Comunicato Stampa
PROGRAMMA «IMPRESE VINCENTI 2021»
SETTIMA TAPPA DEL DIGITAL TOUR "IMPRESE VINCENTI"
DEDICATA A PERSONE E CAPITALE UMANO
STEFANO BARRESE: "La pandemia ha contribuito a riposizionare l'assoluta centralità del capitale umano nelle strategie imprenditoriali, ma da sempre la competitività dell'industria italiana è connessa al saper fare e al know how delle persone. Oggi stiamo assistendo ad una crescente presa di coscienza sulla necessità di essere preparati ad affrontare il cambiamento ed a saper utilizzare prontamente strumenti innovativi e digitali, per garantire all'impresa proprio competitività e sviluppo. Questo però comporta il miglioramento delle politiche sulla qualità del capitale umano, che la crisi pandemica ha evidenziato essere lo strumento-chiave per capacità di creare valore aggiunto e influire positivamente sulla crescita economica. La domanda di nuove competenze e quindi nuovi set di fabbisogni formativi è continua e riguarda
tutti i settori, a prescindere dalle dimensioni del business e dall'industry di riferimento."
- Il programma di valorizzazione di Intesa Sanpaolo dedica la settima tappa del digital tour alle PMI 'vincenti' per la centralità del capitale umano nelle proprie politiche di sviluppo: Astelav (Torino), Aton (Treviso), Beantech (Udine), Bending Spoons (Milano), Bonomi Industries (Brescia), Fapim (Lucca), Irion (Torino), Metaltecnica (Novara), Minifaber (Bergamo), Sogedim (Milano), Steel Tech (Bari), Telebit (Pordenone), Walter Tosto (Chieti), Zeta Service (Milano).
- La competitività dell'industria italiana è strettamente legata al saper fare e al know-how del capitale umano
- Partner di progetto Bain&Company, ELITE, Gambero Rosso, Cerved e Microsoft Italia, oltre a Nativa, Circularity e Coldiretti
Milano, 4 novembre 2021 - Competitive prima e dopo la pandemia grazie al know how delle proprie persone, al mix di tecnologia e formazione, agli investimenti per mantenere e sviluppare il proprio capitale umano. Queste le Imprese Vincenti presentate durante la tappa "Persone e Capitale Umano", la settima del digital tour "Imprese Vincenti 2021" che Intesa Sanpaolo dedica alla valorizzazione delle piccole e medie imprese italiane.
Giunto alla terza edizione, il programma Imprese Vincenti ha selezionato quest'anno 112 aziende concentrando l'attenzione sui fattori di successo delle PMI nel particolare contesto economico segnato dagli effetti della pandemia. La tappa "Persone e Capitale Umano" ha visto la partecipazione di 14 PMI vincenti: Astelav (Torino), Aton (Treviso), Beantech (Udine), Bending Spoons (Milano), Bonomi Industries (Brescia), Fapim (Lucca), Irion (Torino), Metaltecnica (Novara), Minifaber (Bergamo), Sogedim (Milano), Steel Tech (Bari), Telebit (Pordenone), Walter Tosto (Chieti), Zeta Service (Milano).
La competitività italiana è da sempre connessa al saper fare e al know-how del capitale umano, oggi ancora più importante alla luce delle discontinuità legate alla trasformazione digitale e alla transizione ambientale, che richiedono flessibilità e multidisciplinarietà. Le aziende che hanno saputo meglio affrontare l'emergenza Covid hanno come tratto comune quello di aver fatto scelte strategiche ed investimenti già prima della pandemia, essenziali poi nel resistere e reagire alla crisi. Si tratta molto spesso interventi su innovazione, digitalizzazione, internazionalizzazione, sostenibilità e che vedono costantemente al centro una variabile essenziale, le persone.
Nel 2020 la pandemia ha accelerato il processo di digitalizzazione già in atto nel mondo delle imprese, facendo adottare ed estendere lo smart working a molti ambiti lavorativi, amplificando il commercio online e in generale la digitalizzazione e la connessione delle diverse funzioni aziendali e dei servizi a clienti e fornitori. Un processo che si è esteso al 2021, con aziende che hanno continuato a puntare su qualità e sostenibilità o a rispondere alla crisi con iniziative di profonda trasformazione, tanto da rappresentare uno stimolo al rilancio dell'economia italiana. Per tutte, è emersa con estrema evidenza l'importanza di investire sul proprio capitale
umano: la flessibilità necessaria ad adattamenti imprevisti e la trasformazione digitale in atto implicano importanti cambiamenti sia nelle attività industriali che nei servizi, le competenze digitali sono diventate basilari per tutti i lavoratori, la velocità dei processi in corso necessita della massima attenzione alle persone proprio per assicurarsi un vantaggio competitivo.
E' però necessario migliorare le politiche sulla qualità del capitale umano, oggi la domanda di nuove competenze è continua e riguarda tutti i settori, molte aziende lamentano l'assenza dei profili lavorativi ricercati. Le PMI sono chiamate a focalizzarsi maggiormente sulla capacità manageriale, il loro rafforzamento per affrontare il domani passa dalla capacità di ripensare completamente il proprio modo di operare, mettendo in discussione non solo le logiche di funzionamento e organizzative, ma anche le strategie di crescita e di sviluppo.
La Divisione Banca dei Territori, insieme a Intesa Sanpaolo Formazione, ha promosso nel primo semestre di quest'anno 22 corsi di alta formazione, con circa 500 aziende coinvolte, per oltre 2500 ore di formazione erogate, con l'obiettivo di cogliere le esigenze specifiche dei diversi territori e offrire alle imprese l'opportunità di migliorare la qualità del capitale umano. Intesa Sanpaolo Formazione e Luiss Business School hanno inoltre siglato una partnership per offrire alle imprese percorsi di alta formazione focalizzati su temi di gestione d'impresa, innovazione e sostenibilità. L'Executive programme in gestione e innovazione d'impresa si rivolge infatti a imprenditori, manager e responsabili di funzioni aziendali che desiderano aggiornare e rafforzare le proprie competenze per una gestione innovativa e sostenibile dell'azienda, a fronte di uno scenario di mercato completamente trasformato dalla pandemia.
Dall'avvio di Imprese Vincenti, nel 2019, sono state quasi 10.000 le imprese coinvolte nelle candidature, con un trend crescente di adesione, a conferma della vivacità delle PMI e della voglia di partecipazione nonostante la fase di difficoltà connessa alla pandemia. Imprese Vincenti 2021 si concentra sul tema del rilancio e punta alla centralità del sistema delle imprese come motore della ripartenza del Paese, evidenziando quei fattori intangibili che rappresentano i driver della crescita del Paese, in linea con il Programma Motore Italia lanciato da Intesa Sanpaolo a marzo di quest'anno e riconducibili alle missioni del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: capacità di innovare, digitalizzazione, sviluppo del capitale umano, progetti di transizione sostenibile, vocazione internazionale, legame con il territorio e capacità di sviluppare rapporti di filiera. A questi fattori si aggiungono i settori delle imprese non profit - sempre più fattore di coesione sul territorio e veicolo della finanza di impatto - e dell'agroalimentare, comparto prioritario sul PIL del Paese e la cui centralità nell'equilibrio socio-economicoè apparsa ancor più determinante durante la crisi pandemica.
Il programma Imprese Vincenti si preoccupa di fornire strumenti per la crescita delle imprese. La Banca insieme ai propri partner di programma - Bain&Company, ELITE, Gambero Rosso, Cerved e Microsoft Italia, Nativa, Circularity e Coldiretti - mette a disposizione percorsi che aiutano ulteriormente le PMI ad affermarsi nel mercato interno e in quello internazionale, agendo su formazione, innovazione e digitalizzazione. Nella tappa dedicata a Persone e Capitale Umano, in particolare, hanno partecipato due i partner di progetto.
ELITE, che metterà a disposizione delle aziende di Imprese Vincenti strumenti di advisory dedicati al reperimento di fonti di finanza alternativa a supporto della crescita e all'identificazione di possibili linee guida per lo sviluppo strategico tramite il continuo confronto su best practice internazionali con la community degli imprenditori e investitori ELITE.
NATIVA, una Regenerative Design Company che supporta aziende leader in una radicale evoluzione attraverso l'integrazione di paradigmi rigenerativi nel proprio modello di business. È una delle aziende fondatrici del movimento B Corp in Europa e ha collaborato con il Senato per l'introduzione della legge per le Società Benefit. In particolare, la collaborazione con Intesa Sanpaolo, che ha consentito anche la messa a punto delle linee di finanziamento S-Loan, consente alle imprese di essere guidate nella misurazione del proprio impatto sociale e ambientale tramite il Benefit Impact Assessment, robusto strumento utilizzato dalle B Corp e da più di 150.000 aziende su scala globale, e nell'adottare modelli di innovazione sostenibile, come la certificazione B Corp e l'adozione dello status giuridico di Società Benefit, nell'ottica di un miglioramento delle performance di business.
Stefano Barrese, Responsabile Divisione Banca dei Territori Intesa Sanpaolo: «La pandemia ha contribuito a
riposizionare l'assoluta centralità del capitale umano nelle strategie imprenditoriali, ma da sempre la competitività dell'industria italiana è connessa al saper fare e al know how delle persone. Oggi stiamo assistendo ad una
crescente presa di coscienza sulla necessità di essere preparati ad affrontare il cambiamento ed a saper utilizzare
prontamente strumenti innovativi e digitali, per garantire all'impresa proprio competitività e sviluppo. Questo però
comporta il miglioramento delle politiche sulla qualità del capitale umano, che la crisi pandemica ha evidenziato essere lo strumento-chiave per capacità di creare valore aggiunto e influire positivamente sulla crescita economica. La domanda di nuove competenze e quindi nuovi set di fabbisogni formativi è continua e riguarda tutti i settori, a
prescindere dalle dimensioni del business e dall'industry di riferimento».
LA CENTRALITÀ DEL CAPITALE UMANO- NOTA DELLA DIREZIONE STUDI E RICERCHE INTESA SANPAOLO
La competitività dell'industria italiana è strettamente legata al saper fare e al know-how del capitale umano. Per questo il tema del passaggio generazionale ha un'importanza strategica per la conservazione e il futuro del patrimonio industriale italiano. In Italia l'8% dei lavoratori ha più di 60 anni e il 12% delle imprese ha un consiglio di amministrazione composto da persone con almeno 65 anni, con punte del 15% nel Mezzogiorno. Una sfida così complessa, se non affrontata con efficacia e nei tempi dovuti, può mettere a rischio intere filiere produttive composte da innumerevoli PMI famigliari e compromettere la vocazione industriale del nostro Paese. Tale obiettivo diventa ancor più importante alla luce delle discontinuità legate alla trasformazione digitale e alla transizione ambientale, che richiedono flessibilità e multidisciplinarietà proprie delle nuove generazioni.
Nel 2020 la pandemia ha attivato un'accelerazione del processo di digitalizzazione già in atto nel mondo delle imprese, con effetto di un esteso utilizzo dello smart working, dell'amplificazione del commercio online e in generale della digitalizzazione e della connessione delle diverse funzioni aziendali e dei servizi ai clienti e ai fornitori in ottica 4.0. Le competenze digitali come l'uso di internet e della comunicazione visuale e multimediale sono diventate competenze base che tutti i lavoratori devono possedere: secondo le stime dell'indagine Excelsior di Unioncamere1, nel prossimo quinquennio più della metà dei profili ricercati dovrà avere almeno competenze digitali di livello intermedio e circa un quarto apparterrà a figure "e-skill mix" con competenze più evolute rispetto a quelle base, cioè con capacità di utilizzare linguaggi informatici e metodi matematici e/o gestire soluzioni innovative.
La trasformazione digitale in atto implica importanti cambiamenti sia nelle attività industriali che nei servizi indotti dall'introduzione di nuove tecnologie 4.0 (Intelligenza Artificiale, Internet delle cose, robotica avanzata, stampa 3D, Blockchain per citarne alcune), di nuovi materiali (bio e/o nano materiali, ecc.) e di nuovi processi. L'effetto finale che ne deriverà, tra ambiti lavorativi che potrebbero scomparire e nuovi lavori che potrebbero nascere, dipenderà dalla capacità e dalla velocità con cui il mercato del lavoro riuscirà a sviluppare le e-skills per riadattarsi alla nuova configurazione technology-driven della struttura occupazionale. La domanda di competenze digitali interesserà sia figure professionali già esistenti quanto nuove professioni emergenti, come data scientist, big data analyst, cloud computing expert, cyber security expert, business intelligence analyst e artificial intelligence system engineer, con un complessivo innalzamento della ricerca di figure tecniche e specialistiche con livelli formativi elevati di diploma e laurea.
Secondo quanto emerge da recenti indagini, vi è da parte delle aziende la consapevolezza che la professionalità dei lavoratori sia un fattore rilevante di competitività che viene citato come secondo per importanza solo alla qualità dei prodotti e dei servizi offerti. Ciononostante, rimane ancora alto il divario tra i profili ricercati dalle imprese e quelli offerti dai giovani in cerca di occupazione e si rileva da parte delle imprese una scarsa attitudine a investire in formazione interna, accompagnata dalla preoccupazione di riuscire a trattenere le risorse migliori.
Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro
Sono notevoli le difficoltà da parte delle imprese nel reperire sul mercato del lavoro tecnici e operai specializzati e in generale personale con le competenze necessarie per utilizzare al meglio le nuove tecnologie digitali e supportare il processo di innovazione e di crescita dell'economia sostenibile. Gli ultimi dati disponibili da Excelsior-Anpal2 segnalano come delle 505mila entrate previste a ottobre 2021, il 36% sia di difficile reperimento, con punte del 51,5% per gli operai specializzati, il 41,8% per le professioni tecniche, il 40,6% per i dirigenti, le professioni intellettuali, scientifiche e con elevata specializzazione. Se ci si focalizza sui giovani, le difficoltà sono addirittura maggiori: delle 145mila entrate attese a ottobre (il 29% del totale), il 38% sono di difficile reperimento, con difficoltà soprattutto nel trovare specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche (75%), operai specializzati nelle industrie del legno e della carta (54%), operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche (54%), tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (53%), operai specializzati nell'edilizia (51%), operai specializzati nel sistema moda (48%).
Si assiste dall'altra parte all'aumento dei disoccupati: tra il 2008 e il 2019 è cresciuto il numero di disoccupati in età giovanile tra 15 e 34 anni (+233 mila) (Fonte Istat3). A preoccupare è anche l'aumento dei disoccupati con titoli elevati di istruzione: nel 2019 l'incidenza dei diplomati in fascia di età 15-34 anni sul totale dei disoccupati della stessa età era del 51,2% (+3,9% rispetto al 2008), mentre l'incidenza dei laureati tra 15 e 34 anni sui disoccupati era del 15,9% (+1,3% in più rispetto al 2008), a conferma di un mancato incontro tra le aspettative dei giovani e le proposte di lavoro delle aziende.
- Sistema Informativo Excelsior (2020); Previsione dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a Medio termine (2020-2024).
- Unioncamere-ANPAL,Sistema Informativo Excelsior, Bollettino Mensile, ottobre 2021.
- Disoccupati, Capitale Umano.Stat di ISTAT.
Le motivazioni del disallineamento tra domanda e offerta del mercato del lavoro italiano sono molteplici; tra queste la più evidente è che i percorsi di laurea scelti dai giovani non risultano in linea con i profili cercati dalle imprese. Prendendo in esame i laureati per area di studio nell'anno 2017/20184 si nota che prevalgono i laureati in indirizzi economico, giuridico e sociale (35,7%), seguiti dai laureati in STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica con il 27,2%) e da quelli in area Artistica, Letteraria ed Educazione, e Sanitaria e Agro-Veterinaria. Nonostante la maggiore probabilità di entrare nel mercato del lavoro delle lauree a più elevato contenuto tecnologico e scientifico, tra il 2005 e il 2018 si sono raddoppiati i laureati in area STEM (+108%), ma i laureati in materie artistiche, letterarie e dell'educazione sono aumentati in misura ancora maggiore (+117,8%).
Se si confronta invece quanto dichiarato dalle imprese nello stesso anno (2018) sulle entrate di laureati previste5 si nota come le lauree STEM siano quelle più ricercate (38,2%), con un peso leggermente superiore a quelle economiche, giuridiche e sociali (+37,3%) e come soprattutto i laureati STEM sono risultati di difficile reperimento per poco meno della metà delle posizioni ricercate (45,8%). La tendenza è confermata anche nei livelli di formazione secondaria e post secondaria (Indagine Excelsior 2018) dove gli indirizzi di formazione assimilabili all'Area tecnologica (Meccanica, meccatronica ed energia, Elettronica ed elettrotecnica e Informatica e telecomunicazioni) ricercati dalle imprese coprono da soli più di un terzo delle entrate previste (34,5%) e confermano il processo di digitalizzazione in corso nell'industria e nei servizi. Il problema anche per la formazione di tipo secondario è che le imprese faticano a trovare profili nell'ambito tecnologico (il 42,5% risulta di difficile reperimento), dichiarando la mancanza di candidati come causa maggiore per gli indirizzi di Meccanica, meccatronica ed energia, Elettronica ed elettrotecnica e di un livello di preparazione considerato non adeguato alle esigenze dell'azienda nel caso di Informatica e telecomunicazioni.
A peggiorare la mancanza di candidati con percorsi formativi adeguati, si aggiunge il problema della dispersione scolastica che avviene immediatamente dopo la scuola dell'obbligo, dove la quota di giovani stimata in Italia tra i 18 e i 24 anni che possiede al più un titolo secondario inferiore ed è fuori dal sistema di istruzione e formazione (abbandono degli studi prima del completamento del sistema secondario superiore o della formazione professionale) è del 13,1%, (pari a 543 mila giovani) tra le più alte dell'Ue (in media, nell'Ue27 la quota Early Leavers from Education and Training, ELET è del 9,9%)6, con punte del 16,3% nel Mezzogiorno. In particolare, Sicilia, Campania, Calabria e Puglia hanno le maggiori incidenze di abbandoni (19,4%, 17,3%, 16,6% e 15,6% rispettivamente). Il tema della dispersione scolastica è anche connesso al fenomeno dei NEET (Neither in Education nor in Employment or Training). Il confronto dell'incidenza dei NEET tra i 15 e i 29 anni in Italia (22,2%) con quella media europea (12,5%) mette in evidenza il grande divario che ci separa dai paesi più virtuosi, tra questi la Germania .
Quale via per non disperdere capitale umano?
Per migliorare l'entrata nel mondo del lavoro dei giovani sono state attivate una serie di iniziative dal Piano di Garanzia Giovani che vanno dal tirocinio extracurriculare, ai percorsi di apprendistato, al potenziamento dei percorsi Istituti Tecnici Superiori (ITS) a cui si affiancano sul territorio le scuole professionali distrettuali e le Academy aziendali. A livello nazionale, il numero dei tirocini avviati nel quinquennio 2014-2018, ha coinvolto un totale di 1 milione 158 mila individui, il 51% dei quali sono giovani tra i 15 e i 29 anni alla loro prima esperienza nel mercato del lavoro. A un anno dal termine dell'esperienza, il tasso di inserimento nel mondo del lavoro si avvicina al 60%.
Gli ITS sono il primo esempio di formazione terziaria professionalizzante in Italia: sono attivi già da più di 10 anni e si ispirano a modelli europei già affermati come quello tedesco, per dare una risposta concreta ai bisogni dalle imprese nel trovare candidati con competenze non solo tecniche, ma anche con competenze nelle nuove tecnologie digitali e dotati di capacità di problem solving, team working e, più in generale, con soft skills di comunicazione. Sono stati finora coinvolti circa 41 mila studenti, ma i numeri sono esigui se confrontati con il bacino di diplomati di secondo grado: nel 2019 hanno concluso il diploma 3.761 studenti, contro i circa 486 mila diplomati nella scuola secondaria di secondo grado. Sono circa 200 percorsi biennali avviati ogni anno da 112 fondazioni presenti nel territorio nazionale, sviluppati in 6 aree tecnologiche (Nuove Tecnologie per il Made in Italy, Mobilità sostenibile, Tecnologie dell'informazione e comunicazione, Tecnologie innovative per il Turismo e beni culturali, Efficienza energetica, Nuove tecnologie della vita), con stage in azienda che coprono il 30% delle ore totali e tassi di occupazione che superano l'80% a 12 mesi dalla conclusione del diploma (quasi 1 su 3 a tempo determinato). Grazie all'elevata partecipazione delle imprese nella proposta formativa, sia nel partneriato (43% di imprese e associazioni di imprese nelle fondazioni), sia come ospiti di
- Anagrafe MIUR, data base on line.
- Unioncamere-ANPAL,Sistema Informativo Excelsior, Bollettino Annuale 2018.
- Audizione Istat luglio 2021-Dispersione dopo la scuola dell'obbligo (ELET).
stage, sia nella docenza (70% dei docenti proviene dal mondo del lavoro), gli ITS riescono a rispondere al meglio alle esigenze formative dei vari settori economici fornendo ai loro corsisti esperienze con le tecnologie abilitanti 4.0 (55% dei corsi del 2019 ne ha utilizzato almeno una e di questi l'84% più di una) e apprendimento di tecniche trasversali di comunicazione e lavoro di gruppo. E' in corso una riforma strutturale e organizzativa degli ITS e il Governo li ha inseriti in un capitolo di spesa dedicato (missione numero 4) nel nuovo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con l'obiettivo di raddoppiarne i diplomati entro il 2026, ma occorre un salto culturale di giovani e di famiglie che faccia capire come i percorsi professionalizzanti possono essere considerati una formazione terziaria di livello equiparabile alla formazione universitaria, come insegna l'esempio tedesco (different but equal merit), che apre percorsi di carriera altrettanto promettenti.
E' poi fondamentale avvicinare ulteriormente il mondo del lavoro e le Università: è, infatti, ancora troppo bassa la quota di imprese che cerca personale attraverso un canale diretto con il mondo universitario. Il problema tende ad accentuarsi soprattutto tra le imprese più piccole. Inoltre, le aziende italiane incontrano difficoltà nel trattenere i migliori talenti, altamente qualificati, offrendo attività che richiedono alte competenze e restituendo in cambio retribuzioni adeguate e prospettive di crescita di carriera. La migrazione dei talenti è un fenomeno di una certa intensità in Italia, soprattutto è elevata la migrazione interna di personale altamente qualificato con titolo di studio terziario tra periferia e centro, tra provincia e provincia, e soprattutto il trasferimento di residenza all'estero che assume spesso carattere di irreversibilità. Nel 2019 si è registrata una mobilità interna di 120mila cittadini italiani con 25 anni o più in possesso di almeno il titolo di laurea. A questi vanno aggiunti oltre 28mila italiani laureati con almeno 25 anni (al netto dei rimpatri, si contano circa 14mila unità in meno). A differenza delle migrazioni interne, questi rappresentano una perdita netta per il nostro Paese, e un segnale del mercato del lavoro italiano, che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione.
Negli ultimi 9 anni sono aumentati i livelli di istruzione richiesti dalle imprese per le nuove assunzioni, privilegiando le posizioni più qualificate rispetto alle candidature senza una specifica formazione. Questa tendenza ha caratterizzato tutte le dimensioni aziendali: nelle micro e piccole imprese verso posizioni con qualifica professionale a sfavore dei candidati senza formazione specifica, nelle imprese medie verso qualifiche professionali e diplomi secondari e post secondari, nelle grandi verso lauree e diplomi secondari e post secondari a scapito di qualifiche professionali e di posizioni senza titolo. In media nell'industria in senso stretto le assunzioni previste nel 2019 sono state per il 34% rivolte a figure professionali, sempre al 34% a diplomati e per il 13% a laureati. Il grado di istruzione richiesto dalle imprese è influenzato non solo dalla complessità dell'organizzazione aziendale ma anche dall'intensità tecnologica richiesta dallo specifico settore industriale di appartenenza: nell'industria chimica e farmaceutica la ricerca di personale si rivolge per il 75% a laureati e diplomati, la quota rimane rilevante anche in quella elettrotecnica ed elettronica (69%), mentre scende al 36% per l'industria del mobile.
Nonostante la crescente quota di posizioni più qualificate inserite in azienda, resta un ampio divario rispetto ai principali paesi europei in termini di occupati con competenze elevate, la cui incidenza nel 2017 in Italia era pari al 20% contro il 29% della Germania e il 37% della Francia (fonte: progetto europeo EUKLEMS). Se poi si considerano anche le quote di reddito per i lavori ad alta competenza, il divario si amplia ulteriormente, con una percentuale per l'Italia del 22% contro il 35,8% della Germania e il 46,7% della Francia.
L'Italia poi si posiziona all'ultimo posto tra gli stati europei esaminati per evoluzione delle competenze di alto livello: tra il 2008 e il 2007 ha guadagnato solo 2 punti percentuali sul peso totale dell'occupazione e si è addirittura lievemente ridotta la quota dei redditi (-0,3%). La Germania ha registrato un aumento degli occupati con livelli alti di competenze, ma una riduzione della quota di reddito, che peraltro è molto alta rispetto a quella italiana. La difficoltà in Italia a far crescere il lavoro altamente qualificato è in parte bilanciata dall'aumento di occupazione e reddito nelle professioni con livello medio di competenza, dove l'Italia si colloca al primo posto per crescita tra il 2008 e il 2017 della quota di reddito (+7,9%) e di occupazione (+2,4%) e si trova ai primi posti per incidenza di occupazione (47,4%).
Queste evidenze sembrano confermare l'esistenza in Italia di un circolo vizioso nel mercato del lavoro: a fronte di una minore propensione delle imprese a impiegare e soprattutto a valorizzare con retribuzioni adeguate le figure professionali a maggiori competenze non vi è l'incentivo da parte dei giovani a investire in percorsi educativi più lunghi e onerosi. Al tempo stesso la mancanza di tali figure sul mercato del lavoro non incentiva le imprese a modificare le proprie modalità operative.
I prossimi anni saranno decisivi per l'economia italiana. Per aumentare strutturalmente il nostro potenziale di crescita è necessario ridare slancio alla domanda interna, sbloccando i risparmi accumulati da famiglie e imprese. Il PNRR dovrà attuare un intenso processo di riforme per poter rilanciare investimenti in digitale, transizione green, infrastrutture, formazione e ricerca, con un'attenzione particolare ai giovani, le donne e al
Questo è un estratto del contenuto originale. Per continuare a leggere, accedi al documento originale.
Allegati
Disclaimer
Intesa Sanpaolo S.p.A. ha pubblicato questo contenuto il 04 novembre 2021 ed è responsabile delle informazioni in esso contenute. Distribuito da Public, senza apportare modifiche o alterazioni, il 04 novembre 2021 10:39:03 UTC.
