Marco Bigliardi

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L’importanza della diversificazione. Numeri alla mano

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 16.01.2019

Qualsiasi consulente che si rispetti ci parla sempre di diversificazione di portafoglio. Aspetto ancora più importante è la decorrelazione fra gli strumenti presenti in portafoglio, perché è a questo che serve anche la diversificazione.  Ovvero che gli strumenti  stessi si relazionino fra di loro in maniera inversa, scende uno sale l’altro. Senza decorrelazioni ben delineate, possiamo avere un portafoglio superdiversificato composto da 500 strumenti, che il risultato finale è solo un’accozzaglia di roba buttata lì per fare numero.  Vista l’importanza di questo concetto, è importante avere ben chiaro in mente i vantaggi che comporta questo aspetto in una pianificazione finanziaria. Non solo teoricamente, ma in termini pratici, numeri alla mano.  Questo è lo storico dell’indice azionario americano S&P500 ad oggi, con probabilità di ritorni positivi e negativi, basati su dati reali quindi, ad un giorno, un trimestre, un anno, 5, 10 e 20: Già qui vediamo come nel breve termine, il mercato mostri tutta la sua volatilità, e può generare rendimento così come perdere valore, mentre allungando l’arco temporale, le probabilità di ritorni positivi arrivano fino al 100%. L’orizzonte temporale è un discorso fondamentale negli investimenti, approfondiremo sicuramente il concetto in un articolo dedicato, perché lo merita. Ora. Questo è, basato sul medesimo orizzonte temporale, sempre sul mercato americano, un portafoglio 60% azionario 40% obbligazionario. Abbiamo aggiunto, per fare le cose semplici, una componente obbligazionaria governativa, come fattore decorrelante dall’azionario. Tutto qua. Quindi 60% azionario usa (S&P500) e 40% obbligazionario governativo usa (Treasury a 5 anni). Questi i risultati: Le probabilità di ritorni positivi aumentano sensibilmente. Su ogni orizzonte temporale. Trimestrale, un anno, 5, 10 e 20 anni. Stesso mercato, stesso arco temporale di riferimento. Il mercato è semplice, più di quanto si pensi. Non serve complicarlo con concetti a volte astrusi e inutili. Basta seguire poche, semplici regole. E’ importante quindi avere un bravo consulente che le conosca, in primis, e ce le illustri. Fonti: https://awealthofcommonsense.com/2019/01/diversification-is-almost-undefeated/  

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Il confronto europeo su costi e rendimenti dei fondi

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 14.01.2019

Commento all'articolo del Sole24Ore del 14 gennaio 2019: "Risparmio, costi al top d’Europa e raccolta in frenata". Rendimento annuo lordo dei fondi azionari europei in un orizzonte di dieci anni (scala sinistra, istogrammi) e impatto dei costi sul rendimento lordo (scala destra, pallino). Fonte: ESMA In un mercato di “vacche magre”, con i rendimenti attesi più contenuti, la volatilità destinata ad aumentare, ed un ciclo economico ormai maturo, ci si può permettere di lasciare così tanto alle banche, e prendere le briciole (sempre che non restino neanche quelle, come accaduto nel 2018)? La Mifid2 impone da quest’anno la massima trasparenza lato costi degli strumenti finanziari. Report periodici prodotti e consegnati ai clienti, che esplicitino i costi sostenuti. Ma c’è veramente bisogno di aspettarli? I numeri già li conosciamo, e sono molto chiari. Sempre l’articolo di oggi del Sole24Ore cita: “Prendendo per esempio il decennio 2008-2017, i costi degli strumenti azionari venduti alla clientela retail in Italia (incluse le commissioni di sottoscrizione e riscatto) hanno impattato per il 37% sulle performance lorde quando la media europea si è fermata ad appena il 24%”. Per una volta, l’Italia è prima. Ma non c’è da vantarsi. Il tempo di vacche grasse è finito. I mercati impongono ora la massima efficienza di portafoglio, perdersi punti per strada, a causa di costi eccessivi, vuol dire compromettere inevitabilmente i risultati dei propri investimenti.  Gli strumenti per operare in efficienza ci sono, e consulenti finanziari che lavorano mettendo al centro l’interesse non della banca, ma del cliente, anche.  La scelta tocca ora al risparmiatore.

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Recessione sì o no? Dove vanno i mercati?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 11.01.2019

Siamo in recessione? E’ questa la causa dello storno dei mercati di dicembre? Domanda lecita, vediamolo insieme. Prendiamo l’America, termometro dell’economia mondiale. Fonte ufficiale FED, Banca Centrale Americana, queste sono le probabilità ad oggi di uno scenario recessivo in USA. Basse. Gli ultimi dati occupazionali in America parlano chiaro. A dicembre sono stati creati 312.000 posti di lavoro a fronte dei 176.000 attesi dagli analisti.  Certo, in Europa è tutto un altro discorso, ma d’altronde il contributo alla crescita mondiale da parte della zona Euro è molto meno rilevante rispetto a Stati Uniti ed area emergente, veri traini della crescita globale. E’ un dato di fatto che però il ciclo economico attuale sia maturo, e certamente più vicino alla sua naturale conclusione. Ma da qui a parlare di recessione in corso, ne passa di acqua di sotto i ponti. E i dati abbiamo visto in che direzione vanno. In molti mi chiedono in questi giorni riguardo lo storno violento di dicembre sui mercati finanziari, e di come questo sia in previsione appunto di un rallentamento economico. Anche i giornali ne parlano. La domanda è lecita, ma parte da un presupposto che merita di essere approfondito.  I mercati sono in grado di anticipare una fase recessiva? Strano a dirsi, ma la storia ci dice che no, non danno alcuna informazione in merito! I numeri parlano chiaro, questo è l’indice azionario USA S&P500 12 mesi prima, 6 mesi prima, e 3 mesi prima di tutte le recessioni storiche avvenute in America. I numeri ci dicono che 3 mesi prima di una fase recessiva, il 57,1% delle volte l’indice azionario ha avuto addirittura un ritorno positivo!  Quindi, a conti fatti, l’andamento del mercato non ci fornisce alcuna indicazione in questo senso, e proprio per questo è importantissimo non farsi condizionare da ipotesi suggestive, ma errate, nel nostro percorso da investitori.

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Che fine hanno fatto nel frattempo?

Scritto il 10.01.2019

Criptovalute. Fino a poco tempo fa, erano sulla bocca di tutti.  In molti mi chiedevano se valesse la pena investirci sopra.  Personalmente, ho sempre consigliato che sarebbe stato preferibile comprenderne meglio i meccanismi, correlazioni con l’altro asset, e ruolo effettivo come strumento finanziario, prima di inserirle in portafoglio. Comprare perché “vedo che crescono” non è un’argomentazione valida in un investimento finanziario. Che fine hanno fatto nel frattempo? La bolla è scoppiata.  I numeri in questo senso sono chiari. Veloci come erano saliti, con altrettanto velocità stanno scendendo. Lo vediamo in maniera evidente nel seguente grafico che ci illustra il ritorno ad un anno della criprovaluta, come appunto abbia assunto i caratteri tipici di una bolla: Parlare però esclusivamente di Bitcoin è limitativo. Perché il calo ha colpito l’intero spettro delle criptovalute. Non solo Bitcoin quindi, ma anche tutti i suoi derivati, nati dal successo iniziale raccolto dalla prima criptovaluta. In forte discesa quindi anche l’ Ethereum , il Litecoin, ed il resto delle monete virtuali. Di seguito vediamo infatti come in un solo anno, nel corso del 2018, l’intera capitalizzazione del settore abbia perso più della metà del proprio valore, perdita distribuita indistintamente fra tutte le criptovalute in essere. Il dato certamente fa riflettere ed è molto d’impatto. Sicuramente ora è facile parlare di bolla finanziaria sulle criptovalute. Facile perché è già scoppiata, e a parlare dopo ci si prende sempre. Certo, di avvisaglie ce n’erano, e anche per questo avevo consigliato a suo tempo di non entrare su questo mercato, ma da qui a prevedere lo scoppio imminente delle valutazioni è tutt’altra cosa.  La domanda è, e ora?  Il consiglio che do, e che ho seguito inconsciamente anche io, è di restare fedeli a quanto ci suggerisce Warren Buffet, l’oracolo di Omaha. Ovvero, di “non investire mai in un’azienda che non capisci”. Ecco, le criptovalute non sono un’azienda, e non ne capisco ancora i meccanismi alla base e le relazioni con le altre asset class di mercato. Quindi meglio investire in altro. Questo semplice ragionamento è basilare quanto utile. Funziona. Ha funzionato anche questa volta. Poi ovviamente non tutto quello che riguarda i Bitcoin è da buttare. La tecnologia alla base, ovvero la Blockchain, è molto utile. Ma quella è tutt’altra storia.

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