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Il nuovo mantra della BCE è spendere!
Scritto il 19.09.2019Il Presidente uscente della BCE Mario Draghi, giunto ormai alla fine del suo mandato, ha lanciato due sfide parallele che vanno al cuore della crisi europea. La prima riguarda i governi ai quali dice investite di più e meglio, la seconda le banche invitandole a ristrutturarsi e cambiare il modello di business. Draghi in particolare lancia un messaggio ai leader europei: la politica monetaria da sola non basta per far ripartire l’inflazione e la crescita dell’Eurozona,anzi, è la politica fiscaleche dovrebbe diventare lostrumento principale per aumentare domanda. Cosa significa? Che i governi che hanno la possibilità di varare interventi espansivi (investimentietagli alletasse) devono farlo il prima possibile, mentre gli altri Stati, meno virtuosi, dovranno proseguire sulla strada delle riforme, con leggi di bilancio anche molto dure. Sulla stessa linea di pensiero si colloca il prossimo Presidente Christine Lagarde dichiarando come i governi non possano sempre scaricare sulla Bce il compito di stimolare l’economia. LaBCE intantoha varato un nuovo programma di Quantitative Easingche prevede l’acquisto di bond per 20 miliardi di euro al mesee che partirà a novembre, destinato poi a continuare per tutto il periodo necessarioa rafforzare l’impatto accomodante dei tassi; essa continuerà inoltre a reinvestire totalmente i titoli in scadenza, fin oltre il rialzo dei tassi di interesse, e in ogni caso per il tempo necessario a mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un orientamento ampiamente espansivo. Per i mercati, il valore psicologico di un QE per sempre supera anche il non avere incluso i titoli bancari nelle operazioni di QE, che tanto avrebbe contribuito ad avviare il circolo virtuoso di un recupero della profittabilità delle banche e di una loro maggiore disponibilità a erogare prestiti, ed infatti le maggiori borse europee ieri hanno chiuso in rialzo (Piazza Affari +0,9%) mentre lo spread BTp-Bund ha archiviato la seduta in calo, sotto i 140 punti base.
Continua a leggereQualche consiglio generale dopo questo periodo di forte incertezza
Scritto il 06.09.2019Dopo una prima parte dell’anno caratterizzata da una corsa senza precedenti dell’azionario, e un’estate caratterizzata da una forte volatilità legata a fattori politici ed economici (crisi di Governo italiana, dazi, brexit, rallentamento dell’economia, ecc) entriamo ora in una fase che si concentrerà sulle Banche centrali e sulle loro mosse. Ebbene, l’interrogativo di base, alla luce di una situazione così complessa, è il seguente: come possiamo posizionare il nostro portafoglio? Sicuramente gli interventi delle Banche centrali potrebbero dare nuova spinta all’azionario, anche se il contesto economico risulta estremamente fragile; i mercati guardano infatti con attenzione alle riunioni degli istituti centrali da cui sono attesi segnali sulle prossime mosse. Interventi che, secondo gli analisti, non potranno che passare per una ripresa degli stimoli all'economia e di un generale allentamento delle politiche monetarie. Il mio consiglio è dunque quello di mantenere una parte centrale del proprio portafoglio Multi asset (30/40%) dove il gestore sarà capace di muoversi all’interno di questo contesto estremamente variegato, un altro 10/20% andrebbe indirizzato verso delle strategie alternative, e consiglierei di chiudere l’azionario per il residuo 20/30% investendo principalmente il megatrend; per quanto attiene l’obbligazionario consiglierei di rimanere intorno al 20/30%. In aggiunta a tutto ciò, suggerirei anche di considerare insieme al vostro consulente finanziario l’inserimento di un piano d’accumulo azionario capace di sfruttare in senso positivo la volatilità dei mercati, sì da realizzare dei versamenti aggiuntivi nelle fasi di storno del mercato azionario (stock picking). Ritengo sia infatti importante mantenere un approccio prudente in questa fase di rallentamento dell’economia, monitorando soprattutto le opportunità che sicuramente si verranno a creare con l’azione delle Banche centrali. Come sempre sono a Vs. completa disposizione per eventuali chiarimenti.
Continua a leggereInvestimenti sostenibili e criteri ESG: moda od occasione?
Scritto il 04.09.2019La sostenibilità fa riferimento alla continuità nel tempo di un’attività economica, e il relativo principio guida è dato dallo sviluppo sostenibile, che riguarda in modo interconnesso l'ambito ambientale, quello economico e quello sociale. Tale sviluppo è volto a soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di far fronte ai propri bisogni. Questi concetti, ormai da tempo assunti nella coscienza comune, si sono poi affiancati i cosiddetti criteri ESG, acronimo che è ormai diventato uno standard nella definizione dell’approccio sostenibile agli investimenti. L’acronimo ESG è composto da tre parole (Enviromental, Social and Governance) che a loro volta racchiudono tre distinti universi di sensibilità sociale: il primo è quello dell’ambiente, che comprende rischi quali i cambiamenti climatici, le emissioni di CO2 (biossido di carbonio), l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, gli sprechi e la deforestazione. Il secondo include le politiche di genere, i diritti umani, gli standard lavorativi e i rapporti con la comunità civile. Il terzo universo è relativo alle pratiche di governo societarie, comprese le procedure di controllo, i comportamenti dei vertici e dell’azienda in termini di rispetto delle leggi ecc. Oggi questi investimenti hanno un’enorme forza di attrazione soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, ad es. i Millennials, estremamente attente agli aspetti ambientali, legati in primis al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità. Può rilevarsi come un investimento sostenibile, oltre ad essere in primo luogo un investimento coerente con le tendenze ambientalistiche (pensiamo all’eliminazione della plastica o le energie rinnovabili), anche nell’ottica di un incremento costatante della popolazione mondiale (questione demografica), diventa in secondo luogo fondamentale per i nostri portafogli anche nell’ottica dei rendimenti. Occorre infatti segnalare che secondo recenti ricerche finanziarie e accademiche, gli investimenti sostenibili hanno una correlazione positiva anche sui rendimenti, ed è per questo che le aziende più impegnate in questo senso saranno quelle capaci di produrre maggiori extra rendimenti azionari nel medio lungo termine.
Continua a leggereQualcosa sta cambiando nei piani delle grandi aziende americane
Scritto il 29.08.2019È recente, e soprattutto sorprendente, la notizia che il Business Roundtable, il gruppo che riunisce 200 aziende americane fra le quali Apple, Amazon, JP Morgan, BlackRock, Ford, General Motors (giusto per fare i nomi più celebri), ha firmato una dichiarazione con la quale si impegna a orientare il proprio business non più e non solo nell’interesse dei loro azionisti, ma di tutti gli stakeholders, ovvero i consumatori, i dipendenti, i fornitori e le comunità in cui le imprese operano. Il documento pubblicato il 19 agosto prende spunto dalla considerazione secondo cui la finalità di un’impresa non può, oggi, che coincidere con la creazione di valore di lungo periodo e la condivisione di tale valore con tutti i soggetti che con l’impresa interagiscono.Nel concreto questo impegno si sostanzia in una nuova governance e in scelte aziendali orientate su varie direttrici: dall’assicurare una remunerazione equa e una formazione costante ai propri dipendenti ad un rapporto di co-creazione di valore con i fornitori, dall’ interesse concreto per l’ambiente naturale e sociale nel quale l’impresa opera, fino alla trasparenza nell’uso dei capitali forniti dagli investitori e dagli azionisti. Sembra che il documento prefiguri una vera e propria svolta etica. Certamente qualcosa è cambiato nei mercati mondiali e continuerà a cambiare in modo ancora più radicale nel prossimo futuro: queste imprese non stanno facendo altro che adattarsi ai suddetti mutamenti cercando, in qualche misura, di anticiparli, ma l’aspetto veramente interessante è che tali novità si stanno concretizzando sul lato della domanda e non tanto dell’offerta. Una recente indagine Nielsen indica che più della metà dei consumatori a livello globale è disposto a spendere di più pur di acquistare beni e servizi prodotti da imprese sostenibili, e che la metà dei cittadini finanzia con donazioni o fa volontariato per organizzazioni che hanno finalità sociali o ambientali. Se a questi dati si aggiunge nei prossimi anni, i millennials, tradizionalmente più sensibili ai temi ambientali e sociali, erediteranno circa 30 trilioni di dollari da investire, si capisce ancora meglio quali trend le società della Business Roundtable stiano cercando di anticipare.
Continua a leggereResoconto estivo per ripartire nel modo giusto
Scritto il 27.08.2019In questi ultimi giorni di vacanza ho meditato un po’ su quale potesse essere l’argomento del primo post di rientro, e lo spunto mi è arrivato considerando l’estrema volatilità che ha caratterizzato il mercato in queste settimane: guerra commerciale, crisi italiana, segnali recessivi in Germania/Usa, prospettive sugli interventi delle banche centrali, Brexit. Insomma, sono state settimane intense! La riflessione dovrebbe partire dall’analisi del soggetto – operatore economico, mi spiego: se siamo degli speculatori cerchiamo in breve tempo delle occasioni di guadagno, acquistiamo un titolo per ottenerne un vantaggio in breve termine. Se invece ci classifichiamo come risparmiatori, siamo persone che rinunciano ad utilizzare parte del proprio reddito senza accettare nessun rischio o pianificazione, e in questo caso le possibilità a nostra disposizione sarebbero poche, essenzialmente lasciare i soldi sul conto corrente pagando dazio all’inflazione che ci farà costantemente perdere denaro. Se infine ci definiamo come investitori, rientriamo in quella categoria di soggetti che vogliono creare valore con il proprio denaro nel medio lungo termine tramite un’attenta pianificazione, capace di far rendere al meglio il proprio portafoglio. Ciò premesso, se fossimo lo speculatore avremmo vissuto questo mese nella piena incertezza circa nostre prossime mosse, se fossimo un risparmiatore con i soldi sul conto avremo la garanzia di consolidare la nostra perdita, se fossimo un investitore avremo la consapevolezza e la tranquillità che la volatilità di un mese non intaccherà in alcun modo i nostri obbiettivi di medio lungo termine. In definitiva, e ancora una volta, vivere da investitore i propri risparmi è il modo migliore per evitare errori e ottenere le migliori performance del proprio portafoglio.
Continua a leggereProspettive del settore tecnologico, cosa c'è oltre i “FAANG”
Scritto il 07.08.2019Se all’inizio del decennio le imprese più grandi al mondo erano quelle petrolifere, oggi le società con la maggiore capitalizzazione di mercato sono Apple, Alphabet e Microsoft. Si utilizza l’acronimo FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google/Alphabet) proprio per indicare quelle società che dominano l’attenzione degli investitori.Il settore tecnologico ha infatti trainato il mercato sia nei periodi di crescita che in quelli di flessione e, nel 2019, ha finora registrato un recupero significativo, di pari passo con i beni di consumo e l’economia nel suo complesso. Gli investitori, tuttavia, farebbero bene a mantenere comunque un approccio prudente, poiché la conclusione del ciclo economico negli Stati Uniti, le tensioni commerciali irrisolte e la crescita degli utili più lenta delle attese lasciano presagire che i mercati conserveranno l’attuale andamento discontinuo. Inoltre, in assenza di grandi concorrenti, i grandi colossi sopra nominati attirano l’attenzione dei governi e delle autorità di vigilanza, ed infatti i timori che le autorità stiano riguadagnando terreno sui FAANG hanno portato, insieme ad altri fattori, alloscoppio della bolla dei prezzi nel secondo semestre del 2018, e lo stesso2019 sembra già essere un anno agitato per chi ha investito in queste società. Ed invero, accanto a queste grosse realtà, esistono anche società minori che stanno integrando nuove tecnologie, sfidando in un certo senso lo status quo e sfruttando in particolare l’intelligenza artificiale. Numerosi esperti del settore hanno inoltre individuato nell’avvio delle reti 5G il prossimo grande step per il settore tecnologico globale, ed anzi, l’opportunità d’investimento più interessante è proprio nella catena di fornitura per l’implementazione del 5G, piuttosto che tra i produttori di attrezzature per telecomunicazioni; ad esempio si intravedono possibilità esistenti nell’area dei semiconduttori, quali chip e produttori di memorie, i cui prodotti sono vitali per l’avvio del 5G, o ancora tra le società di infrastrutture per comunicazioni wireless che aiutano gli operatori 5G nella distribuzione di servizi per dispositivi funzionanti in mobilità.
Continua a leggereContinua la guerra commerciale tra U.S.A. e Cina
Scritto il 06.08.2019Ormai da diversi mesi i media ci aggiornano costantemente su quella che è l’evoluzione della guerra commerciale tra le due potenze economiche; era il 6 luglio del 2018 quando entrarono in vigore i dazi americani al 25% su 34 miliardi di prodotti cinesi, e di pronta risposta su la fissazione di dazi equivalenti sui prodotti americani da parte della Repubblica Popolare. Con il tempo questa sfida economica ha progressivamente assunto sfumature sempre più tese: lo scorso 4 giugno il governo cinese ha pubblicato un avviso per i cittadini cinesi che visitano gli Stati Uniti, facendo riferimento al deterioramento situazione della sicurezza pubblica e a frequenti episodi di rapina, furto e aggressione armata. E ancora il Ministero degli Esteri ha emesso un avviso agli studenti cinesi negli Stati Uniti, avvertendo di possibili trattamenti discriminatori da parte delle autorità per l’immigrazione degli Stati Uniti e incoraggiandoli a contattare l’ambasciata cinese in caso di emergenza. Certo, il quadro disegnato dalle autorità cinesi è quanto meno esagerato, ma si capisce che la mossa è parte della guerra commerciale tra i due colossi, una mossa lecita che aggira le regole del WTO. Lo scenario attuale sembra andare ancora complicandosi, almeno stando alle recenti parole del Presidente americano Trump che ha dichiarato di voler introdurre, a partire dal prossimo 1˚settembre, nuovi dazi doganali su 300 miliardi di dollari di prodotti fabbricati in Cina. Il risultato immediato di questa sfida a distanza è il crollo della moneta cinese, lo yuan è infatti sceso al livello più basso mai registrato nei confronti del dollaro, ma ciononostante, rispetto ad un anno fa, la Cina sta adottando contromisure fiscali e monetarie volte a stimolare l’economia. Non bisogna poi trascurare il fatto che l’annuncio dei nuovi dazi giunge poco dopo il primo taglio dei tassi di interesse da parte della FED, il che offre alla Banca Centrale cinese una maggiore flessibilità per incrementare le immissioni di liquidità e il flusso di credito a sostegno dell’economia nazionale. Pare quindi, tutto considerato, che l’economia cinese si collochi in una posizione migliore per assorbire il colpo delle ultime dichiarazioni di Trump.
Continua a leggereLa politica monetaria delle banche centrali (2° parte)
Scritto il 31.07.2019Riprendiamo il discorso sulle banche centrali iniziato con il post precedente. La BCE ha inoltre decisodi lasciare che i tassidi interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimangano invariati. La speranza è che i tassi di interesse di riferimento della BCE si mantengano su livelli pari a quelli attuali o inferiori almeno fino alla a tutta la prima metà del 2020 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare che l'inflazione continui stabilmente a convergere su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine. Una formula che segnala come l'istituto centrale stia preparando un taglio dei tassi per la prima volta dall'inizio del 2016; la BCE annuncia infatti il bisogno «di una politica monetaria altamente accomodante dato che i tassi di inflazione restano sotto l'obiettivo di lungo periodo». La conseguenza è stata quella di ribadire che la BCE è disposta ad usare tutti gli strumenti a sua disposizione perché il tasso di inflazione converga in modo sostenuto verso il suo obiettivo. Draghi ha anche elencato alcuni di tali strumenti: un rafforzamento della forward guidancesui tassi, un sistema di remunerazione delle riserve delle banche presso la BCE (e quindi, par di capire, tassi ancor più negativi con le possibili conseguenze avverse sui bilanci delle banche) e persino il lancio di un nuovo programma di acquisti di titoli. Non è mancato il solito richiamo alla necessità di altre misure, come le politiche fiscali che devono essere più espansive nei Paesi con i conti in ordine. A questo punto non resta che vedere come si evolverà la situazione nei prossimi mesi, durante i quali non può escludersi una nuova volatilità, soprattutto se si considera che l’Italia dovrà affrontare la spinosa questione della legge di Bilancio 2020 davanti ad una rinnovata Commissione Europea. Nell’autunno di quest’anno si concluderà inoltre il mandato di Mario Draghi, e subentrerà alla guida della BCE Christine Lagarde, la quale sembra invero appoggiare le decisioni del Presidente uscente, le cui intenzioni è quindi giusto che siano prese seriamente.
Continua a leggereLa politica monetaria delle banche centrali (1° parte)
Scritto il 30.07.2019In questi due articoli mi concentrerò sull’atteggiamento mantenuto dalle Banche Centrali da inizio anno sino ad oggi: un atteggiamento che si vedrà essere stato positivo, quasi accomodante, e che certamente ha facilitato la situazione economico-finanziaria del nostro Paese. Intanto chiariamo che le Banche Centrali sono istituti di emissione di diritto pubblico che si occupano di gestire la politica monetaria dei Paesi o delle aree economiche che condividono la medesima moneta come forma di pagamento. I compiti delle BC sono dunque quelli relativi alla regolamentazione della moneta, al controllo del sistema creditizio e più in particolare la vigilanza sull'intero sistema bancario, ed in particolare assume rilievo l’esigenzadi tenere sotto controllo l’inflazione. L’inflazione, come già in precedenza chiarito, ci dà un’indicazione su quanto il livello dei prezzi cambi nel tempo: in un’economia in salute e in crescita, i consumatori e le imprese tendono a spendere di più, e la grande domanda di beni e servizi contribuisce alla crescita dei prezzi, se la domanda invece si indebolisce il livello dei prezzi si abbassa con essa. Il livello di inflazione prima diminuisce gradualmente (disinflazione) e poi comincia a decrescere (deflazione). Un livello di inflazione stabile e non eccessivamente elevato aiuta la pianificazione economica e finanziaria, permettendo a tutti, privati e cittadini e imprese,di vivere una vita economicamente più sicura e prospera. Sei prezzi salgono troppo velocemente, dunque, le banche centrali provano a porre rimedio alla situazione diminuendo l’offerta di moneta, con l’obiettivo di limitare la domanda di beni e servizi. Se invece i prezzi si stanno avviando in una spirale di deflazione, le banche Banca Centrale favorisce l’ingresso di nuova moneta nell’economia così da stimolare la ripresa. Ciò premesso, l’atteggiamento delle Banche centrali in questa prima metà di anno ha contribuito a mantenere un segno di positività nei mercati europei, sia la Fed che la BCE si sono mostrate entrambe disponibili ad intervenire con manovre di facilitazione monetaria, la prima col taglio dei tassi alle prime avvisaglie di rallentamento e la seconda con nuove iniezioni di liquidità. Cosa succederà quindi nei prossimi mesi? Lo vedremo nel prossimo articolo.
Continua a leggereL’atteggiamento degli italiani nei confronti del risparmio
Scritto il 29.07.2019L’investitore medio italiano viene da più direzioni definito come un paradosso, identificato in un risparmiatore attento che però non investe, o investe con troppo timore. Un risparmiatore che teme il futuro ma al contempo tende a non considerare le sue prospettive di lungo termine. Benché infatti l’intento di molti, e comprensibilmente, sia quello di perseguire rendimenti elevati, si riscontra poi nei fatti un atteggiamento contradditorio, atteso che gli stessi restano bloccati nella c.d. trappola di liquidità. Un elevato ammontare delle risorse dei risparmiatori resta infatti chiuso nei conti correnti, per prevenire eventuali bisogni futuri; secondo i dati della Banca d’Italia dei 4.287 miliardi di ricchezza finanziaria posseduta dai privati, ben 1.371 miliardi sono parcheggiati sui conti correnti. Non si incassano interessi, non si spende, non si investe. Il delineato atteggiamento si fonda essenzialmente sulle più grandi paure degli italiani: recessione, perdita del lavoro e aumento delle tasse, ma si tratta di un atteggiamento a ben vedere poco vantaggioso, se non limitatamente dannoso. Pensiamo infatti che una somma anche non eccessiva di denaro depositata su un conto corrente, a causa dell’inflazione e dei costi ad esso connessi, tende a ridursi a distanza di pochi anni, per cui non solo quel denaro non produce frutti, ma è diretto ad un fisiologico calo. A fronte di questo scenario si è resa inevitabile una condizione di generale smarrimento dei risparmiatori di fronte invece ad una ripresa del mercato e ad una riduzione della volatilità. Forse un maggior raccordo tra la capacità di risparmio dei privati e l’economia reale, quella delle imprese e delle opere pubbliche, servirebbe a rompere questo clima di incertezza: fondi pieni azionari e bond di piccole e medie imprese che concedono l’esenzione fiscale a chi mantiene l’investimento per almeno un quinquennio. Del resto, un Paese prospera solo quando il denaro circola, non quando resta immobile su un conto.
Continua a leggereIl mercato è sempre più esposto alle oscillazioni del premio al rischio
Scritto il 15.07.2019Il quadro economico generale del nostro paese, ma invero dell’Europa intera, registra una diffusa sfiducia nei confronti del livello dei rendimenti, del mercato monetario e dei titoli di Stato; basti pensare che nel 2007 la curva dei tassi della zona euro risultava piatta con valori superiori al 4%, oggi la tendenza è invece estremamente negativa. A ciò si aggiunga la mancanza di una componente di sostegno al reddito fisso, che invece in passato consentiva di rendere stabile il rendimento di un portafoglio ben organizzato. Il quadro che ne deriva indica un mercato estremamente esposto alle oscillazioni del premio al rischio, che nel linguaggio economico indica la differenza tra il rendimento atteso di una certa attività e il tasso d’interesse di un’attività priva di rischio, o in altri termini, l’extra-rendimento rispetto al tasso di un'attività priva di rischio richiesto da un investitore avverso al rischio per essere incentivato ad acquistare il titolo rischioso. Esemplificando: l’investitore paga un prezzo di acquisto pari a 100, e alla fine dell’anno valuta la propria posizione utilizzando il prezzo di mercato dell’attività, supponiamo pari a 110, tenendo conto naturalmente dei dividendi o delle cedole percepiti durante l’anno, ad esempio pari a 5. In questo esempio il valore finale dell’investimento è di 115 e deve essere confrontato con un investimento iniziale di 100. Il rendimento complessivo è del 15%, si tratta di un rendimento soddisfacente? Dipende dalle alternative disponibili, e un’alternativa è appunto rappresentata dall’investimento in un titolo senza rischio annuale, che offre con certezza un tasso di interesse. Supponiamo che il tasso di interesse sia del 5%: il rendimento del 15% è senz’altro più alto del 5%, ma occorre tenere presente che l’investimento nel titolo finanziario comporta una certa dose di rischio.Invece di avere un prezzo finale di 110, il titolo avrebbe potuto avere un prezzo finale pari ad 80 che, assieme al dividendo di 5, avrebbe comportato un rendimento complessivo di -15%. Se l’investimento nel titolo è rischioso, non è corretto confrontare il rendimento finale del 15% con il tasso di interesse del 5%, in quanto l’investitore sarà disposto ad investire in un titolo rischioso anziché in un titolo senza rischio solo in presenza di una adeguata remunerazione.
Continua a leggereUn nuovo approccio al mercato obbligazionario
Scritto il 11.07.2019L’approccio che usualmente viene adottato nei confronti del mercato obbligazionario si qualifica come quantitativo, sono le stesse società di gestione a sviluppare modelli quantitativi con l’obiettivo di fornire un “cruscotto” per guidare le scelte d’investimento. Tali modelli consentono di trattare in modo efficiente grandi quantità di informazioni, selezionando solo i fattori statisticamente rilevanti per il movimento dei mercati e rendendo il processo di investimento più disciplinato. Il problema che si pone in un approccio di questo tipo, e in un contesto di mercato come quello attuale ove i rendimenti appaiono estremamente negativi per molti titoli di alta qualità, risiede nella conclusione che si rende inevitabile, ovvero che sia meglio aspettare ad investire, in attesa di tempi più proficui. Deve però darsi conto di come possa assumersi anche un diverso atteggiamento nei confronti del mercato obbligazionario, che a determinate condizioni consente di scorgere nuove opportunità, tenendo al contempo sotto controllo il rischio. Si tratta dell’approccio qualitativo caratterizzato da due elementi essenziali, il primo dei quali consiste nella massima flessibilità, che presuppone un patrimonio sufficientemente ampio per poter realizzare economie di scala. Secondo fattore essenziale è dato dalla bassa correlazione con i principali indici obbligazionari del mercato; la correlazione nel settore finanziario è un indicatore statistico che misura le relazioni tra gli andamenti di due mercati o indici. Il coefficiente di correlazione va da 1 a -1, dove 1 implica un andamento perfettamente coincidente, 0 una correlazione nulla, e -1 un andamento esattamente opposto. Un portafoglio equilibrato è composto da attività sufficientemente decorrelate fra di loro, ovvero con coefficiente più vicino possibile a zero.
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