Marco Minotti

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Il testamento e tutte le sue sfaccettature

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  • Pianificazione successoria
Scritto il 29.07.2024

Il testamento, che può essere olografo (scritto a pugno, senza la presenza di un notaio), pubblico (redatto da un notaio) o segreto (scritto a pugno e conservato successivamente da un notaio), è uno strumento legale fondamentale per la pianificazione successoria. Il testamento è un atto giuridico con cui una persona, chiamata “testatore”, esprime le sue volontà riguardo la distribuzione dei suoi beni dopo la sua morte. Questo documento può includere istruzioni specifiche sull’eredità, la nomina di un esecutore testamentario e, in caso il testatore avesse figli minori, la designazione di tutori per essi. Il testamento è un atto attraverso il quale una persona sottoscrive le proprie volontà riguardanti il proprio patrimonio dopo la morte. L’ordinamento italiano prevede che per fare il testamento, un soggetto abbia raggiunto la maggiore età, non sia stato interdetto e sia capace di intendere e volere. Per la scrittura del testamento e la sua successiva validità ci sono regole ben precise. La legge permette al testatore di disporre solo di una parte dei propri beni: le persone più strette al proprietario del patrimonio hanno una quota minima su cui possono contare, detta legittima. La quota di legittima va destinata, volente o nolente, a determinate persone anche nel caso di contraria volontà del testatore. Le quote di legittima sono così suddivise: – il coniuge, in assenza di figli ed ascendenti, ha diritto alla metà del patrimonio; – il figlio unico, in assenza di un coniuge, ha diritto alla metà del patrimonio del genitore (tale quota diventa due terzi se i figli sono due o più); – in presenza di un coniuge e di un solo figlio, la quota per il figlio ha valore di un terzo mentre al coniuge spetta l’altro terzo del patrimonio; – qualora con il coniuge concorrano due o più figli, la totale quota di legittima è di tre quarti così suddivisi: un quarto è riservato al coniuge del patrimonio e un mezzo ai figli (il tutto suddiviso in parti uguali); – nel caso in cui il testatore non abbia né figli né coniuge, subentrano i genitori cui spetta un terzo del patrimonio; – in assenza di figli, qualora con il coniuge concorrano i genitori, al primo spetta la metà ed agli ascendenti un quarto del patrimonio. Sfruttando il valore del testamento, il testatore ha la possibilità di destinare uno specifico bene o una quota del proprio patrimonio anche a persone esterne al nucleo familiare, quali ad esempio amici o associazioni. Per concludere, il testamento è uno strumento di fondamentale importanza per la pianificazione successoria del proprio patrimonio: può contribuire ad evitare complicazioni legali e dispute familiari. Pianificare la propria successione è un atto di responsabilità che offre tranquillità a noi e ai nostri cari.

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Infortunio o malattia: cosa fare dal punto finanziario e assicurativo?

Scritto il 26.07.2024

Due delle tematiche di cui è necessario avere consapevolezza, in modo tale da sapere come agire, è che cosa accade, oggi, ad una persona colpita da un grave infortunio o malattia e quale supporto offre lo Stato a chi è vittima di invalidità alta o totale, sfociando dunque nell’inabilità. Innanzitutto, stiamo parlando di una prestazione previdenziale e non assistenziale, in quanto si basa sulla storia contributiva di una persona e non soltanto sul fatto che esista una menomazione fisica tale da impedire al soggetto di lavorare. In termini di requisito contributivo, sono richiesti almeno 5 anni di versamenti alla previdenza obbligatoria, di cui 3 nell’ultimo quinquennio; in mancanza del suddetto requisito, l’interessato può avere accesso ad altre prestazioni di carattere assistenziale. Quando una persona, improvvisamente, subisce un grave infortunio (come la perdita di un braccio) che riduce la sua capacità di lavoro a meno di un terzo e quindi gli viene riconosciuta un’invalidità del 70%, può avanzare la richiesta di AOI (Assegno Ordinario di Invalidità). La legge stabilisce che il calcolo dell’assegno avvenga utilizzando lo stesso metodo adottato per il calcolo della tradizionale pensione pubblica: per chi si è iscritto alla previdenza obbligatoria e ha versato contributi dopo il 1995, e dunque dopo l’entrata in vigore della riforma Dini, la prestazione di invalidità viene determinata completamente attraverso il metodo contributivo. La norma, quindi, prevede che il montante di contributi versati sia convertito nella prestazione di invalidità mediante l’applicazione di un coefficiente di trasformazione, pari a quello corrispondente al 57° anno di età (nel caso, naturalmente, di richiedenti che hanno un’età inferiore) che nel 2023 è pari al 4,27%. In uno scenario ancora peggiore, in cui un evento avverso determina uno stato di invalidità totale, (pari al 100%), a causa del quale il soggetto non è nella condizione di svolgere alcuna attività lavorativa, nemmeno a carattere temporaneo, e in presenza del medesimo requisito contributivo considerato in precedenza (almeno 5 anni di anzianità lavorativa al momento dell’infortunio o della malattia, di cui 3 nell’ultimo quinquennio), è possibile richiedere la pensione di inabilità. Anche in questo caso, si considerano i contributi versati in tutta la vita professionale, viene utilizzato il metodo di calcolo coerente con il periodo di maturazione degli anni di anzianità lavorativa (nella fattispecie, il metodo contributivo) e si applica il coefficiente di trasformazione relativo ai 57 anni di età, per chi è più giovane. Tuttavia, a questo assegno, si possono aggiungere altre entrate: in particolare, in caso di non autosufficienza e incapacità di deambulare senza il supporto permanente di un accompagnatore, è possibile ottenere l’indennità di accompagnamento, una prestazione di tipo assistenziale; infine, può essere applicato il c.d. beneficio di maggiorazione, un importo aggiuntivo calcolato considerando gli anni che intercorrono tra la decorrenza della pensione e il 60° anno di età. È evidente che, a questi casi sfortunati, consegue una notevole caduta delle entrate che difficilmente può garantire un dignitoso tenore di vita alla persona vittima dell’evento. Questo è il livello di protezione che il Welfare pubblico garantisce oggi alle vittime di infortuni e malattie gravi. Per questo, ognuno dovrebbe riflettere su una questione: posso permettermi, da un punto di vista finanziario, di vivere una situazione simile? La risposta, evidentemente, è no. Pertanto, è opportuno valutare delle coperture assicurative che possano andare ad integrare il supporto fornito dallo stato in queste situazioni infelici. Vorresti approfondire questo tema? Contattami per un appuntamento conoscitivo, anche da remoto.

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Proteggi il tuo futuro finanziario

Scritto il 22.07.2024

Tra i cambiamenti demografici in atto, l’invecchiamento della popolazione rappresenta certamente una questione primaria in molti Paesi, tra cui l’Italia. Questo aspetto ha riflesso anche sul tema della non autosufficienza. Benché si possano riscontrare situazioni di questo genere ad ogni età, c’è un evidente nesso di causalità tra l’aumento di popolazione anziana e di persone con mobilità e indipendenza ridotte. È comunque doveroso fare una premessa riguardante la distinzione circa i concetti di cronicità e non autosufficienza: una malattia cronica ha un impatto negativo sui livelli di autonomia nelle attività essenziali e sulla qualità della vita, ma non è tale da minare necessariamente l’autosufficienza della persona, che invece si manifesta in presenza di “gravi difficoltà nelle attività funzionali di base” o “gravi limitazioni motorie, sensoriali e cognitive” tali da compromettere in modo significativo le capacità individuali. Come descritto nel rapporto Bocconi, in Italia, la situazione è oggi la seguente: tra gli ultrasessantacinquenni più di uno su due (per un totale di circa 7 milioni di persone), dichiara di avere almeno 3 patologie croniche; un altro dato significativo è che la presenza di cronicità è più diffusa tra i soggetti appartenenti alle fasce di reddito più basse, con progressiva diminuzione dell’incidenza al crescere della disponibilità economica. Passando al tema della non autosufficienza in senso stretto, è necessario verificare il livello di autonomia in merito alle: – Activities of Daily Living, attività di vita quotidiana: mangiare in autonomia, sdraiarsi e alzarsi dal letto o alzarsi da una sedia in autonomia, vestirsi e spogliarsi da soli, usare servizi igienici e lavarsi da soli; – Instrumental Activities of Daily Living, attività domestiche di vita quotidiana: preparare i pasti, usare il telefono, fare la spesa, prendere medicine, svolgere lavori domestici leggeri, gestire attività amministrative o risorse economiche. Se consideriamo l’accezione allargata del concetto di non autosufficienza, gli over 65 con almeno una grave limitazione sono il 28,5% del totale, pari a quasi 3,9 milioni di persone: un numero in sensibile aumento rispetto al passato (nell’ultima rilevazione datata 2016, il rapporto SDA Bocconi parlava di 2,9 milioni di persone, circa un milione in meno) e destinato ad allargarsi ulteriormente. Da una situazione di non autosufficienza derivano inevitabilmente maggiori consumi non discrezionali, legati ad uno stato di salute che diventa più precario: il problema è che il welfare pubblico denota una capacità di assorbimento assistenziale insufficiente e copre una percentuale residuale del fabbisogno totale. Se da un lato l’aumento della speranza di vita è positivo, dall’altro, per un motivo o per l’altro, vivere a lungo costa sempre di più e, può essere un rischio nei confronti del quale è importante prepararsi bene, con programmazione, lungimiranza e lucidità: in questo senso, è opportuno valutare una copertura assicurativa che possa intervenire con una rendita mensile in caso di non autosufficienza.

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Quanto costa non assicurarsi?

Scritto il 19.07.2024

Ad inizio luglio, sono usciti i nuovi dati relativi al comportamento degli italiani in ambito assicurativo e, purtroppo, c’è una sconfortante evidenza: il nostro Paese è molto indietro quanto a protezione dei beni, della salute e del patrimonio in generale. Il gap di copertura tra Italia e resto d’Europa è fuori discussione: l’Italia investe nella protezione poco più di un terzo rispetto a quanto sono abituati a fare altri cittadini europei. Questa situazione potrebbe derivare dalla diffidenza con cui si guarda agli strumenti assicurativi, ma anche dal timore di non essere adeguatamente indennizzati in caso di sinistro, o ancora dalla poca cultura della protezione. A tutti questi aspetti, c’è però un freno ulteriore: la convinzione che la protezione abbia un costo elevato. Certo, potrebbe essere che una famiglia non sia nella condizione di tutelarsi nei confronti di tutti i più importanti rischi ai quali è esposta, perché l’investimento economico che ne deriverebbe non sarebbe sostenibile. Il punto, comunque, è che la domanda “quanto costa assicurarsi?” è sbagliata; è, invece, più corretto chiedersi “quanto costa NON assicurarsi?” Qual è il costo che sostiene chi decide di non proteggersi?” Mentre il costo da sostenere per attivare una copertura assicurativa è facilmente calcolabile, il prezzo da sostenere in caso di sua assenza è molto più difficile da quantificare, ma possiamo essere certi che si tratta di un costo alto, talvolta altissimo. Il primo pensiero utile per capire quale sia il prezzo di una mancata protezione è molto intuitivo: è sufficiente pensare a tutto quello che si è costruito, al proprio patrimonio. Da un lato va considerato il patrimonio tangibile. Denaro, titoli, partecipazioni, immobili, terreni, preziosi, tutto ciò che può essere quantificato con una certa precisione; dall’altro lato, bisogna considerare anche il patrimonio intangibile, quello che non si vede e che la cui valorizzazione non è determinata da un preciso mercato di riferimento ma dal capitala umano, ovvero dalla ricchezza che con le nostre competenze possiamo generare quotidianamente. Inoltre, va considerato un ulteriore aspetto: il senso di responsabilità verso le persone a noi care dovrebbe farci capire quanto sia importante affidarsi ad una copertura assicurativa per evitare che uno sfortunato evento stravolga pesantemente la vita di chi più amiamo. Coloro che decidono deliberatamente di non rivolgersi ad una copertura assicurativa, pensano di essere assicurati da sé perché hanno destinato una parte della loro ricchezza alla liquidità, mantenendo pertanto sempre disponibile una somma di denaro a scopo precauzionale. Tuttavia, l’autoassicurazione può rivelarsi inefficace ed inadeguata in quanto quella quota di patrimonio tenuta da parte può rivelarsi insufficiente per far fronte all’imprevisto: infatti, gli eventi rari e davvero dannosi hanno conseguenze finanziarie di lungo termine che difficilmente possono essere risolte dal denaro mantenuto liquido. Il problema dello scarso valore attribuito alla pianificazione assicurativa è che, quando le persone sottoscrivono un contratto, vedono solo il costo ad essa associato. Il reale beneficio di chi si protegge non sta solo in quell’indispensabile somma di denaro che viene messa a disposizione a sinistro avvenuto, ma è capire quanto il costo dell’assicurazione sia infinitamente modesto se paragonato al costo della non assicurazione. Ritengo quindi opportuno scegliere di affidarsi ad un consulente che possa guidarci nel comprendere quei rischi dai quali è importante tutelarsi.

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Qual è il prezzo del cambiamento climatico?

Scritto il 15.07.2024

I tragici eventi che stanno colpendo l’Italia riportano in primo piano l’importanza della questione climatica e delle sue conseguenze in termini prima di tutto umani e subito dopo sociali ed economici. Vista l’inquietante frequenza con cui si presentano simili fatti, diventa ormai riduttivo parlare di “maltempo” e di eventi atmosferici “straordinari”. Dal 2010 al 2021 sono stati registrati 1318 eventi estremi: 516 piogge torrenziali, 367 trombe d’aria, 123 esondazioni fluviali e 55 frane derivanti dalle precipitazioni piovose. Se piogge, uragani ed esondazioni suscitano maggior clamore e spavento, non va dimenticato nemmeno il sensibile aumento di fenomeni siccitosi, che anzi sono anche i più letali in quanto responsabili di oltre 650.000 decessi nel mondo negli ultimi 50 anni. Solo in Italia, la carenza idrica è cresciuta esponenzialmente causando la mancanza di cinque miliardi di metri cubi d’acqua rispetto a mezzo secolo fa. Più che delle cause, tuttavia, qui ci interessa occuparci delle conseguenze finanziarie, i cui dati sono impressionanti. L’esposizione dei vari Paesi europei alle intemperie metereologiche è eterogenea così come i danni che ne conseguono. La Germania risulta essere la più penalizzata, con 107 miliardi di euro di perdita negli ultimi 40 anni. Subito dopo viene l’Italia, che nello stesso orizzonte temporale ha sostenuto un costo derivante dagli eventi climatici quantificato in 72,5 miliardi di euro. Proprio perché questa tendenza pare destinata a proseguire, l’incidenza economica del fattore atmosferico potrebbe diventare sempre più significativa. Dal punto di vista economico, le famiglie italiane non hanno la minima consapevolezza dei rischi crescenti che questi eventi generano per il loro patrimonio. Aumentando frequenza e intensità dei disastri climatici, di pari passo aumentano i rischi a cui sono esposte persone e cose. Mediamente una famiglia “investe” nella prima casa i risparmi di cui dispone, e, siccome in molti casi non sono sufficienti, ci affianca un mutuo di lunga durata. Eppure, gli immobili che in Italia sono coperti da una copertura assicurativa sono molto pochi. Le abitazioni assicurate contro l’incendio sono 1 su 2. Se poi consideriamo l’estensione della copertura alle conseguenze derivanti dalle catastrofi naturali la proporzione scende drasticamente. In un Paese dove 3 abitazioni su 4 sono esposte ad un significativo rischio idrogeologico, solo il 5% gode di una protezione nei confronti di eventi climatici estremi. C’è, però, una convinzione dalla quale è doveroso ripartire: la protezione da questi rischi non è più rimandabile.

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Il capitale umano: un asset a volte troppo trascurato

Scritto il 12.07.2024

Tutta questa attenzione nei confronti di quella parte di ricchezza che è già stata creata distrae da un’altra fonte patrimoniale, che di ricchezza, ne deve ancora creare. Il cosiddetto capitale umano. In senso ampio, è definibile come l’insieme delle capacità, delle competenze, delle abilità possedute da un individuo e affinate nel corso del tempo. In senso più ristretto, è la somma dei redditi che dovranno essere ancora generati in futuro. In parole povere, il capitale umano è il nostro apporto di lavoro che si trasforma in denaro. Da qui, si evince l’importanza di esso e di quello che si metterebbe a rischio se, in un’incidente di percorso nel nostro futuro, non dovessimo essere rigorosamente tutelati su questo fronte. Non c’è ad oggi un metodo provato per calcolare il capitale umano di ogni singola persona, ci sono però, delle variabili che ne possono influenzare il suo valore. Ad esempio, l’età è la variabile più immediata che può influenzarne il valore. Il capitale umano, infatti, non è altro che la ricchezza che un individuo può produrre: per una persona giovane sono maggiori gli anni che la separano della pensione, quindi maggiore sarà il reddito che ci si attende di generare. La professione e l’istruzione sono altre due variabili che, a parità di età anagrafica, possono far variare il valore di una persona con un’altra. Per ultimo, ma non per importanza, c’è il gender gap, ovvero la differenza di remunerazione tra persone di diverso sesso, che pur ricoprendo le stesse mansioni lavorative, hanno una differente remunerazione e, di conseguenza, un diverso valore a livello di capitale umano. Ma di quali cifre stiamo parlando concretamente? Da uno studio ISTAT, eseguito nel 2015, è emerso che un individuo medio ha un valore di 342.000 euro. Si passa dai 556.000 euro medi per chi è in fascia di età più giovane fino ai 46.000 euro per chi è più vicino alla data del pensionamento. Oppure, si va dai 636.000 euro che rappresentano il capitale umano medio di un laureato, ai 261.000 euro di chi ha un titolo inferiore al diploma. In generale, però, bisogna tenere conto che il capitale umano di ciascuna persona presenta una estrema volatilità rispetto ai dati medi sopra riportati. Non potrebbe essere altrimenti: questi dati vanno considerati sempre come un benchmark generico di riferimento. La realtà è che ogni individuo è unico da questo punto di vista, con un capitale umano che andrebbe quantificato nello specifico, attraverso parametri strettamente personalizzati. Il punto su cui è opportuno focalizzarsi è che i progetti di ciascuno di noi dipendono dal proprio reddito, e pertanto, è indispensabile fare in modo che questo ci sia, sempre. Detto in altre parole, il capitale umano è una forma di ricchezza invisibile, che non si può far finta di non vedere: una volta che lo si è quantificato, che ci si è accorti che “esiste”, bisogna metterlo in sicurezza nella maniera più assoluta. Che si tratti di una polizza vita o infortuni o malattia, quello che conta è individuare e tutelarsi dalle fonti di pericolo che possono pregiudicare la capacità di generare reddito da parte di una persona. Una volta messo in sicurezza il capitale umano, il processo di protezione non può dirsi concluso: la nostra situazione professionale, familiare, economica e le nostre aspettative per il futuro sono in continua metamorfosi e la protezione deve evolvere di conseguenza.

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Cambiamento climatico: dobbiamo agire, ma anche tutelarci

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  • Diagnosi del patrimonio immobiliare
Scritto il 08.07.2024

In passato, gli eventi considerati catastrofici erano sporadici, oggi invece sono sempre più frequenti. Nel corso del 2022, sono state registrate 421 catastrofi naturali, in cui 31.300 persone hanno perso la vita e sono state registrate pesantissime perdite economiche (per 313 miliardi di dollari a livello mondiale). Il dato è in crescita del 4% rispetto alla media del XXI secolo, ma l’aspetto più allarmante è che solo 132 miliardi di dollari erano coperti da assicurazione. Tuttavia, nonostante la maggior parte delle spese totali del 2022 non fosse coperta dalle assicurazioni, è stato evidenziato un cambiamento positivo nel modo in cui le imprese e le famiglie stiano affrontando la mitigazione del rischio. Analizzando il solo territorio italiano, gli incendi causati dalla siccità che si sono verificati nel Paese tra giugno e luglio 2022 hanno causato oltre 13 milioni di euro di perdite economiche; oltre 25 milioni di perdite economiche dovute a tempeste di grandine registrate nel solo mese di agosto; inoltre, sono state 24 milioni le perdite economiche complessive dovute alle alluvioni nelle Marche e ad Ischia. In conclusione, le devastazioni causate dai disastri naturali in tutto il mondo dimostrano la necessità di una più ampia adozione di strategie di mitigazione del rischio. Gli impatti del cambiamento climatico diventano sempre più visibili in tutto il mondo: questo dovrebbe farci diventare più consapevoli circa l’importanza delle tutele assicurative, affinché le perdite economiche derivanti dai danni vengano coperte anche solo parzialmente.

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Investire nella sostenibilità

Scritto il 05.07.2024

Il cambiamento climatico è ormai la tematica più importante ed urgente che la società deve affrontare al giorno d’oggi. Gli effetti devastanti sono ben documentati e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il cambiamento climatico non impatta in modo significativo solo sull’ambiente, ma anche sull’economia, influenzando settori chiave come agricoltura, energia, infrastrutture e finanza. In ambito finanziario, diventa fondamentale considerare l’impatto delle variabili climatiche nei modelli di valutazione del rischio e degli investimenti. L’adozione di politiche mirate a ridurre le emissioni e ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche è fondamentale al fine di limitare gli impatti negativi sull’economia. Dall’altra faccia della medaglia, però, tutto ciò fa emergere opportunità di investimento legate alla transizione verso un’economia sostenibile. Spesso si tende erroneamente a pensare che gli investimenti sostenibili non diano profitto. In realtà, si tratta di scelte d’investimento che non solo rispettano le tre regole fondamentali sintetizzate con l’acronimo ESG (environmental, social e governance), ma possono portare con sé anche dei rendimenti interessanti. Sapevi che è stata evidenziata la correlazione positiva tra investimenti sostenibili e il profitto dell’investimento stesso?

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Il valore della pianificazione

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  • Pianificazione successoria
Scritto il 01.07.2024

I concetti di presente e di futuro possono sembrare scollegati, ma non è così. Infatti, affinché il proprio futuro abbia valore, bisogna cominciare a pianificarlo nel presente. Questo vale per ogni tipo di obiettivo, anche nel caso di obiettivi economici e finanziari: la strategia più efficace è la pianificazione. L’analisi patrimoniale è utile per comprendere eventuali criticità che potrebbero compromettere un futuro sereno. Inoltre, ci consente di tutelare e gestire al meglio quanto si possiede nel presente. Non è corretto pensare che una pianificazione patrimoniale riguardi solo chi possiede un ampio patrimonio: in realtà, tutti dovrebbero pensarci. Infatti, non è al caso che si dovrebbero lasciare le decisioni più importanti della nostra vita, cioè quelle che riguardano il proprio futuro e quello della propria famiglia che è anche il bene più prezioso che abbiamo. Con il supporto di un consulente che sappia guidarci nelle nostre scelte e nelle valutazioni di domani, possiamo muoverci più consapevolmente nel presente.

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Testamento e pianificazione: alleati strategici

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  • Pianificazione successoria
Scritto il 28.06.2024

In Italia, soprattutto in passato quando le famiglie erano molto numerose, c’è sempre stato un grosso problema legato alla co-intestazione di beni. Questo fenomeno si verifica quando più persone hanno diritti congiunti sui beni ereditati da un determinato soggetto in comune. Se per le co-intestazioni di conti bancari e/o investimenti finanziari, la divisione risulta più semplice per un’alta liquidità del bene, per le co-intestazioni di proprietà immobiliari ci sono diverse problematiche. Nello specifico, si potrebbero verificare disaccordi tra i diversi intestatari del bene sull’eventuale gestione dell’asset in questione e, nel caso qualcuno di questi volesse vendere, si ritroverebbe a dover chiedere il consenso di tutti gli altri per poter procedere alla liquidazione. Questo potrebbe essere un grosso problema nel caso in cui una proprietà immobiliare portasse con sé dei debiti o delle tasse da dover pagare. Infatti, tutti gli intestatari di un immobile sono egualmente responsabili. Il problema, purtroppo, colpisce anche un numero elevato di eredi minorenni che, al compimento della maggiore età, si ritrovano intestatari di debiti che potrebbero compromettere la loro futura stabilità economica. Per evitare questo tipo di problematiche, che potrebbero creare non solo danni finanziari ma anche danneggiare legami sentimentali, è necessario attivarsi con largo anticipo, redigendo un testamento che rispetti la normativa in ambito successorio. In conclusione, le co-intestazioni e i debiti in eredità sono un problema complesso e la gestione è un processo delicato, ma con una pianificazione oculata e con una consulenza legale, è possibile affrontare questo problema in modo efficace e prevenire disaccordi tra gli eredi.

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Pianificare la continuità della propria famiglia

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  • Pianificazione successoria
Scritto il 24.06.2024

La copertura in caso di premorienza, detta temporanea caso morte (TCM), è una preziosa soluzione di tutela delle persone care affinché possano mantenere un determinato tenore di vita anche dopo la premorienza del soggetto assicurato. Infatti, in questa circostanza, la Compagnia eroga un capitale direttamente ai beneficiari della copertura. Soprattutto nel caso di figli minori, la TCM può essere una soluzione utile per assicurare un capitale da destinare alla crescita dei figli, nel caso uno dei genitori venisse a mancare. Purtroppo, al giorno d’oggi, sono sempre di più le coppie che non pianificano la continuità della loro famiglia in caso dovesse venire a mancare uno dei due capifamiglia: le coperture in caso di premorienza sono lo strumento più idoneo da questo punto di vista, anche perché le somme erogate dalla compagnia al beneficiario sono insequestrabili, impignorabili e non rientrano nell’asse ereditario. In conclusione, all’interno di una pianificazione familiare, questo tipo di strumento assicurativo è molto importante ma ancora troppo poco preso in considerazione. Come aumentare le potenzialità di questa copertura? Abbinarla a un testamento.

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Giovani, avete già pensato a un fondo pensione?

Scritto il 21.06.2024

Si stima che i giovani ventenni andranno in pensione dopo i 70 anni con un importo che sarà pari al 30% della media delle retribuzioni. L’importo mensile lordo su cui in media può contare il pensionato italiano è di poco più di mille euro e in totale l’INPS eroga quasi 21 milioni di prestazioni. C’è, però, una parte dei beneficiari che gode contemporaneamente di due o più prestazioni, in generale riconducibili a due grandi tipologie: previdenza e assistenza. La distinzione tra le due categorie di spesa è così suddivisa: la previdenza riguarda le pensioni pagate a fronte di contributi versati dal lavoratore (pensione di vecchiaia), mentre il concetto di assistenza è riconducibile al sostegno offerto dallo Stato a chi ne ha bisogno (pensione di invalidità). A questo punto, di fronte a questi numeri, ci si potrebbe domandare: quanto spende lo Stato per tutte queste prestazioni? E soprattutto, c’è equilibrio tra quanto esce e quanto entra? Da una prima analisi sommaria del rendiconto finanziario per l’anno 2021 emerge che il totale delle entrate ammonta a 486 miliardi di euro, a fronte di uscite per 484 miliardi di euro, per un saldo finanziario di competenza positivo e pari a circa 2 miliardi. Eppure, andando più in profondità le entrate contributive nell’anno 2021 ammontano a 236,9 miliardi contro uscite dovute a prestazioni previdenziali di 274 miliardi, per un saldo pensionistico negativo di circa 37 miliardi di euro. A generare i 484 miliardi di esborsi complessivi troviamo le prestazioni assistenziali, i costi di funzionamento e varie partite di giro. Per questo, è stato necessario un intervento diretto dello Stato che ha versato nelle casse dell’INPS 145 miliardi di euro per il solo 2021. Ciò che traspare da questi dati è una situazione di equilibrio precario: senza l’intervento dello Stato, la macchina INPS si fermerebbe. La domanda che sorge spontanea è: per quanto tempo lo Stato sarà in grado di tamponare le gravi mancanze finanziarie del sistema previdenziale pubblico, in netto peggioramento nei prossimi decenni? Alla base di tutto ciò, il problema principale che affligge e amplifica il disequilibrio pensionistico italiano è la mancanza di nascite. Infatti, il sistema pensionistico italiano è fondato su un sistema a ripartizione dove i lavoratori attuali con i loro contributi pagano le retribuzioni ai pensionati. Quindi, ritengo assolutamente fondamentale che soprattutto i giovani investano parte delle proprie risorse nella previdenza complementare al fine di poter integrare la pensione statale. Inoltre, per le stesse ragioni, sarebbe opportuno valutare l’apertura di un fondo pensione ai nostri figli già nei primi anni della loro vita.

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