviluppo verso un sistema sostenibile.

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Siamo donne, non amiamo speculare…

07.05.2021 / 324 / 7

Secondo una ricerca svolta da Agos Monitor, il 74% delle donne si occupa in autonomia della gestione dell’economia domestica della propria famiglia, con proporzioni anche superiori nelle famiglie under 35 anni. Soltanto 30 anni fa, invece, era il marito nel 98% dei casi a occuparsi della finanza familiare (fonte Banca d’Italia). Indubbiamente, questi dati indicano che si è realizzato un grande cambiamento nella società italiana, con una maggiore indipendenza delle donne più giovani nella gestione quotidiana del denaro. Tuttavia, tale comportamento è ancora limitato all’ambito familiare, con scarsa propensione, invece,  alla gestione delle proprie finanze. A tutt’oggi, infatti,  solo il 45.9% delle donne tra i 18 e i 64 anni investe i propri risparmi (fonte Museo del Risparmio di Torino). Tra i 55 e i 64 anni addirittura 4 donne su 10 non risultano neanche essere intestatarie di un conto corrente, e questo dato è indipendente dal loro livello di istruzione (fonte Epistemen). Questi dati riflettono ancora, purtroppo, un’immagine stereotipata della famiglia, in cui la donna ha la responsabilità di gestire le spese quotidiane e l’uomo, invece, le spese finanziariamente più onerose (automobile, investimenti finanziari, immobili). Tuttavia, le difficoltà che le donne devono affrontare nel corso della loro vita sono superiori rispetto agli uomini:salari mediamente più bassi, interruzioni lavorative legate alla maternità, minori opportunità di progressione di carriera. Questo si traduce in contribuzione pensionistica inferiore rispetto agli uomini e rischio di riduzione del tenore di vita nella terza età, a fronte invece di una aspettativa di vita superiore rispetto a quella degli uomini. E’ pertanto evidente come la formazione alla pianificazione finanziaria delle donne italiane debba essere migliorata, al fine di consentire la trasformazione del capitale risparmiato in adeguati investimenti in grado di garantire rendimenti finanziari nel tempo. La disinformazione tende, invece, ad accentuare la distanza delle donne dal modo della finanza, tradizionalmente considerato ambito di interesse tipicamente maschile. Le poche donne che raggiungono ruoli apicali in ambito finanziario fanno ancora notizia, attestando quanto ancora si debba fare per superare la concezione del settore finanziario come club riservato al sesso maschile. Secondo una recente indagine svolta da Morningstar, le donne delegate alla gestione di fondi sono ancora poche; per esempio, in Italia sono 23 su 646 gestori (3.6%) e complessivamente sono responsabili di 81 portafogli (12,8% del campione) (vedi grafico) Per quanto riguarda il settore della consulenza finanziaria, le donne in Italia rappresentano solo il 21% degli iscritti. Eppure, diversi studi di finanza comportamentale hanno evidenziato come le donne abbiano sviluppato caratteristiche che possono tradursi in aspetti estremamente positivi in materia finanziaria: la tendenza alla pianificazione, il che rende le donne generalmente più stabili nella gestione del portafoglio e maggiormente in grado di  rispettare gli obiettivi definiti a priori, indipendentemente dalle oscillazioni de mercato; la tendenza a prediligere forme di investimento duraturee  quindi a prediligere la sicurezza       rispetto al rendimento; il minor rischio di incorrere nell’overconfidence, cioè l’eccessiva considerazione delle proprie capacità, con la sottovalutazione, invece, dei rischi che si stanno per intraprendere. Le donne sono invece generalmente più propense a raccogliere informazioni e disponibili a ricevere consigli. il minor rischio di incorrere nel confirmation bias, cioè nel rischio di selezionare mentalmente le informazioni che confermano le nostre convinzioni su un determinato investimento, eliminando invece quelle che ne sono in contrasto; il minor rischio dell’optimism bias ,cioè la tendenza a sovrastimare le probabilità di successo e a sottostimare i rischi, atteggiamento che può avere gravi conseguenze in ambito finanziario. la maggior attenzione ai temi ambientali, sociali e di governance, cioè ai  criteri ESG che sono alla base degli investimenti socialmente responsabili (SRI), settore finanziario attualmente in chiara espansione. Secondo un’indagine realizzata da Doxa, le tematiche ESG assumono una grande rilevanza per il 77% del campione femminile (otto punti percentuali in più rispetto a quello maschile). Inoltre il 76% delle donne risparmiatrici ammette che la presenza di programmi contro la disparità salariale e dedicati alla conciliazione lavoro/famiglia all’interno delle aziende influisce sulle proprie scelte di investimento. E’ tuttavia  innegabile la difficoltà per le donne a maturare una piena consapevolezza del proprio ruolo, decisionale e economico, in assenza di un adeguato supporto di educazione finanziaria. Al momento, la tendenza generale è quella di mantenere liquide le proprie disponibilità piuttosto che ricorrere a strumenti finanziari più evoluti. La conoscenza finanziariaè in grado, invece, di offrire protezione alle donne, consentendo loro di orientare gli investimenti  verso gli strumenti più adatti alle esigenze individuali di breve e lungo periodo, offrire protezione nel caso di periodi di emergenza imprevista (ad esempio l’attuale pandemia) oppure individuare il rischio di truffe celate dietro la promessa di facili guadagni. Inquesto contesto, il consulente finanziario è il professionista in grado di affiancarvi nel percorso di vita, raccogliere i vostri dubbi, aspettative o titubanze, aiutarvi nel tempo a colmare l’eventuale gap di cultura finanziaria e consentirvi, invece, di acquisire sicurezza in materia finanziaria, condizione fondamentale per l’empowering e il benessere individuale e familiare. Per ottenere questo, è indispensabile un approccio personalizzato, adattato su misura alle singole esigenze e situazioni economiche. In fondo, noi donne non siamo speculatrici, se ne sono accorti anche i ricercatori di finanza comportamentale!

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