Silvia Morelli

Consulente finanziario

I° 2021
IV° 2020
III° 2020
II° 2020
2019
Allianz Bank Financial Advisors Spa
Pisa, Firenze, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pistoia, Prato
Da €20MLN a €40MLN
Oltre a 10 anni
Diploma di specializzazione
52 anni
994
14 aprile 2019
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Profilo professionale

I miei clienti dicono di me.... Professionale, Preparata, sempre Sorridente e Disponibile!
Sono innamorata del mio lavoro e lo svolgo con grande passione. Per me la relazione umana viene prima di ogni altro aspetto.
I miei clienti si fidano, mi rivelano le loro ansie e preoccupazioni, i loro obiettivi e i loro sogni, e mi coinvolgono in tutte le problematiche finanziarie che riguardano la famiglia e non solo, perché sanno che possono veramente contare su di me.
Disponibilità, fiducia, riservatezza e serenità sono gli elementi chiave della mia professione.
Il mio sogno fin da bambina Fin da bambina desideravo lavorare in banca, così ho intrapreso il percorso di studi economici e all’età di 21 anni sono entrata in Banca Toscana. Ho ricoperto vari ruoli e nel 2012 ho iniziato ad occuparmi delle esigenze finanziarie e patrimoniali di persone e aziende. Successivamente il sistema bancario ha cambiato le sue regole, ed ho quindi sentito il bisogno di realizzare altrove i valori in cui ho sempre creduto Il mio ingresso in AllianzBank Così, nel 2016, ho deciso di intraprendere il percorso di Consulente Finanziario in AllianzBank, grazie al quale oggi affianco i miei clienti con serenità e sempre maggiore professionalità e competenza. Un ruolo che ritengo impegnativo e di grande responsabilità, convinta che ci sia sempre più bisogno di persone qualificate, disponibili e corrette. L’incontro con i miei clienti Ogni incontro con il cliente è un’occasione per individuare le sue esigenze patrimoniali e quelle della sua famiglia e tradurle in strategie attraverso gli strumenti più adeguati e le migliori soluzioni, rispettando la propensione al rischio e l’orizzonte temporale atteso. Analizzo il patrimonio del mio cliente nel suo complesso, cercando di far emergere i bisogni latenti e propongo la soluzione personalizzata mediante un’adeguata pianificazione finanziaria.
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Le mie principali competenze

I miei credit

  • ACCADEMICA ALLIANZ BANK;
  • MASTER IN CONSULENZA PATRIMONIALE;
  • TRASMISSIONE RADIOFONICA MENSILE SULLA CONSULENZA LEGALE E FINANZIARIA
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Le mie ultime attività

La favola italiana delle pensioni...

30.04.2021 / 97 / 2

Chi è la FORMICA? Il povero lavoratore italiano che da sempre risparmia per garantirsi una vecchiaia serena. E chi è la CICALA? Chi ha mal gestito fino ad oggi il sistema delle pensioni in Italia, erodendo via via le scorte accantonate, a discapito delle pensioni future. Quella che desidero raccontarti oggi è la storia del Sistema Pensionistico Italiano, una storia che devi necessariamente conoscere se vuoi comprendere 'di che pensione vivrai' e soprattutto perché, oggi più che mai la TUA PENSIONE è un TUO PROBLEMA e sta a te risolverlo!   LA STORIA INIZIA NEL 1898 Il primo antenato dell’odierno INPS (Istituto Nazionale di Previdenza Sociale) fu istituito addirittura nel 1898 e subì numerose modifiche fino al 1943 quando, durante il regime fascista, prese la denominazione attuale.   SISTEMA A CAPITALIZZAZIONE Inizialmente il sistema italiano era a capitalizzazione: i lavoratori versavano una quota del loro stipendio in fondi pensionistici, in modo da garantirsi una pensione in linea con quanto versato nell’arco di tutta la vita lavorativa. Quello che ognuno versava veniva accantonato e investito per garantirgli una rendita per la sua vecchiaia.   RIFORMA 1969: SISTEMA A RIPARTIZIONE Nel 1969 l’ordinamento a capitalizzazione fu definitivamente abbandonato a favore di uno a ripartizione. È il sistema ancora oggi in vigore, un sistema in cui chi lavora oggi, paga le pensioni erogate a chi ha già smesso di lavorare con la speranza che un giorno i futuri lavoratori pagheranno la loro. Con il passaggio al sistema a ripartizione, i soldi accantonati dal lavoratore non dovevano più essere lasciati da parte per la sua pensione futura e potevano pertanto essere destinati per far fronte alle varie esigenze di sussistenza della popolazione italiana. Così si cominciò a spendere… e sempre nel 1969: fu istituita la pensione sociale per i cittadini con più di 65 anni di età con reddito considerato minimo; fu istituita la pensione di anzianità per i cittadini con 35 anni di contribuzione che non avevano raggiunto l’età pensionabile; si stabilì che il calcolo della pensione fosse realizzato in base alla retribuzione degli ultimi 5 anni di lavoro, con la conseguenza che l’assegno percepito era mediamente più cospicuo rispetto ai contributi realmente versati; venne prevista la perequazione automatica delle pensioni, cioè la rivalutazione delle pensioni sulla base dell’indice dei prezzi al consumo. Scelte corrette da un punto di vista sociale, ma che non prendevano in considerazione i continui squilibri di bilancio che ne sarebbero derivati, e che nel tempo hanno comportato sistematiche coperture da parte dello Stato andando ad impattare negativamente sui conti dell'Italia.   1973: LE PENSIONI BABY! Il 1973 verrà ricordato come un anno maledetto per la storia del bilancio pubblico italiano! Fu l’anno in cui si inaugurò la sciagurata stagione delle baby pensioni e i politici italiani scoprirono un altro modo per essere generosi con i soldi prelevati dalle tasche altrui. Venne quindi deciso che le donne sposate con figli potessero andare in pensione con 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi, gli statali con 20 e i dipendenti locali con 25. Curiosamente la riforma arrivò giusto due giorni prima di Natale, come un bel pacchetto da scartare per tutti gli italiani; peccato fosse un pacco bomba, scoppiato in faccia a chi si impegnava per lavorare onestamente ma soprattutto alle nuove generazioni. Basti pensare che nel 2018 la spesa per questa voce era ancora di 7,5 miliardi € l’anno, divisa tra 400mila privilegiati.   DAGLI ANNI ‘90 AI GIORNI NOSTRI All’inizio degli anni ‘90 era ormai chiaro che il nostro sistema pensionistico non era più economicamente sostenibile: i soldi accantonati dai lavoratori non potevano bastare a garantire le pensioni accordate. Si sono così susseguite una serie di riforme, apportate principalmente dai vari governi tecnici, nel mero tentativo di arrivare ad una soluzione di equilibrio ancora molto lontana. La riforma Amato del 1992 fu il primo tentativo per risolvere il problema, innalzando l’età pensionabile così come la contribuzione minima per la pensione di anzianità. La riforma Dini del 1995 segnò invece il passaggio (parziale) da un sistema pensionistico retributivo (importo pensione calcolata in funzione della retribuzione) ad un sistema di tipo contributivo(dove le pensioni sono calcolate sulla base delle somme versate nel corso della vita lavorativa). Nel 1997 la prima riforma Prodi innalzò ancora i requisiti di contributi maturati per avere accesso alla pensione, eliminò le baby pensioni e ridusse le differenze di trattamento tra dipendenti pubblici e privati. Nel 2004 la riforma Maroni aprì il sistema pensionistico alla previdenza complementare e integrativa (dunque a fondi privati che potevano fornire una ulteriore pensione ai lavoratori che vi accedevano), e introdusse un aumento dell’età anagrafica per uscire dal mondo del lavoro. Nel 2011 il governo tecnico Monti intervenne con misure radicali. Con la famigerata riforma Fornero venne definitivamente abbandonato il sistema retributivo. Vennero innalzati ulteriormente i requisiti d’accesso alla pensione, 66 anni per gli uomini (dipendenti ed autonomi) e per le lavoratrici del pubblico impiego; a 62 anni per le lavoratrici dipendenti del settore privato; a 63 anni e 6 mesi per le autonome e le parasubordinate. Infine, nel 2019,è stata inserita Quota 100. Essa prevede la possibilità di uscita anticipata dal mondo del lavoro per tutti coloro che vantano almeno 38 anni di contributi con un’età anagrafica minima di 62 anni. Quota 100 non è però una riforma strutturale; è stata infatti concepita come una deroga per gli anni 2019, 2020 e 2021, da confermare ogni anno. Oggi il governo DRAGHI sta nuovamente cercando di mettere a punto una riforma che possa fornire una soluzione di equilibrio accettabile… ci riuscirà? Quello che manca nella triste storia delle pensioni italiane, è la certezza per il futuro, soprattutto per i più giovani: lo Stato promette che un giorno fornirà anche a noi una pensione (pagata da qualcun altro), ma che certezza ne abbiamo?   ESISTE UN SOLO MODO: Acquisire consapevolezza del problema; prendere atto che NON CI SONO SOLDI A SUFFICIENZA; avere ben chiaro che un domani sarà impossibile ricevere una pensione pubblica adeguata a garantirci una vecchiaia serena; attivarci immediatamente per trovare la soluzione.   Dobbiamo essere ancora di più formiche, accantonare da subito anche piccole quote di risparmio su un fondo pensione o un piano di accumulo personale. Questi soldi, se investiti bene, grazie al tempo cresceranno e potranno darci la garanzia di una rendita integrativa futura.

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Scegli di mettere in sicurezza il tuo futuro per te e i tuoi cari

23.04.2021 / 130 / 2

Argomenti trattati: Non ha senso investire i nostri risparmi se prima non abbiamo messo in sicurezza noi stessi, i nostri cari e il nostro patrimonio. Non è sufficiente affrontare i rischi risparmiando per il “non si sa mai”. Cosa significa sicurezza? Perché sottoscrivere un’assicurazione? Attenzione alle polizze sui mutui e finanziamenti. Quali sono i benefici di un processo virtuoso di protezione?

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Aziende e imprenditori: come reperire le risorse finanziarie per ripartire

21.05.2020 / 444 / 2

Arrivati alla 'Fase2' quale è la situazione in cui si trovano oggi aziende e professionisti dopo mesi di  blocco della propria attività? Quali prospettive ci sono?

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