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Polizze Unit Linked: cosa sono e perché sono importanti?
Scritto il 21.10.2024Le polizze Unit Linked sono contratti di assicurazione sulla vita con cui, attraverso il versamento di un premio, si possono acquistare parti (Unit) di specifiche attività. Il premio versato non confluisce in una gestione separata, ma in un fondo interno che è un portafoglio di valori mobiliari, gestito separatamente dalle altre attività della Compagnia, diviso in vari comparti (azionario, obbligazionario, bilanciato, monetario). Il patrimonio è costituito da quote, il cui valore dipende dall’andamento dei titoli che ne fanno parte, configurando un determinato profilo di rischio/rendimento. Quindi, la prestazione finale che spetta al beneficiario sarà legata all’andamento futuro di un sottostante finanziario non determinabile a priori. In alcuni casi, nel corso del contratto, l’investitore può effettuare un’operazione di switch: può cioè cambiare la composizione del portafoglio, modificando il profilo di rischio – rendimento. In questo modo, si può personalizzare l’asset allocation in chiave strategica in funzione delle specifiche situazioni di mercato. Tra i vantaggi delle polizze Unit Linked, c’è anche la possibilità di diversificare il proprio portafoglio di investimenti e la flessibilità. Un’ulteriore peculiarità di questo tipo di polizze è il trattamento tributario che, attualmente, è allineato a quello degli altri redditi da attività finanziarie, con tassazione al 26% dei redditi finanziari. Gli elementi che consentono di preferire questo strumento all’investimento diretto in altri strumenti finanziari sono i seguenti: • il rinvio della tassazione al momento dell’erogazione del capitale o della rendita; • il prelievo applicato sul risultato netto dell’investimento. Infine, le polizze Unit Linked sono escluse dalla formazione dell’attivo ereditario (ma solo se la sottoscrizione non viene compiuta in pregiudizio dei creditori e/o degli eredi legittimi). Nel complesso, considerati i numerosi vantaggi che offrono, le polizze Unit Linked rappresentano uno strumento da considerare nell’ambito della propria pianificazione finanziaria.
Continua a leggereLa collazione e l’impatto sull’eredità
Scritto il 18.10.2024La collazione è un istituto giuridico disciplinato dall’art. 737 e seguenti del Codice civile e rientra nell’ambito della divisione ereditaria. Spesso, può succedere che una persona doni, in vita, alcuni beni a determinati soggetti: quando si verifica tutto ciò, va considerato l’impatto sulla futura eredità. La legge ha previsto delle regole particolari quando si fanno delle donazioni in vita al coniuge, ai figli o ai discendenti dei figli. Sono queste le donazioni rilevanti ai fini della collazione, la cui regola è che qualunque donazione fatta ai soggetti sopra citati va conteggiata in fase di divisione. Questa regola fa sì che la massa di eredità da dividere aumenti in sede successoria in quanto vanno compresi anche quei beni donati in vita e non solo quelli non ancora destinati. Tutto questo è stato previsto per evitare meno squilibri possibili tra le categorie di soggetti interessate dall’istituto della collazione. Il De Cuius ha comunque una possibilità: se vuole effettivamente avvantaggiare un erede (tra quelli interessati dalla collazione), può escluderlo dalla collazione, intervenendo al momento della donazione o tramite un successivo testamento: in questo modo, la donazione non viene più conteggiata nei termini della collazione post mortem, ma rientra in automatico nella quota disponibile del De Cuius. Inoltre, se si dona un immobile, in successione, non si considererà il valore commerciale che l’immobile aveva al momento della donazione ma quello che l’immobile stesso ha al momento di apertura della successione. È quindi importante conoscere bene l’istituto della collazione per non rischiare di provocare liti tra gli eredi.
Continua a leggereLa protezione dai disastri climatici non è più rimandabile
Scritto il 14.10.2024I disastri climatici si ripetono con una frequenza inquietante: diventa ormai riduttivo e fuorviante parlare di “maltempo” e di eventi atmosferici “straordinari”. Non c’è niente di eccezionale e di insolito in qualcosa che si materializza con impressionante regolarità. I numeri lo dicono con chiarezza e ci devono far riflettere sulle azioni che ciascuno può intraprendere per contrastare gli effetti dannosi che scaturiscono da queste situazioni, soprattutto dal punto di vista della tutela del proprio patrimonio. Analizzando la situazione italiana, secondo i dati dell’osservatorio di Legambiente, l’incremento di disastri atmosferici in Italia è sensibile negli ultimi dieci anni. In particolare, secondo un rapporto della European Environmental Agency (EEA, l’Agenzia europea dell’ambiente) i disastri climatici più dannosi restano gli eventi idrologici, che pesano per il 44% del totale. A quantificare i risvolti economici derivanti dagli eventi climatici estremi viene in soccorso sempre la EEA, la quale stima in 446 miliardi di euro i danni provocati nel periodo 1980-2020 in tutta Europa: significa una perdita annua media di oltre 11 miliardi. L’Italia è al secondo posto (dietro la Germania) della classifica dei Paesi con impatto economico maggiore per via dei disastri climatici: nello stesso orizzonte temporale, il nostro Paese ha sostenuto un costo derivante dagli eventi climatici quantificato in 72,5 miliardi di euro. E aldilà dei numeri, c’è un aspetto in particolare su cui occorre riflettere: le famiglie italiane non hanno la minima consapevolezza dei rischi crescenti che questi eventi generano per persone e cose, soprattutto a livello economico, o non agiscono. Appurato l’aumento della frequenza e dell’intensità dei disastri climatici, non sembra esserci una presa di coscienza tale che porti persone e cose ad essere maggiormente protette, coperte, assicurate. Nonostante la casa sia il principale asset presente nel patrimonio delle famiglie italiane, quello per cui si investe una parte importante del proprio patrimonio, gli immobili che in Italia sono coperti anche soltanto da un’assicurazione “basica” sono molto pochi. Secondo ANIA (Rapporto “L’assicurazione in Italia, 2020-2021”), le abitazioni assicurate contro l’incendio sono 15,7 milioni, pari al 50,2% del totale. Una su due. Ciò che più colpisce è, soprattutto, la forte eterogeneità nella distribuzione territoriale della copertura: al Nord la quota di abitazioni assicurate è mediamente del 70%, nel Centro Italia scende intorno al 50%, mentre nel Mezzogiorno – con l’eccezione di alcune province – la percentuale non supera il 25%, ma in molte zone si scende anche sotto al 15%. Se poi consideriamo l’estensione della copertura alle conseguenze derivanti dalle catastrofi naturali, i dati sono ancora più bassi. In un Paese dove, sempre secondo ANIA, 3 abitazioni su 4 sono esposte ad un significativo rischio idrogeologico, solo il 5% gode di una protezione nei confronti di eventi climatici estremi. Dai tragici eventi distruttivi ai quali sempre più spesso assistiamo impotenti non c’è niente da salvare. C’è però una convinzione dalla quale ripartire: la protezione non è più una questione rimandabile.
Continua a leggereIl capitale umano? Se lo conosci, lo proteggi.
Scritto il 11.10.2024Il capitale umano è definibile come l’insieme delle capacità, delle competenze, delle abilità pos-sedute da un individuo e affinate nel tempo. In senso più ristretto, è la somma (opportunamente attualizzata) dei redditi che potranno essere generati in futuro. Spesso, è una fonte di ricchezza trascurata e persino ignorata dalle persone. Di conseguenza, quando qualcosa non è visto e conosciuto, non può nemmeno essere protetto. Le persone tendono a focalizzarsi sul desiderio di far crescere il proprio capitale finanziario, senza preoccuparsi di garantire il proprio capitale umano dal quale non possono prescindere i progetti di vita. Quindi, essendo il capitale umano il valore attuale dei redditi futuri di una persona, bisogna considerare le quattro variabili che influenzano la creazione del reddito: • età: è il driver più determinante nella valorizzazione del capitale umano (più una persona è giovane e più sono gli anni che la separano dalla pensione, maggiore sarà il reddito che si attende di generare) • professione: lavori diversi permettono di guadagnare in modo diverso • istruzione: un titolo di studio più prestigioso non garantisce sempre migliore allocazione professionale né maggior reddito, ma di norma c’è una correlazione tra questi elementi • sesso: purtroppo, in Italia, ma non solo, esiste ancora un problema di gender gap che, a pa-rità delle altre variabili citate, implica spesso un differente trattamento economico tra uomini e donne, con conseguente riduzione del capitale umano per quest’ultime. È appurato che i progetti di ogni individuo dipendono esattamente da quanto si riesce a guadagnare nel tempo: pertanto, è necessario fare in modo che questo reddito ci sia sempre. Questo perché il capitale umano è una forma di ricchezza invisibile che tuttavia non si può fingere di non vedere. Va quindi messo in sicurezza attivando delle coperture opportune: polizze vita, polizze infortuni – malattie. Insomma, delle soluzioni che intervengano in caso di situazioni che possono pregiudicare e minare la capacità di generare reddito da parte di una persona. Tuttavia, anche quando si è messo in sicurezza il proprio capitale umano, il processo di protezione non può essere considerato concluso: la situazione famigliare, professionale, economica sono in continua trasformazione. Perciò, non esiste una risposta che ottimizza la protezione una volta per tutte, ma esiste una soluzione efficace oggi che va periodicamente rivista e riconsiderata. E tu, proteggi il tuo capitale umano?
Continua a leggereIl sistema previdenziale pubblico
Scritto il 07.10.2024Al 31/12/2021, nel nostro Paese c’erano 22,8 milioni di lavoratori iscritti all’INPS che versavano contributi per 16 milioni di pensionati. L’importo mensile lordo su cui in media può contare il pensionato italiano è di poco più di mille euro e in totale l’INPS eroga quasi 21 milioni di prestazioni; c’è dunque una parte dei beneficiari che al contempo gode di due o più prestazioni, in generale riconducibili a due grandi tipologie: previdenza e assistenza. La distinzione tra le due categorie di spesa è così suddivisa: la previdenza ingloba le pensioni pagate a fronte di contributi versati dal lavoratore (pensione di vecchiaia), mentre il concetto di assistenza è riconducibile al sostegno offerto dallo Stato a chi ne ha bisogno (pensione di invalidità). A questo punto, di fronte a questi numeri, ci si potrebbe domandare: quanto spende lo Stato per tutte queste prestazioni? E soprattutto, c’è equilibrio tra quanto esce e quanto entra? Da una prima analisi sommaria del rendiconto finanziario per l’anno 2021 emerge che il totale delle entrate ammonta a 486 miliardi di euro, a fronte di uscite per 484 miliardi di euro, per un saldo finanziario di competenza positivo e pari a circa 2 miliardi. Eppure, andando più in profondità le entrate contributive nell’anno 2021 ammontano a 236,9 miliardi contro uscite dovute a prestazioni previdenziali di 274 miliardi, per un saldo pensionistico negativo di circa 37 miliardi di euro. A generare i 484 miliardi di esborsi complessivi troviamo le prestazioni assistenziali, i costi di funzionamento e varie partite di giro. Per questo, è necessario un intervento diretto dello Stato che ha versato nelle casse dell’INPS 145 miliardi di euro per il solo 2021. Negli ultimi cinque anni stiamo parlando di circa 620 miliardi di euro travasati all’INPS, rappresentando il 60% nella voce di entrate di quest’ultima. Quello che traspare da questi dati è quello di una situazione di equilibrio precario tenuto in essere dall’intervento dello Stato, senza il quale la macchina INPS si fermerebbe. La domanda che sorge spontanea è per quanto tempo lo stato sarà in grado di tamponare le gravi mancanze finanziarie del sistema previdenziale pubblico, in netto peggioramento nei prossimi decenni. Per queste ragioni, ritengo assolutamente fondamentale investire parte delle proprie risorse all’interno della previdenza complementare.
Continua a leggereUn deepdive nella previdenza complementare
Scritto il 04.10.2024Argomento sempre più discusso nell’ultimo periodo è la bassa copertura a tendere del sistema previdenziale pubblico con conseguente preoccupazione dei giovani lavoratori sul loro futuro. Una grande opportunità per auto-tutelarsi è quella di stipulare un piano pensionistico complementare. Questi piani sono in aumento negli ultimi anni tra la popolazione più giovane anche se non in modo sufficiente rispetto alla reale necessità. Per incentivare ancor di più la popolazione ad autotutelarsi, lo stato italiano ha deciso di aggiungere delle agevolazioni fiscali per i sottoscrittori di questi piani. Facciamo quindi una breve panoramica su come si suddividono le forme di previdenza complementare. Una prima suddivisione viene fatta in base al metodo di adesione che può essere su base collettiva o individuale. Nell’ambito dell’adesione collettiva, troviamo i fondi pensione di categoria e i fondi pensione aperti sottoscritti su base collettiva. Per quanto riguarda la base individuale, si parla di PIP e anche in questo caso troviamo i fondi pensione aperti ma sottoscritti individualmente. Questi piani possono essere alimentati principalmente in tre modi: versamento del TFR, versamenti volontari e versamenti dal datore di lavoro. In tutti e tre i casi sono presenti dei benefici per l’iscritto e per il datore di lavoro. Il TFR versato dai dipendenti in un fondo pensione integrativo ha una tassazione più agevolata rispetto al normale accantonamento in azienda. Per quanto concerne i versamenti aggiuntivi volontari, potranno essere dedotti fiscalmente seguendo gli scaglioni IRPEF dell’aderente al piano. Infine, l’azienda stessa avrà dei benefici come la deducibilità fiscale dal reddito d’impresa ed un minore contributo di solidarietà all’INPS. Per il prossimo futuro, è quindi importante che sempre più persone, principalmente le nuove generazioni, siano consapevoli della grande importanza e dei numerosi vantaggi dello strumento fondo pensione.
Continua a leggereTFR: tutto quello che c’è da sapere
Scritto il 30.09.2024Il TFR (trattamento di fine rapporto) è una forma di compenso differito (liquidazione) che spetta ad ogni dipendente nel momento in cui termina il rapporto con un datore di lavoro. L’accantonamento viene effettuato direttamente dall’azienda ed è pari al 7,41 % del reddito annuo lordo. Questa percentuale è così articolata: – 6,91%: accantonamento del TFR – 0,50%: percentuale che va al fondo garanzia INPS; si tratta di un contributo con finalità mutualistiche (questo fondo dell’INPS interviene per pagare il TFR al lavoratore in sostituzione dell’azienda in caso di insolvenza di quest’ultima). Il TFR può essere destinato all’azienda per cui si lavora o ad una forma di previdenza complementare e, in base alle proprie scelte, viene applicata una specifica regolamentazione. Ogni dipendente ha tempo sei mesi dall’assunzione per decidere la destinazione del proprio TFR maturando. Se nei sei mesi il lavoratore non esplicita la destinazione del TFR, scatta il cosiddetto silenzio – assenso in base al quale il TFR viene automaticamente destinato ad una forma di previdenza complementare. In ogni caso, con il silenzio – assenso, il TFR viene versato nella linea di investimento più prudente. Il TFR mantenuto in azienda è disciplinato dall’art. 2120 del Codice civile; invece, la disciplina di riferimento del TFR destinato alla previdenza complementare è il d. lgs. 252/05. Se si decide di lasciare il TFR in azienda, l’importo, per legge, è soggetto ad una rivalutazione, operata dal datore di lavoro al 31 dicembre di ogni anno su base composta e così suddivisa: – una quota fissa pari all’1,5% – una quota variabile pari al 75% della rivalutazione dei prezzi accertata dall’INPS rispetto all’anno precedente. Al dipendente spetta comunque un rendimento minimo garantito anche nel caso in cui non ci fosse inflazione. Se questo aspetto, con tassi di inflazione elevati, è sicuramente positivo per il lavoratore, per il datore di lavoro, che si trova ad applicare tassi elevati, è un peso. Tuttavia, il dipendente non deve lasciarsi “ingannare” da un solo anno, ma dovrebbe osservare la remunerazione su un orizzonte temporale medio – lungo. Nel caso del TFR in azienda, il lavoratore ha diritto a richiedere l’anticipazione del trattamento di fine rapporto una sola volta per ogni rapporto di lavoro, ma a patto che siano trascorsi 8 anni di lavoro. Inoltre, può essere richiesto al massimo il 70% della posizione per i seguenti motivi: – spese mediche straordinarie – acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli – congedi parentali o formativi Un elemento di assoluta attenzione, disciplinato dall’art. 2120 del Codice civile, è che l’azienda è tenuta ad evadere la richiesta nel limite del 10% degli aventi diritto e comunque nel limite del 4% del numero dei dipendenti. Questo significa che in un’azienda con meno di 25 dipendenti, il lavoratore non è sicuro di poter richiedere l’anticipazione del TFR. Altro aspetto molto importante è la tassazione prevista per il TFR lasciato in azienda. Si tratta di una tassazione molto pesante: – sui rendimenti è pari al 17% – sull’accantonamento vero e proprio viene invece applicato il regime di tassazione separata: in questo caso, c’è un’aliquota media calcolata tenendo conto del numero di anni di lavoro e delle aliquote IRPEF relative agli anni di servizio. Tuttavia, l’agenzia delle entrate interviene ricalcolando l’imposta prendendo in considerazione l’aliquota media delle dichiarazioni fiscali del lavoratore negli ultimi 5 anni: in sostanza, è questa la vera tassazione sul TFR. Solo i lavoratori che fanno parte di un’azienda con meno di 50 lavoratori possono decidere di lasciare il TFR in azienda; infatti, le aziende con più di 50 dipendenti non hanno la disponibilità fisica del TFR dei propri dipendenti: le somme sono gestire dal fondo di tesoreria dell’INPS. Analizziamo ora il caso del TFR destinato ad un fondo pensione (scelta irreversibile). Il lavoratore deve decidere tra tre tipologie di destinazione: – fondi pensione di categoria: sottoscrivibili con adesione collettiva – fondi pensioni aperti: sottoscrivibili sempre con adesione individuale e, nel caso sia presente un accordo che lo preveda, anche con adesione collettiva – piani individuali pensionistici: sottoscrivili solo mediante adesione individuale I fondi pensione a cui è possibile aderire con adesione collettiva hanno come caratteristica la possibilità che sia riconosciuto un ulteriore contributo da parte dell’azienda, oltre alla quota di TFR. Per quanto riguarda il rendimento del TFR versato nel fondo pensione, non c’è una remunerazione fissata dalla legge: infatti, la performance dipende dal profilo di rischio scelto e dall’andamento dei mercati finanziari. Il TFR nella previdenza complementare ha la seguente fiscalità: – sui rendimenti maturati: tassazione al 20% – sul capitale versato: a scadenza, TFR tassato con un’aliquota variabile (massimo 15%, con una riduzione dello 0,3% per ogni anno successivo al quindicesimo, fino ad un minimo di 9% dopo 35 anni di adesione). La questione anticipazioni del TFR destinato ad una forma di previdenza complementare è la seguente: – è possibile richiedere il 75% massimo, in qualsiasi momento, per motivi di salute (tassazione del 15% o meno, come indicato per il TFR a scadenza); – si può chiedere il 75% massimo, ma dopo almeno 8 anni dalla prima adesione, per acquisto o ristrutturazione della prima casa per sé o per i figli (tassazione al 23%); – anticipazione per altri motivi, richiedibile dopo almeno 8 anni dalla prima adesione e fino al 30% della posizione (tassazione al 23%). Nel complesso, quindi, la destinazione del proprio TFR è una tematica davvero importante e la scelta di destinarlo ad una forma di previdenza integrativa è vantaggiosa sia per il lavoratore che per il datore di lavoro.
Continua a leggerePrevidenza complementare: i vantaggi
Scritto il 27.09.2024I fondi pensione offrono, agli aderenti, diversi vantaggi, sia di natura fiscale che di natura giuridica. Inoltre, sono strumenti caratterizzati da elevata flessibilità. Quali sono i benefici fiscali derivanti dall’adesione ad una forma di previdenza complementare? Contributi (escluso il TFR) deducibili dal reddito imponibile fino a 5.164,57 € all’anno; Tassazione sugli interessi maturati pari al 20% (aliquota più bassa rispetto ad altri strumenti finanziari); Tassazione in fase di erogazione della prestazione tra il 15% e il 9% (in base agli anni di partecipazione al fondo, dal 15° anno al 35°, si riduce dello 0,3%); Possibilità di deduzione dei versamenti a favore di un familiare fiscalmente a carico. I fondi pensione offrono assoluta libertà decisionale nelle modalità di adesione, di contribuzione e permettono il trasferimento da un fondo ad un altro. E in termini di flessibilità? Sono consentite queste situazioni: Possibilità di richiedere delle anticipazioni fino al 75% del capitale maturato, per specifiche e determinate importanti ragioni come le spese mediche e l’acquisto della ristrutturazione della prima casa per sé o per un figlio (nel primo caso, è possibile fare la richiesta in qualsiasi momento, nel secondo devono essere trascorsi almeno 8 anni dall’adesione); Possibilità di richiedere delle anticipazioni fino al 30% del capitale maturato, per esigenze non specificate, ma solo dopo almeno 8 anni dall’adesione Possibilità di scegliere il tipo di prestazione finale: 100% rendita o 50% rendita e 50% capitale (invece, l’erogazione 100% capitale è possibile solo se convertendo in rendita il 70% del capitale maturato, la rendita risulta essere inferiore del 50% dell’assegno sociale annuo. Infine, ci sono delle notevoli tutele dal punto di vista giuridico: Poiché i fondi pensione sono a tutti gli effetti delle polizze vita, si caratterizzano per essere impignorabili e insequestrabili Il patrimonio del fondo pensione rimane separato da quello dell’ente che lo gestisce, il che significa che le forme di previdenza integrativa non possono fallire. Vorresti approfondire l’argomento? Valutiamo insieme la soluzione più idonea sulla base del momento di vita e delle tue esigenze!
Continua a leggerePerché è necessario pianificare il proprio presente, ma soprattutto il proprio futuro
Scritto il 23.09.2024Pianificare è un processo innaturale per la maggior parte degli individui perché impone di rivedere le scelte di consumo, di rinunciare alla spesa immediata a beneficio di una spesa differita. L’attività di pianificazione è ostacolata da molte gabbie mentali ed emotive (i cosiddetti «biases»). Per agevolare l’attivazione del processo, è necessario semplificare e focalizzare l’attenzione (anche visiva) su alcuni aspetti, concetti, bisogni, scenari di cui non si ha sempre la consapevolezza. Gli aspetti da considerare nell’ambito della propria pianificazione di vita sono i seguenti: • è fondamentale definire il tempo a disposizione per ciascun investimento e scegliere, di conseguenza, ciò che ha più probabilità di generare valore; • la volatilità è un elemento ineliminabile del processo di investimento: arriva in momenti inaspettati, ma è sempre e comunque un fenomeno congiunturale e non strutturale; • la liquidità è un bene prezioso per soddisfare le spese programmate a breve termine, ma diventa dannosa se la si utilizza in modo distorto: depositi e conti correnti non sono un investimento; • l’inflazione non è uguale per tutti: la tipologia di reddito, di stile di vita e di abitudini rendono difficile una generalizzazione; con il supporto di un professionista, è importante valutare questi aspetti ed inserire, laddove necessario, strumenti in grado di proteggere il potere d’acquisto reale meglio di quanto possano fare conti correnti e depositi; • la storia ci suggerisce che sui mercati azionari più violenta è la caduta, più vigorosa è la ripartenza negli anni immediatamente successivi; • la resilienza dei mercati (si piegano ma non si spezzano) è una caratteristica statisticamente dimostrabile: l’economia si muove per cicli e la stessa cosa accade in finanza dove alle fasi di discesa (anche marcata) seguono sempre fasi di recupero e di nuova crescita; • la diversificazione degli investimenti è la profilassi contro i rischi più grandi; • l’evidenza rileva quanto siano le fasi di più marcata turbolenza quelle nelle quali si verificano i rimbalzi migliori e più vigorosi; pertanto, uscire dai mercati significa decidere deliberatamente di rinunciare a queste opportunità; • impostare un piano di accumulo è un’ottima decisione: trasforma il risparmio in investimento, genera un automatismo virtuoso, consente di approfittare sistematicamente delle fasi di ribasso dei mercati; questa strategia produce valore tanto maggiore quanto maggiore è la volatilità del mercato ed evita di esporre l’investitore alla scelta del «momento giusto»; il piano di accumulo è quindi un alleato contro l’emotività; • la fragilità del Welfare non si traduce soltanto in una riduzione delle prestazioni pensionistiche attese; anche in caso di perdita di autosufficienza o di invalidità permanente, si ha una caduta del reddito che può arrivare fino all’80%: quindi diventa necessario costruirsi da sé un Welfare integrativo; anticipare la sottoscrizione delle coperture, sfruttando la minore età anagrafica, consente di ottenere maggiore risparmio e maggiore protezione al tempo stesso; il patrimonio costruito con fatica serve a realizzare progetti di vita non per essere intaccato da eventi il cui rischio può essere trasferito attraverso un’apposita copertura assicurativa; • il passaggio generazionale della ricchezza è un tema assolutamente centrale nella pianificazione: se non siamo noi a decidere come e a chi trasferire il patrimonio, lo fa la legge (successione legittima) attraverso modalità che potrebbero non soddisfarci; • in ambito successorio, il peso fiscale applicato in Italia è sensibilmente inferiore a quello applicato in altri Paesi, a condizione che ci sia pianificazione: pertanto, pianificare il passaggio della ricchezza attraverso apposite soluzioni può generare un forte risparmio di imposte, se fatto in maniera consapevole e personalizzata. Vuoi costruire una adeguata pianificazione a seconda delle tue esigenze? Contattami per un appuntamento, anche da remoto.
Continua a leggereFondo pensione? non serve solo per la pensione!
Scritto il 20.09.2024La scarsità delle prestazioni pensionistiche attese, in particolare per le categorie professionali più esposte, rimane il più diffuso motivo per cui è necessario ricorrere a questo strumento in grado di risolvere alla radice il problema. Tuttavia, spesso si finisce per dimenticare che ci sono almeno quattro valide ragioni per le quali conviene sottoscrivere una forma di previdenza complementare. Talvolta, la pensione integrativa ha un appeal assai modesto nei confronti di molte persone che non ritengono né indispensabile né tanto meno urgente attivarsi in questa direzione. Nel caso questa necessità non fosse avvertita per sé stessi, potrebbe esserlo per altre persone della famiglia più esposte al rischio previdenziale: figli e nipoti, in primis. Una persona che per sé non ritiene importante costruire una pensione integrativa perché pensa di essere sufficientemente coperta dal pilastro pubblico e da altri risparmi accantonati, potrebbe dimostrare maggiore sensibilità nel fare qualcosa che sarà indubbiamente utile ad una persona cara. Qualcosa che, soprattutto, resta nel tempo. Il fondo pensione va visto anche come strumento di protezione, caratterizzato da impignorabilità e insequestrabilità. I riferimenti normativi che confortano questo principio sono numerosi: lo si evince dall’art. 11 c. 10 del d.lgs. 252/05, nei quali si sancisce il concetto di intangibilità assoluta vigente in fase di accumulo. Questo implica che non sono ammesse azioni esecutive da parte dei creditori nei confronti di questi accantonamenti, principio che viene meno solo in presenza di un procedimento penale. Inoltre, la protezione della posizione previdenziale non si ferma all’intangibilità assoluta della fase di accumulo, ma si estende anche al momento della prestazione (in capitale o in rendita), nei confronti della quale è sancita l’intangibilità relativa. In questo caso i limiti di pignorabilità e sequestrabilità si fermano a 1/5 delle somme che eccedono il cosiddetto “minimo vitale”, ovvero quella somma necessaria per il sostentamento della persona ottenuta moltiplicando per 1,5 l’assegno minimo sociale. Altra situazione in cui il fondo pensione si rivela uno strumento utilissimo è la successione: la pianificazione successoria è un processo affrontato poco e male nel nostro Paese, al quale spesso si associano strumenti giuridici di una certa complessità come fondo patrimoniale, atti di destinazione e trusts. Senza estrometterli dal novero delle soluzioni percorribili, i fondi pensione si rivelano un’alternativa più semplice e snella (alla pari delle polizze assicurative) in questo ambito. Come stabilito dall’art. 8, comma 11 del d.lgs. 252/05, spetta all’aderente “determinare autonomamente il momento di fruizione delle prestazioni pensionistiche”: non è quindi scontato che tale prestazione venga richiesta alla data di pensionamento, in quanto la posizione può rimanere nel fondo pensione e di conseguenza essere utilizzata anche con finalità successoria. In questo senso, nel rispetto della quota di legittima, il fondo pensione diventa uno strumento che consente di scegliere a chi destinare una parte del proprio patrimonio e, al tempo stesso, di ottimizzare sia i tempi del passaggio che l’aspetto fiscale. Un altro ambito nel quale le potenzialità della previdenza complementare sono spesso ignorate riguarda il contesto aziendale. A livello patrimoniale, per gli imprenditori e le proprie aziende, il TFR mantenuto in azienda o versato ai fondi pensione fa molta differenza. Poiché il TFR è, contabilmente, un debito che l’azienda contrae nei confronti di ciascun lavoratore, qualora questo flusso venga di fatto utilizzato internamente come fonte di finanziamento, la conseguenza è quella di incrementare questo debito, appesantire il bilancio dell’azienda e peggiorare il merito creditizio. Viceversa, la destinazione ad un fondo pensione del TFR assicura molteplici vantaggi all’impresa: alleggerisce l’azienda di un onere che diversamente sarebbe a suo carico (la rivalutazione periodica del montante ai termini di legge è pari all’1,5% più il 75% dell’inflazione), garantisce altri vantaggi fiscali e contributivi, ma soprattutto fornisce una garanzia reale che consente all’azienda di presentarsi meglio al sistema bancario e di migliorare il rating. In questo caso, infatti, l’azienda non ha più un debito nei confronti del dipendente, ma piuttosto un credito nei confronti della forma pensionistica complementare: di conseguenza, la posizione dell’azienda al cospetto della banca sarà meglio finanziabile. In conclusione, il fondo pensione non è uno strumento utile soltanto a chi è più esposto a tassi di sostituzione attesi in forte riduzione, ma si rivela importante anche in altre situazioni.
Continua a leggereHai mai sentito parlare del “trust”?
Scritto il 16.09.2024Il trust rappresenta uno dei più noti strumenti giuridici di protezione patrimoniale con il quale il patrimonio viene trasferito ad un altro soggetto che ha il compito di gestirlo a favore di un beneficiario o di un fine. Infatti, come dice il nome stesso, l’elemento della «fiducia» è alla base del contratto. Le sue peculiarità principali sono la duttilità e la flessibilità: non c’è uno schema unico e preordinato nella costituzione di un trust; al contrario, si può operare con un elevato livello di personalizzazione. Il trust non è disciplinato dalla normativa italiana in quanto ha origine anglosassone; tuttavia, in Italia è comunque riconosciuto e trova la sua fonte di riferimento nella convenzione de L’Aja del 1° luglio 1985. I soggetti coinvolti in un trust sono i seguenti: • Disponente o settlor: è il soggetto da cui parte la volontà di spossessarsi di un patrimonio per determinate finalità consentite dalla legge; egli individua un soggetto di fiducia al quale affidare la gestione dei beni, con una precisa missione definita dall’atto costitutivo del trust; • Trustee: è il soggetto incaricato di attuare il programma formulato dal disponente; può essere chiunque e spesso è una persona giuridica con esperienza e competenza nel settore; • Guardiano: è la figura (non obbligatoria) che vigila sull’operato del trustee, o meglio verifica la coerenza tra l’azione del trustee ed i «desiderata» espressi dal disponente; • Beneficiario: è il destinatario finale del contratto; può essere chiunque (sia una persona identificata o identificabile). Il trust nasce quindi dall’atto con cui il disponente individua il compito e ne affida l’attuazione ad un trustee, per il quale configura il perimetro operativo ed i poteri necessari alla sua attuazione. Una volta che sono stati trasferiti i beni in trust, il disponente esce di scena: il testimone passa infatti al trustee il quale si adopera per gestire il patrimonio in modo funzionale agli obiettivi individuati. Inoltre, il trust è un atto inter vivos o mortis causa: continua quindi a registrare un largo utilizzo nel diritto successorio quale alternativa al testamento. Il trust ha come effetto la segregazione del patrimonio: di conseguenza, i beni in trust costituiscono una massa distinta e non sono parte del patrimonio del trustee; i beni in trust sono intestati al trustee o ad altro soggetto per conto del trustee; il trustee ha il potere e l’onere di amministrare, gestire e disporre dei beni in conformità dell’atto istitutivo del trust ed in conformità alla normativa vigente (di tale attività il trustee deve rendere conto). L’art. 11 della Convenzione dell’Aja spiega il principio per il quale i beni in trust rimangono distinti dal patrimonio personale del trustee che deve avere la capacità di agire e di comparire in giudizio, davanti a notai o altre persone che rappresentino un’autorità pubblica. Nella misura in cui la legge lo preveda, il riconoscimento del trust implica che: • i creditori personali del trustee non possano rivalersi sui beni in trust; • i beni in trust siano segregati rispetto al patrimonio del trustee in caso di insolvenza di quest’ultimo o di suo fallimento; • i beni in trust non rientrano nel regime matrimoniale o nella successione del trustee; • la rivendicazione dei beni in trust sia permessa nella misura in cui il trustee, violando le obbligazioni risultanti dal trust, abbia confuso i beni in trust con i propri o ne abbia disposto. Il trust rappresenta quindi una valida alternativa di tutela patrimoniale e di pianificazione successoria, a patto che per la sua creazione si usino attenzione e competenza.
Continua a leggereQuanto conosci l’assicurazione sulla casa?
Scritto il 13.09.2024L’abitazione dovrebbe essere il posto sicuro per eccellenza. Eppure, è anche uno dei luoghi dove si verificano più incidenti. Per la maggior parte degli Italiani, la casa è l’elemento più importante del patrimonio, essendo il bene in cui si investe di più. Detto ciò, ci si aspetterebbe dei dati statistici che attestano l’esistenza di una percentuale molto alta di immobili assicurati ma, nella realtà, delle case che ospitano la totalità della popolazione italiana, solo il 32% ha una copertura assicurativa. Ma cosa si intende per copertura assicurativa sull’abitazione? Nell’immaginario comune l’assicurazione sulla casa va a coprire i danni in caso di incendio; tuttavia, la copertura dell’abitazione comprende una serie di rischi connessi all’immobile, ma anche al proprio patrimonio in generale. È quindi importante sapere quali sono gli altri numerosi rischi che si possono verificare così da capire da cosa ci si può tutelare: basti pensare, tra i più importanti, all’allagamento, agli eventi atmosferici, ma anche alla responsabilità civile della famiglia e della proprietà per danni a terzi derivanti da fatti delle vita privata o dalla conduzione dell’immobile e alla tutela legale dell’immobile e della famiglia per coprire eventuali spese legali connesse a controversie in qualità di proprietario dell’immobile o a controversie nell’ambito della propria vita privata. Sicuramente, non sempre le giornate scorrono senza ostacoli: talvolta, accidentalmente, possiamo arrecare danno agli altri. Ecco perché il proprio patrimonio e la propria abitazione, spesso frutto dei guadagni di una vita intera, dovrebbero essere adeguatamente tutelati. Vorresti approfondire e scegliere l’assicurazione casa su misura per te? Contattami per un appuntamento conoscitivo.
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