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Nuova vita per i piani individuali di risparmio
Scritto il 28.11.2019Pochi giorni fa la commissione Finanze della Camera ha approvato all'unanimità l’emendamento che punta al rilancio dei Piani individuali di risparmio (Pir), rimuovendo i 'paletti' introdotti nei mesi scorsi. Sono dei Piani di investimento con bonus fiscale, introdotti nell'ordinamento italiano con la legge di stabilità del 2017 per aumentare gli investimenti nelle aziende italiane mediante il risparmio delle persone fisiche italiane, che nella versione 1.0 avevano raccolto 11 miliardi nel 2017, 3,49 miliardi di afflussi netti nel 2018, mentre quest'anno risultano in rosso per 546 milioni, almeno fino al 30 settembre scorso. Già la legge di bilancio 2019 aveva introdotto alcune modifiche all'impianto di questa tipologia di prodotti per provare ad aumentare i benefici per le piccole e medie imprese. Ma visto che queste modifiche non hanno incontrato grandi favori tra risparmiatori e addetti ai lavori, in vista della legge di bilancio 2020 la normativa è cambiata ancora. L'emendamento prevede che del 100% del fondo, il 30% sia libero di essere investito in base alle decisioni del gestore e del regolamento del fondo mentre almeno il 70% dell'attivo deve andare in strumenti finanziari emessi da imprese italiane oppure europee (purché abbiano una stabile organizzazione in Italia) e qui non emergono limiti nella grandezza della società. Viene inoltre concesso alle Casse previdenziali di investire in più di un Pir (nel limite del 10%), dunque compliant di nuovo tipo, e non solo in un prodotto come avviene ora. I principali sostenitori dell’emendamento prevedono che nei prossimi 10 anni potranno essere raccolti dai Pir ed indirizzati nell’economia reale, ed in particolare al finanziamento delle Pmi, oltre 150 miliardi di euro di risparmi privati.
Continua a leggereClima e ambiente: qualche considerazione sugli accordi di Parigi e il prossimo futuro
Scritto il 20.11.2019Risale al 2015 l’accordo stipulato a Parigi tra gli stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), riguardo la riduzione di emissione di gas serra a partire dall'anno 2020; obiettivo principale dell'Accordo è quello di contenere l'aumento della temperatura media globale ben al di sotto della soglia di 2 °C oltre i livelli pre-industriali, e di limitare tale incremento a 1.5 °C, sì da ridurre presumibilmente i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici. Risale invero al 1990 uno studio del SEI (Istituto di ricerca specializzato in sviluppo sostenibile e questioni ambientali) che individua, tra le possibili strade da seguire in materia di politiche ambientali, tre possibilità: l’innalzamento dei mari, la concentrazione diCO2in atmosfera e l’aumento della temperatura. Per quest’ultimo indicatore, sono proposti due limiti, cui sono associati differenti livelli di rischio: 1°C oppure 2°C. Andare oltre1°Csignificherebbe innescare reazioni dannose per l’ecosistema rapide, imprevedibili e non lineari, tuttavia si ritiene sia impensabile non superare questa soglia visto il livello attuale delle emissioni. Oltre i 2°C si prevede però che il rischio dei danni irreversibili aumenti esponenzialmente. Ebbene, ci troviamo ora in prossimità dell’anno 2020 indicato, e sembra purtroppo che i progressi nella direzione tracciata stiano andando a rilento: l'energia globale generata da combustibili fossili è infatti cresciuta del 2,5%, compensando l'incremento dell'energia prodotta da rinnovabili lo scorso anno. Si prevede pertanto un aumento della temperatura invariato rispetto al trimestre precedente, stazionario su +3,8°C. Con questo ritmo, si rischia di registrare una crescita di 1,5 °C tra il 2030 e il 2052, il che porterebbe conseguentemente ad una sostanziale carenza di cibo e acqua potabile, a maggiori fenomeni di inondazione delle zone costiere e alla decuplicazione della frequenza di eventi estremi rispetto ai valori del 2010; Parigi sembra essere ancora lontana.
Continua a leggereTransizione energetica, a che punto siamo con le rinnovabili?
Scritto il 19.11.2019Parlando di fonti di energia, in questo periodo di crisi dell’ambiente atmosferico e climatico, ci si riferisce senz’altro al concetto di transizione energetica, che indica appunto il passaggio dall'utilizzo di fonti energetiche non rinnovabili a fonti rinnovabili e che fa parte della più estesa transizione verso economie sostenibili, anche attraverso l'adozione di tecniche di risparmio energetico e sviluppo sostenibile. Questo è un trend in forte ascesa in grossa parte del mondo, pensiamo che per la prima volta dal 1882, il Regno Unito si è astenuto, quest’anno, dall’utilizzo del carbone per generare energia per una settimana intera. Le fonti di energia pulite vengono sempre più utilizzate come alternative economicamente vantaggiose e a bassa emissione rispetto a carbone, petrolio e gas. La svolta verso questi strumenti alternativi è peraltro essenziale se si vogliono concretamente raggiungere gli obiettivi climatici, inclusi quelli dell’accordo di Parigi volti a limitare l’aumento delle temperature a 2°C. La transizione energetica non è del resto una completa novità per la nostra storia occidentale, anche in passato l’Europa in primis ha attraversato due cambiamenti, passando dai biocarburanti tradizionali (come il legname) al carbone verso la fine dell’800 e dal carbone dall’OIL & gas verso la metà del ventesimo secolo. Entrambe le suddette evoluzioni hanno impiegato più di 50 anni per affermarsi; al contrario si prevede che la svolta verso le fonti rinnovabili possa affermarsi da qui ai prossimi 30 anni, proprio a causa della pendente minaccia della crisi climatica. Accanto alla sostanza, occorre però la forma, risulta infatti cruciale lo sviluppo delle infrastrutture necessarie perché avvenga tale transizione: l'introduzione di massa delle infrastrutture di trasporto elettrico, lo stoccaggio dell'energia, il miglioramento delle reti di trasmissione e distribuzione, insieme all'aumento dell'uso di tecnologie per migliorare l'efficienza energetica, fanno parte della transizione. Questi aspetti avranno certamente un impatto enorme per l'industria energetica.
Continua a leggerePerché questo ritardo degli stati riguardo alla questione “clima”?
Scritto il 15.11.2019Da mesi il tema principale che affanna l’opinione pubblica è la questione climatica, e in particolare il problema del riscaldamento globale, un problema che, ormai si è capito, richiede la cooperazione individuale di molte persone, imprese e Paesi in tutto il mondo. I costi sono globali e derivano dalle azioni collettive a livello mondiale. Questo principio di cooperazione, seppur ovvio, risulta invero di recente acquisizione; le nazioni nel mondo hanno infatti rimandato a lungo le azioni per limitare un ulteriore aumento delle temperature, nonostante gli avvertimenti degli scienziati riguardo ai potenziali rischi futuri. Come si spiega questa inerzia? È la regola del “dilemma del prigioniero”, un gioco ad informazione completa proposto negli anni 50 come problema di teoria dei giochi che prevede, quale corollario, che uno dei due giocatori (i prigionieri) tradisca sempre l'altro. Lo studio di base di questo paradosso si concentra sul perché le persone cooperano o competono l’una con l’altra; secondo il dilemma del prigioniero infatti, gli individui possono scegliere di non collaborare, anche se farlo porterebbe vantaggi. Ebbene, applicando questo meccanismo al problema climatico, occorre considerare, quale dato di partenza, che le azioni richieste ai singoli sono evidentemente dirompenti e impegnative, tanto che gran parte della popolazione sceglierà di lasciare questo fardello agli altri, con il risultato che il problema globale non verrà affrontato. Questo è stato il ragionamento, o l’istinto, seguito sino ad oggi. Negli ultimi tempi, tuttavia, il ritorno associato all’azione di ogni singolo attore ha iniziato a cambiare, i costi necessari per intraprendere azioni efficienti sono calati e i benefici sono invece diventati più chiari, il che ha spinto sempre più persone a tralasciare i propri interessi personali e a optare invece per la collaborazione. Le recenti proteste “Extinction Rebellion” svoltesi in tutta Europa evidenziano come la scelta dei giovani sia quella di collaborare e di non mettere i propri interessi al primo posto. Tornando ora alla teoria dei giochi di cui sopra, la soluzione al paradosso cambia quando si considerano le variabili del tempo e della ripetizione, e se costi e benefici cambiano, la collaborazione diventa la soluzione ottimale per dei soggetti razionali. L’orgoglio e la determinazione dei giovani che scendono oggi in strada per chiedere agli Stati di agire potrebbe rappresentare l’inizio di un cambiamento per l’apparato politico globale.
Continua a leggereTempo di bilanci e previsioni
Scritto il 14.11.2019Ci si approssima ormai alla fine di questo 2019, che secondo una prima valutazione generale ha certamente segnato il ritorno a politiche aggressivamente espansive, ma che tornerà anche a festeggiare la firma, a fine novembre, dell’accordo tra i Presidenti Trump e Xi. Ma cosa ci si può aspettare dall’anno venturo? Prendendo in considerazione i grandi eventi politico-sociali di questo giro di calendario, nonché dei mesi a venire, certamente occorre riferirsi in primo luogo alla questione “Brexit”, presumendo in particolare come il colpo di coda del Parlamento inglese, che sembra voler ritardare la conclusione della vicenda, difficilmente potrebbe riuscire a bloccare un accordo che risulta ormai concordato, e soprattutto da tutte le parti voluto. Sul versante del sopra citato accordo USA-Cina, occorre invece rilevare che, così come il mercato ha in certi momenti enfatizzato troppo le conseguenze negative del conflitto, così è possibile che ora sconterà troppo una rifioritura dei commerci, ma sarà solo fra qualche mese che si potrà veramente capire se un gap tra attese e realtà troverà concretizzazione. In linea generale può però assaporarsi, anche in Europa, un’aria di stabilizzazione e, a tratti, perfino di riaccelerazione. In questa fase di studio non può però ignorarsi un dato essenziale: le elezioni americane che si terranno di qui a un anno. Il grande numero di candidati, il possibile aggiungersi strada facendo di altre figure (dalla Clinton a Michelle Obama, da Bloomberg a Iger e a numerosi altri che ora studiano la situazione), la mancanza di una leadership chiara e indiscussa in campo democratico, e il sempre possibile sopraggiungere di un candidato indipendente, fanno prevedere per i prossimi mesi frequenti scossoni. Non resta quindi che attendere e vedere se questi eventi incideranno, ma soprattutto come, sull’economia mondiale.
Continua a leggereI recenti sviluppi politici e commerciali tra USA e Cina, tra Europa e Gran Bretagna
Scritto il 13.11.2019L’accordo commerciale preliminare raggiunto da #StatiUniti e #Cina potrebbe momentaneamente evitare un nuovo aggravamento nei reciproci rapporti, vediamo perché. L’accordo commerciale preliminare raggiunto da Stati Uniti e Cina lo scorso venerdì potrebbe momentaneamente evitare un nuovo aggravamento nei reciproci rapporti; lo stesso Presidente Trump, pur mostrandosi per certi versi ancora cauto, ha espressamente dichiarato che “siamo vicini alla fine della guerra commerciale”, rinviando alla firma definitiva dell’accordo da qui a 4/5 settimane. Un altro segnale incoraggiante giunge dal fronte dei negoziati fra Regno Unito e Unione Europea, che proprio di recente ha segnato qualche progresso, seppur modesto, pare infatti esser stato raggiunto un accordo, dopo settimane di trattative, che dovrà però passare per il vaglio del Consiglio Europeo, del Parlamento britannico e del Parlamento Europeo. In conseguenza della parziale intesa sui dazi e degli sviluppi sulla Brexit, i mercati finanziari internazionali hanno evidenziato un rialzo delle quotazioni, in alcuni casi raggiungendo livelli prossimi ai massimi storici (S&P, Nasdaq), in altri vicini ai massimi da inizio anno (Stoxx 600, EuroStoxx 50, DAX, Nikkei); le stesse borse europee avevano concluso la giornata di contrattazioni in forte rialzo quando ancora da Washington non era arrivata la certezza dell'intesa.Ciononostante, gli investitori farebbero bene a mantenere una certa prudenza. L’imminente accordo tra le due superpotenze economiche non sembra infatti risolvere i problemi essenziali del relativo conflitto, che mostra quindi alcuni nervi ancora scoperti: la trattativa ha portato a un accordo che riguarda l’agricoltura, la tutela della proprietà intellettuale, le valute, i servizi finanziari, mancano però molti dettagli, e ci vorrà comunque almeno un mese per mettere su carta ciò che è stato concordato. Inoltre, non è chiaro se i dazi supplementari del 15% già annunciati su beni di consumo per USD 160 miliardi entreranno in vigore entro metà dicembre. Sull’altro fonte, è ancora in corso il dibattito sulla questione “backstop”: il meccanismo che entrerà in vigore alla fine del 2020 (o più avanti, se venisse deciso diversamente) nel caso in cui Regno Unito e UE non dovessero trovare un accordo complessivo sui loro rapporti post-Brexit che garantisca l’esistenza di un confine non rigido tra Irlanda (paese membro dell’UE) e Irlanda del Nord (regione del Regno Unito). In base ad un sondaggio dell’American Association of Individual Investors (AAII), gli investitori sembrano condividere una prevalente posizione di “attendismo”, e al contempo, i rapporti put-call, indicatore che divide il volume delle opzioni put per il volume delle opzioni call, hanno temporaneamente raggiunto i livelli più elevati da aprile 2010. Se poi le questioni in materia Brexit e guerra commerciale dovessero attenuarsi, il premio per l’incertezza politica potrebbe diminuire, supportando il mercato azionario globale, soprattutto in caso di ulteriore allentamento delle politiche monetarie a livello internazionale.
Continua a leggereAcqua: una risorsa anche economica
Scritto il 12.11.2019Può definirsi l’acqua come una enorme opportunità di investimento soprattutto perché essa risulta legata a i portanti temi di crescita. Pensiamo infatti alle prospettive evolutive del quadro demografico nelle economie emergenti: si prevede, da qui ai prossimi 30 anni, che circa 350 milioni di persone in Cina si sposteranno dalle zone rurali alle grandi città. Questo fenomeno migratorio interno avrà certamente delle imponenti ricadute sulla politica nazionale, la quale si troverà a dover far fronte a nuovi investimenti per predisporre infrastrutture adeguate. Ad oggi si registra un forte squilibrio tra domanda e offerta di acqua in ogni parte del mondo, e si tratta di uno squilibrio da non sottovalutare in quanto la spesa per la suddetta risorsa è quantomeno inevitabile, anche sotto il profilo della produttività di un paese: senza acqua non può esserci attività economica di alcun genere. Perdere una risorsa vitale come l’acqua è dunque il rischio più grande che il Pianeta corre a causa dei cambiamenti climatici, la dimensione del problema è enorme: 1,5 miliardi di persone vivono già oggi in aree colpite dalla scarsità dell’acqua. Per risolvere l’emergenza della gestione dell’acqua, la tecnologia e i Big Data sono uno dei modi più promettenti per affrontare la sfida grazie ai progressi in settori quali intelligenza artificiale e internet delle cose; questa è la vera scelta di investimento disruptive. Cosa si intende per disruption? La disruption ha principalmente a che fare con innovazioni dirompenti. Può essere un prodotto, un servizio, un’idea o un processo più semplice, più rapido, più efficiente e spesso meno costoso che dovrebbe trasformare profondamente un settore esistente o crearne uno nuovo e in ogni caso cambiare l’ordine stabilito e raggiungere un vasto pubblico. Le società disruptive sono in grado di innovare, reinventarsi e sfidare i modelli di business esistenti, indipendentemente dal settore in cui operano. La domanda di soluzioni intelligenti legate all’acqua rappresenta quindi un’enorme opportunità di mercato, soprattutto alla luce di una recente relazione del Global Compact dell’ONU, che stima come il mercato definito “smart water” possa valere 20,1 miliardi di dollari entro il 2021.
Continua a leggereLa situazione economica attuale chiuderà un ciclo?
Scritto il 11.11.2019L’attuale situazione del mercato è caratterizzata da una crescita economica moderata, un’inflazione contenuta e da politiche delle Banche centrali accomodanti. Se questo è lo scenario, cosa dobbiamo aspettarci nell’immediato futuro? Siamo alla fine di un ciclo? Il ciclo economico fluttua infatti tra periodi di espansione e di contrazione, e ciascuno di essi si distingue per determinate caratteristiche. Il picco di un ciclo segna un momento di massimo output, accompagnato abitualmente da squilibri che richiedono una correzione; dopo tale picco arriva quindi una contrazione, seguita da un minimo ciclo o recessione. È questo ciò che sta per paventarsi? Personalmente ritengo che la cautela sia d’obbligo, atteso che la situazione complessiva del mercato è ancora lontana dalla fine del ciclo economico. I principali gestori credono invero che i recenti interventi delle Banche centrali potranno dare ulteriore linfa al mercato azionario, anche se tutte le problematiche che ruotano attorno al tema dei dazi sembra tutt’altro che risolte, tanto che si prospetta una ormai evidente situazione di rallentamento generale dell’economia. In un contesto di tale natura, penso che sia quindi fondamentale un incontro con il vs consulente finanziario, sì da valutare se il vostro portafoglio risulti adeguatamente posizionato in relazione agli obbiettivi di medio lungo termine. Potrebbe in particolare essere opportuno inserire degli strumenti stabilizzatori, come ad esempio una gestione separata (Ramo I), in modo da consolidare una parte del portafoglio. Restano comunque sempre validi, a latere, i consigli relativi ai PAC e alla diversificazione.
Continua a leggereNuova frontiera di investimento: il biotech
Scritto il 08.11.2019Poniamoci una domanda: esiste, in questa fase, un settore con multipli vicini ai minimi dove poter direzionare l’investimento azionario? La risposta è di segno positivo, e riguarda in particolare il biotech. Negli ultimi anni il settore delle biotecnologie è stato al centro delle attenzioni degli investitori, trattasi infatti di un comparto dall’enorme potenziale di rendita, anche se i rischi connessi a questo tipo di investimento sono altrettanto alti. È però noto come l’equazione secondo la quale ad alti rischi corrispondano notevoli guadagni non è nuova nel mondo della finanza. I ricavi del settore Biotech sono ormai in forte espansione dal 2010, anno in cui hanno avuto un’accelerazione del +10,5%. Da allora sino al 2014 la crescita è proseguita toccando la punta del +32,6% nel 2014. La storia recente sembra confermare quindi buone opportunità dagli investimenti in biotecnologie, e non bisogna sottovalutare il dato demografico: aspettative di vita superiori rispetto a quelle di un decennio fa e insorgenza di malattie croniche hanno fatto crescere la domanda di prodotti farmaceutici. Oggi, questo settore presenta dunque il rapporto prezzo/utili più vicino ai minimi storici, dando luogo ad ottime opportunità per la parte di portafoglio a medio lungo termine. Intuitivamente si comprende poi come il Biotech si ramifichi in tanti sotto-settori; è qui che troviamo i comparti dell’oncologia e della genetica che, in prospettiva futura, avranno sviluppi molto interessanti. È la nuova età dell’oro per il biotech? Sicuramente esso rappresenta un’importante opportunità di investimento.
Continua a leggereRisk on o risk off, questo il dilemma
Scritto il 07.11.2019Risk on e Risk off sono le due situazioni centrali sui mercati finanziari: la prima terminologia indica la circostanza in cui c’è “appetito” per il rischio, dove gli investitori, spinti dall’ottimismo e dalla positività, sono alla ricerca di rendimenti elevati, e dunque sui mercati azionari si registra un aumento della pressione rialzista. Con il termine risk off si indica invece la diversa condizione caratterizzata dalla presenza di forti tensioni (economiche, politiche, finanziarie) che determinano a loro volta il tipico fenomeno del “flight to quality”, ossia uno spostamento della liquidità verso le attività che presentano un basso profilo di rischio, il che provoca sui mercati azionari brusche ondate ribassiste. Seppure da inizio anno gli asset maggiormente rischiosi abbiano offerto performances migliori (azioni, high yield ecc.), i principali indicatori economici non sono assolutamente incoraggianti ed anzi, danno indicazioni di prudenza. A scompaginare nuovamente la situazione sono stati anche recenti interventi di stimolo delle Banche Centrali, necessari per dare un nuovo impulso all’economia ed in particolare agli asset rischiosi, ormai l’unica alternativa ai tassi negativi della maggioranza delle obbligazioni. La situazione, benché risulti di apparente tranquillità, è più complessa di quello che sembra, e in quest’ottica ritengo che la gestione attiva sia fondamentale per riuscire a passare velocemente da risk off a risk on e viceversa. Appare come sempre utile ricorrere ad un buon gestore che sia in grado di cogliere velocemente un mercato sempre più volubile, senza dimenticare poi l’evento che si prospetta nel prossimo anno, e che certamente avrà delle importanti ricadute anche sui mercati, le elezioni americane.
Continua a leggereQualche riflessione sul tema riscaldamento globale
Scritto il 06.11.2019In primo luogo, evidenzierei il fatto che la sfida dei prossimi anni appare ormai inevitabilmente legata a doppio filo al fatto che la popolazione mondiale è destinata ad aumentare a ritmi mai visti prima, e ciò comporterà come conseguenza sia un aumento della produzione di energia, che, ovviamente, un incremento dell’inquinamento. I suddetti fattori spingono per forza di cose ad una presa di coscienza da parte di tutti i soggetti del mercato, ed in particolar modo i settori della Scienza e della Tecnologia risulteranno strategici per combattere l’inevitabile riscaldamento globale. Vi sottolineo inevitabile perché pur riuscendo ad attivarci in maniera piena rispetto ai principi enunciati negli accordi di Parigi “inevitabilmente”, appunto, la temperatura aumenterà; la vera sfida sarà quindi quella di contenerla ad un livello sostenibile per il pianeta e per chi ci vive. La mia visione, come quella di molti, non è certo rosea ed anzi, ritengo che un cambio di passo sul tema ambiente sia ad oggi improcrastinabile. In quest’ottica, riflettiamo sul fatto che quando scegliamo un investimento sostenibile, decidiamo anche di dedicare delle risorse allo sviluppo delle tecnologie che permetteranno tutto questo.
Continua a leggereQual è l’agenda dei Governi relativamente al cambiamento climatico
Scritto il 25.09.2019“L'ecosistema sta collassando, siamo all'inizio di un'estinzione di massa, e tutto ciò di cui voi parlate sono soldi, favole e crescita economica"; queste le parole di Greta Thunberg al recente vertice Onu. L’oggetto del vertice riguardava l’ormai improcrastinabile problema del cambiamento climatico, l’aumento di temperatura indotto da emissioni di gas a effetto serra, come anidride carbonica (CO2) e metano (CH4), “grazie” alle attività inquinanti dall’uomo. Il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc), ha segnalato come potrebbe registrarsi una crescita di 1,5 gradi tra il 2030 e il 2052, e la soglia, già critica, rischia di essere sfondata ancora; alcuni dati parlano di un incremento tra i 2,8 e i 5,6 gradi nell'arco di 85 anni. Quali sono le conseguenze? Un innalzamento della temperatura già oltre i 3-4 gradi significherebbe carenza di cibo e acqua potabile, inondazione delle zone costiere e decuplicazione della frequenza di eventi estremi rispetto ai valori del 2010. All’intervento della ragazzina hanno quindi fatto seguito i discorsi di una sessantina di leader mondiali, scelti perché hanno dimostrato di aver fatto passi concreti nel rispetto degli impegni presi a Parigi nel 2015, con esclusione di colossi come gli Stati Uniti, l’Australia, il Brasile e il Giappone, per non aver fatto abbastanza. I rappresentati di 66 governi, 102 città e 93 imprese (tra cui Nestlé, Nokia e L'Oréal) si propongono ora un obiettivo vitale nel contrastare il cambiamento climatico sul lungo termine: il raggiungimento di un'economia a zero emissioni di diossido di carbonio entro il 2050. A margine di tale obiettivo si colloca anche il passo in avanti della Russia, il quarto più grande inquinatore al mondo, che con una risoluzione del premier Medvedev ha deciso di attuare l'accordo di Parigi sul clima pur senza tecnicamente ratificarlo. Ma non si è trattato dell’unico annuncio. Sono 68 i Paesi che si sono impegnati a rivedere formalmente verso l’alto i loro piani climatici entro il 2020, quando i 195 firmatari dell’accordo di Parigi dovrebbero presentare nuovi impegni.Inoltre, 30 Paesi stanno ora aderendo a un’alleanza che promette di fermare la costruzione di centrali a carbone dal 2020. Sembra quindi che una seria presa di coscienza su un tema così delicato e importante sia finalmente arrivata.
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