Francesca Felloni

Consulente finanziario

II 2021
Finecobank
Torino, Cuneo, Asti, Biella, Novara
Fino a €20MLN
Fino 5 anni
Laurea
28 anni
784
06 aprile 2021
II 2021

Profilo professionale

Provengo da una famiglia di consulenti finanziari, dai quali ho appreso i principi base della professione: centralità della relazione con il cliente, priorità all’ascolto dei suoi bisogni, selezione di prodotti finanziari su misura e attenzione costante all’evoluzione del mercato finanziario.
Ho conseguito la laurea magistrale in Giurisprudenza all’Università di Torino, con tesi in diritto bancario sulla Finanza Sostenibile e Responsabile, tema che mi ha consentito di coniugare i miei interessi: finanza, ambiente e tematiche sociali.
In Fineco Bank ho trovato l'ambiente ideale per far emergere i miei valori umani e professionali, pur avendo la libertà di proporre i prodotti finanziari che personalmente ritengo più validi nel panorama attuale. Il rapporto umano e la comprensione dei bisogni che nascono da un primo colloquio sono quelli che mi consentono di definire il progetto di investimento più adatto all'investitore e costruirgli, quindi, un portafoglio su misura. Ho approfondito, infatti, le mie conoscenze sulla finanza comportamentale, per meglio comprendere e guidare il cliente verso soluzioni condivise, il più possibile protette dai fattori emotivi che rischiano di fargli commettere errori negli investimenti.
Tra i miei obiettivi vi è quello di migliorare la gestione finanziaria non solo degli investitori tradizionalmente più disponibili, ma anche quella di giovani, donne, anziani, spesso caratterizzati da diffidenza e/o difficoltà nell’approcciarsi al mondo degli investimenti finanziari. La mancata conoscenza delle opportunità di investimento oggi disponibili finiscono con il determinare una sorta di “inerzia” finanziaria, con il risultato ultimo di erodere nel tempo il patrimonio accantonato. Parliamone insieme, troveremo sicuramente la soluzione di investimento ottimale.
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Le mie principali competenze

I miei credit

  • Laurea Magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino
  • Iscrizione all'Albo Unico dei Consulenti Finanziari abilitati all'offerta fuori sede

Le mie ultime attività

Definirsi “sostenibili” non è sufficiente, ma occorre che qualcuno lo certifichi: il rating ESG

21.05.2021 / 265 / 7

Il rating ESG (o rating di sostenibilità) è il cuore della finanza sostenibile e responsabile. È un giudizio sintetico che  misura la solidità di un’emittente, di un titolo o di un fondo dal punto di vista delle sue performance ambientali, sociali e di governance. Inoltre, tiene conto della capacità dell’impresa di gestire al meglio l’effetto sociale e ambientale delle proprie attività. In quest’ottica, il rating ESG non costituisce un’alternativa al rating tradizionale (che tiene in considerazione le sole variabili economico-finanziarie e misura il merito di credito di un emittente), ma si presenta come complementare. La finalità è quella di allargare la sfera delle informazioni disponibili  per l’investitore ottimizzando le valutazioni e le conseguenti scelte di investimento.  Il rating ESG si basa su due tipi di criteri di valutazione:  criteri negativi, che escludono attività e settori ritenuti eticamente controversi (per es. produzione e commercio di armi, tabacco, alcol, pornografia, OGM, nucleare, gioco di azzardo); criteri positivi, che consentono di individuare le imprese con le migliori performance ESG. I criteri positivi a cui maggiormente si fa riferimento nella valutazione delle imprese sono: per l’aspetto ambientale, la riduzione delle emissioni di CO2, l’efficienza energetica, l’efficienza nell’utilizzo di risorse ambientali; per l’aspetto sociale, la qualità dell’ambiente di lavoro, le relazioni sindacali, il controllo della catena di fornitura, il rispetto diritti umani; per l’aspetto della governance, la presenza di consiglieri indipendenti, la  remunerazione del top management connessa al raggiungimento di obiettivi di sostenibilità.   Anche per il rating ESG degli Stati figurano criteri negativi, quali l’ esclusione di Stati in cui vige la pena di morte, mancano garanzie delle libertà e dei diritti civili e politici fondamentali e criteri  positivi. Per questi ultimi, si tiene conto, per l’aspetto ambientale della ratifica di protocolli e accordi internazionali (ad es.,  Accordo di Parigi), della produzione di energia rinnovabile, della tutela della biodiversità; per l’aspetto sociale, della ratifica di convenzioni internazionali (ad es., Convenzioni Ilo su diritti umani), dell’accesso a cure sanitarie, della spesa pubblica per istruzione, della percentuale della forza lavoro costituta da donne;  per l’aspetto di governance,  della stabilità politica, della la corruzione percepita. I rating ESG sono elaborati dalle agenzie di rating ESG, ossia  centri di ricerca specializzati nella raccolta, elaborazione e analisi di dati riguardo la dimensione sociale, ambientale e di governance delle attività delle imprese, stati sovrani, organizzazioni sovranazionali e altre entità. Sulla base delle valutazioni espresse dalle agenzie di rating ESG sono poi costruiti gli indici di Borsa SRI. Determinante è stata la capacità di tali agenzie di recepire le nuove istanze provenienti dalla società e il mutamento della sensibilità dell’opinione pubblica sulle questioni legate alla sostenibilità. L’integrazione di tale processo nei meccanismi di analisi e valutazione dei titoli ha poi consentito che la finanza sostenibile e responsabile non restasse statica,  ma si evolvesse nel tempo. E’ tuttavia da rilevare che, per quanto le diverse agenzie di rating cerchino di differenziarsi le une dalle altre, le fonti  dalle quali traggono le informazioni sono prevalentemente le stesse: le fonti pubbliche disponibili sui canali ufficiali dell’impresa, le informazioni fornite da terze parti o quelle che ottengono inviando questionari. Gli aspetti su cui differiscono sono la frequenza con cui aggiornano le informazioni su cui basano i propri rating, le metodologie utilizzate, l’eventuale uso di altre informazioni fornite ad esempio da grandi organizzazioni non governative. Non esiste, infatti, un metodo univoco per l’elaborazione del rating ESG. Come sottolineato da un’analisi del Mit Sloan School of Management, un’agenzia ad esempio “potrebbe valutare le pratiche lavorative dell’azienda sulla base del turnover della forza lavoro, mentre  un’altra agenzia potrebbe valutare il numero di vertenze mosse contro l’azienda. Mentre entrambe le misurazioni catturano aspetti delle pratiche lavorative di un’azienda, è probabile che le analisi conducano a valutazioni diverse”. Proprio tale discrezionalità nella valutazioni fa sí che  i rating di una stessa società effettuati da agenzie diverse abbiano una correlazione pari soltanto al 61%, mentre invece la correlazione dei rating sul credito raggiunge il 99%. Uno degli esempi più eclatanti è Tesla, il cui titolo è valutato da alcune agenzie in modo negativo per le condizioni di lavoro applicate e gli aspetti di governance mentre è premiato da  altre agenzie  sulla base della considerazione che le sue auto elettriche generano un impatto ambientale più basso rispetto rispetto alle società concorrenti, ancoralegate a propulsori a gas o diesel. In conclusione, l’assenza di terminologia e di definizioni univoche in materia di sostenibilità e di finanza sostenibile portano inevitabilmente con sé un certo grado di incertezza e di potenziale distorsione nel settore finanziario. Come sottolineato dal Piano d’Azione per la Finanza Sostenibile dell’UnioneEuropea,  fondamentale risulterà l’adozione a livello comunitario della tassonomia, ossia un sistema comune per definire e classificare le attività che possono essere ritenute sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale, garantendo anche  maggiore uniformità e trasparenza rispetto alle metodologie utilizzate dalle agenzie di rating. La chiarezza in materia di finanza sostenibile risulta essere quindi requisito indispensabile per aumentare la fiducia dei risparmiatori verso questa tipologia di investimenti e consentire così la progressiva riduzione del divario esistente tra investimenti effettuati dai risparmiatori e quelli che sarebbe auspicabile realizzare per consentire una reale transizione dello sviluppo verso un sistema sostenibile.

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Siamo donne, non amiamo speculare…

07.05.2021 / 258 / 5

Secondo una ricerca svolta da Agos Monitor, il 74% delle donne si occupa in autonomia della gestione dell’economia domestica della propria famiglia, con proporzioni anche superiori nelle famiglie under 35 anni. Soltanto 30 anni fa, invece, era il marito nel 98% dei casi a occuparsi della finanza familiare (fonte Banca d’Italia). Indubbiamente, questi dati indicano che si è realizzato un grande cambiamento nella società italiana, con una maggiore indipendenza delle donne più giovani nella gestione quotidiana del denaro. Tuttavia, tale comportamento è ancora limitato all’ambito familiare, con scarsa propensione, invece,  alla gestione delle proprie finanze. A tutt’oggi, infatti,  solo il 45.9% delle donne tra i 18 e i 64 anni investe i propri risparmi (fonte Museo del Risparmio di Torino). Tra i 55 e i 64 anni addirittura 4 donne su 10 non risultano neanche essere intestatarie di un conto corrente, e questo dato è indipendente dal loro livello di istruzione (fonte Epistemen). Questi dati riflettono ancora, purtroppo, un’immagine stereotipata della famiglia, in cui la donna ha la responsabilità di gestire le spese quotidiane e l’uomo, invece, le spese finanziariamente più onerose (automobile, investimenti finanziari, immobili). Tuttavia, le difficoltà che le donne devono affrontare nel corso della loro vita sono superiori rispetto agli uomini:salari mediamente più bassi, interruzioni lavorative legate alla maternità, minori opportunità di progressione di carriera. Questo si traduce in contribuzione pensionistica inferiore rispetto agli uomini e rischio di riduzione del tenore di vita nella terza età, a fronte invece di una aspettativa di vita superiore rispetto a quella degli uomini. E’ pertanto evidente come la formazione alla pianificazione finanziaria delle donne italiane debba essere migliorata, al fine di consentire la trasformazione del capitale risparmiato in adeguati investimenti in grado di garantire rendimenti finanziari nel tempo. La disinformazione tende, invece, ad accentuare la distanza delle donne dal modo della finanza, tradizionalmente considerato ambito di interesse tipicamente maschile. Le poche donne che raggiungono ruoli apicali in ambito finanziario fanno ancora notizia, attestando quanto ancora si debba fare per superare la concezione del settore finanziario come club riservato al sesso maschile. Secondo una recente indagine svolta da Morningstar, le donne delegate alla gestione di fondi sono ancora poche; per esempio, in Italia sono 23 su 646 gestori (3.6%) e complessivamente sono responsabili di 81 portafogli (12,8% del campione) (vedi grafico) Per quanto riguarda il settore della consulenza finanziaria, le donne in Italia rappresentano solo il 21% degli iscritti. Eppure, diversi studi di finanza comportamentale hanno evidenziato come le donne abbiano sviluppato caratteristiche che possono tradursi in aspetti estremamente positivi in materia finanziaria: la tendenza alla pianificazione, il che rende le donne generalmente più stabili nella gestione del portafoglio e maggiormente in grado di  rispettare gli obiettivi definiti a priori, indipendentemente dalle oscillazioni de mercato; la tendenza a prediligere forme di investimento duraturee  quindi a prediligere la sicurezza       rispetto al rendimento; il minor rischio di incorrere nell’overconfidence, cioè l’eccessiva considerazione delle proprie capacità, con la sottovalutazione, invece, dei rischi che si stanno per intraprendere. Le donne sono invece generalmente più propense a raccogliere informazioni e disponibili a ricevere consigli. il minor rischio di incorrere nel confirmation bias, cioè nel rischio di selezionare mentalmente le informazioni che confermano le nostre convinzioni su un determinato investimento, eliminando invece quelle che ne sono in contrasto; il minor rischio dell’optimism bias ,cioè la tendenza a sovrastimare le probabilità di successo e a sottostimare i rischi, atteggiamento che può avere gravi conseguenze in ambito finanziario. la maggior attenzione ai temi ambientali, sociali e di governance, cioè ai  criteri ESG che sono alla base degli investimenti socialmente responsabili (SRI), settore finanziario attualmente in chiara espansione. Secondo un’indagine realizzata da Doxa, le tematiche ESG assumono una grande rilevanza per il 77% del campione femminile (otto punti percentuali in più rispetto a quello maschile). Inoltre il 76% delle donne risparmiatrici ammette che la presenza di programmi contro la disparità salariale e dedicati alla conciliazione lavoro/famiglia all’interno delle aziende influisce sulle proprie scelte di investimento. E’ tuttavia  innegabile la difficoltà per le donne a maturare una piena consapevolezza del proprio ruolo, decisionale e economico, in assenza di un adeguato supporto di educazione finanziaria. Al momento, la tendenza generale è quella di mantenere liquide le proprie disponibilità piuttosto che ricorrere a strumenti finanziari più evoluti. La conoscenza finanziariaè in grado, invece, di offrire protezione alle donne, consentendo loro di orientare gli investimenti  verso gli strumenti più adatti alle esigenze individuali di breve e lungo periodo, offrire protezione nel caso di periodi di emergenza imprevista (ad esempio l’attuale pandemia) oppure individuare il rischio di truffe celate dietro la promessa di facili guadagni. Inquesto contesto, il consulente finanziario è il professionista in grado di affiancarvi nel percorso di vita, raccogliere i vostri dubbi, aspettative o titubanze, aiutarvi nel tempo a colmare l’eventuale gap di cultura finanziaria e consentirvi, invece, di acquisire sicurezza in materia finanziaria, condizione fondamentale per l’empowering e il benessere individuale e familiare. Per ottenere questo, è indispensabile un approccio personalizzato, adattato su misura alle singole esigenze e situazioni economiche. In fondo, noi donne non siamo speculatrici, se ne sono accorti anche i ricercatori di finanza comportamentale!

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Gli “autogol” da evitare quando si investe: come non farsi del male da soli

23.04.2021 / 323 / 6

Il peggior nemico dell’investitore – sosteneva Benjamin Graham, teorico dell’efficienza degli investimenti – è probabilmente l’investitore stesso. E’ ben noto, infatti, che le decisioni errate dettate dall’emotività o dall’ingenuità in materia riducono le performance del portafoglio. Non per niente esiste una branca dell’ economia, la finanza comportamentale, che studia la psicologia che si cela dietro le decisioni finanziarie, evidenziandone  gli errori più frequenti. Non sono solo le emozioni (come paura, insicurezza, orgoglio, rammarico, ecc.)adeterminare le scelte errate negli investimenti, ma anche i comportamenti razionali, i più insidiosi da individuare e correggere. In  particolare, gli errori in cui più comunemente incorre l’investitore sono: Assenza di strategia: in primis è fondamentale definire, possibilmente assistiti da un consulente, una strategia di investimento che tenga conto dell’orizzonte temporale dell’investimento (breve/medio/lungo), dell’ammontare del patrimonio disponibile, degli obiettivi e del grado di rischio tollerabile da parte dell’investitore. La fase di pianificazione finanziaria rappresenta il punto di partenza, il “GPS” che deve guidare le tappe successive. In assenza di questa fase preliminare, si incorre nel rischio di inseguire vanamente i trend giornalieri e di perdere di vista la propria meta.    Eccessiva movimentazione del portafoglio: variare spesso i propri investimenti rischia di erodere una buona fetta dei rendimenti a causa degli elevati costi di transizione. Evitare la frenesia: se è stato pianificato un obiettivo di medio/lungo termine, è corretto monitorare i risultati di breve termine, ma senza focalizzarsi su essi. È fondamentale mantenere gli investimenti per il periodo adeguato a far fruttare le scelte di portafoglio e raggiungere gli obiettivi prefissati. Inerzia: in alcuni investitori prevale, invece, l’inerzia a variare i propri investimenti in presenza di variazioni della qualità degli strumenti finanziari inizialmente selezionati e della propria situazione patrimoniale. Situazioni in cui, invece, sarebbe preferibile riallocare le proprie risorse su uno strumento finanziario più promettente o più in linea con le proprie esigenze. Dal punto di vista cognitivo, per alcuni investitori cambiare significa ammettere di aver sbagliato, per cui ad esempio preferiscono mantenere in portafoglio un’azione in caduta libera, nella speranza di recuperare in futuro le perdite. Al riguardo può venire in aiuto lo “stop loss”, ovvero la definizione a priori di un limite alle perdite consentite, in modo da  mettere al riparo il proprio capitale in caso di movimenti di mercato inattesi e repentini. La finalità dello “stop loss”è semplicemente quella di chiudere una posizione, anche se in perdita,  che tende a perdere ulteriormente valore. Comprare a un prezzo alto e vendere a un prezzo basso: in teoria, un buon investitore dovrebbe saper comprare a prezzi bassi e rivendere a prezzi alti. Molti investitori scelgono, invece, strumenti finanziari basandosi solo sui rendimenti pregressi, nella convinzione che si protrarranno anche in futuro. Talvolta, la scelta è suggerita da amici e conoscenti, oppure da mode momentanee e pericolose (secondo alcuni analisti è quello che si starebbe verificando adesso sui bitcoin…) Inoltre, non è detto che un basso prezzo costituisca sempre, a priori, una buona occasione di acquisto. L’investitore dovrebbe indagarne il motivo reale, non dando per scontato che si tratti di una temporanea sottovalutazione del titolo. Cosa che difficilmente una persona non del settore è in grado fare.   Assenza di diversificazione: la diversificazione è fondamentale per difendere il portafoglio dal rischio di perdite finanziarie. Quello che spesso l’investitore non considera è che diversificare non vuol dire semplicemente investire in azioni di società diverse operanti, tuttavia,  nello stesso settore o in fondi/ETF diversi che investono nelle stesse azioni. Diversificare significa, invece, investire in settori di mercato diversi, nonché distribuire i propri investimenti su asset class differenti (ad esempio equities, bonds, real estate, materie prime, ecc.).La diversificazione, inoltre, deve essere messa in atto conoscendo il grado di correlazione tra i prodotti finanziari in portafoglio. Con una corretta diversificazione, i rendimenti non soddisfacenti di alcuni strumenti finanziari potranno essere compensati dai rendimenti positivi di quelli ad essi non correlati, consentendo di superare i periodi di volatilità  dei mercati. Quale è, dunque, il ruolo del consulente finanziario? Aiutare l’investitore a pianificare la strategia, a diversificare il portafoglio, a cercare di ottimizzare i rendimenti  e, soprattutto, ad evitare decisioni sbagliate dettate dall’emotività o da errori cognitivi.Studi recenti hanno mostrato come avvalersi di un consulente preparato  sia in grado di offrire al  cliente un miglioramento del rapporto rischio/rendimento del portafoglio, rispetto a quanto sarebbe stato in grado di ottenere operando da solo. La normativa Mifid del settore ha esplicitato che la consulenza può rappresentare sicuramente un costo per l’investitore, ma va considerato però che l’assenza di essa ha altresì un altro tipo di “costo”, di cui chi investe non sempre ha piena consapevolezza. Parliamone insieme, sarò ben felice di approfondire l’argomento con chi è interessato a queste importanti tematiche. In fondo non parliamo solo dei vostri soldi, ma del vostro futuro…

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