Emanuele Provini

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IL FABBISOGNO DI INVESTIMENTO E I CRITERI DI SCELTA

Scritto il 02.07.2020

    I prenditori di fondi sono coloro che necessitano di capitale esterno per poter soddisfare le proprie esigenze in quanto non sono in grado di farlo esclusivamente con capitale proprio. In genere i soggetti prenditori di fondi, detti anche soggetti in deficit, sono rappresentati da imprese e enti pubblici. Talvolta però anche le famiglie per poter acquistare beni durevoli necessitano di ricorrere a fonti di finanziamento esterne (basti pensare al mutuo per l’acquisto della casa). Per semplicità, parleremo di bisogno finanziario da parte delle imprese. I prenditori di fondi hanno bisogno di finanziamenti per acquistare beni e servizi al fine di perseguire il proprio obiettivo imprenditoriale. Essi possono utilizzare il capitale proprio, ma nel momento in cui questo non è sufficiente a soddisfare le proprie esigenze, allora è necessario fare ricorso a linee di finanziamento alternative, tra le quali si posizionano le linee di finanzia- mento provenienti dagli intermediari finanziari. Solitamente, l’esigenza di capitale presenta orizzonti temporali di utilizzo e importi non sempre ben definibili anticipatamente. Al fine di raggiungere adeguati risultati aziendali, l’impresa deve predisporre un business plan in cui definire gli obiettivi, gli orizzonti temporali e le linee di finanziamento necessarie per raggiungerli. All’interno di tale piano deve poi essere strutturato il prospetto di restituzione del finanziamento, individuando anche i flussi di cassa in entrata che consentono il pagamento delle rate del mutuo. Ovviamente il capitale preso a prestito non è gratuito, ma presenta un costo, rappresentato principalmente dal tasso d’interesse che deve essere corrisposto alla banca. il tasso dipende principalmente dalla durata del rimborso del debito e dal livello di rischio che l’intermediario attribuisce all’operazione. Prendendo in considerazione il ciclo economico delle aziende, infatti, esse prima investono i propri capitali nella propria attività lavorativa al fine di produrre il proprio prodotto finito, il quale viene venduto sul mercato e solo dopo avverrà l’incasso del prezzo. Inoltre, è possibile che le aziende si trovino a dover pagare i propri fornitori ancor prima di aver incassato il prezzo dalla vendita del prodotto. Per far fronte a tali esigenze, l’imprenditore ha a disposizione diversi strumenti finanziari che gli consentono di smobilizzare in via anticipata i propri crediti. Basti pensare al factoring, allo sconto delle fatture, strumenti che permettono di soddisfare il fabbisogno finanziario di breve periodo. Allo stesso modo, esistono numerosi strumenti finanziari che gli permettono di ottenere capitali per poter effettuare investimenti anche di importi ingenti e con orizzonte temporale di medio lungo termine. Si pensi al mutuo piuttosto che al leasing.

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LE OBBLIGAZIONI SOCIETARIE

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  • Obbligazioni - investimenti obbligaz
Scritto il 26.06.2020

Le obbligazioni societarie (o corporate bond) sono strumenti finanziari rappresentativi di un contratto mediante il quale una parte (l’impresa) promette alla controparte (l’investitore), in cambio della somma riscossa all’atto del collocamento, di pagare flussi cedolari a date predefinite e di rimborsare il valore nominale dei titoli alla scadenza, generalmente medio-lunga. Per l’impresa che emette l’obbligazione, quindi, quest’ultima rappresenta uno strumento finanzia- rio utilizzato per la raccolta di capitali, da rimborsare nel medio-lungo termine. Per l’investitore, invece, l’obbligazione rappresenta uno strumento di investimento che viene acquistato per realizzare un rendimento. In Italia tutte le società per azioni e le società in accomandita per azioni possono ricorrere al prestito obbligazionario come forma di finanziamento a medio-lungo termine. Recentemente, tale possibilità è stata estesa anche alle società a responsabilità limitata, se pur con alcuni vincoli relativi all’emissione. Ai fini dell’emissione di obbligazioni da parte della società, la legge italiana richiede all’impresa emittente una delibera di emissione del prestito obbligazionario e un verbale redatto da un notaio (da cui deve risultare la delibera di emissione). L’art. 2411 c. c. sancisce il diritto degli obbligazionisti al rimborso del capitale prestato e all’incasso degli interessi maturati. L’art. 2412 del c.c., invece, stabilisce il contenuto delle obbligazioni. Ai sensi di questo articolo, i titoli obbligazionari devono necessariamente indicare: la denominazione, l’oggetto e la sede della società emittente l’obbligazione, con l’indicazione dell’ufficio del registro delle imprese presso il quale la società è iscritta; il capitale sociale e le riserve esistenti al momento dell’emissione; la data della deliberazione di emissione e della sua iscrizione nel registro; l’ammontare complessivo dell’emissione, il valore nominale di ciascun titolo, i diritti con essi attribuiti, il rendimento o i criteri per la sua determinazione e il modo di pagamento e di rimborso, l’eventuale subordinazione dei diritti degli obbligazionisti a quelli di altri creditori della società; le eventuali garanzie da cui sono assistiti; la data di rimborso del prestito e gli estremi dell’eventuale prospetto informativo. Le obbligazioni sono caratterizzate da tre elementi distintivi: la durata, la modalità di rimborso del capitale e gli interessi finanziari. Per quanto riguarda la durata, essa viene definita nel regolamento di emissione, che individua il termine entro il quale verrà restituito il capitale e termineranno tutti gli impegni assunti dall’emittente (quali, per esempio, il pagamento degli interessi). La durata delle obbligazioni societarie è generalmente di 3, 5, 7 o 10 anni. Solo le imprese operanti nei settori più sicuri sono in grado di emettere con successo anche obbligazioni con scadenze più elevate, ad esempio, a 15 o 20 anni. Oltre tale durata, le emissioni societarie sono molto rare. Per quanto riguarda la modalità di rimborso del capitale, essa può essere effettuata dall’emittente in una o più soluzioni, entro il termine della durata del prestito, e può avvenire secondo tre principali modalità: in un’unica soluzione, alla scadenza del prestito (si parla in questo caso di prestito obbligazionario bullet); attraverso un piano di ammortamento (amortizing): in questo caso, il capitale viene restituito dall’emittente gradualmente in più soluzioni, tipicamente con frequenza annuale, insieme allo stacco della cedola, nel corso della durata del prestito; per estrazione (lottery): in questo caso, un numero predefinito di titoli da rimborsare anticipatamente e integralmente viene estratto a sorte in date prefissate; all’esercizio del diritto di una delle due controparti: si parla in questo caso di prestito obbligazionario callable,extendableo putable. Un’obbligazione callablegarantisce all’emittente il diritto di rimborsare anticipatamente il prestito a un prezzo predeterminato. Al contrario, un prestito obbligazionario putableconsente ai sottoscrittori la possibilità di essere rimborsati anticipatamente, a un prezzo prefissato. Infine, un prestito obbligazionario extendableconsente all’emittente la possibilità di procrastinare la scadenza, oltre la sua durata naturale, ad una nuova scadenza predefinita. In questo caso, il rimborso può avvenire al valore nominale o ad un prezzo più elevato prefissato rispetto a quello individuato per la scadenza naturale. Per quanto riguarda invece gli interessi finanziari pagati sul capitale ricevuto, che possono essere remunerati sotto forma di cedole periodiche o implicitamente nella differenza tra prezzo di emissione e prezzo di rimborso delle obbligazioni, distinguiamo tra titoli: a tasso fisso: può trattarsi di obbligazioni senza cedola o con cedola periodica, di importo costante oppure prefissato; a tasso variabile: sono obbligazioni in cui esiste almeno un elemento di variabilità nella determinazione del valore del capitale di rimborso (si parla in questo caso di indicizzazione sul capitale), del livello delle cedole (si parla in questo caso di indicizzazione sulle cedole) o di entrambi. L’indicizzazione delle cedole e/o del capitale può essere effettuata rispetto a diversi parametri, quali un indice di variazione dei prezzi di un paniere o di uno o più beni o servizi (indicizzazione reale), un indice del mercato dei capitali (indicizzazione finanziaria), un rapporto di cambio tra la moneta interna e la moneta o le monete di un paniere (indicizzazione valutaria), un indice di bilancio (indicizzazione all’andamento aziendale) o sulla base della somma o l’unione di due o più parametri sopra indicati (indicizzazione mista). Le obbligazioni possono inoltre essere distinte a seconda della valuta di riferimento nella quale avvengono i pagamenti del capitale e degli interessi. A questo scopo è possibile identificare: obbligazioni domestiche: sono bond emessi in un mercato di residenza dell’emittente e de- nominati nella valuta in corso legale nello stato dell’emittente; obbligazioni estere: si tratta di titoli emessi in un mercato diverso da quello di residenza dell’emittente e denominati nella valuta in corso legale nel mercato estero; euro-obbligazioni: sono bond emessi in un mercato da soggetti non residenti nel Paese del mercato di emissione in una valuta diversa da quella in corso legale in quel Paese. Le obbligazioni societarie possono prevedere o meno la presenza di garanzie. Se un’obbligazione è assistita da garanzie, essa viene definita garantita(o, analogamente, secured ocovered), in contrapposizione ai titoli non garantiti, detti unsecured. In caso di obbligazione garantita, la garanzia può essere costituita, ad esempio, da una garanzia reale, come un’ipoteca o un pegno su di un bene. I principali rischi a cui è esposto l’investitore che investe in obbligazioni societarie sono: il rischio emittente, il rischio di cambio (qualora i titoli siano espressi in valuta estera), il rischio di liquidità, il rischio monetario (poiché la maggioranza dei corporate bond, tradizionalmente, non sono indicizzati rispetto all’inflazione), il rischio di interesse e il rischio di reinvestimento (per i soli titoli che pagano cedole). La rilevanza del rischio emittente nella determinazione delle perdite e dei guadagni economici connessi all’investimento in corporate bondrende fondamentale la disponibilità di giudizi sul merito creditizio degli emittenti. Il rischio emittente è sintetizzato nel giudizio di rating offerto dalle agenzie specializzate. Il rating è «una valutazione sulla capacità di adempimento preciso e puntuale di un emittente o di una singola emissione, espressa in maniera sintetica attraverso un scala di valori, accompagnata da un’analisi che ne spiega le motivazioni». In altre parole, le società di rating esprimono giudizi in modo professionale sulla capacità dell’emittente di onorare le proprie obbligazioni: questa attività di analisi si fonda su indagini di tipo sia qualitativo che quantitativo. Il rating può essere emesso relativamente a un emittente o ad una emissione. Il primo fornisce una valutazione globale della solvibilità del soggetto emittente, mentre il secondo valuta la probabilità che il capitale e gli interessi di una specifica emissione vengano pagati puntualmente. A livello internazionale, le principali società di rating sono Standard & Poor’s (S&P’s), Moody’s e Fitch, le cui scale di rating sono rappresentate comparativamente in Figura 7.   Sulla base del grado di solvibilità dell’emissione, le obbligazioni si possono suddividere, rispettivamente con rischiosità crescente, in investment gradee speculative grade(quest’ultime dette anche junk bondso high hield). Poiché il rischio emittente varia nel tempo, le agenzie di rating monitorano costantemente questo livello di rischio, comunicando al mercato il miglioramento o il peggioramento del rating assegnato. Il miglioramento del rating è definito upgrade, mentre il peggioramento del rating è definito downgrade.  

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I CCT e BTP

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 18.06.2020

I Certificati di Credito del Tesoro (CCT) sono titoli con taglio minimo di 1.000 euro o un multiplo di tale cifra. Si tratta di strumenti dematerializzati a medio-lungo termine, che circolano al portatore: i CCT attualmente in circolazione hanno una durata di 7 anni.   Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Figura 1.     I CCT vengono negoziati sul MOT per quantitativi limitati e sull’MTS per scambi di importo rilevante.   Dal 2010 è stata lanciata sul mercato una nuova classe di CCT: i CCTeu, ovvero i Certificati di Credito del Tesoro indicizzati all’Euribor. Essi hanno una durata di 5 o 7 anni e condividono quasi tutte le caratteristiche coi CCT tradizionali. Ciò che contraddistingue i CCTeu rispetto ai tradizionali è l’indicizzazione, che riguarda solo le cedole e viene effettuata rispetto al tasso Euribor a 6 mesi (rilevato il secondo giorno lavorativo antecedente il primo giorno di matura- zione della cedola). È inoltre previsto uno spread fisso che va ad incrementare il tasso Euribor a 6 mesi.   I BTP I Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) sono strumenti a medio-lungo termine, dematerializzati ed emessi al portatore. Il taglio minimo è, ancora una volta, di 1.000 euro o un suo multiplo. I BTP sono ad oggi collocati con le seguenti durate: 3, 5, 7, 10, 15 e 30 anni. Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Figura 2.     I BTP sono negoziati sul MOT e sull’MTS ma, in questo secondo mercato, solo per operazioni non inferiori a 2,5 milioni di euro.   Oltre ai BTP tradizionali, sul mercato esistono BTP indicizzati all’inflazione europea (BTP€i), più precisamente indicizzati rispetto all’indice armonizzato dei prezzi al consumo dell’area euro, escluso il tabacco. La durata di questi BTP è di 5, 10, 15 e 30 anni.   Le cedole, corrisposte semestralmente, sono a tasso fisso, ma vengono calcolate sul capitale periodicamente rivalutato in base alla dinamica dell’inflazione. In pratica, le cedole offrono un rendimento costante in termini reali, ma sono di importo variabile. Anche il capitale rimborsato a scadenza è rivalutato sulla base dell’andamento dell’indice.   Per tutte le altre caratteristiche tecniche, i BTP indicizzati all’inflazione sono del tutto simili ai BTP tradizionali, ma presentano una minore rischiosità di questi ultimi poiché proteggono l’investitore dal rischio di inflazione.   Dal 2012 hanno inoltre iniziato ad essere emessi i BTP indicizzati all’inflazione italiana. Si tratta di strumenti che pagano cedole semestrali, con durata pari a 4 anni o, nel caso delle emissioni più recenti, 6 anni. Il parametro di indicizzazione è l’indice nazionale dei prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati (FOI) con esclusione dei tabacchi e si applica sia alle cedole che al capitale. Questi Titoli di Stato offrono, alle sole persone fisiche che hanno acquistato gli strumenti finanziari all’emissione detenendoli fino alla scadenza, un premio di fedeltà del 4 per mille lordo sul valore nominale. A differenza dei Buoni del Tesoro indicizzati all’inflazione europea, che rivalutano il capitale in un’unica soluzione a scadenza, quelli indicizzati all’inflazione italiana riconoscono al detentore la possibilità di recupero immediato dell’inflazione grazie alla corresponsione ogni 6 mesi della rivalutazione del capitale sottoscritto.

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I BOT e CTZ

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 12.06.2020

I Buoni Ordinari del Tesoro (o BOT) sono titoli a breve termine che presentano tre diverse scadenze, espresse in giorni: 3, 6 e 12 mesi. In realtà, possono essere emessi anche BOT con durate differenti da quelle standard, definiti BOT flessibili. Il taglio minimo di sottoscrizione è di 1.000 euro (l’euro è l’unica valuta di denominazione) o un multiplo di tale cifra. I BOT circolano al portatore e sono soggetti al regime di dematerializzazione.   Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Tabella.     I Buoni Ordinari del Tesoro sono negoziati al dettaglio sul Mercato Obbligazionario Telematico (il MOT) il giorno successivo all’asta. Vi è poi un ulteriore mercato di negoziazione dei BOT, detto MTS (Mercato Telematico dei Titoli di Stato), dedicato agli investitori istituzionali, dove questi strumenti si possono scambiare per quantitativi non inferiori a 2,5 milioni di euro. Al fine di comprendere il calcolo del rendimento di un BOT, facciamo un esempio numerico. Gli elementi utili per il calcolo del rendimento sono il prezzo d’emissione, le commissioni applicate, il valore di rimborso, sempre pari a 100, e la durata in giorni. Immaginiamo di acquistare in asta un BOT che scade tra 180 giorni al prezzo di 98. Le commissioni sono pari allo 0,2%, mentre la ritenuta fiscale è del 12,5%. Il primo passo da effettuare è il calcolo della ritenuta fiscale, che ammonta al 12,5% della differenza tra il valore di rimborso (100) e il prezzo di emissione (98). Il risultato è pari a 0,25, come emerge dall’equazione:   Ritenuta fiscale: 12,5% x (100 – 98) = 0,25   In secondo luogo è necessario calcolare il prezzo netto di aggiudicazione, sommando al prezzo di emissione le commissioni e la ritenuta fiscale, come emerge dall’equazione:   Prezzo netto di aggiudicazione: 98 + 0,2 + 0,25 = 98,45   Il risultato è pari a 98,45. A questo punto, gli interessi netti percepiti sono stimati come differenza tra 100 e 98,45 ed ammontano a 1,55, come di seguito rappresentato:   Interessi netti percepiti: 100 – 98,45 = 1,55   Ora è possibile calcolare il rendimento netto del titolo applicando il regime di capitalizzazione semplice secondo la formula:   R = (I / P) x (360 / N) x 100   dove R è il rendimento semplice netto, I sono gli interessi netti percepiti, P rappresenta il prezzo netto d’aggiudicazione e N indica la durata in numero di giorni. Nel nostro caso, il rendi- mento netto del titolo ammonta al 3,15%, come emerge dalla formula:   R = (1,55 / 98,45) x (360 / 180) x 100 = 3,15%   I CTZ I Certificati del Tesoro Zero Coupon (CTZ) sono titoli con durata di 24 mesi. Come per i BOT, si tratta di titoli dematerializzati, con un taglio minimo di 1.000 euro o un suo multiplo ed emessi a sconto (poiché rimborsano alla pari in un’unica soluzione alla scadenza). L’emissione avviene, anche in questo caso, tramite asta, riservata agli intermediari finanziari autorizzati, ai quali si possono prenotare le quantità desiderate di titoli entro il giorno precedente l’asta pubblica.   Le caratteristiche tecniche di questi strumenti sono riepilogate nella Tabella.     I CTZ vengono negoziati sul MOT per quantitativi limitati e sull’MTS per scambi di importo rilevante, pari almeno a 2,5 milioni di euro. Al fine di comprendere il calcolo del rendimento di un CTZ, facciamo un esempio numerico7. Ipotizziamo di acquistare un CTZ, della durata di 2 anni, emesso al prezzo di 96,56 e rimborsa- to al prezzo lordo di 100. Prima di calcolare il rendimento (al lordo di eventuali commissioni) bisogna applicare la ritenuta del 12,5% che grava sullo scarto di emissione, che risulta pari a 0,43, come emerge dall’equazione:   Ritenuta fiscale: 12,5% x (100 – 96,56) = 0,43   A questo punto, sottraendo questo valore al valore di rimborso, si ottiene il valore netto di rimborso, pari a 99,57, come si evince dall’equazione:   Valore netto di rimborso: 100 – 0,43 = 99,57   Infine, è possibile calcolare il rendimento su base annua in regime di capitalizzazione composta, che risulta pari a 1,54%, come mostra l’equazione:   r= [(99,57/96,56)1/2 - 1] + 100 = 1,54%

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Il rendimento e il rischio dei titoli di Stato

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 04.06.2020

In questo paragrafo sono analizzati i profili di rendimento e rischio che caratterizzano i Titoli di Stato. Relativamente al rendimento di un titolo, è bene precisare che esso rappresenta il risultato economico complessivo garantito, espresso in percentuale sul capitale investito, e fornisce una misura della redditività di un investimento. Per stimare il rendimento di un titolo occorre considerare i flussi di cassa a esso collegati e i relativi tempi di manifestazione.   Per quanto riguarda le obbligazioni zero coupon, il rendimento è calcolato come rappresentato nella formula (1), ovvero come differenza tra la somma che il sottoscrittore riceve alla scadenza e la somma che egli versa al momento della sottoscrizione:   Rendimento zero coupon = Somma a scadenza (VN) – Somma alla sottoscrizione (V0)  (1)   I titoli zero coupon prevedono infatti, a fronte dell’investimento iniziale (V0), un unico flusso di cassa in entrata, detto prezzo di rimborso a scadenza (VN). A seconda della durata del titolo, il calcolo del rendimento di un’obbligazione zero coupon può essere effettuato utilizzando il regime di capitalizzazione semplice o il regime di capitalizzazione composta.   Il regime di capitalizzazione semplice si utilizza generalmente per stimare il rendimento di un titolo con durata inferiore all’anno. In questo caso, il tasso di interesse semplice è ricavabile tramite alcuni passaggi algebrici. È infatti sufficiente stimare il rapporto tra prezzo di rimborso (VN) e investimento iniziale (V0), sottraendo al risultato l’unità: questo ulteriore risultato viene moltiplicato per il rapporto tra 365 e il numero di giorni di durata dell’investimento (gg), come rappresentato nella formula (2):     È invece opportuno utilizzare il regime di capitalizzazione composta nel caso di vita residua del titolo superiore all’anno «o quando si intende confrontare titoli che si caratterizzano per scadenza o struttura finanziaria diversa»4. Nel caso di regime di capitalizzazione composta è necessario prima stimare il rapporto tra prezzo di rimborso (VN) e investimento iniziale (V0), elevando il risultato per il rapporto tra 365 e il numero di giorni di durata dell’investimento (gg). A questo ulteriore risultato viene sottratta l’unità, come rappresentato nella formula (3):     Per i titoli con cedola, il calcolo del rendimento è un po’ più complesso rispetto a quanto visto finora e, per questo motivo, sono stati elaborati vari indicatori. Il più comunemente utilizzato è certamente il tasso di rendimento effettivo a scadenza (TRES), detto anche tasso interno di rendimento o Internal Rate of Return. Il TRES è quel tasso che, in regime di capitalizzazione composta, rende uguale il valore attuale del titolo alla sommatoria attualizzata di tutti i flussi finanziari attesi. Ciò è evidenziato nella formula (4)     dove Vo indica il valore attuale del titolo, FC indica il flusso di cassa previsto contrattualmente, ovvero il valore di rimborso (VR) e le eventuali cedole periodiche (CED), t indica il tempo di manifestazione dei flussi di cassa ed i indica il tasso di rendimento effettivo a scadenza.   Nella pratica, la quantificazione del TRES è svolta mediante un metodo di calcolo iterativo che può essere effettuato utilizzando un elaboratore o le tavole finanziarie.   Facciamo un esempio per meglio comprendere il calcolo del TRES. Immaginiamo un Titolo di Stato con scadenza 5 anni, che paga una cedola annuale di 10 euro e ha un valore nominale di 100 euro. Il prezzo di mercato del titolo è 98 euro. In questo caso, l’unico tasso di interesse che rende uguale 98 al valore attuale delle cedole e del capitale a scadenza è 10,53%, che rappresenta il TRES, come rappresentato nella formula (5):     Passiamo ora al tema dei rischi a cui possono essere esposti gli investitori che scelgono i Titoli di Stato per i loro investimenti.   Un primo rischio a cui possono essere soggetti i Titoli di Stato è il rischio emittente, che consiste nella possibilità che l’emittente non sia in grado di rimborsare il capitale e corrispondere regolarmente gli interessi. Ad oggi, il rischio emittente dello stato italiano è considerato piuttosto contenuto, anche se superiore rispetto allo scorso decennio.   Un secondo possibile rischio a cui sono potenzialmente soggetti i Titoli di Stato è il rischio di cambio o valutario. Esso consiste nella possibilità che, nel corso dell’investimento, si modifichi il valore della valuta estera in cui sono denominati i flussi di cassa dello strumento finanziario. Attualmente i government bond italiani non sono esposti a questo rischio, in quanto sono espressi solo in euro.   Un terzo rischio da prendere in esame è il rischio di liquidità. Esso si sostanzia nell’eventualità che non si possa realizzare, in tempi brevi e costi contenuti, una conversione anticipata del titolo in moneta. Possiamo affermare che, in merito ai Titoli di Stato italiani, questo rischio è relativamente trascurabile.   Un quarto rischio a cui è importante fare riferimento è il rischio monetario. Esso è inteso come la possibilità che l’inflazione modifichi il valore reale dei flussi monetari attesi. Questo rischio è presente in alcuni Titoli di Stato, mentre è pressoché trascurabile in altri che, come vedremo in seguito, si definiscono indicizzati rispetto all’inflazione.   Un quinto rischio a cui sono esposti i Titoli di Stato è il rischio di interesse, inteso come la possibilità che la variazione dei tassi di interesse di mercato determini fluttuazioni nel prezzo di un titolo sul mercato secondario. Facciamo un esempio. Immaginiamo di possedere un Titolo di Stato a tasso fisso e di venderlo prima della scadenza. Se, rispetto al giorno di acquisto del titolo, i tassi di interesse di mercato si sono alzati, questo significa che riusciremo a vendere il nostro titolo ad un prezzo più basso e, pertanto, potremo subire una perdita. Ma il rischio di tasso di interesse può agire anche nel senso opposto. Se infatti, al contrario di quanto ipotizzato poco fa, rispetto al giorno di acquisto del titolo, i tassi di interesse di mercato si fossero abbassati, questo significa che riusciremmo a vendere il nostro titolo ad un prezzo più alto e, pertanto, potremmo ottenere un guadagno.   Un rischio ulteriore, profondamente legato al rischio di tasso di interesse, è il rischio di reinvestimento. Esso consiste nella possibilità che le variazioni dei tassi di interesse di mercato provochino ulteriori cambiamenti nelle condizioni di reinvestimento delle cedole rispetto a quanto ipotizzato ex ante. Tale rischio caratterizza, ovviamente, solo i Titoli di Stato che pagano cedole.   Approfondisci il concetto di "rendimento" sulla guida di MoneyController

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I Titoli di Stato Italiani

Scritto il 27.05.2020

I Titoli di Stato (detti anche bond governativi, government bond o titoli sovrani) sono obbligazioni, ovvero strumenti di debito emessi dallo Stato o da Enti Pubblici ed espressivi di una relazione creditizia esistente tra l’emittente, che è lo stato, e il sottoscrittore, che è l’investitore. L’obbligazione può essere definita come un certificato di debito in base al quale l’emittente si impegna a rimborsare al detentore del titolo il capitale ricevuto e, in generale, a effettuare una serie di pagamenti di interessi nel corso della durata dello strumento. I Titoli di Stato sono titoli di massa, emessi in serie e perfettamente fungibili fra loro.    L’acquisto dei Titoli di Stato, effettuato tipicamente avvalendosi di un intermediario finanziario, può avvenire:  in asta, cioè al momento dell’emissione. In questo caso, chi acquista Titoli di Stato deve prenotare il quantitativo desiderato, per un importo minimo di 1.000 euro, con almeno un giorno di anticipo rispetto alla data dell’asta. Per semplificarne la gestione a beneficio dei cittadini, i titoli governativi sono ormai dematerializzati, ossia non sono più in formato cartaceo, ma sono rappresentati da iscrizioni contabili a favore dei risparmiatori. In questo caso l’investitore non paga commissioni, tranne nel caso in cui si acquistino Buoni Ordinari del Tesoro (BOT); sul mercato secondario, dove i government bond già in circolazione vengono quotidianamente scambiati. In tal caso le banche e gli altri intermediari sono liberi di applicare commissioni, che devono essere chiaramente indicate e possono essere negoziate dai risparmiatori.   L’esistenza di un mercato secondario garantisce la liquidità dei Titoli di Stato, ovvero la possibilità per i cittadini di vendere i titoli prima della loro scadenza naturale ai prezzi di mercato. Il Mercato Telematico delle Obbligazioni e dei Titoli di Stato, il MOT, è il mercato secondario dove il cittadino, attraverso il proprio intermediario finanziario, può comprare e vendere titoli governativi e obbligazioni; anche in tal caso l’importo minimo è pari a 1.000 euro. Questo mercato è gestito da Borsa Italiana S.p.A.   Attualmente sono sette le tipologie di Titoli di Stato italiani in circolazione sul mercato:  i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT); i Certificati del Tesoro Zero Coupon (CTZ); i Certificati di Credito del Tesoro (CCT); i CCT indicizzati all’Euribor 6 mesi (CCTeu); i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP); i BTP indicizzati all’inflazione europea (BTP€i); i BTP indicizzati all’inflazione italiana (BTP Italia);   Ad oggi, i più diffusi tra i risparmiatori sono i BTP, come emerge dalla Figura 1.      I diversi Titoli di Stato hanno in comune alcune caratteristiche tecniche, riepilogate nella Figura 2.      In primo luogo, una caratteristica comune a tutti i government bond è la natura dell’emittente, poiché tutti i Titoli di Stato sono emessi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. La circolazione di questi strumenti finanziari avviene in regime di dematerializzazione ed il taglio minimo sottoscrivibile ammonta a 1.000 euro o multipli di tale cifra. La quotazione e negoziazione ha luogo sui mercati MOT ed MTS (Mercato Telematico dei Titoli di Stato) ed il meccanismo di collocamento è quello dell’asta, applicato a tutti i Titoli di Stato ad eccezione dei BTP Italia. I partecipanti all’asta sono gli intermediari abilitati e l’esecutore delle operazioni è Banca d’Italia.    I Titoli di Stato italiani hanno caratteristiche comuni, ma divergono tra loro per alcune peculiarità. A questo proposito, i bond governativi possono essere variamente classificati:  in base alla scadenza: questa classificazione permette di distinguere i titoli a breve termine (con scadenza inferiore all’anno) i titoli a medio termine (con scadenza superiore all’anno, ma inferiore a 5 anni) e i titoli a lungo termine (con scadenza superiore ai 5 anni). I titoli a breve termine, come i BOT, sono negoziati sul mercato monetario, che soddisfa prevalentemente esigenze di investimento di breve periodo dei datori di fondi. I Titoli di Stato a medio-lungo termine – come i CTZ, CCT, CCTeu, BTP, BTP€i e i BTP Italia – sono invece trattati nel mercato obbligazionario, che soddisfa fabbisogni per investimenti in capitale fisso e accoglie le transazioni aventi a oggetto titoli con scadenza superiore ai 12 mesi;  in base alla periodicità e numerosità dei flussi di cassa a cui danno diritto: questa distinzione consente di identificare titoli con cedola, che garantiscono all’investitore flussi di cassa periodici (detti cedole) nell’arco di vita dello strumento finanziario, come i CCT e i BTP, e titoli senza cedola (definiti titoli zero coupon), come i BOT e i CTZ. Nel caso dei titoli con cedola, il rendimento per l’investitore è dato dalla somma delle cedole periodiche e dal guadagno o perdita in conto capitale. Per guadagno o perdita in conto capitale si intende la differenza tra il prezzo di rimborso o vendita e il prezzo di emissione o acquisto: questa differenza è chiamata anche scarto di emissione, reddito incorporato o reddito in linea capitale. Al contrario, le obbligazioni zero coupon non offrono alcun flusso di cassa periodico all’investitore, poiché quest’ultimo, a fronte dell’investimento iniziale, ottiene un solo flusso di cassa a scadenza, definito valore di rimborso che, ovviamente, incorpora l’interesse implicito maturato sull’investimento;  in base al grado di prevedibilità della remunerazione cui danno diritto: questa classificazione permette di distinguere i Titoli di Stato a tasso fisso e variabile (o indicizzati). I titoli sovrani a tasso fisso prevedono che il valore di rimborso alla scadenza e le eventuali cedole periodiche siano contrattualmente predeterminati. Al contrario, i government bond a tasso variabile hanno un rendimento non determinabile a priori, nemmeno se detenuti fino alla scadenza, perché cedole e valore di rimborso variano nel tempo a seconda dell’andamento di un parametro a cui sono indicizzati. Tipicamente, l’indicizzazione è di tipo finanziario, ovvero avviene rispetto ad un tasso di mercato. L’indicizzazione può però anche essere effettuata in funzione di un indicatore del livello dei prezzi o di un tasso di cambio tra l’euro e una valuta estera. In questi casi si parla rispettivamente di indicizzazione reale e indicizzazione valutaria. L’indicizzazione può riguardare le sole cedole, il valore di rimborso o entrambi gli elementi (nell’ipotesi di indicizzazione completa).    Per convenzione, il valore dei Titoli di Stato viene esplicitato in base 100. A questo proposito, è molto importante conoscere il significato dei termini valore nominale, valore di emissione, valore di mercato e valore di rimborso:  il valore nominale è utilizzato per il calcolo della remunerazione ed è sempre pari a 100, ovvero alla pari;  il valore di emissione è il prezzo a cui l’emittente vende il titolo ai primi sottoscrittori. Esso può essere sopra, sotto o alla pari, in funzione delle offerte, del tasso di interesse nominale e dei tassi di mercato.Alla pari significa che il prezzo di emissione è uguale al valore nominale. Sotto la pari significa che il prezzo di emissione è minore del valore nominale, mentre sopra la pari significa che il prezzo di emissione è maggiore del valore nominale;  il valore di mercato, invece, è il prezzo al quale, in un certo istante, gli investitori si scambiano il titolo. Esso può essere sopra, sotto o alla pari, in funzione del tasso di interesse nominale e dei tassi di mercato;  il valore di rimborso è il prezzo al quale l’emittente rimborsa il prestito all’ultimo portatore. In genere è alla pari, ovvero coincide con il valore nominale.    Un investitore che acquista bond governativi, all’atto della scelta tra titoli alternativi:  dovrebbe in primo luogo considerarne attentamente le caratteristiche tecniche, e tra queste dovrebbe porre particolare attenzione al profilo della durata dell’investimento, verificando che essa sia tendenzialmente coerente con il proprio orizzonte temporale.  in secondo luogo, l’investitore dovrebbe calcolare il rendimento atteso dal titolo prescelto tenendo conto dello specifico profilo di rischio dello strumento. Argomento che analizzeremo nel prossimo articolo.

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Il conto corrente

Scritto il 22.05.2020

Il conto corrente bancario o postale è uno strumento di deposito che consente ai risparmiatori di raccogliere i propri risparmi, effettuare pagamenti e riscuotere incassi.    Rispetto alle forme di deposito analizzate negli articoli precedenti, nei conti correnti la funzione di servizio prevale su quella di investimento. Infatti, per i titolari di conti correnti, la funzione principale del deposito è quella di rendere possibili operazioni di incasso e pagamento. Per questo motivo, la remunerazione garantita al depositante è generalmente bassa ed espressa in forma di interesse sulle somme presenti sul conto. Il conto corrente si costituisce mediante il deposito di una somma di denaro, a fronte del quale il depositante firma un contratto. Emittente e correntista possono chiedere la chiusura del conto in qualunque momento, salvi gli obblighi di preavviso contrattualmente stabiliti. Questa tipologia di conto corrente si definisce conto corrente passivo: l’aggettivo passivo indica che l’emittente (ovvero la banca o la posta) si trova in posizione debitoria nei confronti del depositante, per le somme da questi versate sul conto. Il conto corrente può essere intestato a più persone e anche a un minorenne, purché quest’ultimo lo utilizzi tramite i propri genitori o altri familiari autorizzati.    Il conto può essere alimentato con versamenti di vario tipo da parte del depositante, che incrementano il suo saldo a credito, come, a titolo di esempio, contanti, assegni bancari, circolari o postali, giroconti o bonifici a favore del correntista, accrediti di stipendi. L’utilizzo delle somme depositate può essere effettuato dal depositante anche dando disposizioni di pagamento via telefono (si parla in questo caso di phone banking) o on line (si parla in questo caso di home banking).    La documentazione inviata periodicamente al correntista comprende: l’estratto conto, la staffa e il prospetto competenze e spese.    L’estratto conto presenta le operazioni effettuate dal correntista ordinate in base alla data di effettuazione, affiancate dalla data valuta e da una loro breve descrizione. In questo modo, il titolare del conto può verificare la correttezza delle operazioni stesse. Se riscontra degli errori commessi dalla banca o dalla posta, il cliente ha il diritto di ottenerne la correzione, segnalandoli per iscritto entro 60 giorni dalla ricezione dell’estratto conto. L’estratto conto va inviato al correntista almeno una volta l’anno.    La staffa, detta anche conto scalare o scalare interessi, riclassifica invece le operazioni effettuate dal depositante ordinandole per data valuta. Questo documento viene utilizzato dalla banca o dalla posta per calcolare gli interessi attivi o passivi. In corrispondenza di ogni operazione, infatti, e quindi di ogni valuta, viene determinato un saldo come somma algebrica tra l’operazione corrispondente alla valuta e le operazioni con valuta anteriore. Gli interessi sono calcolati sui singoli saldi riportati nella staffa, per un periodo corrispondente alla loro durata, al tasso previsto dal contratto.    Il prospetto competenze e spese, infine, riassume tutte le spese addebitate dalla banca o dalla posta al correntista, l’eventuale imposta di bollo sul conto corrente e gli interessi a credito del cliente, calcolati al netto della ritenuta fiscale del 26%.    Il correntista è tenuto a corrispondere all’emittente alcune spese per la tenuta del conto corrente e per ogni operazione effettuata. Tali spese possono essere modulate a seconda delle esigenze dal correntista. Ad esempio, può essere previsto un tetto massimo o un unico canone annuo che consenta di effettuare un numero illimitato di operazioni. In altri casi, invece, sono gratuite le prime operazioni effettuate.    Quando un depositante apre un conto corrente, egli firma con l’emittente un contratto che sancisce diritti e obblighi per entrambi. È quindi importante valutare preventivamente le clausole contenute nel testo del contratto. A questo proposito, è bene leggere attentamente i documenti Principali diritti del cliente e Foglio informativo, che contengono l’elenco completo delle condizioni economiche, le clausole contrattuali sul recesso e le tempistiche di chiusura del conto. Tipicamente, il contratto prevede che la banca o la posta si impegni a eseguire, su disposizione e nell’interesse del correntista, le operazioni di incasso e di pagamento impartite utilizzando le somme di denaro versate dal risparmiatore. A questi l’emittente consente, in ogni momento, il prelievo dei risparmi accumulati. Dall’altro lato, il correntista si impegna a pagare all’intermediario le somme dovute per le spese e le commissioni: queste somme vengono prelevate automaticamente dal conto corrente del depositante. Oltre alla copia del contratto, la banca o la posta deve consegnare al cliente anche il Documento di sintesi, che riepiloga le principali condizioni sottoscritte. Queste condizioni possono essere modificate in senso sfavorevole al correntista solo se ciò è espressamente previsto dal contratto firmato.    Un utile elemento per comparare le spese dei diversi conti è l’Indicatore sintetico dei costi (ISC) presente nel Foglio informativo e nel Documento di sintesi. L’ISC esprime il costo complessivo del conto corrente: esso comprende le spese e le commissioni, ma non gli oneri fiscali e gli interessi. L’ISC viene calcolato in riferimento a diverse categorie di clienti, le cui caratteristiche sono individuate dalla Banca d’Italia, come, ad esempio, famiglie con operatività bassa, media o elevata o pensionati con operatività bassa o media.    All’apertura di un conto corrente, la banca o la posta assegna al correntista un numero di con- to, ossia un codice che rappresenta il collegamento fra l’investitore e il suo conto: attraverso l’abbinamento ad altri codici e numeri, il numero di conto determina l’IBAN.    Per utilizzare correttamente il conto corrente, è bene conoscere il significato di alcuni termini relativi a questo strumento:  movimenti: sono i versamenti (accrediti) e i prelevamenti (addebiti) effettuati dal correntista;  data contabile: è la data di registrazione del movimento di conto corrente;  data valuta: è il giorno a partire dal quale la banca o la posta calcola gli interessi;  data disponibile: è il giorno a partire dal quale il denaro sul conto del correntista può essere utilizzato;  saldo: indica l’entità di denaro presente sul conto corrente ed è calcolato come differenza tra l’importo complessivo degli accrediti e degli addebiti ad una certa data. Se questa differenza produce un numero positivo si dice che il saldo è a credito; se invece il numero è negativo ne consegue un saldo a debito. Ogni nuovo movimento sul conto corrente determina, ovviamente, un aggiornamento del saldo. Vi sono tre differenti saldi: il saldo contabile, il saldo valuta, detto anche liquido, e il saldo disponibile, e fanno riferimento ai medesimi criteri descritti per le registrazioni delle date dei movimenti;  scoperto di conto o sconfinamento: si verifica quando il saldo del conto corrente è un numero negativo, ovvero a debito. Sulla somma a debito la banca o la posta applica un tasso d’interesse, definito tasso debitore.    L’applicazione, da parte della banca o della posta, dei giorni valuta può determinare, talvolta, il cosiddetto scoperto per valuta. Si tratta di una circostanza in cui il correntista figura temporaneamente a debito della banca con un saldo dare. Questo può avvenire perché i versamenti, tipicamente, hanno valuta posteriore rispetto alla data di effettuazione dell’operazione, mentre i prelevamenti hanno valuta coincidente con la data di effettuazione dell’operazione.    Il conto corrente, in qualità di strumento di investimento, espone il correntista ad alcuni rischi. Uno di questi è il rischio di tasso di interesse, poiché il tasso di interesse corrisposto dalla banca o dalla posta al depositante non è costante nel tempo, ma viene modificato sulla base dell’andamento dei tassi di mercato. Un secondo rischio che grava sul correntista è poi il rischio emittente, ovvero il rischio che la banca o la posta non siano in grado di restituire al depositante, a fronte di una sua richiesta, le somme presenti sul suo conto corrente. A questo proposito, a tutela del cliente sono previsti specifici meccanismi di garanzia, come il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Sotto il profilo del rendimento, invece, come abbiamo già detto, esso si mantiene generalmente al di sotto dei rendimenti offerti dagli altri strumenti di deposito: ciò si giustifica con il fatto che nel conto corrente la funzione di servizio prevale su quella di investimento.    Dal punto di vista tecnico, le tipologie di conto corrente più diffuse offerte dalle banche italiane sono diverse:  conti ordinari: sono i cosiddetti conti a consumo, nei quali le spese dipendono dal numero di operazioni effettuate;  conti a pacchetto: prevedono un canone che può comprendere anche altri servizi, quali cassette di sicurezza, assicurazioni e gestione del risparmio. Questi conti possono includere un numero limitato (conti con franchigia) o illimitato (conti senza franchigia) di operazioni gratuite;  conti di base: prevedono solo alcuni servizi, come la carta di debito, l’accredito della pensione o dello stipendio, il versamento di contanti o di assegni bancari o circolari, il prelievo di contante e il pagamento automatico delle bollette. I conti di base sono adatti per i clienti con esigenze finanziarie limitate e hanno un canone annuo onnicomprensivo (che include un determinato numero di operazioni). Le somme depositate non producono interessi.    Esistono poi forme innovative di conti corrente, caratterizzate da diverse componenti di servizio o di investimento o da pricing differenziati. Tra queste si ricordano:  conti di liquidità: sono conti correnti abbinati all’investimento in fondi comuni. L’emittente e il cliente definiscono una giacenza minima, una media e una massima: se il saldo del conto supera la giacenza massima, l’eccedenza rispetto alla giacenza media viene investita nel fondo comune collegato; al contrario, quando il saldo scende al di sotto della giacenza minima, l’emittente procede al disinvestimento dal fondo in modo da riportare il saldo sul livello medio;  conti correnti abbinati a contratti assicurativi: sono strumenti pensati per la copertura dei rischi da parte del depositante o del suo nucleo familiare;  conti convenzionati: sono il frutto di convenzioni tra un intermediario e un ente per l’apertura del conto corrente. In questo caso, a tutti i titolari del conto corrente convenzionato vengono applicate le stesse condizioni, che sono generalmente condizioni più favorevoli di quelle standard.   Un prodotto similare al conto corrente e particolarmente diffuso negli ultimi anni è il conto deposito. Esso si differenzia dai tradizionali conti correnti per il fatto di essere utilizzato per tenere depositati i risparmi in cambio di interessi di solito più elevati. Il conto deposito, quindi, non viene usato per la gestione delle spese quotidiane e offre pochi e semplici servizi (per esempio, la carta di debito e le ricariche telefoniche). Il conto di deposito può essere libero o vincolato. Nel primo caso, il cliente può prelevare o versare denaro, senza alcuna limitazione di tempo e di importo, e senza alcuna penalizzazione sugli interessi riconosciuti. Nel conto deposito vincolato, invece, il cliente beneficia di rendimenti elevati solo se le somme restano depositate per un periodo di tempo prestabilito.    Sul mercato sono inoltre piuttosto diffuse forme ibride di conti correnti nelle quali, all’interno dello stesso strumento finanziario, è possibile vincolare solo una parte delle somme depositate (nella forma del conto deposito) a fronte di un maggiore tasso di interesse riconosciuto sul saldo vincolato, se mantenuto per il periodo di tempo pattuito. 

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I buoni fruttiferi postali - I pronti contro termine passivi

Scritto il 13.05.2020

I BUONI FRUTTIFERI POSTALI  Il buono fruttifero postale è il prodotto postale equivalente al certificato di deposito bancario. Sottoscrivendo un buono fruttifero, infatti, l’investitore deposita presso la posta una somma di denaro per un periodo di tempo predefinito, coincidente con la durata del buono. A fronte del deposito, la posta emette un certificato cartaceo che consegna all’investitore o, come acca- de per le emissioni più recenti, in alternativa all’emissione cartacea del certificato procede con un’iscrizione nominativa (regime di dematerializzazione).    I buoni fruttiferi sono titoli nominativi non cedibili, rimborsabili a vista e trasferibili agli eredi in caso di morte dell’intestatario. Il risparmiatore può richiedere il rimborso anticipato del buono: ciò determina però la perdita degli interessi maturati se il periodo di investimento non raggiunge l’eventuale durata minima stabilita contrattualmente. Poste Italiane emette diverse categorie di buoni, aventi caratteristiche specifiche e standardizzate.    I buoni postali sono emessi da Cassa Depositi e Prestiti, garantiti dallo Stato Italiano e distribuiti da Poste Italiane S.p.A. In particolare, Cassa Depositi e Prestiti è una società per azioni a controllo pubblico che gestisce il risparmio postale, che rappresenta la sua principale fonte di raccolta.    I buoni postali presentano tagli differenti, che variano da un minimo di € 50 e un massimo di € 5.000. È definito un limite massimo ai buoni sottoscrivibili da un unico soggetto nella singola giornata lavorativa che, attualmente, ammonta a € 1.000.000.    I buoni postali possono essere distinti in:    buoni a tasso fisso: appartengono a questa categoria i buoni ordinari, ovvero strumenti finanziari che, a fronte di un deposito effettuato dal risparmiatore per un periodo prede- finito, riconoscono interessi periodici, tipicamente calcolati su base bimestrale e crescenti nel corso del tempo. Tali interessi, definiti al momento dell’emissione e non modificabili, sono capitalizzati ogni anno e diventano quindi, a loro volta, fruttiferi di nuovi interessi. La corresponsione degli interessi all’investitore avviene però integralmente solo all’atto del rimborso del capitale. La durata di questi buoni può raggiungere i 20 anni;    buoni indicizzati: prevedono una remunerazione variabile in funzione dell’andamento di un parametro di riferimento, come l’inflazione italiana, l’andamento dei mercati azionari dell’Eurozona o il rendimento dei Buoni Ordinari del Tesoro semestrali. La durata di questi buoni è normalmente molto più breve di quella prevista per i buoni postali ordinari.    Il rendimento di un buono postale viene stimato come differenza tra il valore di rimborso (comprensivo di interessi ed eventuali premi dovuti all’indicizzazione) e il valore di sottoscrizione. Agli interessi e all’eventuale premio di rimborso va applicata una ritenuta fiscale del 12,50%. È anche previsto il pagamento dell’eventuale imposta di bollo. A questo proposito, è importante ricordare che, ad oggi, l’imposta di bollo sui buoni fruttiferi postali ammonta allo 0,2% annuo del capitale investito. Sono però esenti da questa imposta tutti i portafogli impiegati da persone fisiche nei buoni postali che hanno un valore complessivo al di sotto di € 5.000.    Per quanto riguarda la liquidità dello strumento, il buono postale non deve necessariamente essere detenuto fino a scadenza dall’investitore. Quest’ultimo può infatti chiedere il rimborso anticipato e, in questo caso, ha il diritto di ricevere il capitale investito, maggiorato degli interessi e degli eventuali premi maturati fino alla data del rimborso. È però possibile che il rimborso anticipato comporti per il risparmiatore alcune penalizzazioni nel rendimento.    Per quanto riguarda i rischi, i buoni postali ordinari espongono l’investitore al rischio di variazione dei tassi di interesse. Tale rischio non sussiste, invece, in caso di buoni indicizzati.    I PRONTI CONTRO TERMINE PASSIVI  La struttura dell’operazione prevede infatti che, da un lato, l’investitore acquisti a pronti- dall’intermediario una determinata quantità di titoli pagando in una certa data una predefinita somma di denaro e, dall’altro lato, l’intermediario si impegni contestualmente a riacquistare a terminei medesimi titoli dall’investitore.  La Figura 3 illustra graficamente questo processo.    Figura3 | La struttura dei pronti contro termine passivi      In genere, i titoli negoziati in questo genere di contratti sono Titoli di Stato. La durata dell’operazione è piuttosto breve e tipicamente compresa tra 1 e 12 mesi.   Per quanto riguarda il rendimento per l’investitore (acquirente a pronti), esso è calcolato come differenza tra il prezzo di vendita a termine (stimato sommando al prezzo a pronti gli interessi maturati per il periodo di durata dell’operazione) e il prezzo di acquisto a pronti: entrambi i prezzi vengono fissati in via anticipata. 

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I Certificati di Deposito

Scritto il 07.05.2020

Il certificato di deposito prevede il deposito presso una banca, da parte del risparmiatore, di una somma di denaro. Su di essa è costituito un vincolo temporale, tipicamente di durata breve o media (da 3 mesi a 5 anni), durante il quale la somma depositata non può essere ritirata. A fronte del deposito ricevuto, la banca rilascia al cliente un certificato, rappresentativo del deposito vincolato, che può essere nominativo o al portatore. I certificati di deposito sono emessi solo dalle banche e non dal sistema postale.   A fronte del deposito effettuato presso la banca, il risparmiatore ottiene una remunerazione sotto forma di interessi. Il certificato di deposito, che può essere emesso in valuta nazionale o estera, non consente al depositante di effettuare versamenti o prelevamenti in momenti successivi alla sottoscrizione (salvo l’incasso di eventuali interessi periodici e il rimborso alla scadenza).   Il taglio minimo è tipicamente basso, mentre le spese e gli interessi sono standardizzati. In qualità di titolo di credito, il certificato di deposito può inoltre essere ceduto a terzi.   I certificati di deposito possono essere classificati in:  certificati con cedola: in questo caso, l’investitore effettua un versamento iniziale, incassa periodicamente gli interessi (rappresentati dalle cedole) e ottiene il rimborso del capitale investito alla scadenza. Le cedole periodiche possono essere a tasso fisso o a tasso variabile;  certificati senza cedola o zero coupon: in questo caso non vi è alcun pagamento di interessi periodici sotto forma di cedole. Il depositante versa un determinato importo in fase di sottoscrizione (prezzo di emissione) e, alla scadenza, incassa una cifra (prezzo di rimborso) superiore rispetto al prezzo di emissione. Il rendimento per l’investitore si calcola quindi come differenza tra il prezzo di rimborso e il prezzo di emissione.    Facciamo alcuni esempi per meglio comprendere le caratteristiche dei certificati di deposito. Iniziamo dai certificati con cedola. Immaginiamo che in data 22 febbraio venga sottoscritto un certificato di deposito con cedola semestrale per un valore nominale complessivo di € 10.000, con scadenza 6 mesi, a un tasso dell’1,45%. Per il certificato vengono addebitate spese per € 15 alla scadenza. All’atto della sottoscrizione l’esborso è di € 10.000. Per calcolare l’importo incassato dal risparmiatore alla scadenza (il 22 agosto) è necessario effettuare alcuni passaggi algebrici.   In primo luogo, è necessario stimare la cedola lorda, pari a € 71,90, come appare nell’equazione:    Cedola lorda: 10.000 x 0,0145 x 181/365 = 71,90. In secondo luogo, dobbiamo applicare l’aliquota del 26% per determinare la ritenuta fiscale,    che risulta pari a € 18,69: Ritenuta fiscale (26%): 71,90 x 26/100 = 18,69   Di conseguenza, la somma riscuotibile a scadenza risulta pari a € 10.038,21, calcolata sommando ai 10.000 euro iniziali la cedola lorda e sottraendo la ritenuta fiscale e le spese per il certificato, come appare nell’equazione:    Somma riscuotibile a scadenza: 10.000 + 71,90 – 18,69 – 15 = 10.038,21.    Si tenga presente che il guadagno di € 38,21 potrebbe venire ridotto dall’applicazione dell’eventuale imposta di bollo. A questo proposito, si fa presente che, ad oggi, l’imposta di bollo sui certificati di deposito è pari allo 0,20% annuo, calcolato sul controvalore del rendiconto e rapportato al periodo rendicontato.    Facciamo un secondo esempio, stavolta relativo ad un certificato di deposito che non paga cedole. Immaginiamo che in data 20 aprile venga sottoscritto un certificato di deposito zero coupon per € 15.000 a 18 mesi, al prezzo di € 97,98. Per il certificato vengono addebitati € 15 alla scadenza.    Per calcolare l’importo incassato dal depositante a scadenza, è necessario in primo luogo sti- mare l’esborso del depositante all’atto della sottoscrizione, che è pari ad € 14.697, come emerge nell’equazione:    Esborso alla sottoscrizione: 15.000 x 97,98/100 = 14.697 . Ciò consente di stimare l’interesse, che ammonta ad € 303:    Interesse: 15.000 - 14.697 = 303  A questo punto, è necessario calcolare la ritenuta fiscale applicata con un’aliquota del 26%, che risulta pari ad € 78,78 (equazione:   Ritenuta fiscale: 303 x 26% = 78,78   È quindi possibile stimare la somma riscuotibile alla scadenza (il 20 ottobre dell’anno successivo), che risulta pari ad € 14.906,22, come emerge nell’equazione:    Somma riscuotibile a scadenza: 15.000 – 78,78 – 15 = 14.906,22 Si consideri che, anche in questo caso, l’importo riscosso alla scadenza può venire ulteriormente decurtato per l’applicazione dell’eventuale imposta di bollo. Il guadagno netto complessivo    dall’investimento, tenendo conto della sola ritenuta fiscale, risulta pari ad € 206,19, come appare nell’equazione:    Guadagno netto: 14.906,22 - 14.697 = 206,19     Dal punto di vista del risparmiatore, l’investimento in un certificato di deposito comporta il sostenimento di eventuali spese per l’emissione e la custodia del certificato e per il rilascio dei documenti di sintesi relativi al rapporto contrattuale. Gli interessi maturati devono poi essere decurtati della ritenuta fiscale del 26%. È infine dovuto il pagamento dell’imposta di bollo.    Relativamente alla liquidità dello strumento, l’importo depositato non è disponibile per il depositante fino alla scadenza del contratto. Qualora il cliente abbia la necessità di smobilizzare anticipatamente il proprio investimento, è necessario procedere alla vendita del certificato di deposito. In questo caso, è la banca che si occupa della ricerca di una controparte.    A seconda della tipologia, i certificati di deposito espongono l’investitore ai seguenti rischi:  certificati di deposito a tasso fisso: variazione dei tassi di mercato;  certificati di deposito a tasso variabile: rendimento potenzialmente variabile in funzione della variazione dei tassi di mercato;  certificati di deposito denominati in valuta: rischio di cambio. 

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I DEPOSITI A RISPARMIO

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  • Banche e prodotti bancari
Scritto il 29.04.2020

  Il deposito a risparmio si costituisce con il versamento presso uno sportello bancario o postale di una somma di denaro, a fronte della quale la banca o la posta assume una posizione debitoria verso l’investitore per le somme da questi depositate. Contestualmente a questo deposito, la banca o la posta emette un particolare documento, il libretto di risparmio, sul quale vengono riportate, in ordine cronologico, tutte le operazioni di prelevamento e di versamento effettuate dal cliente.    A questo libretto può essere abbinata una carta che permette di effettuare prelevamenti e, a volte, anche versamenti, mediante POS e ATM.    L’emittente corrisponde al depositante «un interesse proporzionale alle somme depositate e al tempo di permanenza delle somme sul deposito. Gli interessi maturati periodicamente sono annotati sul libretto».    I libretti di deposito possono essere classificati secondo diversi criteri. Un primo criterio fa riferimento all’emittente e consente di identificare:    libretti bancari: sono emessi da banche. I prelevamenti e i versamenti possono essere effettuati solo presso lo sportello bancario che ha emesso il libretto;  libretti postali: sono emessi da Poste Italiane. I versamenti e i prelevamenti possono essere effettuati presso qualsiasi ufficio postale sul territorio nazionale, attraverso la presentazione del libretto o dell’eventuale carta collegata.    Un secondo criterio di classificazione dei depositi bancari fa riferimento alla presenza o meno di un intestatario del libretto. Ciò consente di distinguere libretti di risparmio:    • nominativi: riportano specificatamente il nome dell’intestatario o degli intestatari. Questi, insieme ai propri legittimi rappresentanti e ai propri eredi, sono gli unici soggetti autorizzati a prelevare le somme depositate. In presenza di più intestatari, il rimborso delle somme depositate può essere richiesto da tutti gli intestatari congiuntamente (libretto a firme congiunte) o disgiuntamente (libretto a firme disgiunte). Il libretto nominativo può essere alimentato, senza limiti di importo, mediante una variegata tipologia di versamenti (come versamenti in contanti, bonifici, assegni, stipendi, pensioni) e può prevedere l’addebito di utenze e la possibilità di eseguire bonifici. Se si desidera cedere a terzi il libretto nominativo, è necessario effettuare il cambiamento dell’intestazione   • al portatore: non riportano il nome di alcun intestatario. Le somme depositate possono essere ritirate da chiunque presenti il libretto in banca o in posta. Il libretto al portatore può essere alimentato solo da versamenti in contanti e non può presentare un saldo superiore a 1.000 euro. Il trasferimento del libretto avviene con la consegna fisica del libretto.   Un terzo criterio di classificazione si rifà poi al periodo durante il quale le somme sono destinate a rimanere depositate sul libretto. In quest’ottica, si distinguono depositi a risparmio:    liberi: versamenti e prelevamenti possono essere effettuati, senza limite di importo, in qualsiasi momento;  vincolati: il depositante si impegna a non effettuare prelevamenti per un certo periodo di tempo. Il vincolo può avere una scadenza fissa, ovvero viene identificata una data prima della quale non possono essere eseguiti prelevamenti, oppure indeterminata. In questo secondo caso, gli importi depositati possono essere prelevati solo dopo un periodo di preavviso piuttosto lungo.    In tema di depositi a risparmio è bene distinguere i seguenti concetti:    data contabile: è la data in cui vengono effettuate le operazioni di prelevamento e di versamento;  data valuta: è la data a partire dalla quale le somme depositate iniziano a produrre interessi e le somme prelevate cessano di produrre interessi. La data valuta varia a seconda della tipologia di operazione effettuata:  versamenti in contanti o valori assimilati:la data valuta coincide con la data del versamento. Questo significa che i versamenti in contanti iniziano a produrre interessi dal giorno stesso in cui vengono effettuati;  versamenti di assegni emessi da altri istituti: la data valuta è successiva alla data del versamento. Questo significa che questi versamenti iniziano a maturare interessi alcuni giorni dopo la data di effettuazione dell’operazione;  prelevamenti:la data valuta coincide con la data del prelevamento. Questo significa che l’emittente cessa di calcolare gli interessi sulla somma prelevata a partire dalla data in cui avviene l’operazione.    Per quanto riguarda gli interessi, essi sono calcolati dalla banca o dalla posta considerando l’ammontare del deposito, il tempo di permanenza del denaro presso l’emittente e il tasso di interesse concordato. Gli interessi possono essere capitalizzati a cadenza annuale, semestrale o trimestrale.    Sul depositante possono gravare alcune spese, ad esempio per l’apertura del deposito, l’emissione del libretto, la produzione del contratto o eventuali comunicazioni periodiche.    È a carico del depositante anche il pagamento dell’eventuale imposta di bollo che, ad oggi, per le persone fisiche, ammonta a € 34,20. Se l’investitore è persona fisica, l’imposta di bollo non è dovuta se il valore medio di giacenza nel periodo di rendicontazione non supera 5.000 euro.    A tal fine, sono unitariamente considerati tutti i rapporti di conto corrente e i libretti di risparmio identicamente intestati, intrattenuti con la stessa banca. Gli interessi sono inoltre assoggettati a ritenuta fiscale, che, a partire dal 1° luglio 2014, ammonta al 26%.    Ponendosi nell’ottica dell’investitore, è importante tenere presente che il tasso di interesse può essere modificato unilateralmente dall’emittente, con facoltà del depositante di recedere dal contratto. L’investitore è quindi sottoposto al rischio di riduzione generale dei tassi di mercato.    Inoltre, se il rendimento non è tale da compensare la perdita di potere di acquisto del denaro derivante dall’inflazione, esiste anche il rischio monetario. Il rischio di insolvenza della controparte (sia essa la banca o la posta) è invece limitato dalla presenza di sistemi di assicurazione dei depositi.    I depositi bancari e postali sono infatti assistiti da schemi di garanzia pubblica che impedisco- no, di fatto, che il cliente possa subire le conseguenze dell’insolvenza dell’emittente. A questo proposito, è importante ricordare il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e il Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo.    Il limite massimo della garanzia, vale a dire l’importo massimo rimborsabile al depositante, è stabilito per legge e, ad oggi, ammonta ad euro 100.000. Alla base di questa protezione del depositante vi è la considerazione che il deposito bancario è lo strumento tipicamente adatto per il piccolo risparmiatore, che risolve i propri problemi di investimento con scarsa consapevolezza del funzionamento del mercato finanziario.    Sotto il profilo dell’investitore, i depositi a risparmio consentono di effettuare una molteplicità di versamenti a fronte di costi contenuti. Il tasso di interesse corrisposto dalla banca o dalla posta è però generalmente piuttosto basso.   

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I BISOGNI DI INVESTIMENTO E I CRITERI DI SCELTA

Scritto il 21.04.2020

Gli investitori sono soggetti che desiderano allocare al meglio il proprio patrimonio. Gli investitori possono essere distinti in tre categorie: famiglie, imprese e altri soggetti pubblici e privati.    Oggi ci focalizzeremo sul caso della famiglia investitrice.    La famiglia investitrice dispone di un patrimonio, che rappresenta una riserva di valore, ovvero una risorsa che potrà essere utilizzata per fronteggiare situazioni future, più o meno determinabili a priori (ad esempio, per gli imprevisti, per acquistare una casa, per l’istruzione dei figli).    In alcuni casi, inoltre, il patrimonio viene accumulato e gestito per il semplice desiderio di possederlo.    La prima scelta che la famiglia investitrice si trova ad affrontare riguarda l’allocazione del patrimonio tra attività reali, ovvero immobili ed oggetti d’arte, e attività finanziarie.    Le attività reali possono essere detenute per utilizzarle direttamente (è questo il caso della casa di residenza) o per ricavarne un reddito (l’affitto o canone di locazione). Le attività finanziarie, a differenza di quelle reali, non producono un beneficio proprio, ma vengono acquistate perché offrono una certezza o una prospettiva di reddito.    Nei prossimi post verranno prese in esame le diverse attività finanziarie nelle quali la famiglia può investire.    E’ utile precisare che il rendimento è solo uno degli elementi da prendere in considerazione all’atto di una scelta di investimento. L’atteggiamento di chi sceglie uno strumento finanziario valutando esclusivamente il profilo del rendimento è, pertanto, errato. Come dimostra la teoria della finanza, infatti, se i mercati finanziari sono mediamente in equilibrio (come spesso accade), i titoli che rendono di più sono anche i più rischiosi.    È pertanto opportuno che la famiglia investitrice valuti il rendimento di un possibile strumento finanziario congiuntamente al rischio associato. In secondo luogo, bisogna ricordare che, per diverse categorie di strumenti finanziari, la stima del rendimento atteso dell’investimento è decisamente complessa e alquanto aleatoria. Non da ultimo, i parametri di rendimento disponibili sono spesso calcolati al lordo dell’imposizione fiscale e delle commissioni di negoziazione, mentre all’investitore interessa naturalmente il risultato netto.    Pertanto, è bene che la famiglia investitrice scelga i propri investimenti non solo sulla base del rendimento atteso, ma anche in funzione di altri parametri, quali il taglio dell’investimento, la durata naturale dell’investimento e la possibilità di disinvestire prima della scadenza naturale.    Per quanto riguarda il taglio, è ovvio che l’investitore può scegliere uno strumento di investimento solo se questo ha un taglio inferiore rispetto alla somma disponibile. A questo proposito, è bene precisare che gli strumenti finanziari sono molto frazionati e non presentano il problema del taglio minimo d’ingresso. Anche qualora quest’ultimo sia previsto, è generalmente molto basso (per esempio, per i Titoli di Stato esso ammonta a 1.000 euro o multipli di questa cifra).    Un secondo aspetto concerne la durata dell’investimento. È infatti importante che l’investitore sappia se desidera investire sul breve, medio o lungo termine perché, sulla base di questo orientamento, sul mercato sono disponibili strumenti che è logico acquistare con una logica di breve, medio e lungo periodo. Va però precisato che quasi tutti gli strumenti finanziari sono disinvestibili in tempi molto brevi.    Il terzo punto da analizzare riguarda la capacità dell’investitore di sopportare i rischi connessi agli investimenti scelti. Questo punto è assai complesso, poiché ogni strumento finanziario presenta un mix di rischi di tipologia diversa.    In conclusione, va ricordato che la razionalità degli investimenti non può essere giudicata in riferimento ai singoli titoli, considerati singolarmente, ma deve essere valutata nella logica complessiva di un portafoglio di investimenti. In altre parole, la famiglia investitrice dovrebbe tenere conto del contributo che i singoli titoli offrono, in termini diversificazione, al portafoglio complessivo.    Negli articoli successivi di questo descriveranno dettagliatamente le caratteristiche tecniche di una specifica categoria di strumenti di investimento disponibili per la famiglia: i depositi bancari e postali.

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Il ruolo della finanza comportamentale

Scritto il 10.04.2020

Gli individui sono sempre razionali? I mercati sono efficienti se esistono solo investitori razionali, che valutano i titoli in maniera corretta, per cui i prezzi riflettono sempre il valore fondamentale. Gli investitori razionali valutano i titoli sulla base del loro valore fondamentale, cioè delle aspettative dei futuri flussi di cassa, scontati per il rischio. Gli investitori razionali utilizzano le news e rispondono velocemente a queste news, aumentando il prezzo quando le informazioni sono positive e riducendolo quando esse sono negative. Tuttavia, secondo questa teoria, esistono anche investitori irrazionali, ma questi operano a caso, per cui il loro effetto sui prezzi si annulla vicendevolmente. L’investitore irrazionale ha aspettative distorte sul valore dei flussi di cassa. Alla luce di tali ipotesi, ne consegue che con gli investitori razionali, i prezzi reagiscono solo a informazioni nuove che sono imprevedibili e pertanto i prezzi seguono un andamento casuale. Ogni extra rendimento una volta tenuto conto del rischio è nullo. Gli investitori irrazionali, nel lungo periodo scompaiono dal mercato a causa della selezione competitiva. Ma è davvero così? Gli investitori sono davvero razionali? O si lasciano influenzare da fattori irrazionali sia interni che esterni? La finanza tradizionale ritiene che gli investitori siano tutti razionali, mentre per la finanza comportamentale che essi sono normali. La finanza tradizionale aveva sostituito all’homo sapiens, propenso agli errori e dotato di emotività, l’homo economicus, perfettamente razionale, in grado di compiere scelte attraverso la teoria dell’utilità attesa e con un illimitato potere di controllare ed elaborare ogni informazione disponibile. La finanza comportamentale propone invece un modello più realistico di attore economico, condizionato da emotività e aspetti cognitivi. Concorda con l’ipotesi di efficienza dei mercati nel sostenere che il mercato alla fine ha ragione, ossia che i prezzi tendono a convergere verso valori razionali, sebbene differisca sulle modalità e sulla durata delle deviazioni. Ma che cos’è la finanza comportamentale? Con il termine finanza comportamentale si indica quella branca degli studi economici che indaga i comportamenti dei mercati finanziari includendo nei propri modelli i principi di psicologia legati al comportamento individuale e sociale. Pertanto, la finanza comportamentale unisce gli aspetti di psicologia cognitiva alle teorie finanziarie in senso stretto ed evidenzia gli aspetti più realistici e umani dell’homo economicus, gli errori da lui commessi, l’irrazionalità nei comportamenti e la mancanza delle informazioni su cui basare le decisioni. La teoria finanziaria classica si basa su ipotesi stringenti in cui si ritiene che le persone siano perfettamente razionali nel compiere le proprie scelte e ciò si traduce nella massimizzazione dell’utilità, con capacità di calcolo illimitate e con pieno accesso alle informazioni disponibili sul mercato e nel cogliere le nuove informazioni, onniscienti, cioè che sanno tutto e sono in grado di gestire e apprendere da tutte le informazioni presenti sul mercato ed infine sono avversi al rischio cioè sono disposti ad assumersi un livello di rischio maggiore a fronte di un premio al rischio più alto e quindi un rendimento finale più elevato. Nonostante la teoria classica si basi su tali concetti di razionalità, onniscienza e avversione, gli individui sottoscrivono assicurazioni per tutelarsi dai rischi puri, ma allo stesso tempo scommettono acquistando biglietti della lotteria. Alla luce di tale considerazione, si può effettivamente ritenere che gli investitori mostrino una razionalità limitata. La razionalità limitata Con il termine razionalità limitata non si escludono le capacità dell’individuo di effettuare una scelta (egli continua a massimizzare i risultati che può ottenere), ma il fatto che questa è condizionata da una limitata capacità di calcolo o da altri fattori rispetto al solo livello dei prezzi, come possono essere valutazioni soggettive oppure l’esistenza nel sistema agenti eterogenei, dotati quindi di differenti modi di interpretare ed utilizzare i dati che provengono dal mercato. La razionalità limitata si traduce, quindi, in una capacità di scelta dell’individuo tra un numero di possibilità ristretto, ma tale scelta è frutto di un processo di adattamento ed apprendimento in base alle caratteristiche del sistema. Pertanto, a fronte di tale razionalità limitata e di un numero troppo basso o troppo alto di informazioni, gli individui, nel compiere le proprie scelte, commettono errori cognitivi e si lasciano influenzare dalle proprie emozioni. Proprio questi aspetti sono alla base dei concetti fondamentali di finanza comportamentale. Approfondisci la finanza comportamentale

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