Marco Minotti

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Qualche pillola sulle regole di base per essere dei buoni investitori: la volatilità

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  • Formazione/Educazione Finanziaria
Scritto il 07.02.2020

Abbiamo già parlato di volatilità come un concetto che denota un periodo di turbolenza dei prezzi, o più nello specifico come un periodo di grandi variazioni in tempi piuttosto ridotti, vediamo altri dettagli di questo elemento.   Ebbene, la volatilità è una costante negli investimenti a lungo termine; di tanto in tanto sui mercati azionari si presenta inevitabilmente una certa volatilità, e ciò perché gli investitori reagiscono bruscamente ai cambiamenti del contesto economico, politico e aziendale. Sono soprattutto i mercati finanziari a non amare l'incertezza, tanto da reagire spesso in modo eccessivo agli eventi che pregiudicano le prospettive a breve termine.   Partendo dal presupposto che risulta assai difficile anticipare sistematicamente i trend di breve periodo e prevedere quali saranno gli eventi economici futuri, il lavoro di un buon asset manager dovrebbe essere quello di costruire un’allocazione “All Weather”, ossia il più possibile adatta a tutti gli scenari. Un buon investitore, infatti, deve essere in grado di fare un passo avanti e mantenere una mentalità aperta: quando si è preparati fin dal principio a episodi di volatilità, minori sono le probabilità di farsi sorprendere quando questi si verificano e, conseguentemente sarà possibile reagire in modo più razionale.   Per raggiungere questo obiettivo, maturando al contempo una prospettiva di investimento a più lungo termine che accetti la volatilità di breve periodo, gli investitori dovrebbero iniziare ad avere una visione più razionale degli investimenti. L’errore più grave e più comune che i trader commettono ogni giorno, spesso senza averne piena consapevolezza, è infatti legato all’investire emotivamente, e per poter combattere positivamente l’emotività occorre cercare di trasformare l’investimento da “scommessa” a “business”, modificando il proprio atteggiamento per renderlo più distaccato e professionale, disilluso e pragmatico.   È un esercizio che permette di rimanere concentrati sugli obiettivi di investimento a lungo termine, ma consente altresì di sfruttare i prezzi più bassi invece che frenare le perdite attraverso una vendita affrettata e realizzata a prezzi più bassi.

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Quanto aumentare la propria propensione al rischio?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 27.01.2020

Era ancora ottobre dello scorso anno quando l'opinione sul futuro dell'economia globale risultava divisa: solo il 26% degli investitori si aspettava un'accelerazione dello slancio economico globale nei successivi mesi, il 39% prevedeva un rallentamento e il 57% degli investitori accettava l’idea di doversi assumere maggiori rischi per garantire i rendimenti.   Comunque, dati incoraggianti, soprattutto se confrontati ai risultati dell’anno precedente, dove solo il 32% prevedeva una crescita della propensione al rischio e il 48% una diminuzione. Il 2020 si presentava del resto ricco di incognite, ma le previsioni di mercato già rivelavano una forte dose di ottimismo.   E oggi che il 2020 è arrivato? Sembra che i mercati azionari abbiano iniziato il nuovo anno sulla falsariga di quello precedente, confermando il trend positivo in atto da alcuni mesi, trascinati dai continui record fissati dai principali indici azionari statunitense. Nonostante lo scontro Usa-Iran di cui ho fatto cenno nel precedente post, l'avversione al rischio ha avuto vita breve, le incertezze geopolitiche degli scorsi mesi hanno avuto un forte impatto sugli investitori: il parlamento britannico ha ratificato l’accordo sulla Brexit, le possibilità di un accordo commerciale di “fase 1” tra Stati Uniti e Cina sono aumentate trovando conferma nella firma del documento nei giorni scorsi. Inoltre, le Banche Centrali hanno mantenuto le proprie politiche monetarie espansive.   Secondo l’ultimo sondaggio dell’American Association of Individual Investors (AAII) infatti, il numero medio di “orsi” (gli investitori che si posizionano per trarre profitto dai ribassi) per un dato mese si è quasi dimezzato.

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Gli effetti degli ultimi avvenimenti geopolitici

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 25.01.2020

L'attacco militare con cui gli Stati Uniti hanno ucciso a Bagdad il generale iraniano Soleimani ha prodotto inevitabili effetti anche sui mercati finanziari.   Le prime conseguenze dirette del conflitto Usa - Iran hanno riguardato il petrolio, il cui costo è arrivato alle stelle in poche ore e l'oro schizzato a livelli che non si vedevano da anni; il prezzo del greggio di riferimento europeo è salito in pochi minuti del 3,6% continuando a salire anche nelle ore successive superando quota 71,5 dollari, per un rialzo di oltre il 5%. Le stesse notizie del conflitto tra Usa e Iran probabilmente hanno spinto al rialzo anche il WTI americano, un tipo di petrolio utilizzato come riferimento nel prezzo del greggio a livello statunitense.   Fortunatamente, nel giro di pochi giorni, questi indicatori sono tornati ai livelli di inizio anno e nonostante i nuovi tagli alla produzione da parte dei Paesi OPEC, le scorte di petrolio rimangono consistenti.   Ma non solo, le nuove stime del Fondo Monetario Internazionale parlano di una fase “provvisoria di stabilizzazione a un passo di marcia lento” e di “modesta ripresa”, quantomeno rispetto a ottobre, quando gli esperti del Fondo parlavano di rallentamento sincronizzato. Fra gli elementi positivi, il Fondo rileva come il sentimento dei mercati abbia ricevuto sostegno da segnali che sembrano indicare la fine della fase discendente dell’attività manifatturiera e del commercio globale, ad esempio il passaggio generalizzato verso una politica monetaria accomodante.   Sotto questo punto di vista sono proprio i dati recenti dalla Cina, altra protagonista dello scenario politico internazionale degli ultimi mesi, ad essere particolarmente interessanti nell’indicare una stabilizzazione a livello sia di esportazioni che di importazioni.

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Alcuni consigli per un approccio mirato agli investimenti

Scritto il 24.01.2020

Per cominciare in maniera corretta il 2020, credo che sia opportuno tornare a riflettere su quale sia il metodo corretto di approccio agli investimenti finanziari.   Il primo elemento da considerare è la propensione al rischio, tenendo presente che generalmente in periodi come quello attuale, dove i mercati tirano, la nostra propensione al rischio aumenta, per poi ridursi drasticamente nelle fasi di decrescita dei mercati. A ben vedere, la nostra propensione al rischio dovrebbe invero essere qualcosa di indipendente dall’andamento dei mercati, e proprio per questo sarebbe opportuno compiere un’analisi molto approfondita sul tema, analisi che certamente, con l’affiancamento di un professionista, risulterebbe più pertinente e completa.   In secondo luogo, si devono stabilire degli orizzonti temporali coerenti con gli obbiettivi di vita prefissati, in modo tale da sapere in anticipo quale cassetto aprire in caso di necessità (la famosa piramide di cui già ho fatto cenno in precedenti post).   Un ulteriore fattore da considerare riguarda la verifica che operiamo circa i nostri investimenti rispetto al mercato: alcuni analizzano anche i minimi spostamenti del proprio portafoglio, ma credo che questo atteggiamento sia controproducente e potrebbe anche portare a scelte avventante a causa dell’eccesso di informazioni a cui siamo sottoposti giornalmente. Occorre però verificare il grado di rischio facendo sempre una buona programmazione degli investimenti, per poi lasciare che gli effetti si sviluppino naturalmente in coerenza con l’orizzonte temporale stabilito.   Insomma, per iniziare bene l’anno il consiglio è verificare con il proprio consulente finanziario di fiducia i vostri obbiettivi e la coerenza del vostro portafoglio rispetto all’orizzonte temporale definito.

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2020, una nuova decade, un nuovo inizio?

Scritto il 10.01.2020

Inizio il 2020 con grande entusiasmo, considerati gli ottimi risultati dei mercati nel corso dell’anno appena conclusosi, il che dimostra come mantenere gli investimenti anche nelle fasi di difficoltà (vedi pesante storno di fine 2018), ed eventualmente anche rinforzare le posizioni, sia sempre il comportamento più appagante nel medio-lungo termine.   I primi avvenimenti di questi giorni (conflitto USA – Iran) certamente ci hanno fatto capire che non sarà un anno facile da punto di vista finanziario, e ci si dovrà pertanto aspettare importanti fasi di volatilità quali conseguenze degli scenari di scontro internazionale.  Oltre a ciò, il 2020 è anche l’anno delle elezioni americane, che inevitabilmente porteranno qualche sbalzo nell’andamento dei mercati a livello globale, soprattutto se si considera che la stessa salute dell'economia americana avrà un ruolo significativo nel determinare il prossimo inquilino della Casa Bianca.   Ciò premesso, vorrei in questo post iniziale tornare sull’importanza che riveste il consulente finanziario per le famiglie: il ruolo del professionista è quello di individuare la soluzione più idonea in funzione delle specifiche esigenze della famiglia, utilizzando gli strumenti più adatti per il trasferimento della ricchezza personale e aziendale. Il consulente affianca il cliente costruendo insieme ad esso una strategia per il futuro suo e della famiglia, sì da consentirgli di raggiungere in maniera efficace gli obbiettivi prefissati.   Dobbiamo chiederci: in un mondo sempre più complesso e ricco di incertezza abbiamo bisogno di un consulente? Siamo capaci, svolgendo altre attività, di prendere scelte decisive per il nostro futuro finanziario senza affiancamento di un esperto, o comunque senza un confronto? Il consulente finanziario, bisogna ricordarlo, è infatti colui che è in grado di colmare le asimmetrie informative che caratterizzano, spesso, il rapporto tra risparmiatori e operatori finanziari. Compito del professionista, infatti, non è solo quello di assistere, ma anche di formare i clienti, che avranno così una visione più trasparente dei mercati finanziari e potranno agire in modo più consapevole.

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Si avvicina o no lo spettro della recessione?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 23.12.2019

Manca ormai poco all’inizio del 2020, e già da ora si profilano tre grossi interrogativi per gli investitori: 1) come andranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti? 2) c’è da preoccuparsi per il rallentamento economico? 3) il debito globale in rapporto al Pil è ai massimi dalla Seconda guerra mondiale, cosa accadrà in caso di rialzo dei tassi?   Effettivamente, il FMI ha già iniziato a dare qualche indicazione circa il rischio recessione mondiale nel 2020; l'incertezza sui mercati, il rischio Brexit, la politica protezionistica americana che prima ha provocato la guerra commerciale con la Cina e adesso ha messo in crisi il commercio con l'Europa, così come la crisi dell'industria automobilistica tedesca, rallentano le performance dei mercati e, con questi, la crescita. Inoltre, mentre la crisi del 2008 era scoppiata negli Usa per poi estendersi in Europa, adesso il cuore della crisi sarà proprio qui da noi, e non saranno i paesi più poveri a subire maggiori sofferenze, bensì quelli più industrializzati. Per questa ragione la recessione potrebbe provocare una crisi strutturale più profonda di quella che ha colpito i paesi dell'eurozona dieci anni fa.   L'Italia in particolare è stato uno dei paesi che ha registrato nell’ultimo anno la peggiore performance economica, a causa di una crescita prossima allo zero, il paese cresce a un tasso dello 0,3% all'anno. A peggiorare la situazione dell'economia italiana insistono proprio i dazi imposti da Donald Trump il mese scorso, che penalizzano le eccellenze made in Italy. Peraltro, sul punto è bene ricordare che l’Europa intera dipende dalle esportazioni più di ogni altra regione, e che le sue esportazioni sono di prodotti ciclici. Anche nel caso in cui tenesse la domanda interna, l’Europa sarebbe quindi costretta a rispondere colpo su colpo ai tagli dei tassi americani.   E così, se un giorno arriverà la recessione, il peso di combatterla ricadrà ancora una volta sulle banche centrali; gli stabilizzatori fiscali automatici, l’ultima volta, hanno infatti funzionato in Europa solo per un anno.

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Considerazioni conclusive e prime avvisaglie di un 2020 stazionario

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 20.12.2019

Già nel 2018 la ripresa dell’economia italiana aveva subìto un rallentamento, sebbene il tasso di crescita annuale fosse pari allo 0,8%; il PIL si era infatti lievemente contratto nella seconda parte dell’anno a causa di un evidente rallentamento dei consumi interni e delle esportazioni, peraltro in un contesto in cui il commercio mondiale fletteva e le imprese tagliavano le scorte. La modesta crescita che sembra aver registrato il PIL negli ultimi mesi sarebbe l’effetto di una crescita lenta della domanda interna e di un contributo netto positivo del commercio internazionale.   Similmente, la tendenza degli indicatori economici europei e mondiali è di segno negativo: il deterioramento della fiducia delle imprese che si è manifestato da inizio 2018 era inizialmente limitato all’industria manifatturiera, il settore più colpito dai cambiamenti nella politica commerciale degli Stati Uniti, ma recentemente si è anche manifestato un indebolimento del settore dei servizi nella maggior parte delle economie avanzate.   Il dibattito si è quindi gradualmente spostato verso la politica di bilancio, in particolare in Europa, dove in primis la BCE ha sollecitato i governi con bilanci in avanzo ad attuare politiche fiscali espansive (ovvero ad aumentare la spesa pubblica e a ridurre le imposte).   A ben vedere però, di politiche fiscali espansive per il prossimo anno non se ne vedono: negli USA Trump, Pelosi e Schumer hanno raggiunto un accordo per mantenere il disavanzo al 5%, senza variazioni, e quindi senza mosse preelettorali con cui comprare consenso. Anche in Europa non cambierà molto, soprattutto perché la Germania (unico paese in surplus) manterrà un atteggiamento reattivo e poco stimolante, quantomeno finché non verrà chiaramente accertata l’imminenza di una inevitabile recessione, di cui già alcuni esperti parlano.

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Quali i possibili scenari per il 2020?

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 13.12.2019

Come dicevamo nel precedente post, occorre soffermarsi a riflettere su quale potrebbe essere lo svolgimento della prossima fase del ciclo economico. Molti dei classici sintomi di una recessione oggi sembra invero che non ci siano; normalmente si entra in una fase decrescente per via di un surriscaldamento dei classici settori ciclici (immobiliare/auto in primis) o per congelamento e appassimento di settori uno dopo l’altro. Il surriscaldamento è il segno di un eccesso di domanda (spesso finanziata a debito), il raffreddamento è il segno di un eccesso di offerta (troppo carbone, troppo shale oil ecc) o, paradossalmente, di un’improvvisa contrazione dell’offerta, come avvenne negli anni Settanta con le due crisi petrolifere. Ci sono poi, per completare il quadro, le recessioni di origine finanziaria e quelle derivanti da esogene (guerre, epidemie, ecc). Tutti questi scenari sembrano ben lontani dal palesarsi.   Restano però alternative. La prima è quella di un errore di politica monetaria, invero già commesso; ci si riferisce ai due eccessivi rialzi dei Fed Funds di fine settembre e fine dicembre 2018, e al Quantitative tightening chiuso con evidente rapidità tre mesi fa.    La seconda possibilità di recessione potrebbe essere dovuta a una crisi di fiducia negli Stati Uniti, e non tanto per l’impeachment, un rischio ad oggi inconsistente, quanto per le presidenziali che si avvicinano, atteso che l’incertezza politica è sempre nemica della stabilità. Nell’ipotesi, inoltre, in cui Trump dovesse perdere maggiori consensi, la crisi di fiducia potrebbe iniziare anche prima del voto, frenare ulteriormente gli investimenti produttivi e cominciare a provocare una riduzione delle assunzioni di nuovo personale da parte delle imprese.   Non si vuole qui prevedere o calcolare i tempi di una recessione, ma è indubbio che ci stiamo avvicinando alla fine di un ciclo economico molto lungo; al momento quello che si vede è ancora solo un rallentamento.

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Le fasi del ciclo economico tornano sempre

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  • Mercati finanziari / economia
Scritto il 11.12.2019

Quando si parla di ciclo economico, è ormai noto che ci si riferisce, in linea di massima generalizzazione, all’andamento oscillatorio attorno a una tendenza di fondo (trend) che, nel breve periodo (ossia nell’arco di pochi anni), caratterizza la misura aggregata dell’attività economica, ossia il PIL.   Ogni ciclo si compone di diverse fasi, riassumibili in una fase ascendente, caratterizzata da ripresa ed espansione e una discendente, caratterizzata da recessione e depressione. Poiché in un arco temporale di più decenni si registra (generalmente nelle economie di mercato) un tasso di crescita medio annuo positivo, nella fase ascendente del ciclo si registrano saggi di crescita superiori a quello di trend e, in quella di contrazione, tassi di crescita inferiori. Il punto di svolta superiore del ciclo, ossia quello che fa da spartiacque tra la fase ascendente e quella discendente è detto picco (peak), quello inferiore è invece detto avvallamento o valle (trough).   Ebbene, trattandosi appunto di un ciclo, le diverse fasi sintetizzate sono destinate a ripetersi nel tempo in maniera alternata, ed eccoci dunque ad un interrogativo: quale fase stiamo vivendo? Quale fase verrà a presentarsi? E soprattutto, tra quanto avverrà il mutamento del ciclo?   Con i mercati azionari che segnano nuovi massimi quasi ogni giorno può sembrare che la situazione attuale sia stazionaria e di segno positivo, tanto più che il prossimo è un anno elettorale e che, è chiaro, qualsiasi esecutivo che voglia essere riconfermato cerca in ogni modo di presentarsi agli elettori con un’economia brillante, rinviando al primo anno dopo il voto un’eventuale recessione. Se torniamo indietro nel tempo possiamo, pertanto, iniziare a scorgere una prima similarità: nell’autunno 2007, vigilia di un anno elettorale come oggi, si registravano anche lì nuovi massimi storici, ma quello che successe pochi mesi dopo (la Grande Recessione) ci deve indurre a essere cauti nel prevedere il prossimo futuro.

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Italiani, popolo di risparmiatori

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  • Consulenza finanziaria
Scritto il 03.12.2019

È passata ormai da un mese la giornata mondiale del risparmio, celebrata a Roma il 31 ottobre scorso, e da quell’occasione possono trarsi alcune interessanti considerazioni rispetto all’atteggiamenti degli italiani, in confronto al resto della popolazione europea, rispetto alla tematica del risparmio.    Il quinto Rapporto Consob sugli investimenti delle famiglie, pubblicato pochi giorni fa, ci informa che la ricchezza netta degli italiani, rispetto al reddito disponibile, è superiore a quella dell’Eurozona e il tasso di risparmio lordo domestico (circa 10%) è in salita per la prima volta dal 2014. Le considerazioni del Rapporto riecheggiano i risultati del sondaggio Ipsos-Acri di fine ottobre: siamo più vecchi e più diffidenti verso gli investimenti finanziari, emerge infatti un sentimento di pessimismo circa l’andamento dell’economia, ma al contempo gli italiani si ritengono comunque soddisfatti per la propria situazione economica.   Migliora quindi la capacità di risparmio cui si affianca una maggiore rilassatezza nei consumi; l’incremento maggiore si ha per telefonia e internet e per i farmaci, proprio a conferma del fatto che l’Italia è il paese con più anziani al mondo. I temi sociali e ambientali sono sullo stesso piano: si percepiscono le contraddizioni legate alla disuguaglianza, alle quali si affianca un’emergenza climatica (per il 59% le due emergenze hanno un uguale importanza), tuttavia sugli investimenti in un’economia più sostenibile resta forte la cautela. Non perde, invece, forza la predilezione degli italiani per la liquidità (63%), sia per indole, sia per l’intento di trovarsi più preparati in un contesto incerto, e pertanto il risparmio viene per lo più accumulato in liquidità, vuoi per una ridotta facilità di trovare un investimento ideale, vuoi per la diffidenza verso norme ed istituzioni che lo tutelano (60% ritiene non sia adeguatamente tutelato).

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Cambio di scenario nel panorama degli investimenti

Scritto il 02.12.2019

Le recenti vicende politiche ed economiche, e nello specifico il rasserenamento dei rapporti tra Cina e Stati Uniti, sembra aver prodotto conseguenze interessanti nell’ambito delle preferenze di investimento, e mi riferisco in particolare all’evidente calo che ha subito il mercato dei metalli preziosi.   Oro e argento hanno appena ricevuto una delle peggiori batoste dal 2017, in quanto gli investitori che hanno fatto brillare lo stato dell'economia globale hanno fatto scendere i prezzi dei metalli preziosi. Investire nell’oro era infatti diventata, ormai da alcuni mesi, un’attività sempre più praticata grazie alla crisi finanziaria che ha colpito le economie sviluppate negli ultimi anni e che ha portato i trader a ricercare beni sicuri. Trattasi di una delle scelte di investimento più diffuse tra chi ha dei risparmi e vuole trovare un modo sicuro e profittevole per farli fruttare. Da sempre questa materia prima è considerata un bene rifugio e per questo motivo viene sfruttata dagli investitori a copertura della propria esposizione sui mercati.   Ebbene, gli ultimi avvenimenti sembrano invece aver incoraggiato gli investitori ad acquistare investimenti più rischiosi rispetto ai “beni rifugio”: nelle materie prime hanno abbandonato le loro partecipazioni in oro e argento, nel "reddito fisso" hanno venduto titoli di stato super-sicuri (ma a basso rendimento), e nelle valute hanno detto addio allo yen giapponese.   D’altro canto, non si può non continuare a ritenere l’investimento sui metalli preziosi come una mossa intelligente, soprattutto in un frangente in cui i mercati rivedono al ribasso i rischi di mercato; quando il sentiment degli operatori diventa ‘ottimista’ aumentano anche le possibilità di delusione, e quindi di movimenti correttivi. Pertanto, l’oro rappresenta ancora l’investimento d’elezione nel caso in cui i rischi geopolitici, o quelli relativi a un ciclo economico non ancora saldo, tornino improvvisamente alla ribalta, ipotesi tutt’altro che remota.

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Cresce l'attenzione verso le tematiche ESG

Scritto il 29.11.2019

La sigla ESG sta per Environmental, Social and Governance (ambiente, sociale e governance), un concetto ormai affermatosi nel settore finanziario come base per giudicare la sostenibilità degli investimenti. L’integrazione dei criteri ESG può migliorare il profilo rischio/rendimento dei portafogli, inoltre la prassi conferma che i criteri ESG sono caratteri distintivi della qualità di un’azienda nel lungo periodo: le imprese risultano in generale meglio gestite, più sostenibili, orientate al futuro, meglio attrezzate per affrontare le crisi, oltre a raggiungere in media performance migliori delle loro concorrenti.   Attualmente, nel mondo gli investimenti ESG valgono 30,7 trilioni di dollari, più di un terzo del Pil globale, e il dato conferma peraltro una consolidata tendenza alla crescita: +34% rispetto alla cifra diffusa due anni fa (22.900 miliardi di dollari).    Occorre però prestare attenzione perché nel complesso delle operazioni sostenibili non mancano scelte controversecapaci di attirare le immancabili accuse di “greenwashing”; con questo termine si indica la strategia di comunicazione di certe imprese od organizzazioni finalizzata a costruire un'immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell' impatto ambientale, allo scopo di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dagli effetti negativi per l'ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti.   Il problema essenzialmente sta nel fatto che mancano standard comuni di riferimento in grado di misurare, analizzare e comunicare la performance ambientale, sociale e di governance, ed in questo contesto, gli incentivi al greenwashing da parte dei manager sono sempre più forti

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