Gianluca Peloso

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Consulente finanziario indipendente

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01/05/2025

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"Ma se il consulente scappa con i miei soldi?"

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  • Consulenti finanziari indipendenti
Scritto il 18.09.2025

È una delle preoccupazioni più comuni quando si parla di consulenza finanziaria. Una paura comprensibile, alimentata da notizie di cronaca e dalla scarsa conoscenza di come funziona davvero la professione. Eppure, c'è una categoria di professionisti per cui questa preoccupazione è tecnicamente impossibile: i consulenti finanziari indipendenti. "Impossibile? Come può essere impossibile?" La risposta è semplice: un consulente finanziario indipendente non ha mai accesso ai conti correnti dei propri clienti. Mai. Non per scelta, ma per regolamento. La normativa è chiara: l'accesso ai conti del cliente comporta radiazione immediata dall'albo. Non si tratta di una regola "consigliata", ma di un divieto assoluto che tutela sia il cliente che la professione stessa. Come funziona nella pratica? Il meccanismo è studiato per garantire la massima trasparenza e sicurezza: Il consulente analizza la situazione del cliente e prepara le raccomandazioni Invia documenti ufficiali e tracciati con le sue indicazioni operative Il cliente decide se e come implementare i consigli ricevuti Il cliente esegue personalmente le operazioni tramite la propria banca o piattaforma Il cliente invia al consulente la documentazione degli "eseguiti" per monitoraggio In tutto questo processo, il consulente non tocca mai un euro. Non può farlo, anche se volesse. Un esempio concreto Mario ha un portafoglio da ribilanciare. Il suo consulente indipendente gli invia un documento ufficiale con la raccomandazione: "Vendere 5.000€ di ETF azionario e acquistare 5.000€ di obbligazioni governative". Mario valuta, decide di seguire il consiglio e esegue l'operazione dalla sua home banking. Poi invia al consulente la conferma dell'operazione per permettergli di aggiornare il monitoraggio del portafoglio. Il consulente ha mai avuto accesso al conto di Mario? No. Ha mai toccato i suoi soldi? No. Perché questa differenza con altri tipi di consulenti? I consulenti indipendenti sono pagati esclusivamente tramite parcelle dal cliente. Non ricevono commissioni dai prodotti, non gestiscono patrimoni in delega, non hanno accordi commerciali con banche o società di gestione. Questa struttura elimina qualsiasi conflitto di interesse e, soprattutto, qualsiasi possibilità di accesso improprio ai fondi del cliente. I dati parlano chiaro In oltre 15 anni di esistenza della figura del consulente finanziario indipendente in Italia, non si è mai verificato un caso di appropriazione indebita. Non per fortuna, ma per design del sistema. Cosa significa per te, oggi? Se stai valutando un consulente finanziario, la paura che "scappi con i tuoi soldi" non dovrebbe essere un fattore nella scelta di un consulente indipendente. Semmai, dovresti concentrarti su competenze, metodo di lavoro e trasparenza delle parcelle. La vera domanda non è "come posso essere sicuro che non scappi con i miei soldi?", ma "questo consulente ha le competenze e il metodo giusto per aiutarmi a raggiungere i miei obiettivi?"

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Perché il tuo consulente finanziario non ti raccomanda gli ETF indicizzati a basso costo?

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 08.09.2025

Capita spesso di sentire storie di investitori che chiedono al proprio consulente di investire in ETF indicizzati a basso costo, ricevendo un educato "no, grazie". Non sono solo aneddoti. In Italia la stragrande maggioranza degli asset gestiti finisce ancora in fondi a gestione attiva, nonostante le evidenze dimostrino che questi sottoperformano sistematicamente gli indici di mercato. Perché i consulenti continuano a spingere prodotti a gestione attiva? La risposta non è semplice. Dietro questa scelta apparentemente irrazionale si nascondono quattro meccanismi che, messi insieme, creano un sistema dove l'interesse del consulente spesso prevale su quello dell'investitore. I quattro ostacoli 1. Le commissioni: il vero motore del sistema Il primo elemento è puramente economico. I fondi a gestione attiva pagano commissioni di collocamento fino al 2-3% annuo. Gli ETF indicizzati? Zero. È come chiedere a un commerciante di auto di vendere quella che non gli dà margine quando può venderne un'altra identica che gli frutta migliaia di euro. Il sistema normativo permette questa situazione: finché il prodotto è adeguato al profilo dell'investitore, non deve essere necessariamente il migliore disponibile. Questo crea le fondamenta per tutti i problemi che seguono. 2. Il rischio carriera: quando cambiare significa ammettere l'errore Ma le commissioni sono solo l'inizio. Quando un consulente ha costruito per vent'anni la sua reputazione sulla capacità di "battere il mercato", cambiare rotta diventa psicologicamente impossibile. Come ammettere ai clienti di aver sbagliato strategia per due decenni? Questa dinamica crea una trappola mentale: più anni passano a vendere fondi attivi, più diventa difficile uscirne. Un circolo vizioso che si autoalimenta e porta al terzo ostacolo. 3. La proposta di valore: quando la semplicità minaccia l'esistenza Se un consulente ammettesse che basta comprare ETF diversificati e mantenerli, quale sarebbe il suo valore aggiunto? Il loro modello di business si basa sull'essere quelli che selezionano i fondi giusti, che "proteggono" nei momenti difficili, che sanno quando entrare e uscire dal mercato. Raccomandare ETF indicizzati significherebbe demolire questa narrativa e ammettere che gran parte del loro lavoro è superfluo. Ecco perché molti consulenti restano ancorati a strategie complesse che giustificano la loro esistenza professionale. 4. L'ignoranza volontaria: l'ultimo baluardo Quando commissioni, carriera e identità professionale sono in gioco, l'ultimo rifugio è spesso l'ignoranza deliberata. Molti consulenti non hanno mai approfondito la ricerca scientifica che dimostra la superiorità degli investimenti indicizzati. È più comodo credere alla propria esperienza che confrontarsi con decenni di studi che contraddicono tutto quello in cui hanno creduto. Le società di gestione attiva, dal canto loro, continuano a fornire materiali che confermano questi pregiudizi. Le scuse ricorrenti Quando messi alle strette, i consulenti tirano fuori sempre gli stessi argomenti: "Gli ETF non battono il mercato" - Esatto, è proprio il punto. Ma perché volerlo battere quando è statisticamente impossibile e comporta costi enormi? "Nelle crisi crollano di più" - Falso. I dati storici dimostrano che anche nei mercati ribassisti i fondi attivi sottoperformano gli indici. "La gestione attiva protegge di più" - Leggenda metropolitana. I fondi attivi assumono spesso più rischio per cercare di superare il mercato. Queste scuse rivelano quanto sia radicata la resistenza al cambiamento in un settore che dovrebbe mettere al primo posto l'interesse del cliente. La realtà dei fatti Investire in fondi a gestione attiva significa accettare commissioni elevate, maggiori costi operativi e un'alta probabilità di sottoperformance. In cambio si ottiene solo la sensazione di "fare qualcosa di attivo" invece di seguire il mercato. Se il consulente spinge esclusivamente fondi attivi, le spiegazioni sono due: è condizionato dalle commissioni o non conosce le evidenze scientifiche degli ultimi trent'anni. La buona notizia? Non tutti i consulenti operano così. Esistono professionisti che hanno fatto la transizione verso approcci basati su evidenze, che utilizzano prevalentemente ETF a basso costo e che strutturano i compensi in modo trasparente. Per la maggior parte degli investitori, la strategia vincente è disarmante nella sua semplicità: ETF diversificati a basso costo, ribilanciamento periodico, e la pazienza di lasciare che i mercati facciano il loro lavoro. Non è appariscente, non fa notizia, ma funziona. Il difficile non è capire cosa fare - è trovare qualcuno che abbia il coraggio e l'onestà intellettuale di dirlo chiaramente.

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Il "Falso" Nobel per l'Economia: una storia di prestigio costruita a tavolino

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 02.09.2025

Alfred Nobel aveva un problema. Dopo aver inventato la dinamite e aver letto per errore il proprio necrologio (che lo definiva "mercante di morte"), decise che era il caso di lasciare qualcosa di più edificante alla posterità. Nel 1895, Nobel stilò il suo testamento, destinando la sua fortuna alla creazione di cinque premi annuali per chi si fosse distinto in: Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura e Pace. L'Economia non c'era. E non per caso: Nobel, uomo concreto, probabilmente pensava che gli economisti avessero già abbastanza teorie per tenersi occupati. Il Colpo della Riksbank (1968) Arriviamo al 1968. La Riksbank, la Banca Centrale svedese, festeggia il trecentesimo compleanno e vuole farsi un regalo particolare: associare il proprio nome al prestigio dei Nobel. L'idea? Creare un premio per l'economia e chiamarlo "Premio della Banca di Svezia per le Scienze Economiche in Memoria di Alfred Nobel". Il trucco è nel nome: quella piccola aggiunta "in Memoria di Alfred Nobel" fa credere che il buon Alfred avesse sempre desiderato premiare gli economisti. La realtà? Nobel non ha mai messo un centesimo per questo premio. È tutto pagato dalla Riksbank. La Famiglia Nobel Non Ci Sta I discendenti di Alfred Nobel non hanno mai gradito questa "appropriazione" del nome di famiglia. Peter Nobel, pronipote del famoso Alfred, ha dichiarato più volte che questo premio è "un inganno" e che la famiglia non ha mai autorizzato l'uso del nome Nobel per l'economia. Ma ormai era fatta: il mondo intero parla di "Nobel per l'Economia", i giornali titolano così, e gli economisti possono dire di aver vinto un Nobel. Anche se, tecnicamente, non è vero. Un'Operazione Riuscita Perfettamente L'operazione della Riksbank è stata geniale. Oggi, quando sentiamo "Nobel per l'Economia", pensiamo automaticamente che sia sullo stesso piano del Nobel per la Fisica o per la Pace. Il premio ha acquisito lo stesso prestigio, la stessa autorevolezza. Gli economisti premiati sono brillanti, le loro ricerche spesso utili. Ma rimane il fatto che stanno ricevendo un premio "in memoria" di qualcuno che probabilmente non avrebbe mai pensato di premiare la loro disciplina. La Vera Lezione: La Finanza Non Ha Bisogno di Trucchi Questa storia ci insegna qualcosa di importante: nel mondo della finanza conta spesso più l'apparenza che la sostanza. Ma la vera finanza, quella che funziona davvero, non ha bisogno di nomi altisonanti o trucchetti. La finanza è semplice quando si seguono comportamenti corretti: Diversificare sempre invece di cercare la formula magica del premio Nobel di turno Investire a lungo termine piuttosto che inseguire le teorie più alla moda Tenere bassi i costi invece di pagare commissioni stratosferiche per prodotti "premiati" Non farsi prendere dal panico nei ribassi e dall'euforia nei rialzi Avere un piano invece di aspettare il momento perfetto Il vero "Nobel" della finanza personale? Il buon senso e la costanza. E quelli, per fortuna, non li ha ancora brevettati nessuna banca centrale. Certo, quando i patrimoni diventano più consistenti, anche il buon senso può beneficiare di una guida esperta e indipendente che aiuti a navigare tra le infinite proposte del mercato. Ma sempre mantenendo la bussola puntata sui principi fondamentali, non sui premi dal nome altisonante.

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Obbligazioni High Yield: l'attrazione dei rendimenti elevati e i rischi nascosti

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 25.08.2025

In un contesto di mercato in continua evoluzione, è del tutto comprensibile essere attratti da strumenti finanziari che promettono rendimenti più elevati rispetto alle opzioni tradizionali. La ricerca di un "reddito" consistente può orientare l'attenzione verso le cosiddette "obbligazioni high yield", spesso percepite come un'opportunità per massimizzare i guadagni. Tuttavia, è fondamentale approcciare questi investimenti con piena consapevolezza, distinguendo tra il fascino del potenziale rendimento e la realtà dei rischi intrinseci.  Cosa Sono le Obbligazioni High Yield? Le obbligazioni high yield sono un tipo di obbligazione caratterizzato da rating creditizi inferiori e, di conseguenza, da rendimenti (cedole) più elevati rispetto alle obbligazioni considerate più sicure. Le agenzie di rating come Standard & Poor's le classificano generalmente con un rating pari o inferiore a "BB", indicando che, sebbene possano essere meno vulnerabili nel breve termine, affrontano incertezze significative in condizioni economiche o di business avverse. Queste obbligazioni si posizionano sul mercato per la loro promessa di alti proventi, una caratteristica che le rende seducenti per gli investitori orientati al reddito, specialmente in ambienti a bassi tassi di interesse. Ma è proprio la loro natura ad alto rendimento a segnalare una maggiore componente di rischio. Il Rischio di Credito Elevato e la Volatilità: Perché non Sono "Stabili" Il motivo principale per cui le obbligazioni high yield offrono rendimenti più alti è il maggiore rischio di credito associato all'emittente. Queste aziende sono percepite come più vulnerabili a difficoltà finanziarie, il che aumenta la probabilità di default sui pagamenti di interessi o sul rimborso del capitale. È cruciale sottolineare che, nonostante siano formalmente "obbligazioni", le high yield non servono allo scopo di stabilità che solitamente si cerca nel comparto obbligazionario del portafoglio. Anzi, studi hanno dimostrato che i loro rendimenti attesi possono essere ampiamente spiegati dai rendimenti azionari, implicando che contengono gran parte dello stesso rischio delle azioni. Ciò significa che, se includessimo le obbligazioni high yield nel nostro portafoglio in cerca di stabilità, potremmo inconsapevolmente aumentare l'esposizione al rischio azionario. Storicamente, circa il 3,4% degli emittenti di obbligazioni high yield non è stato in grado di ripagare i propri obbligazionisti. E quando si verifica un default, gli investitori hanno tipicamente recuperato poco meno della metà del loro investimento iniziale. Performance e Diversificazione: Un Equilibrio Precario Sebbene, considerate in isolamento, le obbligazioni high yield possano aver mostrato rendimenti medi elevati in passato, la loro inclusione in un portafoglio comporta una volatilità significativamente maggiore. Il punto chiave è che questa maggiore volatilità non si traduce necessariamente in un valore aggiunto su base corretta per il rischio. Larry Swedroe, autore ed esperto di investimenti, ha evidenziato che, sebbene i portafogli con obbligazioni high yield possano aver sovraperformato di un piccolo margine (0,2-0,5% annuo) nel lungo termine, lo hanno fatto con una volatilità significativamente più elevata, non aggiungendo quindi valore su base risk-adjusted. Inefficienza Fiscale: Un Costo Nascosto Un altro aspetto spesso trascurato è l'inefficienza fiscale delle obbligazioni high yield. Le cedole elevate che distribuiscono sono interamente tassabili come reddito. Poiché queste obbligazioni si comportano in modo simile alle azioni per quanto riguarda il rischio, rappresentano un modo fiscalmente inefficiente per ottenere un'esposizione di tipo azionario, dato che i guadagni in conto capitale (tipici delle azioni) possono essere differiti. Conclusione: La Via del Rendimento Totale Le obbligazioni high yield possono sembrare una scorciatoia per ottenere rendimenti elevati e un flusso di reddito costante, ma i rischi di credito e di volatilità le rendono molto più simili alle azioni che alle obbligazioni tradizionali. Per la maggior parte degli investitori, una strategia basata sul rendimento totale ("total return approach"), che si concentra sulla crescita complessiva del portafoglio (apprezzamento del capitale più interessi/dividendi) attraverso un portafoglio globalmente diversificato di fondi indicizzati a basso costo, offre la migliore probabilità di raggiungere gli obiettivi finanziari a lungo termine. Questo approccio, combinato con una profonda comprensione dei veri motori dei rendimenti e dei rischi, è la chiave per decisioni finanziarie più intelligenti e un futuro più sicuro.

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Beyond the Status Quo: come ripensare gli Investimenti per la Pensione

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Scritto il 18.08.2025

Il paper "Beyond the Status Quo: A Critical Assessment of Lifecycle Investment Advice" non è solo l'ennesimo studio accademico, ma una vera e propria sfida alla saggezza convenzionale nel mondo della pianificazione finanziaria per la pensione. Gli autori sono tre professori di finanza americani: Aizhan Anarkulova, Scott Cederburg e Michael S. O’Doherty. Il paper (versione finale datata dicembre 2024) si basa su un vastissimo set di dati storici e modelli sofisticati, in particolare un "lifecycle model" che simula il percorso finanziario di una coppia americana. Questo modello tiene conto di variabili come i redditi da lavoro, la Social Security (la previdenza sociale statunitense) e il rischio di longevità. Per testare le loro teorie, hanno utilizzato un set di dati di rendimenti su asset in 38 paesi sviluppati, con quasi 2.500 anni di dati mensili, coprendo un periodo che va dal 1890 al 2019. Questo approccio rigoroso e su larga scala ha permesso loro di dimostrare che il consiglio di investimento non può più essere una soluzione unica per tutti. Il loro studio ha avuto un impatto significativo nel mondo della consulenza, spingendo molti professionisti a riconsiderare i fondamenti della pianificazione finanziaria per la pensione. Metti in discussione le vecchie Regole: l'Approccio Moderno alla Pensione Molti hanno sentito dire che, man mano che ci si avvicina alla pensione, si dovrebbe ridurre il rischio dei propri investimenti. Questo è il mantra che ha guidato per decenni la pianificazione finanziaria. L'idea è semplice: spostare i risparmi dalle azioni, più volatili, alle obbligazioni, più sicure, per proteggere il capitale. Questo approccio, noto come strategia del "ciclo di vita", ha senso in teoria, ma l'influente studio accademico sta mettendo in discussione questa regola ferrea. La ricerca "Beyond the Status Quo" suggerisce che potremmo aver bisogno di un approccio più intelligente e personalizzato. Gestione Rischi Finanziari: superare l'Inflazione e la Longevità Il mondo di oggi è molto diverso da quello in cui sono nate queste regole. Due fattori chiave stanno cambiando le carte in tavola: Si vive più a lungo: l'aspettativa di vita è aumentata in modo significativo. Questo significa che la pensione potrebbe durare 20, 30 o addirittura più anni. Se si ritirano i risparmi dal mercato azionario troppo presto, si rischia di non avere la crescita necessaria per far fronte all'inflazione e sostenere il proprio stile di vita nel lungo termine. I mercati sono più complessi: fidarsi ciecamente di un'unica regola basata sull'età non tiene conto delle esigenze specifiche. Consulenza Finanziaria: la Chiave per una Pianificazione su Misura Gli autori dello studio propongono di andare "oltre lo status quo" e considerare altri fattori, molto più rilevanti della sola età: Il patrimonio attuale: chi ha già un patrimonio solido, potrebbe permettersi un'esposizione al rischio diversa rispetto a chi sta ancora costruendo i propri risparmi. Il reddito non da investimento: si dispone di una pensione sicura o altri redditi che non dipendono dagli investimenti? Questo "salvagente" può dare la tranquillità di mantenere una maggiore esposizione azionaria. La tolleranza al rischio: il miglior piano finanziario è quello che fa dormire sonni tranquilli. Se l'idea di un portafoglio più aggressivo preoccupa, è essenziale trovare un equilibrio che rispecchi la propria comfort zone. Investimenti per la Pensione: l'Approccio Personalizzato che Funziona Questo studio non suggerisce di mettere tutti i risparmi in azioni, ma invita a riflettere. L'investimento per la pensione non può essere una strategia taglia-unica. Se si desidera massimizzare il potenziale dei propri risparmi e avere la tranquillità necessaria, la soluzione è lavorare con un professionista che crei una strategia su misura, tenendo conto di tutti gli aspetti della vita. Per un'analisi approfondita della vostra situazione e per scoprire come una strategia personalizzata può contribuire a un futuro sereno e prospero, vi invito a contattarmi.

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Come investire durante la pensione: esigenze, rischi e strategia

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 12.08.2025

La pensione segna un cambiamento profondo: si smette di produrre reddito dal lavoro e la gestione dei risparmi diventa centrale per garantire stabilità e serenità. Molti investitori si chiedono come far fruttare il proprio patrimonio in questa fase, soprattutto quando i mercati toccano nuovi massimi storici o l’economia attraversa momenti di incertezza. Le esigenze e i rischi della pensione I principali rischi che gli investitori in pensione si trovano a gestire hanno dei nomi specifici: Rischio di longevità: ovvero il rischio di sopravvivere ai propri fondi. Rischio di sequenziamento: ovvero il rischio che rendimenti di mercato scarsi all'inizio della pensione o durante i periodi di prelievo portino a una diminuzione dei risparmi. Inflazione Viviamo più a lungo che in passato e, di conseguenza, dobbiamo pianificare esigenze di reddito mutevoli man mano che il mondo si evolve. Ciò significa che il portafoglio odierno non può essere puramente difensivo, ma deve includere una crescita del capitale continua. Una strategia ben costruita può ridurre questi rischi, ad esempio mantenendo una quota di liquidità o strumenti a basso rischio per coprire le uscite di 3-4 anni, lasciando il resto investito per la crescita a lungo termine. Diversificare per proteggere il patrimonio e generare reddito La diversificazione resta la strategia più efficace per ridurre il rischio e rendere più stabili i rendimenti nel tempo. In pensione non si tratta solo di “massimizzare il rendimento”, ma di bilanciare due obiettivi: proteggere il capitale e generare un reddito regolare. Questo approccio, spesso chiamato “investimento a rendimento totale” (total return), unisce crescita e reddito, evitando di dipendere esclusivamente da cedole e dividendi che possono variare nel tempo. I massimi storici non sono un segnale di allarme Quando gli indici di Borsa segnano record, la tentazione di fermare gli investimenti – o addirittura vendere – è forte. La paura è quella di “comprare al top”. Eppure, la storia dice il contrario: i mercati sono a massimi storici circa il 31% del tempo e, in media, nei 12 mesi successivi i rendimenti reali hanno superato il 10%. Il Dollar-Cost Averaging (DCA) – investire importi fissi a intervalli regolari – funziona proprio perché riduce il rischio di entrare nel momento sbagliato. Anche chi avesse investito al picco del 2007, mantenendo la rotta e investendo ogni mese, oggi avrebbe visto crescere notevolmente il proprio capitale. Come ricordava Warren Buffett: «Se non sei disposto a possedere un’azione per 10 anni, non pensare nemmeno di possederla per 10 minuti». Disciplina e strategia per la pensione Investire durante la pensione non deve essere fonte di ansia, ma un’opportunità per consolidare la sicurezza finanziaria e creare un ponte verso il futuro. Il concetto di “lungo periodo” nell’investimento non termina mai: il patrimonio, se ben gestito, può garantire serenità oggi e trasformarsi in un’eredità di valore per le generazioni future.

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Dividendi: sono davvero il modo migliore per investire?

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 06.08.2025

Molti investitori vedono i dividendi come una garanzia: un segno che una società è solida e che il proprio investimento è sicuro. In effetti, ricevere cedole periodiche dà un senso di stabilità. Ma siamo sicuri che puntare sui dividendi sia sempre la scelta più efficace? Una questione di percezione, non di sostanza Il famoso studio di Merton Miller e Franco Modigliani del 1961, intitolato “Dividend Policy, Growth, and the Valuation of Shares”, ha spiegato un concetto semplice: non dovrebbe fare differenza per un investitore ricevere 1.000 euro in dividendi o ottenere la stessa cifra vendendo una piccola parte del proprio investimento. In entrambi i casi, si ha lo stesso effetto sul patrimonio. Perché? Perché il prezzo dell’azione si riduce esattamente dell’importo del dividendo distribuito. In pratica, i dividendi non “regalano valore” extra, ma spostano denaro da una tasca all’altra. Investire in azioni con dividendi conviene davvero? Cosa dicono i dati Numerose analisi dimostrano che, a parità di caratteristiche (valore, dimensioni dell’azienda, redditività), i titoli che distribuiscono dividendi non rendono di più rispetto a quelli che non li distribuiscono. Eppure, molti investitori continuano a scegliere le azioni dividend-paying. Perché? Ecco alcuni argomenti comuni… e perché non reggono alla prova dei fatti. “I titoli con dividendi vanno meglio del mercato” Non proprio. È vero che molte azioni con dividendi in crescita hanno ottenuto buoni risultati, ma non grazie ai dividendi. Hanno semplicemente altre caratteristiche positive: sono spesso aziende solide, di valore, con una buona redditività. Puntare su singoli titoli dividend-paying ignorando altri fattori rischia di essere fuorviante. “Chi paga dividendi è gestito meglio” Anche questo è un mito. Le aziende con politiche di dividendo generose non sono necessariamente gestite meglio o più sicure nel lungo periodo. Se così fosse, il mercato intero le sopravvaluterebbe… ma non è così. “I dividendi sono fiscalmente più vantaggiosi” In Italia i dividendi sono tassati nel momento dello "stacco" mentre le plusvalenze lo sono solo nel momento in cui si vende. In pratica, vendendo una parte delle proprie azioni si può decidere quando generare reddito tassabile. Con i dividendi, invece, si paga subito, anche se quei soldi non servono. Inoltre, i capital gain permettono maggiore controllo e pianificazione. È quindi una questione di flessibilità, non solo di aliquote. “Buffett ama i dividendi” Warren Buffett investe spesso in aziende che pagano dividendi, ma non per i dividendi. La sua filosofia è basata sul “value investing”: comprare aziende sottovalutate con buone prospettive. I dividendi sono solo una conseguenza, non il suo obiettivo. La vera alternativa: la diversificazione globale Per chi cerca stabilità e rendimenti coerenti, una strategia più efficace è quella di investire in un indice globale ampio, come l’MSCI World. A parità di orizzonte temporale e con minori costi, l’indice MSCI World ha sovraperformato regolarmente la sua versione "High Dividend" (focalizzata sulle società che pagano i dividendi più alti). Questo dimostra che puntare sulle aziende che distribuiscono più dividendi non garantisce rendimenti migliori. Al contrario, una diversificazione ampia su aziende di tutto il mondo, indipendentemente dalla politica di dividendo, può offrire performance più solide e affidabili. Attenzione al “bias dei dividendi” Concentrarsi solo su titoli che pagano dividendi può sembrare rassicurante, ma limita le opportunità: metà del mercato globale non distribuisce dividendi. Limitare la propria diversificazione significa accettare più volatilità e minore affidabilità nei risultati a lungo termine. Scegliere titoli che pagano dividendi non è di per sé una strategia “migliore” o più sicura. Se non si è disposti ad analizzare ogni titolo a fondo, si finisce per fare stock picking, con tutti i rischi che comporta. In sintesi I dividendi sono una componente del rendimento complessivo, non un indicatore di qualità. Il vero valore sta nella diversificazione, nella riduzione dei costi e nella pianificazione fiscale. Puntare tutto sui dividendi è una scorciatoia… che può costare cara.

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Hai paura di investire quando il mercato è ai massimi storici? Ecco perché non dovresti

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  • Finanza Comportamentale
Scritto il 31.07.2025

Molti italiani oggi si trovano con grandi somme ferme sui conti correnti. I motivi? Paura di fare la scelta sbagliata, aspettative di un crollo imminente, la sensazione che “il mercato sia già salito troppo”. È una preoccupazione comprensibile. Eppure, secondo i dati degli ultimi 100 anni, non c’è nulla di più costoso, nel lungo periodo, che rimanere fermi ad aspettare. “Ma il mercato è ai massimi! Non conviene aspettare?” Una recente analisi condotta su quasi un secolo di dati della Borsa americana (dal 1926 al 2024) ha dimostrato che: il mercato è stato ai massimi storici nel 31% del tempo. i rendimenti medi nei 12 mesi successivi a un massimo storico sono stati migliori rispetto ad altri periodi: +10,4% contro +8,8% (al netto dell’inflazione). vendere o restare fuori dal mercato ogni volta che si tocca un massimo avrebbe portato a un rendimento finale inferiore del 90% rispetto a chi è rimasto investito. Un esempio concreto: cosa succede se aspetti? Immagina di aver investito 100 euro nel 1926. Se li avessi lasciati investiti nel mercato azionario, oggi avresti oltre 103.000 euro (in termini reali, cioè al netto dell’inflazione). Se invece avessi venduto ogni volta che il mercato era ai massimi, aspettando di “rientrare più tardi”, ne avresti oggi poco meno di 10.000. Aspettare il “momento giusto” ha un costo, spesso invisibile ma reale. Cosa significa per te, oggi? Se hai liquidità ferma sul conto e stai aspettando il “crollo” per entrare, potresti perdere molto più rimanendo in attesa. Il vero rischio non è entrare quando il mercato è alto, ma non avere un piano. I massimi storici non sono un segnale di pericolo, ma una parte normale del percorso di crescita dei mercati. Il vero rischio non è entrare quando il mercato è alto, ma restare fermi troppo a lungo, senza una strategia. I dati ci dicono che chi ha agito con metodo ha ottenuto risultati migliori di chi ha aspettato "il momento perfetto". Ma tu, oggi, stai gestendo la tua liquidità con un piano o con la paura?

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